Settembre 21st, 2020 Riccardo Fucile
ZINGARETTI E PROVENZANO CHIEDONO DI MODIFICZARE SUBITO I DECRETI SICUREZZA E INCALZANO IL M5S SUL MES
Dopo il risultato del referendum costituzionale e delle elezioni regionali il Pd vuole già cambiare
tutto. E incalza il governo guidato da Giuseppe Conte su Mes e decreti sicurezza.
“Sui decreti Salvini c’è un accordo e ora vanno assolutamente modificati – afferma il segretario del Pd, Nicola Zingaretti -. È stato un duro lavoro di cesello politico, anche con i territori” ma ora le modifiche “vanno approvate”. Dello stesso avviso è il ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, che sulle modifiche ai decreti spiega: “Abbiamo già perso troppo tempo lo diciamo ai nostri alleati e lo dico a ogni consiglio dei ministri”
Mentre sul Mes, sempre Zingaretti dice: “Nelle alleanze bisogna ottenere risultati, non dare ultimatum che servono solo ai titoli di giornali. Il mes è una linea di credito vantaggiosa. Chiederemo che nel pacchetto per la rinascita sia compreso anche l’investimento nella sanità attraverso il Mes”.
(da agenzie)
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Settembre 21st, 2020 Riccardo Fucile
“POTEVANO ESSERE ORGANIZZATE CON UN’ALTRA STRATEGIA”
Luigi Di Maio si prende la scena e personalizza il risultato referendario: “Il ‘no’ era per colpire il sottoscritto”. Si presenta, pur non avendo ufficialmente una carica all’interno del partito, nella sala della Lupa di Montecitorio per parlare di fronte alle telecamere. Sono da poco trascorse le cinque del pomeriggio, è ormai assodata la vittoria del Sì al referendum e non è ancora iniziato lo spoglio delle regionali. È il momento perfetto per l’ex capo politico che vuol tornare a parlare da leader del Movimento.
Si attesta la vittoria referendaria e scarica sugli altri le probabili sconfitte locali: “Sono molto orgoglioso del risultato del referendum. Le regionali invece potevano essere organizzate diversamente e anche nel Movimento con un’altra strategia”. Il missile va nella direzione di Vito Crimi, nonostante ufficialmente gli venga rinnovata la fiducia. In realtà il ministro degli Esteri apre il congresso del partito, nel giorno in cui riesce a portare a casa con percentuali vicine al 70 una bandiera così identitaria per il Movimento.
Si profila infatti una netta vittoria del Sì, con circa il 70% degli elettori che ha confermato la riduzione del numero dei parlamentari. Un taglio di 345 eletti, con i senatori che scendono dagli attuali 315 a 200 complessivi, mentre i deputati vengono ridotti da 600 a 400. Un risultato che blinda la maggioranza, con i partiti che sostengono il governo schierati per il Sì (anche se Iv ha lasciato libertà di voto, pur avendo votato la riforma nell’ultimo passaggio parlamentare)
Ma la vittoria del Sì blinda almeno fino alla prossima primavera anche la legislatura: occorrono infatti due mesi per la ridefinizione dei collegi, a seguito del nuovo assetto del parlamento. Dopodichè si entra nel vivo della sessione di Bilancio e a gennaio la Commissione Ue vuole i progetti del Recovery Fund. Dunque, la prima possibile finestra elettorale si aprirebbe solo da febbraio e fino a fine luglio, quando scatterà il semestre bianco, periodo in cui non si possono sciogliere le Camere. E con la serenità che il governo almeno per un po’ non dovrà smobilitare, nel Movimento si aprano gli Stati generali con Di Maio tornato sulla scena.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 21st, 2020 Riccardo Fucile
LA MELONI CRESCE MA NON FA SALTARE IL BANCO… DOPPIO SCHIAFFO PER SALVINI: PERDE IN TOSCANA E ZAIA LO SURCLASSA
E alla fine, contendibile non era la Toscana bensì la leadership di Matteo Salvini. Per la seconda
volta il Capitano incespica nel tentativo di espugnare il “fortino rosso”: dopo Lucia Borgonzoni in Emilia Romagna, non ce la fa neppure la “leonessa” Susanna Ceccardi.
