Settembre 24th, 2018 Riccardo Fucile
NON UNA PROPOSTA SULLA INTEGRAZIONE, SOLO MISURE PERSECUTORIE E ANTICOSTITUZIONALI… IL SISTEMA PROTEGGE SOLO I LADRI CHE SI SONO FOTTUTI 49 MILIONI DI EURO
Secondo il Ministro dell’Interno Matteo Salvini, la Lega e buona parte del MoVimento 5 Stelle gli stranieri costituiscono una minaccia più o meno grave alla sicurezza degli italiani.
Ed è per questo che il decreto sicurezza, noto anche come Decreto Salvini, approvato dal Consiglio dei Ministri oggi alle 12:38 va proprio a modificare le norme attuali in tema di immigrazione e accoglienza dei richiedenti asilo.
Non è un caso infatti che i decreti legge immigrazione e sicurezza siano diventati uno solo.
L’abolizione della protezione umanitaria
Dopo anni spesi a parlare di un’invasione inesistente, di taxi del mare altrettanto inesistenti e a strumentalizzare qualsiasi episodio di cronaca per “dimostrare” che gli immigrati sono intrinsecamente un pericolo oggi a dirlo sarà una legge dello Stato.
Il Decreto Salvini va a modificare alcuni elementi normativi che finiranno con il togliere garanzie ai cittadini stranieri residenti in Italia, indebolendo i diritti dei rifugiati.
Come già ampiamente annunciato da Salvini nei mesi scorsi il decreto prevede l’abolizione della protezione umanitaria.
Si tratta di una forma di protezione che fino ad ora viene concessa per «seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano», dura un massimo di due anni (rinnovabile) e dal momento che consente di poter lavorare nel nostro paese può essere anche convertito in permesso di soggiorno per lavoro.
A beneficiarne sono coloro che non possono ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato ma che non possono essere rimandati indietro, ad esempio i minori non accompagnati.
Quanti sono? Nel 2016 sono stati accordati 18.979 permessi di protezione umanitaria (a fronte di oltre 91 mila domande esaminate); nel 2017 sono stati concessi 20.166 permessi (a fronte di 81 mila casi presi in esame).
In totale quindi è meno di 40 mila il numero di persone che hanno ottenuto il permesso di soggiorno grazie alla protezione umanitaria nel corso degli ultimi due anni.
Dal momento che a circa il 30% delle domande di asilo viene concessa la protezione umanitaria Salvini pensa così di ridurre il numero di migranti presenti sul territorio nazionale. Chi oggi è in possesso di un permesso di protezione umanitaria lo perderà e dovrà far ritorno al paese d’origine.
Lo smantellamento dei diritti dei richiedenti asilo
Che fine faranno tutte quelle persone, che non sono tutti pericolosi criminali, non è dato di saperlo.
Salvini, da papà , a luglio aveva detto che «il senso dell’iniziativa è limitare un abuso che va a discapito dei rifugiati veri. Donne incinte, bambini e rifugiati restano».
Ma ci sono anche altri aspetti discriminatori del decreto sicurezza. Uno su tutti l’abolizione del diritto al gratuito patrocinio ai richiedenti asilo nei casi in cui il ricorso è dichiarato improcedibile o inammissibile.
Durante il suo primo intervento in Aula al Senato sul caso Aquarius Salvini si scagliò contro il «business degli avvocati d’ufficio che fanno milioni di euro alle spalle di questi disgraziati ed occupano i tribunali».
Ora però non è chiaro chi pagherà l’avvocato quando il ricorso verrà giudicato inammissibile. Perchè è abbastanza evidente che i migranti non hanno i soldi per farlo.
A rimetterci saranno quindi gli avvocati che rischiano di non essere pagati? Oppure è un modo per esercitare una pressione sugli avvocati di gratuito patrocinio affinchè facciano in modo da non impegnarsi troppo (e quindi non rimetterci troppo tempo e denaro).
Non stupisce poi così tanto invece la decisione di revocare immediatamente lo status di rifugiato ai richiedenti asilo che commettono reati come violenza sessuale, lesioni aggravate e oltraggio a pubblico ufficiale.
Si tratta di una misura che indebolisce molto le tutele nei confronti dei rifugiati. Ma in fondo questo è il governo che ritiene che la Libia sia un paese perfettamente sicuro per i rifugiati.
La revoca dello status di richiedente asilo in teoria dovrebbe arrivare già dopo una sentenza di primo grado.
In questo modo però si salta quel passaggio fondamentale in uno stato di diritto dell’accertamento dei fatti e della colpevolezza dell’imputato.
Cosa succederebbe ad esempio se il richiedente asilo fosse innocente delle accuse a suo carico?
Inoltre come ricorda Associazione Antigone il reato di oltraggio a pubblico ufficiale viene contestato con estrema facilità , soprattutto a coloro che oppongono una minima resistenza durante un fermo, cosa comune quando si tratta di operazioni di polizia nei confronti dei migranti.
Un’altra misura contenuta nel pacchetto voluto da Salvini — e approvato all’unanimità dal Consiglio dei Ministri — è il raddoppio della durata massima del trattenimento all’interno dei Centri per il rimpatrio (gli ex CIE) che passa da 3 a 6 mesi.
Questo oltre a rappresentare un aumento dei costi per lo Stato è una misura inutile perchè solo la metà di chi passa nei CPR viene effettivamente espulso.
Infine c’è la misura che ha fatto esultare il presidente del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga e tantissimi leghisti: la revoca della cittadinanza per chi delinque.
Ovviamente non per tutti, come si potrebbe fraintendere dal tweet di Fedriga ma solo nei confronti di quegli stranieri considerati una minaccia per la sicurezza nazionale. Per capire quali saranno i possibili limiti e campi di applicazione di questa decisione bisognerà però tener conto del fatto che all’articolo 22 della Costituzione è scritto che «nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza» e che all’articolo 15 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (che l’Italia ha sottoscritto) è scritto che «nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza».
