Marzo 6th, 2018 Riccardo Fucile
I DEM PERDONO 2,6 MILIONI DI VOTI, IL 30,2% DEL TOTALE
Un milione di voti. In quattro anni il Partito Democratico è riuscito a perdere la preferenza
di un milione di persone che ha deciso di votare per il “peggior nemico”, ovvero il MoVimento 5 Stelle.
Secondo gli analisti di SWG, fatto 100 gli elettori PD del 2014, la metà è rimasta con Renzi; 15 se ne sono andati nel calderone del non voto, quasi 17 hanno preferito le insegne pentastellate (circa un milione di persone in assoluto), 8 le varie formazioni di centrodestra, qualcosa più di 3 sono emigrati verso la Bonino e solo 4 si sono spostati con Bersani e D’Alema.
Le ragioni numeriche di una sconfitta che il segretario del Partito Democratico non ha ancora avuto il coraggio di analizzare sono tutte qui e sono drammaticamente rinchiuse nei flussi di voto che oggi il Messaggero pubblica in questa infografica: a preferire i grillini dopo aver scelto altro è il 9,8% del totale di chi aveva votato PD, il 4,4% di chi votava Popolo delle Libertà e il resto viene da Monti e SEL.
Un successo che permette al M5S di tamponare anche i voti in uscita e diretti verso Matteo Salvini (l’8% del totale) e di presentarsi come il primo partito alla chiusura delle urne.
E non c’è solo SWG. Anche secondo l’Istituto Cattaneo, spiega oggi Paolo Baroni sulla Stampa, il dato «più clamoroso» è ovviamente quello del Pd che paga la sostanziale smobilitazione dell’elettorato tradizionale nelle sue aree storiche di insediamento a partire dall’Emilia
In pratica i dem sarebbero vittime di una sorta di «astensionismo asimmetrico», col risultato che rispetto alle politiche del 2013 perdono ben 2,6 milioni di voti, il 30,2% del totale. Il Pd perde quote rilevanti di voti a favore dell’M5S e spesso anche verso la Lega.
Rispetto al boom del 2014, quando arrivò al 40%, Renzi deve così rinunciare ad oltre 5 milioni di voti.
Di questi, stando all’Swg, oltre il 15% (1,68 milioni di elettori) ha optata per l’astensione. Un altro terzo (3,36 milioni di elettori) ha invece voltato le spalle all’ex premier, preferendo in gran parte il movimento guidato da Luigi Di Maio a cui sono finiti ben 1,88 milioni di voti (16,8%) e in secondo luogo +Europa che intercetta il 3,4% dei vecchi elettori Pd (e 380 mila voti).
Un 8% degli oltre 11 milioni di elettori che avevano scelto il Pd, ovvero altri 900 mila voti scarsi, ha invece cambiato completamente schieramento optando per il centrodestra, mentre un altro 4% (450 mila voti scarsi) ha optato la sinistra di Liberi e Uguali che riceve dal Pd «solo» il 34,6% dei suoi lettori.
(da “NextQuotidiano“)
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Marzo 6th, 2018 Riccardo Fucile
COSTEREBBE TROPPO… INIZIA A SGONFIARSI LA PRIMA PROMESSA ELETTORALE DEI GRILLINI … QUELLE DI SALVINI GIA’ DA TEMPO
Il giorno dopo le elezioni politiche 2018, mentre i partiti politici iniziano le manovre di avvicinamento per dare vita a intese più o meno larghe e valutano la possibilità di convergenze programmatiche gli italiani si interrogano su problemi molto più concreti.
Ora che il MoVimento 5 Stelle ha “vinto” che ne sarà del reddito di cittadinanza? Inutile nascondercelo, il piano di sostegno economico universale a disoccupati, lavoratori e pensionati al di sotto della soglia di povertà ha fatto gola a molti.
Quasi quanto la promessa — condivisa con la Lega Nord — di tagliare (o azzerare) la Legge Fornero.
Il MoVimento 5 Stelle promette di dare 780 euro al mese ai disoccupati e di alzare a 780 euro al mese il reddito tutti coloro (pensionati e lavoratori) che non arrivano a percepire 780 euro al mese.
Il M5S spiega che complessivamente saranno 9 milioni gli italiani che avranno diritto al reddito di cittadinanza.
