Maggio 28th, 2019 Riccardo Fucile
LA BORSA ITALIANA PEGGIORE IN EUROPA, ALTRI MILIARDI BRUCIATI, COMPRESI QUELLI DEI CAZZARI SOVRANISTI CHE LO HANNO VOTATO
Piazza Affari apre in calo rispetto alle altre borse europee e Milano è la peggiore nel
continente. La Borsa italiana apre con – 0,5 rispetto al rialzo dello 0,25% di Parigi, dello 0,3% di Francoforte o dello 0,25% di Londra.
Nonostante il 34% alle elezioni europee, e le rassicurazioni del ministro dell’Interno Matteo Salvini, sulla tenuta della borsa italiana pesano i rumors di Bloomberg che parlava di una possibile procedura Ue nei confronti del Paese.
Continua ad allargarsi lo spread tra i Btp decennali e i Bund tedeschi. La quota del differenziale è salita a quota 290 poco dopo l’apertura. Il tasso aumenta fino al 2,74%, Pesa tra gli investitori il successo elettorale della Lega, sostenitrice di una violazione dei parametri europeiche si prepara a guadagnare maggiore spazio all’interno della maggioranza di governo.
(da agenzie)
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Maggio 28th, 2019 Riccardo Fucile
I SOVRANISTI RUSSI AMANO FALSIFICARE LA REALTA’
Dopo essersi fatto dichiarare guerra dalla Svezia, il Tg2 di Gennaro Sangiuliano torna a stupire grandi e piccini sostenendo che il Fronte Sovranista “smuove lo status quo di Strasburgo” perchè, a parere di Christiana Ruggeri, ha vinto le elezioni.
Naturalmente si tratta di una balla.
Il fronte sovranista attualmente conta 59 deputati eletti, che diventeranno di più se siglerà l’intesa con Nigel Farage, su 751 seggi totali.
Come hanno spiegato tutti i notisti politici, Popolari e Socialisti potranno facilmente raggiungere la maggioranza alleandosi con l’ALDE o con i Verdi (protagonisti, loro sì, di una grande vittoria: infatti il loro gruppo ha attualmente più deputati dei sovranisti)
In particolare è la voce dei giovani a erigere la diga, spinti al voto per evitare che i più vecchi compromettano il loro futuro, per come era avvenuto nel 2016 con la Brexit. Ad esempio in Germania gli under 30 votano in massa per i Verdi (33%) o per i grandi partiti europeisti come la Spd e la Cdu.
Simile dinamica in Francia. Non sembra esagerato parlare di effetto Greta. La ripartizione dei seggi al Parlamento europeodice che i verdi possono diventare la quarta gamba di un’alleanza di 500 deputati che zittisce i sovranisti. Con buona pace del Tg2.
(da agenzie)
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Maggio 28th, 2019 Riccardo Fucile
TOTI: “TUTTI A CASA”, TAJANI: “TACI, HAI FATTO CAMPAGNA ELETTORALE CONTRO”
“Ora basta scuse e bugie, tutti a casa e cambiamo davvero per ripartire”. Con queste parole
sui social, il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti ha scoperchiato il vaso di Pandora del malumore dentro Forza Italia.
“Stiamo assistendo alla seconda tornata elettorale in meno di un anno in cui il centrodestra stravince, Forza Italia perde. E perde molto”, ha sottolineato dando voce al malumore crescente all’interno del partito di Silvio Berlusconi contro lo “staff” dei fedelissimi di Arcore e contro la gestione del partito di Antonio Tajani che hanno gestito la ‘campagna di Bruxelles’: “E’ davvero bizzarro vedere e sentire gente che parla di Forza Italia e poi ha fatto campagna elettorale per altri partiti”.
Passata la notte elettorale, dati definitivi alla mano, il mancato raggiungimento della soglia del 10 per cento (il conto si è fermato a 8,8), nonostante le oltre 500mila preferenze incassate dal leader Silvio Berlusconi in appena due settimane in tv, l’autocritica e l’apertura di una riflessione interna sul futuro è una necessità .
Il risultato raggiunto evita il tracollo, ma fa male lo stesso, scuote big e peones. Non preoccupa più solo la ‘salvinizzazione’ già in atto da tempo, ma l’asse sovranista Lega-Fdi uscito rafforzato proprio dalle europee, che insieme ai ‘totiani’ e senza il Cavaliere, punta a diventare il nuovo soggetto politico attrattivo della destra filosalviniana (anche moderata), alternativa al Pd e ai Cinque stelle.