Due donne, due stili, due diverse campagne elettorali — questa assai più soft per non spaventare i moderati — due fallimenti. L’auto che da via Bellerio, storica sede milanese della Lega, doveva rombare fino a Firenze in serata per rivendicare la fine del dominio di sinistra sulla Toscana, resta a motore spento nel cortile.
L’aria che tira si capisce già verso le quattro e mezza. Quando l’incrocio dei primi exit poll e dei sondaggi vede allargarsi la forbice tra Ceccardi e l’avversario Eugenio Giani: da un punto di vantaggio (per lei) a due, quattro, sei (per lui).
Due ore dopo tra Giani e Ceccardi c’è un fossato di sette punti, tra Michele Emiliano e Raffaele Fitto in Puglia — l’altra Regione data dal centodestra più che per contendibile, quasi per presa — un abisso di nove punti.
La Lega è chiusa in un cupo silenzio. La “passerella” trionfale diventa rapidamente una doccia gelata. Lorenzo Fontana, plenipotenziario salviniano nel Veneto in cui “l’unica certezza — si scherza sui social — è che Luca Zaia non supererà il 100%”, ci mette la faccia.
Ma per dire che forse le scelte del meloniano Fitto e dell’azzurro Stefano Caldoro in Campania (peraltro, due eterni ritorni) non sono state apprezzatissime dagli elettori del Carroccio: “Si apra una riflessione nel centrodestra, nel Mezzogiorno servono un linguaggio e persone nuove”.
Un invito al “rinnovamento” magari fondato, ma fuori tempo massimo.
In Puglia, però, le liste di Giorgia Meloni conquistano le due cifre: 10%, la stessa percentuale di cui gode la Lega da quelle parti. Sono le prime avvisaglie del confronto che da domani si aprirà nel centrodestra: Fratelli d’Italia governerà le Marche con Francesco Acquaroli, ma resta lontanissima dal fotofinish con il governatore pugliese uscente (e a questo punto rientrante) Emiliano, osso assai più duro sul campo di quanto potesse apparire nei sondaggi.
E dunque, a destra la linea del Piave diventa non chi ha vinto bensì chi ha perso di meno.
Salvini è azzoppato: il suo progetto di Lega Nazionale sul modello lepeniano non sfonda, i toni responsabili e l’assenza di incursioni al citofono non lo premiano. A Nord, l’unico pronostico rispettato è quello che vede Zaia oltre il 70% – al momento intorno al 75 — con la sua lista personale, pur “scippata” dei pezzi più pregiati come consiglieri e assessori, intorno al 47%, vale a dire il triplo delle liste ufficiali del partito boccheggianti intorno al 15%.
Un plebiscito atteso ma non per questo meno doloroso per la segreteria nazionale, per quanto Fontana si affretti a negare dualismi.
A Sud, l’apporto elettorale delle truppe padane è poco influente. Chissà cosa ne dirà Umberto Bossi, e con lui la “vecchia guardia” che non avrebbe cambiato il nome del partito nè, tantomeno, l’obiettivo della secessione.
Mentre l’ex ministro Gian Marco Centinaio sposta l’attenzione — e lo sconforto – sul referendum: “Peccato per la sconfitta, tanti dirigenti della Lega erano per il No”. Troppo poco per essere considerato una sfida al Capitano, ma quanto di più vicino ad una critica alla sua linea un partito “dirigista” come la Lega abbia espresso negli ultimi anni.
Da parte sua Giorgia Meloni, dopo una campagna elettorale e referendaria all’insegna della cautela, decide di dare la zampata. Prima circoscrive il campo da gioco: “Vittoria! Le Marche si tingono di Tricolore”. Poi mette fieno in cascina: “Da nord a sud FdI è l’unico partito che cresce”. Si è giocata meno, ha meno da rimpiangere, il banco non se l’è preso, ma tant’è. “Siamo stati determinanti per la vittoria al referendum. Vogliamo la riforma presidenziale. Ma solo un Parlamento legittimato dal voto potrà farle”.
Sullo sfondo resta Forza Italia, che galleggia in un range tra il 6 e il 7%: non c’è la paventata disfatta — il fuggi fuggi sarebbe scattato sotto il 5% – ma certo il partito berlusconiano resta marginale in questa partita e i suoi parlamentari stano già riflettendo sul futuro.
