Settembre 15th, 2020 Riccardo Fucile
CHAT INTERNE INCANDESCENTI CON GRILLO CHE PROVA A MEDIARE FINO ALLE REGIONALI
È un divorzio storico. Le nozze tra il Movimento 5 Stelle e la Casaleggio associati non hanno resistito
al tempo. Ora le chat sono incandescenti.
C’è chi parla di scissione, chi di querela, fino ad arrivare a chi invoca una class action contro il figlio del co-fondatore.
Questa volta si sono arrabbiati tutti, anche chi non è moroso. “La sua è una ripicca perchè si sente estromesso dal governo”, si legge nelle chat. E poi ancora: “A lui l’alleanza con il Pd non è mai piaciuta. Dobbiamo denunciarlo — scrivono i più inferociti — ha utilizzato la mail del Movimento 5 Stelle e tutti i contatti per minacciarci. A che titolo?”.
Al centro della questione c’è la mail che Davide Casaleggio ha inviato a tutti gli iscritti del Movimento 5 Stelle, avvertendoli senza giri di parole che è pronto a tagliare i servizi di Rousseau. Ciò segna un punto di non ritorno. Casaleggio jr accusa per iscritto tutti coloro che non hanno rendicontato le spese, quindi non hanno restituito i soldi, e neanche hanno versato i 300 euro a testa in favore della piattaforma. Insomma è sui soldi che si sta consumando la disfida e la disfatta.
“Da martedì 22 può succedere di tutto”, aggiunge un altro deputato grillino. Si tratta del giorno successivo al referendum e alle elezioni regionali.
Ed è in vista dell’appuntamento elettorale imminente che Beppe Grillo, collegato in streaming con il Senato, nel corso di una conferenza stampa organizzata dai 5 Stelle, prova a mediare ricordando agli esponenti grillini l’importanza dello strumento di cui il Movimento si è dotato: “I cittadini devono poter dire la loro con sistemi tecnologici che noi per primi al mondo abbiamo fatto. Non è una difesa di Rousseau ma di una tecnologia che abbiamo fatto noi e dobbiamo ringraziare le persone che l’hanno fatta, Casaleggio padre e figlio”.
Alle orecchie di tanti le parole del Garante o meglio dell’Elevato suonano come un modo per mettere pace in un Movimento in frantumi nella settimana cruciale di campagna referendaria, durante la quale il partito sta dando un pessimo spettacolo di sè.
Un assaggio del divorzio storico tra la dinastia dei Casaleggio e il Movimento 5 Stelle lo si ha avuto nell’ultimo tour a Roma di Davide, l’erede di Gianroberto. Ha chiamato tutti, ma nessuno lo ha ricevuto, perchè tutti i big da Di Maio a Fico sono affaccendati con questioni di governo o istituzionali.
Lo vede Vito Crimi, il capo politico senza potere, ma perfino lui, riferiscono a Montecitorio, lo riceve brevemente e quasi di malavoglia.
Oggi Grillo si è presentato molto diplomatico tra mozione degli affetti (Casaleggio jr) e tatticismo da politico puro per provare a tenere ancora insieme il Movimento. Ma “il rapporto di fiducia con Casaleggio si è rotto”, dice chi sarebbe pronto a lasciare il partito per fondarne un altro sempre a sostegno del governo ma lontano dalla piattaforma Rousseau.
La tensione interna è alta. L’intervento di Casaleggio contro gli inadempienti ha mandato su tutte le furie molti eletti, che da tempo provano a ridisegnare i confini del rapporto tra Movimento e Rousseau e a ‘depotenziare’ il ruolo del guru.
C’è anche chi accusa i gestori del sito ‘Tirendiconto’ di aver cambiato le carte in tavola per quanto riguarda le scadenze delle restituzioni.
In una lettera aperta a Casaleggio postata sui social il senatore Mattia Crucioli definisce “scorretta e fuorviante” la email inviata agli attivisti dal dominus di Rousseau, perchè, sottolinea il parlamentare ligure, “omette che le date delle restituzioni sono sfalsate rispetto a quelle per il sostentamento di Rousseau: le prime sono trimestrali e vanno pagate entro le date di volta in volta indicateci, le seconde sono mensili e vanno pagate il 10 di ogni mese”.
