Settembre 16th, 2020 Riccardo Fucile
PERCHE’ E’ UNA BUONA NOTIZIA PER L’ITALIA
Dopo anni di drammi, morti in mare, ascesa di partiti sovranisti, la disciplina dell’immigrazione in
Europa potrebbe cambiare sensibilmente.
Ad annunciarlo è stata oggi la presidente della Commissione Ue Ursual Von Der Leyen durante il suo primo discorso sullo Stato dell’Unione.
« Se facciamo compromessi possiamo trovare soluzioni: salvare le vite in mare non è un optional» ha dichiarato la presidenre della Commissione, auspicando poi il superamento della disciplina di Dublino sulla migrazione: «Posso annunciare che aboliremo il regolamento di Dublino e lo sostituiremo con una nuova governance europea sulla gestione della migrazione. Avrà strutture comuni per quanto riguarda diritto all’asilo e rimpatri e un forte meccanismo di solidarietà tra gli stati membri». L’obiettivo è avere confini più solidi e vie legali di migrazione.
Una dichiarazione che ha una portata storica, specialmente se si pensa a cosa abbia comportato in questi anni il Regolamento di Dubino.
Firmato nel 1990 tra gli stati membri e riformato l’ultima volta nel 2013, il Regolamento di Dublino obbliga di fatto i migranti a fare richiesta in un solo Paese della Ue, generalmente quello di approdo, una disciplina che ha messo in questi anni sotto pressione soprattutto i paesi dell’area mediterranea, esposti a un considerevole flusso migratorio.
È presto per dire come e se, il Regolamento cambierà . Di certo la volontà della Commissione è già , di per sè, un ottimo segnale in quella che, anche per l’opposizione dei paesi del nord e dell’est Europa, non si preannuncia come una strada facile.
(da agenzie)
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Settembre 16th, 2020 Riccardo Fucile
LA SORELLA D’ITALIA CI RICASCA, IL RICHIAMO DELLA FOTO VALE PIU’ DELLE REGOLE ANTI-COVID
Giorgia Meloni sembrava aver imparato: il giorno stesso in cui si era parlato della sua visita alla SOP di Polignano senza mascherina aveva pubblicato un intero set fotografico in cui indossava il dispositivo anche quando non era necessario, all’aperto e a debita distanza da tutti. E invece no.
La leader di Fratelli D’Italia poco fa ha pubblicato sulla sua pagina Facebook una diretta di quelle “simpatiche” in cui si cimenta in un locale a Napoli nella preparazione della pizza:
Peccato che all’inizio del filmato la Meloni nonostante si trovi in un ambiente chiuso e nel quale vengono preparati degli alimenti preferisca rivolgersi verso la videocamera senza indossare niente. Mentre si vede benissimo che i pizzaioli presenti nel locale hanno correttamente la mascherina.
Nei ristoranti anche i clienti la devono indossare quando non sono seduti al tavolo ma si alzano per quasiasi motivo. Solo quando si accinge a preparare la sua pizza Giorgia dice “mettiamo la mascherina”, come se entrasse in quel momento nella pizzeria.
La Meloni prepara la sua bella pizza con il volto coperto. Ma non finisce qui.
Quando porge la pizza appena sfornata ai fotografi invece di farsi immortalare con il capolavoro culinario mentre ha il dispositivo di protezione sul viso Giorgia dice leggiadra: “Un attimo che mi tolgo la mascherina e ne facciamo una”.
Tutti sanno infatti che il Coronavirus quando vede una macchina fotografica scappa.
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 16th, 2020 Riccardo Fucile
EPITETI VOLGARI E MINACCE DI MORTE… FINO A QUANDO QUESTI DELINQUENTI GODRANNO DI IMPUNITA’?
