Settembre 13th, 2020 Riccardo Fucile
LE INTERCETTAZIONI DI SCILLIERI, UNO DEI TRE COMMERCIALISTI DELLA LEGA
Migliaia e migliaia di euro che la cricca dei tre commercialisti dirottava dalla Lega e dalle società
pubbliche gestite dal partito di Salvini verso le loro tasche. E’ questo il quadro che emerge dalle intercettazioni di Michele Scillieri, uno dei tre arrestati nell’inchiesta portata avanti dalla procura di Milano.
Come riportato dalla Stampa, Scillieri è un fiume in piena:
«Ho imparato che gente sono, perchè loro sono fatti così! Loro hanno ciucciato una montagna di soldi della Lega, una montagna! Non ti dico 49 milioni, ma non ci siamo lontani sai… Te lo dico! Perchè una parte li hanno mandati… Casualmente hanno costituito le leghe regionali, una parte li hanno mandati su e poi son tornati, li han cuccati e una parte se li sono spartiti»
Scillieri tira in ballo soprattutto la Barachetti Service e l’«elettricista di fiducia» della Lega, Francesco Barachetti, oggi indagato per peculato a Milano ma già coinvolto nell’inchiesta sui 49 milioni del Carroccio:
«Barachetti è un ex idraulico che ha la casa accanto a Di Rubba e che ha deciso un bel giorno di dire: “Adesso divento un imprenditore di successo, caro Alberto fammi lavorare”. E Alberto tramite la Lega gli ha dirottato tonnellate di soldi! Non di lavori… Di soldi»
In una delle intercettazioni con il trojan nel cellulare del commercialista Michele Scillieri emerge lo sfogo contro gli altri due indagati, Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba, e contro un imprenditore che avrebbe fatto saltare l’affare di Cormano
Non sono mancati momenti di altissima tensione e relativi insulti reciproci tra gli indagati per il caso della compravendita dell’immobile di Cormano che ha portato nei giorni scorsi all’arresto di quattro persone, tra cui tre commercialisti della Lega. Nervosismo dichiarato chiaro e tondo nelle intercettazioni raccolte dal trojan nel cellulare di Michele Scillieri, il commercialista che nel 2017 aveva curato nel suo studio la nascita del movimento Salvini premier.
Come riportano le carte dell’inchiesta, citate dalla Stampa, è Scillieri a lamentarsi tanto degli altri due commercialisti ora indagati, Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba: «che fanno il cazzo che vogliono, fanno le porcate con le società », ma anche con un imprenditore, Francesco Barchetti, ex elettricista e vicino di casa di Di Rubba, che sarà poi indagato per peculato.
Le sfuriate di Scillieri
Scillieri si sfoga con Luca Sostegni, sospettato di essere prestanome di decine di società , tornato dal Brasile per recriminare «i restanti 30 mila euro dell’accordo» per l’affare di Cormano che Manzoni e Di Rubba non avrebbero più intenzione di dargli. «Con tutti i soldi che si sono fottuti in questi anni — dice Sicllieri al suo uomo di fiducia — non hanno certo problemi a cacciar fuori 30 mila euro in un colpo. E dai… Tu non hai idea… milionate e milionate». E prosegue: «Un milione e mezzo di fatturato verso la Lega in un anno… Cioè questi qua prendono i soldi di là , della Lega e si comprano le ville. Fanno veramente la bella vita».
(da agenzie)
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Settembre 13th, 2020 Riccardo Fucile
I FRATELLI BIANCHI CHIEDONO DI RIMANERE IN ISOLAMENTO, TEMONO IL CONTATTO CON GLI ALTRI
In questo momento, i fratelli Bianchi — così come Mario Pinciarelli — si trovano in isolamento perchè stanno completando il periodo di quarantena anti-coronavirus previsto per ciascun detenuto.
Anche per questo motivo sono stati tradotti a Rebibbia e non a Regina Coeli. Ma il loro isolamento in carcere potrebbe durare di più. I legali dei fratelli arrestati in seguito alla morte di Willy Monteiro Duarte a Colleferro, infatti, hanno chiesto che, date le circostanze della detenzione e dei fattori specifici che hanno caratterizzato l’evento dal punto di vista mediatico, l’isolamento sia prolungato.
