Agosto 23rd, 2019 Riccardo Fucile
FORZA ITALIA 8,3% DAVANTI A FDI 6,7%
La Lega di Salvini sempre primo partito, ma in calo di 3 punti rispetto alle Europee e di 6
punti rispetto ai sondaggi di un mese fa.
Pd e M5S che invece guadagnano, rispettivamente 2 e quasi 4 punti, rispetto allo scorso maggio.
Lieve calo per Forza Italia, praticamente stabile Fratelli d’Italia.
Nel giorno delle consultazioni al Quirinale per trovare una soluzione alla crisi di governo, è questo il quadro che emergerebbe se si andasse subito al voto, secondo un sondaggio Tecnè.
Il partito di Matteo Salvini sarebbe l’unico sopra il 30%, con un 31.3% che è comunque inferiore rispetto al 34.3% raccolto alle elezioni per il Parlamento europeo. Continua il recupero del Partito democratico guidato da Nicola Zingaretti, che secondo Tecnè oggi si attesterebbe al 24.6% (alle Europee aveva raccolto il 22.7%).
Anche il Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio, dopo il tracollo di maggio (17.1%), guadagnerebbe voti (20.8%).
Mezzo punto in meno per Fi di Silvio Berlusconi, che passerebbe dall’8.8% di maggio all’8.3%, mentre per Fdi di Giorgia Meloni la variazione se si andasse subito alle urne sarebbe positiva, seppur minima, da 6.5% a 6.7%.
Male rispetto alle elezioni europee sia +Europa (da 3.1% a 2.5%) che Europa verde (da 2.3% a 1.8%) che La Sinistra (da 1.7% a 1.4%).
Ma secondo Tecnè, se si andasse subito a elezioni politiche, sarebbe molto alta la percentuale di incerti o astenuti: il 48.3%, quasi un italiano su due.
Tutte le forze in campo sanno che possono ancora attingere a un importante bacino di voti. Secondo il 50% degli italiani, è stato giusto aprire la crisi di governo, anche se secondo il 22% sarebbe stato meglio approvare prima la legge di stabilità .
Per il 16%, invece, si sarebbe potuto agire già a giugno dopo le elezioni europee, e per il 12% dopo il no alla Tav del M5S. Il 38% pensa invece che la cosa migliore sarebbe stata che il governo gialloverde arrivasse fino a fine legislatura. Solo un 12% degli italiani non ha preso posizione sulla questione.
Per il 65% degli italiani, tornare a votare è la soluzione migliore per uscire dalla crisi. Tra gli elettori della Lega, la decisione di Salvini di staccare la spina al governo Conte è stata accolta con molto favore: l’83% pensa che il leader abbia agito bene. E il 62% dell’elettorato leghista vorrebbe che si tornasse a votare già tra ottobre e novembre, mentre un 24% attenderebbe l’approvazione della legge di stabilità , per andare alle urne tra febbraio e marzo 2020. Solo il 5% invece tenterebbe la strada ormai impervia di un nuovo esecutivo con il M5S.
Molto più eterogenea la base grillina: solo il 47% sarebbe favorevole a tornare a votare, e appena il 12% è per le elezioni subito. Meglio aspettare la legge di stabilità per il 35%, mentre un governo con Pd, LeU e +Europa è una buona soluzione per uscire dalla crisi per il 18% degli elettori del Movimento.
No deciso a un nuovo esecutivo con la Lega di Salvini: solo l’8% sarebbe favorevole. Per il 69% gli elettori del Pd, invece, sono le urne la via maestra da seguire: il 24% è disponibile ad andare subito a votare, mentre il 45% attenderebbe prima l’approvazione della legge di stabilità .
Un governo insieme al M5S è la soluzione migliore per il 22% della base democratica, mentre solo un 5% sarebbe favorevole ad allargare la coalizione anche a Forza Italia.
