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LA BUFALA CHE IL M5S SIA UNA FORZA POLITICA DI SINISTRA SMENTITA DAI FATTI: TRE QUARTI DELLA BASE VIENE DAL CENTRODESTRA

Febbraio 11th, 2020 Riccardo Fucile

L’ANALISI DEI FLUSSI ELETTORALI: DA DOVE VENGONO E DOVE VANNO GLI ELETTORI PENTASTELLATI

Da troppo tempo circola la suggestione che il M5S sia (o sia stata) una forza politica di sinistra. Cosa c’è di vero? Poco o nulla. Si tratta di una narrazione bipartisan smentita dai dati e dagli eventi.
Negli ultimi anni alcuni giornalisti, forse nostalgici della sinistra di piazza, hanno erroneamente attribuito questo “colore” al Movimento di Beppe Grillo — forse perchè alcuni pionieri, come l’attuale presidente della Camera Roberto Fico, da perfetti sconosciuti conducevano sui territori battaglie di stampo ecologista e progressista.
Guardando i dati, però, è facile capire come si tratti di un caso, abbastanza unico nel panorama politico italiano, di un partito con metà  dei rappresentanti nelle istituzioni e un programma elettorale vicini a istanze di sinistra, ma con una base per 3/4 proveniente dal centrodestra.
Dal 2018 la stessa narrazione è stata adoperata dai partiti di destra per richiamare a casa il proprio elettorato che di fatto ha abbandonato il M5s.
Altrettanto errata è l’ipotesi che l’elettorato del M5s si sia “salvinizzato” nel corso dell’ultimo anno e mezzo o che i recenti insuccessi alle elezioni regionali siano imputabili all’alleanza di governo col Partito Democratico.
La verità  è che, dopo i risultati politici del 2018, l’alleanza Lega/M5s si è rivelata mortale per il futuro di uno dei due partiti: quello più giovane e più fragile.
Come avrebbero potuto sopravvivere entrambi condividendo lo stesso elettorato? Due populismi che adoperavano una comunicazione studiata a tavolino come molto simile, ma un solo voto disponibile per l’elettore.
Il grafico e i dati
Abbiamo estrapolato da un lavoro del dottor Giovambattista Amati del Centro di Ricerca Fondazione Ugo Bordoni di Roma, i dati relativi ai flussi elettorali (inclusi i cambiamenti di opinione indicati dai sondaggi settimana per settimana e anno per anno) in tre periodi diversi che rappresentano tre momenti topici nella storia politica del M5s. I dati sono stati rappresentati visivamente in una serie di grafici che dimostrano la competitività  tra i diversi partiti (schieramenti) per uno stesso elettorato.
I   grafici illustrano l’andamento globale di ciascun schieramento politico (Csx, Cdx, i partiti di sinistra non coalizzati, quelli di destra non coalizzati, i partiti di Centro e il M5s) dal 2008 fino alle elezioni politiche del 2013.
Incrociando uno dei partiti dell’elenco scritto in verticale con uno dei partiti dell’elenco in orizzontale ci si trova davanti una sfera di colore rosso o blu.
Se la sfera è di colore rosso o rosso bruno significa che i due partiti sono fortemente in competizione per lo stesso elettorato; viceversa, se il colore è blu o azzurro significa che la possibilità  di uno scambio tra i due partiti è piccola o inesistente e che i due partiti non sono in competizione per lo stesso elettorato. Le dimensioni e le intensità  di colore delle sfere indicano una maggiore, minore o pressochè nulla possibilità  di erosione di voti tra una forza politica e l’altra.
È ben evidente che alle elezioni politiche 2013 l’elettorato grillino (oltre il 25% del totale dei votanti) venne fuori da una competizione vinta sul Centrodestra e la destra (con una minima parte di elettori provenienti dalla sinistra estrema). Nulla invece si può rilevare in quel risultato per quanto riguarda l’area ascrivibile al Pd.