E questo vale per i componenti di tutta la famiglia, non solo per il capofamiglia. Di conseguenza, scrive il MoVimento “una famiglia di 4 persone può arrivare a percepire anche 1950 euro. Naturalmente esenti da tasse, ed esenti anche da pignoramenti”.
Andando a sbirciare i dati su Google Trend ieri qualcuno ha notato un picco nelle ricerche per il “reddito di cittadinanza” sul motore di ricerca.
Niente di sensazionale, l’ennesima dimostrazione che l’argomento interessa non poco. Ma ci sarà ancora da attendere, perchè per varare questa misura di sostegno ai disoccupati serve un governo. E al momento non sembra esserci nemmeno una maggioranza parlamentare in grado di sostenere un esecutivo a guida Di Maio.
Altri azzardano una correlazione statistica tra la distribuzione dei voti per il M5S e il livello di disoccupazione.
La tesi è che il MoVimento 5 Stelle ha vinto soprattutto al Sud Italia dove il tasso di disoccupazione è più alto proprio grazie alla promessa del reddito di cittadinanza.
Non è certo un mistero che al Sud si faccia più fatica a trovare lavoro, e quindi se il M5S ha saputo cogliere e interpretare le istanze dei cittadini del Meridione questo va senz’altro a suo merito. Esattamente come aveva detto tempo fa Marco Travaglio: «C’è un movimento che si presenta alle elezioni per il reddito di cittadinanza. Che cosa c’entra col rancore il reddito di cittadinanza? È un modo come un altro per rispondere al fatto che ci sono milioni di persone senza lavoro e senza reddito».
Insomma è evidente che con il reddito di cittadinanza il M5S ha dimostrato di voler prestare attenzione alle fasce più deboli della popolazione.
Che poi queste si concentrino in una precisa area geografica è noto da decenni. La separazione però tra Sud “pentastellato” povero e pieno di disoccupati e Nord “leghista” non si può ascrivere solo alla trovata del sostegno alla disoccupazione.
È abbastanza chiaro che al Sud il centrodestra a trazione leghista (quelli che volevano l’indipendenza della Padania e se la prendevano con i terroni) avevano meno possibilità di sfondare.
I dati in fondo erano pubblici e chiunque avrebbe potuto leggerli e sfruttarli a suo vantaggio. Niente trucchi, niente inganni? Forse non è così.
Ieri sera il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio a Otto e Mezzo ha identificato proprio nel reddito di cittadinanza il fattore di attrazione principale dei voti conquistati dal M5S (mentre per la Lega è stata l’abolizione della Legge Fornero). Subito dopo arriva la doccia fredda perchè Travaglio ha detto che «è chiaro che nè il reddito di cittadinanza del 5 Stelle nè l’abolizione totale della Legge Fornero sono praticabili perchè costerebbero troppo».
Insomma come già detto da più parti in tempi non sospetti la misura del M5S non avrebbe le coperture necessarie.
Nel famoso documento sulle “coperture” il M5S scrive che il reddito di cittadinanza dovrebbe costare tra i 15 e i 17 miliardi di euro.
Un fact checking de LaVoce.info però ha calcolato che il costo complessivo della manovra sarebbe di circa 29 miliardi di euro se davvero, come scritto nel Ddl presentato dal MoVimento, si vuole tener conto dei criteri Eurostat per il calcolo della soglia di povertà relativa.
Cifre confermate anche dal presidente dell’INPS Tito Boeri che durante un’audizione al Senato ha parlato di un costo complessivo intorno ai 30 miliardi di euro.
Non è chiaro dove e come il MoVimento 5 Stelle saprà trovare le risorse necessarie.
Ci sono poi altre cifre “strane”. Ad esempio per i 5 Stelle l’abolizione — loro la chiamano prudentemente “superamento” — della Fornero costerà circa 11 miliardi di euro. Le stime però parlano di un costo di circa 20-25 miliardi di euro l’anno.
Nel frattempo gli sconfitti e i sostenitori del centrosinistra continuano a masticare amaro. È già stata aperta una pagina che promette aggiornamenti quotidiani sul reddito di cittadinanza.
Per ora è la classica rosicata, ma dal 22 marzo in poi, quando in Parlamento si dovrebbe iniziare a “fare sul serio” se ne vedranno delle belle. Soprattutto quando le promesse non potranno essere mantenute.