(da “NextQuotidiano“)
argomento: Razzismo | Commenta »
Settembre 24th, 2018 Riccardo Fucile
AL COLLE STUDIERANNO IL TESTO, NULLA E’ SCONTATO… BENI CONFISCATI ALLA MAFIA, ARRIVA UN FAVORE ALLE COSCHE… TASER ANCHE AI VIGILI URBANI, EVVIVA I PISTOLERI
Alle 13 precise Giuseppe Conte e Matteo Salvini si presentano in sala stampa a Palazzo Chigi. Il
consiglio dei ministri ha appena dato il via libera all’unanimità al decreto immigrazione e sicurezza, o meglio: “decreto Salvini”, come vuole sia chiamato il ministro dell’Interno.
Mentre il M5s si mostra freddo, non esulta. “Continueremo a lavorare sul testo alla Camera e al Senato, il Parlamento sarà centrale come sempre”, preannuncia il ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro.
Evidentemente, al di là dell’approvazione unanime in consiglio dei ministri, il decreto Salvini deve ancora incontrare il consenso pieno dei parlamentari cinquestelle.
Ma con il Colle è fatta? In conferenza stampa sia Salvini che Conte si mostrano sicuri dell’ok del Quirinale, dopo i contatti informali durati giorni e gestiti in prima persona dal premier, come racconta lui stesso ai giornalisti.
Poche le modifiche sostanziali, comunque apprezzate dal Colle, da quanto trapela. Il Quirinale comunque si riserva naturalmente di esaminare il testo prima della firma del presidente Sergio Mattarella.
Innanzitutto è apprezzato il fatto che le espulsioni di cittadini stranieri in presenza di reati vengano decise in base ad una decisione della magistratura e non solo in base ad un’azione di polizia oppure in base ad una denuncia, come previsto nelle versione iniziale elaborata al Viminale.
Nello specifico, è apprezzata la scelta di legare la sospensione della domanda di asilo ad una condanna in primo grado — dunque comunque non definitiva – e non più ad una semplice indagine di polizia.
Prematuro concludere che Mattarella firmerà . Ma ad ogni modo, prima di arrivare al consiglio dei ministri di oggi, “c’è stata una interlocuzione col Quirinale a livello massimo di esponenti — racconta Conte indicando se stesso – e di strutture tecnicheAnche se il decreto fa discutere, su diversi aspetti. Vediamoli.
Il testo va a incidere sul decreto 286 approvato dal governo Prodi nel 1998 in materia di protezione umanitaria. Si tratta di un istituto pensato per accogliere chi non rientra nei casi di riconoscimento dell’asilo politico (stabilito dalla Convenzione di Ginevra del 1951, riguarda i perseguitati per motivi di razza, religione, nazionalità , appartenenza a un determinato gruppo sociale od opinione politica) oppure per chi non rientra nei casi stabiliti per avere la protezione sussidiaria (riconosciuta a chi andrebbe incontro a danno grave, come la pena di morte, la tortura o altri trattamenti inumani o degradanti, qualora tornasse nel paese d’origine).
Con il ‘decreto Salvini’ la protezione umanitaria verrà riconosciuta solo a chi rientra in queste sei fattispecie: “Vittime di grave sfruttamento lavorativo, vittime della tratta, vittime di violenza domestica, vittime di gravi calamità naturali, necessità di cure mediche e protagonisti di atti di particolare valore civile”. Stop. Ma c’è dell’altro nel decreto.
C’è la revoca della cittadinanza per chi venga condannato in via definitiva per reati di terrorismo internazionale, anche se la cittadinanza è un diritto inviolabile.
In Francia, a gennaio 2016, dopo la strage al Bataclan, l’allora presidente Francois Hollande provò a togliere la cittadinanza francese ai cittadini con doppia cittadinanza indiziati di reati legati al terrorismo, ma dovette fare marcia indietro: non c’era consenso in Assemblea nazionale.
Bisogna andare oltreoceano per trovare esempi di ciò che ha in mente Salvini: il Patriot Act II, pensato dall’amministrazione Bush nel 2003, privava della cittadinanza americana i condannati per terrorismo, creando di fatto degli individui senza esistenza legale. Ma nemmeno il Patriot act II è mai finito davanti al Congresso.
Il decreto Salvini comunque prevede la sospensione della domanda di asilo per chi si macchi di reati anche non gravi (anche solo furto) e venga condannato solo in primo grado, dunque non via definitiva.
“Il richiedente asilo beccato a scippare o rubare si vedrà sospesa la domanda”, dice Salvini. Naturalmente, in questo caso, “il richiedente ha l’obbligo di lasciare il territorio nazionale”, recita il testo approvato dal consiglio dei ministri.
E se poi viene assolto? Ecco, qui sta il punto: la riapertura del suo procedimento di asilo non scatta in automatico.
Il migrante espulso deve fare domanda di riapertura e, pur assolto, ha solo 12 mesi di tempo per farsi vivo dal Niger, dal Gambia, dal paese d’origine nel quale si trova. Ecco il testo: “Entro dodici mesi dalla sentenza definitiva di assoluzione, l’interessato potrà chiedere la riapertura del procedimento sospeso. Trascorso tale termine, senza richiesta di riapertura, la Commissione competente dichiara l’estinzione del procedimento”.
Il decreto inoltre prolunga da 90 a 180 giorni la durata massima del trattenimento dello straniero nei Centri di permanenza e rimpatri. E anche negli hot spot: il periodo previsto di non più di 30 giorni per accertarne l’identità o la cittadinanza può essere allungato a 180 giorni “laddove non sia stato possibile determinarne l’identità .
Il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) viene ridotto all’osso: “Continuerà ad esistere per rifugiati e minori non accompagnati, cioè per le fattispecie che meritano di essere accolte”, dice Salvini.