(da agenzie)
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Agosto 23rd, 2019 Riccardo Fucile
NEL TOTOMINISTRI UNA SERIE DI CONFERME GRILLINE (TONINELLI A PARTE) E IL PD CHE HA ANCORA IL CORAGGIO DI PROPORRE MINNITI AGLI INTERNI
È Enrico Giovannini il nuovo nome per Palazzo Chigi. Insieme a Marta Cartabia per ricoprire il ruolo di presidente del Consiglio del governo PD-M5S è in corsa anche l’ex presidente dell’ISTAT: economista, 62 anni e ministro del Lavoro del governo Letta, Giovannini oggi segue l’Agenzia per lo sviluppo sostenibile, da lui fondata.
Motivo per il quale potrebbe piacere ai 5 Stelle e saldare la nuova unione parlamentare col Pd. Anche se non ha mai risparmiato ai grillini precise critiche al reddito di cittadinanza, un aspetto da non sottovalutare.
Lo schema vedrebbe Giuseppe Conte vittima del classico promoveatur ut amoveatur con la nomina a Commissario europeo e il nome sarebbe stato benedetto da Beppe Grillo in persona, mentre Paola Severino e Massimo Bray, altri nomi usciti in queste ore, si troverebbero un passo indietro nella corsa.
Un piccolo passo indietro: nel maggio 2018, quando Mattarella puntò sul governo del presidente, anche il suo nome era stato fatto tra i papabili prima del fallimento dell’ipotesi Cottarelli. Il totopremier venne poi interrotto dall’intesa raggiunta tra Lega e M5S. Federico Capurso e Ilario Lombardo inquadrano oggi su La Stampa il nome di Giovannini nell’ottica di un rimpasto che coinvolgerebbe molti ministri:
Sembra più semplice invece lo schema a incastro dei ministri. Zingaretti avrebbe chiesto un cambio totale della squadra. Ma per i grillini è impossibile decapitare l’intera classe dirigente trasferita al governo.
Ci sarà qualche addio e qualche new entry, in maniera non molto dissimile da come sarebbe dovuto essere in caso di rimpasto con la Lega. A Di Maio rimarrà un solo ministero (il Lavoro?), anche se i suoi puntano a strappare l’Interno, dove il Pd piazzerebbe Minniti (comunque gradito ai 5 Stelle). In alternativa al capo politico del Movimento andrebbero molto bene anche gli Esteri.
Nel M5S danno per sicura la riconferma di Bonafede alla Giustizia e puntano alla promozione a vicepremier. Sul Guardasigilli e su Riccardo Fraccaro, Di Maio non accetterà compromessi mentre è pronto a chiedere un sacrificio a Toninelli o Giulia Grillo, ma per lei si dovranno fare i conti con le quote rosa e per questo potrebbe sostituirla Simona Malpezzi del Pd.
Sul ministro meno amato dalla Lega anche dal Pd sono stati categorici. Al suo posto entrerebbe Patuanelli, che sta crescendo e diventa sempre più centrale nel Movimento. Una sorta di turn over, perchè Toninelli diventerebbe capogruppo in Senato. E nella giostra di nomi c’è anche Di Battista. Di Maio vorrebbe coinvolgerlo, nonostante le resistenze del Pd, anche per disinnescare critiche dall’esterno.
In questa ottica Di Maio potrebbe arrivare al ministero dell’Interno.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 23rd, 2019 Riccardo Fucile
E DIETRO LE QUINTE TIRA I FILI CASALEGGIO
Paola Taverna, Gianluigi Paragone, Alessandro Di Battista e Stefano Buffagni. Con una guest
star del calibro di Davide Casaleggio che manda sms ai parlamentari sul secondo forno e poi smentisce tutto.
Questi sono i nomi degli esponenti più in vista del MoVimento 5 Stelle che vorrebbero un nuovo accordo con la Lega e non accettano l’alleanza con il Partito Democratico certificata oggi da Luigi Di Maio con un’intervista al Corriere della Sera.
