Ottobre 10th, 2018 Riccardo Fucile
“FA PAURA UNA POLITICA BASATA SULLA DIVISIONE”
“A cosa è dovuta l’ascesa di Salvini? All’arrabbiatura della gente. Al fatto che probabilmente non è stato fatto molto di quello che era stato promesso di fare. È dovuta alla paura e anche all’ignoranza. Mi fa paura vedere un tipo di politica che è basata sulla divisione, sui muri da erigere. Vorrei una politica che andasse incontro ai più deboli e che aiutasse questo Paese a risollevarsi in un altro modo”.
Cristina Parodi è intervenuta ai microfoni di Rai Radio2 nel corso del format “I Lunatici”, condotto da Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio, in diretta ogni notte dall’1.30 alle 6.00 del mattino.
La scorsa edizione di Domenica In, nella quale lei era alla conduzione, non è stata premiata con gli ascolti, ma lei porta comunque un bel ricordo di quell’esperienza: “Nessun rimpianto, sono tutte esperienze che vanno vissute perchè ti lasciano qualcosa. Iniziare una stagione difficile e portarla a termine bene ti dà una grande soddisfazione. Mi rimane un ricordo piacevole, per quanto faticoso e complicato”.
Nel corso dell’intervista, Cristina Parodi ha detto la sua anche sul movimento Me Too: “Qualsiasi donna non può che difendere un movimento del genere, però bisogna difenderlo con intelligenza, sensibilità e capacità di distinguere e capire bene le diverse sfumature che ci sono nei rapporti tra uomini e tra donne. Sono una femminista della prima ora, sono convinta che le donne siano forti, che abbiano fatto delle battaglie più che giuste e che ce ne siano altre da combattere per riuscire ad ottenere dei ruoli importanti, delle posizioni di potere che ancora non abbiamo. Donne e uomini sono due mondi diversi, abbiamo modi diversi di ragionare. Questo a volte crea delle incomprensioni. Detto questo, se la donna dice no è no, non esiste ragione che possa giustificare una situazione che vada oltre il no della donna”.
Il marito Giorgio Goriha deciso di ricandidarsi a sindaco di Bergamo: “Ne abbiamo discusso, ma non credo che sia stata una decisione travagliata. È stato faticoso ma anche bellissimo fare questi cinque anni da sindaco di Bergamo. Giorgio è una persona onesta, sincera, da bergamasco ha iniziato una cosa e ora vuole finirla”.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 10th, 2018 Riccardo Fucile
ERA QUELLO CHE TONINELLI AVEVA DEFINITO “DI ALTO LIVELLO GIURIDICO”
Secondo Raffaele Cantone per le imprese mafiose potrebbe essere molto facile infiltrarsi nei
lavori di ricostruzione del ponte Morandi.
Una facilità , questa, dovuta al fato che nel decreto Genova è prevista “la deroga a tutte le norme extrapenali” e ciò comporta anche “la deroga al Codice antimafia e alla relativa disciplina sulle interdittive”, ha spiegato il presidente dell’Anac in audizione alla Camera.
“Non ritengo – ha continuato – di dover sottolineare i rischi insiti in tale omissione, soprattutto perchè vi sono molte attività connesse alla ricostruzione (dal movimento terra allo smaltimento dei rifiuti, ad esempio) in cui le imprese mafiose detengono purtroppo un indiscutibile know how”.
“Dubbi e perplessità ” sono state espresse da Cantone anche in merito ai poteri che sono stati assegnati al commissario straordinario.
Il sindaco Marco Bucci, per il presidente dell’Anac, è la persona più adatta a ricoprire questo ruolo ma, “con una disposizione che credo sia senza precedenti (la deroga a tutte le norme dell’ordinamento italiano, ad esclusione di quelle penali) si intende consentire al Commissario di muoversi con assoluta e totale libertà , imponendogli solo i principi inderogabili dell’Unione europea ed ovviamente i principi costituzionali”, ha rilevato. Il fatto che il quadro normativo “si caratterizzerà per estrema incertezza”, ha spiegato ancora il vertice dell’Anac, aumenterà il rischio di contenziosi.
