Marzo 6th, 2018 Riccardo Fucile
DOPO AVERLO DEFINITO “IMPRATICABILE, PERCHE’ COSTA TROPPO”, RIVELANDO IL BLUFF DEL M5S, VIENE MODIFICATO IL TITOLO DELL’ARTICOLO SUL GIORNALE, CHE FIGURA BARBINA
Ieri Marco Travaglio da Lilli Gruber ha parlato del reddito di cittadinanza e dell’abolizione
della legge Fornero, promesse del MoVimento 5 Stelle e Lega, dicendo: «È chiaro che nè il reddito di cittadinanza del MoVimento 5 Stelle nè l’abolizione della legge Fornero sarebbero praticabili perchè costerebbero troppo», scatenando una polemica soprattutto per la tempistica dell’affermazione, visto che il direttore del Fatto Quotidiano non ha mai pronunciato queste parole durante la campagna elettorale.
Ma, a parte ciò, è interessante quello che è successo all’articolo del Fatto che riprendeva la
comparsata di Travaglio a Otto e Mezzo.
Il primo titolo era infatti questo: «Elezioni, Travaglio: “Reddito di cittadinanza del M5S e abolizione legge Fornero della Lega? Impraticabili, costano troppo”»
Ma dopo la pubblicazione è stato cambiato così: «Travaglio: “Reddito di cittadinanza e abolizione legge Fornero impraticabili? Almeno M5S e Lega hanno pensato alle persone fregate dalla crisi”».
Quando si dice: la sintesi.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 6th, 2018 Riccardo Fucile
DOVE I GRILLINI AMMINISTRANO VI SONO I RISULTATI PIU’ DELUDENTI
Il MoVimento 5 Stelle ha ottenuto un risultato clamoroso. Con il 32,7% dei consensi è
nettamente il primo partito sia alla Camera che al Senato.
Ma a rovinare la festa a 5 Stelle ci sono i risultati ottenuti nelle città dove il M5S ha eletto negli scorsi anni sindaci importanti.
Si tratta di Roma, Torino e Livorno dove il partito di Luigi Di Maio ha ottenuto risultati al di sotto delle aspettative e sicuramente non a livello di quelli ottenuti su scala nazionale.
L’effetto Raggi a Roma? Chiedete a Roberta Lombardi
A Roma il MoVimento 5 Stelle temeva l’effetto Raggi, ovvero il tracollo dovuto ai disastri e alle indecisioni dell’Amministrazione comunale pentastellata. A Torino invece sperava che Chiara Appendino riuscisse a dare la volata ai candidati pentastellati. Le cose sono andate diversamente.
Perchè se è vero che a Roma l’effetto Raggi non c’è stato è impossibile fare finta di non notare il tracollo di Roberta Lombardi alle regionali. La “Faraona” è arrivata solo terza e a Roma non ha certo brillato.
Nel comune di Roma Nicola Zingaretti ha preso il 37,44% dei voti mentre il MoVimento 5 Stelle è arrivato terzo dopo l’alleanza di centrodestra che sosteneva Stefano Parisi con il 26,44%.
A quanto pare l’effetto Raggi si è palesato alle regionali, ovvero dove gli elettori erano chiamati a scegliere un amministratore locale molto più che alle politiche dove il M5S è riuscito a conenere i danni.
Appendino non traina il MoVimento 5 Stelle a Torino
Sono andate peggio delle aspettative invece le cose a Torino. Nel capoluogo piemontese il M5S di governo ha avuto i suoi problemi ma il profilo tenuto dalla sindaca Chiara Appendino lasciava ben sperare. Il problema è che a Torino l’alternativa non è affatto Chiara.
Le scelte della giunta in questi due anni di governo sono state troppo spesso in continuità con le amministrazioni precedenti. Non c’è stata la “rottura”, di metodo e di stile, che si è vista nel bene e nel male a Roma.
E così a Torino il M5S si trova ad essere il terzo partito con il 26%. Siamo davvero troppo distanti dalla media nazionale del 32,7%.
Sia il centrodestra che la coalizione guidata dal Partito Democratico hanno saputo fare meglio dei pentastellati.
A pesare probabilmente alcune aspettative deluse dalla giunta Appendino sul contenimento della cementificazione e dell’espansione dei centri commerciali.
Un piccolo esempio di quello che succede quando il MoVimento 5 Stelle invece che essere “di rottura” e “anti-sistema” si comporta come un partito che si pone in continuità con le tanto vituperate precedenti amministrazioni. Se il voto dato al M5S è un voto di cambiamento a Torino qualcosa non ha funzionato.
Il tonfo a Livorno e Bagheria
Anche nella Livorno di Filippo Nogarin le cose non sono andate benissimo. Il PD è riuscito ad eleggere i due candidati all’uninominale alla Camera (Andrea Romano) e al Senato (Silvia Velo) con consensi tra il 32% e il 33%.
Il MoVimento 5 Stelle è il secondo partito, ma il 28% ottenuto da Giulio La Rosa e dal comandante Gregorio De Falco (al Senato) sono purtroppo al di sotto della media nazionale (De Falco è stato eletto comunque visto che aveva un paracadute nel listino plurinominale).
La Toscana è senza dubbio una regione difficile per il M5S, anche in questa fase di crescita dei consensi a livello nazionale, ma sembra che il M5S a Livorno non abbia saputo capitalizzare la vittoria alle amministrative.
Le cose non sono andate meglio in un altro comune “pentastellato”. Ci spostiamo a Sud, dove il MoVimento 5 Stelle ha letteralmente vinto tutto quello che si poteva vincere.
