Aprile 28th, 2020 Riccardo Fucile
MATTEO BASSETTI, PRIMARIO DI SAN MARTINO, SPONSOR SULLA SANIFICAZIONE DELL’ALBERGO: “HO LA MIA POPOLARITA’ E NE FACCIO QUELLO CHE VOGLIO. LO FANNO I CALCIATORI CON LE PIZZERIE, LO POSSO FARE IO CHE SONO DOCENTE UNIVERSITARIO
Città vuote, autocertificazioni da collezione, persino infettivologi testimonial. 
Cose che capitano, nel mondo capovolto ai tempi del Covid. È anche così, del resto, in un’Italia dove le conferenze stampa governative animano i sabati sera e le certezze scarseggiano, che si spiega la nuova polemica che ha coinvolto in questi giorni il primario di Malattie Infettive del San Martino di Genova, Matteo Bassetti, tra i medici in prima fila ( in corsia, come in tv) sin dall’inizio dell’emergenza coronavirus.
Ospite fisso nei talk show del momento, molto seguito e talvolta discusso sui social, da qualche giorno il suo volto compare in bella mostra sul certificato di sanificazione che un albergo cittadino, il Rex Residence di Albaro, espone su vetrate d’ingresso e siti web.
Quasi un “marchio di qualità “, — “certificato rilasciato secondo le direttive del professor Bassetti”, recita il documento — che ha creato più di un mal di pancia in città . Ma che ha pure una sua spiegazione, anche più semplice del previsto.
Oggetto di critiche e segnalazioni di colleghi medici («sfrutta il momento per farsi pubblicità », l’accusa più gentile) e non solo (a protestare anche le aziende concorrenti di quella coinvolta nella sanificazione nell’hotel), a far capire di più è infatti la stessa titolare del Rex, Maria Chiara Milano Vieusseux, che di Bassetti — sorpresa — è anche e soprattutto la moglie.
« Il nostro settore è in ginocchio, ho perso il 90 per cento del fatturato in due mesi, e io devo preoccuparmi degli invidiosi? Rendere sicure le nostre stanze costa un sacco di soldi, — è la spiegazione — che almeno mi si lasci usare il volto di mio marito, già che ce l’ho in casa, per rendere più visibile il lavoro di sanificazione ».
« Inopportuno? Ma perchè mai, ho la mia popolarità e ne faccio quello che voglio — è la risposta dello stesso Bassetti —. Lo fanno i calciatori con le pizzerie, lo posso fare io che sono professore universitario».
(da “La Repubblica”)
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Aprile 28th, 2020 Riccardo Fucile
“SE IN PRIGIONE NON SI PUO’ ESSERE CURATI, SI DEVE USCIRE; LA COSTITUZIONE IMPEDISCE LA DISUMANITA’. C’E’ ANCHE LA GRAZIA”
“Nessuna isteria, nessuna emotività ma princìpi che vanno applicati nei confronti di tutti”. Nei giorni del coronavirus succede anche questo: Pasquale Zagaria, super boss della Camorra esce dal carcere per motivi di salute, a casa pure il capomafia di Palermo, Francesco Bonura.
Su questo tema ascoltiamo il parere di Franco Coppi, professore emerito di diritto penale, nonchè illustre avvocato di imputati come Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi.
“Per me – continua – lo Stato forte si dimostra tale nell’amministrare la giustizia con equanimità e senza lasciarsi condizionare dalla isteria del momento. Ripeto, ci sono dei princìpi che vanno applicati nei confronti di tutti”.
Professore Coppi, dunque ci sono delle regole generali che garantiscono la salute di tutti i detenuti. Ma qui il punto è: è giusto o non è giusto che anche capi della mafia o della camorra usufruiscano di queste garanzie?
Certo che è giusto, non c’è una limitazione sotto questo punto di vista alla eventuale gravità dei reati commessi o meno. E’ un principio di carattere generale. D’altra parte, non deve dimenticare l’articolo 27 della Costituzione che stabilisce che la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso dell’umanità . Ora lasciare in carcere una persona che è affetta da malattia, che nel carcere non può essere curata, e potrebbe portare alla morte, trasformerebbe quella pena in un trattamento disumano. Quindi si deve tener conto di questi princìpi fondamentali. E lo stesso ordinamento penitenziario vuole che vengano rispettati i diritti fondamentali dell’imputato detenuto, e fra i diritti fondamentali c’è il diritto alla salute. Anche se può dispiacere che un boss di quel calibro possa riavere “la libertà ” sta di fatto che la legge è questa e va rispettata nei confronti di tutti
Però il 41 bis prevede che si possa anche fare in un regime ospedaliero. Non a caso c’è una frase presente nell’ordinanza dei giudici di sorveglianza di Sassari, che hanno consentito l’uscita dalla prigione sarda di Zagaria, che ha sollevato polemiche: “Il tribunale ha chiesto al Dap se fosse possibile individuare altra struttura penitenziaria sul territorio nazionale, […], ma non è pervenuto alcuna risposta, neppure interlocutoria”. Dunque, la colpa è del capo del Dap, Francesco Basentini?
