Febbraio 3rd, 2020 Riccardo Fucile
PERCHE’ I SOVRANISTI NON PROVANO A CHIUDERSI IN BAGNO A DOPPIA MANDATA? COSI’ GLI ITALIANI SAREBBERO PIU’ SICURI DI NON ASCOLTARE CAZZATE
Si continua a parlare di coronavirus e delle misure di sicurezza da adottare nei Paesi in cui si è
esteso il contagio. In Italia, si sono registrati due casi la scorsa settimana ed è già partita la psicosi.
Nonostante tutto, la ricerca nel nostro Paese ha messo a segno un punto, riuscendo a isolare il coronavirus e aggiornando i dati che la comunità scientifica aveva già a disposizione. Ma la preoccupazione principale dei sovranisti italiani sembra quella di chiudere i porti alle navi provenienti dalla Cina: portavoce di questa istanza il leghista Claudio Durigon.
L’esponente del Carroccio è intervenuto nella trasmissione Agorà del 3 febbraio e ha parlato di quello che la Lega avrebbe fatto contro il coronavirus se il suo partito fosse stato al governo: «Innanzitutto, allargare il più possibile i decreti sicurezza e chiudere i porti alle navi in arrivo dalla Cina». Insomma, lo stesso trattamento di esclusione messo in pratica dalla Lega nei confronti dei migranti.
Claudio Durigon, evidentemente, non sembra essere a conoscenza del fatto che la protezione civile italiana ha messo in atto delle misure di sicurezza che riguardano anche i porti.
Le navi commerciali in arrivo dalla Cina, infatti, sono attualmente sottoposte al regime di libera pratica sanitaria. Non soltanto quelle che arrivano dal Paese del dragone, ma anche per tutte le navi provenienti da Paesi al di fuori dell’Unione Europea.
Le autorità portuali italiane, infatti, sono autorizzate a salire a bordo e a mettere in pratica i necessari controlli sanitari sia sul personale di bordo sia sulle merci.
Insomma, anche senza il proclama propagandistico dei ‘porti chiusi’, l’Italia sta continuando a tutelarsi anche per chi arriva via mare e non soltanto chiudendo la tratta dei voli da e per la Cina.
Ma evidentemente, conta di più andare in tv a sbandierare lo slogan dei porti chiusi e non le concrete misure di sicurezza che le autorità italiane stanno prendendo.
(da agenzie)
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Febbraio 3rd, 2020 Riccardo Fucile
“LA CENETTA CINESE E’ DA LECCARSI I BAFFI”… MA SALVINI E’ VITTIMA DI QUELLO CHE HA SEMINATO, I FANS INSORGONO: “PRIMA IL CIBO ITALIANO”
Matteo Salvini mangia cinese.
Sulla sua pagina facebook ieri il Capitano ha voluto mandare un segnale al popolo per tranquillizzare in tempi di Coronavirus spiegando che la cenetta cinese è “da leccarsi i baffi”.
C’è però un problema: i suoi fans non sono per niente d’accordo.
“Continuerò a mangiare emiliano come sempre, la cucina cinese mi fa schifo… sono sporchini, unti e misteriosi…”, dicono i suoi fans che poi vanno persino all’attacco di “chi fa propaganda”: “Dopo aver difeso il made in Italy per anni, esibire questa porcheria…”.
Inutile fare il moderato quando hai scatenato la Bestia a forza di balle per anni: questo è l’elettorato di fighetti con la puzza sotto il naso e di ignoranti che hai generato, ora goditeli: chi è causa del suo mal pianga se stesso.
(da agenzie)
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Febbraio 3rd, 2020 Riccardo Fucile
LA RICERCA IN ITALIA E’ UNA CENERENTOLA, POI SI LAMENTANO PERCHE’ I MIGLIORI CERVELLI SONO COSTRETTI AD EMIGRARE
Lo Spallanzani è un’eccellenza italiana della ricerca dove si trova uno dei due laboratori italiani
di livello di biosicurezza 4, il massimo livello di sicurezza per “svolgere attività con materiali infetti o esperimenti microbiologici che presentano, o sono sospetti presentare, un alto rischio sia per chi lavora in laboratorio, sia per la comunità ”.
