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BARI: 214 CASI DI PEDOFILIA E PROSTITUZIONE MINORILE IN 6 MESI

Agosto 9th, 2017 Riccardo Fucile

UN ALTRO ESEMPIO DI VALORI IDENTITARI DA TUTELARE… SOTTO ACCUSA I SERVIZI SOCIALI DEL COMUNE: “MAI NESSUNA DENUNCIA”

Il 2 agosto giorni fa, per una 16enne barese è finito l’incubo delle continue violenze inflitte da due vicini di casa.
Solo qualche ora prima, era toccato ad una 15enne confessare di aver subito abusi, nel porto della città , da alcuni coetanei.
Ad un’altra bambina, appena 12enne, la stessa sorte: violenza di gruppo.
Tre storie, tremende, scoperte e denunciate nel giro di un mese, tutte a Bari. Ma nella realtà  sono molte di più e in costante aumento. La responsabilità , per il procuratore della Repubblica di Bari, Giuseppe Volpe, è indiscutibilmente una: “I servizi sociali latitano”.
Il procuratore, convocato nella riunione d’emergenza della task-force regionale sulla violenza, ha portato, a supporto della sua tesi, i dati degli ultimi anni: nel 2014 i casi di pedofilia registrati dalla Procura barese erano 34, nei primi sei mesi del 2017 sono saliti a 57.
Stesso trend per la prostituzione minorile: 115 casi nel 2014, 157 sino a giugno del 2017.
Il Telefono Azzurro completa il quadro, circoscrivendo i reati di abusi sui minori, nel 68,9 per cento dei casi, all’interno delle mura domestiche.
“Non c’è nessuno che a quella porta va a bussare — ha detto chiaro il procuratore poco prima dell’incontro — La situazione è preoccupante ma ci sono due costanti: le forme di maltrattamento peggiori si verificano in ambito familiare e in situazioni di trascuratezza materiale ed affettiva. Questo vuol dire che non la scuola, che con noi collabora, ma gli assistenti sociali non ci sono. Devono essere più presenti nelle situazioni di disagio. Mai abbiamo ricevuto denuncia di violenza sessuale su minori dai servizi sociali. L’assessorato al Welfare deve intervenire anche sulle competenze comunali in questo settore”.
La carenza di assistenti sociali è una difficoltà  ben nota al Comune di Bari, guidato da Antonio Decaro.
Il rapporto è di 1 ogni 5mila abitanti “quando sono tutti al lavoro”, tiene a precisare l’assessore al Welfare, Francesca Bottalico.
Insomma, il personale manca, come spesso accade nei Comuni e nemmeno i progetti di front office, segretariato sociale e pronto intervento sociale possono dare una svolta alla situazione. “Questo non giustifica certamente gli atti di violenza — tiene a precisare la responsabile del Welfare cittadino — Siamo consapevoli che queste atrocità  hanno bisogno di una risposta concreta e immediata che potremo dare se lavoriamo in maniera integrata e sinergica”.
Conclusione a cui è giunta anche la Regione convinta che “nel sistema ci sia qualche falla”. Ciò vuol dire, per l’assessore regionale al Welfare, Salvatore Negro, che il servizio sanitario “dovrebbe intervenire con più incisività  sui soggetti che abusano e che trovano nell’abuso la propria soddisfazione. La scuola, dal canto suo, può insistere nell’eliminare certi stereotipi che vedono il ruolo della donna o del bambino un po’ obsoleti”.
Il problema, naturalmente, non è solo circoscritto alla città  di Bari.
Dei 513mila minori pugliesi monitorati dalle strutture regionali, il 4,7 per cento ha subito violenze e maltrattamenti.
La violenza sessuale riguarda solo l’1,9 per cento di questi, poco rispetto alla media nazionale del 4,2%.
Ma in questo dato non c’è nulla di positivo perchè, secondo il report della Regione Puglia, al suo interno racchiude solo una amara certezza: il resto è sommerso.

(da agenzie)

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MUORE LA NONNA, ZUFFA TRA PARENTI PRIMA ALL’OBITORIO, POI PER STRADA, LA POLIZIA DEVE PURE SCORTARE LA BARA

Agosto 9th, 2017 Riccardo Fucile

A CHIAVARI VA IN SCENA UNA RISSA DOPO LA MORTE DI UNA ANZIANA DI 90 ANNI… MENO MALE CHE DOBBIAMO PRESERVARE L’IDENTITA’ DALLE CONTAMINAZIONI DEGLI INCIVILI