(da agenzie)
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Ottobre 10th, 2018 Riccardo Fucile
SERVONO 300 MILIONI CHE NEL DECRETO NON VENGONO RICONOSCIUTI
“E’ inutile fare l’assalto alla diligenza” ed “è nota la situazione del bilancio dello Stato e inoltre il dl si discute in contemporanea con legge di stabilità . Ma il volume di danno della comunità di Genova è molto superiore a quanto previsto dal decreto. Sono dotazione che non soddisfano le esigenze larghe della comunità ligure, anche se al momento non mi sento neppure di dare al momento delle cifre esatte”: Giovanni Toti, governatore della Liguria, in audizione alla Camera sul Decreto Genova, dice chiaro e tondo che al testo scritto con il cuore dal ministro Toninelli manca il cervello.
Secondo i calcoli del commissario Mario Bucci all’appello mancano circa 300 milioni. Negli emendamenti al decreto, su cui sta lavorando il sottosegretario Edoardo Rixi, ci saranno anche le norme per far tornare in gioco le imprese di costruzioni legate alle concessionarie autostradali (tranne Autostrade), quelle per estendere la cassa integrazione, mentre sono tutte da scrivere le norme per consentire l’esproprio del ponte crollato.
Il Sole 24 annuncia che entreranno quasi 50 milioni di euro per gli sfollati, circa 20 milioni per introdurre la cassa integrazione in deroga per un anno per le aziende danneggiate dal crollo del Morandi, 60 milioni nel 2019 per l’autotrasporto (oltre ai 20 già previsti per il 2018), 50 milioni per il porto e per incentivare l’intermodalità nei prossimi tre anni.
In più è arrivata anche la bocciatura di Raffaele Cantone per le norme che escludevano le altre società : “Sono d’accordo con l’Antitrust — ha detto Cantone -: per i soggetti diversi dall’attuale concessionario, sarebbe un’esclusione di dubbia legittimità e fondata su una giustificazione (gli “indebiti vantaggi competitivi”) poco comprensibile”.
Toti è stato ancora più diretto: “Non ho proprio capito la ratio di questa norma. E poi, sarebbero esclusi quasi tutti i campioni nazionali delle costruzioni, da Salini Impregilo in giù, mi sembrerebbe una scelta sbagliata”.
(da agenzie)
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Ottobre 10th, 2018 Riccardo Fucile
“E’ COME GIOCARE D’AZZARDO CON LA SALUTE FISCALE ED ECONOMICA DELL’ITALIA”
Un errore, un gioco d’azzardo con la salute economica e fiscale dell’Italia. Mark Zandi, capo
economista di Moody’s Analytics, definisce in un’intervista a La Stampa, con questi termini la manovra finanziaria del governo italiano, e avverte:
“È logico aspettarsi che le preoccupazioni sull’Italia manifestate in questi giorni dai mercati si rifletteranno anche nelle prossime valutazioni delle agenzie di rating”.
Zandi non anticipa il giudizio che la stessa Moody’s e S&P daranno entro fine mese sull’Italia, ma avverte:
“Certamente quello che sentiamo non è un plus per l’outlook fiscale dell’Italia. Il giudizio dei mercati come quello delle agenzie di rating, non si basa sulla politica ma sui numeri, che sono dati oggettivi e uguali per tutti”.
Il governo urla al complotto sostenendo che la reazione dei mercati alla manovra è stata decisa a tavolino per farlo cadere. Zandi smentisce questa tesi e spiega:
“La realtà è molto semplice. Gli investitori, che per la maggior parte sono persone come noi, mettono i loro risparmi nei titoli emessi dall’Italia e vogliono essere ripagati. Oggi temono che non rivedranno i loro soldi, almeno in un tempo ragionevole, e quindi chiedono maggiori compensazioni per questo rischio. E’ naturale: se prendi rischi, vuoi avere ritorni più alti per correrli”.
Preoccupazioni espresse anche dal Fondo monetario internazionale: si legge rapporto sulla stabilità finanziaria globale, pubblicato oggi in occasione degli incontri annuali in corso a Bali: “Se le preoccupazioni del mercato sulle politiche di bilancio dovessero riemergere c’è un rischio di riaccensione in Italia del legame titoli di stato-banche per effetto dei titoli di stato in portafoglio delle banche italiane e per effetto della loro esposizione all’economia domestica. In tale scenario le tensioni del mercato possono allargarsi ad altri mercati dei titoli sovrani in europa come accaduto durante la crisi del debito sovrano in europa e, in modo limitato, già nel maggio scorso”.
(da agenzie)
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Ottobre 10th, 2018 Riccardo Fucile
SI SCOPRONO LE CARTE DEI SOVRANISTI: ANDARE ALLE ELEZIONI RACCONTANDO LA BALLA DELL’EUROPA CHE HA FERMATO IL GOVERNO DEL POPOLO
Persino Paolo Savona, l’ideologo della liberazione dall’Europa teutonica e dalla gabbia dell’euro, viene platealmente rinnegato, perchè ha osato ipotizzare cambiamenti della manovra se lo spread dovesse sfuggire di mano.
