Destra di Popolo.net

ALARM PHONE DENUNCIA MALTA, ITALIA, LIBIA, PORTOGALLO E GERMANIA: RESPONSABILI DELLA MORTE DI 12 MIGRANTI

Aprile 16th, 2020 Riccardo Fucile

LE PROVE DEL CONTATTO DI EMERGENZA SALVATAGGI: “NON HANNO SOCCORSO IL BARCONE CON 55 PERSONE A BORDO, VIOLANDO LA LEGGE”

“Dodici persone sono morte a causa dell’azione e dell’inazione europea nel Mediterraneo. Le autorità  di Malta, Italia, Libia, Portogallo, Germania, come anche Frontex, erano state informate di un gruppo di 55 (alla fine erano 63) migranti in difficoltà  in mare, ma hanno scelto di lasciar morire 12 di loro di sete e annegate, mentre organizzavano il ritorno forzato dei sopravvissuti in Libia, un posto di guerra, tortura e stupro”.
E’ la denuncia di Alarm Phone, il contatto di emergenza per i salvataggi nel Mediterraneo che lunedì scorso aveva diffuso l’audio di richiesta di aiuto da parte di una donna a bordo di un gommone in avaria.
Oggi Alarm Phone, in collaborazione con le ong Sea Watch e Mediterranea, pubblica un rapporto in cui ricostruisce tutte le fasi della vicenda dei migranti partiti da Garabulli in Libia la notte tra il 9 e il 10 aprile scorsi.
“Contrariamente a quanto afferma Malta — si legge nel rapporto – il barcone era alla deriva in zona Sar maltese, non lontano da Lampedusa. Tutte le autorità  hanno scelto di non intervenire, usando l’epidemia di Covid-19 come una scusa per infrangere drammaticamente le leggi del mare così come i diritti umani e le convenzioni sui rifugiati”.
Il servizio telefonico aveva lanciato l’allarme sul barcone in difficoltà , informando le autorità  di Italia, Malta, Libia e Tunisia, lo scorso 10 aprile, dopo essere riuscita a entrare in contatto con l’imbarcazione in avaria. Sabato 11 aprile, si legge nel rapporto, il servizio di emergenza è riuscito a parlare con le autorità  libiche ricevendo questa risposta: “La guardia costiera libica svolge solo un lavoro di coordinamento per via della pandemia da Covid-19, non possiamo svolgere alcuna operazione di soccorso, ma siamo in contatto con Italia e Malta”.
Domenica 12 aprile l’imbarcazione era segnalata in acque maltesi, sempre secondo il rapporto di Alarm Phone che subito dopo ha perso il contatto con il natante. Solo la sera di lunedì, dopo “36 ore di assenza di contatti”, le autorità  italiana e maltese hanno organizzato una sorveglianza aerea individuando l’imbarcazione in acque maltesi. E martedì scorso Malta ha inviato un servizio di soccorso, precisando però di “non poter fornire un porto sicuro”. Alarm Phone ha “continuato a contattare le autorità  militari di Malta durante il giorno per verificare che fossero iniziate le operazioni di soccorso”.
E’ stato il cargo ‘Ivan’ a intercettare l’imbarcazione in avaria ma “Malta ha ordinato di restare sul posto e limitarsi a tenere sotto controllo il natante in difficoltà  fino all’arrivo dei soccorsi. Date le condizioni avverse del mare, Ivan non è stato in grado di prestare soccorso, oltre al fatto che Malta aveva ordinato di non farlo”, “sorvegliando la zona con gli aerei”, si legge nel rapporto di Alarm Phone.
Secondo le testimonianze raccolte dai migranti a bordo, “tre persone si sono gettate in mare per raggiungere Ivan e sono annegate. Altre quattro si sono buttate in acqua per la disperazione”. “Abbiamo anche cercato di attirare l’attenzione degli aerei, sollevando tra le braccia un bambino che era con noi — racconta chi era a bordo — Dall’aereo ci hanno visto sicuro, perchè ci hanno risposto con una luce rossa. Dopo, un’altra barca è arrivata e ci ha preso a bordo”.
Si trattava di un peschereccio e di un’altra imbarcazione non identificata. Hanno preso “a bordo i migranti, sotto il coordinamento delle forze aeree maltesi. A Ivan è stato ordinato di lasciare la zona”.
Martedì sera le autorità  di Malta hanno comunicato ad Alarm Phone che “non avevano casi di persone soccorse, senza fornire informazioni su che fine avesse fatto l’imbarcazione avvistata”. Ieri Alarm Phone ha saputo che “56 persone erano state rimpatriate in Libia a bordo di un peschereccio. Tra loro i corpi di 5 persone morte per sete e fame durante il viaggio. Sette persone mancano ancora all’appello. Secondo i sopravvissuti, l’equipaggio del peschereccio ha fatto loro credere che li avrebbero portati in Europa. Invece li hanno riportati in Libia”. E solo ieri pomeriggio “le autorità  maltesi hanno ammesso pubblicamente di aver coordinato le operazioni”.
Del caso, scrive ancora Alarm Phone, erano informate le autorità  europee “da 6 giorni” perchè Frontex aveva avvistato il natante il 10 aprile scorso. E da allora “Malta, Italia e tutti gli Stati europei che hanno missioni nel Mediterraneo centrale erano a conoscenza della situazione”. Nonostante ciò “non sono intervenuti ad assistere persone in difficoltà  per quasi 72 ore di agonia in mare, in violazione della diritto internazionale del mare”.