Il problema è di verificare se correvano le condizioni per adottare il provvedimento. Se ricorrevano le condizioni, doveva essere adottato il provvedimento e non vedo perchè possano essere affermate responsabilità di questo o di quello.
Nel frattempo il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede si dice pronto a intervenire per correre ai ripari, e Nicola Morra, presidente della Commissione antimafia, rincara la dose: “Stiamo tutti piangendo la morte a Napoli di un agente di polizia morto sul dovere. […] Ma è devastante assistere alla scarcerazione di boss mafiosi contemporaneamente oggi con la morte di agenti di polizia”. Si tratta di una reazione emotiva di un certo tipo di giustizialismo che continua a portare voti e soffia forte nel Paese
Bene, queste sono quelle cose che si possono dire sotto la spinta dell’emozione del momento. Bisogna ragionare a mente fredda. Se anche un boss mafioso sta morendo in carcere perchè lì non ci sono le condizioni per poterlo curare, a quel punto va trasferito in un posto dove essere curato. Comunque la detenzione può essere trasformata in detenzione ai domiciliari per il periodo necessario a che lui recuperi un grado accettabile di salute.
Anche alcuni magistrati, tra cui Nino Di Matteo e Cafiero De Raho, sbottano: “Lo Stato è debole e cede ai ricatti dei mafiosi”.Qualcuno arriva a paventare una pax tacita tra lo Stato e la mafia.
Lo Stato dimostra la sua forza proprio anche nell’amministrare la giustizia con equanimità . Lo Stato non è lì per vendicarsi o per castigare ciecamente. Il suo distacco e la sua distanza dal delinquente sta proprio nel trattare quest’ultimo come essere umano. E in questo sta proprio la grandezza dello Stato. E’ la stessa ragione per la quale non si applica la pena di morte all’assassino: il rispetto per la vita è tale che lo Stato lo tutela perfino nei confronti di chi ha tolto la vita ad altri. Questo è il princìpio.
Così facendo però si reinserisce nel suo ambiente originario un super boss. Non crede che siano necessarie delle misure di sorveglianza e cautela per la tutela della popolazione?
Certo poi il giudice può disporre delle eventuali misure, penso allo stesso braccialetto elettronico che permette di controllare gli spostamenti.
Quando si parla di 41 bis i detenuti sono tutti uguali, o si fanno delle distinzioni fra chi ha commesso crimini sanguinari e chi ha comportamenti meno efferati? Zagaria è uguale a Cutolo?
Il problema è che uno, Zagaria, è affetto da una malattia e da uno stato di salute incompatibile con il regime carcerario rispetto a Cutolo o altri che non si trovano in questa situazione. Ecco per loro i rimedi per porre i termini a una carcerazione che sia particolarmente lunga, rispetto alla quale non ha più una senso una prosecuzione, ci sono. Ad esempio, si potrebbe pensare al rimedio della grazia. Non è scritto da nessuna parte che a un certo momento una persona non possa ottenere una riduzione della pena. O un provvedimento favorevole. Qui, nel caso di Zagaria, stiamo parlando sì di un superboss ma che si trova in uno stato di salute non compatibile con il regime carcerario.
Insomma dopo quaranta anni di carcere anche uno come Raffaele Cutolo, capo della “Nuova Camorra Organizzata”, ha chiuso la partita con lo Stato?
Senta, io con riferimento a casi specifici non mi pronuncio. La pena deve tendere alla rieducazione. Sono dell’idea che nella misura in cui fosse riconosciuto il raggiungimento di questa finalità , la pena non avrebbe più ragione di essere eseguita. Mi rendo conto che sono valutazioni molto difficili, molto delicate, è scritto nella Costituzione che la pena deve tendere a quel risultato. Se lo ha raggiunto, è legittimo chiedersi se ha un senso la prosecuzione della pena.
All’inizio dell’emergenza Covid ci sono state le rivolte carcerarie. Ecco, quale ruolo possono avere avuto? Qualcuno paventò una regia.
Spero che non abbiano avuto nessuna influenza.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 28th, 2020 Riccardo Fucile
IN MEDIA IL 36% DELLO STIPENDIO, CIRCA 472 EURO … LA DECURTAZIONE VA DAL 25% PER LE PROFESSIONI MENO QUALIFICATE AL 45% PER QUELLE DI ELEVATA SPECIALIZZAZIONE
Circa 472 euro, ovvero il 36% dello stipendio medio: questa è la perdita media mensile in busta
paga dei lavoratori italiani che beneficeranno di cassa integrazione, ordinaria e straordinaria, per l’emergenza Coronavirus.