La piccola pattuglia di eletti e attivisti vorrebbe fermare l’accordo con il PD in primo luogo per questioni di coerenza (Di Battista) ma anche per convergenze programmatiche con il Carroccio da campagna elettorale, che non a caso ha ricominciato a spolverare le magliette No Euro in attesa delle urne (per poi riporle nel cassetto con il cambio di stagione).
In questo senso è Gianluigi “Bombatomica” Paragone il parlamentare che si sta spendendo di più e per questo viene pubblicamente elogiato dai vari Borghi & Bagnai.
El Dibba, dal canto suo, nutre i retroscena sui giornali (come quello di Alessandro Trocino sul Corriere della Sera):
Per questo Alessandro Di Battista, descamisados di ritorno, fa fatica a esporsi in questi giorni. Non riesce a pronunciare la parola Pd. Attacca il «ministro del tradimento», Matteo Salvini, e sogna il voto. Intercettato dall’Adn Kronos, ieri, si è limitato a lodare Conte e a dire: «I punti del programma di Di Maio? Li condivido al mille per mille». Al gran summit in villa con Beppe Grillo ci è andato, certo. Ha consentito al diktat finale, che prevedeva una nota di disdoro congiunto per Salvini e per la sua «vergognosa retromarcia». Ma non sta mettendo la faccia su un percorso che lo vede più che perplesso.
E dire che in passato Di Battista il Pd (veltroniano) l’aveva votato. Prima che subentrasse la delusione atroce da amante tradito e la repentina conversione al leghismo sovranista (seguita da nuova cocente delusione).
Nel Movimento Di Battista è una bomba inesplosa. Alle recenti assemblee non si è presentato. E neanche ieri era presente, nonostante fosse a Roma. L’ultima volta era stato accolto da un gran gelo.
Seguito a un periodo di dissapori con Di Maio, con il quale era guerra aperta. Di Battista era, ed è, sospettato di voler andare al voto, per defenestrare Di Maio e tentare la fortuna.
La retorica 5 Stelle prevede che ci sia un rapporto straordinario tra i due, che non di rado si chiamano «fratello». Ma la lontananza strategica e umana è evidente. Di Battista è nella pattuglia dei contrari al patto con il Pd.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 23rd, 2019 Riccardo Fucile
GIORGETTI SI SMARCA: “PERCHE’ FA TANTA PAURA STARE ALL’OPPOSIZIONE?”… PER NON FINIRE IN GALERA, GIORGETTI, LO SAI BENE
Di Maio premier e Salvini ancora al ministero dell’Interno, ma con Giorgetti all’Economia.
§Il Capitano non porta rancore ufficialmente, ma ufficiosamente è talmente disperato da offrire al MoVimento 5 Stelle Palazzo Chigi e far cadere il veto su Giggetto presidente del Consiglio per impedire il saldarsi dell’alleanza con il Partito Democratico e rimettersi di nuovo al tavolo del governo.
Ufficialmente i due forni sono ancora aperti anche se il Capo Politico M5S oggi ha provveduto a chiuderne uno, come da richiesta del Partito Democratico, nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera.
E Salvini ieri ha messo le sue carte sul tavolo, scoprendo in un certo senso il bluff della Crisi di Ferragosto: spiega oggi il cantore ufficiale delle gesta del Carroccio sul Corriere Marco Cremonesi:
E così,al termine delle consultazioni con il capo dello Stato, Salvini prova quantomeno a lanciare la sua granata sulla trattativa in corso tra dem e stellati. Infine, lascia il Quirinale salutando i cronisti: «Ci vediamo, penso, nelle prossime ore…». Il leader leghista, infatti, almeno oggi resterà certamente a Roma. Poi, è ora di rilassarsi per«decomprimere» dopo la tensione degli ultimi giorni. Con lui ci sono i capigruppo Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo e lo staff dei comunicatori. A cui si aggiungono, poco più tardi, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti e il ministro Lorenzo Fontana.