(da “Huffingtonpost”)

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IL FALLIMENTO DEI NAVIGATOR E DEL REDDITO DI CITTADINANZA

Aprile 16th, 2020 Riccardo Fucile

MANCANO I BRACCIANTI AGRICOLI MENTRE UN MILIONE DI FAMIGLIE PERCEPISCE IL REDDITO DI CITTADINANZA: E’ COSI’ DIFFICILE FAR ALZARE QUALCUNO DAL DIVANO?

La “riforma dei centri per l’impiego”, parte essenziale del reddito di cittadinanza, non è mai decollata: i Navigator non hanno inciso e sono stati colpiti gli unici soggetti efficienti, le Agenzie per il lavoro.
Il reddito di cittadinanza è stata una delle riforme chiave del primo Governo Conte. Al di là  delle valutazioni strettamente politiche su questa misura, è arrivato il momento di fare un bilancio sui risvolti occupazionali dell’intervento, che doveva costituire, almeno per una parte dei beneficiari del reddito, un “ponte” verso il rientro nel mercato del lavoro.
Questo ponte non è mai stato costruito e, a ben vedere, sono stati fatti dei passi indietro rispetto alla situazione precedente.
La “riforma dei Centri per l’Impiego”, che avrebbero dovuto essere rivoluzionati da un’App venuta dal Mississipi, portata in dote dal nuovo Presidente dell’Anpal Mimmo Parisi, non è mai stata nemmeno avviata.
Nessuna norma, nessun intervento organizzativo hanno modificato il sistema di funzionamento di queste strutture, a parte una sola, discutibile, misura: l’inserimento dei Navigator, una figura dai compiti poco chiari, il cui passaggio è stato a dir poco ininfluente (non si conosce un solo caso in cui i Navigator hanno inciso, almeno in parte, all’interno di un centro per l’impiego).
Figura che ha ingenerato anche un clamoroso paradosso: i Navigator sono stati “assunti” con il contratto di collaborazione coordinata e continuativa, di durata biennale.
E’ stato chiesto a questi ragazzi di cercare lavoro agli altri, ma il massimo che è stato offerto loro è stato un contratto precario.
Un altro fallimento riguarda l’App che avrebbe dovuto miracolosamente far decollare i Centri per l’Impiego. Tale App non è stata introdotta e, a dirla tutta, forse questa non è una cattiva notizia: basta fare un giro sul web per trovare decine di sistemi di questo tipo, già  pienamente funzionanti, che sono gestiti da imprese private.
La creazione di un software pubblico avrebbe ingenerato costi aggiuntivi senza alcun reale beneficio per il mercato.
In questo scenario di mancate riforme, l’unica gamba del mercato del lavoro che erogava servizi efficienti alle imprese e ai lavoratori, le agenzie private per il lavoro, è stata colpita da provvedimenti durissimi (il Decreto dignità ) e non è stata coinvolta nella gestione dei servizi per l’impiego, nonostante esistano sul territorio esperienze di successo fondate sulla collaborazione virtuosa tra pubblico e privatoInsomma, sono clamorosamente fallite le “norme anti-divano”, quelle disposizioni che avrebbero dovuto imporre ai percettori del reddito di cittadinanza la ricerca attiva di un’occupazione.
Circostanza confermata in maniera efficace dalla notizia che l’agricoltura rischia di subire un blocco produttivo per carenza di braccianti, proprio quando i dati INPS raccontano che il numero di nuclei familiari che percepiscono reddito o pensione di cittadinanza si aggira intorno al milione.
Possibile che i due fenomeni non siano del tutto collegati (non è detto che ci percepisce il reddito sia in grado di fare il bracciante), ma una domanda “nasce spontanea”: era proprio impossibile tentare di far alzare qualcuno dal divano e proporre il lavoro stagionale?

