Destra di Popolo.net

ARCURI ALLE IMPRESE ITALIANE: “INIZIATE A PRODURRE MASCHERINE SUBITO”

Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile

IL COMMISSARIO STRAORDINARIO: “QUADRUPLICATI I POSTI LETTO, + 64% IN TERAPIA INTENSIVA”… “SULLE MASCHERINE C’E’ UNA GUERRA COMMERCIALE”

“Siamo stati attaccati da un nemico sconosciuto, abbiamo reagito per primi e prontamente. Sono sicuro che siamo sulla strada giusta”. Così Domenico Arcuri, commissario straordinario per la gestione l’emergenza coronavirus, in conferenza alla Protezione Civile.
Tra 3 giorni un consorzio di produttori italiani inizierà  a produrre le mascherine e “a dotare il nostro sistema e il nostro Paese delle munizioni che ci servono per contrastare questa guerra ed evitare la nostra totale dipendenza dalle esportazioni”, ha annunciato Arcuri, sottolineando che si sono messe insieme diverse imprese italiane “posizionate nel settore della moda, senza concorrenza e senza lotte tra loro”.
“In poco tempo – ha aggiunto – copriranno la metà  del nostro fabbisogno”.
“7 giorni fa lo consideravo utopistico, non solo inaspettato. In pochissimi giorni nel Paese che troppo spesso è piegato dai lacci della burocrazia, l’autorizzazione a lanciare un incentivo che si chiama ‘Cura Italia’, online da stamattina, per finanziare con totali 50 milioni, le imprese che riconvertono i loro impianti per produrre ancora altre mascherine”.
“Spero, sono convinto, che molte centinaia di imprese italiane cercheranno di coglierla. Il tempo è la variabile decisiva”, ha aggiunto. L’appello è ad avviare subito la produzione così da tirarci fuori da quella che è a tutti gli effetti una “guerra commerciale”.
Rispetto alla carenza estrema dei giorni scorsi, dei progressi sono già  stati fatti: “Siamo passati da 307 mila mascherine distribuite al giorno a 1,8 milioni”.
Ma il problema – ha aggiunto il commissario – è che “le mascherine non sono come la pasta. Siamo all’interno di una guerra commerciale, molto dura, con tanti speculatori. Ma ci sono anche Paesi che sono amici dell’italia e che ci aiutano a dotarci di alcune ‘munizioni’”, ha aggiunto, esortando le imprese italiane ad avviare “subito” la produzione dei dispositivi di protezione individuale.
Il commissario ha poi illustrato i numeri di quanto fatto finora per potenziare il sistema ospedaliero a fronte della pandemia: “In pochi giorni le 5343 terapie intensive in italia sono passate a 8370, il 64% in più; da 6.625 a 26.169 posti letto in pneumologia e infettivologia, oltre quattro volte in più: succede solo nei grandi Paesi che sono coesi a contrastare questo nemico”, ha dichiarato il commissario.
E ancora: “Saranno inviati nelle prossime 72 ore, quasi certamente domani il primo contingente, 300 medici negli ospedali più in difficoltà . Con una nuova ordinanza trasferiremo su base volontaria 500 infermieri nelle zone con più alto numero di malati Covid 19”.
“Nei giorni scorsi il presidente Mattarella ha detto che è la più grande e profonda emergenza degli ultimi 60 anni, è davvero cosi”, ha commentato il commissario straordinario.

(da agenzie)

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ANCHE I BENZINAI ANNUNCIANO SCIOPERO: “SIAMO INVISIBILI, BASTA IGNORARCI”

Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile

INIZIERA’ MERCOLEDI NOTTE DALLA RETE AUTOSTRADALE

Gli impianti di rifornimento carburanti cominceranno a chiudere: da mercoledì notte quelli della rete autostradale, compresi raccordi e tangenziali; e, via via,tutti gli altri anche lungo la viabilità  ordinaria.
Lo affermano in una nota Faib Confesercenti, Fegica Cisl, Figisc/Anisa Confcommercio sottolinenado il fatto che nonostante la drammaticità  della situazione oltre 100.000 gestori in tutta Italia hanno finora assicurato la distribuzione di carburante.
“In un Paese che, malgrado i limiti strutturali e l’assoluta drammaticità  della situazione, cerca e spesso trova il modo per far scattare meccanismi di solidarietà , c’è una categoria di persone, oltre 100.000 in tutta Italia, che, senza alcuna menzione, ha finora assicurato, senza alcun sostegno nè di natura economica, nè con attrezzatura sanitaria adeguata, il pubblico servizio essenziale di distribuzione di energia e carburanti per il trasporto di beni e persone. 100.000 persone che hanno continuato a fare il loro lavoro (ridotto mediamente dell′85%) a rischio della propria incolumità  e mettendo in pericolo la propria salute, presidiando fisicamente il territorio, rimanendo dove sono sempre state e dove ogni cittadino di questo Paese è abituato a trovarle ogni giorno, vale a dire in mezzo alla strada”, scrivono nella nota.
“E forse, proprio per questa ragione, queste 100.000 persone risultano essere letteralmente invisibili, presenza data per scontata, indegna persino di quella citazione che di questi tempi non si nega a nessuno”.
“Noi non siamo certo eroi, nè angeli custodi – proseguono i gestori aderenti a Faib Confesercenti, Fegica Cisl, Figisc/Anisa Confcommercio – ma nessuno può pensare di continuare a trattarci da schiavi, nè da martiri. Siamo persone con famiglie da proteggere, cittadini tra gli altri che sanno di dover assolvere ad una responsabilità  di cui non si vogliono spogliare, ma a cui non può essere scaricato addosso l’intero carico che altri soggetti, con ben altri mezzi, disponibilità  economiche e rendite, si ostinano ad ignorare. Noi, da soli, non siamo più nelle condizioni di assicurare nè il necessario livello di sicurezza sanitaria, nè la sostenibilità  economica del servizio. Di conseguenza gli impianti di rifornimento carburanti semplicemente cominceranno a chiudere: da mercoledì notte quelli della rete autostradale, compresi raccordi e tangenziali; e, via via,tutti gli altri anche lungo la viabilità  ordinaria. Correremo il rischio dell’impopolarità  e dei facili strali lanciati da comode poltrone, ma davvero non abbiamo nè voglia, nè la forza per spiegare o convincere delle solari ragioni che ci sostengono. Chi volesse approfondire può chiedere conto a Governo, concessionari autostradali, compagnie petrolifere e retisti indipendenti: a ciascuno di essi compete fare per intero la propria parte se si vuole assicurare la distribuzione di benzina e gasolio”

(da “Huffingtonpost”)

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QUAL’E’ IL VERO NUMERO DEI CONTAGIATI DA CORONAVIRUS IN LOMBARDIA?

Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile

SE NON SI FANNO I TAMPONI NON SI SAPRA’ MAI… TUTTE LE CONTRADDIZIONI E I CONTAGIATI “NASCOSTI”