L’Istituto dallo Stato riceve un finanziamento di appena 3,5 milioni di euro l’anno. Soldi che dovrebbero servire a mantenere in efficienza le macchine e i laboratori e a pagare gli stipendi del personale, circa settecento dipendenti dei quali 400 medici, infermieri e sanitari. Ma non bastano, e per fortuna che ci sono i bandi e i finanziamenti europei a colmare la lacuna.
In questo senso forse parlare di “successo italiano” non aiuta molto a far capire quanto poco l’Italia (intesa come Stato) ci metta negli istituti di ricerca.
Lo Spallanzani non è l’unica Cenerentola visto che i 51 IRCCS (Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico) pubblici e privati, vale a dire i centri di eccellenza per la ricerca medico-scientifica, si devono spartire una torta di appena 159 milioni di euro l’anno.
Se volete fare un confronto l’Institut Pasteur on Francia ha da solo un bilancio di circa 289 milioni di euro l’anno. Non sono tutti soldi pubblici, lo Stato Francese contribuisce direttamente con 58,9 milioni di euro l’anno ai quali vanno aggiunti altri 54 milioni di euro di ulteriori finanziamenti pubblici (per un totale di 113 milioni di euro). Circa il 39% del bilancio dell’istituto è da finanziamenti pubblici, il resto sono donazioni, sponsor, vendita di brevetti e servizi. Questa è la vera “gara” sulla quale l’Italia può e deve competere.
(da agenzie)
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Febbraio 3rd, 2020 Riccardo Fucile
UNO SPACCATO DI QUESTA ITALIA, MISERIA E NOBILTA’
Spesso releghiamo la Ricerca e la Formazione agli ultimi posti nell’elenco delle priorità dei nostri investimenti. Eppure, oggi, la Ricerca e la Formazione hanno fatto sì che l’Italia fosse tra i primi paesi al mondo a isolare il Coronavirus, secondo quanto ha affermato il ministro della Salute Roberto Speranza.
Un’equipe di 15 ricercatori — composta da 14 donne (!) e 1 uomo — ha lavorato incessantemente a quella che l’Oms ha dichiarato un’emergenza sanitaria globale. E che finora ha causato oltre 300 vittime e più di 14mila contagi. Primo morto al di fuori della Cina proprio in queste ore nelle Filippine.
Un’epidemia senza precedenti. Peggiore della Sars per diffusione e percentuale di contagi. Il caso Coronavirus scoppiato a Wuhan in Cina (non senza una certa connivenza del governo cinese, come abbiamo scritto) ha fatto sì che si diffondessero presto nel mondo panico, psicosi e boom di mascherine.
Contemporaneamente è caccia a ogni essere umano che abbia vagamente gli occhi a mandorla, tenuto preventivamente alla larga perchè feccia del mondo da cui provengono tutte le epidemie (qui un approfondimento sulla psicosi in Italia).
Casi di contagio che spuntano come funghi un po’ ovunque nel mondo, anche in Italia. Da dove però domenica 2 febbraio 2020 — giorno palindromo — giungono finalmente notizie rassicuranti in coincidenza del rientro degli italiani bloccati in una Wuhan sotto quarantena: l’ospedale specialistico Spallanzani dichiara che il virus è stato isolatoù
A compiere il miracolo due donne: Francesca Colavita e Concetta Castilletti (qui un loro profilo). Ricercatrici. Scienziate. Del Sud. Subito soprannominate Angeli della Ricerca e definite orgoglio dell’Università italiana.