In Sicilia il partito di Di Maio, che ha perso le regionali di novembre 2017, ha vinto tutte le sfide all’uninominale con una media del 48,2% nell’Ovest dell’Isola.
A Bagheria dove il sindaco è Patrizio Cinque, il 5 Stelle coinvolto nella vicenda delle abitazioni abusive al Senato uninominale il M5s è solo secondo, dietro alla canditata del Centrodestra.
Cinque è stato brutalmente scaricato da Luigi Di Maio che in un video messaggio ha detto: «Patrizio Cinque non è un sindaco del MoVimento». Le regole del partito sono chiare, gli elettori però forse fanno ancora fatica a capirle e nel dubbio votano altro.
(da agenzie)
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Marzo 6th, 2018 Riccardo Fucile
I GIOVANI DEMOCRATICI DI PESARO HANNO TROVATO UN MODO SPIRITOSO PER AMMETTERE LA SCONFITTA… SPERIAMO CHE, ALMENO LORO, NON SIANO MORTI AFFOGATI
La nostra analisi della sconfitta:
Il PD pesarese alla camera durante le politiche del 2013 prese (fonte portale Eligendo) 18.763 voti.
Ieri ha preso 14.875 voti. 3888 voti in meno.
Che potrebbe sembrare un grosso problema se non considerassimo che il tasso di mortalità a Pesaro è 10 su 1000, cioè circa 950 persone l’anno.
Non è che gli elettori di sinistra non c’hanno votato, è che sono morti.
A Pesaro, come ha raccontato Matteo Renzi ieri durante il suo intervento con le non-dimissioni, Andrea Cecconi, transfuga M5S, ha battuto Marco Minniti, candidato “di peso” del Partito Democratico.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 6th, 2018 Riccardo Fucile
LA VERSIONE UFFICIALE NON CONVINCE: L’ASSASSINO NON HA SPARATO AL PRIMO CHE HA INCONTRATO, MA A UNA PERSONA DI COLORE… E HA ESPLOSO I COLPI IN DUE RIPRESE … POSSIBILE INTERVENTO DEL PRESIDENTE DEL SENEGAL
Attimi di tensione al corteo organizzato oggi pomeriggio dalla comunità senegalese di
Firenze per ricordare Ivy Diene, 53 anni.
L’ambulante senegalese ucciso ieri con sei colpi di pistola sul ponte Vespucci da Roberto Pirrone, 65 anni, ex tipografo in pensione.
La manifestazione era iniziata da pochi minuti quando il sindaco Dario Nardella è stato costretto ad allontanarsi perchè contestato con insulti e spinte sia dagli stessi immigrati, sia da alcuni italiani appartenenti ai centri sociali fiorentini. “Vai via, razzista”, gli hanno gridato i manifestanti.
Nardella sarebbe stato anche raggiunto da uno sputo: autore del gesto un giovane italiano esponente dei centri sociali.
“Mi allontano perchè non voglio diventare elemento di provocazioni, non possiamo accettare la violenza e gli insulti, la città ha il dovere di difendere i principi della democrazia e della convivenza civile. Capiamo la rabbia per la morte di un amico, subito la città ha espresso il proprio cordoglio per l’accaduto ma non possiamo accettare la violenza”, ha detto Nardella andando via.
Solo ieri, a poche ore dall’omicidio, un centinaio di senegalesi erano scesi in piazza per protesta. Durante il corteo per le strade del centro avevano divelto fioriere e rovesciato cestini e scooter. Una volta arrivati in stazione i manifestanti avevano bloccato il traffico per un paio d’ore.
(da agenzie)
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Marzo 6th, 2018 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO CHE POTREBBE DIVENTARE IL MACRON ITALIANO E SCOMPAGINARE GLI SCHIERAMENTI: “PERDIAMO TEMPO TUTTO IL GIORNO A PARLARE DI CAZZATE MENTRE IL MONDO CAMBIA”
Non c’è giorno che il suo nome non appaia nelle cronache politiche per un motivo o per l’altro: perchè ha appena fatto saltare una trattativa ritenuta scorretta, perchè si è spazientito con la sindaca di Roma, perchè ha difeso la necessità dell’industria 4.0, perchè ha dichiarato che vuole vendere Alitalia, perchè ha scritto un tweet per spiegare a Matteo Renzi che non c’è differenza tra fake news e fake slogan.
Ma anche se resta immobile e muto, Carlo Calenda, ministro per lo Sviluppo economico, continua ad essere evocato come l’uomo giusto per funzioni diverse, da candidato premier del rinato centro destra a supporto di una qualche coalizione di centro sinistra, fino al Macron italiano che scompaginerà gli uni e gli altri.
È forte quindi la curiosità di vedere da vicino questo ministro un po’ anomalo, che non ha una famiglia politica (uscito da Scelta civica), ma che è il rampollo d’eccellenza di una popolosa famiglia umana con persone di cinema e di diplomazia. Quello che incontriamo, e che ci parlerà volentieri anche della sua vita privata, è un quarantenne risoluto e vivace, tranquillamente liberista in un contesto che si dice socialdemocratico, convinto della bontà delle proprie idee e impegnato a convincerne l’interlocutore, ma capace anche di pensieri lunghi che vogliono uscire dalla banalità del quotidiano e sfidare la pigrizia della politica.
Lei, ministro, è ormai conosciuto come il politico che prende di petto le questioni, alza la voce e rovescia i tavoli. Su quale idea fonda tutta questa energia?