Ma tranquilli: sarà colpa dei governi precedenti. Come sempre.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 6th, 2018 Riccardo Fucile
LE RAGIONI DI UN INSUCCESSO CHE HA DATO ALLA TESTA ALLA FARAONA
Mentre il MoVimento 5 Stelle si afferma come il primo partito in Italia e in certe regioni
arriva addirittura sopra il 40%, la cittadina già presidente del gruppo alla Camera porta a casa il 26,95%.
Un piccolo miracolo all’incontrario per la più influente (e la più litigiosa) tra i leader pentastellati a Roma, non esattamente amatissima dal variegato mondo degli attivisti a 5 Stelle in città .
Ed è soprattutto il voto a Roma a sancire l’inequivocabile sconfitta della “Faraona”, come la chiamano i suoi oppositori: con un partito in crisi a sostenerlo Zingaretti sfonda quota 34%, Parisi arriva quasi al 30% grazie a una rediviva Forza Italia mentre Roberta Lombardi è lì, al 27,26%
Il tutto mentre il MoVimento 5 Stelle alle elezioni politiche a Roma registra il 30,2%, pur perdendo molti collegi tra cui quello di Dino Giarrusso.
Alle Regionali si votava nello stesso giorno alla stessa ora, eppure tanti di quelli che hanno deciso di votare per i candidati grillini alla Camera e al Senato hanno preferito non votare Roberta Lombardi alla Regione Lazio.
Una sconfitta politica inequivocabile e prima di tutto personale che lei ieri, dopo la fuga dall’ultimo confronto con Zingaretti e Parisi in tv, ha ritenuto di dover ammettere con il Metodo Grillino, ovvero scrivendo un post talmente equivocabile che nei commenti c’è anche chi le chiede se allora ha vinto e si complimenta per il successo.
E mentre si attendono i numeri delle preferenze per sapere se riuscirà ad approdare al consiglio regionale (visto il terzo posto, non è scontato) la caccia al responsabile, per lo meno sui giornali, è già partita.
Nell’Urbe il M5S alle politiche è andato sotto alla media nazionale (30,2 contro il 32,7) e questo è l’effetto Raggi, spiega il Messaggero:
Ma poi Lombardi è riuscita a fare anche peggio: a perdere almeno altri 4 punti sul voto delle regionali, portando così il MoVimento sotto ai livelli del 2013, con l’ulteriore incredibile record del 21,9% a Roma come lista, che trasforma il Pd in primo partito (!).
«Mi è mancata la spinta della Capitale», ha sussurrato l’ormai ex parlamentare. Traduzione: Raggi non mi ha dato una mano. Alla sindaca va il premio coerenza vinto con questa battuta intercettata in Campidoglio qualche tempo fa: «Adesso dicono che io e Roberta siamo amiche per la pelle? Certo, peccato che lei voleva esserlo sulla mia, di pelle…».
Repubblica invece riesuma le ormai storiche chat segrete dei grillini:
Numeri alla mano, a testa bassa sui dati, i lombardiani puntano subito il dito contro il Campidoglio: «Roberta ha preso il 28 nella capitale, mentre la lista solo il 22. Il voto disgiunto ci ha premiati. I romani, però, hanno votato contro il Movimento. L’Atac, le buche, il caso Marra… l’effetto Raggi si è fatto sentire tutto. Ci ha affossato».
Le idee dell’entourage dell’ormai ex onorevole e candidata alla presidenza della Regione viaggiano in fretta. Via chat, fanno vibrare i cellulari di consiglieri e assessori. I fedelissimi della prima cittadina le accolgono con una risata. «Ci stiamo dedicando all’analisi dei dati sul territorio», dicono. E poi mettono in fila le loro prove. Scaricabarile: «Altro che effetto Raggi. Qui c’è stato un effetto Lombardi. Alle Regionali siamo andati peggio che alle Politiche in ogni angolo della città ».
Le roccaforti di Tor Bella Monaca e Ostia, secondo i grillini di palazzo Senatorio, non lasciano dubbi: «Al municipio VI al nazionale siamo tra il 34 e il 36 per cento, per la Pisana al 31,4. Sul litorale perdiamo otto punti, dal 38 al 30 per cento. E sarebbe colpa nostra?».
Su WhatsApp, tra i cinquestelle, rimbalzano messaggi di questo tenore: «Ci siamo dati la zappa sui piedi con la scelta di Roberta, debole e non credibile… è riuscita ad andare sotto la media nazionale, quella delle Comunali e pure dietro a Parisi, uno sconosciuto».