Ma nelle stesse ore in cui due donne compivano un passo importante nella lotta al virus riempiendoci di orgoglio e finendo sulle prime pagine di tutto il mondo, in Italia, contemporaneamente, avveniva anche l’esatto opposto: il corpo femminile fatto carne da macello, ancora donne barbaramente uccise in un’ennesima serie di femminicidi. Quattro in 12 ore.
È la denigrazione della donna ritenuta inferiore, l’abbrutimento dell’uomo e la disgregazione della civiltà come barlume di speranza per la parità di genere. Il problema è culturale in entrambi i casi: il successo delle donne che isolano il virus e la barbarie delle donne uccise con violenza.
Culturale perchè se non capiamo che dobbiamo investire nella ricerca e nella formazione non andremo mai da nessuna parte, e in tal senso il neo ministro dell’Università Gaetano Manfredi dovrebbe dare un segnale importante.
Migliaia di dottorandi pagati troppo poco e abbandonati a se stessi. Che non ci interessa più cosa studino e che cosa ricerchino; basta che siano parcheggiati da qualche parte. E intanto però invecchiano oppure fuggono altrove, lì dove sono considerate risorse, mentre da noi carta straccia. Invece dobbiamo ricordarci che proprio oggi due ricercatrici hanno fatto la differenza.
Ci hanno “salvato”. Anzichè pensare allo zero virgola dell’Europa dovremmo investire molto di più su Ricerca e Sviluppo, e rimettere al centro i 30enni che svolgono Ricerca per il bene di tutti noi.
Il problema è anche culturale per quel che riguarda i femminicidi: fin quando circoscriveremo il problema della violenza sulle donne a un pur sempre limitato numero di uomini che “sono l’eccezione” non risolveremo mai il tema di fondo, che è insito nella testa e nella formazione di ciascun ‘maschio’, la cui percezione di una ‘femmina’ è strutturalmente di essere inferiore.
Mentre oggi il genere femminile viene sempre considerato un “passo indietro” o “di fianco”. Concezione ultra-virile dettata perlopiù da una insicurezza intrinseca del genere maschile.
Liberiamoci da questi schemi e portiamo avanti il progresso: sì alla parità dei sessi, di nome e di fatto, non con le quote rosa o nelle sciocchezze “dell’uomo che deve essere uomo e la donna che deve fare la donna”, ma in un’uguaglianza reale e formale, da sempre, sin da scuola, dalla educazione dei bambini; e torniamo a credere nello sviluppo della Ricerca e nella formazione: non farlo potrebbe significare dovercene pentire amaramente in futuro.
E oggi non avremmo Francesca e Concetta.
(da TPI)
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Febbraio 3rd, 2020 Riccardo Fucile
PER LA PIU’ GIOVANE DEL TEAM DELLO SPALLANZANI CHE HA ISOLATO IL CORONAVIRUS ORA SI APRE LA PROMESSA DI UN CONTRATTO STABILE
Francesca Colavita fa parte del team dello Spallanzani che ha isolato il Coronavirus di Wuhan.
Lei oggi spiega a Repubblica che adesso ha un contratto annuale:
Il suo è un team quasi tutto al femminile. È un caso isolato?
«No, nella biologia siamo più donne della media. Non c’è sessismo nella ricerca, i problemi sono altri. La ricerca è importante per una nazione, e sarebbe importante fare investimenti a lungo termine per quello che riguarda i lavoratori».
Lei è precaria?
«Sono sei anni che lavoro per lo Spallanzani, prima con un co.co.co, ora con un contratto annuale. Guadagno sui 20 mila euro all’anno».
L’assessore alla Sanità del Lazio ha detto che ora verrà stabilizzata. C’era bisogno di isolare il virus?
«A quanto so i dirigenti erano già interessati a farlo. Spero sia così, ma questo è un settore in cui si lavora per passione. È il motivo per cui, benchè il pensiero ci sia, non voglio andare all’estero. Mi piace quello che faccio e dove lo faccio. Ma in Italia è dura, capisco quelli che se ne vanno. Spero davvero che la situazione migliori».
Che messaggio vorrebbe lanciare?