Una perdita che tende a salire più è alta la retribuzione del lavoratore interessato dal trattamento. Si va, dunque, da una decurtazione media del 25% per le professioni non qualificate ad una del 45% per professioni scientifiche e di elevata specializzazione.
I calcoli sono stati forniti nel nuovo studio “Cassa integrazione: quanto ci rimettono i lavoratori” elaborato dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, a partire dai dati Istat — Indagine sulle Forze Lavoro.
Stando ai dati, il quadro risulta molto differenziato anche da un punto di vista territoriale: con un “taglio” medio della busta paga che va dal 37% al Nord (pari a circa 512 euro) al 36% del Centro (469 euro in meno), per arrivare poi al Sud con una perdita pari al 33% (396 euro).
L’analisi conferma dunque la criticità dell’attuale situazione economica, in cui si trovano tanti lavoratori dipendenti che, stando agli ultimi dati Inps diffusi il 27 aprile 2020, sono circa 7,3 milioni.
A farne le spese saranno soprattutto le professioni ad elevata specializzazione (764 euro in meno rispetto alla retribuzione netta di base); figure tecniche (646 euro in meno, pari a una riduzione del 41%); professioni esecutive nel lavoro d’ufficio (428 euro in meno, pari a una riduzione del 33%).
Stando ai dati contenuti nell’indagine, il quadro risulta molto differenziato anche da un punto di vista territoriale, rispecchiando le caratteristiche di una struttura occupazionale che varia nella geografia nazionale.
Con un “taglio” medio della busta paga che va dal 37% al Nord (pari a circa 512 euro) al 36% del Centro (469 euro in meno), per arrivare poi al Sud dove la maggior concentrazione di lavoratori con profili professionali e retributivi medio-bassi porta ad un taglio pari al 33% (396 euro).
L’analisi conferma la criticità dell’attuale situazione economica, in cui si trovano tanti lavoratori dipendenti. Ovvero, stando agli ultimi dati Inps diffusi il 27 aprile 2020, sono circa 7,3 milioni i lavoratori beneficiari di ammortizzatori sociali (Cig e assegno ordinario) che, dopo aver atteso a lungo per avere il sostegno al reddito, finiranno per percepire un assegno di molto inferiore alla propria retribuzione netta.
Si tratta di una decurtazione che interesserà tutti, anche quei redditi da lavoro già bassi, a cui saranno chiesti ulteriori sacrifici e che prevedibilmente non avranno neanche dei risparmi sufficienti per sopperire alle mancate entrate.
A fronte di una spesa importante dello Stato (6,2 mld) per sostenere e supportare i tanti lavoratori italiani colpiti dall’emergenza economica conseguente a quella sanitaria, non va scordato che a questa platea di lavoratori verranno a mancare circa 3,5 miliardi al mese. Insomma, un volume molto importante di risorse.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 28th, 2020 Riccardo Fucile
LA PREOCCUPAZIONE COMUNE DEI VIROLOGI PREGLIASCO, LOPALCO E GALLI
C’è un non detto al fondo delle parole con cui il premier Giuseppe Conte ha presentato il piano d’azione per la fase 2, dietro le raccomandazioni del Comitato tecnico scientifico e le scelte del Governo per gestire la riapertura del Paese dopo il lockdown ed è il timore di una seconda ondata del virus.
L’Organizzazione mondiale della Sanità ha avvertito – “Allentare le restrizioni non rappresenta in nessun Paese la fine dell’epidemia” – e l’Italia sembra aver recepito il messaggio.
Cosa sottendono, per esempio, la decisione del Governo di continuare a limitare gli spostamenti e quella di non riaprire le scuole se non la paura che il Covid19 torni a circolare liberamente, accendendo nuovi focolai da Nord a Sud? Gli scienziati sono stati chiari, il virus non se n’è andato e non lo farà , fino all’arrivo del vaccino bisognerà conviverci e una seconda ondata di infezione e contagi è ipotesi tutt’altro che remota.
“È il nostro timore più grande – sospira il virologo Fabrizio Pregliasco, ricercatore all’Università Statale di Milano – sicuramente ci saranno dei nuovi focolai, il virus proverà a riaccendere i fuochi del contagio. Tutto dipenderà dal nostro comportamento, in questa fase resta fondamentale la responsabilità individuale di ciascuno”.