E ci sono novità anche sul riutilizzo dei beni confiscati alla mafia. La legge 106 del 96, approvata dal governo Berlusconi su pressione di molte realtà sociali, stabilisce un uso sociale dei beni confiscati da parte di cooperative sociali o soggetti istituzionali. No allo scopo di lucro insomma, no alla vendita, perchè spesso è un escamotage usato dai clan per rientrare in possesso del patrimonio confiscato.
Il ‘decreto Salvini’ invece prevede “l’ampliamento dei possibili acquirenti” di tali beni che verrebbero messi in vendita dall’Agenzia dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata.
E poi l’uso del taser (pistola a impulsi elettrici) anche per la polizia municipale nei comuni con più di 100mila abitanti, con spese a carico delle regioni e dei comuni; estensione del Daspo per le manifestazioni sportive a chi sia indiziato di reati di terrorismo
Ora il vaglio del Quirinale.
Nel frattempo il decreto raccoglie le critiche della ong Medici senza Frontiere, una delle organizzazioni non governative da tempo in rotta di collisione col Viminale per la stretta sugli sbarchi. “Il decreto sembra orientato a smantellare ulteriormente il sistema di accoglienza italiano, già fragile e precario, a prolungare la detenzione amministrativa di persone che non hanno commesso alcun crimine, e a ridurre le protezioni attualmente disponibili per persone vulnerabili”, dice Anne Garella, capomissione MSF in Italia.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Razzismo | Commenta »
Settembre 24th, 2018 Riccardo Fucile
ORA GRIDANO ALLO SCANDALO PER LA PUBBLICAZIONE DELL’AUDIO DI CASALINO, MA NEL 2015 FURONO LORO A PUBBLICARE UN AUDIO TRA I DEPUTATI MUCCI E RABINO
Lo ha detto il presidente della Camera Roberto Fico, mica uno qualsiasi, alla festa di Atreju: “A me sembra assurdo che giornalisti che ricevono il messaggio, fanno uscire le proprie fonti”.
Lo ha detto anche l’interessato Rocco Casalino: “La pubblicazione viola il principio costituzionale di tutela della riservatezza e, se fosse accertato che sia stata diffusa dai destinatari, viola le più elementari regole deontologiche”.
Lo ha sottolineato anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte: “La pubblicazione dell’audio è contraria alla Costituzione”.
E lo ha adombrato anche il viceministro Luigi Di Maio. Insomma, la pubblicazione dell’audio di una conversazione privata o di un messaggio privato per il MoVimento 5 Stelle è un atto illegale, qualcosa di sbagliato da tutti i punti di vista, una vergogna.
Flashback. Il blog di Beppe Grillo nel febbraio 2015 pubblicava un dialogo tra due parlamentari, l’ex 5 Stelle Mara Mucci e Mariano Rabino di Scelta Civica, linkandolo dall’account M5S Camera Facebook (dove attualmente è ancora pubblicato).
Il video serviva a insinuare che ci fosse un patto che prevedeva 50000 euro al mese per chi appoggiava il governo Renzi:
E ciò è falso, perchè, come spiegammo all’epoca, i due invece stavano parlando dell’ampliamento del gruppo parlamentare di Scelta Civica, che sarebbe conseguito all’entrata di altri dieci deputati, e delle conseguenti risorse per l’assunzione di assistenti parlamentari (le “otto persone che possono essere assunte e messe a disposizione”, come dice la stessa trascrizione). Quindi non di soldi messi in tasca per “appoggiare il governo Renzi”, come dicevano in maiuscolo i deputati nel lancio della presentazione sulla loro pagina Facebook, e la proposta fu comunque rifiutata. In seguito Mucci presentò denuncia per la diffusione del video.
Ma, a parte il merito, qui il punto è politico: se è illegale pubblicare audio con registrazioni di persone che parlano, perchè ciò non valeva per la Mucci?
(da “NextQuotidiano”)
argomento: Costume | Commenta »
Settembre 24th, 2018 Riccardo Fucile
IL TAGLIO AGLI INCENTIVI PER LA BANDA ULTRA-LARGA NELLE AREE DEL SUD E LA ESCLUSIONE DAL REDDITO DI CITTADINANZA DEI PROPRIETARI DI CASA
Due notizie oggi scaldano il cuore dei membri del Club del “Noi ve l’avevamo detto”, sezione
“Chi è causa del suo mal pianga sè stesso”, sottosezione “Meridionali che credono a chiunque”, del quale sono Presidente in virtù delle mie origini molisane: una terra dove il Movimento 5 Stelle ha preso quasi il 50% dei voti validi ed eletto tutti i parlamentari eleggibili.
Il macro-argomento è quello che nelle sue varie declinazioni impazza ormai sui giornali da qualche mese: le famose “coperture”.
Che non sono, come potreste sospettare, le spesse coltri sotto cui dovrebbe andare a nascondersi Laura Castelli (aka “sulle coperture siamo moltissimo d’accordo” ) ma le fonti finanziarie delle implausibili e costosissime promesse elettorali della gang gialloverde
Fallita, com’era prevedibile, la ridicola strategia di bullizzare l’Unione Europea mendicando danaro con minacce e ventri nudi esibiti al Papeete, la tattica di ripiego dei pentafurbissimi sembra essere quella di tagliare qua e là i capitoli di spesa a caso per rimediare qualche spiccio e far finta di realizzare almeno in parte il programma psicotico che gli elettori hanno premiato alle urne (la parte non realizzata sarà kolpa della kasta del MEF!1!1!).
