Ottobre 26th, 2018 Riccardo Fucile
L’IDEA DI ANDARE ALL’INCASSO PRIMA CHE IL VENTO GIRI (E I SONDAGGI SONO IN PEGGIORAMENTO)
Il 21 novembre la Commissione Europea aprirà la procedura d’infrazione contro l’Italia se,
come sembra altamente probabile, non verranno modificati i saldi della Manovra del Popolo con la Manovra del Popolo di Scorta come paventato da Tria e Savona.
Prima arriveranno i giudizi di Standard & Poor’s sulla sostenibilità del debito italiano dopo quello di Moody’s e soprattutto i risultati della vigilanza europea sulla solidità delle nostre banche, il vero spauracchio dell’esecutivo come dimostrano le cautele sui 15 miliardi stanziati dall’esecutivo precedente che il governo potrebbe utilizzare. Matteo Salvini oggi ha rilasciato un’altra delle sue dichiarazioni criptiche sostenendo che “Se qualcuno ne ha bisogno noi ci siamo. Senza fare gli interventi del passato. Se qualche banca o qualche impresa avrà bisogno noi ci siamo”.
Inutile spiegare al Capitano che alle banche servono, nel caso, soldi per la ricapitalizzazione e gli interventi del passato e del futuro non possono essere diversi, perchè l’opzione di asciugare dal sudore la fronte del banchiere in difficoltà darebbe magari sostegno allo stesso ma difficilmente aiuterebbe i suoi bilanci.
Del resto, se davvero le banche vanno in difficoltà significa che lo spread è salito oltre la quota dei 400 punti, soglia indicata da più parti come il limite oltre il quale è impossibile sostenere una guerra con l’Unione Europea che comunque anche a Bruxelles ritengono difficile vincere visto che le loro armi — la sanzione o multa che bisognerebbe riscuotere — sono abbastanza spuntate e rischiano di alzare ulteriormente il livello dello scontro con il governo italiano.
È per questo, informa oggi Francesco Bei sulla Stampa, che ai piani alti del governo, soprattutto nella centrale leghista, si inizia a parlare a mezza bocca di uno scenario estremo, molto lontano dalla retorica ufficiale che colloca le elezioni alla scadenza naturale della legislatura nel 2023.
Nella maggioranza circola infatti la data di febbraio per lo sbocco elettorale di una crisi che, da finanziaria e bancaria, potrebbe facilmente diventare anche politica.
I prossimi quindici giorni saranno decisivi per capire se le fiamme che vediamo oggi diventeranno un vero incendio.
Lo sbocco elettorale di una crisi politica
Nella supermedia dei sondaggi di Youtrend per AGI Lega — Salvini Premier e MoVimento 5 Stelle perdono ancora terreno, mentre nei giudizi sulla manovra prevale da un lato l’idea che il giudizio di Bruxelles sia giustificato, dall’altro la preoccupazione di una possibile crisi finanziaria.
Un piccolo segnale che non costituisce certo un’inversione di tendenza per il consenso elettorale ancora robusto di cui godono grillini e (soprattutto) leghisti, ma che dovrebbe suonare come un campanello d’allarme per i gialloverdi: lo scontro frontale con l’Unione Europea mentre i nervi del 2011 sono ancora scoperti e il ricordo della Grecia è ancora vivido potrebbe diventare un boomerang politico per Lega e M5S. Esattamente come provvedimenti oggi sbandierati (è il caso del reddito di cittadinanza) se il mutato quadro macroeconomico dovesse portare a un restringimento della platea dei percettori o — peggio — a una sospensione del sussidio per cause di forza maggiore, ovvero per “colpa” dell’Europa.
E quindi, ragiona ancora il retroscena sulla Stampa, dal punto di vista dei due leader che guidano l’esecutivo, far saltare subito il banco potrebbe risultare una mossa meno azzardata che subire l’umiliazione del programma Omt perchè in «difficoltà economica grave e conclamata».