(da agenzie)

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DAL BARCONE AL LAVORO NELLA CASA DI RIPOSO: “IL MIO CONTRIBUTO AL PAESE CHE MI HA ACCOLTA”

Aprile 16th, 2020 Riccardo Fucile

SHERIKAT, 26 ANNI, NATA IN NIGERIA, SI E’ ISCRITTA A UNA SCUOLA PER INFERMIERI E ORA PRESTA SERVIZIO COME OPERATIRCE SOCIO-SANITARIA

E’ arrivata a Taranto con un barcone carico di profughi nel dicembre 2015. Era partita dalla Libia, dopo settimane di attesa.
Oggi Sherikat è operatrice socio sanitaria nella casa di riposo del Comune di Milano in via Famagosta. Lì, in prima linea, dove gli anziani soffrono e perdono la vita per il coronavirus. Anche in questa struttura ci sono state vittime, anche se al momento non è nella lista di quelle messe sotto la lente di ingrandimento della procura.
La sua è una storia di normale integrazione, visto che Sherikat, da quando è arrivata in Italia, è riuscita ad avere il riconoscimento della protezione internazionale per motivi umanitari.
Dopo questo passaggio, si è iscritta a una scuola per infermieri e ha partecipato a un concorso per entrare subito a lavorare nelle Residenze sanitarie assistite pubbliche (Rsa). “Ogni giorno mi vesto con la tuta, indosso la mascherina e la visiera e vado in corsia – racconta in uno splendido italiano la ragazza che ha 26 anni ed è nata in Nigeria – Certo, questo è un molto momento difficile per l’Italia e per le persone anziane, ma io sono contenta di dare il mio contributo al Paese che mi ha accolto quando avevo bisogno. Mi piace il mio lavoro, sto bene con le persone avanti con gli anni”.
Sherikat abitava inizialmente in un centro d’accoglienza per migranti a Lonate. Dopo i decreti sicurezza è uscita e dall’ottobre scorso è ospite dela famiglia di un avvvocato che si occupa spesso di diritto delle migrazioni, Alberto Guariso.
“Anche per noi è una bella esperienza e vediamo che Sherikat è molto impegnata nel suo lavoro. Fa turni di molte ore consecutive ma non demorde, anche se sicuramente è sotto stress come tutti quelli che lavorano nelle Rsa”, dice Guariso.
Sherikat racconta che nella struttura dove lavora ci sono 285 anziani: “Tutti abbiamo paura in questi giorni con le notizie che ci sono. Abbiamo colleghi che si sono ammalati, il personale oggi è molto ridotto, si lavora come in trincea. Gli anziani sanno quello che succede fuori, hanno paura anche loro, ma soprattutto sono preoccupati per i loro parenti che non vedono da diverse settimane. Noi li facciamo parlare con i figli attraverso le videochiamate, cerchiamo di tranquillizzarli, ma certo sono giorni di grande angoscia per tutti”.
Lei comunque non si tira indietro: ogni giorno va al lavoro, si mette tutte le protezioni e la sera le toglie per tornare a casa. Al viaggio in barcone per arrivare in Italia cerca di non pensare più: “E’ lontano nel tempo, anche se quel ricordo mi fa sempre soffrire. Ma oggi penso di più alla mia famiglia che è in Nigeria: non li sento da molti mesi e non so come sta andando lì l’epidemia. Spero stiano tutti bene, mentre io sono qui ad aiutare i parenti di altre persone. Spero che questo sacrificio serva per costruirmi un futuro in questa città  che ora sento come casa mia”

(da “La Repubblica”)

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SCHIZOFRENIA DI UN GOVERNATORE