Ed ecco dunque fiorire decine di proposte imbecilli, retrive, dannose, provenienti un po’ da tutta la maggioranza, con però un’interessante variante che non sarà sfuggita agli osservatori più attenti: quando a sparare fregnacce è Salvini, questi ha quantomeno l’accortezza di proporre iniziative (tipo “quota 100 per le pensioni”) che non danneggiano immediatamente il proprio elettorato (il quale, anzi, ne sarebbe avvantaggiato visto dove risiedono per lo più quelli che a 65 anni sono riusciti a versare 35 anni di contributi continuativi; e NO, mi dispiace, NON SI TRATTA di zone del Paese a sud del Rubicone); quando invece a parlare è Di Maio, le idiozie hanno la ulteriore caratteristica di essere quasi completamente a carico proprio di quelli che lo hanno votato in massa. E veniamo dunque alle due notiziole cui è dedicato questo pezzo.
Notizia numero 1: al disperato fine di trovare risorse per il Reddito di Cittadinanza il Governo taglierà 170 mln di Euro di incentivi per la banda ultra-larga nelle aree c.d. “bianche” ovvero le aree a “fallimento di mercato” dove, in mancanza di incentivi pubblici, è irragionevole immaginare che gli operatori di telefonia vadano a costruire impianti: non ci vuole molto a immaginare dove sono localizzate prevalentemente le aree in questione e che, pertanto, il taglio agli incentivi altro non farà che rallentare il “digital divide” tra regioni ricche e povere (lo sa Di Maio quali sono le regioni povere? Indizio: quelle che lo hanno votato).
Notizia numero 2: sempre al nobile scopo di procurare la pagnotta aggratis promessa a milioni di boccaloni senza far saltare il banco, l’altra novità di oggi è che potrebbero essere esclusi dal Reddito di Cittadinanza i proprietari di casa.
Ecco, per degustare appieno l’autolesionismo carpiato della proposta, dovete riflettere un attimo su tre semplici quesiti.
Primo: in quali aree del paese sono concentrati quei giovani disoccupati che il RDC dovrebbe aiutare (risposta: NON tra Milano e Brescia)? Secondo: cosa fanno di solito i genitori italiani (e ancor di più quelli meridionali) quando devono investire i propri soldi per lasciare qualcosa ai figli (risposta: NON comprano azioni della Apple)? Terzo: chi verrà escluso dal reddito di cittadinanza e magari dovrà farsi contemporaneamente carico di rate del mutuo accresciute dall’effetto spread perchè “non possiamo piegarci alla dittatura dei mercati” (risposta: dai che ce la fate da soli)?Naturalmente non sono nato ieri e so bene che il “Governo del Cambiamento” si chiama così perchè cambia idea 3 volte al giorno e, pertanto, queste, come altre brillanti idee, potrebbero morire prima della pubblicazione dei giornali di domani. Come pure so bene che le probabilità che il Reddito di Cittadinanza si faccia per davvero, in qualsiasi versione, allargata o ridotta, sono inferiori a quelle di vedere Di Maio laureato.
Ma questo, a pensarci bene, non conta: ciò che conta davvero è la persistente credulità dell’elettorato meridionale — pronto da sempre a correre dietro a chiunque gli prometta un futuro di prosperità a scrocco — per il quale, il micidiale cocktail tra un leader spregiudicato e impegnato ad avvantaggiare soprattutto il Nord (Salvini) e un altro, altrettanto spregiudicato, ma fesso (come si chiama questo non ve lo dico, indovinatelo voi), rischia di essere, stavolta, esiziale.
E noi ve l’avevamo detto.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: denuncia | Commenta »
Settembre 24th, 2018 Riccardo Fucile
ZAIA RIUNISCE IL CONSIGLIO REGIONALE SULLA VETTA DELLA MARMOLADA, DOPO CHE IL GHIACCIAIO E’ STATO ASSEGNATO GEOGRAFICAMENTE AL TRENTINO… IL CHE NON FREGA NULLA A NESSUNO, MENTRE DEGLI INTERESSI ECONOMICI PER L’IMPIANTO DI RISALITA SI’
Le raffiche di vento e le temperature in picchiata non hanno fermato il consiglio regionale del Veneto che si è riunito questa mattina a Punta Serauta, a quasi 3 mila metri di quota, per poi portare in vetta alla Marmolada (in funivia) la bandiera del Veneto: un’iniziativa organizzata in difesa dei confini della Regina delle Dolomiti, in un’infinita disputa contro il Trentino.
La seduta si è tenuta nella stazione intermedia della funivia che sale da Malga Ciapela (Belluno), con il governatore veneto Luca Zaia a ripercorrere le tappe della guerra tra Venezia e Trento: “Parliamo di una causa che dura da 45 anni — ha detto — e questo significa che nel nostro paese qualcosa non funziona. Tutto cominciò nel 1973 quando quelli di Canazei (Trentino) dissero che i confini del 1.778 non andavano più bene, cancellando un accordo non certo da poco tra la Repubblica Veneta e l’Arcivescovado di Bressanone”.
In seguito fu il presidente della Repubblica Sandro Pertini, nel 1982, a stabilire la linea di confine a favore della Provincia di Trento.
Ieri buona parte dei sessanta consiglieri veneti è salita in quota in funivia (aperta per l’occasione), assenti i consiglieri del Pd (“non andiamo in gita”) mentre alcuni consiglieri hanno seguito i lavori in streaming dal fondo valle per evitare problemi con l’alta quota.
Ma qual è il (vero) motivo di questa disputa per una striscia di terreno a oltre 3 mila metri di quota, dove ci sono solo rocce e ghiaccio?
“Dobbiamo avere il coraggio di dire che finchè c’era solo il ghiacciaio non gliene fregava niente a nessuno della Marmolada, ora che c’è l’impianto di risalita (che sale dal Veneto, ndr) e che c’è lo sci e il turismo siamo qui a difendere i nostri confini, ma non perchè siamo guerrafondai, ma perchè siamo convinti di avere le carte in regola” ha detto ancora Zaia, facendo riferimento al progetto del Comune di Canazei per costruire un nuovo impianto che arrivi in vetta alla Marmolada partendo dal versante trentino.