Molti guardano agli Stati Generali del M5S – appuntamento congressuale invocato a gran voce dagli eletti grillini e più volte rimandato a data da destinarsi – come sede per regolare i conti con la creatura di Casaleggio. Il Movimento si presenta spaccato. Intanto non non si sa ancora se si andrà verso una gestione collegiale, come vorrebbe Luigi Di Maio, è verso un capo politico, come prevede l’assetto attuale.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 15th, 2020 Riccardo Fucile
CINQUE PRESIDENTI DI COMMISSIONE PUBBLICANO UNA NOTA ANTI-SINDACA
Virginia Raggi contro tutti. Anche contro i suoi.
Dopo aver annunciato la sua ricandidatura alle prossime elezioni comunali, che si terranno fra nove mesi, la sindaca di Roma si trova alle prese anche con un fronte interno ostile. Cinque esponenti M5S con un peso non indifferente nella giunta comunale hanno emanato tutta la loro voglia di cambiamento.
Sono presidenti di commissione chiave (tra cui Mobilità e Lavori Pubblici), come riporta La Repubblica, che risponderebbero ai nomi di Enrico Stefano, Donatella Iorio, Marco Terranova, Alessandra Agnello e Angela Sturni. Il malcontento sembrerebbe essere scoppiato attraverso una nota pubblicata in una chat interna. I cinque avevano anche disertato il ritiro di Ostia.
Nella nota si legge come ci sia voglia di cambiamento e maggior pragmatismo: ”Roma è una città complessa, che vive da anni un declino che solo pochi hanno provato a contrastare. Nelle ultime settimane il dibattito politico cittadino sta scadendo sempre di più. Vuoti slogan che lanciano soluzioni semplicistiche per problematiche complesse, estrema personalizzazione della contesa elettorale alla spasmodica ricerca del candidato “ideale”, tutto a discapito della costruzione di un progetto serio che si fondi su proposte concrete, portato avanti da una squadra di persone, dotate di capacità e visione”.
“Se si vuole invertire questa tendenza”, continuano i cinque nella nota, ”è necessario coinvolgere uomini e donne che abbiano voglia di mettersi in gioco al di là degli schieramenti e delle appartenenze politiche”.
Poi, delineano le linee guida per il futuro: “L’ambiente e i cambiamenti climatici, la mobilità , il lavoro e l’economia, le infrastrutture fisiche e digitali, le nuove tecnologie, la cultura e la ricerca, sono questi i temi principali su cui fondare l’azione politica futura puntando sulla riduzione delle disuguaglianze sociali e ripensando il concetto stesso di città , e degli spazi pubblici in particolare, in un’ottica di sostenibilità , trovando un punto di equilibrio tra azioni di sviluppo per un rilancio economico e qualità della vita dell’intera comunità cittadina”.
Per realizzare questo piano, “Si rende necessario dunque un salto di qualità , come MoVimento 5 Stelle, da realizzare con il coinvolgimento di tutte le persone volenterose e capaci, animate dal nostro stesso spirito di rinnovamento”.
Anche se il nome di Virginia Raggi non viene mai esplicitamente dichiarato, è chiaro il riferimento al suo lavoro. Così, la sindaca si dice “destabilizzata”, anche se accetta la volontà del cambiamento. “Quello che trovo più difficile da accettare e capire è l’ingiustizia di alcune affermazioni. Finchè avrò forza e voglia continuerò a guidare questa nave consentendovi di fare i vostri percorsi politici e di sparare anche contro di me”.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 15th, 2020 Riccardo Fucile
SI E’ DISTINTA PER DICHIARAZIONI OMOFOBE CONTRO GLI OMOSESSUALI
Nella costellazione della Lega adesso c’è una Stella del Donbas. Dalla guerra nell’est dell’Ucraina alle
urne della destra italiana in nord d’Italia: la parabola della nuova candidata del Carroccio Stella Khorosheva si dipana a Lavis, provincia di Trento, quasi 9mila abitanti e urne comunali alle porte, ma è iniziata molto tempo fa quando, nel 2014, cominciarono a piovere bombe su Slovyansk.
Ne zabudem, ne prostim.“Non dimentichiamo, non perdoniamo”. Era la frase che si leggeva tra sacchi di sabbia e bandiere che sventolavano sul municipio occupato di Slovyansk, città simbolo di quella Repubblica popolare di Donetzk autoproclamata nel 2014 dopo la battaglia di piazza Maidan.