Dopo la zuffa davanti alla camere mortuarie dell’ospedale lavagnese di mercoledì, i nipoti di una donna siciliana di novant’anni morta nei giorni scorsi nel Tigullio sono tornati ad affrontarsi l’altra sera in viale Kasman a Chiavari.
Accesi da una faida famigliare, due gruppi che si scontrano con accuse reciproche sulle cure che sarebbero state date o meno alla donna e sul luogo in cui questa dovrebbe essere seppellita.
In mezzo gli agenti del commissariato di Chiavari e, in appoggio, i carabinieri.
La rissa dell’altra sera è stata sedata, ma gli agenti e i militari ieri pomeriggio sono andati al funerale della signora a San Bartolomeo, a Sestri Levante, con la speranza di scongiurare altre tensioni.
E quando la cerimonia si è conclusa senza problemi, un’auto della polizia stradale ha scortato la bara sino a Staglieno, dove la novantenne sarà  cremata.
In queste ore gli agenti del commissariato diretto da Luca Capurro stanno tirando le fila di quello che è accaduto in questi giorni, per decidere se e chi denunciare per questi episodi assurdi.
Stando a quanto ricostruito sinora, l’anziana era arrivata a Sestri Levante da alcuni parenti una ventina di giorni prima di morire in ospedale. Da Bagheria, dove viveva. Ha 11 figli e già  in precedenza c’erano state ruggini interne alla famiglia.
Quando è deceduta, una parte dei figli, che vive in Sicilia, ha accusato gli altri, che abitano a Sestri e nel Tigullio, di non averla curata come avrebbero dovuto.
A quel punto, i famigliari dalla Sicilia sono arrivati nel Tigullio, chiedendo di poter seppellire l’anziana a Bagheria.
Mentre gli altri hanno deciso di farla cremare e lasciarla a Sestri Levante.
Un affronto per entrambe le formazioni, che ha scatenato la rabbia in primis dei nipoti dell’anziana, alcuni dei quali già  conosciuti dalle forze dell’ordine per altri reati e pronti ad affrontarsi.

(da “Il Secolo XIX”)

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IL FORZALEGHISMO DEL RED CARPET ARRUOLA LUCA BIZZARRI

Agosto 9th, 2017 Riccardo Fucile

LA SUB-CULTURA DELLA TV COMMERCIALE IMPORTATA DA TOTI IN LIGURIA

Nella Liguria, ceduta senza colpo ferire al ForzaLeghismo dai rimasugli burlandiani in rotta, prosegue il singolare esperimento che potremmo definire “berlusconismo in una sola Regione”: governare un territorio virando ogni problema a trovata comunicativa (la comunicazione come sinonimo di promo-pubblicità  imbonitoria) e promuovendo a ideologia la sub-cultura da televisione commerciale, in cui “bello” diventa sinonimo di smaccata ostentazione del lusso. L’antico messaggio dei serial americani — da Dinasty a Dallas — padanizzato in Billionaire.
Non per caso, la cabina di regia allestita ai piani alti nella sede genovese dell’Ente regionale (la reggia, a suo tempo affittata da Claudio Burlando e predisposta ad accogliere la cara Raffaella Paita, ora oggetto di una trattativa d’acquisto — appunto, milionaria — da parte del nuovo governatore) vede impegnati nell’operazione in atto due giornalisti di provenienza Mediaset: Giovanni Toti e l’ex collega assessore alla Cultura Ilaria Cavo.
La prima mossa ad alto tasso mediatico si è tradotta nella cafonata di stendere passiere, denominate hollywoodianamente red carpet, lungo i sentieri degli antichi borghi della costa; da Santa Margherita a Portofino e nelle Cinque terre.
Luoghi dalla bellezza (montalianamente) “scabra ed essenziale”, violati da una presunta spettacolarizzazione tipo serata degli Oscar e dal fasullo in cartongesso da Disneyland. Non per niente l’iniziativa è stata presentata con l’epigrafe da parvenu provinciale “emozioni da star”.
Un pensiero retrostante, ormai incistato nella testa della borghesia cafona, attualmente egemone in questo tempo e in questa Italia, che ha proseguito nella sua opera di uniformare a sè il paesaggio sociale circostante ridisegnando il vertice della massima istituzione culturale di territorio: la Fondazione Palazzo Ducale, per otto anni affidata alla presidenza di un intellettuale schivo e generoso come Luca Borzani, ora passata alle cure di un altro Luca: il cabarettista Bizzarri.
E a noi liguri è andata pure bene, visto i nomi che erano stati fatti (il dannunziano coprolaliaco Vittorio Sgarbi) e quelli che non erano stati fatti (Barbara d’Urso? Simona Ventura? Paolo del Debbio?).
Difatti, il neo-presidente è un giovanotto simpatico e probabilmente sveglio (il modo con cui, insieme al fido Paolo Kessisoglu, ha sostituito l’insostituibile Maurizio Crozza nella cartolina a Di martedì è stato certamente intelligente e apprezzabile).
Il problema è un altro, e sta tutto nel viatico della Cavo alla sua candidatura: “Vogliamo un Ducale più glamour“. Tradotto, la sconfortante concezione di cultura come intrattenimento.
Perchè l’antico palazzo del Doge non è solo un contenitore da 600mila visitatori annui; non è soltanto una serie di mostre pittoriche spesso giocate sul sicuro.
Il Ducale del mio amico Borzani è stato un luogo aperto al dibattito cittadino, stimolato dalla fertile presenza di quanto il panorama intellettuale europeo e mondiale aveva da offrire.
Se vogliamo, l’intelligente rivisitazione di due antichi modelli — il sabato letterario e la Casa della cultura — aggiornata grazie a un profondo radicamento nelle problematiche cittadine.
Perchè il vecchio presidente sapeva tenere insieme la discussione mondiale e il cantiere locale. Lo dico da organizzatore dell’ultimo ciclo di conferenze della passata gestione: il tema della “città  come laboratorio di democrazia”, che ha visto discutere con i genovesi architetti dello studio Bohigas di Barcellona o star parigine di Science Po come Patrick Le Galès.
Dunque, l’unico embrione di spazio pubblico al servizio della riflessione civica che aveva bisogno di nuove energie per restare in vita, non di una figura mediatica per catturare sponsor e (dio santo) “fare immagine”.
Con tutta la simpatia per Bizzarri, che rischia di finire stritolato da un precedente un po’ fuori portata per le sue forze. Mentre avanza la banalizzazione all’insegna dello showbiz parrocchiale che ha già  colpito quel Festival della Scienza novembrino, che coinvolgeva nel suo prezioso endutainment un 170mila partecipanti.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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ELEZIONI TEDESCHE TRA 45 GIORNI: NON C’E’ GARA, MERKEL SICURA DI VINCERE