Ma forse per comprendere le ragioni di una sconfitta inequivocabile e personale bisogna vedere cosa è successo al III Municipio. Lì, in piena campagna elettorale, l’inettitudine politica del M5S è riuscita nel capolavoro di far perdere la maggioranza ai grillini.
Nell’occasione uno show della presidente uscente Roberta Capoccioni con tanto di santino di Lombardi in mano denunciava il Grande Gombloddo contro la povera Roberta alla base della decisione di sfiduciare la Giunta. Si dicevano sicuri, i lombardiani, che la sceneggiata si sarebbe ritorta contro l’opposizione.
Nella disastrosa campagna elettorale di Lombardi non ha certo aiutato quel “fascistella” appioppatole da Andrea Scanzi sul Fatto Quotidiano a pochi giorni dall’apertura delle urne.
Ma anche qui la colpa non è del Fatto, ma di quell’incredibile card pubblicata negli ultimi giorni di campagna elettorale dove prometteva meno immigrati e più turisti per i “borghi” del Lazio, senza che nessuna delle cose, tra l’altro, sia di competenza regionale.
Chiaro l’intento dei raffinatissimi e intelligentissimi spin doctor che la Lombardi ha cacciato da chissà quale fucina di talenti: visto che becchiamo pochi voti nel Lazio, proviamo ad allisciare il pelo dell’elettorato con un discorso sugli immigrati che fa sempre breccia, vedrai quanti voti pigliamo con un card su facebook, andare per paesi e fermarsi a parlare con gli abitanti? Veeeecccchia politica, per chi mi hai preso, per Pirozzi?
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: quella card ha portato all’indignazione persino degli yes-men più fedeli tra gli attivisti grillini (e magari nel segreto dell’urna le è costato alcuni voti a Roma) mentre non ha spostato di una virgola il risultato del Lazio, dove vale ancora (come ovunque) il vecchio metodo per fare campagna elettorale: pedalare, pedalare, pedalare.
E ancora: di certo non hanno giovato le Grandi Denunzie di problemi nelle stazioni di cui è responsabile ATAC o la lettera con cui pretendeva da Luigi Di Maio di escludere Elena
Fattori dalla campagna elettorale, insieme alle inequivocabili sciocchezze dette sui vaccini che le hanno portato alti richiami.
Un disastro condito dalla sagra dei bonifici, dove la Lombardi, còlta in fallo più volta, ha passato tre giorni preziosi di campagna elettorale ad urlare di avere ragione lei mentre era in torto (non sugli accrediti, ma sulla trasparenza), con il risultato di fomentare ancora di più i suoi ultras (il cui voto, però, vale uno) e di dare invece l’impressione a quello che passa per caso sulla sua pagina Facebook di aver combinato chissà cosa.
Un disastro dopo l’altro che, insieme alla presenza di un candidato più gentista di lei (Sergio Pirozzi) spiegano un flop che la Lombardi deve imputare soprattutto a se stessa.
(da “NextQuotidiano“)
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Marzo 6th, 2018 Riccardo Fucile
IL COMANDANTE ARRIVA SOLTANTO TERZO NELLA LIVORNO DI NOGARIN
Gregorio De Falco non ce la fa a salire a bordo della nave M5S.
Nella ex città rossa a vincere è il centrodestra con Roberto Berardi mentre la Lega doppia Forza Italia; il PD va meglio che nel resto d’Italia ma Silvia Velo non ce la fa; De Falco invece arriva soltanto terzo, e se si pensa che la città è amministrata da un sindaco a 5 Stelle come Filippo Nogarin la sconfitta è ancora più bruciante.
Il comandante ha fatto la fine di Dino Giarrusso, ma non è l’unico: non approderanno in Parlamento Paola Giannetakis (indicata per l’Interno), Domenico Fioravanti (Sport) e Alberto Bonisoli (Cultura), oltre alla “strappata alla Merkel” Alessia D’Alessandro che magari ora avrà più tempo per diventare economista e/o leggere l’Economist. Possono contare sul paracadute del listino proporzionale invece i fedelissimi Riccardo Fraccaro (Rapporti con il Parlamento) e Alfonso Bonafede (Giustizia),
Ma il punto è la sconfitta del comandante, finito nella bufera nei giorni precedenti alle elezioni per un’accusa di aggressione alla moglie e alla figlia poi rintuzzata dalla stessa Raffaella Iebba.