Alle telecamere dei giornalisti spiegava le decisioni delle nuove autorità filo-russe nei giorni tesi del conflitto, – fluente in più lingue, capelli biondi ed occhiali -, Stella Khorosheva: era la portavoce del sindaco Vyacheslav Ponomarev, l’uomo che girava in divisa, denti d’oro e quattro dita, durante l’assedio della città contesa dall’esercito ucraino e quelli che la stampa cominciava a chiamare “separatisti” all’inizio del conflitto.
Dalla battaglia di trincea a quella elettorale trascorrono sei anni. In mezzo, – nel passaggio dalla bandiera rossa, nera e blu di Donetzk a quella verde della Lega -, per Stella ci sono gli acquerelli: quelli che espone in provincia di Trento, a Mezzocorona. Il sito del municipio informa che l’artista “è nata a Slovyansk nel 1966, territorio sconvolto dalla guerra che ha segnato profondamente la sua vita. È laureata in chimica, da sempre è appassionata di arte”.
Nel 2014 la citano le maggiori agenzie di notizie internazionali durante il conflitto, nel 2020 tornano a farlo le testate del settentrione italiano per la “profezia di Marx e la fine della razza umana”.
Alle sue prove d’elezione si accompagna la perplessità dei giornalisti trentini: nella sua seconda vita, lontana da cingolati e granate, la Khorosheva svetta in altri articoli per le sue posizioni definitivamente omofobe.
È il quotidiano ilDolomiti che la nota prima di tutti gli altri quando, senza ambiguità , esprime le sue posizioni: “il matrimonio tra gay porta all’estinzione della razza, l’obiettivo è distruggere il cristianesimo”. Frasi esplicitamente anti-gay in campagna elettorale che fanno indignare le testate della provincia trentina in cui si candida nella lista della leghista Monica Ceccato, – aspirante sindaco di Lavis -, dichiarazioni a cui non seguono spiegazioni della Khorosheva, ma solo cancellazioni di quei post che però sono ancora visibili sul sito del giornale.
Il cerchio di Stella non si chiude a Trento, ma torna ad allargarsi a Kiev.
“Le autorità italiane non hanno fornito agli investigatori ucraini una risposta sull’interrogatorio a Stella Korosheva, all’epoca dei fatti portavoce del cosiddetto sindaco di Slovyansk”.
Della candidata sono tornati a parlare anche i media patrii quando a pronunciare il suo nome, a fine agosto scorso, è stato il ministro degli Interni ucraino Arsen Avakov, per supportare la tesi di innocenza a favore di Vitaly Markiv, l’ex soldato italo-ucraino già condannato in primo grado per il concorso in omicidio di Andy Rocchelli e Andrey Mironov, i due giornalisti che hanno perso la vita a Slovyansk il 24 maggio 2014
Nei vestiti di Andrey Mironov, deceduto insieme al fotoreporter italiano ai piedi della collina di Kharachun a Slovyasnk, è stato trovato, dicono gli inquirenti di Kiev, un foglio firmato dalla portavoce Khorosheva, un avviso che riguardava una fotografia da scattare a Stelkov, pseudonimo di Igor Girkin, ex ufficiale delle forze armate russe a capo delle offensive in Donbas in quei mesi.
Del suo coinvolgimento nel dibattimento in tribunale che inizierà il 29 settembre a Milano non si hanno informazioni. Nessun triste, solitario finale della storia: vittorie e sconfitte delle battaglie di Stella non sono ancora note. Ma se delle elezioni italiane alle porte si consoceranno presto i risultati, della guerra ormai fredda e dimenticata al confine ucraino nessuno immagina l’esito.
(da agenzie)
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Settembre 15th, 2020 Riccardo Fucile
DI MAIO NON PERVENUTO
Sono trascorsi ormai 14 giorni da quando i militari del generale Kalifa Haftar hanno sequestrato due pescherecci italiani di Mazara del Vallo e trattenuto 18 pescatori.
La vicenda viene monitorata dalla Farnesina, che dalla sera dell’agguato sta trattando il rilascio degli equipaggi dell’Antartide e del Medinea.