La strategia di Salvini presuppone un solo no (quello a Conte, che sarebbe dirottato alla Commissione Europea) e una serie di interlocuzioni tra uomini della Lega e del M5S, sfruttando quella frangia grillina che non vuole l’accordo con il PD e potrebbe convincere gli altri a chiudere l’esperimento per tornare ai vecchi tempi.
Carmelo Lopapa lo spiega su Repubblica:
«Io ci voglio provare, fino all’ultimo», ha spiegato ai suoi il segretario della Lega, che ha recapitato la proposta al capo del Movimento nelle ultime ore, a cavallo delle consultazioni al Quirinale. Soluzione ad ultima spiaggia, a conferma del fatto che il governo Pd-M5S che invece sembra stagliarsi all’orizzonte è fonte di disperazione al quartier generale salviniano.
I sondaggi raccontano di un crollo dei consensi dal 38 del post Europee al 31 per cento, con trend in picchiata.
Da qui il tentativo estremo di convincere l’ex alleato a boicottare l’accordo al quale invece dem e grillini lavoreranno da stamattina. I pontieri leghisti hanno pressato senza sosta i colleghi 5stelle: i capigruppo Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari, sottosegretari come Claudio Durigon.
Pur di riscrivere il contratto, ridisegnare la squadra con l’unica pregiudiziale del premier Conte, col quale i rapporti si sono rotti definitivamente: a lui cederebbero la carica europea che in teoria sarebbe spettata alla Lega e che del resto il presidente del Consiglio ha trattato con Ursula von der Leyen.
Tutto purchè il segretario leghista resti agli Interni, perchè è la stelletta da sceriffo, ne è convinto Salvini, che gli ha regalato in 14 mesi il boom di consensi. È un disegno che cozza con la netta ostilità — ormai conclamata — del numero due del partito, Giancarlo Giorgetti («Ma perchè fa tanta paura restare all’opposizione?»), che oggi dirà la sua dal Meeting di Rimini.
Ma l’accordo tra PD e M5S pare fatto, visto che verte anche su una legge elettorale anti-Salvini
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 23rd, 2019 Riccardo Fucile
LE SOLITE BEGHE INTERNE AL PD CON RENZI CHE SILURA GLI AVVERSARI INTERNI
“Non e’ detto che il Pd arrivi tutto unito alle elezioni”. Potrebbe essere questo il futuro punto
di caduta della gestione della crisi da parte dei dem, almeno stando allo spezzone di audio — reso noto da Huffington Post — di un intervento di Matteo Renzi alla sua scuola di politica.
Un vero e proprio ‘retroscena’ nel corso del quale l’ex presidente del Consiglio, sostanzialmente, imputa a Paolo Gentiloni di ‘remare contro’ la trattativa tra Pd e M5s per il nuovo governo.
Renzi attribuisce proprio al presidente Pd — che faceva parte della delegazione ricevuta al Quirinale da Sergio Mattarella — la diffusione di “uno spin finalizzato a far saltare tutto”, con la potenziale conseguenza di una nuova frattura nelle file dem quando sara’ il momento di tornare alle urne.
“E’ Paolo Gentiloni che ha fatto passare il messaggio di una triplice richiesta di abiura da parte del Pd ai 5 stelle”, chiarisce Renzi nel file audio. “Nel Pd, ove vi fosse la rottura, sara’ un caos. Se uno, contravvenendo alle regole interne, con un spin fa saltare tutto non e’ detto che il Pd arrivi tutto insieme alle elezioni”, e’ stata la riflessione dell’ex segretario.
L’attuale presidente del Pd avrebbe, secondo Renzi, fatto trapelare delle condizioni poste sul dialogo con i Cinque stelle -in realtà restandosene in silenzio al Colle- impostate in modo tale da rischiare di mandare a monte l’ipotesi del governo ‘giallorosso’. Di qui un vero e proprio rischio “caos”, con tanto di prospettiva di divisione traumatica dei dem.
(da agenzie)
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