Agosto 9th, 2017 Riccardo Fucile

I SONDAGGI DANNO UN AMPIO MARGINE: CDU 39%, SPD 25%, LIBERALI, SINISTRA E XENOFOBI APPAIATI AL 9%, VERDI AL 7%

A 45 giorni dal voto, la sensazione è che non c’è competizione. La Cdu vincerà  le elezioni e Angela Merkel sarà  il prossimo cancelliere tedesco per il quarto mandato.
Alle elezioni del prossimo 24 settembre, Merkel si presenta con l’ottimismo e la soddisfazione della stabilità , quella del non cambiamento.
La Cdu ha svelato il manifesto della campagna elettorale: una fotografia della cancelliera sorridente e la scritta “Per una Germania nella quale viviamo bene e volentieri”.
Serenità , stabilità , esperienza. “La gara per la poltrona principale è finita – sostiene Christian Lindner, il leader dei liberali tedeschi (Fdp) – Angela Merkel rimarrà  cancelliera”.
Nelle ultime elezioni locali, la Cdu ha sempre vinto.
Gli ultimi sondaggi vedono la Cdu al 39%, la Spd solo temporaneamente ravvivata dalla candidatura di Martin Schulz al 25%, la destra di AfD, la Fdp e Linke affiancati al 9%, i Verdi al 7%.
Per quanto riguarda il gradimento dei leader, Merkel con il 42% doppia Schulz (al 22%).

(da agenzie)

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CHE FINE HANNO FATTO I FILOBUS DI VIRGINIA RAGGI?