‘Datti fuoco’, ‘accoppati” (scritto in Veneto) e ancora: ‘Vai a lavorare tricheco’. Sono gli insulti “alla
persona, alla donna e alla politica espliciti e razzisti, che lasciano senza parole”, indirizzati alla ministra alle politiche agricole Teresa Bellanova arrivata in Veneto a sostegno della candidata alla presidenza Daniela Sbrollini che corre per Italia viva, Pri e Civica per il veneto.
Viene presa di mira, da ieri, sulla bacheca facebook di Sbrollini dopo un video in cui Bellanova la supporta: appena pubblicato, riporta una nota della candidata renziana, “subito parole sessiste e con inviti alla morte, con epiteti espliciti che non lasciano spazio alle interpretazioni e che dobbiamo denunciare e portare all’attenzione perchè chiunque sia il bersaglio, ancor più una donna, è aberrante e al limite della civiltà “, dice la stessa Sbrollini che rivendica invece una campagna elettorale “nel segno della gentilezza di linguaggio e modi e non andando contro l’avversario, ma proponendo e già realizzando cose concrete”.
Sbrollini allega anche una foto degli insulti sulla bacheca e segnala che “l’orrore che scrivono nei miei confronti e verso Teresa Bellanova, già oggetto di attacchi simili quando divenne ministro un anno fa, è l’esempio più esplicito di quello che sta succedendo verso di me sin dal 4 luglio ed è conseguenza di un clima di odio che qualcuno ha alimentato e che prende di mira soprattutto le donne coraggiose e autonome come la sottoscritta e come la Bellanova”.
Continua la renziana: “Ovviamente in questo mare magnum di odio prendono di mira la nostra lista perchè rappresentiamo una alternativa che dà fastidio, che mette in crisi un potere e un’opposizione uguali da 25 anni in Veneto, che garantiscono che rimanga tutto uguale per altri 25 anni”.
(da agenzie)
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Settembre 16th, 2020 Riccardo Fucile
LA VICENDA LO RIGUARDA, ECCOME, COME RIGUARDA TUTTI GLI ITALIANI, VISTO CHE I SOLDI SONO DEI CONTRIBUENTI
Matteo Salvini continua a evadere le domande sui 49 milioni che la Lega deve restituire. “Cercano soldi che semplicemente non ci sono. Perchè sono stati spesi. Se li trovate ditelo anche a me che mi interessa”, ha detto.
Ma non solo i 49 milioni vanno restituiti, non è accettabile che il leader della Lega liquidi le (legittime) domande dei cronisti come se la vicenda non lo riguardasse. Perchè tra lo scandalo dei rimborsi elettorali e le inchieste sui fondi del Carroccio, la vicenda lo riguarda. E visto che si sta parlando di soldi pubblici, riguarda anche tutti noi.
La questione però qui è un’altra. Salvini racconta come sono stati spesi i 49 milioni negli anni, ma il punto è che quei soldi vanno restituiti. Il leader leghista sottolinea che si stiano cercando dei soldi che semplicemente non ci sono: i magistrati però hanno stabilito che questi sono stati percepiti irregolarmente dal partito di via Bellerio e perciò devono essere restituiti. Punto.
Sostenere che gli inquirenti stiano cercando delle cifre che non esistono non risolve la vicenda. E non toglie il fatto che la Lega, dallo scorso settembre 2018, debba restituire 49 milioni. Anche se in comode rate da 100 euro a bimestre, per cui la piena resa avverrà in 80 anni.
Facciamo un passo indietro e andiamo a vedere perchè il Carroccio deve restituire questi soldi.
L’inchiesta sui fondi risale ancora a quando alla Lega si accompagnava l’appellativo “Nord”. Precisamente al 2012, quando l’ex tesoriere Francesco Belsito viene indagato con le accuse di truffa ai danni dello Stato e riciclaggio per la gestione dei rimborsi elettorali, che sarebbero stati trasferiti all’estero e reinvestiti in diverse attività , tra cui anche l’acquisto di diamanti.
