Febbraio 23rd, 2020 Riccardo Fucile
L’EUROCITY VENEZIA-MONACO BLOCCATO ALLA FRONTIERA PER DUE CASI “SOSPETTI” CHE NON SI SONO RIVELATI TALI, MA L’AUSTRIA BLOCCA LO STESSO SENZA MOTIVO ALLA FRONTIERA I TRENI PROVENIENTI DALL’ITALIA
Un treno proveniente dall’Italia è stato fermato alla frontiera con l’Austria, al Brennero, dopo che a
bordo sono stati segnalati due casi sospetti di coronavirus.
Lo riporta la stampa austriaca precisando che è stato il capotreno italiano dell’Eurocity ad allertare le autorità . I due sospetti sono stati fatti scendere a Verona.
Ciò nonostante, altri 300 viaggiatori sono bloccati alla frontiera e nessun altro treno dall’Italia viene fatto entrare, almeno per oggi.
Il treno, partito da Venezia per Monaco, intorno alle 15 si è fermato a Verona, dove sono state fatte scendere due persone con sintomi influenzali, giudicati però dal 118 non sospetti.
Le autorità austriache hanno comunque deciso di non far entrare il treno, che era arrivato al valico del Brennero alle 19.10 circa. I passeggeri hanno tentato di attraversare il confine a bordo del treno successivo, che è stato comunque bloccato al Brennero.
Almeno per oggi i collegamenti ferroviari su questa linea sono stati interrotti dalle autorità austriache.
Si tratta del primo caso di intervento alla frontiera dopo l’esplosione dell’epidemia di Covid-19 in Italia.
Intanto in Romania è stata disposta la quarantena obbligatoria per tutte le persone in arrivo dalla Lombardia e dal Veneto o che siano stati nelle due regioni italiane negli ultimi 14 giorni.
Lo annuncia il ministero della Sanità di Bucarest in una nota, come riporta l’agenzia romena Agerpres. I passeggeri all’aeroporto di Bucarest saranno sottoposti ad un questionario e assistiti da personale medico. Il direttore dell’istituto di malattie infettive Adrian Streinu Cercel ha spiegato che chi arriva con un volo civile affronterà la quarantena in casa.
(da agenzie)
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Febbraio 23rd, 2020 Riccardo Fucile
SONO 120 GLI ESSERI UMANI MORTI NEGLI ANNI PER STRADA…LA COMUNITA’ DI SANT’EGIDIO RICORDA QUALI SONO LE VERE EMERGENZE DEL NOSTRO PAESE
Circa cinquecento persone hanno preso parte alla messa in ricordo dei senza dimora che sono morti per la durezza della vita di strada.
La celebrazione si è tenuta stamani nella basilica dell’Annunziata: il mondo della solidarietà e i tanti volontari che aiutano chi vive per strada, si sono stretti attorno a tanti senza dimora in occasione dell’anniversario della morte di Pietro Magliocco. Magliocco è una delle prime persone conosciute dalla Comunità di Sant’Egidio durante il servizio serale a chi vive per strada.
Dormiva nella stazione ferroviaria di Sampierdarena: malato di polmonite, è morto la notte del suo ricovero in ospedale, l’11 febbraio 1993. Aveva 57 anni.
Con lui, sono state ricordate circa 120 persone morte negli anni per strada. Al termine della messa i senza dimora e i volontari di sono messi in fila per accendere una candela mentre venivano letti i nomi dei clochard morti negli ultimi anni come Nicholas, neonato rom morto bruciato nella roulotte dove dormiva.
“Il problema – ha spiegato Andrea Chiappori, responsabile della Comunità di Sant’Egidio di Genova – sono le diseguaglianze profonde che incontriamo nella nostra citta’, per cui un senza dimora ha un’aspettativa di vita di meno di cinquant’anni. Esistono molte risposte necessarie, ciascuno si può impegnare in gesti e iniziative di solidarietà , ma noi crediamo che la prima risposta sia la creazione di legami di fraternità e amicizia. Il ricordo e la preghiera sono parte di questa fraternita’ profonda”.