Solo successivamente, nel periodo di opposizione del M5s al governo Renzi, il Centrosinistra ha ceduto elettorato al M5s, che passò infatti dal 25% del 2013 al 33% del 2018, otto punti percentuali in più nei quali, in buona sostanza, si può riconoscere l’elettorato di Centrosinistra “deluso”.
Infine, dopo il picco dell’aprile 2018 in cui raggiunge nei sondaggi il 35%, il M5s ha iniziato un lento ma deciso cupio dissolvi, scendendo fino al 17% delle elezioni Europee del maggio 2019, con una perdita di 16 punti, mentre la Lega, suo alleato di governo, ne ha guadagnati 17 (1).
Nel grafico infatti è possibile rilevare nuovamente la forte competizione (sfera rossobruna) tra i due schieramenti come nel lontano 2013, competizione vinta stavolta dal polo di Centrodestra.
I fatti
Le vittorie delle due sindache del M5s, Chiara Appendino a Torino e Virginia Raggi a Roma, sono state ottenute grazie all’appoggio dichiarato dei partiti di destra nel corso dei rispettivi ballottaggi.
La maggior parte dei parlamentari e dei consiglieri regionali o comunali che negli ultimi 5 anni hanno abbandonato il M5S è passata alla Lega o a Fratelli d’Italia. Fino al 2017 non c’è stata una vera campagna dei partiti di Centrodestra contro il M5s, che faceva comodo come testa di ariete contro i governi di centrosinistra.
La cosiddetta “terza via” che rappresenterebbe il M5S è un’invenzione pressochè recente e sicuramente vale da sola come smentita, nel nostro caso, di una collocazione di tipo progressista. Il fatto che questa terza via non sia visibile nei fatti — e forse anche difficile da ipotizzare — è alla base della crisi identitaria e di consenso del partito.
Il futuro
Quello che rimane dell’elettorato grillino, stimato nei sondaggi tra il 10 e il 16% dei votanti, è ancora composto da persone con affinità  miste con i due schieramenti principali presenti sulla scena politica italiana.
Forse oggi prevale di misura la parte di sinistra (più al Nord e al Centro che al Sud del nostro paese), come dimostra il recente risultato alle regionali emiliano-romagnole.
Quale strategia adotterà  il Movimento per mantenere il proprio elettorato o recuperare i voti persi? Una prima strategia abbozzata è puntare sulla presunta terza via, ma rischia di diventare l’ennesima strategia sbagliata.
I recenti attacchi di alcuni esponenti politici grillini al movimento delle Sardine, per via della foto con Benetton e Toscani, o le manifestazioni annunciate sul tema del taglio dei vitalizi, sono tentativi di ristabilire una supremazia nel mondo della politica antisistema e delle piazze.
Ma oltre a fare, ancora una volta, il gioco dei partiti di destra, difficilmente otterranno risultati.
Come spiega bene Ilvo Diamanti nella sua analisi per la Repubblica del 3 febbraio 2020, «sarà  difficile recitare la parte del non-partito perchè il non-partito oggi è un partito, e quella di non-politici è una etichetta contraddetta dai fatti e ormai poco condivisa dall’opinione pubblica».
La credibilità  di ciò che rimane del M5s è in discussione anche per chi è di destra.
Se ci dovesse essere una scissione con la formazione di due piccoli partiti, uno che va a destra, magari con Alessandro Di Battista e Gianluigi Paragone, l’altro che va a sinistra, quale avrebbe più chance di sopravvivere?
Chi, oggi, può immaginare Giorgia Meloni sempre più lanciata nel suo ruolo di guida credibile della destra italiana allearsi col partito di Di Battista? Potrebbe farlo Salvini, certo, ma pagherebbe un prezzo elettoralmente non piccolo.
Al contrario, un partito di sinistra ambientalista ed ecologista nato dal M5s potrebbe coprire lo spazio lasciato vuoto dai Verdi italiani poco presenti e poco incisivi a livello nazionale. Beppe Grillo lo ha capito per primo (anche se in ritardo) e oltre che Garante rimane proprietario del nome e del simbolo del partito (come stabilito dal tribunale di Genova nel 2019).