In Lombardia, la regione più colpita dall’epidemia di Covid-19, sono 28.761 le persone contagiate dal coronavirus SARS-CoV-2. I casi attualmente positivi (il totale include i guariti e i deceduti) sono 18.910.
Ma sono davvero poco meno di 20mila in tutta la regione le persone che hanno contratto il coronavirus?
Gli open data della Protezione Civile ci informano che in Lombardia sono stati eseguiti (alla data dell’aggiornamento del 23 marzo) 73.242 tamponi
Quanti tamponi sono stati eseguiti in Lombardia?
Il che significa che solo una piccolissima percentuale degli abitanti della Lombardia (oltre 10 milioni di persone) è stata effettivamente sottoposta al famoso test.
Fermo restando che non è assolutamente detto che ogni singolo tampone corrisponda ad un paziente diverso. Ad esempio è probabile che pazienti considerati guariti o le persone messe in isolamento domiciliare vengano sottoposte più volte al test per confermare la negativizzazione del tampone.
Sappiamo che la Regione ha stipulato un accordo con la Copan Diagnostics di Brescia (che produce i kit) per la vendita di 200 mila tamponi a settimana per un totale complessivo di un milione e mezzo.
La stessa azienda è in grado di produrne dieci milioni a settimana. I tamponi insomma non mancano, diversa invece è la questione relativa alla capacità  di eseguire le analisi: il sistema semplicemente non ce la fa.
In un’intervista a repubblica il Direttore della Protezione Civile e Commissario per l’emergenza Angelo Borrelli oggi ha detto che «il rapporto di un malato certificato ogni dieci non censiti è credibile».
Significa quindi che su un totale di 60 mila casi accertati in tutta Italia ci sarebbero almeno 600 mila persone che non sono state testate ma che hanno contratto il coronavirus.
In Lombardia il totale dei positivi arriverebbe così a quasi 300mila. Ma non si deve fare l’errore di pensare che queste persone siano tutte asintomatiche, vale a dire che pur avendo Covid-19 non abbiano alcun sintomo.
I positivi “nascosti” ai quali non viene fatto il tampone per Covid-19
Come scrive Elio Truzzolillo su neXt Quotidiano quello dei tamponi è il segreto di Pulcinella e la situazione è molto diversa da come appare dai dati diffusi da Regione Lombardia o dalla Protezione Civile.
Tanto per fare un esempio: in Lombardia per “trovare” un contagiato si fanno solo 2,5 tamponi (73.242 tamponi per 28.761 casi), in Veneto 11,2 (61.515 tamponi per 5.505 casi).
Ma allora chi viene testato? Sicuramente tutti coloro che sono ricoverati in terapia intensiva e gli ospedalizzati (ricoveri in malattie infettive, sub intensiva e così via).
Ma se guardiamo il dato di un’altra categoria dei testati, quelli in isolamento domiciliare, il numero è incredibilmente basso: 8.461.
Basti pensare che solo a Milano il numero di casi positivi “nascosti” ovvero non censiti ufficialmente è di circa 1.800 persone. Malati che stanno a casa con sintomi da contagio da SARS-CoV-2 ma senza test.
Selvaggia Lucarelli, ma anche altri, hanno iniziato a raccogliere testimonianze di persone che riferiscono di avere i sintomi di Covid-19 (tosse, febbre, difficoltà  respiratorie, anosmia e perdita del senso del gusto) e che sono in terapia o in cura a casa ma ai quali non è stato fatto il tampone.
Di fatto sono pazienti Covid-19 che non rientrano nelle statistiche ufficiali. Quanti sono? È impossibile fare una statistica basandosi su qualche decina di casi ed esperienze individuali (gli amici che vivono in Lombardia e che da settimane stanno male ma ai quali non è stato fatto il test).
Possiamo aggiungere i casi degli anziani ricoverati nelle RSA o nelle case di risposo dove il personale non ha gli strumenti per fronteggiare eventuali cluster epidemici.
Ma che fine hanno fatto i 200 mila tamponi che la Lombardia riceve ogni settimana?
Anche il dato riferito da Borrelli non ha alcun fondamento dal punto di vista scientifico: non ci sono prove che il rapporto sia uno a dieci (o ancora più alto come sostiene il primario del San Martino di Genova Matteo Bassetti).
L’assessore al Welfare della Lombardia Giulio Gallera ha detto che per chi ha i primi sintomi della malattia «sarà  il medico di base a mandarvi a fare il tampone». Questo però non è vero. E non solo perchè spesso e volentieri i medici di base sono i primi ad essersi ammalati ma perchè non sta andando così. Non è credibile che in una provincia di Bergamo (che ha oltre un milione di abitanti) i casi positivi siano “solo” 6.470.
A Gallera si dovrebbe chiedere invece come mai se la Regione ha una fornitura di 200 mila tamponi a settimana il numero di tamponi effettuati dall’inizio dell’epidemia di Covid-19 è di poco più di 70 mila.
Al di là  delle tempistiche necessarie e dell’enorme carico di lavoro sui laboratori di analisi la conseguenza è un’altra. Tutte le misure prese fin qui si basano sui dati epidemiologici raccolti giorno per giorno: numero di morti, numero di contagiati e diffusione del contagio.
Il problema è che in base ai dati disponibili la letalità  di Covid-19 (numero di decessi in rapporto al numero di positivi) risulta essere altissima: 13,1%.
Ma se il numero di positivi fosse molto superiore (come sostiene il Capo della Protezione Civile) questo dato verrebbe ridimensionato per forza.
Questo non significa che non ci sia un’emergenza — anzi a dirla tutta la dichiarazione di Borrelli sul fatto che i casi sono dieci volte di più, detta così, senza prove e numeri, è assai pericolosa — ma che molto di quello che sappiamo sulla diffusione dell’epidemia non corrisponde alla realtà .
E non lo sappiamo perchè c’è qualcuno che nasconde i numeri (come si accusa di aver fatto la Cina) ma perchè ci sono degli amministratori che non stanno facendo l’unica cosa sensata: testare la popolazione.
Non   lo si deve fare solo per aggiornare le statistiche, lo si deve fare perchè è il metodo più efficace per circoscrivere la circolazione del coronavirus ed individuare i singoli focolai epidemici (familiari o sui luoghi di lavoro) e arrestarne la diffusione.
È quello che è stato fatto in Cina — dove non hanno solo messo in quarantena una città  — in Corea del Sud o a Taiwan.