Nel mirino: l’assenza di una strategia chiara, di governo e di partito; una campagna elettorale solo ‘contro’ i Cinque stelle, che ha portato consensi a Matteo Salvini; la gestione di Antonio Tajani, specialmente per il flop al Centro.
Senza contare il ‘fuoco amico’, che ha sottratto voti a tutti, facendo il gioco della coppia Salvini-Meloni.
“Dalle elezioni dello scorso anno chiedo – afferma il governatore – a tutti i dirigenti un’inversione di rotta, un confronto democratico per stabilire la linea politica, apertura alle tante liste civiche di area che non ci votano e non ci voteranno mai più, spazio ai tanti bravi amministratori locali e parlamentari coraggiosi. Risposte? Nessuna. Anzi, peggio – incalza – anche in queste ore ho sentito e letto dirigenti e parlamentari del partito difendere scelte indifendibili. Peggio ancora: accusare chi ha avuto il coraggio di chiedere in questi mesi un cambiamento per evitare lo schianto ampiamente prevedibile”.
Insomma, secondo Toti la colpa ormai è chiara a tutti: “E’ di una classe dirigente che ha difeso ad oltranza le proprie poltrone, che ha occhieggiato alla sinistra per far dispetto ai nostri alleati, che ha scelto ancora una volta dall’alto candidature con arbitrio totale, che ha emarginato chiunque avesse l’ardire anche solo di sussurrare che qualcosa non andava”.
“Quella classe dirigente – aggiunge – ha mentito ai nostri militanti, ai nostri elettori, a se stessa e al leader Silvio Berlusconi. Nessuno ha avuto neppure il coraggio di dire al fondatore del partito, che ha condotto una campagna elettorale eroica, che la sua candidatura sarebbe stata un sacrificio inutile (tranne il sottoscritto e qualche amico). Per cinismo e opportunismo un anno è stato consumato con la testa sotto la sabbia, tra menzogne e ipocrisie”.
“Presto con tanti amici ci riuniremo in una grande assemblea pubblica dove ognuno potrà dire la sua, senza gradi, mostrine e notabili”, dice il governatore ligure annuncindo la prossima azione politica per scrivere il futuro di Forza Italia dopo il risultato delle Europee. “E da lì ripartiamo con gli amici che si sentono di centrodestra, con regole nuove, primarie, partecipazione. Per scrivere insieme il nostro manifesto di libertà , perchè serve un’offerta politica nuova. Solo così si salva una storia”.
Ma il presidente del parlamento Ue non ci sta: “Servono soprattuto idee, non è una questione di incarichi, di poltrone”, replica Antonio Tajani.
Il vicepresidente azzurro, che ieri ha trascorso la notte elettorale nella sede nazionale di piazza San Lorenzo in Lucina, in stretto contatto telefonico con Arcore, rinvia ogni decisione sul futuro del partito al Comitato di presidenza convocato da Silvio Berlusconi in settimana per giovedì, a palazzo Grazioli.
Tajani rivendica le oltre 500mila preferenze ottenute dal Cavaliere che ne blindano la leadership e bacchetta chi rema contro, a cominciare da Giovanni Toti, senza citare il suo nome: “Questo voto dimostra che Berlusconi è e resta il leader. E’ davvero bizzarro vedere e sentire gente che parla di Forza Italia e poi ha fatto campagna elettorale per altri partiti”.
Tajani commenta anche Giorgia Meloni che rilancia l’asse sovranista con la Lega salviniana e parla di futura maggioranza senza Fi: “Non esiste un centrodestra senza Fi, il problema è creare un’alternativa al governo Conte, basta con la campagna elettorale, pensiamo a lavorare”.
“Se Berlusconi non si fosse sottoposto a questo sacrificio il risultato poteva essere peggiore. Comunque chi da Berlusconi ha avuto viatici vari dovrebbe avere più eleganza nell’affrontare il dibattito. E non aggiungo altro”, dice Maurizio Gasparri, parlamentare di Forza Italia e presidente della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari.
Ma in queste ore di confusione e grande nervosismo non è solo Toti a chiedere un “Congresso nazionale vero”. Lo fa anche l’ex ministra Mariastella Gelmini, che aveva lanciato questa proposta già prima delle elezioni: “Fi deve riaffermare la sua identità , la sua connotazione liberale avviando una nuova stagione che passi da un congresso nazionale di rilancio”. Dello stesso avviso la vicepresidente della Camera, Mara Carfagna, (capofila dell’ala sudista in contrapposizione a quella del Nord, filoleghista): “Mai come ora ci appare chiaro che Fi deve fare punto e a capo”.