Sarebbe il commissariamento dell’Italia, che anche Berlusconi riuscì a evitare. Da qui la via d’uscita più semplice, quella di una campagna elettorale tutta giocata all’attacco di Bruxelles, con il bilancio italiano nel frattempo congelato in esercizio provvisorio. Uno scenario estremo e tuttavia con diversi vantaggi per i protagonisti
Le urne a febbraio
D’altro canto anche se i giorni al governo sono pochi MoVimento 5 Stelle e Lega hanno sparato gran parte delle loro cartucce nella Manovra del Popolo senza però aver pagato il prezzo elettorale della misura dell’efficacia dei loro provvedimenti.
Al Centro e al Nord ancora non sanno che la maggior parte dei percettori del reddito di cittadinanza sarà al Sud e che siccome le risorse sono scarse non a tutti arriverà il sussidio, così come in pochi immaginano che la gran parte dei fruitori di Quota 100 sarà dipendente pubblico: in tanti ancora aspettano la flat tax al 15% sui loro redditi mentre la crisi delle banche si porterà dietro una stretta del credito che colpirà le imprese del Nord e le scelte politiche sulle infrastrutture, dalla Tav alla Gronda, non faranno scoppiare di felicità il Settentrione, comunque vada.
Il rischio è che tra un anno il governo si trovi con una legge di bilancio da riscrivere in chiave di austerity mentre la ruota dell’opinione pubblica sarà girata in senso contrario, a puntare il dito su chi ha promesso e non ha mantenuto o l’ha fatto male.
Meglio quindi andare all’incasso del 58-60% accreditato dai sondaggi e indicare un nemico a cui dare la colpa quando le cose vanno male, senza contare che con il boom della Lega e l’appoggio del residuo di centrodestra su cui lanciare l’OPA più facile del mondo promettendo posti di governo, Salvini può anche pensare che le urne gli tolgano dai piedi l’unico avversario scomodo, il MoVimento 5 Stelle che potrebbe avere anche molti problemi a candidare di nuovo Luigi Di Maio visto che c’è la regola dei due mandati e rimangiarsela non sembra una scelta potabile nei confronti degli attivisti che aspettano il loro turno per partecipare alla lotteria delle candidature su Rousseau.
Da qualunque punto di vista la si guardia, l’ipotesi di un ritorno alle urne sembra più accettabile di quella di piegare il capo di fronte allo spread, ai mercati, all’Unione Europea e alla calcolatrice.
E poi domani, quando la realtà dei numeri tornerà a bussare alla porta? Domani è un altro giorno. Un altro palco, un’altra Rolls Royce, un’altra corsa per la vita
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 26th, 2018 Riccardo Fucile
SECONDO LA GDF, BEN 6 DICHIARAZIONI ISEE SU 10 PRESENTANO IRREGOLARITA’
Il reddito di cittadinanza nonsarà necessario richiederlo ma verrà dato automaticamente a chi ne avrà diritto.
Come fare ad evitare che il Reddito di Cittadinanza non vada a chi non ne ha diritto? L’idea del governo è quella di legare l’erogazione del RdC alla dichiarazione ISEE. «Non si dovrà andare allo Stato a chiedere una cortesia — ha detto Laura Castelli — Non sarà il cittadino che dovrà vagare chiedendo ‘scusa, io ho diritto al reddito?’ ma sarà lo Stato a venire da voi e dire voi avete diritto al reddito di cittadinanza».
Il punto è che esiste già oggi un metodo per poter accedere a sussidi statali (ad esempio il bonus bebè, la riduzione delle tasse universitarie, la tariffa della mensa della scuola comunale o il reddito di inclusione) anche se non se ne ha diritto.
Come? Proprio utilizzando la dichiarazione ISEE che secondo una recente indagine della Guardia di Finanza presenta irregolarità in sei casi su dieci.