Meno certezze, invece, sui tempi. L’opinione più diffusa è che la riesplosione possa verificarsi in autunno – in coincidenza con l’arrivo della stagione influenzale – con le temperature più basse e gli spazi di vita più ristretti ad acuire i rischi di diffusione del contagio. Ma non è detto. “In termini teorici potremmo averla anche tra un mese, se prendiamo sotto gamba le misure”, ha detto ieri il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità , Silvio Brusaferro. In estate, con il caldo umido, il virus potrebbe attenuarsi, ma non ci sono evidenze largamente provate. E guardando al passato, alla pandemia precedente, “nel 2009 – ricorda Pregliasco – il virus dell’influenza suina, che aveva provocato effetti decisamente meno pesanti di quelli del Covid19, ebbe un nuovo picco proprio nei mesi estivi”.
Azzardare previsioni lascia il tempo che trova, fa notare l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco. “Il timore di una seconda ondata c’è, il rischio che arrivi è alto, ma l’importante, adesso – scandisce il responsabile del coordinamento regionale emergenze epidemiologiche dell’Agenzia regionale strategica per la salute e il sociale della Regione Puglia – è lavorare per prevenirne gli effetti”. Serve, dunque, un’azione molto forte sul territorio, per individuare e isolare subito i casi, spezzando le catene di contagio e contestualmente individuare strutture con posti dedicati a coloro che si ammaleranno”. Perchè “convivere con il virus – chiude Lopalco – significa accettare di essere infettati”.
Una possibile seconda ondata “è il timore principale” anche per l’infettivologo Massimo Galli. “L’alternativa del diavolo è tenere tutto chiuso per la paura che il Covid19 torni a diffondersi oppure aprire con tutte le precauzioni necessarie, assolutamente indispensabili”, precisa il direttore del dipartimento di malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano.
“La mia preoccupazione è che si finisca col dire: “Mascherina, guanti, distanza di sicurezza e passi lunghi e ben distesi”, perchè non si riesce a fare tutto ciò che si dovrebbe per tenere a bada il virus. Sarebbe molto pericoloso – aggiunge Galli – Bisognerebbe, invece, sfruttare quanto abbiamo a disposizione sul piano diagnostico, penso per esempio ai test rapidi cui sottoporre chi torna al lavoro, per capire quanti hanno avuto contatti col virus e fare il tampone a coloro che risultano positivi. In questo modo, si individua una fetta di persone che circolano con il virus addosso. Insomma, la ripartenza delle persone va seguita. Anche perchè se in un’azienda o in una città riesplode un focolaio si deve richiudere o proclamare nuove zone rosse. Dobbiamo inventarci sistemi specifici per limitare al massimo il rischio dell’esplosione diffusa di nuovi contagi”, anche perchè “se aspettiamo l’infezione zero facciamo in tempo a vedere sprofondare il Paese nell’inedia”.
Quanto ai tempi di arrivo di una possibile seconda ondata “il virus è nuovo, la realtà è nuova, nessuno può avanzare questa previsione. Il virus potrebbe non andarsene proprio. Il punto è non abbassare la guardia.
Ricordando che questo maledetto affare è arrivato da noi dalla Germania per una sola penetrazione e ha fatto quello che ha fatto nel giro di quattro settimane. Significa – conclude Galli – che se noi tutti non saremo disciplinati e il virus riuscirà a liberarsi di nuovo a circolare anche solo per un’altra settimana, ricominceremo daccapo”.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 28th, 2020 Riccardo Fucile
IL TASSO DI CONTAGIO E’ SALITO IN ENTRAMBI I PAESI
Il tasso di contagio da Coronavirus in Germania è tornato a salire dopo l’allentamento delle misure
di lockdown: da marzo, per la prima volta, una persona ne contagia un’altra. Il Robert Koch Institut ha fatto sapere che nel paese sono registrati 156.337 casi di contagio e 5.913 vittime. Esattamente come paventava Angela Merkel nel video in cui spiegava come funziona la curva del contagio.
Nel frattempo anche il tasso di mortalità per la malattia è aumentato di giorno in giorno. Secondo i dati dell’RKI, ieri ha raggiunto il 3,8 per cento, che rimane ben al di sotto di alcuni Paesi vicini come la Francia.
Il governo federale di Berlino e le regioni — che hanno concordato l’allentamento delle restrizioni già attuato — hanno in programma per giovedì nuove consultazioni destinate a preparare la strada a possibili ulteriori revoche delle norme di confinamento. Nuove decisioni in materia potrebbero essere prese il 6 maggio. I decessi risultano 110 in un giorno a un totale di 5.750. Sono inoltre 114.500 i pazienti guariti, con un aumento di 2.500 circa rispetto al precedente rilevamento.
Lothar Wieler, direttore del Robert Koch Institute, ha fatto un appello ai suoi connazionali: “Non vogliamo che il numero di casi aumenti di nuovo. Non vogliamo che il sistema sanitario venga sopraffatto. Non vogliamo che più persone muoiano di Covid 19”. “Continuiamo a rispettare le restrizioni nei contatti, a tenere almeno 1,5 m di distanza l’uno dall’altro e indossare una copertura su naso e bocca nei trasporti pubblici e nei negozi”.