Il segretario Umberto Bossi si dimette e a Genova inizia un processo che vede nel mirino i rimborsi elettorali ricevuti dalla Lega Nord tra il 2008 e il 2010. Precisamente, si parla di una somma di 48.969.617 che secondo l’accusa sono stati in parte utilizzati per delle spese personali della famiglia Bossi.
Nel 2017 arrivano le condanne. Due anni e cinque mesi al Senatur, quattro anni e dieci mesi per Belsito. I giudici dispongono della confisca di 49 milioni al partito in quanto “somma corrispondente al profitto, da tale ente percepito, dai reati per i quali vi era stata condanna”.
Nel 2018 la Cassazione accoglie il ricorso della Procura del capoluogo ligure e stabilisce “l’esistenza di disponibilità monetarie della percipiente Lega Nord che si sono accresciute del profitto di reato, legittimando così la confisca diretta del relativo importo, ovunque e presso chiunque custodito e quindi anche di quello pervenuto sui conti e/o depositi in data successiva all’esecuzione del provvedimento genetico”.
A settembre di quello stesso anno la Procura raggiunge un accordo con i legali della Lega Nord per un piano di pagamenti da 600 mila euro all’anno per restituire tutti i 49 milioni
Cosa c’entra Salvini con la condanna di Bossi e Belsito
C’è chi ha affermato che l’attuale leader leghista non c’entri nulla con le vicende giudiziarie del vecchio segretario. Ma la memoria di 60 pagine depositata dall’avvocatura dello Stato in difesa di Camera e Senato (parti civili nel processo) spiega esattamente perchè la Lega, di cui Salvini è segretario, non avrebbe dovuto ottenere i rimborsi elettorali e perchè quindi quei 49 milioni vadano oggi restituiti.
Ed è molto semplice: tra il 2008 e il 2010 i bilanci del partito sono stati falsificati e quindi il Carroccio non aveva diritto a incassare i soldi dei rimborsi elettorali. ”
La liquidazione è subordinata all’accertamento della regolarità del rendiconto”, si legge nella sentenza, che fa riferimento alla legge 2/1997.
Per ottenere i rimborsi vanno presentati dei bilanci regolari e corretti: in caso contrario, i rimborsi elettorali saranno sospesi. E questo avrebbe dovuto essere il caso della Lega. Le spese personali dei Bossi rappresentano reato di appropriazione indebita, quello per cui padre e figlio Bossi sono stati condannati.
Ma c’è poi il reato di truffa ai danni dello Stato, che è il caso dei rimborsi elettorali percepiti illegalmente dal Carroccio. Per questo i giudici genovesi non hanno sequestrato solo una cifra pari a quella delle spese dei Bossi e altri, ma l’intero ammontare dei rimborsi ottenuti nei tre anni al centro delle indagini.
Cosa sta succedendo ora con i commercialisti vicini alla Lega
La questione dei fondi della Lega è tornata al centro dell’attenzione mediatica dopo che tre commercialisti vicinissimi al partito sono finiti agli arresti domiciliari perchè coinvolti nell’indagine sui finanziamenti alla Lombardia Film Commission. Inchiesta che si è concentrata sulla vendita di un capannone a un prezzo gonfiato (si parlerebbe di un surplus di 400 mila euro rispetto al valore iniziale dell’immobile) a Cormano alla Lombardia Film Commission, ente regionale il cui presidente era stato nominato dall’allora governatore leghista Roberto Maroni. L’operazione avrebbe coinvolto delle immobiliari legate ai tre commercialisti, che i pm milanesi hanno descritto come in grado di raggiungere “i piani altissimi della politica” e come “infiltrati nelle istituzioni” ai massimi livelli. Implicato anche un prestanome, arrestato lo scorso luglio.
I magistrati ritengono che per non restituire tutti i 49 milioni la Lega potrebbe aver escogitato un modo per celare questi soldi.