«L’Italia deve dare più dignità ai ricercatori. Il nostro lavoro non è un gioco: anche la più piccola ricerca è il tassello di un puzzle che porta cure ed effetti. Ma bisogna passare per i piccoli passi, esperimenti a volte molto basilari. Mi auguro che questa occasione possa contribuire a far vedere la ricerca in modo diverso».
(da NextQuotidiano”)
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Febbraio 3rd, 2020 Riccardo Fucile
31 ANNI, UN CONTRATTO PRECARIO A 1.500 EURO AL MESE, E’ LA PIU’ GIOVANE DEL TEAM DI VIROLOGIA… E’ STATA QUATTRO ANNI IN SIERRA LEONE A COMBATTERE L’EPIDEMIA DELL’EBOLA
Il team di ricercatori del Laboratorio di Virologia dell’ospedale Spallanzani di Roma ha isolato il genoma del 2019-nCov (il nuovo coronavirus) in meno di 48 ore. Tra loro c’era Francesca Colavita, la più giovane del gruppo.
31 anni appena compiuti, originaria di Campobasso, ha avuto finora un contratto determinato allo Spallanzani. Un contratto a termine, che ha fatto per anni di Colavita una ricercatrice precaria a 1500 euro al mese, nonostante il professionismo e le abilità (dimostrate anche dall’ultimo risultato).
«Sono sei anni che lavoro per lo Spallanzani, prima con un co.co.co, ora con un contratto annuale», diceva solo ieri a Repubblica. «Guadagno sui 20 mila euro all’anno».
Il traguardo ha smosso (in ritardo) le coscienze, e Alessio DʼAmato, assessore alla Sanità del Lazio, ha assicurato che la giovane ricercatrice verrà stabilizzata. Prima di collaborare per l’isolamento del virus, però, Colavita aveva già dimostrato ampiamente passione e competenza nella ricerca.
Gli studi sull’Ebola
Colavita ha lasciato il Molise ai tempi dell’Università , per andare a studiare nella Capitale. Durante il periodo da ricercatrice, ha passato molto tempo in Africa per studiare il virus dell’Ebola, di cui nel 2013-2014 è scoppiata l’epidemia.
In merito, ha partecipato anche a progetti di sicurezza e cooperazione allo sviluppo in Sierra Leone e in Liberia, in quanto medico specializzato in virologia e biosicurezza.
Ai tempi delle missioni umanitarie in Africa, Colavita aveva già collaborato con la dottoressa Concetta Castilletti, la responsabile dell’Unità virus emergenti dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive che ha partecipato all’isolamento del virus.
(da Open)
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Febbraio 3rd, 2020 Riccardo Fucile
COMINCIA ANCHE IL RIENTRO DEI TURISTI CINESI IN ITALIA
È atterrato all’aeroporto militare di Pratica di Mare l’aereo con i 56 italiani che hanno lasciato
Wuhan a causa del coronavirus. Dopo i controlli medici che saranno effettuati sul posto, saranno portati al campus olimpico della Cecchignola dove verranno sottoposti ad un periodo di quarantena per due settimane.
Inizialmente sarebbero dovuti partire in 57, ma uno degli italiani è rimasto a terra perchè aveva qualche linea di febbre.
«Sono stanchi, ma per il momento stanno tutti bene , devono ancora terminare i controlli sanitari e avranno tutta l’assistenza necessaria, ma per il momento non ci sono problemi», ha detto il capo dell’Unità di crisi della Farnesina Stefano Verrecchia.
Intanto è stato attivato il ponte aereo per un rimpatrio incrociato tra italiani e cinesi. Poco dopo le sei è atterrato a Fiumicino il primo volo della China Airlines (CI75) operato con un Airbus A350 per il rimpatrio dei turisti cinesi.