Mentre il paese entra nella fase 2 dell’allentamento delle restrizioni, l’indice di contagio risale dallo 0,9 all’1 per cento. A differenza di altri paesi, la Germania è stata finora in grado di tenere la diffusione sotto controllo con grande successo. “Vogliamo difendere questo successo.” Wieler ha poi sottolineato come l’indice di contagio non vada mai estrapolato dal contesto e considerato a sè ma sempre in parallelo con gli altri dati.
La Germania ha visto il suo primo caso accertato di Coronavirus il 27 gennaio scorso, prima dei due turisti cinesi ricoverati allo Spallanzani il 30 marzo. Il 22 marzo il governo ha chiuso le scuole ma ha lasciato aperte le industrie e non ha costretto alla quarantena i suoi cittadini.
La riapertura delle attività commerciali di non oltre 800 metri quadri è ripartita ad aprile (ma nel frattempo la corte costituzionale tedesca ha giudicato incostituzionale il divieto per quelle più grandi) mentre dal 22 aprile sono possibili gli “assembramenti” (tipo quelli di Conte) di non più di 20 persone.
L’obbligo di mascherine risale a ieri, mentre è programmata per il 4 maggio la riapertura delle scuole e dei parrucchieri. Gli eventi all’aperto e le messe non potranno avere più di 50 partecipanti, mentre si è programmata per il 15 giugno la riapertura di bar e ristoranti.
E nel frattempo è intervenuta la polizia per le ripetute minacce di morte al volto più conosciuto dei virologi tedeschi, Christian Dorsten, direttore dell’istituto di virologia presso la clinica universitaria della Charitè di Berlino.
È quanto ha reso noto lui stesso in un’intervista a The Guardian, ripresa dalla testata tedesca Die Welt e da Dpa. Per molti tedeschi Drosten rappresenta “il cattivo” che danneggia l’economia e costringe a casa i cittadini, ha detto il virologo.
Già sul suo podcast in onda sull’emittente Ndr (Norddeutschen Rundfunk) si era lamentato delle molte minacce di morte ricevute. Nell’intervista lo scienziato parla di un “paradosso della prevenzione” in Germania: la gente vede che gli ospedali sono in grado di far fronte alla situazione e quindi non capisce la chiusura delle attività , dai negozi alle scuole. Secondo il medico invece è proprio per l’effetto della prevenzione e dei tanti test che nel Paese non si sono verificate al momento situazioni paragonabili alla Spagna o agli Stati Uniti.
Il caso del Giappone
E non è tutto. Perchè intanto anche l’isola di Hokkaido, la prima area del Giappone a dichiarare lo stato di emergenza per l’epidemia di coronavirus, è di nuovo sotto i riflettori come caso di studio per il rischio che un lockdown troppo breve possa condurre a una seconda ondata di contagi.
Hokkaido aveva dichiarato lo stato di emergenza il 28 febbraio, dopo che nella regione erano stati accertati 66 casi di Covid-19. Le autorità locali avevano chiesto la chiusura di scuole, ristoranti ed esercizi commerciali e di evitare gli assembramenti. Le prime misure avevano dato risultati incoraggianti, tanto che i nuovi casi di contagio giornalieri erano crollati, e già a metà marzo il governo locale aveva deciso di revocare le restrizioni.
La prefettura aveva permesso il ritorno degli studenti a scuola a partire dall’inizio di aprile, negli stessi giorni in cui il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, dichiarava lo stato di emergenza per Tokyo, Osaka e altre cinque prefetture, preludio allo stato di emergenza a livello nazionale.
La lezione di Hokkaido, ha spiegato alla Bbc Kanji Shibuya, direttore dell’Institute for Population Health del King’s College di Londra, è che è relativamente facile controllare i singoli focolai di infezione, come avvenuto a Daegu, nel sud-est della Corea del Sud, ma il governo di Tokyo non ha agito con la stessa tempestività di quello di Seul nella fase successiva, estendendo i test per il coronavirus tra la popolazione.
La paura di ingolfare gli ospedali e l’impossibilità delle autorità sanitarie locali di effettuare test di massa hanno rallentato la risposta del Giappone all’epidemia. “La lezione più grande da apprendere da Hokkaido”, ha spiegato Shibuya, “è che anche se hai successo nel contenimento la prima volta, è difficile isolare e mantenere il contenimento per un lungo periodo. A meno che non espandi la capacità di fare test, è difficile identificare la trasmissione all’interno della comunità e degli ospedali”.