«Io ero pronto a ritornare al lavoro se non fosse andata bene — dice in modo schietto a Repubblica Firenze — non ho mai avuto il peso di dover per forza vincere».
A trascinare Berardi a Roma l’exploit del centrodestra che ha vinto un po’ ovunque nei paesi della Maremma strappando al centrosinistra anche tradizionali roccaforti come Follonica e l’Amiata. Solo la Lega ha raccolto nel collegio il 18,98% dei voti. La Velo, invece, in Parlamento non ci andrà .
(da “NetxQuotidiano”)
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Marzo 5th, 2018 Riccardo Fucile
“A SALVINI NON IMPORTA NULLA DEL GOVERNO, UN MANDATO DA MATTARELLA GLI SERVIREBBE SOLO PER LA VISIBILITA’ DI CERTIFICARE LA SUA LEADERSHIP NEL CENTRODESTRA”… BERLUSCONI: “PER ORA NON CI SONO LE CONDIZIONI PER ROMPERE”
Andate a parlare con Gianni Letta, contrario sin dall’inizio all’accettazione della legge
elettorale perchè avrebbe messo in atto una dinamica mortale: la “salvinizzazione” di Forza Italia.
Novella Cassandra, allora allontanata dai tavoli negoziali per la prima volta, in questo dopo-voto ha espresso il suo disappunto a più di un interlocutore.
E non è caso che un suo influente amico, Luigi Bisignani questo malcontento lo ha affidato a un’intervista a Lettera43: “Berlusconi si è lasciato convincere da consiglieri inesperti a rimanere schiacciato sulla Lega. Eppure era stato avvertito autorevolmente”.
Ecco, Berlusconi è schiacciato perchè non ha ascoltato l’autorevole consiglio del principe della sua diplomazia affidandosi a meno nobili pareri di chi, per inesperienza o calcolo, si è buttato nelle braccia di Salvini.
E il ribaltamento epocale dei rapporti di forza, in questo contesto, ne annulla margini di manovra. A questo punto, non c’è alternativa al rispetto dei patti sottoscritti in campagna elettorale: chi arriva prima, esprime il candidato.
È questo che si sono detti Berlusconi e Salvini nel breve colloquio di Arcore. Colloquio ad alto impatto simbolico, nel day after del voto, che comunica un senso di unità e compattezza del centrodestra in vista di una fase di incertezza di qui alle consultazioni.
La via per Berlusconi è obbligata e, almeno per ora, le condizioni per “rompere” e tentare un altro schema non ci sono adesso che nelle urne sono stati travolti gli interpreti dell’establishment e, con essi, le larghe intese.
Anche se la sconfitta brucia ad Arcore, perchè per la prima volta davvero le urne hanno certificato il tempo che passa.
È davvero storica e l’anziano leader per primo ha capito che consegna alla storia il centrodestra per come lo ha concepito e interpretato. Il realismo però impone di stare al gioco, nella consapevolezza che è nelle mani del vincitore perchè “non possiamo permetterci di spaccare il centrodestra”.
Ecco la trappola. Se Salvini, come sembra, pretenderà di essere indicato come premier Berlusconi gli ha assicurato che non dirà di no al Quirinale, quando sarà , pur nella consapevolezza che trappola alimenta trappola.
Perchè il suo incarico non è in grado di “allargare” la maggioranza e dunque di far nascere un governo.
C’è poco da fare: con questi numeri non è questione di qualche responsabile, occorrerebbe un’interlocuzione, se non un accordo, con un’altra forza politica. Occorrerebbe, ad esempio, che Salvini indicasse un nome terzo magari per tentare di esplorare la via di un dialogo col Pd, tipo “governo delle astensioni”, provarci almeno per allargare.
Invece il leader della Lega dà l’impressione di voler stringere, con l’obiettivo di continuare la sua battaglia per l’egemonia del centrodestra.
L’impressione dei big azzurri, per nulla sbagliata, è che in verità la partita di Salvini sia questa: “Non gli importa nulla del governo. Si vuole giocare la carta di un mandato, massimizzando la sua visibilità e il suo ruolo di leader, ma vuole stare all’opposizione di un accrocco fatto da Di Maio e altri, per poi sfidarlo al prossimo giro da leader incontrastato del centrodestra. Centrodestra che nel frattempo si è sbranato”.