Gelmini indica le prossime mosse che passano tutte per un rapido cambiamento dell’assetto organizzativo: “Serve un “percorso nuovo” e va avviata “una costruttiva autocritica sui limiti della nostra azione”, attraverso una “profonda riflessione sulla riorganizzazione del nostro movimento”.
“Il partito – aggiunge Carfagna – non può più essere gestito da uno staff, ha bisogno invece di una nuova struttura politica in grado di prendere decisioni e di valorizzare le energie e le competenze che si sono formate in questi anni e dalle quali non è più possibile prescindere”. E ancora:” Sui territori e in Parlamento esiste una classe dirigente che non ha nulla da invidiare a nessuno, va valorizzata e messa alla prova. Persino le liste per le elezioni europee sono passate in ufficio di presidenza soltanto per una formale ratifica. È evidente – conclude l’ex ministra – che così non può funzionare, a meno che non si voglia calpestare la storia di Forza Italia”.
(da agenzie)
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Maggio 28th, 2019 Riccardo Fucile
CI AVEVA MESSO LA FACCIA PURE GIORGETTI: SCONFITTI 34% CONTRO I 66%
Il centrodestra perde ad Induno Olona, paese di 10mila abitanti alle porte di Varese da cui è originario l’attuale governatore della Regione Lombardia Attilio Fontana.
La lista guidata da Rosa Ferrazzi e sostenuta dalla coalizione di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia dal nome “Cambiamo Induno” ha ottenuto il 34% dei consensi contro il 66% ottenuto dalla lista civica “Viviamo Induno Olona”.
§La patria del governatore della Lombardia non elegge così un candidato sindaco di centrodestra da 20 anni, ovvero da quando la Lega ottenne la sua ultima vittoria proprio dopo il mandato di Attilio Fontana. Si conferma quindi sindaco del comune il sindaco uscente Marco Cavallin, che ha avuto la meglio sull’unica sfidante Rosa Ferrazzi.
Eppure, la campagna elettorale del centrodestra era stata supportata da alcuni tra i più importanti esponenti della Lega.
Ad aprirla era stato proprio Attilio Fontana lo scorso 26 aprile, mentre alla chiusura venerdì 25 maggio era presente il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti.
Un supporto che non ha avuto però l’esito sperato dal momento che il loro candidato ha raggiunto solo poco più del 30% delle preferenze. Una sconfitta che contrasta con quello che è stato invece l’esito del voto per le elezioni europee dove, al contrario, Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno superato il 60% dei consensi.
(da agenzie)
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Maggio 28th, 2019 Riccardo Fucile
MANCATO RISPETTO DEI CONTI PUBBLICI E DEL MANCATO TAGLIO DEL DEBITO
Puntuale, arriva la lettera di Bruxelles. Puntuale, torna a salire lo spread. Al ministero
dell’Economia sono in attesa nelle prossime ore della missiva, già largamente annunciata, da parte della Commissione Europea sui conti pubblici italiani.
Ancora non del tutto smaltita l’euforia per il successo elettorale che lo ha consacrato di fatto primo azionista del Governo, Matteo Salvini si è subito calato nella trincea della prossima sfida: quella che si apre ufficialmente il prossimo 5 giugno e si protrarrà fino all’autunno sul mancato rispetto della regola del debito da parte dell’Italia.
Da Bruxelles è filtrata, tramite Bloomberg, la possibilità di una multa da 3,5 miliardi di euro per l’Italia a causa del mancato taglio del debito pubblico nel 2018.
La lettera in arrivo a Roma non comporterà l’apertura di nessuna procedura ma sarà una sorta di memento delle regole Ue da rispettare e delle procedure in cui rischia di incorrere l’Italia.
È opinione diffusa che questa Commissione Ue non affonderà il colpo nei confronti del Governo e lascerà la patata bollente nelle mani dei prossimi Commissari.
Nè sorprende la cifra fatta trapelare da Bruxelles su una possibile multa a danno dell’Italia: la procedura per debito eccessivo – che l’Italia ha già schivato durante la stesura della scorsa legge di Bilancio – prevede, nel caso arrivi alla conclusione del suo iter, una sanzione che può oscillare tra lo 0,2 e lo 0,5% del suo Pil.
Tanto è bastato però a dare una spinta verso l’alto allo spread. L’impennata è avvenuta subito dopo le indiscrezioni di stampa secondo cui per l’Italia sarebbe pronto l’avvio della procedura per debito eccessivo.