Il Giappone, nell’opinione del ricercatore, ha poche possibilità di evitare che la seconda ondata di contagi si protragga a lungo. Al quadro sanitario si aggiungono i danni economici: Hokkaido, largamente dipendente dall’agricoltura e dal turismo, ha visto andare in bancarotta almeno 50 aziende del settore alimentare e crollare il numero di turisti, dopo il divieto di ingresso in Giappone per chi arriva da Stati Uniti, Europa e da altri Paesi asiatici. E pensare che c’era chi diceva che il Giappone aveva sconfitto il Coronavirus grazie ad Avigan. E qualche fesso di governatore gli ha pure creduto.
(da agenzie)
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Aprile 28th, 2020 Riccardo Fucile
VORREBBE DIRE 151.000 PERSONE IN TERAPIA INTENSIVA A GIUGNO E 430.000 ENTRO FINE ANNO, DECINE DI MIGLIAIA DI VITTIME… E CI SONO DEI POLITICI CRIMINALI CHE VORREBBERO RIAPRIRE TUTTO
Cosa succederebbe se l’Italia riaprisse tutto? Lavoratori in ufficio, scuole con i cancelli aperti, bar, ristoranti, contatti sociali come prima. Lo scenario sarebbe apocalittico.E’ quanto prevede il report del Comitato tecnico-scientifico sul quale Giuseppe Conte e tutto il governo hanno assunto le decisioni per la Fase 2.
Se si tornasse alla normalità , il picco dei contagi sarebbe raggiunto l′8 giugno. Numeri mostruosi, se si considera che la previsione dei posti necessari in terapia intensiva per quella data sarebbe superiore ai 151mila, a fronte dei circa 10mila letti di cui il nostro sistema sanitario attualmente dispone.
Il totale dei malati che necessiterebbero cure in reparti intensivi sforerebbe i 430mila entro la fine dell’anno.
Il tutto perchè l’R0, il parametro che indica il tasso di diffusione dei contagi, schizzerebbe a 2,25 (ogni persona con Covid-19 ne contagerebbe più di due). Una cifra da tenere a costante riferimento di tutti i ragionamenti sul tema, dato che il Cts considera fondamentale il mantenimento di quel rapporto sotto l′1. Il report – che Huffpost ha visionato – prevede 92 diverse simulazioni di riaperture.
Ma nelle conclusioni indica una strada ben precisa. Si legge infatti: “Il modello evidenzia come sia ipotizzabile attivare i seguenti settori Ateco a patto che vengano adottate tutte le misure di distanziamento sociale e di igiene personale ed ambientale: 1. settore manifatturiero; 2. settore edilizio; 3. settore commercio correlato alle precedenti attività e con, in fase iniziale, l’esclusione delle situazioni che generano forme di aggregazioni (es. mercati e centri commerciali); 4. trasporto locale correlato alle attività di cui ai punti 1, 2 e 3”.
Esattamente la strada scelta dal governo, che ha mutuato da qui le norme inserite nell’ultimo dpcm. Una strada che secondo le previsioni prevederebbe un R0 di 0,69 (ogni persona infettata ne contagia in media meno di una), e un numero di ricoveri in terapia intensiva che dal 4 maggio è destinato a diminuire.
Scrivono infatti i tecnici: “Essendo le stime attuali di R0 comprese nel range di valori tra R0=0.5 e R0=0.7, ed essendo evidente dalle simulazioni che se R0 fosse anche di poco superiore a 1 (ad esempio nel range 1.05-1.25) l’impatto sul sistema sanitario sarebbe notevole, è evidente che lo spazio di manovra sulle riaperture non è molto”.
Da qui la scelta del lucchetto per le attività di bar e ristorazione, che nei modelli previsionali farebbero schizzare R0 sopra l′1 anche se fosse esclusa la fascia di popolazione over 65, che si stima essere del 47% più suscettibile al contagio.
Non tanto per l’attività intrinseca, si spiega, quanto per l’aumento di contatti sociali che ne deriverebbero.
E da qui anche la scelta di non far ripartire l’anno scolastico: “Riaprire le scuole – si legge – innescherebbe una nuova e rapida crescita epidemia di Covid-19. In particolare, la sola riapertura delle scuole potrebbe portare allo sforamento del numero di posti letto in terapia intensiva attualmente disponibili a livello nazionale”.
L’unica scelta presa in totale autonomia dalla politica è quella ormai famigerata della possibilità di incontrare i “congiunti”, probabilmente avendo un margine di 0,3 nel mantenere il tasso di contagio sotto l′1.
Una valvola di sfogo sociale che i tecnici hanno sconsigliato, prevedendo che il modello prevedesse il mantenimento di “tutte le attività in smart working e/o lavoro agile” e che le “attività di aggregazione” rimanessero interdette.