Che, al momento, non appare radioso. Al punto da far mettere in freezer gli entusiasmi per la vittoria del Sì al referendum sul taglio dei parlamentari — meloniani esclusi – e stroncare le prime esortazioni a favore del “voto subito”.
Alle elezioni, infatti, con quale gerarchia di coalizione si andrebbe? E con quale candidato leader?
Salvini è spompato, stanchissimo dopo una campagna elettorale in cui non si è fisicamente risparmiato, insidiato dal “Doge” e dai suoi legami con il mondo produttivo e imprenditoriale nordista, accerchiato dagli scandali finanziari, atteso dalle inchieste e dai processi.
Meloni ha mancato l’occasione di invertire il peso dei due partiti — o almeno riequilibrarlo — e le toccherà pazientare ancora un po’.
Silvio Berlusconi, nonostante l’età e le ultime vicissitudini di salute, mantiene la presa su una Forza Italia di nicchia ma decisa a farsi valere sulle prossime battaglie (in primis la legge elettorale).
Da domani per il Pd e per il governo si aprirà la partita – non facile — della “stagione di riforme”, della legge elettorale, delle rivendicazioni di chi vorrà pesare di più.
Nel centrodestra, invece, si aprirà la resa dei conti.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 21st, 2020 Riccardo Fucile
“MI AUTOSOSPENDO DAL M5S”… ASSOLTA DALL’ABUSO D’UFFICIO, NON SCATTA LA LEGGE SEVERINO
Si salva dalla Severino ma non dalla condanna per falso in atto pubblico,
Chiara Appendino, che quindi non dovrà lasciare Palazzo Civico prima della scadenza. La giudice Alessandra Pfiffner ha assolto la sindaca dall’accusa di abuso d’ufficio ma ha deciso che il falso del 2016 c’è stato e una pena per lei a sei mesi con la condizionale. Condannati anche Paolo Giordana a otto mesi e l’assessore Sergio Rolando a sei mesi. Prosciolto da tutte le accuse il direttore del settore finanza Paolo Lubbia
“Sono stata assolta per tre reati su quattro – ha dichiarato la sindaca di Torino all’uscita dal tribunale – perchè il fatto non sussiste. Resta l’episodio del 2016 e aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza ma continuo a essere convinta di aver agito per il bene dell’ente. Porterò a termine il mio mandato, questa sentenza non me lo impedisce. E mi autosospendo dal Movimento come prevede il codice etico”.
Nessuna parola a proposito di una candidatura bis: “Non mi pare che sia il tema di oggi”. Più tardi su Facebook ha aggiunto: “Come è evidente anche dalle carte processuali, non ho tratto alcun vantaggio personale, anzi: l’accusa, nella sostanza, era di aver ingiustamente ‘avvantaggiato’ il Comune. Ricorrerò in appello, certa della mia innocenza e della mia assoluta buona fede”.
Il processo è quello che riguarda la complicata vicenda di un debito che il Comune aveva contratto nella precedente legislatura con il fondo immobiliare partecipato dalla Fondazione Crt, Ream, come caparra per esercitare un diritto di prelazione sul progetto di rinascita dell’area ex Westinghouse. I cinque milioni dovevano essere restituiti nel 2016, ma la sindaca, insieme al suo ex capo di gabinetto, Paolo Giordana, all’assessore al Bilancio, Sergio Rolando, il direttore del settore Finanza lo avevano posticipato per due anni di seguito, inciampando nell’inchiesta penale
L’idea dell’accusa era infatti che tutti insieme avessero fatto sparire il debito da 5 milioni con un artificio contabile perchè non riuscivano a far quadrare i conti alla chiusura del primo bilancio firmato da Chiara Appendino.
L’alternativa da scongiurare era tagliare servizi alla città danneggiando l’immagine della giunta pentastellata al suo esordio. Ma il ritorno personale politico, quello su cui si basava l’ipotesi dell’abuso d’ufficio, non è stato riconosciuto dalla sentenza. “La tenuità della condanna dimostra l’irrilevanza del fatto. Leggeremo le motivazioni e ci appelleremo, fiduciosi di poter ribaltare la sentenza” ha detto Luigi Chiappero, avvocato della sindaca.