I due motopesca sono tuttora ancorati nel porto di Bengasi, mentre i marittimi sono stati prima interrogati e poi trasferiti in un’altra struttura da cui non possono uscire liberamente, di fatto sono ostaggi del generale Khailifa Haftar.
Agli armatori viene contestata la presenza dei loro pescherecci all’interno delle 72 miglia (sessanta in più delle tradizionali 12 miglia), che la Libia dal 2005 rivendica unilateralmente come acque nazionali, in virtù della convenzione di Montego Bay che dà facoltà di estendere la propria competenza fino a 200 miglia.
Una vicenda che non sembrerebbe avere esclusivamente a che fare con la pertinenza delle acque territoriali, dove i due pescherecci si trovavano al momento del fermo, ma che riguarderebbe anche una vera e propria rivalsa politica nei confronti dell’Italia.
A suffragare questa tesi ci sarebbe la proposta avanza negli ultimi giorni dai militari di Haftar che chiedono l’estradizione di 4 scafisti libici condannati a 30 anni di carcere dalla giustizia italiana, ma conosciuti in Libia come giovani promesse del calcio, in cambio della liberazione dei 18 pescatori trattenuti a bordo dei due pescherecci di Mazara del Vallo.
La Marina libica legata all’esercito del generale Khalifa Haftar che controlla la zona di Bengasi ha avuto ordine dal Comando generale, cioè dal generale Haftar, di non rilasciare i pescatori “fino a quando i calciatori libici imprigionati in Italia non saranno liberati”.
Tutti e 4 gli scafisti furono condannati dalla corte d’assise di Catania e poi dalla corte d’appello etnea, con l’accusa di aver fatto parte del gruppo di scafisti responsabili della cosiddetta ‘Strage di Ferragosto’ in cui morirono 49 migranti.
Cinque anni fa i quattro libici, tutti fra i 23 e i 25 anni, Joma Tarek Laamami, Abdel-Monsef, Mohannad Jarkess e Abd Arahman Abd Al Monsiff, con quattro marocchini, anche loro condannati e reclusi in carcere, furono accusati di non avere liberato i 49 migranti rinchiusi in stiva.
Per questo il procuratore Zuccaro considera l’eventualità di “uno scambio di ostaggi” una enormità giuridica: “Non penso che verremo interpellati, ma da operatori del diritto saremmo assolutamente contrari. Sarebbe una cosa ripugnante”.
Tra i pescatori trattenuti attualmente dai militari di Haftar, oltre agli equipaggi dei due motopesca, vi sono il comandante del peschereccio ‘Anna Madre’ di Mazara del Vallo e il primo ufficiale del ‘Natalino’ di Pozzallo.
Questi ultimi due pescherecci la sera dell’accerchiamento erano riusciti ad invertire la rotta, ma senza i due uomini. In questi giorni in molti sono intervenuti per chiedere il rilascio dei pescatori e dei motopesca sequestrati, tra cui la sezione regionale di Agripesca che ha minacciato di “bloccare l’intera flotta peschereccia”, che a Mazara del Vallo è composta da un centinaio di imbarcazioni d’altura.
Anche i familiari dei marinai si dicono pronti a “partire per Roma assieme ad un bel gruppo di pescatori, perchè non ci si può dimenticare di cittadini italiani che si trovano bloccati in un paese in guerra”.
“à‰ facilmente comprensibile l’angoscia dei familiari, nonostante la diplomazia sia al lavoro, non ci sono garanzie che i pescatori vengano liberati”, racconta a TPI Gaspare Bilardello, ex armatore e fondatore dell’associazione Isola di Mazara del Vallo. “Certamente si capisce lo stato di amarezza per l’immobilismo della politica. Se la situazione è quella dello scambio di ostaggi, certo diventa un po’ più complicata la situazione”.
“La storia è nota: i libici considerano quell’areale di pesca come acque nazionali. La comunità europea non interviene e la Libia fa come vuole, estendendo i limiti delle proprie acque territoriali fino a 75 miglia, quasi dentro casa nostra.