Per tenere R0 inferiore a 1, il Cts ha raccomandato inoltre “il rispetto delle raccomandazioni dei sistemi di trasporto”, il “rispetto delle raccomandazioni” di carattere generale, “il mantenimento del distanziamento sociale e dell’igiene frequente delle mani e ambientale in tutte le attività ”, e la raccomandazione all’uso delle mascherine per comunità in tutti i luoghi pubblici confinati o a rischio di aggregazione.
Su quest’ultimo aspetto i tecnici osservano che “ci sono però delle incertezze sul valore dell’efficacia dell’uso di mascherine per la popolazione generale dovute a una limitata evidenza scientifica, sebbene le stesse siano ampiamente consigliate; oppure variabili non misurabili, es. il comportamento delle persone dopo la riapertura in termini di adesione alle norme sul distanziamento sociale ed utilizzo delle mascherine e l’efficacia delle disposizioni per ridurre la trasmissione sul trasporto pubblico. ”
E concludono: “Elementi questi che suggeriscono di adottare un approccio a passi progressivi”. Proprio la strada opzionata dal governo.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 28th, 2020 Riccardo Fucile
NON SAREBBE LA PRIMA VOLTA: LO HA GIA’ VIOLATO NEL CASO GREGORETTI PER CUI E’ A PROCESSO
Matteo Salvini ha annunciato con tanto di video che vuole scendere in piazza per protestare contro
al quarantena imposta dall’emergenza Coronavirus SARS-COV-2 e COVID-19 ma che intende farlo “compostamente e dignitosamente, distanti con guanti e mascherine, fuori dagli schermi e dai social”.
Ma c’è un problema. Ovvero il decreto Salvini.
Non è un segreto infatti che la legge di conversione del testo del Capitano conferma l’aumento di pena (minimo due, massimo tre anni e ammenda fino a 6mila euro) per chi si travisa — volto coperto da una maschera — in pubblico.
E prima dello scoppio dell’epidemia e dell’emergenza lo stesso Salvini si era detto pronto a scendere in piazza se qualcuno avesse voluto cambiare quelle norme: “Siamo pronti a raccogliere milioni di firme in piazza di tutta Italia per fermare questo ritorno al passato. In Italia c’è bisogno di più sicurezza. Che poi Conte dia più retta alle sardine che non al popolo è veramente surreale. Stiamo vivendo un momento di democrazia molto particolare. Ma tanto prima o poi si vota”.
L’intervento legislativo modificava la legge del 1975 trasformando da contravvenzione in delitto, punito sino a due anni di reclusione, “l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona” (anche una semplice sciarpa che copra il volto) “se il fatto è commesso in occasione di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico”.
Peraltro in tali casi è prevista la possibilità di arresto in flagranza. E se una sciarpa travisa, figuriamoci una mascherina.
E mentre la vicecapitana Giorgia Meloni dice alla Verità che manifestare è giusto e alla Stampa che invece non è il caso perchè «finchè dura il contagio andare in piazza significherebbe mettere in pericolo chi partecipa alla protesta. E l’opposizione sarebbe accusata di alimentare l’epidemia», sarebbe davvero divertente se alla fine Salvini rischiasse l’arresto per aver violato il Decreto Salvini.
Ehy, ma in realtà Salvini già rischia un processo nel caso Gregoretti per aver violato il decreto Salvini: ovvero il Decreto-legge 14 giugno 2019, n. 53 noto anche come “Decreto Sicurezza Bis” prevede che il ministro dell’Interno con provvedimento da adottare di concerto con il Ministro della difesa e con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti e informato il Presidente del Consiglio «può limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi nel mare territoriale, salvo che si tratti di naviglio militare o di navi in servizio governativo non commerciale».
Insomma secondo questa interpretazione Salvini avrebbe violato la legge che lui stesso ha scritto. In più, la chiusura del porto di Augusta ad un’unità navale della GC dovrebbe essere avvenuta di concerto con i ministri Toninelli e Trenta (e dopo aver informato Conte). Se questa procedura non è stata rispettata allora si tratta di un atto illegale. Alla fine non è nemmeno una novità .
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 28th, 2020 Riccardo Fucile
IL COMMISSARIO PER L’EMERGENZA SNOCCIOLA DATI E METTE TUTTI A TACERE: “NON E’ ECONOMIA DI GUERRA, E’ SENSO CIVICO”… “SE E’ UN DANNO PER VERGOGNOSI SPECULATORI NE SONO FIERO”
Interviene con non poca stizza il commissario per l’emergenza Coronavirus Domenico Arcuri alle polemiche scoppiate sul prezzo massimo imposto di 0,50 euro sulle mascherine chirurgiche.