In realtà con la lettera Bruxelles non adotterà alcun provvedimento. La Commissione chiederà al governo come pensa di giustificare il mancato taglio l’anno scorso in aperta violazione del patto di stabilità .
In particolare vorrà conoscere formalmente il punto di vista del governo sui ‘fattori rilevanti’ che la giustificherebbero. Dopodichè la Commissione deciderà se tali fattori (tra cui bassa crescita e bassa inflazione) esistono effettivamente e possono evitare all’Italia l’apertura di una procedura per violazione della regola del debito.
Una prima posizione sarà ufficializzata il 5 giugno prossimo, quando saranno rese pubbliche le raccomandazioni per i vari Paesi Ue. Ma la decisione definitiva dovrà essere presa dal Consiglio, a maggioranza qualificata. Passerebbero molti mesi, nel caso, prima che l’Italia arrivasse a quella fase, ma a quel punto – ragionano a Bruxelles – sarebbero già intervenuti i mercati finanziari, facendo lievitare i rendimenti dei titoli di Stato e schizzare gli spread.
Stime Ue alla mano, il debito italiano dovrebbe salire al 133,7% quest’anno e al 135,2% nel 2020. In rialzo anche il deficit: al 2,5% nel 2019 e al 3,5% nel 2020.
Peggiora poi anche il disavanzo strutturale (parametro di riferimento Ue perchè incide sul debito) che nel 2018-19 doveva essere tagliato almeno dello 0,4% e invece è peggiorato dello 0,3%. Sull’aggiustamento di questo parametro il Governo italiano era riuscito ad evitare l’apertura della procedura per debito eccessivo alla fine dell’estenuante negoziato con Bruxelles sulla manovra.
Molto dipenderà dall’impostazione del negoziato da parte della Commissione, anche alla luce del voto europeo.
Sarà una partita che si giocherà parallelamente a quella delle alleanze nel prossimo Europarlamento in vista delle nomine nelle istituzioni Ue. L’Italia a guida Lega ha già avanzato alcune richieste. Il Carroccio vorrà esprimere il rappresentante italiano nella prossima Commissione Ue e reclama per l’Italia anche un membro nel board della Banca Centrale Europea, quando il mandato del presidente Mario Draghi arriverà a scadenza a novembre. Partita complessa, perchè all’Italia è già andata la Vigilanza Bancaria con Andrea Enria. E la Francia sarà priva di membri nel Board quando lascerà Coeure. Se la presidenza di Francoforte non andrà nè alla Francia nè, soprattutto, alla Germania, le richieste italiane potrebbero uscirne indebolite.
Ma se dovesse saltare la nomina di Manfred Weber alla presidenza della Commissione, ipotesi per nulla peregrina, è noto che la Germania punterà alla carica oggi ricoperta da Draghi con il presidente della Bundesbank Jens Weidmann. In quel caso i progetti italiani di riforma della mission della Bce avrebbero ancora meno chance di quante ne abbiano oggi.
(da agenzie)
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Maggio 28th, 2019 Riccardo Fucile
CON IL “CAMPO CIVICO E PLURALE” INTERCETTA IL VOTO IN USCITA GRILLINO
È qualcosa di più di un voto di “tenuta”. Per la prima volta, da diversi anni a questa parte, si è invertito il trend. E il centrosinistra torna in gioco proprio dove era iniziato il declino quattro anni fa, con la frana alle amministrative che annunciò la grande “sconnessione sentimentale” col paese.
Il centrosinistra vince al primo turno a Firenze, Bergamo e Bari, Pesaro, Lecce e Modena. È avanti a Reggio Emilia, Cesena, Foggia e Livorno, dove va al ballottaggio col centrodestra. Mentre a Ferrara e Forlì è avanti la Lega.
Dati per nulla scontati, alla luce del risultato europeo, con la Lega primo partito in tutto il Nord e in Emilia Romagna.
Che rappresentano una indicazione politica. E cioè che funziona lo schema del “campo largo” costruito attorno alla buona amministrazione, con alleanze, come si suol dire, plurali e civiche.
Diciamola così: più ci si avvicina alla dimensione territoriale del voto, più il centrosinistra ha un valore aggiunto. Più ci si allontana e si politicizza, più c’è ancora una difficoltà a intercettare un elettorato in uscita dagli altri partiti o a recuperarlo dall’astensione.
E infatti, Chiamparino ha delle difficoltà a recuperare e ad allargare rispetto al voto europeo. Nei comuni più piccoli invece accade il contrario.