(da Open)

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CALA LA POPOLAZIONE, 212.000 ITALIANI IN MENO

Febbraio 11th, 2020 Riccardo Fucile

POCHE NASCITE, SOPRATTUTTO AL SUD

La popolazione italiana, in calo da cinque anni consecutivi, ha registrato un ulteriore riduzione pari al -1,9 per mille residenti nel 2019. Calano le nascite e rimane positivo il tasso migratorio
Il ricambio naturale della popolazione in Italia è sempre più compromesso. A dirlo è l’ultimo rapporto demografico dell’Istat. Continua ad aumentare infatti il divario tra nascite e decessi: sono 67 le nascite per ogni 100 persone decedute, dieci anni fa erano 96. Ma la popolazione residente diminuisce anche al netto di un saldo migratorio positivo.
La popolazione italiana, in calo da cinque anni consecutivi, ha registrato un ulteriore riduzione pari al -1,9 per mille residenti nel 2019. Una riduzione dovuta in parte al bilancio negativo tra nascite e decessi: -212 mila unità  nel 2019, frutto della differenza tra 435mila nascite e 647mila decessi.
Stabile invece la fecondità . Il numero medio di figli per donna è di 1,28, come nel 2018. In aumento invece l’età  media al parto di 32,1, conseguenza del fatto che la fecondità  dele donne di 35-39 anni ha superato quella delle 25-29enni.
Migrazioni: il saldo rimane positivo +143mila
Altro fattore riguarda il saldo migratorio con l’estero, complessivamente positivo con +143 mila unità , anche se in leggero calo rispetto al 2018.
Sono 164mila le cancellazioni anagrafiche a fronte di 307mila iscrizioni dall’estero. Un totale inferiore rispetto al risultato del biennio precedente, con 25mila ingressi in meno rispetto al 2018.
Circa un quinto delle nascite nel 2019 è da parte di madre straniera: Tra questi, di cui 63 mila (su 85mila), sono avvenute con un partner straniero. Al 1 gennaio 2020 sono 5 milioni 282 mila gli stranieri residenti in Italia, 8,9% del totale. La crescita è del 2,3% rispetto all’anno precedente, dovuta sia all’aumento nell’immigrazione, sia per effetto della dinamica naturale.
L’Italia invecchia: 45,7 anni l’età  media
La popolazione invecchia e continua ad alzarsi l’aspettativa di vita. L’età  media nel paese al 1 gennaio 2020 è di 45,7 anni. L’aspettativa di vita alla nascita è di 85,3 anni per le donne e 81 per gli uomini.
Per entrambi l’incremento sul 2018 è pari a 0,1 decimi di anno, che corrisponde a circa un mese di vita in più.
Lo “spopolamento” del Sud
Nel Mezzogiorno il bilancio demografico è nuovamente negativo: -129mila residenti. La popolazione residente al Mezzogiorno è calata di -6,3 per mille. Complice sia il calo nelle nascite, sia le migrazioni interne.
Il tasso di fecondità  si conferma più alto al Nord del Paese (1,36 figli per donna) rispetto al Mezzogiorno (1,26) e del Centrodestra (1,25): davanti la Provincia di Bolzano, seguito dalla Lombardia, Emilia-Romagna e il Veneto.
Per quanto riguarda le migrazioni interne, si conta che nel corso del 2019 circa 418mila persone abbiano lasciato un Comune del Mezzogiorno per trasferirsi in un altro Comune italiano, contro 341 persone “in entrata”, per un saldo negativo di circa -77mila unità .
Nonostante questo, il Mezzogiorno conta più giovani rispetto al Centro-nord. La popolazione superiore ai 65 anni di età  rappresenta il 21,6% del totale, quando al nord e nel Centro sono rispettivamente 23,9% e 23,8%. Ma si tratta di un trend in riduzione, come conseguenza della bassa natalità  e delle migrazioni verso il Centro-nord e verso l’estero.

(da agenzie)

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CRISI DISINNESCATA, NIENTE PRESCRIZIONE NEL MILLEPROROGHE

Febbraio 11th, 2020 Riccardo Fucile

PER RENZI “E’ UN GESTO DI BUON SENSO CHE EVITA FORZATURE E SPACCATURE”

Dopo giorni tesissimi, con il governo sull’orlo della crisi, arriva l’annuncio della tregua sulla prescrizione.
E a comunicarne i temine è lo stesso Matteo Renzi che fino a poche ore fa si era dichiarato irremovibile con Italia Viva pronta a votare contro il provvedimento. «La decisione del Governo di NON inserire il Lodo Conte sulla prescrizione nel Mille Proroghe- ha detto l’ex premier — mi sembra un gesto di buon senso, che evita forzature e spaccature. Lo apprezzo. Quando arriverà  la legge sulla prescrizione in Aula noi voteremo coerenti con le nostre idee e il garantismo che ci caratterizza. Adesso concentriamoci sull’emergenza crescita, sulla produzione industriale, sui dati negativi del Pil. L’Italia ha bisogno di ripartire dall’economia».
Il mancato inserimento del cosiddetto lodo Conte bis come emendamento al decreto Milleproroghe era considerato per i renziani il discrimine per il cessate il fuoco: con quell’iter il provvedimento avrebbe avuto un’accelerata, anche considerato il fatto che il governo avrebbe potuto porre sul tema la fiducia.
Ora, con il passo indietro di Pd e Movimento 5 Stelle, si allungano i tempi: la nuova prescrizione arriverà  probabilmente con un provvedimento ad hoc che dovrà  essere calendarizzato con le tempistiche delle commissioni.
E a quel punto, se nel frattempo le cose non cambieranno, anche un voto contrario di Italia Viva, potrebbe non causare grandi scossoni.
Intanto si va verso un nuovo slittamento dell’arrivo in Aula alla Camera del Milleproroghe, ora all’esame delle commissioni congiunte Affari Costituzionali e Bilancio alla Camera. I lavori in commissione dovrebbero finire giovedì pomeriggio e il provvedimento dovrebbe arrivare in Aula alla Camera venerdì mattina, invece che domani come previsto inizialmente.
Se sulla prescrizione sembra sia arrivato il compromesso, lo scontro di questi giorno ha però lasciato il segno. Il segretario dem Zingaretti non le manda a dire: «Iv ha voluto il governo con i 5s, a parole è nata per allargare il campo democratico ai moderati contro Salvini, oggi è la principale causa di fibrillazione di questo campo e fa un favore al leader della Lega. Io lo chiamerei un fallimento strategico che non va scaricato sugli italiani» ha detto a margine di una iniziativa a Roma.
Ha poi rincarato la dose: «Salvini, Meloni e Berlusconi ormai stanno zitti perchè l’opposizione per loro la sta facendo qualcun altro e questa situazione sta diventando veramente insopportabile, ma non per il Pd ma per gli italiani che chiedono un governo di persone serie. È tempo di uno scatto in avanti, si chiuda questa fase è rimettiamoci in sintonia col paese».
Alle parole di Zingaretti si accoda anche il ministro Dario Franceschini, il referente del Pd nel govermo giallorosso, che interpellato dai cronisti sulle fibrillazioni all’interno dell’esecutivo, ha dichiarato: Alle parole di Zingaretti si accoda anche ill ministro Dario Franceschini, il referente del Pd nel govermo giallorosso, che interpellato dai cronisti sulle fibrillazioni all’interno dell’esecutivo, ha risposto, lapidario: «Ha già  parlato il segretario».