Il consiglio regionale veneto ha quindi approvato una mozione che impegna la giunta a tutelare i confini nella disputa con la Provincia di Trento.
(da agenzie)
argomento: Costume | Commenta »
Settembre 24th, 2018 Riccardo Fucile
GLI AMICI DI SALVINI… NEI LIBRI DI STORIA DELLE MEDIE LA LOTTA PER L’UNITA’ D’ITALIA E’ DESCRITTA COME UNA GUERRA DI AGGRESSIONE
Il Risorgimento? Una guerra di aggressione. Cavour voleva unire l’Italia? No, dividere l’Austria.
Mazzini e Garibaldi? Nazionalisti di estrema destra. E il Kaiser? Buono e globalista.
Sebastian Kurz ha da poco rinnovato ai nostri connazionali altoatesini l’offerta della nazionalità austriaca, con gran stizza della Farnesina.
Il timing però non è ottimale: a settembre ricominciano le scuole, ed è naturale chiedersi che immagine abbiano gli austriaci dell’Italia, visti i precedenti a dir poco turbolenti. E qui vengono le sorprese.
Perchè un’indagine nei libri scolastici della repubblica alpina fa intravedere nella mossa di Kurz, anzichè la gioia di un nuovo amico, il rancore di un vecchio padrone.
Cominciamo con qualche assaggio.
In Netzwerk Geschichte («Rete Storia» per le scuole medie, edizioni Lemberger) nel capitolo sul Risorgimento italiano vengono particolarmente evidenziate le date più tarde: la proclamazione dell’unità del 1861, la breccia di Porta Pia del 1870, la morte di Garibaldi nel 1882, addirittura i Patti lateranensi del 1929.
Dei 30 anni di moti d’indipendenza contro il sanguinario sfruttamento austriaco non c’è traccia.
Ecco invece la domanda retorica e insinuante degli autori: «Austria, Francia e Gran Bretagna possono vantare una lunga storia. Da quando esiste lo Stato italiano?».
In Geschichte live (editore Veritas, scuole medie) dopo abbondanti descrizioni delle virtù del Kaiser Francesco Giuseppe, si ammette che «dopo il 1848 l’imperatore e il suo governatore generale (il sanguinario maresciallo Radetzky, ndr) erano gli uomini più odiati in Italia del nord», ma solo perchè «agli occhi degli Italiani erano loro due ad aver fatto fallire le aspirazioni dell’Italia all’unità e alla libertà ». Il dominio austriaco era insomma una sensazione soggettiva, valida solo «agli occhi degli Italiani».
In VG3 Neu (per la scuola media, ancora Lemberger editore) il capitolo sul Risorgimento si apre con un’abile premessa: «Nel XIX secolo, ambiziosi uomini di Stato capirono che l’idea nazionale si adattava in modo eccellente al raggiungimento dei loro personali obiettivi politici. Volevano espandere i loro Stati a costo degli altri, e allo scopo utilizzarono come giustificazione l’idea nazionale. In molte parti del mondo ancora oggi si fa politica in modo simile».
Il vero obiettivo dei leader italiani sarebbe stato “dividere l’impero asburgico”
Cavour, Garibaldi e Mazzini diventano così un piccolo club di ambiziosi, e l’unificazione d’Italia una guerra di aggressione.
Proseguono gli autori: «Il Piemonte nella seconda metà del XIX secolo si sviluppò in un moderno ed efficiente Stato-modello. Appoggiò l’idea di una divisione dell’Austria». Insomma, Cavour voleva dividere l’impero asburgico, anzichè unificare l’Italia… «Con un’abile politica estera, il regno di Piemonte-Sardegna si guadagnò l’alleanza di Francia, Gran Bretagna e Prussia. L’Austria invece era isolata (…). Quando nonostante ciò rischiò e scese in guerra, le truppe alleate di Francia e Piemone-Sardegna sconfissero l’esercito austriaco, male organizzato, a Magenta e Solferino».
Un resoconto che fa a pugni con i fatti storici: a Magenta e Solferino si combattè perchè l’Austria aveva imposto ai piemontesi, assai inferiori militarmente ma alleati alla Francia, di disarmarsi entro tre giorni. L’ultimatum non venne rispettato e gli austriaci attaccarono.
A Solferino gli eserciti contrapposti erano pressochè equivalenti, gli Austriaci anzi avevano un’artiglieria più consistente, ma la conduzione tattica dei francesi fu vittoriosa.
Alla pagina successiva di VG3 Neu c`è una carta d’Italia in bianco da colorare con tonalità diverse, corrispondenti ad altrettanti momenti dell’unificazione: 1859, 1860, 1866 e 1870.
Benissimo, ma accanto spunta una noticina: «A proposito, in cambio del suo appoggio la Francia ricevette dalla Sardegna i possedimenti di Nizza e Savoia. Insomma, ogni cosa aveva il suo prezzo…».
Dietro a tutto, insomma, c’era solo un mercato delle vacche. Perfino se fosse vero, il libro scolastico dovrebbe argomentare, e non fare allusioni maligne. Soprattutto se è scritto dai perdenti…
Anche Geschichte schreiben («Scrivere la Storia», edizioni Dorner) suggerisce che «l’idea nazionale venne usata da alcuni politici per realizzare obiettivi di potere. Il nazionalismo servì loro come giustificazione per ingrandire i loro stati».
Il tema torna però ancora più ampiamente nel testo di storia per le medie Bausteine («Pietre per costruire»), dove si raggiunge l’apice (o il fondo) dell’inchiesta.