Sono dieci gli italiani che hanno deciso di rimanere a Wuhan, oltre alla persona rimasta in Cina per qualche linea di febbre. Prima della partenza, infatti, sono stati sottoposti tutti a un controllo sanitario — è stata loro misurata la temperatura, la frequenza cardiaca e la pressione dei passeggeri.
Questo è stato solo il primo anello di una lunga catena di controlli. Durante il viaggio in aereo i passeggeri avevano l’obbligo di indossare mascherine, guanti e calze.
La “zona rossa”, dove viaggiano i passeggeri, è separata dalla cabina di pilotaggio da una zona “gialla” di decontaminazione. Una volta atterrati in Italia invece, i passeggeri che non manifestano sintomi dovranno passare due settimane in quarantena alla Cecchignola.
Nel caso in cui ci fossero stati malori durante il viaggio, i passeggeri infetti sarebbero stati ricoverati invece al reparto di Malattie infettive dell’ospedale Spallanzani.
Il team medico e l’equipaggio, invece, saranno sottoposti a controlli nelle sei tende montate a Pratica di Mare dall’Unità per la difesa chimica, biologica, radioattiva e nucleare dell’Aeronautica, dove dovranno aspettare una delle ambulanze in caso di contagio.
Il volo da Wuhan non è l’unico che sta riportando i cittadini italiani a casa dalla Cina. Nonostante il blocco aereo attualmente imposto dall’Italia — che ha fermato appunto i voli sia in uscita che in entrata dalla Cina — la Protezione civile sta lavorando a un piano per riportare in Italia i cittadini in Cina che lo desiderano, su base volontaria. Sono già cominciati i primi arrivi.
Come ha spiegato il capo della Protezione civile Angelo Borelli a il Corriere, gli italiani viaggeranno sugli aerei delle compagnie cinesi che verranno a riprendere i cittadini della Repubblica popolare attualmente in Italia che, per volontà dello Stato italiano, saranno rimpatriati in Cina.
A pagare non sarà nè l’Italia, nè la Cina, ma i cittadini, gli italiani per tornare in Italia e i cinesi per tornare in Cina.
A differenza dal volo diretto in Italia da Wuhan, soltanto i passeggeri che manifestano sintomi del coronavirus saranno messi in quarantena, mentre chi non ha sintomi potrà proseguire il viaggio verso casa, dopo aver superato un controllo con lo scanner termico.
(da Open)
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Febbraio 2nd, 2020 Riccardo Fucile
LA VERA EMERGENZA ITALIANA SONO 1,8 MILIONI DI PERSONE A BASSISSIMO REDDITO… OCCORREREBBERO 50 MILIARDI CHE SI POSSONO DILUIRE IN 5-10 ANNI… L’IGNOBILE SILENZIO DELLA SEDICENTE DESTRA E DEL M5S SUL TEMA E LA PALLIDA ASSENZA DELLA SEDICENTE SINISTRA
Due contemporanee ricerche in corso di rinomati istituti immobiliari, Nomisma da una parte e Cresme dall’altra, entrambe dirette a rilevare la quantità e la dislocazione degli italiani che sono così poveri da non riuscire o riuscire a malapena a pagare l’affitto o la rata del riscatto di un alloggio popolare, mostrano se non altro che comincia ad affacciarsi una nuova sensibilità politica sulla questione della casa per i nuclei familiari svantaggiati. Entrambe le ricerche sono state commissionate da enti pubblici: per i partiti al governo è un’occasione unica per mettere sotto i riflettori e impostare una politica concreta a favore dei ceti più deboli.
Dopo l’abbuffata di Quota 100 per i pensionati, si potrebbe ora scoprire che le vere emergenze sono altre rispetto a quella di consentire a chi ha un lavoro di lasciarlo anticipatamente: ci sono in Italia ben 1,8 milioni di famiglie “povere” che vivono in condizioni di disagio abitativo: si considerano tali quei nuclei dove serve – per pagare l’affitto o la rata per il riscatto – più del 30 per cento delle entrate.