(da agenzie)
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Febbraio 23rd, 2020 Riccardo Fucile
IL DIPARTIMENTO DI MEDICINA MOLECOLARE DI PADOVA (UNA ECCELLENZA) AVEVA CONSIGLIATO DI ESTENDERE I CONTROLLI MA E’ STATO IL DIRETTORE DELLA SANITA’ VENETA A BOCCIARE L’IDEA
Uno scontro interno alla sanità regionale potrebbe aver ritardato l’efficacia del dispositivo di
contenimento del contagio che in queste ore ha colpito anche il Veneto, focolaio considerato «autonomo» rispetto a quello della Lombardia.
Racconta oggi Repubblica:
L’intenzione dei ricercatori padovani, all’inizio di febbraio, era di estendere i controlli alle persone tornate dalla Cina anche se non presentavano alcun sintomo, ipotizzando che vi potessero essere dei “portatori sani” del virus da individuare e isolare rapidamente per scongiurarne la diffusione.
E l’idea avanzata dal dipartimento di medicina molecolare diretto dal professor Andrea Crisanti, un centro di eccellenza europeo, era condivisa dalla direzione dell’azienda ospedaliera.
Ma il 12 febbraio scorso, come una doccia fredda, al direttore Luciano Flor e al virologo Crisanti è arrivata una lettera al vetriolo del direttore generale della sanità del Veneto, Domenico Mantoan (dal novembre scorso è anche presidente dell’Aifa, l’agenzia italiana del farmaco) che chiedeva di conoscere «sulla base di quali indicazioni ministeriali, o internazionali, si sia ipotizzata tale scelta di sanità pubblica».
Il supermanager della sanità , contrariato per l’iniziativa, ordinava quindi di condividere ogni scelta «con la direzione prevenzione, sicurezza alimentare e veterinaria» della regione, ricordando che ogni analisi effettuata su «soggetti asintomatici non rientra tra le prestazioni coperte dal fondo del Ssn», il sistema sanitario nazionale.
Una bocciatura totale anche solo dell’ipotesi di estendere i controlli.
Ora, in piena emergenza, Zaia ha annunciato che la Regione Veneto si appresta a effettuare controlli a tappeto sui cittadini dell’epicentro, Vo’ Euganeo, più di 3.300 persone.
(da NextQuotidiano”)
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Febbraio 23rd, 2020 Riccardo Fucile
LA DIRETTRICE DEL ONE HEALT CENTER: “E’ UNA SINDROME SIMIL-INFLUENZALE, IN ITALIA PIU’ CASI PERCHE’ LI CERCHIAMO PIU’ ATTIVAMENTE”
Mentre le istituzioni invitano alla responsabilità per contenere l’epidemia da coronavirus con i minori disagi possibili per la popolazione, volano parole grosse tra gli scienziati.
Al centro di tutto il virologo Roberto Burioni. Da alcune settimane lo scienziato sostiene sia in atto una sottovalutazione del rischio coronavirus. In un video del 21 febbraio ha messo sotto accusa le “declamazioni tranquillizzanti di alcuni politici”
Nel mirino di Burioni c’era in particolare il governatore della Toscana, accusato di non aver messo in quarantena i residenti tornati dalla Cina. In alcuni post delle scorse settimane, Burioni ha paragonato la mortalità potenziale del Covid-19 a quella dell’influenza spagnola, che tra il 1918 e il 1920 fece milioni di vittime in tutto il mondo.
“A me sembra una follia. Si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia letale. Non è così. Guardate i numeri”. A parlare è Maria Rita Gismondo, virologa in prima linea essendo la responsabile del laboratorio dell’ospedale Sacco di Milano, in cui vengono analizzati da giorni i campioni di possibili casi di coronavirus.
In un post su Facebook, in cui non cita mai Burioni, la scienziata scrive: “Non è pandemia! Durante la scorsa settimana la mortalità per influenza è stata di 217 decessi al giorno! Per coronavirus 1!”. Secondo Gismondo, che invita tutti ad abbassare i toni, “questa follia farà molto male, soprattutto dal punto di vista economico”.