«Sulla necessità di affrontare al meglio due fenomeni piombati sul nostro Paese e non governati: l’innovazione e la globalizzazione. Sono sempre stati presenti nella storia dell’uomo, ma mai a questa velocità . L’industria italiana ne è uscita fratturata tra chi ce la sta facendo, chi stenta e chi è a pezzi. Io cerco di portare avanti una politica industriale per ogni situazione».
Però quella pensata per l’Ilva di Taranto la sta facendo penare.
«L’acciaio e la sua ripresa, non solo a Taranto ma anche a Piombino e per l’Alcoa, sono il simbolo di questo sforzo. Per ripartire, l’acciaio deve coniugarsi seriamente con l’ambiente, evitando la chiacchiera mediatica dilatoria. Come, per fare un altro esempio, l’Alitalia va sottratta al falso mito della compagnia di bandiera. Non è vero che l’Italia deve averne una, l’importante è avere i collegamenti. Sa che cos’è che tiene insieme tutti questi atteggiamenti?».
Che cosa?
«La fuga dalla realtà , pane quotidiano della politica, cioè l’idea che puoi promettere tutto e il contrario di tutto: avere la compagnia di bandiera ma non spendere soldi, fare l’acciaio ma non gli investimenti connessi, risanare Roma senza muovere un dito. Tanto poi nessuno ti chiede il conto».
A proposito di Roma, lei è andato giù duro con Virginia Raggi. Le ha dato della «turista per caso» e della «sconclusionata»
«Sì, ma soltanto dopo lo sfinimento di riunioni in cui non si presenta o, se viene, sta lì a sentire quello che governo e Regione propongono, e poi dice: “Boh, fate un po’ come vi pare”. Io il tavolo per Roma l’ho fatto perchè, alla decima azienda che se ne andava, me lo hanno chiesto i sindacati. Non è che mi sono alzato una mattina e ho deciso di risanare la capitale. E a un certo punto pure io mi urto».
Insomma, si muove, propone, agisce, ma trova continue resistenze. Come lo spiega?
«Con il rifiuto della modernità . È un atteggiamento diffuso ed è anche colpa nostra, della classe dirigente, perchè mentre il mondo cambiava a velocità siderale non abbiamo dato ai cittadini gli strumenti culturali per comprendere quanto stava accadendo. Perdiamo tempo a parlare di fesserie dalla mattina alla sera senza capire che la gente è spaventata. Sente parlare di intelligenza artificiale, di società multiculturale e non capisce che futuro l’aspetta. Così si rifugia nel populismo di destra o nella inconsistenza dei 5 Stelle. E si oppone ai vaccini o alle infrastrutture».
Ha una ricetta anche per questo?
«Sì, tanti investimenti, nei beni materiali e immateriali, nella cultura e nell’industria. Gli investimenti sono lo strumento più forte di inclusione sociale. È mai possibile che non si dica che l’industria ha reso grande questo Paese? Anche la pubblicità televisiva è un continuo elogio della campagna e dell’agricoltura. Nessuno ricorda che quando eravamo un Paese agricolo si viveva in condizioni terrificanti dal punto di vista economico, umano e culturale».
Ad ascoltarla, sembra che si senta investito di una missione politica.
«Infatti è così».
Con l’aggiunta di una inaspettata passione politica.
«È vero anche questo».
Allora perchè ha dichiarato che non si candiderà alle prossime elezioni?
«Perchè non saprei dove farlo».
Davvero non c’è un posto dove le sue idee possano trovare spazio?
«Ho sperato che potesse essere il Partito democratico. Con Renzi ci siamo intesi su molte cose, per esempio sull’ambizione di cambiare il Paese attraverso riforme importanti come il Piano Industria 4.0, ma su altre proprio no. Io vivo di realismo, lui di messaggi motivazionali. E in quanto al confronto, se gli dici che sta facendo un errore, entri subito nella categoria dei nemici. Per me fare politica è lavorare insieme, sennò faccio il manager, almeno mi arricchisco».
Eppure quando nel 2015 ha lasciato Scelta civica, dichiarò che si sarebbe iscritto proprio al Pd
«Ci ho provato ed è stato un disastro. Sono andato al Nazareno e ho chiesto se ci fosse un posto dove mettere a disposizione le mie competenze, per esempio un comitato sulla globalizzazione, che però non c’era. Qualche mese fa ci ho riprovato dicendo pubblicamente che con un Pd che avesse recuperato lo spirito riformista, mi sarei impegnato volentieri. Mi avesse telefonato, che so, il segretario provinciale di Frosinone! La verità è che il Pd è un circolo chiuso. Comunque, se lo vorranno, posso dare una mano alle prossime elezioni».
Niente a che vedere con la sua esperienza giovanile nel Pci?
«Sono stato iscritto alla Federazione giovanile comunista quasi trent’anni fa, quando ne era segretario Pietro Folena. Mi piaceva molto fare politica e anche solo impastare le pizze alla Festa dell’Unità . Poi sono diventato padre e ho dovuto lasciare. Avevo sedici anni».
Diventare padre a quell’età deve essere un’esperienza sconvolgente.
«Tutt’altro. A me ha salvato la vita. Ero molto scapestrato, a scuola e fuori. Non rispettavo nessuna autorità , facevo sega continuamente, giocavo tutto il giorno a biliardo. E mi sono anche fatto bocciare. Quando mio padre andò a parlare con un insegnante, si sentì dire: “Non abbiamo avuto ancora il piacere di conoscere suo figlio”. L’arrivo di Tai ha cambiato tutto».