Agosto 8th, 2017 Riccardo Fucile

ERANO NUOVI, ECOLOGICI, IN NUMERO DI 45… A 5 MESI DI DISTANZA NE CIRCOLANO SOLO DUE

Ieri il consigliere comunale del M5S, nonchè Presidente della Commissione mobilità , Enrico Stefà no ha scritto su Facebook quello che tutti — romani e giornalisti — sapevano da mesi.
I filobus messi in funzione dalla giunta Raggi sono rotti. E non saranno in circolazione fino a settembre, quando ripartirà  il contratto di manutenzione.
Per la verità  anche questa volta Stefà no riesce a non dire tutta la verità  perchè si limita a dire che il numero di filobus attualmente circolanti “in questi giorni è calato vertiginosamente”.
Ma si tratta di un eufemismo. Perchè come scrivono oggi Erika Dellapasqua e Andrea Arzilli sull’edizione locale del Corriere della Sera dei 45 filobus che costituiscono il parco mezzi (acquistato nel 2009) ne circolano attualmente solo due.
I restanti 43 sono tutti in attesa di essere riparati e sono parcheggiati al deposito di Tor Pagnotta. Non tutti i mezzi però erano stati messi in circolazione. Eppure Virginia Raggi le cose le aveva presentate diversamente. Al grido di #riprendiamoci i filobus la giunta aveva proclamato la restituzione dei mezzi alla cittadinanza.
Appena cinque mesi (il 27 marzo) fa la sindaca Virginia Raggi annunciò assieme all’assessora Linda Meleo che quindici filobus sarebbero stati messi subito in circolazione.Su Facebook la Raggi rincarò la dose parlando dell’attenzione della giunta per la salute dei romani con un trasporto pubblico “più green”.
“A chi ci accusa di non fare niente per Roma rispondiamo con i fatti: potenziamo il trasporto pubblico e lo rendiamo più sostenibile per l’ambiente, senza ulteriore impiego di fondi ma rimediando agli sprechi delle precedenti amministrazioni. Oggi abbiamo restituito ai cittadini romani quello che gli è stato tolto in precedenza.”
Ma   il giorno dopo la grandiosa inaugurazione di Raggi&Meleo i filobus erano già  fuori servizio.
Il 28 marzo quattro mezzi erano stati costretti a tornare al deposito per guasti alle centraline e problemi ai motori. Non si può nemmeno dire che fosse trattato di un imprevisto: il personale ATAC aveva avvertito che rimettere in circolazione i mezzi avrebbe comportato non poche difficoltà  perchè le vetture non sono sicure e persino in fase di collaudo avevano presentato problemi di affidabilità . In una lettera alla Sindaca i lavoratori della municipalizzata avevano parlato di «improvvisazione operativa». Anche perchè il servizio di manutenzione dei filobus non era ancora stato affidato: ovvero i bus rotti sarebbero rimasti fermi.
Due giorni dopo, il 29 marzo, al conteggio dei filobus fuori servizio se ne aggiunsero altri tre. Ma la vicenda dei “nuovi” filobus — uno dei grandi successi della giunta Raggi — si complicò ulterioremente un mese dopo la corsa inaugurale. Il 18 aprile infatti quindici filobus su quindici erano fermi in deposito. Come spesso accade nella Roma a 5 Stelle ci fu chi si affrettò a bollare la notizia come una bufala. È il caso del capogruppo del MoVimento 5 Stelle in Campidoglio, Paolo Ferrara che su Facebook parlò di una bufala.
Ma a smentirlo ci pensò direttamente l’ATAC che scrisse di «problemi che sono una evidente conseguenza del lungo fermo delle vetture prima della messa in esercizio». Inizialmente in una nota l’ATAC aveva negato che i filobus fossero tutti i fermi, ma dopo un rapido calcolo emerse che quindici mezzi su quindici (o 45 su 45 se preferite il conto totale) erano fermi per guasti.
All’epoca dei primi guasti Enrico Stefà no se la prese direttamente con il Corriere della Sera. Il quotidiano a suo dire era in contraddizione perchè prima si lamentava dei 45 filobus fermi mentre dopo l’operazione della giunta si lamentava “perchè camminano”
In realtà , come gli fecero notare nei commenti, «Enrico sei abbastanza intelligente da capire che si grida allo scandalo perchè sono fermi, e si grida allo scandalo perchè oggi camminano a Benzina . E sono filobus, cioè elettrici.
Tanto è che di 15, 4 si sono già  guastati». In effetti a Stefà no sembrava sfuggire un dato importante: le vetture sono state progettate per viaggiare con il motore elettrico, il diesel è previsto solo per piccoli spostamenti, per evitare ostacoli improvvisi, in caso di caduta nella tensione di rete.
Appena quattro giorni fa l’assessora Linda Meleo rivendicava con orgoglio il successo della sua amministrazione nel rimettere in funzione i filobus spiegando che “a luglio sono state collaudate 32 vetture su 45“.
Mezzi tolti dalla polvere e restituiti ai cittadini, chiosava con una punta d’orgoglio. Chissà  come mai però in circolazione oggi di quei 32 mezzi ce ne sono solo due. Perfino Stefà no è stato costretto ad ammettere che qualche problema c’è. Forse l’immobilismo (dei filobus) rappresenta il modello di buona politica del M5S. Se ne parlerà , forse, a settembre.
E intanto i romani ringraziano.

(da “NetxQuotidiano”)

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QUANTI SOLDI PRENDONO LE ONG E COME LI SPENDONO

Agosto 8th, 2017 Riccardo Fucile

C’E’ TRASPARENZA NEI BILANCI, AL PRIMO POSTO UNICEF, MEDICI SENZA FRONTIERE ED EMERGENCY…355.000 DONATORI, 403 MILIONI LE DONAZIONI, 78.000 VOLONTARI… SCENDONO LE DONAZIONI, AUMENTANO I GIOVANI VOLONTARI

Un totale di 403 milioni di euro e 13mila tra dipendenti e collaboratori, mentre 78mila sono i volontari privati che portano avanti 1500 progetti.
I donatori sono 355mila: questi i numeri delle organizzazioni non governative.
La classifica delle entrate vede al primo posto Unicef seguita da Medici Senza Frontiere ed Emergency mentre le ONG con più collaboratori sono Coopi, Emergency e Terre des Hommes.
Questo è il bacino nelle quali converge l’impegno di sei milioni e mezzo di italiani, le “Abc”, associazioni per il bene comune come ha proposto di rinominarle il sociologo Ilvo Diamanti:
Infatti il mondo del volontariato cresce e si evolve, conferma Claudia Fiaschi, portavoce del “Forum del Terzo Settore” che rappresenta 81 organizzazioni impegnate nella cooperazione sociale, nella finanza etica, nella solidarietà  internazionale.
Una galassia frastagliata di realtà  che possono contare su sessantamila attivisti come su cinque amici, gigantesche o minuscole, internazionali o locali, ma tutte saranno riorganizzate dalla legge di riforma del Terzo Settore (ossia l’universo del no-Profit) appena approvata.
«Il volontariato – racconta Claudia Fiaschi – è nel Dna degli italiani, i numeri ce l’hanno confermato nel tempo. Ma le cose cambiano. Con la crisi, ad esempio, sono diminuite le donazioni, ma è cresciuto il tempo che le persone dedicano agli altri. Anzi è stato proprio in questi anni difficili che la richiesta di volontariato è esplosa.
E i giovani sono sempre di più. Oggi c’è un associazionismo che si muove e si aggrega in Rete, proprio grazie ai giovanissimi».