La scomunica, piuttosto brusca è affidata, alla classica nota di “fonti del governo”, a vertice in corso, in cui si precisa che ha parlato da “tecnico”, e invece “l’obiettivo politico” è che “si va avanti per la strada tracciata perchè senza la possibilità di realizzare le misure contenute nella manovra la maggioranza non avrebbe più senso di esistere”.
Cade in modo paradossale anche l’ultimo tabù, con Salvini e Di Maio che si assumono tout court la paternità del cigno nero, ovvero l’innesco del conflitto con Europa e mercati. L’evento imprevisto e improvviso che a prescindere dalla volontà ci avrebbe portato alla “guerra” con l’Europa e i mercati, non è altrove.
Le sue ali si agitano in ogni parola di Salvini e Di Maio, in una giornata da tregenda, e nella minacciosa negazione, in nome del popolo, della legittimità delle articolazioni “terze” dello Stato, mentre l’andamento dei mercati certifica che è stata intrapresa la rotta verso l’abisso.
“Bankitalia si presenti alle elezioni”, dice Luigi Di Maio. Sotto-testo: oppure taccia, perchè tutto ciò che è in mezzo, tra la “volontà popolare” e gli eletti che detengono il potere di interpretarla è solo un ostacolo, senza diritto di parola.
E la Corte dei conti che esprime preoccupazioni sul debito, in una manovra fatta di spesa corrente? Allarmismo ingiustificato, dice il premier Conte.
E il Fondo monetario internazionale che prevede una crescita infinitamente più bassa rispetto ai numeri da Dottor Stranamore inseriti nel Def? “Stime da aggiornare”, perchè non ha previsto gli effetti miracolosi sulla crescita. E l’ufficio parlamentare dei Bilancio? Avanti lo stesso, perchè “sono tutti tecnici messi lì da Renzi”.
Sono le parole di un gioco d’azzardo sul destino del popolo: lo spread con titoli tedeschi salito fino a 315 punti base, quello con gli spagnoli ha toccato i massimi ventennali, i rendimenti sui Btp con scadenza a due anni si sono avvicinati alla soglia del 2 per cento, mentre quelli sui Btp a dieci anni hanno sfondato il 3,6, ai livelli massimi dal 2014.
Le dichiarazioni innocue del ministro del Tesoro, al pari del suo microfono spento da Borghi, il teorico dell’Apocalisse, sono la rappresentazione plastica della rottura degli argini. Mai si era vista, in una giornata con questo tasso di drammaticità , un’audizione del titolare dell’Economia così ininfluente nel placare gli investitori e i mercati, perchè mai si era vista una tale perdita di credibilità di un ministro diventato, nell’arco di una settimana, il difensore di un pericolo che aveva promesso di sventare.
Ecco, siamo al dunque, come ormai notano tutti gli analisti: se il governo non rivedrà entro la prossima settimana il rapporto deficit-Pil, sarà pressochè impossibile invertire il trend negativo sui mercati ed evitare il declassamento delle agenzie di rating. È su questo che prende forma l’incrinatura nel governo.
Il silenzio inquieto di Giorgetti, le dichiarazioni del viceministro Garavaglia possibiliste sui cambiamenti della manovra, le ipotesi di Tria sulla ridefinizione “temporanea” delle pensioni, la sterzata di Paolo Savona indicano una preoccupazione comune e condivisa. E cioè che, se non si mette mano alla manovra prima che si pronuncino le agenzie di rating, dopo il declassamento annunciato su queste basi, non c’è più niente da fare.
L’isolamento testardo e spavaldo dei due leader di governo, e con esso la roboante rivendicazione che si andrà avanti, sempre e comunque, rivela il cinico calcolo politico che sta dietro l’intera operazione.
La costruzione di un gigantesco e potente alibi elettorale.
Qualunque sarà lo scenario delle prossime settimane rimarrà inalterata, e anzi risulterà potenziata, la narrazione che già da tempo tiene insieme una coalizione di governo che assomiglia sempre di più a una “cosa gialloverde”, intesa come blocco politico che, nell’esperienza di governo, sta definendo una sua soggettività sovranista.