Non è certo che tutte le attuali 800 mila abitazioni dell’Edilizia residenziale pubblica (Erp), gestite dagli ex Iacp, vadano ad alleviare la situazione di chi si trova in uno stato di così grave disagio per un bene fondamentale come la casa.
Tuttavia, anche sottraendo questa quota, rimane circa 1 milione di famiglie che sicuramente non se la passa bene perchè fatica a tirar fuori i soldi per il canone di locazione, che può oltrepassare in certi casi anche il 50 per cento del reddito familiare, mentre ha gravi difficoltà anche per sfamare le persone che vivono in casa.
Le famiglie in povertà assoluta, circa 849.000 nel 2018, secondo il Cresme abitano per il 78 per cento in abitazioni di privati, quindi con un canone di mercato.
La vera emergenza
Di fronte a una situazione così grave, che colpisce un bene essenziale come il diritto ad avere un tetto sopra la testa, stupisce che nessun governo, negli ultimi 10 o 20 anni, abbia trovato soluzioni ragionevoli per costruire più alloggi.
Ora però qualcosa sta per cambiare: si comincia a capire che l’esasperazione delle periferie abbandonate crea un malcontento diffuso che poi si trasforma in una guerra fra poveri (di solito italiani contro immigrati) e che a sua volta finisce per rimpinguare i voti dei sovranisti
Gli amanti del laissez-faire, i liberali che pensano che debba sempre essere il mercato a risolvere tutti i problemi, qui si conviene che restino fuori dal dibattito.
Perchè è ovvio che il libero mercato della casa non può sciogliere questo nodo. I proprietari privati non possono praticare, al di là di singole generose scelte in tal senso, una drastica riduzione dei canoni per aiutare queste famiglie.
E l’evoluzione degli ultimi anni nelle città più grandi o d’arte, con il boom degli affitti brevi, ha inoltre tolto dal mercato moltissime unità , con ciò contribuendo a far lievitare i canoni di quelle rimaste.
La sola politica fiscale di incentivazione degli affitti concordati (10 per cento contro il 21 per cento di cedolare secca sugli altri) non sembra poter dare una volta.
“Per affrontare il problema – scrive Raffaele Lungarella sulla “Voce.it” – è necessario incrementare la disponibilità di case popolari, costruendone di nuove e riconvertendo a residenza gli immobili pubblici che ora hanno una diversa destinazione urbanistica. È necessario anche promuovere, con l’impiego di risorse più adeguate di quanto fatto finora, programmi di recupero e messa a norma degli alloggi che ne hanno bisogno per evitare che restino sfitti per lunghi periodi, con il rischio che siano occupati abusivamente. Tutto questo sarebbe inutile se si continuasse a consentire l’alienazione del patrimonio esistente”.
I piani del passato
L’Italia ha in passato dimostrato di saper attivare risorse per cercare di dare a tutti una casa. Il piano Gescal (finanziato con una piccola ritenuta su tutte le buste paga), il piano Fanfani, sono progetti di cui tutti conservano un seppur vago ricordo familiare, e contribuirono nell’Italia degli anni 50 e 60 a dare a molte famiglie bisognose l’accesso all’affitto o alla proprietà della casa.
Successivamente, però, la questione-casa è andata perdendo centralità nella discussione politica e sociale. Inoltre, non soltanto è cessato a un certo punto l’afflato per la costruzione di nuovi alloggi, ma ne è stata fatta scomparire una larga fetta.
Il processo di dismissione del già scarso patrimonio pubblico ha tolto dal mercato “protetto” circa 200 mila unità tra il 1993 e il 2001, grazie alla Legge Nicolazzi che facilitò la vendita di parte del patrimonio agli inquilini.
Intanto, le famiglie con disagio non sono affatto diminuite. Anzi, sono leggermente aumentate negli anni dopo la crisi del 2008, sebbene non così tanto da modificare i termini della questione.