Un appello alla pacatezza che Burioni, interpellato su Twitter, non accoglie affatto: anzi, nel corso di una discussione poi rimossa, definisce la collega “la signora del Sacco”, consigliandole riposo.
E a chi gli fa notare l’indelicatezza con cui si rivolge a una collega impegnata in prima linea e che non l’ha mai criticato direttamente, risponde rincarando la dose: “Signora sostituisce un altro epiteto che mi stava frullando nelle dita”.
Su Facebook, alcuni commentatori accusano la dottoressa Gismondo di cercare solo visibilità per il suo prossimo libro sulle fake news del coronavirus.
A rimettere al centro la barra prova un’altra illustre virologa italiana, Ilaria Capua. Sul coronavirus, dice intervistata a “In 1/2 ora” da Lucia Annunziata, “non c’è da piangere ma nemmeno da ridere, bisogna solo seguire pedissequamente quello che le organizzazioni internazionali ci dicono di fare”.
Secondo la scienziata, che negli Stati Uniti dirige il One Health Center of Excellence della University of Florida, “l’Italia sta vivendo una situazione più critica perchè sta cercando i casi più attivamente di altri”.
Una tesi confermata anche dal premier Conte, secondo il quale l’Italia è il paese europeo con più diagnosi perchè è quello che ha effettuato più tamponi, oltre 4mila. Secondo la Capua, quella in atto è “una sindrome simil-influenzale causata da coronavirus” che potrebbe durare “fino a primavera inoltrata o prima dell’estate. Avremo a che fare con questo virus per un po’ di tempo”, avverte, “ma usiamo tutti il cervello ed evitiamo che girino notizie stupide che spaventano le persone più fragili”. Se si tratti di pandemia, secondo la virologa, si potrà dire solo “quando avremo test diagnostici applicati in tutta Europa. Sono convinta”, conclude, “che il virus farà il giro del mondo in tempi abbastanza rapidi, perchè siamo tanti e il virus troverà tanti corpi, come batterie. Ma non vuol dire che ci saranno forme gravi, anzi molto probabilmente sarà sempre più debole”.
(da agenzie)
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Febbraio 23rd, 2020 Riccardo Fucile
OGNI GIORNO DI STOP COSTA 4 MILIONI DI MANCATE ENTRATE NEI DUE COMUNI DEL LODIGIANO, FOCOLAI DEL VIRUS
Lombardia e Veneto da sole valgono il 31% del Pil italiano per un valore di 550 miliardi. Le due
regioni coprono quasi la metà delle esportazioni totali.
E quindi il Coronavirus può causare un rischio per la crescita economica dell’intera Italia.
Ettore Livini su Repubblica oggi spiega che le imprese di Codogno e Casalpusterlengo, due dei comuni finiti in quarantena in Lombardia, fatturano da sole 1,5 miliardi l’anno. E ogni giorno di stop, pallottoliere alla mano, rischia di mandare in fumo 4 milioni di entrate.
Il conto salirebbe a 18 milioni al giorno se la serrata fosse estesa a tutta la provincia di Lodi.
Le 461 imprese di Vo’ Euganeo – paese da cui arriva la prima vittima del virus – macinano 107 milioni di incassi l’anno, oggi a rischio. E se le misure restrittive di quarantena dovessero allargarsi per cause di forza maggiore all’intero settore produttivo di Lombardia e Veneto il conto rischierebbe di essere salatissimo visto che le due regioni valgono da sole 550 miliardi di Pil – il 31% di quello italiano – e che da qui parte il 40% delle esportazioni tricolori.
Cosa succede a un Paese paralizzato dal coronavirus lo raccontano bene i dati che arrivano in questi giorni dalla Cina.
Le vendite di auto nelle prime settimane di febbraio sono crollate del 92%, quelle di case del 90%. Due terzi degli aerei della flotta nazionale di Pechino sono a terra. E la scarsa disponibilità di materie prime alimentari (causa problemi nelle forniture) ha fatto schizzare al rialzo del 20% i prezzi del cibo.
Oggi la task force del governo, non a caso, sta già iniziando a disegnare una sorta di piano Marshall per aiutare le imprese delle aree finite in quarantena.