(da “NextQuotidiano”)

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BORRELLI: “NE TROVIAMO SOLO UNO SU DIECI, I POSITIVI IN ITALIA POTREBBERO ESSERE 600.000”

Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile

“SULLE MASCHERINE SIAMO ARRIVATI TARDI”

Dieci casi non censiti per ogni contagio da coronavirus certificato. Per il capo della Civile, Angelo Borrelli, è un rapporto “credibile”.   Lo sostiene in un’intervista a Repubblica nella quale spiega:
“Il numero dei casi lombardi è stato subito soverchiante” e “fin dall’inizio, va detto, ci sono stati comportamenti pubblici che hanno alimentato il problema nazionale”.
Come nel caso “della comitiva del Lodigiano che il 23 febbraio è andata a Ischia portando il contagio sull’isola”.
Massimo Galli, direttore del dipartimento Malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano, ha la stessa teoria: “Temo che l’ipotesi di Borrelli possa essere molto vicino alla realtà , anche se non abbiamo dati sicuri per poterlo dire, ma i contagiati sono molti di più di quelli registrati ufficialmente”, ha detto ad Agorà  su Rai3.
La Protezione civile, aggiunge Borrelli, “ha bisogno di rapidità ” perchè “non siamo burocrati, ma come si diceva nel 1915, volontari del Regno che devono godere della fiducia dei governanti e della nazione”. Poi chiosa: “Sulle mascherine siamo arrivati tardi”.
Alla domanda su quanti siano davvero i contagiati, 63 mila o di più, Borrelli risponde che “il rapporto di un malato certificato ogni dieci non censiti è credibile”, ciò che porterebbe la quota a un numero impressionante di 600 mila.
Ma allora, ha senso continuare a dare i dati sul numero dei positivi ogni giorno alle 18? All’interrogativo il capo della Protezione civile dice:
“Mi sono posto anch’io il problema e ricevo molte mail che mi chiedono di fermarci. Possono essere dati imperfetti – prosegue Borrelli – ma dal primo giorno ho assicurato che avrei detto la verità , è un impegno che ho preso con il Paese”. Poi aggiunge: “Se ora ci fermiamo ci accuserebbero di nascondere le cose”.

(da agenzie)

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SCATTA LO SCIOPERO DEI BRACCIANTI: “NELLE CAMPAGNE SI LAVORA SENZA ACQUA CORRENTE”

Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile

DA CHI LAVORA NEI CAMPI A CHI NEI SUPERMERCATI, L’APPELLO DI SOUMAHORO

«Con l’esplodere della pandemia da Coronavirus ci siamo ritrovati tutti confinati. Qualcuno però è confinato nelle aree rurali senza acqua corrente o potabile». Aboubakar Soumahoro, sindacalista dell’Usb ed ex bracciante, da anni si batte affinchè le istituzioni intervengano per frenare la miseria e lo sfruttamento nei campi.
Oggi, nei giorni degli assalti ai supermercati, e nei giorni in cui la produzione del cibo e la sua distribuzione diventano più «essenziali» che mai per la tenuta di un intero Paese, Soumahoro chiede che la voce dei lavoratori della terra venga ascoltata.
Domani, 25 marzo, l’Unione sindacale di Base ha indetto uno sciopero generale per protestare contro le scelte fatte dal governo nell’ultimo Dpcm. «Giustamente il settore dell’alimentare viene inserito nell’elenco delle attività  che non si fermano», racconta. «Ma qui, tra le baraccopoli e i campi di lavoro, il dramma della pandemia si aggiunge a una situazione fatta di miseria e di sfruttamento».
In un Paese travolto dalla pandemia, il made in Italy agroalimentare svela ancora una volta le sue radici vulnerabili e irregolari.
Da nord a sud, stranieri o italiani, la filiera lunga non guarda in faccia nessuno. Il 19 marzo, nel nono giorno di quarantena totale, durante i controlli contro la diffusione del Covid-19 il commissario di Terracina ha fermato tre furgoni con 25 braccianti bengalesi e italiani. Viaggiavano senza guanti e mascherine, ammassati l’uno vicino all’altro per raggiungere i campi dell’Agro Pontino.
«Si pensa a tutelare i grandi distributori, garantendo il funzionamento di tutto il sistema, ma ci si dimentica di chi ne garantisce la tenuta», dice. Si dimenticano i lavoratori della filiera, braccianti abbandonati nelle baraccopoli «fatte di lamiere», senza acqua, senza mascherine e senza guanti.
Ci si dimentica di chi è impiegato nella logistica, che ogni giorno è a lavoro per rifornire i punti vendita. Ci si dimentica dei rider. E si ci si dimentica di chi lavora nei supermercati
La questione è generale. Lo sciopero servirà  anche a chiedere al governo di mandare immediatamente le mascherine nelle zone rurali, diritto di ogni lavoratore in virtù del protocollo condiviso del 14 marzo, firmato da Conte, dai sindacati e dai datori di lavoro per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro.
Si chiede di mandare acqua potabile per bere e acqua corrente per lavarsi, tanto le mani quanto tutto il corpo dopo una giornata di lavoro nei campi. «Nonostante l’arrivo di questo nuovo nemico, nulla è cambiato sotto al cielo», racconta Soumahoro. «Chi vive ai margini della società  è abbandonato oggi come ieri. Ma chi era fragile prima, oggi lo è ancora di più».