Ecco da dove partirebbe la torbida e ambigua trama di giri di denaro. Come quello in cui sarebbero ora implicati i tre commercialisti. Quindi no: il segretario del partito su cui pesano tutte queste inchieste e indagini non se la può cavare con un “i soldi sono stati spesi” e “se li trovate ditemelo”. Non solo i 49 milioni vanno restituiti, ma non è accettabile che il leader della Lega liquidi le (legittime) domande dei cronisti come se la vicenda non lo riguardasse. Perchè lo riguarda. E visto che si sta parlando di soldi pubblici, riguarda anche tutti noi.
(da TPI)
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Settembre 16th, 2020 Riccardo Fucile
DA UN BALCONE PROSPICIENTE APPARE IL NUMERO 49 A CARATTERI CUBITALI… SALVINI SI INNERVOSISCE PER IL CORO “LADRO, LADRO” E IL COMIZIO DURA APPENA 5 MINUTI
Un vistoso numero 49 campeggia proprio di fronte al palco dal quale parla Matteo Salvini a Legnano,
provincia di Milano. Comizio in sostegno della candidata sindaco Carolina Toia.
Sul terrazzino proprio sopra il Caffe Farmacia qualcuno ha affiancato due grandi palloncini a forma di 4 e di 9 a evocare i fondi della Lega dei quali si sono perse le tracce negli ultimi dieci anni e sui quali indaga la magistratura.
l segretario che parla di immigrati e processi è lì di fronte a 30 metri, li vede bene quei gonfiabili color oro. Appena inizia a parlare parte la prima e unica contestazione di questi due giorni trascorsi in Emilia Romagna, Veneto e Lombardia.
Terre amiche nelle quali tutto era filato liscio. Finchè proprio qui, alle porte di Milano, un gruppo di una ventina di ragazzi fa partire un coro: “Ladro ladro” e urla all’indirizzo del palco “restituisci i soldi”.
Il comizio dura pochi minuti. Meglio passare ai selfie.
(da agenzie)
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Settembre 16th, 2020 Riccardo Fucile
DENUNCIATO PER SIMULAZIONE DI REATO… A VALENZA ERA STATO PIU’ APPLAUDITO DI SALVINI
Aveva denunciato un’aggressione da parte di un “uomo di colore” e aveva lodato anche l’intervento di un amico, un ragazzo di 16 anni che lo aveva difeso e salvato. ùMa non era vero niente. Aggressione ed “eroe” erano inventati.
Lo hanno accertato i carabinieri di Valenza che hanno denunciato Lele Rachiele, 19 anni, candidato a Valenza come consigliere nella lista della Lega. L’accusa è simulazione di reato.
La finta aggressione era finita sui giornali la scorsa settimana quando il giovane candidato, che è costretto a spostarsi su una sedia a rotelle, aveva raccontato la sua storia.
“Era un uomo di colore alto circa un metro e ottanta con una felpa grigia e un paio di jeans – aveva raccontato Rachiele – mi si è avventato addosso mentre tornavo dal cimitero, voleva rubarmi il borsello”.
L’aggressore, secondo il racconto di Rachiele, era stato allontanato a suon di pugni dall’amico sedicenne.
L’episodio aveva creato scalpore a Valenza: Rachiele è molto conosciuto a Valenza, tanto che il 3 settembre scorso, in occasione del comizio del leader Matteo Salvini, il più applaudito era stato in realtà lui.
Dopo l’ “aggressione” al candidato consigliere erano arrivati i messaggi di solidarietà di molti colleghi del Carroccio, compresi due parlamentari, e del candidato sindaco Maurizio Oddone.
L’ipotesi è che Rachiele e l’amico abbiano deciso di inventare tutto per dare il colpo finale alla campagna elettorale del candidato a poche settimane dalle elezioni amministrative a Valenza.