Aprile 16th, 2020 Riccardo Fucile

FONTANA VUOLE RIAPRIRE TUTTO PERCHE’ HA PAURA DI PERDERE CONSENSI

Riaprire!, No, chiudere!, Riaprire, no, chiudere, oggi sì, domani no, domani boh.
Il caso del presidente della Lombardia Attilio Fontana — risoluto e tetragono a corrente alternata — ha già  tutte le caratteristiche per essere studiato domani nelle facoltà  di politologia, quando questi giorni folli saranno finiti, come un mirabile esempio di auto-dissipazione.
Una sorta di Dottor Jeckyll e Mister Hide ai tempi del Covid, un suicidio amministrativo a mezzo ordinanza.   In questa tormentata vicenda la politica ovviamente non c’entra nulla, la tenuta psicofisica e la lucidità  probabilmente sì. Il virus ha fatto cadere ogni distinzione tra destra e sinistra nelle politiche di contrasto, tendendo alte quelle tra buonsenso e follia, tra isteria e calma.
Al contrario del suo collega Luca Zaia, che pure è uomo del Carroccio come lui, Fontana non ne ha azzeccata una.
Zaia, miglior espressione di una storica anima del leghismo, quella pragmatica (che ha sempre convissuto con quella ideologica), proprio in nome di questa tradizione di efficienza amministrativa, ha preso una strada e non l’ha più mollata: test e tamponi, monitoraggio e tracciatura. Da due mesi sta tenendo questa rotta, con coerenza quasi ossessiva. Si può criticarlo — forse — ma non certo rimproverarlo sulla linearità  e la consequenzialità  delle sue scelte.
E poi il governatore del Veneto ha maturato una idea, coltivata nel tempo, costruendo le condizioni per poterla attuare: riaprire in sicurezza.
Non bisogna dimenticare che proprio in Veneto — esattamente come in Lombardia — era stata proclamata la prima zona rossa d’Italia. Poi i destini — di sicuro anche per altri fattori — si sono separati e la forza nei numeri si è fatta tirannica nei suoi verdetti: il tasso di mortalità  del virus in Lombardia oggi è del 18 per cento, quello del Veneto è del 6.1 per cento, uno dei più bassi, il quintultimo in Italia (in condizioni migliori ci sono solo Molise, Lazio, Basilicata e Umbria).
Quindi la Lombardia oggi produce le cifre più preoccupanti nella spettrografia pandemica, sia in numeri assoluti che in percentuale, sia per numero di contagi che per numero di morti assoluti, sia per tasso percentuale di mortalità . Quindi il tema è che Zaia non solo ha preso una linea coerente, ma ha costruito anche le condizioni per poterla attuare. Fontana — invece — da mesi continua a procedere a zig zag con clamorose capriole che hanno creato disorientamento, sopratutto in chi gli sta vicino: improvvisa di ora in ora.
Solo martedì scorso (non un anno, ma due giorni fa!) il governatore della Lombardia nella sua regione aveva azzerato la cauta disposizione del governo sulla riapertura delle librerie. Troppi rischi di contagio, aveva detto Fontana, troppi potenziali contatti, e le serrande erano rimaste abbassate per 10 milioni di italiani.
Chiunque può giudicare come in due giorni non sia cambiato assolutamente nulla, dal punto di vista dei numeri del contagio. E che quindi è davvero incredibile che la stessa giunta secondo cui non c’erano le condizioni per gestire la riapertura (sia pure in esercizi “a traffico ridotto”), difficilmente potrebbe sostenere l’idea di “riaprire tutto”.
Tuttavia è esattamente questo il punto: Fontana adesso dice che vuole riaccendere tutte le attività , comprese quelle industriali, in sole due settimane, esattamente come fino a 48ore fa voleva chiudere ogni cosa in nome della riduzione del contagio. Fontana ha rimproverato al governo di non aver chiuso la famosa zona rossa di Bergamo, ma ha platealmente ignorato che il governo, da una settimana, lo invitava a procedere in autonomia se ne ravvisava gli estremi. La chiusura della Lombardia — come è noto — alla fine è stata decisa, sempre dal governo, con un provvedimento deciso a livello centrale.
Mentre faceva queste pressioni sul governo nazionale perchè altri prendessero le decisioni che lui non aveva il coraggio di prendere (avrebbe voluto dire mettersi contro gli imprenditori e la Confindustria regionale), tuttavia, la Lombardia teneva un atteggiamento del tutto divergente nella sua gestione dell’emergenza soprattutto sul piano sanitario, con le direttive che qui su TPI abbiamo documentato con carte e documenti, che sono diventati l’origine di veri e propri disastri (a partire dalla gestione dell’ospedale di Alzano Lombardo).
La Lombardia cercava grandi successi di immagine di sapore “autonomista”, e per fare questo, dopo tanti scivoloni, ha provato a cavalcare la vicenda dell’ospedale della Fiera cercandolo di trasformare “nell’ospedale dei lombardi”, un successo “dei lombardi”, l’ospedale “che ci paghiamo noi con i soldi nostri”, proprio mentre lo allestivano con i respiratori messi a disposizione (come era giusto) dal governo, e richiesti personalmente da Guido Bertolaso, poco prima di ammalarsi, al ministro Boccia.
Nelle stesse ore un terzo di tutti i respiratori acquistati dallo Stato italiano (come era giusto) venivano destinati in Lombardia, suscitando anche i malumori degli altri governatori. E nelle stesse ore, voli di medici e infermieri volontari — organizzati da governo e Protezione Civile — arrivavano in Lombardia per sostenere gli ospedali più colpiti.
Nonostante questo, da Fontana, proprio mentre con una mano chiudeva e otteneva, con l’altra arrivavano proteste e invettive “contro Roma”. Anche in questo caso, la differenza con Zaia era abissale: il governatore del Veneto non ha mai fatto lagne, mai creato polemiche artificiose, e anche quando aveva posizioni diverse (come è legittimo) da quelle del governo centrale, il massimo della polemicità  che si è consentito è stata “Non è questo il momento di fare polemiche” (come ha risposto in una   intervista a #CartaBianca solo dieci giorni fa).
Il punto adesso è: anche chi da tempo sostiene l’ipotesi di una “fase 2 intelligente” da applicare nei tempi più stretti possibili, non può non domandarsi come si possa passare dall’idea di una “chiusura totale” a quella di una “riapertura totale” in sole 24 ore, e per giunta proprio nella regione più contaminata d’Italia.
La spiegazione è molto semplice: i timori per il consenso in Lombardia stanno determinando le scelte sanitarie della giunta. Mentre, casomai — come nel caso del Veneto — dovrebbe essere esattamente il contrario: solo azzeccando le mosse giuste si può sperare, legittimamente, di costruire consenso.
Ma Fontana in questo momento ha avvertito le pressioni (comprensibili) dei settori produttivi, ha registrato le dinamiche della Confindustria (dove Licia Mattioli, la sfidante del candidato “lombardo” Bonomi, è una aprituttista convinta), si è accorto che il movimento delle “riaperture spontanee” (con i nulla osta, senza veri permessi e con gli escamotages più disparati) abbia preso piede sul suo territorio, in modo diffuso, nelle piccole imprese e negli esercizi, sostenuto dalla forza della disperazione.
Il governatore ha capito — in una parola — di non essere più in sintonia con il suo popolo, e — al contrario — che la linea “ideologica” del chiudere tutto, era invisa ai suoi stessi elettori.
Così, mentre fino a ieri cercava consenso con la paura, presentandosi come il campione dei “chiudituttisti” e costruendo la sua polemica contro Roma, all’insegna di un rigore securitario, adesso Fontana ribalta tutto, cambia linea e diventa disinvoltamente “aprituttista”, con l’idea di recuperare il consenso che stava perdendo. È una scelta disperata, che non può invertire la tendenza: nel breve o nel lungo periodo, infatti, qualcuno si presenterà  alla cassa a chiedere il conto.
E in tempi di follia — come sappiamo — l’unica moneta che paga sempre è la coerenza.