(da Open)

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VENTI MIGRANTI SALVATI DALLA GUARDIA COSTIERA ITALIANA

Febbraio 11th, 2020 Riccardo Fucile

LA SPAGNOLA AITA MARI COSTRETTA A UN TERZO INTERVENTO, ORA HA 153 NAUFRAGHI A BORDO… ANSIA PER I 91 A BORDO DI UN GOMMONE

Una barca con venti persone a bordo, che aveva chiesto aiuto mentre era in zona Sar libica, è stata soccorsa questa notte dalla guardia costiera italiana e i migranti portati a Lampedusa.
Le motovedette sono intervenute quando la piccola imbarcazione in legno era già  entrata in acque italiane e ancora una volta nonostante la segnalazione la Marina maltese si è rifiutata di intervenire.
In 153, un numero enorme per una imbarcazione così piccola, sono invece sulla Ong spagnola Aita Mari, costretta ieri al terzo soccorso in assenza di intervento dei mezzi ufficiali delle guardie costiere di Malta e di Tripoli. L’imbarcazione spagnola è ora in acque italiane e ha chiesto alle nostre autorità  un approdo.
Non si conosce la sorte di un gommone nero con 91 persone a bordo che domenica scorsa ha lanciato l’allarme quando la barca era già  piena d’acqua e alcuni migranti erano finiti in acqua. Contattata dal centralino Alarm Phone la guardia costiera libica aveva risposto che non era intervenuta perchè i centri di detenzione erano pieni.
Ieri alcune fonti libiche hanno parlato di un gommone affondato davanti la costa di Garabulli ma la segnalazione non ha finora avuto conferma ufficiale e nella notte, 81 migranti, tra cui 18 donne e 4 bambini sono stati riportati a Tripoli dalla Guardia costiera libica. A riferirlo è l’Oim, l’agenzia Onu che per le migrazioni, che era sul punto di sbarco per fornire assistenza medica. Non è stato chiarito se questi 81 migranti soccorsi possono essare i superstiti del barcone che aveva chiesto aiuto domenica.
Ieri in serata Alarm phone diceva che non si avevano notizie dei circa 91 in difficoltà  che avevano chiamato l’organizzazione domenica. “Sono stati salvati? intercettati, o sono morti” scriveva su Twitter Alarm phone che concludeva “Speriamo stiano bene, ma abbiamo perso ogni contatto con loro da 36 e non riusciamo più a parlargli”.

(da agenzie)

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PRESCRIZIONE, LA MINACCIA DI RENZI A CUI NESSUNO CREDE

Febbraio 11th, 2020 Riccardo Fucile

L’IDEA DEL MEGALOMANE DI VOTARE LA FIDUCIA AL GOVERNO E UN MINUTO DOPO SFIDUCIARE BONAFEDE… RENZI ABBIA LE PALLE DI VOTARE CONTRO LA FIDUCIA E VEDIAMO POI QUANTI VOTI PRENDE ALLE ELEZIONI