Con una interpretazione forzosa e non contestata da nessuno di una convenzione che glielo permette ma solo in parte. Il problema è: chi può essere in grado oggi di riconvocare l’organizzazione delle Nazioni unite per modificare un trattato? A oggi nessuno”, prosegue Bilardello. “L’indicazione che viene data è quella di non andare a pescare in quella zona, senza dire se si tratta di acque internazionali o territoriali. Più semplice chiedere ai pescatori di non andare lì, la politica così si mette al riparo dicendo di non andare, ma gli aerali di pesca dove poter andare sono sempre meno, quindi la necessità ci spinge a inoltrarci. Questo dubbio aleggia e mette in difficoltà i pescatori”.
Per il ministro degli Esteri Luigi Di Maio si tratta di un caso particolarmente spinoso. Di Maio difficilmente accetterà la proposta delle autorità libiche, ma deve fare i conti con le proteste dei familiari dei pescatori trattenuti in Libia che accusano il governo di aver fatto poco per liberare gli italiani.
E sull’arresto dei pescatori pende un ulteriore dubbio: che sia stata una vera e propria ritorsione contro la visita del ministro avvenuta proprio il primo settembre a Tripoli. In quel giorno il ministro degli Esteri, accompagnato dal sottosegretario Manlio Di Stefano, è stato prima a Tripoli e poi a Tobruk, incontrando il primo ministro Fayez al Serraj, il cui governo è l’unico considerato legittimo dall’ONU, e poi Aguila Saleh, presidente del parlamento rivale nell’est del paese. Poche ore dopo la visita, è arrivato il sequestro dei due pescherecci italiani.
“È più di una coincidenza”, afferma Bilardello. “A poche ore dalla partenza di Maio c’è stato il sequestro delle navi da parte delle forze di Haftar. Le navi si trovavano a 35 miglia a nord di Bengasi che per la Libia sono acque territoriali, e che per il nodo mai risolto, per noi sono acque internazionali”.
Dal 2005 a oggi sono stati fatti tantissimi sequestri dalla Libia ma ora c’è anche il sospetto che questo sequestro sia frutto di una rivalsa per l’intensificarsi dei rapporti tra Di Maio e al Serraj.
“Stiamo parlando di italiani bloccati in un Paese in guerra. Da giorni non si hanno loro notizie e non comunicano con i familiari. La diplomazia dice di stare tranquilli, ma sono passati 14 giorni e sono troppi”, conclude Bilardello.
(da TPI)
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Settembre 15th, 2020 Riccardo Fucile
“RIDICOLO ASSISTERE A SPECULAZIONI ELETTORALI”… E OGGI POMERIGGIO, COME PREVISTO, SONO ARRIVATI I BANCHI MONOPOSTO
Il giorno dopo, alla scuola Mazzini di Genova, c’è più incredulità che indignazione. Il tweet di Toti
con la foto dei bambini inginocchiati davanti a sedie usate come banchi, scattata da una maestra, ha fatto il giro dei social e dei giornali.
Ma, a sentire i familiari degli alunni, non si è trattato di una doccia fredda, tanto che l’apertura della scuola, pur senza i nuovi banchi, era stata richiesta dai genitori stessi. “Tutto è partito giovedì — spiegano i genitori all’uscita della scuola — quando ci hanno comunicato che l’inizio della scuola sarebbe slittato 48 ore per permettere che arrivassero i banchi e il personale ausiliario per iniziare serenamente l’anno scolastico”.
I genitori erano stati anche avvertiti che per garantire il servizio con le forze a disposizione avrebbero garantito solo due ore per i primi giorni, e in alcune sezioni i bambini sarebbero stati ancora senza banchi, con attività didattica ovviamente garantita e personalizzata per offrire un momento di festa ai bambini per celebrare l’atteso ritorno in classe.
“La speculazione di Toti è cascata male — chiarisce Enrica Origo, maestra della scuola — la nostra è una buona scuola e rimandiamo al mittente ogni strumentalizzazione elettorale, soprattutto se fatta sulla pelle dei bambini”.
“Siamo noi ad aver chiesto alle insegnanti di ripartire lo stesso, sapendo benissimo che i banchi sarebbero arrivati solo oggi e perfettamente consapevoli che le maestre hanno le competenze e l’esperienza per gestire al meglio i bambini per due ore, due giorni, anche senza il banco” così difendono il corpo docente e la scuola i genitori dei bambini finiti sulle prime pagine di tutti i giornali.