Sono proprio quelle dichiarazioni ISEE che vengono utilizzate dai cittadini per poter accedere alle agevolazioni per la mensa scolastica o il buono libri e che nei giorni scorsi sono state oggetto di polemica perchè agli stranieri alcune amministrazioni locali hanno richiesto di produrre ulteriori documentazioni.
I trucchi per abbassare la dichiarazione ISEE e ottenere i sussidi statali
Come è possibile passare per nullatenenti lo ha mostrato ieri Piazza Pulita.
La regola principale è non avere nessun immobile intestato a proprio nome e non sposarsi. Ad esempio si può intestare la casa ad uno dei genitori che poi la concederà in comodato gratuito.
La dichiarazione ISEE della mamma o del papà salirà ma la vostra rimarrà bassa. Altro trucco importante: la fidanzata (o il convivente) non deve lavorare.
Se lavora e proprio non può farne a meno meglio a quel punto avere due residenze separate in modo da non far aumentare il quoziente familiare (dal momento che non esiste alcuna famiglia).
Questi trucchetti, che possono essere utilizzati per ottenere varie forme di beneficio statale, non sono certo dei segreti.
Nel servizio della trasmissione di Corrado Formigli sono i CAF, i centri di assistenza fiscale, a spiegare il funzionamento di queste procedure per “agevolare” la concessione di sussidi pubblici.
Anche nel caso di due coniugi che non lavorano che hanno un figlio che invece lavora (e quindi produce reddito) il trucco è semplice: basta “spostare” il lavoratore di famiglia all’interno di un altro nucleo familiare e così l’ISEE rimarrà a zero.
Può però capitare di aver commesso un errore madornale: sposarsi.
In tal caso come si fa se uno dei due coniugi percepisce un reddito mentre l’altro no? La soluzione c’è anche in questi casi disperati. È un po’ drastica perchè comporta la separazione.
Uno dei due coniugi — quello che produce reddito — manterrà la casa di proprietà mentre l’altro sposterà la residenza da qualche altra parte, magari da un parente che a sua volta non ha reddito (meglio se in una casa concessa in comodato gratuito).
Tutto questo formalmente, perchè nulla vieta a marito e moglie di continuare a vivere sotto lo stesso tetto, all’insaputa dell’INPS e dello Stato, che invece si vedrà “costretto” ad erogare i fondi.
Ovviamente chi dopo aver fatto tutta la trafila lavora in nero avrà un reddito ma figurerà essere nullafacente. Il punto è: basteranno i 780 euro del Reddito di Cittadinanza a far uscire tante persone dal giro del lavoro in nero oppure molti cercheranno di avere il sussidio continuando a lavorare in nero come fanno già adesso con altre forme di aiuti statali?
(da “NextQuotidiano“)
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Ottobre 26th, 2018 Riccardo Fucile
LA LEGA NORD NON ESISTE PIU’, ORMAI E’ UN PARTITO PERSONALE SOVRANISTA… I SOCI FONDATORI SONO SALVINI, FONTANA, GIORGETTI, CENTEMERO E CALDEROLI
I tempi della Lega Nord per l’Indipendenza della Padania di Umberto Bossi sono finiti. Il
partito guidato da Matteo Salvini è infatti pronto al restyling definitivo, di cui si parla da mesi, che segnerà la fine anche nei simboli dell’era del Senatur e della battaglia per l’indipendenza della Padania, ormai archiviata da tempo
Dal logo della Lega scomparirà la parola Nord e scomparirà soprattutto Alberto da Giussano, leggendario capo militare della Lega Lombarda.
L’avvio del nuovo partito, Lega per Salvini premier il cui Statuto è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il 14 dicembre dell’anno scorso, è ormai imminente.
Alcuni nella Lega, secondo il Corriere della Sera, credono che Salvini potrebbe parlarne al consiglio federale convocato per oggi
I soci fondatori della nuova Lega, oltre al leader nazionale, sono il ministro per la Famiglia Lorenzo Fontana, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, il tesoriere Giulio Centemero e l’ex ministro Roberto Calderoli.