(da TPI)

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LOMBARDIA: LA REGIONE IN CUI L’ASSESSORE DICE CHE C’E’ TROPPA GENTE IN GIRO E IL PRESIDENTE VUOLE RIAPRIRE TUTTO

Aprile 16th, 2020 Riccardo Fucile

LA DIMOSTRAZIONE CHE IN ITALIA LA SITUAZIONE E’ DISPERATA MA NON SERIA

Allora sentite questa: c’è un assessore che durante l’emergenza Coronavirus SARS-COV-2 e COVID-19 dice che c’è troppa gente in giro nella sua regione e quindi così non si può andare avanti, signora mia.
Un paio di giorni dopo il suo presidente di Regione — casualmente nel giorno in cui gli uffici vengono perquisiti dalla Guardia di Finanza nell’ambito di un’indagine che riguarda le loro delibere — annuncia che vuole riaprire un po’ tutto. Rischiando quindi di vedere più gente in giro.
Riuscite a indovinare quale sia la regione in questione? E perchè proprio la Lombardia?
Forse perchè l’assessore al Welfare Giulio Gallera in realtà  non è che volesse prendersela con la gente in giro ma piuttosto regalare un colpevole diverso dal Pirellone: “Ho sentito anche sui social la giusta rabbia di qualcuno che dice: a Milano c’è ancora troppa gente che si muove. Avete perfettamente ragione”, dice, “richiamiamo tutti a stare in casa e rispettare le regole, ma come dicono tanti cittadini c’è ancora troppa gente, e questo crea molta esasperazione in chi invece la quarantena la rispetta in maniera corretta”.
Ma poi, come potete ascoltare dal video, Gallera dice che i controlli spettano alle prefetture (cioè al ministero dell’Interno e quindi al governo centrale) e alle polizie locali (ovvero ai comuni).
Quindi in realtà  non è che Gallera volesse richiamare i cittadini, quanto prendersela con Conte e con Sala. E però gli è andata malissimo, visto che in realtà  i grafici sugli spostamenti ottenuti dai cellulari dimostrano l’esatto contrario, soprattutto per Milano.
Ma il punto non è tanto questo. Il punto è che mentre l’assessore richiamava i lombardi, il presidente annunciava di voler riaprire nel suo territorio dal 4 maggio, seguendo la regola delle 4D (distanziamento, dispositivi, digitalizzazione e diagnosi).
Il presidente della Regione Attilio Fontana l’ha detto in un video sui social, sottolineando che la chiave sono le “quattro D”. E ha precisato: “Distanza (almeno un metro di sicurezza tra le persone); Dispositivi (obbligo di utilizzare le protezione per tutti); Digitalizzazione (smart working obbligatorio per tutti coloro che possono) e Diagnosi (test sierologici, grazie alla ricerca del San Matteo di Pavia)”.
Questo porterà  di sicuro ad avere più gente in giro. E a quel punto Gallera e Fontana se la prenderanno di nuovo con i comuni e con il governo.
A dimostrazione del fatto che in Italia la situazione è disperata, ma non seria.