(da “NextQuotidiano”)

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IL PIANO DI BERLUSCONI PER VINCERE LE ELEZIONI

Agosto 8th, 2017 Riccardo Fucile

UNA GRANDE COALIZIONE CON CESPUGLI CENTRISTI E DUE DIVERSE STRATEGIE PER CAMERA E SENATO… SALVINI E MELONI ALL’ANGOLO: CORRERE DA SOLI E IL RISCHIO DELL’IRRILEVANZA

Bambini, la ricreazione è finita.
Il piano che Silvio Berlusconi ha studiato nei minimi dettagli e che si prepara a lanciare dopo la pausa estiva punta a vincere le elezioni federando il centrodestra attorno a due sistemi diversi per Camera e Senato.
E prevede, racconta oggi Carmelo Lopapa su Repubblica, una grande lista civica nazionale che vedrà  tutti dentro, alla Camera: da Forza Italia alla Lega, da Fratelli d’Italia ai centristi che ci sono e quelli tornati a casa; al Senato invece debutterà  una coalizione, una federazione di partiti di centrodestra, alleati ma divisi .
Un piano che però potrebbe non avere un andamento così lineare come lo immagina il Cavaliere.
Perchè è evidente che prevede un accordo che ad oggi è giudicato impossibile dagli altri due maggiorenti del centodestra riunito, ovvero Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Il primo ha già  fatto sapere che non ha alcuna intenzione di infilarsi in una grande ammucchiata che lo vedrebbe alleato con chi ha sostenuto i governi di centrosinistra.
E se ne capisce perfettamente il perchè: in questi anni Salvini ha costruito una leadership a suo modo alternativa rispetto a quelle tradizionali della generazione precedente di politici di centrodestra.
Una politica fatta di promesse e soluzioni alternative a quelle che potrebbe perseguire ingabbiato in una grande coalizione in cui bisogna trattare con i cespugli.
Salvini rischierebbe di fare la fine di Bossi, spesso inguaiato nelle trattative e costretto a costruire una narrazione fatta da una Lega di lotta e una Lega di governo.
Dall’altra parte c’è Giorgia Meloni, più possibilista rispetto a Salvini ma anche lei spinta dai risultati a marcare distanza nei confronti degli ex traditori del centrodestra che non vuole per niente riaccogliere a braccia aperte.
Ma Berlusconi per ora non sembra così preoccupato. Spiega Repubblica che i suoi delegati stanno lavorando al rientro nel recinto di Angelino Alfano, tramite la chiusura di un accordo sul voto in Sicilia.
Stanno sovrintendendo all’operazione avviata dall’ex ministro Enrico Costa che a settembre tenterà  di dar vita a un nuovo soggetto “civico” col coinvolgimento di altri moderati.
E poi ci sono i pezzi sparsi da riaggregare: Gaetano Quagliariello con la sua Idea che si è già  federata con Forza Italia al Senato, l’Udc di Lorenzo Cesa e Rocco Buttiglione impegnato con Gianfranco Rotondi e la sua Rivoluzione cristiana alla nascita di una sigla che richiami il Ppe, da presentare in autonomia al Senato e invece in lista con Fi e gli altri alla Camera.
E ancora, Flavio Tosi di Fare, col quale tiene una dialogo aperto l’avvocato veneto Niccolò Ghedini. Rientra nel progetto anche Stefano Parisi che gira l’Italia con Energie per l’Italia (ieri in Sicilia) e Raffaele Fitto, che va forte soprattutto in Puglia con Direzione Italia.
Anche se l’eurodeputato leccese sta ancora valutando se accettare il corteggiamento del duo di destra Salvini-Meloni.
Insomma, il Grande Centro di cui il Cavaliere sarebbe l’azionista principale servirebbe a tenere a bada anche le ambizioni di Salvini e Meloni.
Il rischio è correre da soli e finire condannati all’irrilevanza.

(da “NextQuotidiano”)

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LE TRE DESTRE DENTRO IL PD

Agosto 8th, 2017 Riccardo Fucile

QUELLA NEOLIBERISTA TRAVESTITA DA TERZA VIA BLAIRIANA, QUELLA LEGGE & ORDINE DI MINNITI E QUELLA POPULISTA DI RENZI… SE IL CENTRO E’ QUESTO COME E’ POSSIBILE UN CENTROSINISTRA?