Si va da misure pratiche immediate – come la malattia garantita ai residenti nelle aree del contagio che non possono recarsi al lavoro – fino alla cassa integrazione per le aziende costrette a chiudere temporaneamente l’attività .
La cintura di sicurezza sanitaria attorno ai focolai del Covid-19 del resto è una sorta di linea Maginot fondamentale anche per prevenire un drammatico contagio economico. Poco a nord di Codogno ci sono – a San Donato Milanese – i quartieri generali di Eni, Saipem e Snam. Poco a sud c’è uno dei più grandi centri di logistica Amazon in Italia, la meccanica piacentina e i gioielli dell’industria alimentare emiliana.
Attorno a Vo’ Euganeo è a rischio l’enorme galassia delle 107 mila pmi della provincia di Padova che da sole valgono 29 miliardi di fatturato. La speranza, al momento, è di circoscrivere i danni.
(da agenzie)
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Febbraio 23rd, 2020 Riccardo Fucile
SCENE DA VIGILIA DELL’APOCALISSE
La paura del Coronavirus è entrata nelle case dei milanesi. Nel posto più subdolo: la dispensa.
Domenica è scattata la corsa ai rifornimenti come ai tempi della Guerra del Golfo. La proposta del sindaco di Milano, Giuseppe Sala, di chiudere tutte le scuole della città e la sospensione di tutti gli eventi e la serrata di cinema, i teatri e i musei per tutta la settimana è stato lo start alla gara all’ultimo prodotto.
I centri commerciali e gli ipermercati sono stati presi d’assalto da compagnie di ragazzi e famiglie con passeggini. L’Amuchina e ogni tipo di disinfettante per cercare di arginare i focolai di contagio sono introvabili da venerdì e in farmacia non si trovano più le mascherine.
Ore 13, Esselunga di via Cena, zona Est della metropoli dove sono stati costruiti nuovissimi appartamenti e dove ci sarà un ulteriore sviluppo con il progetto Porta Vittoria. I beni di prima necessità come pasta, legumi, sugo e pane sono andati a ruba.
«Appena abbiamo saputo le ultime notizie sul virus siamo venuti qui e abbiamo riempito il carrello ma alcuni scaffali erano già vuoti» racconta una signora sulla cinquantina mentre il marito cerca l’acqua minerale.
Intorno ci sono decine di persone in un orario dove di solito il pubblico scarseggia: alcuni ragazzi con le mascherine, altri con le sciarpe tirate davanti a naso e bocca. Lo zucchero è finito e la signora riesce a mettere le mani sull’ultima bottiglia di candeggina. Il reparto di frutta e verdura è affollato come la vigilia di Natale mentre quello del pesce è chiuso.
Nelle stesse ore il sito dell’Esselunga che offre il servizio di spesa online e consegnata direttamente a casa è in panne ed è impossibile prenotare ogni spedizione.
A pochi chilometri, al Centro Commerciale piazzale Lodi il discorso non cambia. Nelle ore solitamente scarse di pubblico in tanti affollano i 15 mila metri quadrati con un grande Ipermercato Coop e 30 negozi.
«Non è tanto la gente che oggi ha deciso di fare una spesa extra dettata dalla paura ma il vero problema è che non riusciamo a stare dietro agli ordini online — spiega la commessa mentre spinge un carrello stracolmo — ma il peggio deve ancora venire perchè iniziano a scarseggiare alcuni prodotti nel nostro magazzino».
Anche nei supermercati di piccole dimensioni usati principalmente dagli abitanti del quartiere le code alle casse sono da vigilia dell’Apocalisse.
All’Unes di via Vallazze, in zona città studi, solo un gruppo di ragazzi dotati di mascherina riesce a scherzarci sù: «Con questa spesa moriremo di sicuro ma di fame».
(da agenzie)
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Febbraio 23rd, 2020 Riccardo Fucile
FEDERALBERGHI: “DISPOSITIVO ILLEGALE”
La Prefettura di Napoli ha annullato – per mancanza di competenze in materia – la validità
dell’ordinanza con la quale i sindaci dell’isola d’Ischia avevano disposto il divieto di sbarco – fino al 9 marzo – sull’isola di Ischia per i residenti in Lombardia e in Veneto, per i cittadini cinesi provenienti dall’aree dell’epidemia da coronavirus e per chi vi abbia soggiornato negli ultimi 14 giorni.