(da agenzie)
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Settembre 15th, 2020 Riccardo Fucile
IN TOTALE HANNO INCASSATO 200.000 EURO
Trenta detenuti mafiosi percepivano il reddito di cittadinanza. La Guardia di Finanza di San Severo, in provincia di Foggia, ha scoperto e denunciato 30 persone che prendevano i soldi pur non avendone il diritto, o avendolo solo in misura parziale, tra di loro anche tre persone che hanno presentato la domanda per ottenere il beneficio mentre erano in stato di detenzione in carcere.
I militari hanno passato al setaccio la posizione di 169 persone che dall’entrata in vigore del provvedimento sono stati associati in una casa circondariale della Capitanata.
In dodici non hanno comunicato l’intervenuta carcerazione. Sei familiari di detenuti, non hanno indicato nelle istanze la condizione del componente del proprio nucleo familiare, e sono riusciti ad ottenere un sostegno economico senza riduzioni. Otto familiari non hanno comunicato l’intervenuta carcerazione del loro congiunto, continuando a percepire indebitamente il sussidio in forma piena. Un caso ha riguardato l’allontanamento dalla casa familiare, su ordine dell’Autorità giudiziaria, di un componente di un nucleo destinatario del sussidio.
Tra i detenuti scoperti dalla Guardia di Finanza, i cui nuclei familiari hanno percepito il reddito di cittadinanza, figurano persone sottoposte a misura detentiva per i reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, tentato omicidio, rapina, evasione.
Tutte le posizioni illecite fatte emergere dai finanzieri sono state segnalate all’Inps per la revoca e il recupero del beneficio economico e denunciate alla Procura della Repubblica di Foggia. L’importo complessivo delle somme indebitamente elargite dall’Inps, e di cui si è proposto il recupero, ammonta a circa 200 mila euro.
(da agenzie)
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Settembre 15th, 2020 Riccardo Fucile
L’OPPOSITORE ERA FINITO IN COMA DOPO L’AVVELENAMENTO
Alexei Navalny si rivolge ai follower per la prima volta dopo l’avvelenamento del 20 agosto scorso.
“Mi mancate”, ha scritto Navalny pubblicando su Instagram una sua foto sul letto d’ospedale di Berlino. “Non riesco ancora a fare quasi niente ma ieri sono riuscito a respirare da solo per tutto il giorno. In generale sono me stesso. Non ho usato nessun aiuto esterno, nemmeno la più semplice valvola in gola. Mi è piaciuto molto. È processo sorprendente, sottovalutato da molti: ve lo raccomando”.
Ieri, la clinica Charitè di Berlino, dove è stato trasferito il 22 agosto dalla Siberia, aveva comunicato che Navalny era stato staccato completamente dalla respirazione artificiale. L’oppositore era finito in coma dopo quello che le autorità tedesche hanno denunciato essere stato un avvelenamento da agente nervino Novichok.
(da agenzie)
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Settembre 15th, 2020 Riccardo Fucile
CIRO: “CORREVAMO SOLTANTO VERSO LA NOSTRA LIBERTA'”
Ciro la saluta per l’ultima volta all’obitorio e scrive di pugno un manifesto affisso alle porte della chiesa. “Correvano soltanto verso la libertà ”.
Le amiche indossano magliette bianche con la sua foto che sorride mentre in chiesa don Patriciello, il parroco che l’ha battezzata e oggi ne celebra le esequie, le dice: “Vogliamo chiederti perdono per non essere stati capaci di custodire la tua fragile e preziosissima vita”.
È il momento del dolore, al Parco Verde di Caivano, dove una folla commossa assiste ai al funerali di Maria Paola Gaglione, la ragazza di 18 anni morta dopo essere caduta dallo scooter inseguita dal fratello Michele Antonio, che non accettava la sua relazione sentimentale con Ciro, il 22 enne, nato di sesso femminile ma che si sente uomo e aveva fatto un percorso culminato nella storia d’amore con Maria Paola Gaglione.
Ma durante la funzione, accuse e recriminazioni restano fuori.
In chiesa Ciro non c’è. Saluta Maria Paola all’obitorio, scortato dalla polizia, dall’Arcigay e con il permesso della Procura.