Disumano. Tutto, in questa terribile estate 2017 ci pare disumano.
Il caldo mostruoso e il fuoco che divorano l’Italia: e le piogge che iniziano a sgretolarlo, al Nord. E disumano appare un discorso politico che di fronte alla più grande questione del nostro tempo, la migrazione di una parte crescente dell’umanità , reagisce invocando la polizia.
Un muro di divise che faccia nel Mediterraneo quello che vorrebbe fare il muro di Trump al confine col Messico.
Eppure no: è tutto terribilmente umano. È stato l’uomo a cambiare il clima. È stato l’uomo a innescare la grande migrazione: sono state la diseguaglianza, l’ingiustizia, la desertificazione, lo sfruttamento selvaggio dell’Africa, la stolta politica internazionale e le guerre umanitarie. “Ascoltate, e intendetemi bene: è dal cuore dell’uomo che escono i propositi di male”, dice Gesù nel Vangelo di Marco.
Umano, dunque: terrificantemente umano. Di una umanità  sfigurata dalla paura, dalla rabbia, dall’avidità .
Parliamo di tutto questo quando parliamo della vittoria della becerodestra: peggio, di una egemonia culturale che si estende sul discorso pubblico. Una egemonia culturale che domina — piaccia o non piaccia: è un fatto — il maggior partito italiano: già  di centro-sinistra, oggi inequivocabilmente vittima del pensiero unico della becerodestra della paura e dell’odio.
E ci sono almeno tre differenti tipi di destra che si stanno mangiando oggi il corpo del Pd.
La prima è quella che ha dominato il pensiero unico del centrosinistra negli ultimi decenni: quella del neoliberismo appena travestito da terza via blairiana.
Quella per cui ormai siamo non solo in una economia, ma in una società , di mercato. A cui non c’è alternativa.
Per esempio: nella legge sulla concorrenza approvata la settimana scorsa c’è un articolo che distrugge alla radice l’idea stessa di tutela dei beni culturali. Che si potranno esportare con una semplice autocertificazione basata sulle soglie di valore.
Il denaro come unico metro, la totale libertà  dell’individuo, l’abdicazione dello Stato.
Un articolo esplicitamente scritto dalla lobby dei mercanti d’arte, un cui rappresentante sedeva nella commissione, nominata dal ministro Franceschini, che ha scritto la legge.
Un provvedimento settoriale, certo: ma che confermando ancora che il denaro è l’unica misura della libertà  chiarisce molto bene l’orizzonte anti-umano di questo “centrosinistra”.
La seconda destra è quella, più tradizionale, del ministro Minniti. Una destra law and order che vuole mettere la polizia a bordo delle navi Ong: una destra perfino un po’ grottesca, perchè vorrebbe resuscitare la faccia poliziesca dello Stato avendo però smontato del tutto lo Stato.
Se non è la Guardia Costiera a governare la situazione, nel Mediterraneo, è perchè centrodestra e centrosinistra hanno indistinguibilmente distrutto lo Stato, definanziando e disprezzando tutto ciò che è pubblico, dalle forze di polizia alla scuola, dalla sanità  alla forestale, dalle biblioteche ai pubblici ministeri.
E non è certo militarizzando le Ong che si ricostruisce lo Stato. Come non è con il reato di immigrazione clandestina che si può sperare di affrontare l’età  delle migrazioni.
La terza destra è quella di Matteo Renzi.
Una destra anarcoide, individualista e populista. Una destra che sostituisce allo Stato una somma di gated communities: comunità  separate dai soldi, divise per censo.
Una destra che non ha nessuna chiusura verso le libertà  individuali, anzi le incoraggia in chiave antisociale. Gratificando privatamente i cittadini a cui si toglie ogni dimensione pubblica, sociale, comunitaria.
E, come ha scritto Guido Mazzoni in una analisi molto fine:
Se un certo fondo di anarchismo unisce la destra populista al modello liberale classico, ciò che li separa è l’ethos. La destra populista costruisce se stessa attorno a un’antitesi netta, identitaria, fra Noi e Loro. … Il senso comune cui la destra populista si richiama nasce dall’arcaico: è l’ethos dei primi occupanti, che separa i legittimi dagli illegittimi, i normali dagli anormali, gli autoctoni dai barbari. Il gruppo dei primi occupanti trasforma la propria identità  nel corso del tempo, includendo gruppi di secondi occupanti radicati, o mostrandosi più tollerante verso identità  di genere e comportamenti che fino a qualche anno fa avrebbero portato all’esclusione, ma non viene mai meno l’asimmetria fra chi viene-prima e chi viene-dopo.
È esattamente questa la chiave culturale che permette di comprendere l’affermazione di Renzi sull'”aiutiamoli a casa loro”.
Dove il punto è la contrapposizione delle case: la nostra, la loro. Un fortissimo richiamo identitario: il conflitto tra “Noi” e “Loro” che prende il posto del conflitto di classe e di censo, negato, rimosso, depotenziato.
E questa terza destra, si badi, non è solo del leader: la mutazione riguarda tutto il partito, come dimostrano le affermazioni di una esponente della segreteria Pd sulla “razza italiana” da perpetuare, quelle di un senatore sul fatto che salvare vite umane non è un obiettivo (perchè sono le Loro vite, beninteso), quelle della sindaca che aumenta le tasse a chi accoglie Loro.
Mi pare che se non si prenda atto di questa triplice involuzione destrorsa del Partito democratico tutti i discorsi sul futuro della Sinistra italiana non faranno i conti con la realtà . È davvero possibile un centrosinistra se il centro è questo?
E una forza come Mdp (che vota la legge sulla concorrenza e sostiene il governo del Codice Minniti) ambisce a contrastare l’egemonia culturale di questa nuova destra espansiva, o ne è a sua volta vittima? Sono questi i nodi da sciogliere.
Mai come in questa estate essere e restare umani appare un obiettivo rivoluzionario.