Un dato su tutti: su settanta comuni sotto i 15mila abitanti, in Emilia Romagna, il centrosinistra ne vin
ce l’80 per cento, aumentando consensi rispetto al voto europeo nello stesso giorno. Per dirne una, a Castel San Pietro Terme, nel voto europeo la Lega è al 38 per cento e il Pd al 24, alle amministrative vince il Pd col 56 per cento al primo turno.
Lo stesso a Fidenza, Sant’Arcangelo, Carpi. A livello locale cioè è più facile rompere quella diga che c’è, invece a livello nazionale. Semplificando. È più facile per un buon amministratore far votare centrosinistra a un elettore dei Cinque Stelle che portarlo sul Pd in uno schema nazionale.
Il civismo, cioè, è un valore aggiunto per il centrosinistra, assai più della contrapposizione ideologica, come ci dice il caso di Riace.
Funziona, insomma, la cultura e la capacità di governo e la cultura civica, unico antidoto alla rabbia delle tante periferie del paese, dove la Lega è il grande catalizzatore della rabbia sociale e della chiusura verso lo straniero e il diverso.
Vince cioè la sinistra che propone modelli di integrazione più che l’indignazione ideologica, da Casal Bruciato a Mirandola.
Altro dato non scontato. Il Pd torna ad essere primo partito nelle grandi città . Roma, Milano, Torino (oltre Bologna e Firenze) con un balzo avanti rispetto alle politiche dello scorso anno.
A Roma dal 21,6 al 30 (rispetto al 25 della Lega). A Milano passa dal 26,6 dello scorso anno al 35 per cento (rispetto al 27 della Lega). A Torino dal 26,1 al 33 (rispetto al 26 della Lega). A Bologna dal 28,9 al 40 (rispetto al 21 della Lega). A Firenze dal 36,5 delle politiche al 43 (con la Lega al 20).
È presto per parlare di una alternativa compiuta, che necessita ancora di una piattaforma politica, di una forma organizzativa, e di un profondo rinnovamento della classe dirigente. Però, e non è banale, questo turno elettorale è un segnale di vitalità , in un campo dato, fino a poco tempo fa, per sepolto.
Dopo il voto del 4 marzo si parlò, in modo un po’ precipitoso, di un nuovo bipolarismo o meglio di questo governo come l’embrione di un nuovo bipolarismo, Lega e Cinque stelle, sulle ceneri dei protagonisti del vecchio bipolarismo degli ultimi 20 anni, Forza Italia da un lato, Pd dall’altro.
Ebbene, se da un lato la strategia di prosciugamento di Forza Italia da parte di Salvini ha funzionato, dall’altro è accaduto l’inverso.
La crisi strutturale, identitaria dei Cinque Stelle, ha riaperto lo spazio a sinistra. L’analisi dei flussi mostra che il grosso del loro elettorato è in uscita verso Salvini, in particolare i giovani e gli operai, il grosso al Sud verso l’astensione e, per la prima volta, qualcosa tra il ceto medio si indirizza verso il Pd. È accaduto a livello nazionale, ma anche a livello locale dove i penstastellati non raggiungono il ballottaggio nelle due città che governavano, Livorno e Avellino.
Questa tornata elettorale non disegna un nuovo sistema politico, ma innesca una dinamica politica nuova che archivia l’Italia del 4 marzo, a livello nazionale e, ancor di più, a livello amministrativo.
L’alternativa è tra una destra, radicale e sovranista, a vocazione maggioritaria. E un campo di centrosinistra che, nel suo complesso (sommando al Pd Più Europa e Verdi) è attorno al trenta per cento, con i Cinque Stelle intrappolati in una sorta di dilemma del prigioniero, tra rimanere nel governo in un ruolo ancillare e rompere senza avere numeri, prospettiva, e potenziali alleanze.
È una doppia novità per il centrosinistra. A livello sistemico apre nuovi spazi di agibilità politica, dopo il lungo autunno dell’irrilevanza. E chiude, per ora, dibattiti, retropensieri, manovra interne, allontanando il fantasma di questi mesi: una scissione “al centro”, fondata sul fallimento del nuovo corso di Nicola Zingaretti.
Per ragioni oggettive, di spazio e logica politica: sei euro-parlamentari “renziani” eletti, una valanga di sindaci e amministratori locali, un partito che compie, unito, un passo in avanti renderebbero incomprensibile, poco conveniente e avventuristica la rottura del Pd anche per gli avventurieri più spericolati. Non è solo un voto di “resistenza”. È una novità politica vera, che crea le condizioni per ricostruire.
(da “Huffingtonpost”)
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