Come?
«Dal giorno in cui è nata c’è stato un legame fortissimo. L’ho presa con me e con l’aiuto di mia madre, ho fatto davvero il padre. Ho recuperato l’anno in una scuola privata e, quando ho avuto 18 anni, i miei genitori mi hanno detto: “Ti diamo una mano a mantenerla, però tu devi lavorare”. Così ho fatto l’università mentre guadagnavo anche parecchi soldi come consulente finanziario».
Sembra un destino famigliare. Anche sua madre, Cristina Comencini, era ancora al liceo quando lei è nato.
«Già . E io l’ho fatta diventare nonna a 35 anni. Quando diceva di avere una nipote, pensavano che scherzasse».
La sua è una famiglia con una certa risonanza: un nonno materno come Luigi Comencini, un nonno paterno ambasciatore, un padre economista e scrittore, una madre scrittrice e regista, un patrigno produttore, e qua e là anche qualche impronta di nobiltà . Avere alle spalle un clan come questo è un peso o un vantaggio?
«All’inizio un grande peso e forse il motivo per cui da adolescente ero un disastro. Troppi input che a un certo punto hanno fatto saltare i miei circuiti. Ma poi ne ho capito anche i vantaggi. Mio nonno Luigi era un valdese, molto rigido, un regista con la mentalità da architetto. Quando avevo dieci anni, mi ha fatto fare una parte nello sceneggiato tratto dal libro “Cuore”, ma poi è stato molto felice che io abbia scelto un’altra strada»
Ma lei è stato mai tentato di continuare a recitare?
«Per fortuna recitavo come un cane e lo sapevo. E poi ho sempre avuto, sbagliando, la sensazione che il cinema fosse una cosa frivola. Tutta la serietà mi sembrava incarnata nel mio ramo paterno. Era una genia di grand commis d’Etat, un ambiente in cui si parlava solo di storia e di politica. Ogni sabato e domenica, mio padre mi portava al Foro romano e mi raccontava le storie dell’antica Roma. Non potevo che arrivare alla politica».
Ora ha una famiglia sua, con altri tre bambini.
«E una moglie amatissima. Sto con lei da quando avevo 18 anni. L’ho conosciuta a una festa e non l’ho più lasciata. Ci amiamo ancora follemente».
Pensi che formidabile coppia alla Macron sareste, in versione italiana naturalmente
«Non scherzi, so che lo dicono in giro, ma non funzionerebbe».
Perchè no?
«Perchè non ci sono nè le condizioni soggettive nè quelle oggettive per un salto del genere. Non è che devo stare in politica a tutti i costi. Pensavo di poterla fare con il Pd e con Renzi. Non è stato così, quindi amen. Troverò qualcos’altro. E poi mia moglie divorzierebbe subito. Detesta come me la vita sociale legata al lavoro. Soltanto una volta sono riuscito a trascinarla al Quirinale. Le ho detto “Almeno vediamoci una cena di gala, poi il governo finisce!”».
Dopo la sua esperienza di giovane “mammo”, che padre di bambini piccoli è oggi?
«Affettuoso ma anche rigido. Passo con i bambini tutti i week end e tutto il tempo possibile, ma su alcune cose non transigo: niente videogiochi e niente cellulari, perchè distruggono la capacità di concentrazione. Mio figlio Giulio, che ha 11 anni, ha avuto un cellulare limitato alle telefonate soltanto perchè doveva passare un periodo all’estero. È la lettura che cerco di stimolare».
E lei che cosa legge?
«Ho appena finito il libro di Ezio Mauro “L’anno del ferro e del fuoco” e venivo dalla lettura di “Lenin sul treno” di Catherine Merridale».
È appassionato di rivoluzione russa?
«No, mi interessa Lenin, anzi un dato specifico che lo riguarda. Come ha fatto, tornato dalla Germania, in minoranza nel partito bolscevico, di fatto marginalizzato, con le giornate di ottobre organizzate da Trockij, a riconquistare rapidamente il potere? Mi sono incaponito in questa curiosità ».
Non ne ha su altri argomenti?
«Le cito ancora due libri che ho letto quest’anno, “Sapiens” e “La storia di domani” di Yuval Noah Harari. Vi si dice che siamo alle soglie di un salto evoluzionistico che, nel giro di cinquant’anni, ci avvicinerà all’immortalità ».
Si aspetta questo dalla scienza?
«Sono ipotesi, non certezze. Ma è probabile che andrà così. L’uomo avrà una vita infinitamente lunga, avrà la capacità di aumentare l’intelligenza, di svincolarsi dal lavoro manuale e, se pure non sconfiggesse la morte, avrà una vecchiaia protratta, sana e potenziata. È per questo che il progresso tecnologico non può essere soltanto promosso, come è sempre stato fatto, ma deve essere governato. Per la prima volta in Occidente le classi dirigenti liberal democratiche si trovano davanti a questa situazione. È un cambiamento di una portata straordinaria, ma noi qui l’affrontiamo parlando di dentiere per tutti».
Le confesso che, ascoltandola, sono sempre meno convinta che smetterà di fare politica. Comunque, le elenco alcuni aggettivi che circolano su di lei: preciso, caparbio, ordinato, sicuro. Ne scelga uno per lasciare un’impronta.
«Sono tutti orrendi. Preferisco quello che lei ha usato poco fa: appassionato. Ecco, innanzi tutto penso di essere una persona che sa cos’è la passione».