Immaginate la scena: un partito di governo, in questo caso Renzi, anzi il partito che ha innescato con grande convinzione questo governo lo scorso agosto, vota la fiducia su un provvedimento che recepisce l’accordo sulla prescrizione, il cosiddetto “lodo Conte”, pur non essendo d’accordo; poi, il minuto dopo, lo stesso partito presenta una mozione di sfiducia individuale al ministro Bonafede, come se fosse un partito di opposizione, e la vota con tutta la destra – Berlusconi, Salvini e Meloni — che il minuto prima ha votato la sfiducia per mandare a casa il governo e ci riprova il minuto dopo.
In un paese normale, dove le mozioni di sfiducia le fanno quelli che i governi in carica li vogliono far cadere, si aprirebbe, immediatamente, una crisi. Anche perchè, chi ha il compito istituzionale di custodire la Costituzione e anche un certo decoro della vita politica nonostante l’imminente carnevale, difficilmente potrebbe ignorare l’enorme questione politica che si porrebbe.
Ed è proprio questo che hanno pensato al Nazareno, cioè che l’assurdità  della mossa renziana, sia, in fondo, il più classico dei bluff: un modo per far rumore, per nulla. Perchè è evidente che sfiduciare un ministro, anzi il capo-delegazione dei Cinque stelle al governo, significherebbe mettere in discussione l’esistenza stessa del Conte 2.
Peraltro, in questa sorta di martedì grasso d’Aula anticipato, non si capisce perchè, se l’obiettivo è far saltare il governo, Renzi voti la fiducia sul “lodo Conte”, il lodo della discordia, per poi scaricare il suo dissenso sul Guardasigilli, la cui norma attualmente vigente da quel lodo esce cambiata.
E non si capisce perchè, se l’obiettivo è far saltare il governo, il coraggioso crociato del garantismo non si alzi in Aula in modo solenne, annunciando il suo no al provvedimento che violerebbe i suoi non negoziabili principi, ma sceglie la via di una rappresaglia individuale al ministro.
Parliamoci chiaro: quella di Renzi è una classica minaccia, l’ennesima sul tema, che non sortisce nemmeno l’effetto che una minaccia degna di questo nome dovrebbe avere incorporata, ovvero la capacità  di spaventare i propri interlocutori, il che è forse il dato più significativo che qualifica il declino di una leadership e il baratro che separa la concezione di sè dal principio di realtà .
Solo tre giorni fa Renzi ha dichiarato che il governo non è in discussione, per poi inventarsi una mossa che lo farebbe saltare, con lo spirito di un Giamburrasca ossessionato dall’apparire sconfitto, attento più ai titoli del Giornale sulla sua fragilità  “garantista” — quelli sì che se ne intendono di bluff in materia, dalle parti di Berlusconi — che agli allarmi del paese reale.
Non c’è da scomodare il senso di responsabilità , o l’amore verso il paese per cogliere lo iato tra l’eccitazione sulla trovata del giorno e le emergenze che pone l’agenda reale, dal coronavirus ai dati sul Pil. Agenda ignorata da un leader che si muove come un capo-ultrà , ignaro di una curva sempre più stretta, che, in quanto opposizione al governo, è riuscito a silenziare in questi giorni — e non è poco — il suo rumoroso omonimo, con tanto di alleati al seguito.
La destra si limita a godersi lo spettacolo e il meritato riposo, avendo trovato chi fa gratis il suo lavoro. Lavoro reso possibile anche dalla confusione attorno allo strumento da adottare per trasformare questo benedetto “lodo Conte” in provvedimento.
Scartata la via del decreto, non sembra possibile neanche un emendamento nel mille-proroghe perchè su di esso si addensano nubi di incostituzionalità . Ed è slittato il consiglio dei ministri che, pare, si svolgerà  giovedì. Il che consentirà  al Renzi di attribuirsi il merito di questo pasticcio e di presentarlo come il frutto della sua opera di interdizione. Al momento l’ipotesi sul tavolo è quella di un emendamento alla cosiddetta legge Costa che dovrebbe andare in Aula il 24 febbraio.
Al fondo, però, il dato politico è questo: la maggioranza, intesa come dinamica, vincolo politico, disciplina di coalizione, non c’è più.
Quello di Renzi non è ancora un “appoggio esterno” perchè i ministri sono ancora in carica, ma sostanzialmente gli assomiglia molto. E in questo dato c’è tutta l’ansia e la disperazione da recupero di voti, dopo una valanga di operazioni e previsioni sbagliate: la scissione, che ha prodotto un partitino del 3 per cento che ancora non trova un candidato in Puglia e teme di presentate le liste in Toscana; l’imprevista vittoria in Emilia che ha rinsaldato la centralità  del Pd e di Zingaretti; l’idea di poter sostituire Conte giocando di sponda con Di Maio, fallita col compromesso trovato, l’inquietudine dei gruppi parlamentari dove in parecchi non sono disposti a seguire Renzi di fronte a uno strappo. Ecco, nasce da qui la minaccia quotidiana.
La notizia è che non lo prende più sul serio nessuno.

(da “Huffingtonpost”)

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MOSE, LA PRESA IN GIRO CONTINUA: “QUANDO SARA’ FINITO DOVRA’ POI ESSERE AVVIATO, ATTIVO TRA TRE ANNI”

Febbraio 11th, 2020 Riccardo Fucile

IL SISTEMA DI DIGHE SOMMERSE CHE DOVREBBE PROTEGGERE VENEZIA DIVENTA UNA FARSA… ITALIA NOSTRA DENUNCIA: “CON IL NUOVO COMMISSARIO NOMINATO C’E’ RISCHI DI PRIVATIZZAZIONE DELLA LAGUNA”