(da Open)

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NUOVO PONTE DI GENOVA, I SINDACATI EDILI: “ORA E’ OPPORTUNO UNO STOP, NON SI PUO’ ESSERE PREOCCUPATI QUANDO SI LAVORA A 40 METRI DI ALTEZZA”

Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile

E’ SOLO UN’INUTILE CORSA PER LA PROPAGANDA DI TOTI IN VISTA DELLE ELEZIONI REGIONALI…. DUE MESI IN PIU’ O IN MENO NON CAMBIANO NULLA, CONTA LA VITA UMANA

I sindacati chiedono di riflettere sulla possibilità  di fermare il cantiere del nuovo viadotto autostradale di Genova anche se rientra tra le opere strategiche.
“Il varo della terza maxi trave è stato un successo, ma adesso pensiamo che sarebbe opportuno ragionare sulla possibilità  di rallentare con i lavori. I lavoratori non sono sereni e questo porta a rischi che vanno oltre quello del Covid19, quando si lavora a 40 metri di altezza non si può essere preoccupati”, dicono gli edili di Cgil, Cisl e Uil.
I lavori sono in ritardo di un paio di mesi rispetto alla data “fine aprile” e a Genova si sta assistendo a una sconsiderata corsa contro il tempo per garantire l’inaugurazione “politica” prima della data prevista per le elezioni regionali.
Dato che tutto fa pensare che verranno rinviate, Toti il suo spot pubblicitario può rinviarlo tranquillamente all’autunno.
La vita di operai e tecnici vale di più.

(da agenzie)

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SEQUESTRATO CARICO DI 1840 DISPOSITIVI PER LA VENTILAZIONE RESPIRATORIA DIRETTI IN GRECIA

Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile

VIOLATA L’ORDINANZA DELLA PROTEZIONE CIVILE CHE VIETA LA VENDITA ALL’ESTERO DI STRUMENTI NECESSARI IN ITALIA PER COMBATTERE IL CORONAVIRUS, DENUNCIATO IL TITOLARE DELL’AZIENDA MILANESE

Bloccato e sequestrato ad Ancona un carico di strumenti e dispositivi per la ventilazione meccanica dei pazienti con patologie respiratorie, su un autoarticolato in coda per imbarcarsi su un traghetto diretto in Grecia dopo aver superato i controlli di sicurezza per l’accesso in porto. L’operazione è stata condotta dalla Guardia di Finanza di Ancona in collaborazione con l’Agenzia delle Dogane e Monopoli nell’ambito di uno specifico piano di controlli finalizzato al rispetto dell’ordinanza della protezione civile sull’emergenza coronavirus che vieta alle imprese di cedere all’estero determinati dispositivi medici nell’ambito dell’emergenza coronavirus. Sequestrati 1.840 circuiti respiratori (tubo, pallone, valvola e maschera respiratoria) da utilizzare per i pazienti in condizioni critiche.
I dispositivi saranno consegnati alla protezione civile per gli aiuti ai presidi ospedalieri italiani. Denunciato il rappresentante legale della società  italiana, con sede in provincia di Milano, che ha tentato la vendita a una società  greca.