(da “L’Espresso”)
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Marzo 6th, 2018 Riccardo Fucile
RENZI: “NON GUIDERO’ LA DELEGAZIONE AL COLLE, VADO A SCIARE”… CALENDA E’ UNO DEI POCHI POLITICI CHE USA IL CERVELLO
La comunicazione di dimissioni “congelate” del segretario Matteo Renzi, accende il
dibattito interno sul futuro del Pd.
Con il ministro Carlo Calenda che è pronto a iscriversi al partito. E il governatore piemontese Sergio Chiamparino che non respinge l’idea di candidarsi alla segreteria: “Candidarmi a segretario? Perchè no? Io una mano la posso dare”, dice a Rai Radio 1. Da parte sua Renzi conferma la sua intenzione di lasciare e di non prendere parte alla delegazione dem che andrà al Quirinale per le consultazioni: “Le dimissioni non sono finte, le ho firmate – dice rispondendo al videocommento di Massimo Giannini che lo ha rivelato a Circo Massimo su Radio Capital – La delegazione che salirà al Colle si decide in direzione lunedi prossimo. Non la guido io, vado a sciare”.
Dopo le pesanti critiche di minoranza e veterani del partito, dal ministro Andrea Orlando a Luigi Zanda, in soccorso di Renzi arriva dunque il responsabile dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, che annuncia in un tweet: “Non bisogna fare un altro partito, ma lavorare per risollevare quello che c’è. Domani mi vado a iscrivere al Pd”.
Al “cinguettio” di Calenda risponde il premier Paolo Gentiloni, che lo ringrazia.
E poco dopo un ringraziamento arriva anche dal vicesegretario dem e ministro per le Politiche agricole Maurizio Martina
A commentare positivamente la scelta di Calenda si aggiunge la ministra Anna Finocchiaro, che ieri aveva polemizzato con la modalità scelta dal segretario per dimettersi: “È molto bello ed importante che in un momento difficile ci sia chi vuole dare il proprio contributo al Pd, al suo pluralismo e al suo rafforzamento. Benvenuto a Carlo Calenda”.
Sebbene il ministro dello Sviluppo economico ieri sia stato il primo a commentare l’esito del voto, invitando a rimboccarsi le maniche e difendendo apertamente l’operato Renzi, in serata non ha esitato a prendere invece le parti di Gentiloni, criticato dal segretario dem assieme al Capo dello Stato Sergio Mattarella per non aver voluto cogliere l’opportunità di votare l’anno scorso.
Calenda ha precisato ancora su Twitter: “Condivido in pieno la linea sul no al governo con il M5S, non commento il percorso congressuale e il timing delle dimissioni perchè non iscritto al Pd, trovo fuori dal mondo l’idea che la responsabilità della sconfitta sia di Gentiloni, Mattarella (per voto 2017) e di una campagna troppo tecnica”.
“Voglio solo collaborare perchè il PD è fondamentale per Italia” minimizza Calenda rispondendo a un follower a proposito del suo annuncio di iscriversi ai dem.
Ma nei suoi messaggi precedenti c’è molto della linea che ha espresso in questi mesi: “Abbiamo dato la sensazione di essere un partito delle elite (te lo dice uno che se ne intende). È successo in tutto l’Occidente ai progressisti. Ma è anche effetto del nostro modo di comunicare ottimistico/semplicistico. Tornare a capire le paure non tentare di esorcizzarle”.
(da agenzie)
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Marzo 6th, 2018 Riccardo Fucile
GENTILONI E FRANCESCHINI PRIMI SOSPETTATI… E I FEDELISSIMI DI RENZI SONO TUTTI CONCENTRATI IN SENATO
Il 4 del mese, ora è evidente, non è un giorno fortunato per Matteo Renzi, visto che le sconfitte più dure (il referendum costituzionale del dicembre 2016 e la disfatta dell’altro ieri) le ha incassate in due domeniche con la data – appunto – del 4 del mese. Ma il 5, evidentemente, fa parte di un’altra storia: e se non è certo il giorno di una rinascita o di un rilancio, è senz’altro la data-simbolo scelta per l’avvio di una nuova e durissima battaglia.
Matteo Renzi, infatti, non si dimette. Forse lo farà più in là , ma a crederci – nello stesso Pd – sono davvero in pochi.
E non si dimette perchè nella notte del fatidico 4 marzo, mentre la slavina dell’insuccesso si abbatteva su Largo del Nazareno, gli si è manifestato un fantasma, un nuovo nemico da combattere o – forse più realisticamente – un semplice sospetto che però può servire a dare un senso e a giustificare il suo voler restare in campo. Dentro il Partito democratico – questa è la certezza di Matteo Renzi – è nato un nuovo partito: il partito di Sergio Mattarella.
È nato alle prime luci dell’alba del 5 marzo ed ha registrato subito due iscritti d’eccellenza: Paolo Gentiloni e Dario Franceschini.
Primo punto del programma di questo partito, sarebbe lavorare al varo di un governo che veda assieme Movimento Cinque Stelle e Pd.
Il secondo punto dl programma è solo la logica conseguenza del primo: isolare e dare scacco matto al segretario in difficoltà . Un partito-fantasma, dunque. Ma con obiettivi assai concreti.
Erano giorni, ormai, che Renzi sentiva scendere dal Colle del Quirinale una brezza che non lo convinceva affatto.
E dalla notte di domenica, quella brezza si è trasformata in vento teso: il capo dello Stato, alla luce dei risultati, non esclude la possibilità di un governo del Movimento Cinque Stelle. Ma come elemento di garanzia (verso i mercati, Bruxelles e i grandi investitori) vorrebbe che di quell’esecutivo facessero parte anche ministri del Pd.