Arcuri respinge le accuse dei «liberisti che parlano dal salotto di casa, sorseggiando il loro cocktail», riferendosi a chi rivendicava che il prezzo finale della mascherine doveva essere fissato dal mercato e non dallo Stato.
Quello fissato con l’ordinanza del commissario straordinario è il prezzo massimo, «non il prezzo massimo di acquisto — ha detto Arcuri — Lo Stato deve incentivare la produzione italiana, come con il Cura Italia: abbiamo rassicurato i produttori che compreremo tutto quello che produrranno. In 105 ci hanno ringraziato, solo uno ha avuto qualche dubbio».
E sulle polemiche, prova a chiudere: «L’idea che fissare un prezzo massimo abbatta la capacità dell’impresa italiana di produrne è superficiale o assai poco informata — aggiunge -. È economia di guerra? No, è senso civico. È per sempre? No, finchè il mercato non sarà libero. È un danno per i vergognosi speculatori, lo rivendico. Non ci saranno più le mascherine nelle farmacie e nei supermercati? Certo, nessuna che costi più di 0,50 euro».
Arcuri ribadisce «prudenza e cautela» quando manca meno di una settimana al 4 maggio, data in cui è previsto l’inizio della Fase 2 con il graduale alleggerimento delle misure per contenere i contagi.
«Penso sia necessario aver cura di noi stessi e dei nostri cari e che i fatti valgono più dei nostri desideri — dice il commissario — Non si può attendere che il rischio sia pari a zero per uscire dal lockdown, avete ragione, ma non ci si può illudere di uscirne sottovalutando i rischi che corriamo».
Che i rischi di un ritorno al lockdown siano alti, dice Arcuri, lo dimostrano anche i dati di questa mattina dalla Germania, dove l’indice di contagiosità del virus è tornato da R0 a R1 dopo le prime riaperture: «Il governo sta valutando se definire di nuovo delle zone rosse per evitare l’estensione di nuovi focolai di infezione, che riprendono a manifestarsi — ha aggiunto — Ecco perchè uscire dal lockdown non è facile ed ecco perchè essere costretti a tornare al lockdown non sarebbe difficile».
La fornitura delle mascherine dovrebbe passare da 4 a 12 milioni, secondo le prospettive anticipate da Arcuri: «Dal mese di giugno arriveremo a 18 milioni, dal mese di luglio 25 milioni e quando inizieranno le scuole a settembre potremmo distribuire 30 milioni di mascherine al giorno, undici volte quel che distribuivamo all’inizio dell’emergenza».
(da agenzie)
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Aprile 28th, 2020 Riccardo Fucile
IL TASSO RISALE NUOVAMENTE A 1, MOBILITATE LE TERAPIE INTENSIVE
A 8 giorni dal progressivo allentamento delle misure di contenimento in Germania il rapporto di
contagio è in rialzo: da 0,7 della scorsa settimana a 1, come comunicato dalle autorità tedesche.
Con 156.337 casi di contagio e 5.913 vittime la Germania era pronta alle conseguenze di questa cauta riapertura e il rapporto di contagio viene monitorato strettamente, così come i letti in terapia intensiva.
Proprio come facciamo in Italia, anche in Germania la situazione viene monitorata sulla base dei posti liberi in terapia intensiva e da questo dato dipendono le decisioni e le riaperture del governo.
Il bollettino aggiornato a questa mattina dell’DIVI IntensivRegister, piattaforma digitale che monitora 1.251 ospedali in tutta la Germania segnala un aumento dei posti liberi nei reparti di terapia intensiva: sono 13.507 rispetto ai 12.789 del giorno prima. Con più letti liberi di quanti ne siano stati occupati, la situazione sarebbe sotto controllo e — secondo la gestione tedesca — il fatto che le terapia intensive siano pronte a un’eventuale inasprimento dei contagi permette di gestire la cauta riapertura.
La Germania è pronta a gestire lo scenario peggiore, quello che l’Italia non era pronta a fare per i pochi letti in intensiva e l’eccessiva pressione che è derivata dal ricovero di troppi contagiati.
Sin dall’inizio del contagio il governo tedesco ha fatto massicci investimenti nella sanità , con 3,1 miliardi adibiti al «raddoppio dei letti in terapia intensiva», come promesso dal ministro della sanità Jens Spahn.
Prima dell’esplosione della pandemia si contavano 28 mila in intensiva, 20 mila di questi con le attrezzature per la ventilazione polmonare e tutti i macchinati per la respirazione meccanica assistita.
Un rapporto stimato dall’OCSE pari a 34 letti in intensiva ogni 100 mila abitanti (uno dei più alti in Europa). Dall’inizio dell’emergenza i posti letto sono saliti a 40 mila con un rapporto salito a 48 letti ogni 100 mila abitanti.
(da agenzie)
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