(da agenzie)
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Settembre 16th, 2020 Riccardo Fucile
DIMENTICA UN DETTAGLIO: SE FOSSE VERO, VUOL DIRE CHE HA SPESO SOLDI NON SUOI… SE IL PROPRIETARIO DI UN’AZIENDA IN FALLIMENTO SOTTRAE BENI DESTINATI ALL’ERARIO PER SPUTTANARLI A SUO BENEFICIO FINISCE IN GALERA
“I 49 milioni della Lega sono stati spesi in manifesti elettorali”: lo ha dichiarato Matteo Salvini nel
corso del programma Di Martedì, rispondendo alla domanda del conduttore Giovanni Floris su dove fossero finiti i rimborsi elettorali tra il 2008 e il 2010 dall’allora Lega Nord. “I 49 milioni sono stati spesi in iniziative, affitti di sede, corrente elettrica e campagne elettorali. Cercano soldi che non ci sono. Se li trovate ditelo anche a me che mi interessa” ha dichiarato Salvini nel corso della trasmissione in onda su La7.
Sarà la magistratura a stabilire se i 49 milioni di contributi pubblici alla Lega sono stati spesi per iniziative di partito o se parte di quei milioni sono finiti prima all’estero e poi nelle tasche di qualcuno.
Ma poniamo che sia vera la tesi odierna di Salvini, ovvero che quei 49 milioni siano stati spesi per iniziative di partito, concetto peraltro mai esplicitato.
1) I 49 milioni di contributi pubblici risultano in entrata, se fossero stati spesi per manifesti, affitti, bollette, sarebbero indicati in bilancio nelle uscite e il saldo sarebbe zero. Se la magistratura li cerca lo capirebbe anche un cretino che le uscite a bilancio non corrispondono alle entrate.
2) Spese in nero per manifesti e altro? Salvini non dice che quei contributi pubblici alla Lega dovevano essere “bloccati” per far fronte ai debiti con l’erario, i fornitori e il personale, non potevano essere spesi per la propaganda. Tesi peraltro suggerita da qualcuno all’interno della Lega. Si è voluto spendere quello che non poteva essere speso (da qui il sequestro tardivo dei conti da parte della magistratura, quando i buoi erano prmai scappati dalla stalla)
3) Facciamo un esempio. Se il titolare di un’impresa prossima al fallimento invece che onorare i debiti erariali, le tasse, le fatture dei fornitori, i versamenti Inps ai dipendenti, sottrae beni e denaro giacenti in azienda sputtanandoli in auto, donne o facendoli sparire in conto esteri, finisce dritto in galera.
Dire che son stati spesi è già un reato, non dimostrarlo a bilancio anche peggio.
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Settembre 16th, 2020 Riccardo Fucile
AI PARTITI INTERESSA AVERE FEDELISSIMI AI CAPI, NON PERSONE COMPETENTI
Secondo i sostenitori del Sì al referendum, ridurre il numero dei parlamentari porta a un aumento della qualità del Parlamento.
Secondo i sostenitori del No, invece, non è così.
Mettendo però da parte il fattore meramente numerico, c’è un elemento che dovrebbe stare a cuore a entrambi gli schieramenti: il metodo di selezione dei nostri rappresentanti, ovvero lo strumento che realmente permette di portare e valutare la qualità all’interno di Camera e Senato.
Pur con i dovuti cambiamenti avvenuti negli anni, pur con la crisi dei partiti che non tocca solo il nostro Paese, le principali democrazie hanno individuato metodi specifici per scegliere i propri rappresentanti, attraverso i quali si configura la partecipazione democratica e, attraverso essa, il controllo dell’operato degli eletti da parte degli elettori.
Un meccanismo che in Italia attualmente manca quasi completamente, tra listini bloccati e collegi vasti e dal peso ridotto che contribuiscono ad allontanarci dai parlamentari del nostro territorio e a far perdere spesso e volentieri la volontà di rappresentare nello specifico quei cittadini e quel territorio.