Guardando i grandi numeri la situazione, a partire dagli anni 2000 in poi, resta a grandi linee abbastanza statica. Sia la popolazione totale che le famiglie povere sono, sostanzialmente, più o meno le stesse. E negli ultimi 40 anni la popolazione italiana è aumentata soltanto di pochissimo: eravamo 56 milioni nel 1980, ora siamo poco più di 60 milioni.
Vuol dire circa il 7 per cento circa in più in un lasso di tempo così lungo. Possiamo quindi considerare abbastanza statica la popolazione italiana, anche se dobbiamo registrare una diminuzione degli italiani autoctoni e un aumento dei cittadini provenienti da altri paesi. Anche la quota di 1,8 milioni di famiglie a disagio abitativo sono più o meno le stesse almeno negli ultimi 10 anni, sebbene la quota di stranieri regolari e con il diritto a entrare nelle graduatorie per una casa pubblica sia aumentata (gli italiani sono il 67 per cento secondo Nomisma).
Servono soldi veri
Perchè allora non si è fatto finora nada de nada? Già , è questo il punto. È ovvio che per fare qualcosa non bastano in questo caso le chiacchiere (e non è strano che neppure Salvini, nella sua fantasiosa ricerca di temi da imporre a 360 gradi nella sua eterna propaganda politica se ne sia tenuto sempre lontano), ma servono fatti.
E per avere dei fatti occorrono soldi veri. Quanti? I conti, a grandi linee, son presto fatti. Se si dovessero costruire, tutte insieme e subito, 1 milione di case mancanti, a 50 mila euro l’una (ma qualcuno dice 100 mila…), servirebbero almeno 50 miliardi.
Una cifra insostenibile, che nessun governo potrebbe mai pensare di mettere in campo in una sola volta. In realtà basterebbe soltanto cominciare a costruirle perchè una parte dell’investimento sarebbe poi recuperato attraverso i canoni che, seppur bassi, non sono inesistenti.
Cominciare: una parola che non piace in genere ai politici, che preferiscono spendere quei pochi soldi che ci sono in cose che si vedono subito.
Ma qui occorre fare un salto di qualità perchè la gente non è scema: se si riuscisse a far decollare un programma pluriennale del genere chi lo crea potrebbe spiegare che ci vorranno molti anni per vederlo finito, anche quando il suo governo non ci sarà più. Sarebbe tuttavia sicuro che la gente lo capirebbe. Perchè la casa è come la Tara di Via col Vento, è una cosa che dura. E si ricorda.
Dove mancano le case
Per sapere dove si dovrebbe costruire o recuperare patrimonio da destinare a edilizia popolare, si dovrebbe prima di tutto sapere in quali precise aree l’emergenza sia più sentita.
“I cittadini a cui mancano le risorse per avere una casa in affitto a canone calmierato – spiega Luca Dondi, amministratore delegato di Nomisma, che sta completando un aggiornamento della ricerca già svolta nel 2016 per Federcasa, la federazione degli ex Iacp – sono distribuiti sul territorio in maniera omogenea, contrariamente a ciò che si pensa. Se non vi sono dubbi che il fenomeno sia più accentuato nei grandi centri, dall’analisi non sembrano emergere zone franche, con una diffusione che interessa anche capoluoghi di medie dimensioni e centri minori”. Insomma, quelle famiglie disagiate che abbiamo fatto finta di non vedere sono dappertutto, intorno a noi, nei grandi ma anche nei piccoli centri. E sarà interessante vedere se la ricerca di Nomisma, e anche quella del Cresme, saranno in grado di fare completa chiarezza sulla distribuzione geografica del bisogno. Un primo passo in avanti.
I progetti concreti
Ma, come si diceva prima, se a mancare finora è stata la volontà politica, di certo – anche se questa fosse recuperata – l’elemento-chiave sono i soldi.