Sono loro che hanno costituito la Lega per Salvini premier, destinata a sostituire in tutto e per tutto il partito fondato da Bossi, e sono loro che rappresenteranno in tutto e per tutto il consiglio federale, l’organo massimo della nuova Lega, in attesa che i congressi ne eleggano i nuovi rappresentanti.
Con il partito salviniano la parola Nord scompare dall’orizzonte.
L’articolo 1 dello Statuto non parla più nemmeno di indipendenza della Padania stabilendo che la “Lega per Salvini premier è un movimento politico confederale costituito in forma di associazione non riconosciuta che ha per finalità la trasformazione dello Stato italiano in un moderno Stato federale attraverso metodi democratici ed elettorali”
Nello stesso articolo c’è anche un passaggio “sovranista”, quando si precisa che la Lega “promuove e sostiene la libertà e la sovranità dei popoli a livello europeo”.
Per quanto riguarda invece Alberto da Giussano, il guerriero viene sostituito da un semplice rettangolo “di colore blu in cui campeggia la scritta ‘Lega per Salvini premier’ in bianco, circondata da una sottile cornice sempre di colore bianco”.
Alberto da Giussano potrebbe comunque continuare ad apparire nel contrassegno sulle schede elettorali.
(da Globalist)
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Ottobre 26th, 2018 Riccardo Fucile
PER EVITARE CHE IN CASO DI CONDANNA DEBBA, IN BASE ALLO STATUTO, FARE LE VALIGIE
Mentre il processo nei confronti di Virginia Raggi, accusata di falso dalla procura di Roma nel caso della promozione del fratello di Raffaele Marra, Renato, al dipartimento del Commercio, i vertici del MoVimento 5 Stelle studiano una via d’uscita per la sindaca di Roma che in caso di condanna dovrebbe fare le valigie e lasciare il Campidoglio.
Le opzioni sul tavolo sono due: l’autosospensione della prima cittadina o un voto su Rousseau per salvarla.
A parlarne oggi è Simone Canettieri sul Messaggero:
«Mettiamo che il 10 novembre vada male, con Virginia condannata. Innanzitutto, prima dovrà dire cosa vuole fare: se se la sente o meno di andare avanti. Spetta a lei. Poi, visto che noi siamo l’unico partito che si basa sulla democrazia diretta, potremmo rimettere la decisione a un voto dei nostri iscritti su Rousseau. In questo caso sarebbero gli attivisti del M5S a decidere se Virginia, condannata per falso, perchè di questo stiamo parlando, debba continuare a governare o meno la Capitale d’Italia».
A parlare è un influente parlamentare del M5S che conosce bene i meccanismi interni e gli umori dei vertici sull’asse Roma-Milano, Palazzo Chigi-Casaleggio Associati sulla faccenda.
La terza via che traccia è inedita: potrebbe rappresentare un exit strategy per il Campidoglio, ma soprattutto per il governo, sponda Luigi Di Maio, nella veste di leader politico del M5S.
Su questa eventualità si sta ragionando con forza negli ultimi giorni, soprattutto da quando il pressing della Lega su Roma si è fatto pressante.
La soluzione del voto su Rousseau rappresenterebbe una bella giravolta nel M5S romano e un chiaro tradimento dello statuto del MoVimento 5 Stelle, ma di certo ai grillini non manca la faccia tosta per riuscire a far digerire ai militanti una svolta del genere, che dimostrerebbe la falsità generale dell’impianto politico su cui il M5S ha chiesto i voti ai cittadini.
D’altro canto mentre il povero Puddu ha dovuto rinunciare alla candidatura a governatore in Sardegna proprio a causa di una condanna, i grillini più addolorati per l’avvicinarsi della fine dei secondi mandati e della conclusione delle loro esperienza amministrative da tempo stanno spingendo per cancellare o derogare (alla faccia di Gianroberto) anche a quella regola.