Un rospo difficile da ingoiare per un segretario che aveva chiuso la sua campagna elettorale con due slogan fatti più o meno così: mai al governo con estremisti e populisti; se il Pd non sarà il primo gruppo parlamentare, resterà all’opposizione. Concetti che, se non fossero stati sufficientemente chiari, Renzi ripetuto nella breve conferenza stampa di ieri: che doveva segnare il passo d’addio per il segretario battuto e che si è invece trasformata nel punto di partenza di un percorso lungo e assai accidentato.
Questa, almeno, è la convinzione dei sempre più numerosi (e spavaldi) nemici del segretario. Non è tanto questione che riguardi la già dichiarata minoranza interna di Andrea Orlando, che insiste – con scarse possibilità di successo – soprattutto per una gestione collegiale della fase che dovrà portare alla nascita di un nuovo governo.
A registrare le maggiori preoccupazioni sono uomini fino a ieri alleati di Renzi e che oggi vedono nella posizione ribadita dal segretario (mai al governo con i Cinque Stelle) soltanto l’occasione per riaprire uno scontro che potrebbe produrre nuovi strappi e lacerazioni.
Paolo Gentiloni e Dario Franceschini sono stati i primi a valutare legittime le preoccupazioni e le intenzioni del Capo dello Stato. Ma a loro si sono rapidamente accodate altre personalità di primo piano.
Per esempio Del Rio e altri esponenti dell’ala cattolica del Pd che – al di là dell’opportunità di stare in un governo a trazione Cinque Stelle – non hanno apprezzato affatto toni e contenuti delle comunicazioni svolte ieri dal segretario.
Gestione non collegiale della crisi, una delegazione per il Quirinale che sarà caratterizzata da due nuovi capigruppo di provata fedeltà renziana e un percorso verso Congresso e primarie lungo e indefinito sono – per questo neonato partito-fantasma – condizioni difficili da accettare. Si aspettavano un’uscita di scena di Renzi fatta di autocritica e discrezione: si sono trovati davanti un segretario che mentre annunciava l’addio elencava ragioni, strumenti e obiettivi per un immediato ritorno.
La preoccupazione vera, a questo punto, riguarda la tenuta del Pd e – soprattutto – le reali intenzioni di Matteo Renzi.
Perchè questa nuova prova di forza? Il segretario mette nel conto nuove uscite dal partito o – addirittura – potrebbe lasciare lui il Pd, motivando l’abbandono con l’accusa di subalternità a «estremisti e populisti»?
Difficile dirlo. Ma certo, nei ragionamenti di molti esponenti del Pd comincia a prendere forma un sospetto: perchè Renzi e i suoi fedelissimi si sono tutti candidati al Senato?
Se le cose in casa democratica si mettessero per il peggio, quel folto drappello – in fondo – è lì pronto per due diversi utilizzi.
Il primo: costituire una «opposizione di blocco» capace di ostacolare la nascita di qualunque governo.
Il secondo: rappresentare il nucleo fondante di una nuova formazione politica. Non più, viste le sconfitte, il tanto temuto Partito della nazione: ma un soggetto che possa comunque permettere a Renzi di continuare la sua battaglia.
Sotto altre insegne, certo: ed è un peccato. Ma tutto, proprio tutto, solo e soltanto per colpa di quel maledetto 4, infausto giorno d’inizio mese.
(da “La Stampa”)
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Marzo 6th, 2018 Riccardo Fucile
IL M5S ATTENDE CHE LA LINEA RENZI VENGA SCONFITTA, ALTRIMENTI NON NE ESCE
Ridono Beppe Grillo, Davide Casaleggio e Luigi Di Maio. In una stanza al primo piano
dell’Hotel Parco dei Principi di Roma, dove da quarantott’ore non chiudono occhio, hanno sintonizzato il televisore su un canale all news.
Dopo attese e rinvii, ecco materializzarsi sullo schermo Matteo Renzi. Lo ascoltano annunciare le (non) dimissioni, l’intenzione di rimanere in sella al Pd per garantire che un accordo con il Movimento 5 stelle non sarà mai fatto.
I sorrisi si trasformano in risate quando il segretario parla del suo futuro, spiegando che farà “il senatore semplice”.
Tuttavia c’è un attimo di spaesamento. Il quartier generale 5 stelle si augurava delle dimissioni tout court.
La comunicazione scende in sala stampa per preparare il terreno a una dichiarazione di risposta di Alessandro Di Battista. Il volto dello staff di Di Maio è teso. Si rilassa appena quando vengono riferite le parole di Luigi Zanda, il primo del Pd a criticare duramente il segretario dimissionario.
Perchè la linea di domenica notte non si è spostata di un millimetro. L’interlocutore privilegiato, se non unico, per una convergenza programmatica di governo rimangono i Democratici. Senza Renzi.
Il forno leghista non viene chiuso. I punti di incontro sollevati in mattinata da Di Maio come base di lavoro vengono proposti a tutti i partiti. Ma l’ipotesi di intesa con il Carroccio viene più che altro tenuta in piedi come arma di pressione nei confronti delle istituzioni, da Bruxelles in giù, che non per reale convinzione.
Sulla linea è arrivata la piena benedizione di Beppe Grillo, partito alle 3 di notte per raggiungere il suo erede e festeggiare insieme allo stato maggiore.