E non solo per il contenuto, ma anche perchè Bausteine è targato à–bv, la casa editrice di Stato. Il capitolo sul nostro Risorgimento è intitolato «Il nazionalismo» e inizia con una premessa filomonarchica: «Dopo il congresso di Vienna venne ristabilito il vecchio ordine. I prìncipi regnanti restarono ancorati ai loro diritti ereditari. I popoli erano in maggioranza solidali con i loro governanti».
Poi però il presunto idillio si guasta: «Gradatamente in Europa si fece strada l’idea che in uno Stato potessero convivere solo persone con il medesimo passato storico, la medesima lingua e la stessa cultura. Coloro che non rientravano in questo disegno non avrebbero goduto di pari dignità ».
Insomma, gli austriaci dominatori in Italia sono descritti come una minoranza etnica. E ancora: «Questa idea si chiamava nazionalismo. In alcuni paesi, come l’Italia o la Germania di oggi, le genti che avevano quei fattori in comune vivevano in tanti piccoli stati divisi tra loro. In altre zone geografiche, come per esempio nell’impero asburgico, vivevano insieme popoli con culture e lingue differenti. Molti nazionalisti erano pronti ad usare anche la violenza per realizzare il desiderio di avere un loro Stato e una propria nazione».
Poco importa quindi che l’impero asburgico per primo usasse la violenza per tenere insieme, e spremere economicamente, tutti quei «popoli con culture differenti». Chi, come il grande scrittore austriaco Karl Kraus, osò denunciarlo («questa pretesa di affliggere il mondo con la nostra follia omicida nazionale») è tutt’oggi ben poco amato nella repubblica alpina.
Alla pagina seguente di Bausteine campeggia una foto. Una schiera di manifestanti, tutti giovani maschi vestiti di nero come i black blocks, regge uno striscione: Nazionalismo al posto della globalizzazione. Didascalia: «Il nazionalismo oggi in molti Paesi – Manifestazione di estrema destra in Germania, 1° maggio 2008».
Poi la spiegazione: «I nazionalisti mettono in evidenza le particolari facoltà e i risultati raggiunti dalla loro nazione. Allo stesso tempo danno meno valore alla cultura, al modo di vivere e alla religione delle persone di altre nazioni. Nel loro paese le minoranze vengono disprezzate o perfino minacciate. Rappresentanti di partiti nazionali (sic) spesso hanno atteggiamenti molto aggressivi».
L’equazione è assurda ma chiarissima: voler unificare un popolo omogeneo è un atto facinoroso. Preferire la propria lingua e cultura è nazionalismo. Amare la patria è violenza. Gli italiani del Risorgimento sono estremisti di destra. Il Kaiser è buono e globalista.
«I funzionari del Kaiser rinsaldavano il suo dominio con una amministrazione corretta e unitaria (…). L’imperatore vedeva se stesso come il signore di tutti i suoi popoli. Voleva accrescere il prestigio dello Stato nella sua interezza. Per questo le pretese delle singole nazioni vennero represse». Così sentenzia il diffusissimo Bausteine, stampato con denaro pubblico e distribuito gratis (in Austria i libri scolastici non si pagano).
È dunque per «accrescere il prestigio dello Stato» che Francesco Giuseppe— lo ricorda Karl Kraus — consegnò alle nostre donne di Mantova, che lo imploravano di sospendere l’esecuzione dei loro mariti e figli, la nota spese del boia? Ah, indimenticabile Silvio Pellico! «Austriaci, enigma della razza umana…».
Un capolavoro scolpito nell’eternità , Le mie prigioni, che il giovine Kurz dovrebbe (ri)leggere, e meditare gli anni da incubo passati da Pellico nella fortezza dello Spielberg.
E poi far limare alla sua à–BV quei libri di testo che puzzano del cuoio degli stivali di Radetzky. Altrimenti vincerà la battuta di Karl Kraus: l’unico articolo da export austriaco è la corda del boia.
(da “La Stampa”)
argomento: denuncia | Commenta »
Settembre 24th, 2018 Riccardo Fucile
GLI AMICI DI SALVINI… “LESO IL PRINCIPIO DELLA SEPARAZIONE DEI POTERI, MINACCIA SISTEMICA DELLO STATO DI DIRITTO”
La Polonia alla sbarra per «minaccia sistemica» dello stato di diritto.
La Commissione europea ha deferito il governo di Varsavia alla Corte di giustizia europea per la riforma del sistema giudiziario che, secondo Bruxelles, lede il principio della separazione dei poteri nella misura in cui intacca l’indipendenza della magistratura.
La modifica del quadro normativo rischia di costare caro all’esecutivo di Mateusz Morawiecki, visto che in prospettiva si profila l’eventualità di multe.
L’esecutivo comunitario, nell’inviare le carte all’Alta Corte, ha chiesto ai giudici di Lussemburgo di esprimersi con procedimenti accelerato.
Si vuole una sentenza in tempi rapidi, così da porre fine a una storia che si trascina da troppo tempo.
La decisione del collegio dei commissari ripropone lo scontro tra Unione europea e Stati membri dell’est, dopo che il Parlamento europeo ha approvato la richiesta di attivazione delle procedure sanzionatorie contro l’Ungheria, sempre per politiche ritenute contrarie al rispetto dello stato di diritto.
Si tratta dell’articolo 7 del trattato su funzionamento dell’Ue, che prevede addirittura la sospensione del diritto di voto in Consiglio. Una misura che per la Polonia il team Juncker ha chiesto di attivare a dicembre.
Entrata in vigore il 3 aprile di quest’anno, la nuova legge polacca abbassa da 70 a 65 anni l’età pensionabile per i giudici della Corte suprema. Circa un terzo dei componente dell’Alta corte polacca (27 membri su 72) rischia di fatto il pensionamento d’ufficio.
Ciò vale anche per il presidente, che potrebbe quindi terminare in anticipo il suo mandato. A preoccupare Bruxelles è anche «l’accelerazione» che sta conoscendo il processo di pensionamento dei giudici.