Un’altra furbata potrebbe essere l’autosospensione:
In generale, sono diversi i consiglieri comunali a spiegare che l’autosospensione possa essere una soluzione molto hard, difficile da portare avanti per la sindaca e poi soprattutto, a cascata, per loro. L’unica sicurezza è che le dimissioni di Raggi potrebbero rappresentare un problema di gestione non da poco per Di Maio. E il leader dei pentastellati non può permetterselo, perchè accenderebbe un altro terreno di scontro e competizione con la Lega (con un voto alle comunali in concomitanza con le europee).
(da “NextQuotidiano”)
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Ottobre 26th, 2018 Riccardo Fucile
UN ORDINARIO VIAGGIO IN TRENO PER BASILEA
Tanti e tanti anni fa. Ero su un treno che portava a Basilea. Nello scompartimento, noi che a
Basilea ci andavamo per turismo, e tre giovani che durante il viaggio e all’avvicinarsi della frontiera se ne stavano muti, non si guardavano neanche.
“Questi sono siciliani”, mi dissi. Abbiamo addosso un profumo agrodolce, come quello che portiamo a tavola. Si riconosce, lo riconosciamo.
Forse anche loro avevano capito, ma non si potevano permettere di sbagliare. Prossimi alla frontiera, faccio: “Siciliani come noi?”. Tutti e tre a fare si col viso, scuotendolo dall’alto in basso. E con un sorriso.
Uno dei tre parla: “Ti dispiace se prima dei controlli di frontiera diamo i nostri biglietti a voi per far capire che siamo dello stesso gruppo…Turisti…Sai, se ai doganieri i biglietti li da una donna…”. E così facciamo.
Si passa, e i giovani siciliani ci raccontano, accendendo, finalmente, una sigaretta. Sono di Piana degli Albanesi, sulle montagne che sovrastano Palermo. Che fossero di Piana potevano non dirlo, il loro albanese, misto al siciliano, è musica. Dura, ma musica.
Arriviamo a Basilea, non ci lasciano andare: “Stasera siete nostri ospiti, andiamo nel migliore ristorante della città . Il tempo è bello, potremo mangiare pure in terrazza…”. Sono inviti che non si possono rifiutare ai siciliani.
E poi, da siciliani. Magari ci rimettono un mese di paga, ma l’invito è felicità . E una felicità non si può negare.
Andiamo a cena, solo il tempo di cambiarci, noi in hotel loro non so dove. Lisci e pettinati, e in giacca, lasciano a noi i posti a capo tavola. Mangio capriolo. Sarà la prima e l’ultima volta in vita mia.
“Siamo stagionali, carpentieri. Costruiamo bunker antiatomici nelle ville attorno a Basilea. Guadagniamo quel che ci consente di poter campare tutto l’anno, tornati in paese. Lì non ci sarebbe che fare. A fine cena, saluti con abbracci e la promessa di rivedersi. E infatti tornammo a vederci, a Piana degli Albanesi, una domenica d’inverno, col sole. A Piana si va per comprare ed assaggiare i cannoli tra i più buoni che ci siano.
E grandi, una sfida. Uno di loro lo rividi in altre occasioni, era diventato un dirigente politico e sindacale di Piana, paese di grandi tradizioni democratiche legate alla terra. La memoria ha una sua ragione, è saggia, ha un cuore, suggerisce al momento giusto. E’ lei che oggi mi offre questo episodio, perchè oggi ha un senso. Ed ha un senso condividerlo.
(da Globalist)
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Ottobre 26th, 2018 Riccardo Fucile
IL RAPPORTO DI CITTADINANZAATTIVA SU COSTI E QUALITA’ DEGLI ASILI… TROPPE DIFFERENZE TRA NORD E SUD
Quanto costa l’asilo nido? Un coppia con un bimbo piccolo e Isee inferiore ai 20mila euro paga in media 300 euro al mese.