L’accusa era sostenuta in aula da due procuratori aggiunti della procura di Torino, Enrica Gabetta e Marco Gianoglio, che hanno chiesto la condanna a un anno e due mesi. Il giudice, che ha deciso con il rito abbreviato è Alessandra Pfiffner. A lei la responsabilità di emettere la sentenza, per la prima volta a Torino, di un processo che coinvolge un primo cittadino in carica. E segnare in parte anche la strada della politica per i mesi che verranno.
“Ho appreso con stupore e tristezza della mia sentenza di condanna – ha commentato l’ex braccio destro e capo di gabinetto di Appendino, Paolo Giordana – Resto certo della mia piena innocenza. Attenderò di leggere le motivazioni della sentenza ma di sicuro appellerò per far valere in quella sede quelle che ritengo siano le mie legittime ragioni”.
Si dissolve così la parte di guai giudiziari più temibili per la sindaca di Torino in questa giornata attesa anche per l’esito delle elezioni regionali e del referendum confermativo della riforma costituzionale che prevede il taglio dei parlamentari. Avrebbe dovuto lasciare Palazzo civico per effetto della legge Severino se fosse stata condannata per l’abuso. Ma il caso politico con il Movimento cinque stelle si apre, perchè secondo le regole in vigore tra i pentastellati, Appendino dovrebbe essere espulsa.
La parziale assoluzione di oggi segue di pochi giorni l’archiviazione di un altro fascicolo che coinvolgeva la sindaca, quello aperto sulla consulenza fantasma al suo ex portavoce, Luca Pasquaretta, per il quale la procura ha mandato a processo per peculato altri indagati ma non lei. Resta invece da discutere il processo per i fatti di piazza San Carlo che arriverà alle battute finali a metà novembre.
“La magistratura ha i suoi tempi, che vanno rispettati e sono diversi da quelli della politica. Per questo il nostro giudizio su questa amministrazione non cambia – scrive su Facebook il consigliere Pd e vicepresidente vicario del Consiglio comunale Enzo Lavolta dopo la condanna della prima cittadina torinese – alla sindaca Appendino auguriamo di dimostrare la sua innocenza nei prossimi gradi di giudizio, ma la città di Torino ora merita un cambiamento profondo e radicale che la faccia ripartire in fretta”.
“Attendiamo che il M5s chieda, coerentemente al suo statuto, le dimissioni del sindaco di Torino Chiara Appendino per la condanna a sei mesi per falso ideologico legata al processo Ream. Il giochetto di autosospendersi dal partito del primo cittadino, per evitare così di dover sottostare alle regole etico morali grilline propagandate per anni per raccattare consensi, rappresenta la fine indegna del mandato di un sindaco che doveva polverizzare il sistema Torino e che invece ha solo raccolto avvisi di garanzia”. Così, in una nota, i deputati torinesi di Forza Italia, nonchè coordinatore e vicecoordinatore degli Azzurri, Paolo Zangrillo e Roberto Rosso, e il commissario cittadino Marco Fontana.
La Lega, invece, chiede che il Movimento 5 stelle sfiduci Appendino: “Ora mi auguro che il M5s sia coerente. Chieda oggi stesso le dimissioni del sindaco Appendino o la sfiduci domattina” dichiara Alessandro Benvenuto, commissario della Lega Salvini per la provincia di Torino.
(da agenzie)
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Settembre 21st, 2020 Riccardo Fucile
VITTORIA PERSONALE DI ZAIA IN VENETO, AL CENTRODESTRA SOLO LIGURIA E MARCHE… DE LUCA 66,8% CALDORO 19,2% – EMILIANO 46,8% FITTO 38%- GIANI 47,2% CECCARDI 40,8%
Chi parlava di un 6-0 si deve ricredere: secondo gli exit poll finirà 3-3, il centrodestra nelle
regioni chiave di Puglia, Toscana e Campania registra una sconfitta clamorosa.
In Campania De Luca viene dato al 66.8% Caldoro al 19,2%, addirittura tre volte il candidato del centrodestra in una regione dove alle Europee la Lega aveva ottenuto il 19,2%, Forza Italia il 13,6% e Fdi il 5,8%, mentre il Pd era al 19,1%
In Puglia Emiliano è dato al 46,8% mentre Fitto al 38% in una regione dove il centrodestra alle Europee aveva il 45% e il Pd +Leu al 19%
In Toscana Giani è al 47,2% Ceccardi si ferma al 40,8% con la Lega che scende dal 31,5% delle Europee di un anno fa al 20,7%.