(da “Huffingtonpost”)

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I RAPPORTI DEI SERVIZI EUROPEI: “LA GUARDIA COSTIERA LIBICA E’ UNA ASSOCIAZIONE A DELINQUERE”

Agosto 8th, 2017 Riccardo Fucile

MA L’ITALIA GLI REGALA LE MOTOVEDETTE PER FARE IL LAVORO SPORCO… I NOMI DEGLI UFFICIALI CHE TRAFFICANO IN ESSERI UMANI

Ombre fosche e accuse pesanti, come quella di essere corrotti, collusi con i trafficanti di esseri umani. Ma al tempo stesso sono considerati, dalle autorità  italiane, come i nuovi “Gendarmi” del Mediterraneo.
Sono gli uomini della Guardia Costiera libica, quella che dipende dal governo senza potere, ma riconosciuto dall’Onu, di Fayez al-Serraj.
Almeno quattro, cinque colpi di pistola. E diverse comunicazioni via radio nelle quali viene chiesto di allontanarsi. La Guardia costiera libica ha aperto il fuoco contro una nave della ong ProActiva Open Arms.
“Siamo in una situazione estrema nel Mediterraneo – denuncia il portavoce della Ong Oscar Camps – Siamo passati dall’immobilismo dell’Unione Europea a una scelta precisa: fermare le organizzazioni non governative”.
“L’Italia ci ha negato l’entrata a Lampedusa”, ha raccontato Camps all’agenzia spagnola Efe, spiegando che la Guardia Costiera italiana aveva autorizzato il salvataggio di una imbarcazione che navigava alla deriva ed è stata localizzata a circa 100 miglia dalle coste libiche e che dopo, “sorprendentemente”, ha “negato l’entrata per lasciare queste persone a Lampedusa”.
Camps ha aggiunto che nemmeno Malta ha offerto una soluzione e che i due paesi, Italia e Malta, si sono di fatto rimpallate le responsabilità : “Un paese ci manda dall’altro – ha aggiunto – e questa è una volta di più la dimostrazione della disorganizzazione dell’Europa. Siamo in acque internazionali in attesa che ci autorizzino di entrare in Sicilia”, ha aggiunto Camps, secondo cui all’alba di oggi saranno state 24 ore di attesa per ottenere una autorizzazione.
Secondo Camps, la Ue sta mettendo in atto una campagna contro le Ong nel Mediterraneo, “usano accuse non provate o investigano coloro che non hanno aderito al codice di condotta” approvato dall’Italia per gestire la crisi migratoria nel Mediterraneo.
“Tutti dicono lo stesso, che sospettano delle nostre attività  – conclude Camps – che facciamo traffico di esseri umani, che entriamo nelle acque libiche. Accuse non vere, perchè tutte le Ong che si trovano nel Mediterraneo lavorano in coordinamento con la Guardia Costiera italiana”.
Non sono solo gli spagnoli ha denunciare questo clima di intimidazione.
Il clima è pesantissimo, l’atteggiamento della Guardia costiera libica si sta facendo sempre più aggressivo, confermano all’Huffpost i rappresentanti della Ong tedesca Sea-Watch. E c’è dell’altro, e di altrettanto grave. Una storia esemplare, ad esempio. Quella che ha come protagonista il boss della tratta di migranti nella città  libica di Zawiya Abdurahman Al Milad Aka Bija, più conosciuto come Al Bija, 28 anni. Costui è il nuovo comandante della Guardia costiera della città  (45 chilometri a Ovest di Tripoli).
Il Comando centrale della Guardia costiera libica di Tripoli non sarebbe neanche riuscito a portare la città  sotto il proprio controllo.
Il motivo è che a comandare a Zawiya è la tribù Abu Hamyra, di cui Al Bija è membro. La tribù ha approfittato del vuoto di potere venutosi a creare dopo la caduta di Muammar Gheddafi nel 2011, per controllare stabilmente la città  costiera e la locale raffineria.
A rivelarlo è stata una giornalista freelance, Nancy Porci, in una inchiesta pubblicata su TRT World, un network televisivo turco.
L’inchiesta svela anche che l’ente statale petrolifero libico (Noc) non ha accesso ai profitti della principale raffineria di greggio della Libia occidentale situata proprio a Zawiya.
Un abitante di Zawiya ha riferito ad Al Jazeera che il capo dei miliziani “è pagato direttamente dal governo con il compito di monitorare le attività  al porto. Dovrebbe lavorare con i funzionari della marina, ma invece è il boss del traffico di esseri umani. Non solo gestisce quello che accade al porto, ma controlla direttamente anche diversi centri di detenzione”.
L’agenzia Askanews riporta che una fonte del ministero dell’Interno libico, contattata da al Jazeera, ha confermato il racconto dell’abitante di Zawiya: “Le guardie costiere corrotte danno i migranti ai miliziani e i miliziani li tengono in centri di detenzione illegali. Qui iniziano a ricattare i migranti. Gli prendono i soldi, i telefoni, i documenti. Con i numeri che trovano sui telefoni, i trafficanti chiamano le famiglie per chiedere un riscatto per lasciarli andare. I miliziani li vendono anche ai caporali della zona che li usano come forza lavoro gratuita. Contrastarli è quasi impossibile, anche per la polizia”.
Un caso isolato, la classica mela marcia? Non è proprio così.
A Sabratah, la città  a 80 chilometri a Ovest di Tripoli da cui salpano gran parte dei barconi, il capo del Dipartimento locale anti-migrazione irregolare, che opera sotto il ministero degli Interni del governo Serraj, appartiene a una potente tribù.