E la mensa alla materna e alla primaria? Circa 82 euro.
Ma con notevoli differenze tra regioni e capoluoghi: per i nidi si va dai 100 euro al mese che si spendono a Catanzaro ai 515 euro richiesti a Lecco; per la mensa scolastica la forbice è tra i 32 euro di Barletta ai 128 euro di Livorno.
Ancora una volta l’Italia si conferma a due velocità sui servizi per l’infanzia e scolastici: il Sud, virtuoso sui costi, arranca però sulla disponibilità di posti negli asili e sulla carenza del servizio di refezione scolastica.
La copertura dei nidi sulla potenziale utenza è solo dell’11,2%, rispetto alla media nazionale del 21,7%; in sette regioni del Sud e delle isole, più dei due terzi dei bambini non usufruisce del servizio mensa.
La fotografia è scattata dal nuovo Rapporto di Cittadinanzattiva “Servizi in…Comune. Tariffe e qualità di nidi e mense”.
E’ il primo lavoro della Onlus che analizza insieme tariffe e qualità dei due servizi.
Il motivo? “L’analisi nasce dai dati crescenti sulla povertà e vulnerabilità delle famiglie italiane e dei minori, sull’aumento dell’obesità infantile e sulla forte disparità nell’accessibilità e nei costi sul territorio nazionale di servizi per l’infanzia”, spiegano i promotori.
Una ricerca che porta a proposte concrete. Sugli asili Cittadinanzattiva chiede trasparenza nella gestione delle risorse per evitare disparità territoriali, aumento della copertura e sostegno alle famiglie per il pagamento delle rette. Rispetto alle mense la richiesta è che il servizio rientri nei livelli essenziali delle prestazioni, così come già avviene per la refezione negli ospedali; commissioni mense in tutte le scuole; il pasto come momento educativo.
Ecco dunque l’approfondimento che mette in luce anche il fatto che le tariffe restano sostanzialmente stabili a livello nazionale per gli asili nido, mentre sono in leggera crescita per le mense scolastiche: +0,7% nell’infanzia e +1,4% nella primaria. Insomma, aumentano i costi per far mangiare a scuola i propri figli proprio mentre si afferma sempre di più il movimento del “panino libero”.
Nella stessa indagine un bambino e un docente su cinque confermano la presenza di alcuni compagni che portano il pasto da casa, consumato in un tavolo separato o nell’aula in cui si fa lezione. Il tutto in un clima di scontro, che porta a discriminare i bambini, sul sistema tariffario come il recente caso scoppiato a Lodi.
La Calabria è la regione più economica per i nidi: la spesa è di 160 euro in media. Il Trentino Alto Adige la più costosa (472 euro).
Fra i capoluoghi di provincia Catanzaro è la più economica (100 euro), Lecco la più costosa (515 euro).
Il calcolo è stato fatto considerando quanto una famiglia tipo (due adulti con un bambino da zero a tre anni e un Isee di 19.900 euro) sostiene per il nido comunale nell’anno scolastico in corso.
A livello nazionale le tariffe non sono variate. Questo non toglie che nelle varie realtà ci siano stati ritocchi verso l’alto o il basso.
In Sicilia si registra l’aumento più consistente (+4,6%) rispetto al 2017/18; segue la Campania (+4%); mentre in Liguria c’è stata una riduzione dei costi del 5%. Aumento record dell’80%, poi, ad Agrigento, mentre le rette diminuiscono a Ravenna (-20,5%), La Spezia (-18%), Bologna (-17,8%), Ferrara (-10%) ed Udine (-4,8%).
Alle disparità sui costi si affiancano differenze anche più rilevanti sulla disponibilità di posti nei nidi pubblici.