Originariamente, nella Prima Repubblica, l’Italia sceglieva i propri deputati con il sistema della preferenza multipla alla Camera e con collegi uninominali al Senato, in entrambi i casi all’interno di un sistema proporzionale.
La fine di quel sistema politico e partitico portò a un nuovo sistema elettorale, il Mattarellum, che attraverso il meccanismo dei collegi uninominali sarebbe dovuto diventare, sul modello anglosassone, il nuovo strumento per costruire un rapporto tra eletti ed elettori. Uno strumento che tuttavia fu ben presto portato al naufragio dalla stessa classe politica che ne avrebbe dovuto e potuto fare tesoro.
La legge elettorale, agli occhi di molti un astruso tecnicismo, ma nei fatti le “regole del gioco” attraverso cui vengono eletti i nostri rappresentanti che, ci piaccia o meno, influenzano attraverso le leggi e l’efficienza politica la nostra vita di tutti i giorni, si è trasformata in qualcosa da cambiare di volta in volta in base allo scontento di turno in maniera quasi schizofrenica.
Una serie di cambiamenti, oltre a diversi interventi della Corte Costituzionale, hanno portato a un’ulteriore confusione che ha contribuito ulteriormente ad allontanare eletti ed elettori. Il tutto ha probabilmente toccato l’apice con il famigerato Porcellum, la legge modificata d’autorità dalla Consulta dopo essere stata usata in tre diverse elezioni in cui i cittadini dovevano limitarsi a scegliere il simbolo, votando in automatico liste chilometriche da decine di candidati bloccati, rendendo quanto meno complesso al cittadino informarsi su ciascuno di loro, le proprie idee e il suo operato.
Se per l’elettore era divenuto difficile capire chi stesse votando, dal lato dei partiti non vi era più particolare interesse a scegliere persone in grado di ottenere un ampio consenso in specifici contesti territoriali, e con la maggior parte degli elettori che si limitava a scegliere il simbolo, dunque il partito nazionale senza badare più di tanto ai candidati alla Camera e al Senato, ecco che l’interesse principale diventava quello di riuscire a mettere più fedelissimi del leader di turno.
Con gli elettori che sempre di più hanno preferito dare spazio ai leader e gli eletti che sempre meno hanno avuto necessità di una campagna casa per casa nel territorio, questo rapporto è andato scollandosi, favorendo l’ascesa dei leader come Renzi, Salvini e Di Maio e una decadenza della classe dei parlamentari.
E se oggi un bel pezzo del Parlamento ha deciso di votare per il proprio taglio, forse è anche per la consapevolezza di un processo che troppe volte ha messo da parte la coscienza critica del parlamentare, cui il leader di turno ha preferito uno yes-man che creasse pochi problemi.
Senza che un candidato possa costruire un rapporto reale con l’elettore, fatto di campagna e costruzione della fiducia nel territorio, questo è l’unico risultato possibile.
Ma come si fa, oggi, a porre la questione di una modifica in qualsiasi senso della composizione del Parlamento se non abbiamo idea di come permettere a noi poveri elettori di partecipare e di scegliere una classe dirigente per il Paese, un sistema che ci permetta di avere un reale rapporto con gli eletti?
Ormai dal referendum non si può tornare indietro, ma quale che sia il suo esito sarà fondamentale che dal 22 settembre la Politica non si nasconda e affronti chiaramente questo punto chiave della nostra democrazia.
(da Open)
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Settembre 16th, 2020 Riccardo Fucile
“COVID OCCASIONE PER CAMBIARE, SPINTA A INVESTIMENTI VERDI”… E RIVOLTA AI BANCHI DEI RAZZISTI DI AFD: “SIETE ODIO”… IL PPE ATTACCA SALVINI: “E’ UNA MARIONETTA DI PUTIN COME TUTTI I SOVRANISTI”
E’ passato solo un anno dalla sua nomina a capo della Commissione europea e Ursula von der Leyen
già si ritrova a dover dissotterrare il suo gioiello: il Green deal.