In Veneto la lista Zaia è data al 41,2% mentre la Lega si ferma al 15,8%
(da agenzie)
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Settembre 21st, 2020 Riccardo Fucile
SI ASPETTA PRMAI SOLO L’OK DELLO SPALLANZANI
La partita contro il coronavirus nei lunghi mesi che ci separano dall’arrivo del vaccino, si giocherà con la diagnosi veloce. Le scuole sono già le candidate naturali per l’utilizzo di uno dei più attesi: il test veloce della saliva.
La Regione Lazio è in attesa dell’ok dell’istituto delle malattie infettive Spallanzani di Roma, per dare il via all’attività di screening attraverso i test rapidi salivari utili all’identificazione del virus SARS CoV-2.
Il monitoraggio riguarderà , appunto, anche le scuole. Nel sempre più ampio armamentario diagnostico per individuare le persone infettate dal coronavirus ci sono ormai circa 100 test, spiega Walter Ricciardi, membro del comitato esecutivo dell’Oms e consulente del ministro della Salute Roberto Speranza.
Lo strumento principe, spiega, resta il tampone ma assieme ai test sierologici e a quello della saliva, le possibilità di azione si moltiplicano considerando la possibilità di avere risultati in tempi sempre più brevi.
Il test della saliva, tutto italiano, è capace di dire in soli 3 minuti se si è positivi o meno al Sars-Cov-2 e funziona prendendo un campione di saliva con un cotton-fioc, che si appoggia sul tampone e dà la risposta in soli tre minuti, grazie all’utilizzo congiunto di tre reagenti.
Il risultato si legge come un test di gravidanza: due strisce è positivo, una è negativo. Altro vantaggio del ‘Daily Tampon’ e’ il prezzo molto contenuto, meno della meta’ di quelli attualmente utilizzati, e ha un’affidabilità vicino al 100%.
Questo test si aggiunge agli altri rapidi che danno i risultati in un tempo che oscilla tra i 60-90, come quello dell’azienda Oxford Nanopore, e i 15 minuti di quello della Abbott, che ne ha sviluppati sei diversi.
Anche la rivista Nature dedica un articolo all’utilizzo dei test veloci, come appunto quello della saliva.
Diversi esperti hanno promosso l’idea di sviluppare un test dell’antigene che sia economico e abbastanza semplice da usare a casa, senza che un operatore sanitario lo somministri.
“Rendere i test più veloci, più economici e più facili è sicuramente l’obiettivo e penso che il test dell’antigene sia il modo per arrivarci”, afferma sulla rivista Martin Burke, chimico dell’Università dell’Illinois a Urbana-Champaign, che sta sviluppando test rapidi, compresi i test basati sull’antigene.
“Questa non è affatto la soluzione perfetta, è solo la cosa più veloce che possiamo ottenere ora”. Secondo Burke. “I test dovrebbero diventare una parte della vita: al mattino prendi i cereali, le vitamine e controlli rapidamente il tuo stato”. In attesa delle validazioni ufficiali, al di là delle preoccupazioni sui costi e sulla disponibilità , i ricercatori temono che, se il test potesse diventare di grande utilizzo, addirittura un prodotto da banco, le persone con risultati positivi possano non contattare le autorità sanitarie pubbliche, e che quindi i loro contatti si possano perdere. Un altro rischio potrebbe essere che le persone convincano qualcun altro a fare il loro test, in modo da poter essere sicuri di un risultato negativo ed evitare la quarantena. Il problema è comunque a livello globale. Un’altra preoccupazione è che le persone otterranno un falso senso di sicurezza. I test, aggiunge, “non possono sostituire le misure di controllo di base che devono essere messe in atto per mantenere il controllo di questo virus”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 21st, 2020 Riccardo Fucile
UN GIRO DI FONDI ATTRAVERSO UN’IMPRESA EDILE
Appena 16 giorni dopo che la Fondazione Lombardia film commission a guida leghista ha
versato 800 mila euro per la nuova sede di Cormano, apparentemente senza una ragione l’impresa che ristrutturerà l’immobile «regala» centomila euro a Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni, poi arrestati per peculato e altri reati per le trame dell’operazione.