Il Mose pronto a fine 2021? Macchè, per vederlo operativo bisognerà  aspettare il 2023.
Ed eccola che da Venezia arriva l’ennesima doccia fredda legata alle barriere mobili che dovrebbero, un giorno, proteggere la laguna dalle maree.
L’infausto annuncio arriva tra le righe dalla super commissaria del Consorzio Venezia Nuova, Elisabetta Spitz, nel corso del convegno “Acque alte a Venezia: la soluzione MoSE”, svoltosi sabato scorso a Venezia, presso l’Ateneo Veneto:
“Sarà  pronto il 31 dicembre del 2021, ma poi servirà  un anno di avviamento”.
Ed ecco che, con l’ennesima supercazzola, la data di messa in funzione della colossale opera costata già  6 miliardi slitta un po’ più in là , almeno quindi al 2023.
La data di fine lavori e collaudi, insomma la data per le “chiavi in mano” all’ente che dovrà  gestire l’opera (ma ovviamente non si è ancora fatto avanti nessuno) era stata confermata per l’ultimo giorno del prossimo anno.
Ora invece veniamo a sapere che ci vorrà  un altro anno per “avviare” l’opera. Una presa in giro. Il super commissario ha poi rinnovato la promessa che entro giugno il Mose sarà  pronto per le “prove di emergenza”, sollevare cioè per la prima volta tutte e quattro le barriere insieme, e ha fissato in 100 milioni di euro annui il nuovo tetto che non si vorrebbe superare per quanto riguarda i costi di manutenzione. Ma come detto più volte questo piano di manutenzione e gestione ancora non c’è.
Infine ha gettato acqua sul fuoco delle polemiche dei costi e dei fondi che pare siano completamente prosciugati: “Stiamo affrontando tanti problemi, ma non sono problemi di soldi, quelli ci sono tutti”.
Nelle scorse settimane infatti, oltre alle lamentele delle ditte che minacciavano di fermarsi per i pagamenti in ritardo, a Venezia correva voce di un rischio di privatizzazione, anzi “cartolarizzazione”, in ordine di ottenere dalle banche i liquidi necessari.
Insomma pezzi di laguna in garanzia dei finanziamenti che passerebbero in mano dei privati se non dovessero essere onorati.
Del resto, era stata proprio la nomina di Elisabetta Spitz a mettere in molti sul chi va là . La Spitz, infatti, era a capo dell’Agenzia del Demanio al tempo delle famose cartolarizzazioni dell’allora ministro Giulio Tremonti.
“Fu una delle stagioni più buie per il patrimonio immobiliare pubblico italiano —   ha scritto Mariarita Signorini, Presidente nazionale Italia Nostra — . Non si contano i fallimenti politici ed economici di quegli anni (…). Ora riesumano questo autentico “boiardo di Stato” di provenienza immobiliaristica e tremiamo al solo pensiero delle conseguenze che questo potrà  avere, soprattutto in riferimento alle opere di mitigazione e compensazione ambientale: non ci stupiremo di vedere beni pubblici o isole della laguna trasformati in resort di lusso proprio grazie ai soldi delle misure compensative del MOSE”.

(da Fanpage)

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PERCHE’ HA RAGIONE PIPPI MELLONE A CHIEDERE CHE VENGA CHIUSA L’ANPI DI LECCE PERCHE’ FABBRICA DI ODIO

Febbraio 11th, 2020 Riccardo Fucile

DEFINIRE “PRESUNTA” MARTIRE DELLE FOIBE NORMA COSSETTO, INSIGNITA DI MEDAGLIA D’ORO DAL PRESIDENTE CIAMPI E DI UNA LAUREA HONORIS CAUSA SU PROPOSTA DEL DEPUTATO COMUNISTA CONCETTO MARCHESI, E’ UNA INFAMIA CHE NEGA LA VERITA’ STORICA… MA A DESTRA COME A SINISTRA SI FINISCA DI ONORARE SOLO I PROPRI MORTI

“La comunità  di Nardò rende onore ai martiri delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Chi ancora oggi rifiuta di riconoscere le dimensioni di questa tragedia e reclama l’oblio per Norma Cossetto e altre vittime dei comunisti titini deve solo vergognarsi. Mi riferisco, in particolare, all’anonima Anpi Lecce, una sigla dietro la quale si nascondono uomini e donne fuori dal tempo e dalla civiltà “.
“L’Anpi Lecce deve essere chiusa al più presto perchè rappresenta un pericolo per la democrazia. Onore all’Italia , onore a tutte le vittime dell’odio”.
Queste sono le dure parole del sindaco di Nardò, Pippi Mellone, eletto in una lista civica di area Destra sociale.
Ma occorre leggere cosa aveva detto l’Anpi di Lecce prima di dare un giudizio.
“Se la decisione di attribuire alla senatrice Liliana Segre la cittadinanza onoraria va nella giusta direzione della memoria pubblica dell’Olocausto e del contrasto necessario all’odio antisemita, la decisione simultanea di titolare una via a una presunta martire delle foibe, è deplorevole e mistifica la memoria della guerra partigiana di Liberazione che fu un fatto storico europeo”.
In questo modo l’Anpi di Lecce mette in discussione un genocidio orribile.
Norma Cossetto è Medaglia d’Oro al Valor Civile, su iniziativa del Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ed è stata insignita di laurea Honoris Causa dall’università  di Padova, su proposta del deputato comunista Concetto Marchesi.
Norma Cossetto non fu vittima della ribellione contro i fascisti ma fu eliminata in un piano di epurazione messo in atto dal dittatore comunista Tito.
Pippi Mellone non si riferisce all’Anpi in generale, ma a quella di Lecce. Probabilmente se i vertici nazionali avessero preso le distanze dalle dichiarazioni della loro delegazione leccese non ci sarebbe stata la necessità  di questa polemica.
Tutti i martiri sono uguali, non esiste una classifica, comunque la pensino vanno rispettati. Sarebbe ora che a sinistra come a destra se la ficcassero in testa tutti.
I tempi dell’odio vanno archiviati, chi li alimenta a distanza di 75 anni è fuori dalla realtà .