(da “NextQuotidiano”)

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LE MAIL DEI MEDICI PERSE E I MALATI DIMESSI SENZA TAMPONE IN PIEMONTE

Aprile 16th, 2020 Riccardo Fucile

LA PROCURA DI IVREA HA APERTO UN FASCICOLO

Una serie di esposti a Ivrea puntano il dito sulla gestione dell’emergenza Coronavirus da parte della Regione Piemonte.
Uno in particolare, di Cgil, Cisl e Uil in cui si denuncia l’assenza, all’inizio dell’emergenza, dei dispositivi di protezione individuali per i sanitari.
In particolare, scrive oggi La Stampa, il personale sarebbe stato costretto a usare mascherine di cotone, a lavarle a casa propria e a riutilizzarle il giorno dopo. Il punto nodale dell’atto esaminato dai Nas riguarda i tamponi: l’ospedale avrebbe dimesso numerosi pazienti senza sottoporli ai test.
Pazienti che sarebbero stati trasferiti nelle Rsa dando vita a contagi. L’altroieri   il presidente del Comitato tecnico scientifico regionale, Roberto Testi, ha dichiarato che decine di comunicazioni via email, inviate dai medici di famiglia al Servizio di igiene e sanità  pubblica dell’Asl unica di Torino in cui si richiedevano tamponi per pazienti sintomatici, “sono andate perse”, come denunciato dagli stessi medici di famiglia.
In sostanza, l’email del Servizio d’igiene a cui arrivano le segnalazioni di cittadini vittime del Covid-19 si sarebbe bloccata per il numero “eccessivo”(fino a 500 al giorno) di messaggi ricevuti. Ciò che non si spiega, è come mai il Servizio d’igiene abbia temporeggiato a segnalare il problema.
Oggi La Stampa racconta l’inchiesta della procura di Ivrea:
Qui, ieri pomeriggio, i Nas hanno fatto un blitz, perlustrando locali ed acquisendo documenti. Il fascicolo — al momento un modello 45, senza indagati — è stato aperto dal procuratore Giuseppe Ferrando. Sulla sua scrivania è arrivata un’informativa mandata in procura dai carabinieri di Settimo, che contiene una lettera inviata il 6 aprile dalla sindaca Elena Piastra a Asl To4, Sapa (che amministra l’ospedale), Regione e Prefetto. Nella missiva Piastra denuncia: «Moltissimi cittadini continuano a rivolgersi al Comune per la mancata conoscenza delle situazioni relative ai degenti». La sindaca — che non ha mai ricevuto risposta — chiede «con la massima urgenza» di conoscere il numero dei contagiati tra pazienti e lavoratori.
Ma c’è anche altro. La dottoressa Angela Tibo, a nome di tutti i colleghi dell’equipe 4 del distretto 1 di Torino, ha detto oggi al quotidiano di Torino che «Dal 9 marzo su 113 segnalazioni fatte dalla mia equipe ne sono state inserite appena 11, di cui due perchè le persone sono poi andate al pronto soccorso. Praticamente è dal 9 marzo che il sistema non funziona. È una situazione vergognosa».
«Ho iniziato a mandare le prime segnalazioni per posta elettronica il 9 marzo ma nessuno dei miei pazienti ha mai avuto un riscontro», racconta la dottoressa. Le indicazioni della Regione prevedevano che i medici di base segnalassero per telefono e poi per mail tutti i pazienti presunti Covid-19. A seguito delle segnalazioni sarebbero dovuti partire i controlli e i dati sarebbero dovuti essere visibili sul portale creato dalla Regione. Ma la comunicazione si è inceppata subito. Anzi, non è mai partita. E solo chi è andato in pronto soccorso risulta monitorato. La falla è stata ammessa da Roberto Testi, responsabile Medicina legale dell’Asl di Torino, dalla quale dipende il Sisp, e a capo del comitato tecnico-scientifico della Regione.
Impossibile calcolare le comunicazioni andate perse. Nel caso dell’equipe 4, 102 su 113. Se i pazienti presunti positivi non figurano sul portale vuol dire che ufficialmente non sono in quarantena e non possono nemmeno ricevere il certificato che attesti la fine dell’isolamento, oltre a sparire dai conteggi. Ma anche che se vengono fermati non si possono applicare le sanzioni penali previste perchè non risultano sospetti.
Dalla fine della settimana scorsa è cambiato il sistema e i medici di base possono inserire direttamente sul portale i nominativi. In teoria. «Abbiamo la possibilità  di farlo ma solo quando funziona il servizio. Per due pomeriggi di seguito (martedì e ieri, ndr) non funzionava».