È una delle sospette forme di «restituzione» ai due commercialisti legati al Carroccio su cui punta l’attenzione la Procura di Milano.
L’idea degli investigatori è che in questa vicenda ci sia un sistema di vasi comunicanti, di fondi, pubblici in questo caso, che entrano da una parte per uscire da un’altra, a volte con un filo diretto, altre no.
Protagonista in questo via vai di denaro è anche la Barachetti Service che «negli ultimi anni – si legge negli atti – si è annoverata tra gli abituali fornitori» della Lega. Frequentatore abituale di via Bellerio a Milano, tra i 2015 e il 2019 Francesco Barachetti ha fatturato più di 2,2 milioni di euro per lavori commissionati dal Carroccio.
Le indagini della Guardia di Finanza di Milano hanno accertato che ha ristrutturato anche immobili di esponenti del calibro del tesoriere Giulio Centemero e del vice presidente del Senato Roberto Calderoli, i quali hanno pagato le relative fatture. Il 5 dicembre 2017 Lombardia film commission salda l’acquisto del capannone ad Andromeda srl (di cui è amministratore di fatto Michele Scillieri, terzo commercialista arrestato) la quale tra il 13 e il 18 dicembre gira 390 mila euro all’impresa di Casnigo (Bergamo) per la ristrutturazione.
(da agenzie)
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Settembre 21st, 2020 Riccardo Fucile
LA VERGOGNA DELL’EQUIPAGGIO SEQUESTRATO E PORTATO A BENGASI: “LA GUARDIA COSTIERA LIBICA? DELINQUENTI TRAVESTITI DA MILITARI”
Chiede di non essere citato. E non per “codardia”, parola che non esiste nel vocabolario di chi ha trascorso una vita in prima linea.
Chiede di non essere citato perchè “non riuscirei a trattenermi, a contenere la rabbia e l’indignazione per ciò che stiamo subendo in Libia. I nostri connazionali, i pescatori di Mazara del Vallo, sono stati sequestrati da pirati, perchè tali sono, che si spacciano per militari. Non mi sono mai sottratto alle mie responsabilità , ho sempre parlato a viso aperto, assumendomene tutte le responsabilità . Ma questo prendilo come uno sfogo…”.
Onore, per chi ha indossato per una vita la divisa e ricoperto incarichi di comando apicali, non è una parola vuota, retorica. E ‘ un codice di comportamento.
“ Da tre anni — dice a Globalist — centocinquanta persone operano nell’ospedale da campo aperto a Misurata dai nostri soldati. In quell’ospedale sono stati curati centinaia di feriti che altrimenti erano destinati a morire. Nessuno ha chiesto loro se stavano con Sarraj o Haftar, erano persone che andavano soccorse. Molte di queste persone, quelle più gravi, sono state curate nell’ospedale militare del Celio, a Roma. Non è possibile, non è accettabile che non vi sia un minimo di riconoscenza”.
Dov’è la nostra marina militare?
E’ uno sfogo, certo. Ma va colto in tutta la sua potenza, perchè riflette un sentire diffuso tra quanti, donne e uomini in divisa, operano in Libia e nel Mediterraneo. “Ho sempre ritenuto — dice il nostro interlocutore — quello militare uno strumento e mai un fine. Non ho mai creduto che la stabilizzazione di un Paese possa avvenire con la forza, senza una strategia politica alla quale lo strumento militare deve subordinarsi. Ma a volte questo strumento va utilizzato, messo in campo, quanto meno come deterrente. L’Italia non può sottostare al ricatto di questi delinquenti travestiti da militari. So bene che esiste da tempo un contenzioso aperto tra Italia e Libia su dove finiscono le acque internazionali e dove iniziano quelle libiche. Ma questo non giustifica in alcun modo il sequestro dei due motopesca di Mazara del Vallo e dei loro equipaggi. Questo è un atto di banditismo al quale non si deve soggiacere.”
Non si tratta di fare la guerra, ma di dimostrare che l’Italia non abbandona i suoi connazionali. “Il segnale deve venire dal governo — rimarca la nostra fonte — che deve mostrare di avere schiena diritta. Non si tratta solo di liberare i nostri connazionali ma anche evitare che episodi del genere si ripetano. In che modo? Delle due, l’una: o si decide che pescare in quelle acque è pericoloso, e allora lo si deve proibire, sostenendo economicamente pescatori e armatori, oppure quelle imbarcazioni vanno accompagnate, protette, usando la nostra marina militare”.