Oggi, il suo primo discorso sullo Stato dell’Unione al Parlamento europeo, serve allo scopo. “Il covid deve essere occasione per cambiare”, dice la presidente rilanciando la lotta ai cambiamenti climatici con nuovi obiettivi più stringenti: “Taglio delle emissioni del 55 per cento entro il 2030, non più del 40 per cento”. Ce n’è anche per l’Italia: in positivo. Von der Leyen dà un assist a Giuseppe Conte, alla vigilia del voto per regionali e referendum: “L’anno prossimo, summit sulla sanità in Italia”.
Presentato l’anno scorso come il vessillo della nuova squadra di Palazzo Berlaymont, il Green deal è finito martoriato sotto i colpi dell’emergenza pandemia. Von der Leyen ha dovuto cambiare la sua agenda, come tutti. Di investimenti verdi e riconversione dell’economia si è parlato poco e male.
Ma oggi, di fronte ad un’aula con poche presenze fisiche e tanti collegamenti online da remoto, la presidente rilancia: “Il 37 per cento delle risorse del Next generation Eu andrà al Green deal. Il 30 per cento del Recovery fund sarà reperito sul mercato con ‘green bond’”
“Se vogliamo diventare il primo continente ‘neutro’ nel 2050, dobbiamo procedere più velocemente”, dice annunciando la proposta della Commissione di aggiungere un 15 per cento in più al taglio delle emissioni previsto per il 2030. “Mi rendo conto che è eccessivo per alcuni e insufficiente per altri ma la nostra valutazione di impatto dimostra che la nostra industria ce la può fare”.
Sarà il fondo per la transizione equa, inserito nel pacchetto Green deal, a sostenere le spese delle aree interessate alla riconversione. Per esempio: l’Ilva di Taranto. Riconvertire si può, è il messaggio per il governo di Roma.
Von der Leyen cita la Svezia, dove ci sono industrie che producono “acciaio senza fossili: idrogeno al posto del carbone. L’acciaio pulito è possibile. Il Next generation Eu deve servire per creare vallate di idrogeno in Europa”.
Insomma, sottolinea la presidente, “il piano di ripresa non deve solo portare l’Europa fuori dalla crisi ma spingerla verso il mondo di domani”. Digitale, intelligenza artificiale. L’agenda è piena. Gli ostacoli sono tanti. Per esempio: la Cina.
Lunedì scorso, il vertice europeo con Xi Jinping per la firma di un accordo su commercio e investimenti è solo servito a misurare distanze, di nuovo. “Relazione strategicamente importante ma difficile — dice von der Leyen – Ci aspettiamo che Pechino dia l’esempio sul rispetto degli accordi di Parigi sul clima, sulla reale apertura dei mercati, sul rispetto dei diritti umani”.
E qui però la presidente striglia gli Stati membri: “Quando gli Stati membri dicono che l’Europa è troppo lenta, io dico: siate coraggiosi e passate al voto a maggioranza qualificata” in Consiglio europeo “per lo meno sui diritti umani e l’adozione di sanzioni”.
Quanto alle violazioni nella stessa Ue, “prima della fine del mese — annuncia von der Leyen — la Commissione presenterà un rapporto sullo stato di diritto per tutti gli Stati membri”. L’annuncio fa saltare i nervi al polacco Ryszard Legutko, presidente del gruppo dei Conservatori e riformisti, che attacca la presidente: “Fa ideologia”.
La prossima settimana intanto la Commissione presenterà il suo pacchetto immigrazione, conferma von der Leyen rispondendo così ad una richiesta più volte avanzata dall’Italia, dalla Grecia e i paesi della frontiera sud dell’Europa.