Salvini e Di Maio potranno sempre rivendicare il “siamo noi che vi volevamo liberato dalla povertà “, “siamo noi che volevamo restituire le pensioni agli italiani”.
Ma i poteri forti, le perfide tecnocrazie, il grande capitale, tutti i pezzi di un sistema che non si rassegna “ci hanno fermato”.
È una narrazione perfetta per trasformare la prossima campagna per le europee in un’ordalia del popolo contro i suoi nemici, l’Europa in primis, scaricando su di essi il prezzo che il paese, nel frattempo, dovrà pagare.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 10th, 2018 Riccardo Fucile
LA RAFFICA DI BOCCIATURE SCUOTE IL GOVERNO
Sono le 18.45 quando sugli smartphone dei due vicepremier appaiono i messaggi dei
trafelatissimi uomini della comunicazione.
Nero su bianco le parole del Ministro Paolo Savona li fanno per un attimo sbiancare: “Se ci sfugge lo spread cambiamo la manovra”. Il titolare degli Affari europei sta registrando Porta a Porta. Parte un veloce scambio telefonico: “È un autogol, dobbiamo assolutamente mettere una toppa”.
Così Luigi Di Maio e Matteo Salvini si materializzano sotto Palazzo Chigi. Insieme, si prestano alle photo opportunity, spandono compattamente lo stesso verbo: no pasaran, l’Europa non avrà lo scalpo della nostra manovra.
È la degna conclusione del film di giornata. Una pellicola dagli accenti drammatici, innervati da robuste venature paradossali. Sin dalla mattina si snodano lungo le ore le audizioni sulla nota di aggiornamento al Def. E risuonano fragorose le bocciature. Apre le danze la Banca d’Italia, prosegue l’Istat, fa eco la corte dei Conti.
E si chiude con il fragoroso stop dell’Ufficio parlamentare di bilancio: con queste cifre, “non possiamo validare la Nadef”. Nessun dramma, è già successo recentemente a Pier Carlo Padoan. Ma quest’ultimo stop prefigura il pollice verso dell’Unione europea, vera spada di Damocle sulla manovra, forse sul collo dello stesso governo.
Perchè al ministero dell’Economia all’ora di pranzo definivano quello dell’Upb un vero e proprio “pronostico” su quel che dirà Bruxelles del testo.
Uno scenario dagli imponderabili punti di caduta. Anche perchè, man mano che si rincorrevano le bocciature, dal governo si continuava a suonare lo stesso spartito: si tira dritto, sia sul deficit al 2,4%, sia sui soldi messi sulle misure fondamentali di Lega e Movimento 5 stelle (leggasi: reddito di cittadinanza e riforma della Fornero).
Le parole di Savona sono risuonate come un fragoroso gong nell’assoluto silenzio di un tempio tibetano. Stordendo per qualche istante le war room di Di Maio e di Salvini. Sui cellulari dei maggiorenti del governo i primi messaggi sono stati di stupore.
Poi si è cercata l’ironia: “Quante divisioni ha Savona?”. Si inizia a battere sul testo della “non elezione” del professore.
Lo si fa obliquamente: “Non si torna indietro da quello che chiedono i cittadini”, dicono all’unisono i due vicepremier. È un tasto già esplorato nel pomeriggio. Perchè dopo le osservazioni di Bankitalia il capo politico del Movimento aveva tuonato: “Se Bankitalia vuole un governo che non tocca la Fornero, la prossima si volta si presenti alle elezioni con questo programma”.
L’entourage del ministro agli Affari europei minimizza. La linea difensiva verte su due punti. Il primo è che sì il professore ha detto che la manovra cambierà se lo spread si impennerà , ma ha anche argomentato che è impossibile che succeda. Il secondo è che sì Savona ha aperto a modifiche della manovra, ma riguarderebbero solo il cambio dei saldi. Testuale: “Spostare un paio di miliardi dalle spese assistenziali a quelle considerate sviluppiste”.
Una toppa che non copre il buco. E che ha richiesto la discesa in campo dei due leader della maggioranza, accompagnati in piazza Colonna (dove si sono prestati ad uso dei flash al bagno di folla con una scolaresca) da una nota del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che in burocratese ne sosteneva le ragioni.
Cala la notte sui Palazzi romani, si scioglie l’ennesimo vertice serale tra premier, vicepremier, ministro dell’Economia e Giancarlo Giorgetti. La prima notte in cui la compattezza del governo ha tremato, almeno per un attimo. Ma al sorgere del sole si tornerà a ballare.
(da “Huffingtonpost”)
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