Al momento, sui porti dell’isola è stato disposto un filtraggio ad operar delle forze dell’ordine, coadiuvate da personale sanitario, volto esclusivamente alla schedatura dei turisti provenienti dalle due regioni.
La Federalberghi Ischia parla di “ordinanza anti-sbarco illegale” e ringrazia “il prefetto per averla annullata”.
Nell’ordinanza i sindaci di Ischia, Forio, Casamicciola, Serrara Fontana e Barano d’Ischia avevano sottolineato il consistente volume di arrivi turisti sull’isola diretti in “numerose strutture alberghiere, ricettive e termali in piena attività anche durante il periodo invernale”.
“Ischia – avevano spiegato – è meta di turisti sia stranieri che provenienti dalle regioni italiane ed in particolare dalle regioni del Nord e soprattutto dalla Lombardia e dal Veneto in cui sono stati registrati e censiti dalle autorità sanitarie numerosi casi di contagio da malattia infettiva COVID-19 con conseguente applicazione di particolari misure di salvaguardia della salute pubblica”.
Nel testo del dispositivo si leggeva inoltre di “gravi preoccupazioni al fine della prevenzione di una eventuale diffusione della malattia in considerazione dei collegamenti con il continente, della insularità , della presenza di un’unica struttura ospedaliera che serve l’intera isola e che non potrebbe essere in alcun caso sostituita da altro presidio nemmeno temporaneo in caso di necessità “.
Il divieto, avevano spiegato i sindaci, “si rende necessario atteso il grave pericolo che minaccia la salute e l’incolumità dei cittadini nelle more che le competenti autorità sanitarie locali provvedano a realizzare presidi sanitari prima degli imbarchi per l’isola al fine di scongiurare gravi pericoli di diffusione del contagio per tutti coloro che abbiano soggiornato negli ultimi 14 giorni nelle aree in oggetto, nonchè per i residenti delle Regioni Lombardia e Veneto interessate da casi contagio da COVID-19”.
Di qui dunque la decisione del divieto, già meditata nella giornata di ieri quando i sindaci erano stati in riunione acquisendo anche il parere del governatore Vincenzo De Luca. “Un divieto finalizzato in via precauzionale a prevenire la diffusione della malattia infettiva COVID-19”, e per il quale ci si riserva “ogni ulteriore provvedimento anche eventualmente di sospensione o revoca del predetto divieto o il suo prolungamento in caso di mutate esigenze di tutela della salute de della incolumità dei cittadini”.
Il divieto di accesso temporaneo, secondo quanto scrivevano i sindaci, sarebbe stato fatto rispettare da “polizia municipale e forza pubblica”, mentre “le competenti autorità sanitarie locali” dovrebbero realizzare “presidi sanitari prima degli imbarchi per l’isola”.
Ancor prima del disco rosso della Prefettura il commissario Angelo Borrelli aveva sottolineato come “l’ordinanza emanata dai comuni dell’Ischia non fosse una buona idea”.
“Lodiamo il pronto intervento del prefetto di Napoli per aver ristabilito la legalità annullando un’ordinanza chiaramente illegale, con iniziative che andavano oltre le competenze comunali”, scrivono invece in una nota il presidente Federalberghi Ischia Luca D’Ambra, il presidente Federalberghi Terme Ischia Peppino Di Costanzo e il presidente Federalberghi Isole Minori Ermando Mennella.
(da agenzie)
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Febbraio 23rd, 2020 Riccardo Fucile
VITTORIA SCHIACCIANTE PER SANDERS… BIDEN NON SALVA L’ESTABLISHMENT DAL SUO FALLIMENTO
Il Nevada è uno Stato minuscolo dal punto di vista elettorale, e va bene. L’ex vicepresidente Joe Biden ha dato qualche segnale di vita arrivando secondo, e va bene.ù
Ma la portata della vittoria di Bernie Sanders alle primarie del Nevada va oltre i numeri e chi altro c’è sul podio, perchè toglie di mezzo una serie di dubbi e argomenti che tipicamente accompagnano le analisi sul perchè, alla fine, Bernie non potrà farcela a essere il candidato democratico alla Casa Bianca.