Si teme che in questo modo si incorra nel rischio di «pregiudicare in modo grave e irreparabile l’indipendenza della magistratura in Polonia e quindi l’ordinamento giuridico dell’Ue».
La posizione della Commissione europea non è nuova. Ha avviato per questi motivi una procedura d’infrazione ad aprile, e in questi mesi il vicepresidente Frans Timmermans si è speso in prima persona in un dialogo con le autorità polacche per evitare di portare fino in fondo il dossier. I tentativi non hanno però sortito alcun effetto. Il governo polacco, spiega l’esecutivo comunitario, non ha fatto marcia indietro, e «non ha fugato le preoccupazioni espresse dalla Commissione dal punto di vista giuridico». Da qui la decisione di mettere lo Stato membro sul banco degli imputati.
In questo momento la Polonia non rischia nulla, a livello pratico. Le procedure d’infrazione che arrivano alla Corte possono vedere o assoluzione o condanna dell’imputato. In questa seconda ipotesi la sentenza chiede di conformarsi al diritto dell’Unione. E’ solo in un secondo momento, quando lo Stato membro dovesse non rispettare la sentenza, che scatterebbero multe.
Solitamente è la Commissione europea che propone gli importi, in base a diversi fattori (gravità del reato e durata della situazione illecita), ma la Corte può decidere di modificarli.
La Commissione europea a dicembre ha chiesto di attivare i meccanismi sanzionatori contro la Polonia ai sensi dell’articolo 7, lo stesso attivato contro l’Ungheria dal Parlamento europeo in occasione dell’ultima sessione plenaria.
L’esecutivo comunitario aveva contestualmente minacciato di portare Varsavia di fronte ai giudici di Lussemburgo, come fatto oggi. Il team Juncker si dice sempre disposto a dialogare con l’esecutivo polacco, nella speranza che il dialogo sin qui tra sordi possa iniziare a produrre degli effetti.
(da “La Stampa”)
argomento: Giustizia | Commenta »
Settembre 24th, 2018 Riccardo Fucile
A 40 GIORNI DAL CROLLO, IL TESORO CERCA ANCORA LE COPERTURE, CI SARA’ UNA PIOGGIA DI RICORSI PER L’ESCLUSIONE DI AUTOSTRADE
Dopo undici giorni adesso una data c’è. 
Il premier Giuseppe Conte ha preso l’impegno di inviare al Quirinale entro domani il decreto su Genova, approvato dal consiglio dei ministri il 13 settembre “salvo intese”, quindi soggetto a modifiche. In tutto questo tempo, il provvedimento è stato scritto, riscritto, modificato e ancora vagliato.
Un punto fermo adesso c’è. O per lo meno è stato messo nero su bianco nel provvedimento, nonostante il pericolo dei ricorsi.
Si tratta di Autostrade che sarà completamente fuori dalla ricostruzione del ponte Morandi crollato, sia come stazione appaltante, sia come progettista, sia come costruttore.
L’ente appaltante – si legge nel testo in possesso di Radiocor – sarà il commissario straordinario, che per affidare progettazioni e lavori dovrà scegliere i contraenti previa valutazione competitiva di almeno cinque imprese (o cordate) in possesso dei requisiti richiesti.
Inoltre, il decreto stabilisce che il commissario dovrà affidare tutti gli appalti (progettazione, demolizioni, conferimenti in discarica, attività di ricostruzione) a società che non abbiamo alcuna partecipazione diretta o indiretta in società concessionarie di strade a pedaggio, ovvero siano da queste ultime controllate o, comunque, ad esse collegate. Dunque: divieto di affidare appalti a Spea, Pavimental o altre società del Gruppo Atlantia.
Fino a questa mattina il governatore della Liguria Giovanni Toti rilasciava dichiarazioni di fuoco: “Di questo decreto che si annuncia da molti giorni non c’è traccia, e nemmeno Mattarella ne ha traccia”. Parole che arrivano proprio nel giorno in cui il presidente della Repubblica fa visita agli sfollati che chiedono al Capo dello Stato di poter tornare presto nelle proprie case.
Dal crollo del ponte sono trascorsi quaranta giorni. Ancora non è stato nominato il commissario per la ricostruzione.
“Dissi 10 giorni — spiega oggi il premier Conte – e intendevo 10 giorni dall’entrata in vigore del decreto. Se poi arriverà qualche giorno prima meglio”.
Ciò significa che è possibile che trascorrano dieci giorni dalla pubblicazione in gazzetta ufficiale, che avverrà almeno tra un paio di giorni se è vero che domani il decreto arriverà sulla scrivania del Quirinale per lo studio del provvedimento e la firma.
Provvedimento che non chiarisce fino in fondo chi ricostruirà il ponte. Ciò che certo è la richiesta di derogare al codice degli appalti che prevede un bando europeo per lavori superiori a 5,2 milioni per scongiurare il rischio infiltrazioni.
La ricostruzione del ponte andrebbe quindi inquadrata come appalto necessario e urgente.
L’idea di andare avanti con una procedura ristretta sarebbe stata accantonata da parte del governo, secondo alcune fonti perchè non è possibile derogare al codice del appalti, quindi niente bando europeo, e poi procedere invece con una gara ristretta a quattro, cinque soggetti.
Quindi sarebbe allo studio, anche se non viene specificato nel decreto, l’affidamento diretto.
Così si spiegano le parole di Luigi Di Maio a Genova anche lui per un incontro con l’Ilva: “Il commissario avrà i poteri per decidere chi costruirà il ponte”.
Il governatore Toti non è d’accordo e appare più realista: “Potremmo avere molti ricorsi, in primis quello di Società Autostrade. Fincantieri piace a tutti noi, è di Genova ma secondo noi vanno messe insieme più aziende, per esempio Autostrade che per legge al momento è ancora concessionaria di tremila chilometri di rete, compreso il ponte Morandi”.