I legali, infatti, si appellano al principio della giusta detenzione e hanno chiesto al giudice e ai vertici del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di valutare il da farsi, soprattutto a causa delle ripercussioni che in carcere la vicenda potrebbe avere sugli altri detenuti. Il timore delle tre persone arrestate (c’è un quarto arrestato, Francesco Belleggia, che però si trova ai domiciliari) è che ci possano essere ritorsioni da parte di altri detenuti.
D’accordo anche il garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasa che ha dichiarato al Messaggero come sia necessaria, in virtù del clamore suscitato dal caso dell’omicidio di Willy a Colleferro, una valutazione su come far proseguire la detenzione che è stata confermata dal giudice.
Il garante ha tra le altre cose verificato che, fino a questo momento, il periodo trascorso in carcere dagli arrestati non ha avuto particolari ripercussioni sull’integrità dei tre.
(da agenzie)
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Settembre 13th, 2020 Riccardo Fucile
E’ DIVENTANO UN SIMBOLO DELLE PROTESTE DOPO CHE IL SUO DIRETTORE SI E’ RIFIUTATO DI “CONSEGNARE” AL REGIME SOVRANISTA GLI AUTORI DI UN VIDEO-DENUNCIA
Lunedì è stata rapita Maria Kolesnikova, una delle figure chiave dell’opposizione bielorussa, portata
in un carcere a Minsk dopo aver rifiutato l’espulsione dal Paese.
Il giorno dopo, si sono perse le tracce di Antonina Konovalova, altro membro dell’opposizione. E così ogni giorno si allunga la lista delle persone scomparse e portate via dalle forze leali al presidente Lukashenko. Nonostante questo, non si fermano le proteste.
Anche il 12 settembre a Minsk centinaia di persone sono scese in piazza contro il regime. La manifestazione prevista per oggi, domenica 13 settembre, e battezzata la “Marcia degli eroi” ha ricevuto la benedizione di un’altra leader dell’opposizione, Tsikhanovskaya, in esilio in Lituania.
Ma per rimanere al potere il regime prova a mettere a tacere tutte le voci ostili arrestando giornalisti e arrivando perfino a mettere in ginocchio lo storico teatro nazionale Janka Kupala, i cui attori hanno deciso di scioperare dopo il licenziamento del loro direttore
Dopo la censura, lo sciopero
«Il teatro nazionale è uno dei luoghi storici per la cultura bielorussa. È il palcoscenico del Paese. Abbiamo spettacoli solo nella nostra lingua e non in russo. È stata una decisione molto difficile per noi, ma eravamo tutti uniti. Non possiamo lavorare quando queste brutalità continuano», dice Raman Padaliaka, tra gli attori scioperanti del teatro. Raggiunto al telefono spiega che il teatro è diventato uno dei centri della protesta da quando il suo direttore, il 47enne Pavel Latushko, è stato licenziato.
La colpa di Latushko — in passato anche ambasciatore bielorusso in Polonia, Spagna e Francia — sarebbe quella di aver osato denunciare la repressione portata avanti dal regime.
In realtà , come racconta Padaliaka, prima di essere licenziato Latuskho era stato convocato dal ministro della Cultura bielorusso per rispondere di un video fatto da alcuni attori del teatro in cui denunciavo la brutale repressione portata avanti da Lukashenko. Il direttore si era rifiutato di “consegnarli” al regime, e così ha perso il lavoro.
Da metà agosto il teatro non dà più spettacoli. «La maggior parte degli attori sono contro le brutalità e contro le elezioni. Vogliono nuove elezioni con nuovi partiti. Abbiamo anche il supporto dei nuovi registi — racconta Padaliaka -. Nessuno vuole andare a teatro in questa situazione». L’attore racconta amaramente che prima dello sciopero stava lavorando a uno spettacolo ambientato nella Bielorussia degli anni ’20 in cui l’eroe è un uomo «sospeso tra Oriente e Occidente, che non capisce che dovrebbe vivere nel suo paese e trovare la pace nazionale».
Alla domanda del perchè non ci sono state manifestazioni su questa scala in passato, visto che Lukashenko è al potere dal 1994, Padaliaka dice che in passato il ministero della Cultura non aveva mai inficiato le loro attività in questo modo. Nonostante la molta tristezza e la preoccupazione per il futuro, le proteste sono state liberatorie. «La sensazione predominante — racconta — è che ci sia stato un risveglio: le persone hanno iniziato a parlarsi, si aiutano a vicenda. Abbiamo vissuto in Paesi diversi prima, ognuno rinchiuso nel proprio appartamento. Adesso non è più così».