Il suo trionfo in Nevada – la prima tappa della primarie in cui entra in gioco la diversità razziale che è caratteristica degli Stati Uniti – dà alla sua campagna elettorale uno slancio notevole in vista dei prossimi appuntamenti elettorali: il 29 febbraio in South Carolina e il 3 marzo per il Super Tuesday.
Ormai non ci sono più dubbi che il front runner, l’uomo da battere, sia lui.
Parallelamente, lo stacco che il senatore del Vermont ha messo tra se stesso e il gruppo dei cosiddetti moderati dimostra allo stesso tempo la debolezza dei singoli e la crisi in cui versa l’establishment democratico, o ciò che ne resta, come emerge dalla fotografia spietata di The Atlantic.
Vediamoli, allora, questi falsi miti che il vecchio Bernie – e la sua squadra, agile e battagliera – hanno spogliato di consistenza.
Innanzitutto la questione razziale. Sanders – si è sempre detto – non è in grado di sfondare con gli elettori neri e latinos, ma la sua performance in Nevada ha dimostrato che non è detto: il senatore del Vermont è stato votato dal 27% degli afroamericani e dal 53% degli ispanici in tutto lo Stato.
In secondo luogo, la questione generazionale. Sanders ha sì confermato il suo successo tra i giovani, ma in Nevada è stato il candidato più votato da tutte le fasce d’età , con l’eccezione degli over 65 che hanno preferito Biden.
Terzo: il suo teorico limite numerico. Secondo molti analisti, Sanders aveva un tetto di circa il 30% dei consensi: più di tanto, non poteva spingersi.
Il Nevada ha dimostrato il contrario: il senatore ha vinto con il 46,6%, lasciando un enorme divario tra sè e gli altri due sul podio, Biden al 19,2% e Pete Buttigieg al 15,4%, in una corsa ancora insolitamente affollata.
Non solo: Bernie ha strappato il consenso anche di una buona fetta dei moderati (22%) e ha vinto in tutte le aree tematiche, ad eccezione degli elettori più preoccupati per la politica estera, che hanno preferito Biden.
Secondo Politico, è per tutti questi motivi che i caucus del Nevada – che di solito contano meno rispetto alle altre competizioni iniziali in Iowa, New Hampshire e Carolina del Sud – quest’anno contano molto di più: perchè hanno contribuito a sciogliere alcuni dei dubbi più persistenti sulla corsa di Sanders.
“Abbiamo appena messo insieme una coalizione multigenerazionale e multirazziale che non solo ha vinto in Nevada, ma conquisterà il Paese”, ha esultato Sanders, prevedendo un’altra vittoria chiave in Texas il mese prossimo
Il 3 marzo si voterà in 15 Stati e territori, tra cui pesi massimi come la California, il Colorado e appunto il Texas, che rappresenta un banco di prova fondamentale per Sanders e il suo movimento.
“Abbiamo solo una strada: uniti”, è l’appello lanciato da Alexandria Ocasio-Cortez, la deputata di origini ispaniche considerata il suo asso nella manica per convincere le cospicue minoranze etniche a dare fiducia a un anziano senatore bianco
Infine, uno sguardo agli altri contendenti.
Mentre Klobuchar, Warren e Buttigieg hanno tutti registrato un calo in Nevada, Biden ha ottenuto il suo risultato fin qui migliore. Per lui, arrivare in South Carolina un po’ meno malandato rispetto a ieri è fondamentale: il voto degli afroamericani potrebbe ancora resuscitare la sua campagna.
E’ per questo stesso motivo – il peso del voto afro nella competizione – che le chance di Michael Bloomberg appaiono in picchiata.
L’ex sindaco di New York, infatti, è entrato nella gara ponendosi come alternativa a Bernie nel caso in cui Biden fosse crollato. Ma il vecchio Joe, dopo aver resistito fin qui, è determinato ad andare avanti e godere del riscatto almeno parziale del voto etnico. Un campo in cui Bloomberg, dato il suo passato, sa di non poter contare.