E sempre il presidente della Liguria avverte: “Non tollereremo ritardi ricostruzione. Abbiamo lavorato insieme a Conte per una serie di misure per la ricostruzione con soggetti interessati, soggetti che avevano il dovere di farlo. Poi il governo ha preso un’altra strada”.
Che è quella dell’affidamento diretto escludendo Autostrade. “Noi — dice ancora Toti a Rtl – ribadiamo che in 12, massimo 15 mesi, il ponte si può ricostruire”.
Nel caos tra governo ed Enti locali e anche dentro il governo, si inserisce la commissione Europea “Nei colloqui avuti con le autorità italiane abbiamo chiarito i vari aspetti del quadro giuridico Ue. Non commentiamo le dichiarazioni, ma quando i piani vengono attuati”, dice la portavoce Lucia Caudet sottolineando che ancora i progetti del governo “non sono chiari al cento per cento”.
Ecco il motivo di tanto ritardo.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Genova | Commenta »
Settembre 24th, 2018 Riccardo Fucile
UN CONCENTRATO DELLA PEGGIORE DESTRA ISRAELIANA, SPONSOR DI CAPITALISTI CORROTTI CHE LUCRANO SUI POVERI… BANNON E’ LA SERVIZIO DI UN PEZZO DI QUELLA OLIGARCHIA FINANZIARIA CHE A PAROLE DICE DI VOLER COMBATTERE
Sono stato a sentire Steve Bannon (considerato il guru di Trump, principale animatore della cosiddetta internazionale sovranista) ad Atreju, la kermesse della giovanile del partito di Giorgia Meloni. Ero curioso di vedere dal vivo questa celebrata comunicativa e il livello di empatia col “suo” pubblico.
Noto subito che Roma ha reagito con grande indifferenza: nonostante la location molto centrale e di passaggio la platea era piena ma niente di più, anche perchè c’erano molte delegazioni nazionali. Insomma è rimasta una manifestazione di Partito senza diventare assolutamente un qualcosa di massa.
Bannon ha un’allure comunicativa che mescola il predicatore evangelico, il motivatore-coach, il politico che fa riferimento alla mistica.
È un ragionatore raffinato che mescola Evola col Tea Party, Cicerone con Heidegger e Picketty. Però lo fa dentro un discorso facile, motivante, alla portata di tutti.
Il centro politico del messaggio di Bannon è rivolto ai millennials (categoria probabilmente più centrale in Usa e soprattutto lì da riconquistare visto che la maggioranza votò per la Clinton, nella anziana Europa è meno centrale), “voi non avrete mai proprietà , non avrete mai un lavoro capace di darvi ricchezza e proprietà , perchè il partito di Davos sta facendo di tutto per togliervi le ricchezze delle generazioni precedenti per poi ridurvi a schiavi. Siete la generazione più colta della storia ma la vostra condizione è simile a quella dei servi della gleba nella Russia ottocentesca”, un discorso forte, generatore di identificazione, che affronta la contraddizione della proletarizzazione cognitiva.
Costruisce un nemico e gli dà un nome: “Partito di Davos”, ossia l’elite economico-politico-finanziaria che ogni anno si riunisce nella cittadina elvetica per definire programmi, saldare accordi, impostare politiche.
A questo partito Bannon contrappone il populismo, e lo fa usando gli slogan di Occupy: l’1% contro il 99. Alla platea Bannon dice di non vergognarsi nel definirsi populisti “vi chiameranno razzisti e nativisti, ma state solo difendendo il vostro Paese e la vostra famiglia contro chi vuole disgregare l’ordine tradizionale, contro chi ha riempito di guerre il Medioriente per riempirci di immigrati. Noi dobbiamo fare una rivoluzione per ristabilire l’ordine antico”.
La platea va in visibilio, nonostante il guru di Donald Trump ripeta continuamente il concetto di “tradizione giudaico-cristiana” basata sulla storia di Atene, Gerusalemme e Roma. L’identificazione di Bannon con la destra israeliana è paradigmatica nel suo discorso.
La platea si spella le mani, ma a nessuno viene in mente (meno che mai all’intervistatore Alessandro Giuli, visibilmente più a destra di Bannon) di far notare che Trump fa parte di quell’1%, che è uno dei protagonisti dell’economia finanziaria globale, che il suo settore immobiliare è proprio quello che più di tutti spoglia le proprietà dei piccoli per concentrarle nelle mani di pochi, è quello che causa le principali bolle finanziarie, nessuno fa notare che le guerre che sconquassano il Medioriente le fanno quelli come Trump: Reagan e Bush (in evidente continuità politico-culturale con Trump) o che Obama aveva trovato un accordo con l’Iran subito rotto da Trump in preparazione di una nuova guerra.
Bannon è al servizio di un pezzo di quell’oligarchia finanziaria che dice di voler combattere
Nel contenuto niente di nuovo quindi: la pars destruens utilizza una critica al capitalismo da dentro il capitalismo (come già aveva fatto Tremonti), nel dire che si preferisce il capitalismo di ieri al capitalismo di oggi in verità si intende che si lotta a favore di alcuni capitalisti contro altri, nello specifico quelli della Silicon Valley; la pars costruens propone un capitalismo coniugato ad una società ordinata, repressiva delle pluralità e tradizionale.
Dove per tradizionale si intende patriarcale e classista.
Il sogno del populismo conservatore mondiale è il capitalismo del petrolio, acciaio e armi coniugato ad una società gerarchica, in cui la piccola proprietà si accontenta di restare piccola e in questo solidarizza e sostiene la grande proprietà , alla quale chiede soltanto la difesa armata della sua concedendo in cambio la fissità dei ruoli, l’immobilità sociale.
Certa destra conosce bene i suoi ceti di riferimento e sa quale lavoro deve fare per la conservazione dei grandi privilegi.
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: denuncia | Commenta »