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PRESI PER I FONDELLI: DOPO UN ANNO DALLE PROMESSE DI SALVINI AI PASTORI SARDI, IL PREZZO DEL LATTE DI PECORA NON E’ MAI SALITO

Febbraio 10th, 2020 Riccardo Fucile

IL PACCO E’ SERVITO, DODICI MESI DI NULLA, SALVO CENTINAIA DI DENUNCE E MULTE PER BLOCCO STRADALE

«Ho incontrato al Ministero i pastorisardi, obiettivo: risolvere il problema entro 48 ore». È passato un anno da quell’annuncio di Matteo Salvini, ma il prezzo del latte di pecora non ha subito variazioni di rilievo e i pastori ancora aspettano che qualcuno mantenga le promesse per arrivare al fatidico “un euro al litro”.
Quando l’allora ministro dell’Interno fece la sua era il 12 febbraio 2019, eravamo nel pieno di una campagna elettorale a poco più di due settimane dal voto delle regionali in Sardegna.
In questi dodici mesi non è che sia successo molto. Passate le elezioni e dopo la vittoria del leghista Christian Solinas il governo gialloverde e Salvini si dimenticarono presto della vertenza sul latte sardo.
Fu solo con il nuovo esecutivo che la neo-ministra delle Politiche Agricole e Forestali Teresa Bellanova iniziò a mettere i soldi, una parte di quelli promessi dall’ex titolare del Viminale e che non erano mai arrivati in Sardegna.
“Giovedi prossimo, 13 febbraio, l’Assessora dell’agricoltura e riforma agro-pastorale della giunta Solinas Gabriella Murgia ha convocato il tavolo del latte ovi-caprino allo scopo di «fare il punto sulla situazione del comparto e sugli accordi firmati un anno fa in Prefettura a Sassari».
Il punto è che quegli accordi non hanno cambiato la situazione. Ad esempio non si conosce ancora il prezzo del latte per la nuova campagna e quello dello scorso anno pare sia arrivato a circa 80 centesimi, al di sotto dei costi di produzione e soprattutto molto più basso di quello richiesto dai pastori durante le proteste dello scorso anno.
L’unica cosa che è cambiata nel frattempo sono gli avvisi di garanzia arrivati agli allevatori accusati a vario titolo del reato di blocco stradale. Sarà  il tavolo di filiera a dover tentare di stabilire il prezzo del prodotto che Salvini pensava di poter imporre per decreto.
Perchè se c’è una cosa chiara, e lo disse la ministra Bellanova a ottobre dello scorso anno, non esiste la possibilità  di poter stabilire “politicamente” il prezzo del latte: «c’è chi è venuto qui a garantire il pagamento del latte di un euro al litro, senza dirvi come raggiungere il risultato. Io posso dirvi che non ho mai trovato carte che affermassero questa cosa. Quelli che vi dicono che si può stabilire il prezzo del latte con un decreto, vi prendono in giro».
A novembre CopAgri aveva giudicato che 85 centesimi al litro fosse il prezzo giusto per il saldo della scorsa campagna lattiero casearia e per l’acconto della stagione 2019-2020.
Ci si ritrova così, ad un anno dalle promesse salviniane quasi allo stesso punto di partenza. Lo dicono gli stessi pastori che magari avevano convintamente creduto alle balle di Salvini.
Il problema è che ora Salvini non c’è più ma non sembra che ci sia qualcuno, dalle parti della politica, che abbia magari il coraggio di dire che la richiesta di un euro al litro per il latte di pecora non è realizzabile alle attuali condizioni di mercato.
Gran parte del latte viene utilizzato per la produzione del Pecorino Romano DOP, un formaggio di qualità  ma non “famoso” come altre eccellenze italiane e non certo con una qualità  tale da giustificare un rialzo del prezzo per pagare di più i pastori.
Attualmente si vende tra i 6 e i 7 euro al kg (niente a che vedere con altri formaggi) e per poter soddisfare le richieste degli allevatori dovrebbe essere venduto a circa 8.50 euro al kg.
Sempre tenendo presente che il Pecorino Romano DOP da disciplinare deve essere venduto con una stagionatura minima di 5 mesi quindi stiamo parlando di latte venduto cinque mesi prima della messa in commercio del prodotto finito.
La politica dovrebbe per una volta dire la verità : non è possibile anche per un altro problema, la sovrapproduzione.
Hai voglia poi a vendere la promessa che l’apertura di nuovi mercati (dove? stiamo pur sempre parlando di pecorino, non dimentichiamocelo) possa essere la soluzione a tutti i mali che affliggono il settore, il mercato non sarebbe in grado in ogni caso di assorbire la produzione.
Certo, si può intervenire meglio sulla regolamentazione del mercato, sul controllo della filiera e sul sostegno agli allevatori. Che però da parte loro devono anche — diceva CopAgri — ridurre i costi di produzione. Perchè la salvezza dei pastori sardi passa anche per un maggiore efficientamento della produzione.
Ma curiosamente la politica non lo dice, meglio tenerseli buoni e prendere i voti.