E torniamo alla “salvinizzazione”, spettro che agita i sonni di Gianni Letta.
Che, a più di un interlocutore, in queste ore ha ripetuto il suo “mai” a un governo col leader della Lega.
Voce sempre più isolata perchè i primi a voler cadere consapevolmente tra le sue braccia sono i più vicini al Cavaliere: l’avvocato Niccolò Ghedini, ad esempio, ma più in generale il partito del Nord, consapevole che non può stare fuori dal ricambio politico-generazionale che si è aperto nel centrodestra.
È un processo nuovo e rilevante se addirittura l’ex capogruppo Renato Brunetta ha proposto delegazioni comuni al Quirinale per gestire le consultazioni, finora terreno esclusivo della diplomazia lettiana.
Sulle spoglie di Forza Italia è già in atto una dinamica di contesa.
Il nome di Antonio Tajani è scomparso nella lunga notte elettorale, assieme all’illusione di una guida “moderata” nella coalizione.
Ed è ovvio che Salvini, proprio oggi si è affrettato a precisare che mai e poi mai sosterrà un governo Di Maio, perchè il suo orizzonte politico è la guida del centrodestra. E un accordo con i Cinque Stelle comprometterebbe l’esito dell’Opa lanciata.
La salvinizzazione del centrodestra che fu berlusconiano è prospettiva più allettante rispetto ad essere lo junior partner di Luigi Di Maio.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 5th, 2018 Riccardo Fucile
PD 27,34%, CENTRODESTRA 22,3%, M5S 17,9%… MAIE PRIMO IN SUDAMERICA, UN SEGGIO PROBABILE A + EUROPA
C’è un posto dove il Pd ha vinto: è fuori dall’Italia.
Nel voto all’estero infatti il partito di Matteo Renzi è in testa. Secondo i dati del Viminale, il Partito democratico – a più della metà delle schede scrutinate – è in testa con 204.240 voti (27,34%) seguito dalla coalizione di centrodestra con 167.201 voti (22,38%) e dal Movimento 5 Stelle con 133.645 (17,89%).
Per quanto riguarda le quattro ripartizioni, il Pd è in testa in Europa e in Africa-Asia-Oceania-Antartide ma viene superato dal centrodestra in America Settentrionale e soprattutto in Sudamerica dove – sempre secondo i dati del Viminale – i dem arrivano terzi dopo Usei (Unione sudamericana emigrati italiani) e Maie in testa.
d è proprio il Maie che in queste ore ha espresso soddisfazione per i numeri che stanno arrivando: “Siamo il primo partito in Sudamerica”, ha detto Ricardo Merlo. Fiduciosi anche dal partito +Europa di Emma Bonino dove si spera che sarà eletto un deputato.
(da agenzie)
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Marzo 5th, 2018 Riccardo Fucile
MA E’ SCONTRO NEL PARTITO: “VIA SUBITO”
“Lascio la guida del Pd, doveroso aprire una pagina nuova”. Il segretario dem Matteo Renzi
parla al Nazareno, dopo la netta sconfitta delle politiche. Ma precisa subito che resterà in carica fino alla composizione delle Camere e alla nascita del nuovo governo.
Una pesante ipoteca sul futuro del partito.
Significa che sarà proprio l’attuale segretario a guidare le consultazioni al Colle. Renzi avverte: “Saremo all’opposizione, il Pd non sarà mai il partito-stampella di un governo di forze anti-sistema”.
E ancora: “Da Di Maio e Salvini ci dividono tre elementi chiavi: il loro anti-europeismo, la loro anti-politica e l’odio verbale che hanno avuto contro i militanti democratici”, quindi, “nessun inciucio, il vostro governo lo farete senza di noi. Provate se ne siete capaci, noi faremo il tifo per l’Italia”.
Rivendica i successi del governo di centrosinistra: “Siamo orgogliosi dei nostri risultati, ora riconsegnamo le chiavi convinti che di aver contribuito a creare un Paese migliore. Il nostro errore è stato non votare nel 2017”.
Pone anche paletti per la scelta del prossimo segretario dem: “Non deve essere espressione di caminetti ristretti” e chiede nuovamente le primarie. “Poi cosa farò io? Il senatore semplice”.
In pratica dimissioni sì, ma congelate. Fino al nuovo governo. O a nuove elezioni. Tanto che nel partito esplode il malcontento.