La speranza/certezza è che la linea di Renzi non tenga. “Vediamo cosa fanno – risponde uno dei big del Movimento – se accettano questa roba non si riprendono più”. La comunicazione trasforma il dubbio in certezza: “Lo cacceranno”. Di Battista in chiaro esprime concetti molto simili: “Pur di non dimettersi realmente, Renzi è disposto a frantumare il Partito Democratico. È antipatico ai suoi elettori, e anche a molti suoi deputati”.
Il segretario Dem è percepito in una tale confusione che in parte dei presenti nelle stanze del quartier generale è ferma la convinzione che ci sia già stato un contatto diretto fra Renzi e Silvio Berlusconi.
Che pur da soli non avrebbero i numeri per formare un esecutivo. L’idea è quella che il Pd non chiuderà mai con il centrodestra allargato. “Farebbe una cosa contro natura, spiega un dirigente, ne risponderebbe ai suoi elettori”. Il messaggio è chiaro.
E si spera che arrivi anche al Quirinale. A rompere gli indugi è Ignazio Corrao, eurodeputato molto vicino alla leadership: “Ci aspettiamo che Mattarella si faccia garante della volontà degli elettori che hanno dato al Movimento un consenso che non ha pari e che non può e non deve essere ignorato”. Una fuga in avanti, quella del parlamentare europeo, in una fase in cui il leader 5 stelle non vuole minimamente tirare in ballo il Colle e ingerire nelle sue decisioni. Ma che ben rappresenta uno stato d’animo collettivo.
La strategia di Di Maio è quella di non chiudersi in una ridotta. Si vuole assolutamente evitare lo schema del 2013, quando si disse “o come diciamo noi o niente”.
È questo il messaggio che ha voluto trasmettere nel suo primo discorso da vincitore delle elezioni. Tendendo una mano sul programma, l’altra sulle presidenze delle Camere.
Per gli scranni più alti di Montecitorio e Palazzo Madama ha richiamato la soluzione di due “presidenti di garanzia”. Lo schema è chiaro: aprire all’elezione di un nome del futuro partner di governo, tenendo per sè l’altro posto disponibile. Ma con figure che potrebbero essere individuate di concerto, senza nessun prendere o lasciare. Danilo Toninelli ha aperto alla soluzione di una “rosa di nomi” su cui lavorare.
E non è passata inosservata l’arrivo di Roberto Fico direttamente da Napoli, dove ha stravinto, all’hotel Parco dei Principi. Il suo è uno dei nomi caldi per la Camera. Perchè il suo rappresentare l’anima del Movimento delle origini e la sua attenzione a temi tradizionalmente di sinistra è vista sia da parte Pd come un bilanciamento della leadership di Di Maio, sia dentro i 5 stelle come un’ottima soluzione per calmierare sul nascere eventuali malumori per il decisionismo del candidato premier.
Il quale in queste ore sta allargando l’orizzonte dei suoi contatti, tessendo una fitta tela di rapporti da capitalizzare nelle prossime settimane.
Tra gli altri oggi ha incontrato Conte e Del Re, due degli ipotetici ministri di una squadra che sembra già esser stata archiviata in quanto tale. E gli è sempre accanto Emilio Carelli, uomo che si sta rendendo fondamentale per il suo patrimonio di connessioni. E ha incontrato anche Luca Lanzalone, il presidente di Acea, latore di un patrimonio di contatti pesanti.
Ma “è sui presidenti delle Camere che giochiamo il primo tempo della partita”. Il fischio d’inizio è già stato dato.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 6th, 2018 Riccardo Fucile
QUESTO POTREBBE SPEZZARE IN DUE O IN TRE IL PARTITO… MODELLO SPAGNA: GOVERNO DI MINORANZA CON APPOGGIO ESTERNO PD O GOVERNO A TERMINE
Le ipotesi in campo sono due: dare l’appoggio esterno oppure partecipare direttamente a un governo di coalizione.
Con il MoVimento 5 Stelle, ovvero con il nemico pubblico numero uno a pari merito con Matteo Salvini. Un pezzo del Partito Democratico è determinato a ribaltare il risultato elettorale per fornire una stampella a Luigi Di Maio per il varo di un esecutivo. E pazienza se questo vorrebbe dire spezzare in due o in tre il partito e probabilmente sparire alle prossime elezioni.
L’unico a uscire, finora, allo scoperto, è Michele Emiliano.
In un’intervista al Fatto Quotidiano il governatore della Puglia torna ad attaccare Matteo Renzi ma dice anche che è «l’unica strada per ripartire. Dobbiamo dare l’appoggio esterno a un governo dei 5Stelle, che con questa vittoria hanno diritto di governare. E dobbiamo esercitare la funzione di controllo sul programma. Altrimenti si salderanno alle destre. Proposi la stessa cosa nel 2013. Ma ai tempi il M5S non era maturo».
Per questo Emiliano «farà di tutto per fargli formare un governo», dice.
In questo momento tutti guardano alla data chiave del 23 marzo, quando si riuniranno le nuove Camere.
L’offerta di Luigi Di Maio è chiara: «Siamo aperti al confronto con tutte le forze politiche a partire dalle figure di garanzia che vorremo individuare per le presidenze delle due camere», ha detto ieri il leader del M5S.
Scrive Repubblica che la formula «figure di garanzia» nasconde il tentativo di un patto: rinunciare alla guida di Montecitorio o di Palazzo Madama, eleggere una persona di area Pd e in cambio ottenere il sostegno a un governo.