(da agenzie)

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TROPPO POCO E TROPPO TARDI

Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile

TRE LACERAZIONI: POLITICA, CHE CERTIFICA LA DISUNITA’ NAZIONALE; SOCIALE, CON LO SCIOPERO A SERRATA IN CORSO; TERRITORIALE, CON LE REGIONI A RUOTA LIBERA… LA CENTRALITA’ SI E’ SPOSTATA TRA PROTEZIONE CIVILE ED EUROPA

Troppo poco, troppo tardi. Alla fine si sono visti, governo e opposizione, a palazzo Chigi, ma se non si fossero visti, in fondo sarebbe cambiato poco, perchè, diciamo la verità , lo spirito di unità  nazionale non è scattato sin dall’inizio di questa drammatica emergenza. Da ambo le parti.
Se Conte avesse voluto impostare una vera politica di confronto, ritenendola necessaria per tenere unito il paese sia pur nella distinzione dei ruoli, lo avrebbe dovuto fare il minuto prima, non il minuto dopo l’annuncio delle decisioni più impegnative.
Se Salvini, a sua volta, avesse voluto costruire una “unità  nazionale”, right or wrong my country, l’avrebbe gestita in maniera meno goffa, meno revanchista, con atteggiamento meno altalenante tra anelito alla spallata e proposte di collaborazione.
Invece il tavolo di palazzo Chigi rappresenta la fotografia di un paradosso: il paradosso di una discussione, confusa e tardiva, dopo che è stato già  varato il provvedimento.
E quel provvedimento è conseguenza del pressing delle regioni.
Un teatro dell’assurdo che, come evidente, non è l’esito di una discussione tra due limpide e coerenti visioni di lockdown, di una linea di “maggiore apertura” e una di “maggiore chiusura”, ma semplicemente di un’incertezza di fondo.
È questa “diacronia” il leitmotiv della crisi, la sfasatura delle decisioni rispetto ai tempi, in un costante inseguimento degli eventi.
Non c’è un solo episodio su cui il governo abbia impresso una linea con chiarezza e determinazione, ogni volta c’è un atto esterno che determina l’azione.
L’invito a palazzo Chigi delle opposizioni appare quasi come una “giustificazione tardiva”
Troppo poco e troppo tardi, dicevamo, per ripristinare una sana collaborazione istituzionale, così come tardiva è l’informativa al Parlamento, dopo che sono stati già  messi i lucchetti al paese.
La sensazione, in tutto questo, compreso l’inutilità  di un incontro che nulla sposta delle dinamiche in atto, è che questa crisi ha già  cambiato, in modo radicale, la politica: il suo centro di gravità , il suo immaginario, i suoi protagonisti.
Per cui il vero cuore della giornata, il vero momento di “connessione” anche sentimentale col paese non è nè il facebook di Salvini nè quello di Conte, nè alcun tavolo governativo, ma la conferenza stampa delle sei, col bancone della Protezione Civile diventato a ragione il nuovo altare della patria, nell’epoca in cui le istituzioni hanno perso la propria laica sacralità .
Parliamoci chiaro, se vai all’alimentari o in farmacia senti parlare più dell’ultima spiegazione di Borrelli sullo stato dell’arte o di Arcuri sulle mascherine o di Brusaferro sul contagio, che restano scolpite più di qualunque dichiarazione di qualunque ministro, i cui volti, non a caso, sono anche meno presenti in tv caso.
Il “centro” della politica è questo, come lo sono le Regioni, intese come diramazione dello Stato sul fronte più esposto, e l’Europa intesa come “soldi che arriveranno” in una situazione in cui, complessivamente, si ha la sensazione, detta in modo gergale, che “ognuno fa un po’ come gli pare”.
Più che un baricentro, il governo appare come un notaio che certifica, inseguendo, questo o quell’aspetto della confusione. E, proprio per questo, la confusione è diventata lacerazione, anzi tripla lacerazione, nel momento delicato in cui è stata assunta una misura estrema.
La lacerazione politica, di un rapporto non ricomposto tra le principali forze del paese. Lacerazione sociale, con lo sciopero annunciato dai metalmeccanici, davvero senza precedenti a serrata in corso e una spinta di segno opposto di Confidustria: anche in questo caso il governo proverà  a mettere una toppa nell’incontro di martedì con le parti sociali.
Lacerazione territoriale, con la Calabria che chiede un check point nel Nord della regione, la Sicilia che lo chiede sullo stretto a Sud della Calabria, Fontana che vuole sapere se vale la sua ordinanza o quella del governo.
Insomma, una sorta di destrutturazione dell’idea nazionale di ordine pubblico in cui ogni governatore si trasforma in una autorità  regionale, a prescindere dal colore politico dei governatori.
Tutto qui, e questo non poco.

(da “Huffingtonpost”)

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