Ma ciò non avviene. E così il Mare nostrum è un mare dove si ha paura, sì paura, di intervenire per non dovere incrociare i boat people di migranti e doverli salvare e accogliere.
Nel frattempo il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha sentito le famiglie dell’equipaggio dei pescherecci sequestrati in Libia, il sindaco di Mazara del Vallo e gli armatori, ai quali ha assicurato il massimo impegno del governo per una risoluzione positiva della vicenda.
Ma i familiari cercano risposte immediate e celeri dall’esecutivo romano. “Il governo promette? Ma al momento cosa ha fatto? Noi siamo stanchi delle parole. Faremo di tutto per riportare i nostri parenti a casa. Ci sentiamo abbandonati. Proprio per questo andremo a Roma“, afferma Rosaria Giacalone moglie del direttore di macchina del peschereccio Medinea.
Ha le lacrime agli occhi Rosetta Ingargiola, la mamma del comandante della Medinea. “Non è giusto. Siamo stanchi, abbiamo bisogno di aiuto. I nostri familiari stanno perdendo la salute in Libia e di conseguenza noi la stiamo perdendo qui ad aspettare delle certezze che non arrivano“.
“Devono avere pazienza”, afferma Domenico Asaro, un pescatore siciliano che nel 1996 è stato incarcerato con il suo equipaggio per sei mesi a Misurata. ”Ho perso quasi 22 kg durante la mia detenzione. Devi sperare che l’accordo venga risolto il prima possibile. Tuttavia, se, purtroppo, la questione dovesse diventare politica, allora tutto ciò che possiamo fare è pregare “.
Un alto ufficiale dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna), generale Khaled al Mahjoub, ha dichiarato che i pescatori italiani trattenuti dal primo settembre scorso a Bengasi, il capoluogo della Cirenaica sotto il controllo di Khalifa Haftar, sono attualmente indagati dalla Procura. In una dichiarazione ad Agenzia Nova, Al Mahjoub ha affermato che la principale accusa contro i pescatori è di essere entrati senza autorizzazione nella zona di pesca esclusiva libica (dichiarata unilateralmente a partire dal 2005 fino a 74 miglia dalla propria costa, atto in contrasto con le norme che regolano il diritto del mare e mai riconosciuta da paesi terzi).
L’intercettazione, il sequestro e la detenzione dei pescherecci stranieri e dei loro equipaggi da parte delle autorità libiche e delle milizie locali è frequente, ma generalmente si risolve nel giro di pochi giorni. Rispondendo a una domanda sull’accusa di presunto possesso di materiali proibiti che potrebbe essere diretta ai pescatori, Al Mahjoub ha aggiunto che qualsiasi altro capo d’imputazione sarà reso noto dalla magistratura non appena le indagini delle autorità competenti saranno terminate, incluso l’esame di quanto rinvenuto a bordo dei pescherecci.
Due circostanze rendono il caso inusuale: la tempistica e le richieste per il rilascio. Il fermo è avvenuto nel giorno della quarta visita in dieci mesi del ministro degli Esteri Luigi Di Maio in Libia: il titolare della Farnesina si è recato sia a Tripoli che a Qubba, roccaforte del presidente del parlamento di Tobruk, Aguila Saleh, ma non dal generale Haftar. In seconda istanza, da Bengasi chiedono la liberazione di calciatori libici condannati in Italia con l’infamante accusa di traffico di esseri umani.
Al livello ufficiale, l’Italia non può protestare con il governo libico “ad interim” dell’est, il braccio politico di Haftar, perchè non lo riconosce. Tra l’altro, la sera del 13 settembre, il primo ministro “orientale” in carica dal 2014, Abdullah al Thinni, ha presentato le sue dimissioni dopo le proteste tenute nell’est della Libia contro il suo governo per la mancanza di servizi.