E uno dei papabili sarebbe Marco Minniti, il ministro dell’Interno la cui azione ha trovato sponde anche nel M5S e che oggi potrebbe essere l’architrave di un patto di legislatura o di scopo.
E torna in mente che ieri Renzi ha citato proprio Minniti per ricordare le incredibili sconfitte del PD in questa tornata elettorale.
A fare un passo avanti ieri è stato anche l’assessore milanese Pierfrancesco Majorino, che ha invitato i parlamentari pd a un confronto sui temi con il M5S. «Personalmente credo che sui provvedimenti ci possano essere maggiori convergenze con il M5S piuttosto che con la Lega», ha invece dichiarato Francesco Boccia ieri, evidentemente perchè non ha letto bene i programmi di PD e M5S.
Ilario Lombardo sulla Stampa sostiene che il piano M5S resta quello di puntare sulla sinistra, la manciata di parlamentari di Leu e quel che resterà del Pd dopo la sua guerra intestina.
Gli scenari però che stanno studiando i grillini sono due.
Il primo: un governo di minoranza, con un appoggio esterno del Pd.
Scenario 2: un governo, magari anche a termine, con qualche ministero regalato ai dem (l’esempio che si fa è sempre quello di Marco Minniti all’Interno).
Tra i due scenari i 5 Stelle preferiscono il primo e lavorano su quella possibilità , confortati da un precedente che in queste ore hanno preso ad analizzare. Il caso del governo Rajoy in Spagna.
Quello che avvenne due anni fa a Madrid è molto simile a quello che si sta profilando in Italia. Il candidato dei popolari arrivò primo ma senza una maggioranza. I socialisti si misero di traverso e la Spagna fu costretta a tornare alle urne. Il risultato premiò ancora Rajoy ma di nuovo senza maggioranza.
Il leader del Psoe, Pedro Sanchez, si dimise dopo l’ammutinamento del suo partito. «No es no», disse prima che le pressioni dell’opinione pubblica, del partito, dei giornali e dell’establishment lo costringessero a lasciare.
Fatto fuori Sanchez, i socialisti si astennero, permettendo al Ppe di far partire un governo. Una formula di desistenza che terrebbe il Pd in gioco ma senza essere fagocitato dal M5S.
Franza o Spagna, purchè se magna
Che il MoVimento 5 Stelle speri che il Partito Democratico ci caschi nell’appoggiare un suo governo è pacifico, visto che per loro l’unica alternativa è un governo con la Lega che però sarebbe difficile da spiegare a chi nel Sud ha votato 5 Stelle.
Anche se le convergenze di programma, analizzate oggi dal Sole 24 Ore, danno più vicini i grillini a Salvini che al PD (ed è perfettamente spiegabile).
Ma anche se Renzi non si fa da parte — e ieri non ha dato certo l’impressione di averne voglia — i renziani non digeriranno certo una soluzione del genere senza colpo ferire: «Ai sostenitori dell’appoggio PD ad un governo guidato da Di Maio (esterno perchè giustamente i grillini nel governo quelli del pd — mafiosi, ladri, corrotti — non ce li vogliono) ricordo sommessamente che il loro programma consiste sostanzialmente nel cancellare quello che abbiamo fatto noi. Autocritica va bene, ma eviterei l’autodistruzione, ecco», sostiene Anna Ascani che però è già passata da Letta a Renzi.
Il Partito Democratico però non è fatto solo di renziani: sono tante le correnti che hanno appoggiato Renzi o addirittura si sono sciolte per entrare in quella del segretario, ma che oggi potrebbero pensare tranquillamente di mollarlo.
La guerra per la segreteria scoppiata ieri dopo le parole di Renzi testimonia che in ballo c’è ben altro: rientrare dalla finestra dopo essere stati accompagnati alla porta della guida del paese e farlo nel nome della responsabilità , qualunque cosa questo voglia dire.
Ora bisognerà vedere se la tentazione del Partito Democratico saprà resistere alla marea di renziani furiosi e chi sarà il primo big a uscire allo scoperto per resistere a un parlamento senza maggioranza nel paese che va a destra.
Federico Geremicca sulla Stampa di oggi scrive chiaro e tondo che ci sarebbe un altro grande sponsor dietro l’operazione: «il capo dello Stato, alla luce dei risultati, non esclude la possibilità di un governo del Movimento Cinque Stelle. Ma come elemento di garanzia (verso i mercati, Bruxelles e i grandi investitori) vorrebbe che di quell’esecutivo facessero parte anche ministri del Pd».
E la posizione del Quirinale non sarebbe certo isolata
Paolo Gentiloni e Dario Franceschini sono stati i primi a valutare legittime le preoccupazioni e le intenzioni del Capo dello Stato. Ma a loro si sono rapidamente accodate altre personalità di primo piano. Per esempio Del Rio e altri esponenti dell’ala cattolica del Pd che — al di là dell’opportunità di stare in un governo a trazione Cinque Stelle — non hanno apprezzato affatto toni e contenuti delle comunicazioni svolte ieri dal segretario.
Difficile non valutare in questa ottica anche l’iscrizione al Partito Democratico di Carlo Calenda, annunciata oggi su Twitter con tanto di ringraziamenti proprio di Paolo Gentiloni. Ma il sacrificio vorrebbe dire aprire una nuova stagione costituente del Partito Democratico. Che da partito maggioritario ambirebbe a diventare stampella dei prossimi che vincono le elezioni. In nome della “responsabilità ”, certo.
Ovvero di quella cosa che l’ha portato a perdere le elezioni.
(da “NextQuotidiano”)
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