(da agenzie)

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L’ITALIA NON PUO’ PERMETTERSI DI ESSERE “NO MES”, SI RISCHIA IL DEFAULT

Aprile 16th, 2020 Riccardo Fucile

UN DINIEGO MARCHIEREBBE IL PAESE COME “INAFFIDABILE” AGLI OCCHI DEI MERCATI

Il dibattito “Mes si, Mes no” è una questione economica travestita da battibecco politico. E se su questo nodo il governo si salverà  o traballerà , non sarà  per le fibrillazioni della sua maggioranza ma per le conseguenze economiche della scelta che Giuseppe Conte farà  al Consiglio europeo del 23 aprile prossimo.
Il Consiglio, chiamato a ratificare il faticoso compromesso raggiunto dai ministri finanziari dell’Eurogruppo sul Meccanismo europeo di Stabilità , oltre che sul complesso degli aiuti per l’emergenza sanitaria, ha carattere informale ma nella realtà  è destinato a segnare uno spartiacque nello scenario economico finanziario.
Nei mercati circola la voce che i grandi fondi di investimento internazionali, a cominciare da Blackrock, in Italia da sempre molto presente, abbiano rallentato negli ultimi giorni gli acquisti di Btp proprio in attesa che si sciolga a Roma il nodo della posizione da tenere sulla questione del Mes.
Le conseguenze si sono viste nell’andamento dello spread che nella giornata di ieri è arrivato a superare quota 240 punti, nonostante i massicci interventi in acquisto della Bce. Nell’ultima settimana il divario di rendimento tra Btp e Bund tedeschi si è allargato pericolosamente di oltre 60 punti facendo squillare l’allarme.
Finora il governo si è ispirato allo slogan “No Mes, si Eurobond”. Ma dal punto di vista degli investitori il via libera (magari con qualche ritocco, non è questo il punto) dell’Italia dell’accordo raggiunto in sede Eurogruppo è cruciale perchè significherebbe che Roma resta dentro il perimetro delle logiche negoziali europee, depone la spada che nelle condizioni in cui si trova non può permettersi di sfoderare e si riserva di attingere ai fondi del Mes per quanto le spetta, ovvero 36 miliardi.
L’ok italiano all’accordo in altre parole è come una patente di buona condotta che riaprirebbe il rubinetto degli acquisti da parte degli investitori internazionali.
E non a caso la maggior parte degli osservatori, ultima in ordine di tempo Lucrezia Reichlin sul Corriere della Sera di oggi, suggerisce al premier di cercare di spuntare condizioni migliori di accesso ai prestiti del Mes, in particolare la linea di credito speciale approntata per finanziare la spesa sanitaria, senza sprecare l’occasione di aggiungere altri miliardi ai capitali necessari per affrontare questa crisi epocale.
Viceversa un no dell’Italia al compromesso raggiunto dall’Eurogruppo, con il contributo tra l’altro del ministro Gualtieri, marchierebbe il Paese con lo stigma dell’inaffidabilità , lo dipingerebbe come succube delle forze nazionali e populiste e rafforzerebbe in seno all’Eurozona il partito dei falchi attivo soprattutto nei paesi nordici.
Secondo gli economisti sarebbe il primo anello di una catena di conseguenze pericolose.
Innanzitutto le agenzie di rating potrebbero rompere il clemente silenzio degli ultimi mesi per fare assaggiare ai gestori del terzo debito più alto al mondo l’amaro sapore della sfiducia internazionale.
Fino a quando e fino a che punto poi la Bce sarebbe disposta a tappare i buchi aperti dai mancati acquisti degli investitori internazionali?
Quest’anno da Francoforte pioveranno sul mercato dei titoli di Stato italiani 240 miliardi di euro.
Si tratta di una specie di anestetico che copre le scelte del governo anche quelle sbagliate.
Ma a fine dicembre il Consiglio della Eurobanca dovrà  decidere se rinnovare, chiudere o ridurre il programma di acquisti lanciato per comprimere gli spread.
Che atteggiamento avranno la Bundesbank, la Banca centrale olandese, quella austriaca e quella finlandese?
Domanda non banale, perchè un   loro irrigidimento potrebbe proiettare sul Paese l’ombra del default.
(da “Huffingtonpost”)

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SALVINI DICE LA MAGISTRATURA NON DEVE INDAGARE SULLE STRAGI DI ANZIANI NELLA RSA: “VOGLIAMO ALMENO ASPETTARE CHE FINISCA L’EPIDEMIA E CHE MEDICI E PAZIENTI ABBIANO FINITO DI MORIRE?”