“Nel nuovo piano – anticipa la presidente – verrà abolito il regolamento di Dublino e sarà sostituito da un nuovo sistema di governance delle migrazioni, con una struttura comune per quello che riguarda gli asili ed i rimpatri, ed anche un meccanismo di solidarietà molto forte ed incisivo. Ci sarà un dibattito su questo, punti su cui andremo d’accordo e meno. So che anche la presidenza tedesca vuole avere dei risultati”.
“Bisogna fare una chiara distinzione tra chi ha diritto a rimanere e chi no, rafforzare le frontiere esterne, il partenariato con i paesi terzi, creare vie legali di ingresso”.
A Lesbo intanto, dove la settimana scorsa il più grande centro di accoglienza d’Europa è andato distrutto in un incendio, la Commissione si sta occupando di creare un altro centro: sempre lì, nella stessa isola greca. Mentre procede a rilento la distribuzione tra i paesi membri degli oltre 12mila profughi rimasti senza tetto.
Ma la questione più immediata nell’agenda europea è la Brexit. Anche Von der Leyen ammette che il no deal è ormai un rischio concreto, dopo la scelta di Londra di violare gli accordi sottoscritti con l’Ue l’anno scorso, minando la “fiducia che è alla base delle relazioni internazionali”. “Ogni giorno che passa — continua – le possibilità di intesa si allontanano. Negoziati difficili, non abbiamo avuto i risultati sperati e c’è poco tempo”. Il 15 ottobre il consiglio europeo dovrebbe ratificare l’uscita definitiva del Regno Unito al 31 dicembre di quest’anno. “Ma l’Ue non farà mai marcia indietro sull’Accordo di divorzio, che non può essere cambiato unilateralmente”, scandisce von der Leyen.
La presidente si sbilancia anche sul tema delle comunità Lgbtq. “Chiederò il riconoscimento mutuo del genitore in tutta l’Europa — dice, tra gli applausi di molti e lo sguardo esterrefatto di altri in aula — Se si è genitore in un paese, lo si è in tutti i paesi”.
Di certo, rispetto a un anno fa, quella di oggi è una von der Leyen più attenta alla questione dei diritti, più spostata a sinistra che a destra, si direbbe in antico gergo ideologico pur sempre efficace. La presidente annuncia anche una raccomandazione della Commissione per introdurre “il salario minimo in tutti i paesi europei”.
E, ‘dulcis in fundo’, sull’immigrazione von der Leyen ingaggia un corpo a corpo verbale in aula con il tedesco Jorg Meuthen dell’Afd.
Stava parlando della “visione diversa dell’estrema destra, basata sull’odio”. L’europarlamentare sovranista borbotta. Lei approfitta. Si volta verso di lui e attacca: “Questo la fa arrabbiare perchè la tocca nel vivo! Siamo profondamente diversi, questa è la democrazia: lei predica odio e noi vogliamo un approccio costruttivo sull’immigrazione”.
E von der Leyen non è l’unica ad attaccare i sovranisti. Il presidente del gruppo del Ppe Manfred Weber attacca Matteo Salvini, definendolo “una marionetta di Putin con tutti gli altri sovranisti”.
Come l’esordio del discorso in aula, anche l’ultimo pensiero di von der Leyen è sulla pandemia, l’uragano che ha cambiato le vite di tutti. Anche qui la presidente parla di Italia: “L’immagine del lockdown che mi è rimasta impressa è quella di Carola e Vittoria, le due ragazzine che giocavano a tennis in terrazza in Liguria…”.
L’Italia, paese particolarmente colpito dalla pandemia e dalla crisi economica, destinatario della maggior parte degli aiuti del recovery fund, esce bene nel discorso della presidente che tende la mano a Conte, in un (ennesimo) momento di fibrillazione della maggioranza di governo. Non è poco per il premier. “Serve stabilità per tutti i governi europei per concretizzare il recovery fund”, dice il presidente del Parlamento europeo David Sassoli. §
(da “Huffingtonpost”)
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