La copertura media nazionale dei nidi sulla fascia di età 0-2 anni è del 21,7%. Al Centro il primato positivo (30,2%), seguito dal Nord Est (28,1%), Nord Ovest (24,2%); fanalino di coda Sud e isole all’11,2%.
“Sebbene abbiamo assistito ad un aumento del 50% di posti disponibili nel 2016 (315.683) rispetto al 2008 (210.541) – il commento dei curatori del Dossier – siamo ancora lontani dall’obiettivo di copertura del 33% indicato dall’Unione europea”.
Le uniche regioni a superare tale soglia sono la Valle D’Aosta, l’Umbria, l’Emilia Romagna e la Toscana. In Campania e Calabria, all’opposto, non si raggiunge nemmeno la soglia del 10%.
Si attesta intorno agli 82 euro la tariffa media nazionale per il servizio mensa nella scuola dell’infanzia o primaria.
La mensa costa di più alle famiglie dell’Emilia Romagna che spendono mensilmente 104,10 euro; nella scuola dell’infanzia le famiglie meno tartassate sono quelle sarde con una spesa media per la mensa di 64,70 euro e nella scuola primaria le pugliesi con 67,40 euro.
L’aumento più rilevante (+11,5%) si registra nel servizio di ristorazione scolastica dell’Umbria, il maggior decremento invece in Sicilia (-7% per la mensa dell’infanzia e -2,7% per quella della primaria). Diminuisce il costo anche in Liguria (-3,2% in entrambi i cicli). Si confermano come città meno cara Barletta (32 euro mensili) e come più cara Livorno (128 euro).
L’indagine di Cittadinanzattiva ha riguardato 51 scuole di 12 regioni (Abruzzo, Calabria, Campania, Lazio, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia e Umbria); 598 gli intervistati fra bambini, docenti, genitori e rappresentanti della Commissione mensa.
Il 10% non dispone di un locale mensa, ma si utilizzano le aule in cui si fa lezione o altre dedicate per far mangiare i bambini.
Le mense monitorate sembrano in discreto stato dal punto di vista della sicurezza: solo il 4% ha distacchi di intonaco e l’8% altri segni di fatiscenza come umidità , infiltrazioni di acqua. Barriere agli ingressi nel 4% delle mense, pavimentazioni irregolari nell’8%, porte con apertura anti panico assenti nel 45% dei casi, il dato più allarmante.
L’85% dei bambini ritiene che i locali siano abbastanza o molto puliti e luminosi e sicuri per l’81%.
Fra gli aspetti negativi segnalati dai bambini, l’80% ritiene che siano molto rumorosi, il 57% poco accoglienti e il 45% poco allegri.
Secondo i piccoli utenti gli arredi lasciano a desiderare: il 37% dichiara, infatti, che non siano nè adatti nè confortevoli.
Il 57% dei bambini dichiara di mangiare in mensa con piacere, soprattutto perchè può stare insieme ai compagni (90%). Fra quelli che non amano mangiare a scuola, il motivo per due bimbi su tre è la monotonia del cibo, per circa la metà la scarsità delle porzioni, per uno su quattro la fretta con cui bisogna mangiare e l’ambiente poco confortevole e colorato.
Solo il 14% dei bambini dice di mangiare tutto, il 35% solo alcuni cibi, in particolare dolci e gelato (77%), pizza (75%), carne (63%), frutta fresca (58%), pasta al pomodoro (50%).
Fra i cibi meno graditi – e non è una novità – le verdure cotte e le minestre (rifiutati da due terzi dei bambini), il pesce (sgradito al 58%), la pasta in bianco (44%).
Visto dai genitori le cose cambiano. Per l’81% il menù è vario e rispetta la stagionalità dei prodotti; il 65% ritiene che le porzioni siano equilibrate e l’83% che i propri figli mangino volentieri a mensa. Molto c’è da fare per limitare gli sprechi.