(da “Huffingtonpost“)
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Febbraio 23rd, 2020 Riccardo Fucile
DALL’INDECISO GIAPPONE AL MODELLO SINGAPORE MISURE DIVERSE
L’allarme rosso in Corea del Sud, le indecisioni del Giappone, le informazioni via social di Singapore,
la quarantena obbligatoria negli Stati Uniti (ma non nel resto d’Europa).
Non è solo l’Italia: in molti Paesi i casi di coronavirus stanno aumentando, e in alcuni, come la Corea, ad un ritmo altrettanto rapido.
Per tutti in questo momento la parola d’ordine è “contenimento”, cercare di tracciare i contatti attraverso cui le persone si sono contagiate, per circoscrivere e spegnere i focolai di epidemia.
Ma le misure che i vari governi stanno adottando per arrivare all’obiettivo sono diverse, dettate dalle peculiarità della situazione locale e dalla sensibilità politica e dell’opinione pubblica.
Eccone una sintesi, una sorta di cassetta degli attrezzi anti-contagio a cui in queste ore sta attingendo, a modo suo, anche l’Italia.
Allarme rosso in Corea del Sud
La Corea del Sud è il Paese, insieme al nostro, dove nelle ultime ore il numero dei contagiati è salito più veloce. Solo domenica i nuovi casi sono stati 169, portando il totale a 602, con 5 morti. Per la prima volta da un decennio il governo ha alzato il livello di allarme sanitario a “rosso”, il massimo grado, mossa che in teoria permette di bloccare gli arrivi da specifici Paesi, sospendere i trasporti e boccare le città . Al momento però nessuna di queste misure è stata presa. La riapertura delle scuole dopo il Capodanno lunare è stata rinviata di una settimana, a lunedì 9. Sconsigliate le manifestazioni pubbliche, anche se questo non ha impedito a un gruppo cristiano di tenerne una ieri a Seul. All’ingresso di molti edifici pubblici sono state installate postazioni con disinfettante per le mani.
I casi sono per la maggior parte legati a due focolai, quello tra i fedeli della setta pseudo-cristiana Shincheonji, nella città di Daegu (2,5 milioni di abitanti), e quello in un ospedale nella città di Cheongdo. Il governo ha proclamato entrambe “aree speciali”, invitando i cittadini a restare a casa ma senza bloccare ingressi e uscite. Sono in corso operazioni di disinfestazione nelle aree pubbliche. Il massimo sforzo è per ricostruire la mappa delle persone contagiate e dei loro contatti. Le autorità hanno la lista di tutti i fedeli della chiesa locale di Shincheonji, circa 10mila sarebbero in quarantena domestica, ma molti altri non si riescono a rintracciare. I laboratori nazionali eseguono dai 5mila ai 6mila test al giorno.
Seul non ha chiuso i voli dalla Cina, ma secondo il sito Viaggiare sicuri del nostro ministero degli Esteri ha creato dei canali di ingresso speciali negli aeroporti per chi arriva dalla Repubblica Popolare, persone a cui poi chiede di registrare la propria residenza e di sottoporsi ad autodiagnosi per 14 giorni, registrando i risultati su una app.
Niente panico, siamo Singapore
Anche a Singapore (89 casi su 5,6 milioni di abitanti, nessun morto) la priorità è ricostruire storia e legami di ogni persona contagiata. Il livello di allarme resta da un paio di settimane ad arancione, un grado più volte raggiunto anche in passato e che non prevede alcun tipo di limitazione o chiusura. Scuole, uffici, luoghi pubblici e mezzi di trasporto sono sempre rimasti aperti.
Ma se c’è una cosa in cui la città -Stato appare un modello è nella gestione della comunicazione in questo momento di crisi. Sul sito ufficiale del governo e attraverso i suoi canali social (Whatsapp, Facebook o Instagram) vengono dati costanti aggiornamenti ai cittadini sull’evoluzione dei casi e delle indagini sugli stessi, consigli su come proteggersi e su cosa fare in caso si manifestassero dei sintomi. Obiettivo: assicurarsi che le persone prendano le giuste precauzioni, che non si scateni il panico e che gli ospedali non si intasino diventando un luogo di moltiplicazione del contagio.