Espresso subito da un veterano, il capogruppo dem al Senato Luigi Zanda: “La decisione di Matteo Renzi di dimettersi e contemporaneamente rinviare la data delle dimissioni non è comprensibile. Serve solo a prendere ancora tempo. Le dimissioni di un leader sono una cosa seria, o si danno o non si danno. E quando si decide di darle, si danno senza manovre. Quando Veltroni e Bersani si sono dimessi lo hanno fatto e basta. Un minuto dopo non erano più segretari”.
Stessa posizione di un’altra big storica del partito, Anna Finocchiaro: “Le dimissioni si danno, non si annunciano”. E Cuperlo: “Da Renzi, coazione a ripetere gli errori. Chiedo l’immediata convocazione della direzione”. Dal fronte renziano, intervengono Ascani e Anzaldi.
La prima dice: “Zanda vuole inciuci e caminetti o vuole candidarsi a segretario”. Il secondo: “Da Zanda polemica senza senso”.
Poi scende in campo Andrea Orlando, ministro della giustizia ancora in carica. E le sue sono parole durissime: “Di fronte alla sconfitta più grave della storia della sinistra italiana del dopoguerra mi sarei aspettato una piena assunzione di responsabilità da parte di un segretario che, eletto con il 70% al congresso, ha potuto definire, in modo pressochè solitario, la linea politica, gli organigrammi e le candidature. Invece siamo alla ormai consueta elencazione di alibi e all’individuazione di responsabilità esterne. Lo stesso gruppo dirigente che ci ha condotto alla sconfitta oggi si riserva il compito di affrontare, senza nessuna autocritica, questa travagliatissima fase per il Pd e per il Paese. Noi siamo, tanto quanto Renzi, contro i caminetti ma anche contro i bunker.” Alessandro Di Battista, dal Movimento 5 Stelle, fiuta subito l’aria di tempesta: “Un discorso così strampalato non l’ho mai ascoltato, Renzi è veramente in confusione e non se ne rende nemmeno conto, pur di non dimettersi realmente è disposto a frantumare quel che resta del Pd e cosa pensa il Pd?”
L’addio alla segreteria dem di Matteo Renzi (era stato eletto l’8 dicembre 2013 con il 67,5% dei voti) stamani sembrava questioni di minuti poi la sua prima uscita pubblica di commento al voto è slittata fino al tardo pomeriggio, dopo essere stato per ore chiuso nel suo ufficio insieme ai fedelissimi e aver deciso la strategia
(da “La Repubblica”)
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Marzo 5th, 2018 Riccardo Fucile
LA GRILLINA: “VOTO DIFFICILE, TORNO A FARE LA MAMMA”
Aumenta il vantaggio di Nicola Zingaretti sugli avversari nella corsa a governatore del Lazio. A metà circa dello spoglio Zingaretti è avanti con il 34% su Parisi che si ferma al 30%. La cinquestelle Roberta Lombardi si attesta intorno al 27%, Sergio Pirozzi intorno al 4,5%.
La proiezione è stata accolta con un boato al comitato di Zingaretti, in piazza di Pietra. Al Tempio di Adriano è arrivato anche il poplare attore Luca Zingaretti, fratello del presidente uscente della Regione. Una sala gremita attende con ansia i risultati finali delle elezioni.
Quando lo spoglio è arrivato a circa metà delle sezioni Stefano Parisi continua a sperare. “Direi proprio che ci sono le possibilità . Certo che ci credo. Siamo testa a testa e la partita è ancora aperta”, ha detto a cronisti e ospiti raggiunti nella sala allestita all’Hotel Savoy a Roma, accolto al suo arrivo da un applauso.
“Si va un po’ a rilento ma attendiamo i risultati”, ha aggiunto. “Se i dati sono questi non c’è una maggioranza in consiglio che consenta autonomia sia nel caso di vittoria di Zingaretti che in caso di vittoria del centrodestra. Ma sarei un po’ cauto in questo momento”.
Parisi è anche tornato sulla candidatura del sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi, che ha corso da solo con una lista civica di area centrodestra. “La scissione di Pirozzi ha pesato molto. Non ha avuto senso di responsabilità e se avesse avuto a cuore gli interessi della Regione e non gli interessi di Zingaretti oggi non ci sarebbe partita”.
La candidata cinquestelle Roberta Lombardi, virtualmente sconfitta nella corsa alla Regione, intorno alle 20 ha annullato il suo punto stampa e ha affidato la sua analisi del voto a un post su Facebook.