Aprile 16th, 2020 Riccardo Fucile

INSOMMA, FINCHE’ NE RESTA UNO VIVO NON SI INDAGA, CAPITO… QUANDO LA LEGA CON UN EMENDAMENTO VOLEVA GARANTIRE L’IMMUNITA’ A DIRIGENTI SANITARI (DI NOMINA POLITICA) MA NON A MEDICI E INFERMIERI

Da qualche giorno, fateci caso, la pagina facebook della Lega — Salvini premier è piuttosto nervosa per quello che accade in Lombardia, dove un’indagine della procura di Milano cerca di capire cosa è successo al Pio Albergo Trivulzio e nelle altre RSA del territorio dopo la strage di anziani di questi mesi e la delibera della Regione Lombardia che permetteva di portare i malati di COVID-19 in via di guarigione (ma ancora infettivi) nelle case di riposo
Ma oggi a spiegare la raffinatissima tecnica di Salvini sulla questione RSA è lo stesso Capitano in questo intervento a RTL che vale la pena di ascoltare: “Faccio questo appello in tutta Italia, perchè ho letto di perquisizioni in tutte le regioni italiane: possiamo almeno aspettare che l’epidemia sia finita, che i medici abbiano finito di morire e che i pazienti abbiano finito di morire?”.
Ora, ad occhio, visto che ci sono ancora pazienti e medici in vita nelle case di riposo così come negli ospedali, l’appello di Salvini, preso letteralmente rischia di far pensare che lui non voglia che intervenga la magistratura che così potrebbe salvare qualcuno.
Fuor di metafora, e a parte le espressioni infelici del Capitano, non c’è nessuno che collega il curioso emendamento della Lega con cui si voleva assicurare una specie di immunità  a dirigenti e funzionari (non a medici e infermieri) presentato proprio dalla Lega con primo firmatario Salvini?

(da “NextQuotidiano”)

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IL CONSIGLIERE REGIONALE DELLA LEGA CHE IN PIEMONTE SI INTESTA LE MASCHERINE CHE VERRANNO DISTRIBUITE GRATIS DALLA REGIONE PIEMONTE GRAZIE A DONAZIONI PRIVATE

Aprile 16th, 2020 Riccardo Fucile

“NE DISTRIBUIREMO 5 MILIONI GRATUITAMENTE” NEL VOLANTINO CON IL SIMBOLO DELLA LEGA… INDECENTE PROPAGANDA DI PARTITO

Qualche giorno fa abbiamo parlato delle mascherine con il simbolo di Fratelli d’Italia a Gaeta e anche delle scuse arrivate dal partito di zona.
Oggi sulla bacheca del consigliere regionale eletto con la Lega in Piemonte Matteo Gagliasso e in altre si nota il simbolo del Carroccio dietro l’annuncio dei cinque milioni di mascherine che verranno distribuite gratuitamente casa per casa e acquistate dall’ente da tre aziende piemontesi grazie alle donazioni.
I volantini e il messaggio del consigliere tra l’altro indicano il 4 maggio come data dell’entrata in vigore dell’obbligatorietà  dell’uso dei dispositivi. Una scadenza che però non è mai stata confermata dalla Regione e dallo stesso Cirio, che insiste nel ripetere che le «le mascherine saranno obbligatorie solo quando tutti le avranno a disposizione».
E sulle date di consegna al momento non c’è alcuna certezza.
«Se i soldi provenienti dalle donazioni alla Regione verranno impiegati in mascherine da distribuire a tutti i cittadini, perchè la Lega fa volantini online in cui rivendica la donazione?» attaccano Paolo Furia e Maria Peano, segretario e responsabile sanità  dei Democratici piemontesi.
«Troviamo davvero indecente che le mascherine acquistate grazie alle donazioni di associazioni, privati cittadini, imprenditori e anche esponenti politici (di ogni colore) possano essere oggetto di una propaganda di partito», aggiungono, chiedendo che il presidente Cirio disponga l’immediato ritiro dei volantini, ritenuti «una presa in giro nei confronti dei cittadini».

(da agenzie)

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