È l’uomo che decide, in accordo con i trafficanti sotto un adeguato compenso, chi e quando deve partire.
Secondo un rapporto dell’Hna, una delle tre agenzie d’intelligence austriache, in questa città  esistono due potenti organizzazioni che gestiscono il business dei migranti: la prima fa capo ad Ahmed Dabbashi, che nel 2011 si contraddistinse nella lotta all’ex regime di Gheddafi.
Grazie alla notorietà  acquisita in battaglia Dabbashi ha messo in piedi una delle più potenti milizie locali che depreda e schiavizza i migranti prima di lasciarli partire sempre più spesso in accordo con i delegati libici verso l’Italia.
L’altra organizzazione, specializzata nel business dei barconi, è gestita da Mussab Abu Ghrein, che si occupa prevalentemente di sudanesi e altri migranti subsahariani. Per i propri traffici Ghrein ha sfruttato invece i saldi rapporti di sangue tra la propria tribù d’appartenenza e quelle al confine con il Niger.
Un giro di affari e connivenze, documentato da informative d’intelligence di più Paesi europei, mostra come i controllori (i delegati del governo) e i controllati (i trafficanti) anzichè essere in conflitto, siano riusciti ad alimentare un sistema economico ben strutturato.
Andrebbe peraltro ricordato, quando si fa riferimento alla “Guardia Costiera libica” che solo sotto il governo di Serraj ce ne sono almeno due, una che fa riferimento al ministero della Difesa e una che risponde al ministero dell’Interno.
E che quella di Tripoli – addestrata e finanziata dall’Italia – è una realtà  in via di formazione: una galassia di milizie prestate al mare ma soprattutto al miglior offerente, espressioni di potentati locali che dalla caduta di Gheddafi sono in lotta tra di loro per il controllo di traffici illegali, quello dei migranti in primis.
Ad allarmare di più sono i racconti dei migranti salvati. “La stragrande maggioranza ci dice che in Libia la guardia costiera coincide spesso con i trafficanti, che il livello di corruzione in quel Paese è a livelli incredibili – afferma Riccardo Gatti, direttore di ProActiva Open Arms -. E in tal senso mi chiedo come mai in Italia in questo caso non si sia alzato un polverone sul fatto che il governo ha deciso di finanziare le attività  poco trasparenti delle autorità  libiche”.
Un passo, neanche troppo lungo, indietro nel tempo.
Durante un soccorso nel Mediterraneo, martedì 23 maggio, la guardia costiera libica si è avvicinata a dei barconi in difficoltà , ha minacciato le persone a bordo e ha sparato dei colpi in aria, mettendo in pericolo la vita delle persone e scatenando il panico.
È la denuncia di MSF e SOS Mediterranee, che hanno assistito al violento incidente. Le equipe di MSF e SOS Mediterranee erano state avvertite della posizione dei barconi in difficoltà  e avevano distribuito giubbotti di salvataggio per iniziare il soccorso.
Oltre 20 persone erano state portate a bordo della Aquarius, la nave di ricerca e soccorso gestita in collaborazione dalle due organizzazioni.
Gli altri passeggeri erano rimasti sul barcone, mentre le equipe di soccorso erano andate ad assistere un’altra imbarcazione che era in una situazione più critica.
Nel frattempo si è avvicinata un’imbarcazione armata della guardia costiera libica. “Due guardiacoste libici, in uniforme e armati, sono saliti su uno dei gommoni. Hanno preso i telefoni, i soldi e altri oggetti che le persone portavano con sè” racconta Annemarie Loof di MSF.
“Le persone a bordo si sono sentite minacciate e sono entrate nel panico, erano terrorizzate dal comportamento aggressivo dei libici”.
La guardia costiera libica ha mostrato scarso riguardo per le persone sui barconi” continua Loof. “Il loro comportamento verso di loro è stato avventato se non addirittura minaccioso.”
“Sapere che la guardia costiera libica ha ricevuto formazione e supporto dall’Unione Europea rende questo incidente ancora più detestabile” conclude Loof di MSF. “Crediamo che le autorità  italiane ed europee non dovrebbero fornire supporto alla guardia costiera libica, nè direttamente nè indirettamente. Questo supporto sta mettendo ancora più in pericolo la vita delle persone”.
“Sta venendo fuori – le fa eco Fulvio Vassallo Paleologo, docente di Diritto di asilo e statuto costituzionale dello straniero presso l’Università  di Palermo – che quella Guardia Costiera con cui l’Italia ha trattato l’avvio di attività  coordinate di contrasto dell’immigrazione potrebbe essere coinvolta nella vasta rete di organizzazioni criminali che gestiscono il traffico dei migranti in Libia. Una ipotesi sulla quale sta indagando il Tribunale penale internazionale”.
“Di certo – aggiunge il professore – non si riesce circoscrivere e ad arrestare la rete di trafficanti di diverse nazionalità  da tempo insediati in Libia, con rapporti sempre mutevoli con le tribù e le milizie armate, con propaggini in Niger ed in Sudan, che le indagini, condotte con metodi assai approssimativi, non riescono a smantellare”.

(da “Huffingtonpost”)

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