Nessuno può pensare di risolvere in un sol colpo il problema, ma secondo Luca Talluri, presidente di Federcasa, si potrebbe dare inizio a un programma di interventi “per almeno 300 mila case popolari da affiancare alle attuali. Con l’aggiunta di una gestione efficace ed efficiente degli enti (cosa che accade già oggi in molte parti d’Italia), che permetta bassa morosità , poche occupazioni e rotazione di alloggi in funzione delle esigenze reali (inutile che un anziano abbia 4-5 stanze)”.
Da dove pescare i soldi che servono? Di certo non da un aumento della pressione fiscale, che sarebbe insostenibile (e forse politicamente improponibile): “Per questo motivo – spiega Dondi – occorre intanto cominciare con uno stanziamento significativo, a cui un domani si potrebbero aggiungere lievi prelievi sulle buste paga come fu fatto in passato con Gescal e Piano Fanfani”.
“I soldi – sostiene Talluri – possono essere messi con il classico fondo perduto (Gescal o altro, nazionale o regionale…insomma, scelgano al Mef) oppure fondi stile Bei (Banca europea degli investimenti, Ndr) da restituire con garanzia dello Stato, ma in questo caso permettendo di costruire nelle singole operazioni non soltanto case di edilizia residenziale pubblica ma anche di edilizia sociale (per le classi medie che hanno comunque difficoltà ad accedere all’acquisto, Ndr) e alloggi-volano per l’emergenza abitativa: in questo modo si potrebbe avere una redditività che consentirebbe di restituire parte della somma investita”.
La politica ha cominciato a percepire l’importanza di dare una risposta ai bisogni abitativi della fascia sociale più debole.
Non è un caso che il governo abbia stanziato un piano con 850 milioni di euro, da distribuire fra mille rivoli e solo in piccola parte al sostegno alla costruzione di nuovi edifici.
Troppo poco, e sicuramente troppo poco mirato. Se crescerà la consapevolezza, grazie anche al bisogno primario dei partiti di non perdere l’elettorato delle periferie, forse un nuovo Piano Casa potrà essere rilanciato
Con la certezza che forse non sarà possibile eliminare del tutto la povertà , come pensava ingenuamente Luigi Di Maio con il reddito di cittadinanza, ma che con un serio programma pluriennale sulla casa si potrà eliminare almeno la perenne emergenza abitativa.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 2nd, 2020 Riccardo Fucile
IL LEGHISTA ANNUNCIA ANCHE UNA “PASSEGGIATA” A BALLARO’, IL QUARTIERE POPOLARE DEL CAPOLUOGO, PREVISTE CONTESTAZIONI
“La Sicilia non si Lega”: è questo lo slogan che ricorre su numerosi striscioni comparsi in giro per
Palermo alla vigilia della visita di Matteo Salvini, in programma domani pomeriggio in città .
Dalla zona Malaspina-Palagonia, alla stazione centrale, passando per corso Tukory e arrivando fino a Portella di Mare, a Misilmeri (in provincia), sono comparsi lenzuoli ai balconi per protestare contro l’arrivo del leader della Lega, che alle 18.30 terrà un evento pubblico al Teatro Al Massimo.
Ma pare sia prevista prima una passeggiata dell’ex ministro a Ballarò.
La protesta è stata lanciata dalle Sardine di Palermo. “Apprendiamo dalla stampa che il segretario della Lega Nord prima dell’incontro al teatro Al Massimo compirà una passeggiata a Ballarò – scrivono sulla loro pagina Facebook -. Ci domandiamo se abbia reale contezza della realtà nella quale andrà a svolgere la consueta campagna elettorale permanente. Al netto dei diversi problemi che l’affliggono, Ballarò è un quartiere dove operano diverse realtà sociali che hanno fatto dell’integrazione un valore imprescindibile, un quartiere figlio della tradizione sicula e ricco di culture diverse che la animano e la caratterizzano”.
Organizzato anche un “silent” flash mob in piazza Verdi, più o meno alla stessa ora dell’evento di Salvini al teatro Al Massimo, dal titolo: “Citofona a Salvini per regalargli una copia della Costituzione”.
(da agenzie)
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