(da “NextQuotidiano”)

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SE PICCHIANO UN RAGAZZO SENEGALESE PER I SOVRANISTI NON E’ RAZZISMO MA BULLISMO

Febbraio 10th, 2020 Riccardo Fucile

ALCUNI COMMENTI SUI SOCIAL DIMOSTRANO CHE CON CERTA FOGNA C’E’ SOLO DA FARE PULIZIA ETICA

Un ragazzo di 20 anni è stato aggredito, insultato e picchiato a Palermo nella notte tra sabato e domenica.   A raccontare l’episodio è stata una donna, una signora italiana che per lui è come una madre e che in un post su Facebook dove ha scritto che il ” mio figliolo” mentre tornava a casa da lavoro è stato circondato da un gruppo di ragazzi che lo hanno minacciato e aggredito colpendolo in viso con un pugno. «Negro di merda vai via da qui», gli hanno urlato. Perchè Kande Boubacar, questo il suo nome, è di origine senegalese.
Dopo l’intervento di alcuni coetanei che sono corsi in aiuto del ragazzo e   hanno messo in fuga gli aggressori la vittima è stata soccorsa dagli operatori del 118 che l’hanno portata all’ospedale Civico dove gli sono state riscontrate lesioni guaribili in dieci giorni. Su Facebook la “mamma” di Kande Boubacar ha pubblicato la foto del figlio con un vistoso taglio sul sopracciglio. Oltre all’aggressione la cosa che più ha suscitato rabbia e indignazione è che nessuno è intervenuto per aiutarlo.
Secondo i testimoni — i due ragazzi che si sono accorti della scena e hanno tratto in salvo il ragazzo — la vittima era accerchiata dal gruppo di giovani e stava cercando di difendersi mentre attorno un capannello di una ventina di persone assisteva immobile al pestaggio.
Eppure era sabato sera e l’aggressione è avvenuta nella centralissima via Cavour davanti agli occhi dei cittadini per bene in libera uscita per il sabato sera. Non certo in qualche periferia “degradata” dove si immagina che possano accadere fatti del genere.
Fino a qui è l’ennesima storia dell’indifferenza.
L’ennesimo “caso isolato” di razzismo. Poco importa che Kande Boubacar sia italiano o meno (il Corriere della Sera scrive che è italiano ma altrove non è specificato). È un adolescente, a quanto pare anche orfano di madre, che vive e lavora a Palermo, menato solo perchè a qualcuno non va a genio il colore della sua pelle.
Perchè c’è chi ci vuole spiegare che nonostante gli   insulti razzisti quello non è stato un caso di razzismo. Qualcuno si chiede se l’aggressione di un ragazzo di origine africana al grido di “negro di merda” non possa invece essere avvenuta per motivi diversi dal razzismo (ad esempio?).
È colpa piuttosto della gioventù d’oggi, priva di rispetto ed educazione (non che i giovani di ieri fossero meno razzisti, ma certe cose con l’età  ce le si dimentica). Al massimo un caso di bullismo giovanile.
Per altri invece si tratta di un episodio “deprecabile” ma in fondo è “figlio del clima di invasione che viviamo”. Un’invasione che non esiste.
Qualcuno invece scrive che se il ragazzo è italiano e ha documenti italiani allora è uno di noi e quindi non andava picchiato (quelli che invece non sono italiani…) e che in ogni caso la colpa è dei “loro connazionali” (quali, gli italiani?) che “entrano con tante pretese. Insomma, la colpa è sempre dei negri.
Oppure dei vigliacchi che aggrediscono in gruppo una persona indifesa. Mica è colpa della Lega come qualcuno vorrebbe far credere, scrive un commentatore che nota che episodi di questo genere succedono anche al Sud “dove la Lega ha pochi consensi” e quindi è impossibile che sia colpa di Salvini che proprio sui porti siciliani “chiusi” per fermare l’invasione ha costruito buona parte del suo successo come leader politico.
Un altro genio si interroga invece su un problema semantico. È più corretto dire italiano originario del Senegal o “naturalizzato”? Qualcuno ha la risposta a questa domanda davvero così importante a fini dello stabilire se si sia trattato di un’aggressione di stampo razzista.

(da “NextQuotidiano”)

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