“Prima di tutto vorrei ringraziare chi mi ha sostenuto in questo percorso: il mio staff, gli attivisti, i candidati, la mia famiglia e soprattutto i miei bambini che, da domani, riavranno la loro mamma”, ha scritto Roberta Lombardi.
“Sapevamo che sarebbe stato difficile, il voto regionale – ha scritto ancora Lombardi – è sempre una partita a sè e abbiamo raggiunto un risultato molto importante: abbiamo incrementato i consensi territoriali rispetto al 2013 e per questo possiamo ritenerci soddisfatti. Io ho dato il massimo, tutti abbiamo dato il massimo e lo ritengo un grande risultato. Il MoVimento 5 Stelle oggi – ha concluso – è il primo partito nel Lazio e in Italia, sono felicissima per il risultato raggiunto alle politiche: il nostro è un progetto comune. Siamo dei portavoce, dietro c’è un progetto grandissimo e continueremo a portarlo avanti sempre. Per quanto mi riguarda, c’è chi diceva che un vincitore è un sognatore che non ha mai mollato. E io per questo, oggi, sento di aver ottenuto la mia vittoria”.
Pirozzi: “Risultato straordinario”.
“I dati non sono ancora definitivi ma penso che quello che abbiamo ottenuto oggi sia un risultato straordinario, senza partiti dietro, con una scarpa e uno scarpone, credo che questo basti a dare il senso di un risultato straordinario”. Lo ha detto il sindaco di Amatrice e candidato alla presidenza della Regione Lazio, Sergio Pirozzi, commentando i dati, ancora parziali, dello scrutinio per le elezioni regionali in corso”.
(da “la Repubblica”)
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Marzo 5th, 2018 Riccardo Fucile
SWG: PESCATO VOTI ANCHE TRA GLI ASTENSIONISTI
A risultati ormai quasi definitivi, con M5s e Lega tra i vincitori delle urne, nella fotografia
dei flussi elettorali scattata da Swg si vede il Movimento 5 Stelle, guidato da Di Maio e pronto a salire al Quirinale, che “cannibalizza” il Pd.
E la Lega, guidato da Matteo Salvini. che prosciuga Forza Italia e recupera voti all’astensionismo.
Per valutare i flussi in uscita dal Partito democratico — guidato al momento da Matteo Renzi dato per dimissionario — la società prende a riferimento il 40% ottenuto alle europee del 2014.
I dem hanno perso in collegi che potevano essere considerati dei fortini come la Salerno di Vincenzo De Luca.
Oltre il 15% di chi quattro anni aveva dato il suo voto al Partito democratico ha scelto questa volta di non andare alle urne.
Mentre un terzo degli elettori dem ha cambiato idea, preferendo in gran parte il Movimento guidato da Luigi Di Maio (il 16,8%) ma anche +Europa (il 3,4% dei vecchi elettori Pd).
Basti pensare al “cappotto” realizzato dai pentastellati in Puglia.
Un 8% degli oltre 11 milioni di elettori che avevano scelto il Pd per farsi rappresentare a Bruxelles ha invece cambiato completamente schieramento, optando per il centrodestra, mentre solo il 4% ha optato per la nuova formazione di sinistra Liberi e Uguali.
Per LeU, comunque, i “pentiti” del Pd rappresentano comunque il 34,6% degli elettori.
Un 11,9% invece alle precedenti politiche del 2013 non aveva votato.
I campioni della conquista dei vecchi astenuti sono però i leghisti, che ottengono voti da chi non era andato a votare nel 2013 per il 29,5%.
Ma il Carroccio — con Matteo Salvini che fa sapere che non ci saranno alleanze strane — ha raggiunto il suo risultato anche grazie ai voti drenati a Silvio Berlusconi. Alla scorsa tornata infatti aveva votato Fi il 25,5% di chi stavolta ha scelto la Lega. Tra chi aveva preferito il partito azzurro nel 2013, peraltro, ben il 14,7% quest’anno ha lasciato perdere e non è proprio andato a votare.
Anche i grillini rispetto al 2013 hanno recuperato molti astenuti (il 19,5% di chi li ha votati il 4 marzo non avevano votato alle europee).
Tra gli elettori che invece hanno cambiato il proprio orientamento, il 9,8% proviene dal Pd.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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