E, gli amici, stendono un grande cartello, scritto a penna, davanti all’ingresso della chiesa di San Paolo Apostolo a Caivano: “Correvamo soltanto verso la nostra libertà o almeno credevamo di farlo”. Firmato, “dal tuo grande amore Ciro”.
Proprio accanto al cartellone con l’ultimo saluto di Ciro spicca il manifesto funebre della famiglia di Maria Paola, firmato dai genitori e dai fratelli, tra cui lo stesso Michele (ora in carcere per omicidio preterintenzionale)
E quindici minuti dopo le 16, il feretro di Maria Paola arriva in chiesa. Ad accoglierlo, un applauso carico di commozione. Poco dopo entra la madre, Pina Gaglione, visibilmente provata e sorretta dal marito e dai familiari.
Per rispettare il distanziamento sociale la chiesa viene riempita solo a metà , ma tanta gente aspetta fuori in silenzio.
“Nella stessa chiesa dove sei stata battezzata da questo prete, oggi si sta celebrando il tuo funerale, Maria Paola”, dice dal pulpito il parroco, don Maurizio Patriciello. E la sua voce si interrompe per l’emozione.
“In chiesa non c’è posto per l’odio”, dice il parroco. E aggiunge: “Quante menzogne vengono dette da mattina a sera” . Poi sottolinea: “Ogni vita è preziosa. Signore, ricordaci che prima dell’ orientamento sessuale, del colore della pelle, del conto in banca, viene la persona umana, creata a tua immagine e somiglianza”.
E conclude: “Perdonaci, Maria Paola, per non essere riusciti a custodire questa tua vita fragile e meravigliosa”.
All’uscita del feretro, un altro applauso, mentre le amiche di Maria Paola lanciano palloncini bianchi e fanno volare piccole colombe. Sulle loro magliette, una ragazza che sorride, in calce la scritta: “Diciotto anni non sono stati abbastanza per amare una persona come te. Buon viaggio principessa”.
(da agenzie)
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Settembre 15th, 2020 Riccardo Fucile
UN NUOVO SCANDALO PER GLI UOMINI DEL CARROCCIO
In una inchiesta a firma di Emiliano Fittipaldi e Giovanni Tizian, il nuovo quotidiano “Domani” da
oggi in edicola, racconta di un «un nuovo scandalo per Matteo Salvini e i suoi uomini», dopo quelli dei 49 milioni, del Russiagate e della Lombardia Film Commission.
Secondo quanto riportano i due giornalisti, la Lega avrebbe, tra gennaio 2017 e settembre 2018, messo in piedi un meccanismo che consentiva ai parlamentari del Carroccio di versare somme nella casse di via Bellerio per poi incassare le stesse , ottenendo così di pagare meno tasse, mediante sgravi fiscali forse indebiti.
Scrivono Fittipaldi e Tizian: «è questa la conclusione a cui arriva una relazione inedita dell’Unità di informazione finanziaria (Uif), l’ufficio antiriciclaggio della Banca d’Italia che su richiesta di almeno due procure — Milano e Genova — e della Guardia di Finanza sta indagando sulla cassaforte del Carroccio».
E ancora:
«Indagando sui presunti magheggi della fondazione Lombardia Film Commission (…)», scrivono ancora Fittipaldi e Tizian,«gli analisti incrociano altre movimentazioni tra un conto della Lega e alcune aziende fornitrici di servizi. Seguendo la corrente di questo fiume di denaro, gli investigatori dell’antiriciclaggio approdano a una serie di bonifici intercorsi tra il partito e decine di parlamentari eletti nelle file della Lega. A volte si tratta di comuni ordini di versamento che i parlamentari fanno al Carroccio, per finanziarlo come accade per quasi tutte le forze politiche dopo l’abolizione del finanziamento pubblico. Altri movimenti bancari, invece, hanno destato più di un sospetto. Si tratta di quelli in cui i soldi fanno il percorso opposto, passando dalle casse del partito alle tasche di deputati e senatori (…) con la causale “restituzione prestito infruttifero».
Ad avere utilizzato l’escamotage per pagare meno tasse sarebbero stati, sempre secondo il Domani, Giancarlo Giorgetti, il tesoriere della Lega, Giulio Centemaro, Stefano Candiani ( di Stefano Borghesi, Vanna Gavi e Dimitri Coin.
(da agenzie)
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