L’unico canale ufficiale possibile in Libia per la liberazione dei pescatori è al momento il parlamento di Tobruk presieduto da Saleh, che però è in rotta di collisione con Haftar. L’Italia ha fatto di più, contattando i “padrini” internazionali di Haftar: Di Maio ha discusso della questione con i colleghi Emirati Arabi Uniti e Russia, rispettivamente Abdullah bin Zayed al Nahyan e Sergej Lavrov.
Quello compiuto dagli uomini di Haftar è “un sequestro che sa di ricatto. Non possiamo permetterci di farci ricattare dalle milizie libiche in conflitto tra loro”, afferma in una nota il deputato di LeU (Liberi e uguali) Erasmo Palazzotto. “Si faccia tutto il possibile per far tornare in tempi rapidi i nostri pescatori a Mazara del Vallo, dalle loro famiglie. E si affermi la dignità e la credibilità del nostro Paese nel Mediterraneo”, sottolinea Palazzotto
In merito alla vicenda è intervenuto anche il vescovo della Diocesi di Mazara, Mons. Domenico Mogavero: “Non è più tollerabile questa situazione — sostiene con toni molto duri il prelato – che è fondata su una palese violazione del diritto internazionale e della navigazione; i pescatori mazaresi, senza la protezione del governo, pagano le spese in quanto categoria debole e indifesa. Il Mediterraneo una volta spazio di incontro e scambio fra i popoli è diventato un teatro di guerra, questo è intollerabile per la nostra storia, per il presente e per il futuro”.
Navi umanitarie bloccate Intanto, un nuovo naufragio di una nave di migranti al largo delle coste libiche è stato denunciato dalla Ong tedesca Sea Watch.
Secondo alcune testimonianze – che risalgono a ieri sera – decine di persone sarebbero rimaste aggrappate ai resti del barcone senza alcun aiuto. La Sea Watch accusa la Guardia costiera italiana di impedire con pretesti burocratici la partenza delle navi soccorso delle Ong. Sono già cinque le navi umanitarie bloccate negli ultimi mesi: “Ci impediscono di salvare vite in mare ” hanno detto i portavoce dell’organizzazione umanitaria.
E Roma tace. Mentre le nostre navi militari sono ferme in porto, in attesa di ordini. Che non arrivano mai.
(da Globalist)
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Settembre 21st, 2020 Riccardo Fucile
LA CAZZATA GIORNALIERA DI CHI NON CONOSCE NEANCHE IL TESTO DELLA LEGGE
Un titolo così, a urne ancora aperte fino alle 15, rischia di essere fortemente fuorviante. Il
quotidiano Libero ha voluto parlare del referendum e ha fatto un’apertura di giornale che rischia di confondere le idee ai suoi lettori (ed elettori) che ancora non si sono recati ai seggi. Libero referendum titola così: «Se oggi vincono i sì, bisogna andare al voto».
Il perchè di questa affermazione è specificato nell’occhiello del quotidiano: «La riduzione dei parlamentari rappresenterebbe una modifica della Costituzione e renderebbe illegittime le attuali camere. Di qui l’esigenza di eleggerne di nuove».
Nei fatti, questa affermazione è giornalisticamente scorretta.
Il taglio eventuale dei parlamentari non renderebbe affatto illegittime le attuali camere, dal momento che — nelle pieghe della riforma — è specificato che quest’ultima entrerà in vigore alla prossima legislatura, previo adeguamento della legge elettorale.
Il taglio dei parlamentari (che complessivamente porterà la pattuglia dei nostri rappresentanti a seicento, 400 deputati e 200 senatori) sicuramente non rispecchia l’attuale composizione del parlamento. Ma l’approvazione della riforma non lo rende affatto illegittimo. Insomma, il cambiamento che si andrà a configurare sarà più o meno simile al cambiamento delle forze politiche dopo qualche anno di legislatura: non è sempre detto che il Paese mantenga gli stessi equilibri, nelle preferenze degli elettori, per tutti e cinque gli anni successivi al voto.
Per questo motivo, il messaggio lanciato da Libero non risulta essere corrispondente alla realtà e potrebbe anzi condizionare l’esito delle elezioni: in molti, potrebbero essere convinti di votare sì, con l’idea di mandare a casa i rappresentanti politici attuali. Al contrario, in tanti potrebbero essere portati a votare no perchè magari si trovano d’accordo con l’attuale conformazione politica delle camere.
(da “NextQuotidiano”)
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