Colpisce che l’acqua servita è quella di rubinettosolo nel 31%; nel 66% dei casi si beve acqua minerale. I cibi avanzati, poi, vengono per lo più buttati (59%), oppure riproposti a merenda (soprattutto pane e frutta).
(da agenzie)
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Ottobre 26th, 2018 Riccardo Fucile
ANCORA DUBBI SULLE COPERTURE
Una giornata da gambero alla Camera tra sospensioni, ritardi e rinvii per mancanza di
chiarezza sui soldi che servono a dare ossigeno alla Genova che verrà . Arriva così, dopo una serie di stop and go, l’ok della commissione Bilancio, ma con riserve che nel pomeriggio scaldano il dibattito alla Camera per il voto degli emendamenti, in tutto circa 300 firmati Pd, Forza Italia e LeU.
Il secondo giorno del decreto Genova in Aula è un film al ralenti.
Anche se ha la sua deadline: mercoledì, quando ci sarà il voto finale del provvedimento.
Slitta quindi alla prossima settimana l’approvazione del decreto Genova, poi toccherà al Senato. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro non enfatizza i ritardi, ricorda che “finchè questo decreto non viene approvato, non si possono dare i soldi ai cittadini di Genova”.
Fare presto è il mantra a Montecitorio, da ogni angolo dell’emiciclo. Eppure la giornata è caratterizzata da ostacoli e ritardi. Soprattutto legati ai chiarimenti attesi dal governo su alcuni aspetti delle coperture finanziarie.
Promessi alle 19, sono arrivati alle 20.40.
I lavori della commissione bilancio sono quindi slittati e, a cascata, quelli dell’Aula. Tutti in standby, in attesa del parere della bilancio, necessario per far proseguire la discussione e in primis il voto degli emendamenti.
Ma a una prima lettura degli atti della Ragioneria generale dello Stato, le opposizioni si scaldano. “Non ho mai visto una superficialità e un’approssimazione simile”, contesta Luigi Marattin, capogruppo del Pd in commissione e denuncia “una serie infinita di lacune” da un punto di vista finanziario.
Ad esempio sull’indennizzo ai lavoratori, sulla zona franca urbana per le imprese danneggiate dal crollo del ponte, sulle assunzioni al ministero della giustizia previste. Domina la “dittatura del condizionale”, dice poi in Aula, per qualsiasi cosa la risposta è “apparirebbe, forse, può darsi..”.
Il governo, presente con il sottosegretario all’Economia Laura Castelli, ripete che i soldi ci sono e che garantisce lo Stato, ma prende tempo. Alla fine la commissione risolve l’impasse con un parere condizionato, su cui il Pd vota contro e FI si astiene. Sei le riserve del Bilancio (trasformate poi in emendamenti in Aula) che riguardano, tra l’altro, il trasporto pubblico locale per cui la commissione precisa che “dall’attuazione del presente comma non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”.
O l’articolo 7 del dl, per cui si chiede di definire il perimetro degli aiuti concessi alle imprese per dirottare sui treni il trasporto merci, visto il caos della viabilità stradale. Altri rilievi riguardano l’articolo 45 che definisce le coperture finanziare delle spese che dovrà sostenere il commissario straordinario. La commissione chiede di fatto di ‘spalmare’ meglio le somme previste per il 2018 e il 2019.
Così si va in Aula, e le lacune e i dubbi sulle coperture restano e diventano il bersaglio nella discussione di ogni emendamento.
Quasi tutti respinti (tranne uno sugli obblighi di trasparenza del commissario), qualcuno accantonato tra le rimostranze delle opposizioni. In particolare, sui soldi per la zona franca urbana spostati, secondo il Pd, su altri fondi destinati alle imprese ma “è il gioco dei carri armati che si prendono e si spostano a seconda del bisogno”, denuncia Raffaella Paita del Pd.
La discussione si ferma all’articolo 4 (sono 16 quelli su Genova) e si riaggiorna a lunedì.
(da agenzie)
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