Singapore ha introdotto un divieto di ingresso per tutti gli stranieri provenienti dalla Cina (ma non da Hong Kong e Macao). Per i cittadini o i residenti di ritorno dalla Repubblica Popolare sono previsti 14 giorni di congedo obbligatorio dal lavoro, o 14 giorni di quarantena se sono passati dallo Hubei. Funzionari sanitari verificano il rispetto delle misure di isolamento con migliaia di telefonate ogni giorno.
Le indecisioni del Giappone
Da qualche giorno il governo giapponese (146 casi, più i 634 sulla nave Diamond Princess, un decesso) è oggetto di pesanti critiche per come sta gestendo l’emergenza. In primo luogo per aver deciso di bloccare a bordo i passeggeri della nave da crociera, rivelatasi un moltiplicatore di contagio, e poi per la scelta, al termine della quarantena, di far sbarcare i suoi cittadini senza ulteriore isolamento o accertamenti più approfonditi. Ieri una turista giapponese scesa dalla Diamond Princess è risultata positiva e altri 20 compagni di viaggio che dovrebbero essere ritestati non si trovano. Il ministro della Sanità si è scusato pubblicamente per “l’errore”.
Dal punto di vista della prevenzione, il governo si è limitato a dire a lavoratori e studenti di restare in casa se hanno sintomi influenzali, ma l’appello rischia di lasciare il tempo che trova vista la dedizione al lavoro della cultura giapponese. Tokyo non vuole creare allarmismo in vista delle Olimpiadi della prossima estate, ma non ha potuto evitare di limitare alcuni eventi pubblici: la maratona cittadina prevista tra una settimana sarà corsa dai soli atleti professionisti, mentre i corsi di preparazione per i volontari dei Giochi sono stati rinviati. L’altra priorità di Abe sembra quella di evitare di compromettere i rapporti con la Cina, anche per questo le limitazioni alle frontiere sono contenute: vietato l’ingresso solo alle persone, cinesi o non, che provengono dalle regioni dello Hubei o dello Zhejiang, le più colpite.
La chiusura cinese
Le misure di contenimento più energiche, si capisce il motivo, sono quelle prese dalla Cina. Oltre all’isolamento completo della provincia dello Hubei, 50 milioni di persone, che dura ormai da un mese, varie forme di limitazione ai trasporti, sorveglianza domestica o controllo degli spostamenti sono state introdotte anche nel resto del Paese, coinvolgono tra i 500 e i 750 milioni di persone, la metà della popolazione. Ogni provincia o città autonoma le ha declinate e fatte rispettare a suo modo, più o meno duro a seconda delle esigenze. Un blocco di fatto, da cui ora il Paese sta lentamente uscendo, riavviando le attività produttive. Ma i dipendenti degli uffici continuano a lavorare da casa e le scuole restano chiuse a tempo indeterminato. Tutte le manifestazioni pubbliche sono state sospese. Questo blocco senza precedenti comincia a dare i suoi frutti: il numero di nuovi casi registrati è in discesa sia nello Hubei che nel resto del Paese. Ora i guariti sono più dei nuovi contagiati.
Il resto del mondo
Gli Stati Uniti (35 casi) hanno vietato l’ingresso a tutte le persone che negli ultimi 14 giorni siano state in Cina continentale (ma non a Hong Kong). Per i cittadini americani che tornano, solo la California ne conta quasi 7mila, è prevista una quarantena di 14 giorni in casa. La verifica dell’isolamento e il supporto a chi lo sta facendo sono affidati alle oltre 3mila giurisdizioni sanitarie locali, un sistema che molti considerano poroso.
I maggiori Paesi europei come Francia (12 casi), Germania (16) o Spagna (2) invece al momento non prevedono alcuna quarantena per chi ritorna dalla Cina, nè hanno bloccato completamente i collegamenti aerei con la Repubblica Popolare.
(da “La Repubblica”)
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