Non temete che possa tutto finire con una sconfitta? «Sì certo ma qualcosa è cambiato nelle nostra teste. Abbiamo superato una linea rossa, non possiamo tornare indietro. Ci vorrà molto più tempo, forse 6 mesi, ma spero che succeda. Non puoi spegnere il cervello di milioni di persone. È impossibile».
Prima di chiudere chiede di poter rivolgere un appello all’Italia: «Per noi è molto importante ricevere supporto dall’estero. Sono stato chiamato dalla Lituania, dalla Repubblica Ceca e da altri teatri nazionali. Anche noi ci siamo cittadini europei, pensiamo come voi, vogliamo vivere in un mondo libero e vogliamo esprimerci liberamente. Non vi scordate di noi».
(da agenzie)
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Settembre 13th, 2020 Riccardo Fucile
GRUPPI CHE SI FANNO CHIAMARE “CITTADINI DEL REICH” E ALTRE ORGANIZZAZIONE NEONAZISTE GUIDANO LA PROTESTA
Negazionisti e, nel caso tedesco, nazi-negazionisti: circa 10mila persone in strada a Monaco di Baviera per protestare contro le restrizioni per limitare la diffusione del coronavirus: un numero che è oltre il doppio di quelle registratesi inizialmente per poter partecipare.
Manifestazioni si sono tenute anche ad Hanover e altre città della Germania, dove continuano a crescere le preoccupazioni riguardo la presenza dominante dei neonazisti ad alcuni degli eventi organizzati per contestare le misure anti-covid. All’inizio del mese, l’agenzia per sicurezza interna tedesca ha fatto notare come estremisti di destra abbiano tenuto discorsi a 90 delle manifestazioni avvenute nel 2020.
Ad agosto, decine di migliaia di persone si erano radunate a Berlino per protestare contro quella che hanno definito “una dittatura del coronavirus” e ”follia da corona”. Tra i manifestanti gruppi autoproclamatisi Reichsbuerger, ovvero cittadini del Reich, che negano la legittimità del moderno stato tedesco. Oltre a loro, erano presenti anche i gruppi di neo-nazisti ed estremisti di destra.
Oggi, durante il suo podcast settimanale, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha difeso le misure del governo per il contenimento del virus, sottolineando però di essere disposta ad intrattenere una discussione sull’argomento. “Nel nostro paese, tutti hanno la libertà di criticare le decisioni del governo”, ha detto, aggiungendo come la libertà di poter protestare pacificamente abbia reso la Germania l’invidia di molti. Ha concluso dicendo come il distanziamento sociale e le restrizioni sulla vita pubblica abbiano aiutato la Germania a prevenire la diffusione incontrollata della pandemia.
(da agenzie)
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Settembre 13th, 2020 Riccardo Fucile
UN DELIRIO OMOFOBO: “ERA INFETTA, VOLEVA DARLE UNA LEZIONE”
Una ragazza di 20 anni, Maria Paola Gaglione, ha perso la vita in via degli Etruschi ad Acerra
cadendo rovinosamente dal motorino mentre, insieme al suo compagno, percorreva la strada provinciale Cancello-Caivano.
Ma quello che in un primo momento era apparso come un gravissimo incidente stradale, con il passar delle ore si è trasformato in un’altra storia, delineandosi come il drammatico epilogo di una relazione osteggiata dalla famiglia per ragioni di genere.
Su disposizione della Procura di Nola, il fratello maggiore di Maria Paola, Michele, è agli arresti con l’accusa di omicidio preterintenzionale.
Secondo l’accusa avrebbe inseguito e speronato lo scooter della sorella provocandone la caduta rivelatasi fatale. È in ospedale, ferito ma non in gravi condizioni, il compagno di Maria Paola, un ragazzo trans, nato di sesso femminile che si percepisce uomo.
Tra i due il rapporto era molto forte, al punto che avevano deciso di convivere, trasferendosi da Caivano ad Acerra.
Ma il legame non sarebbe stato accettato dalla famiglia di Maria Paola e questo avrebbe determinato il gesto che ha portato all’arresto fratello della ragazza. Nella ricostruzione degli investigatori (indagano i carabinieri di Castello di Cisterna) Michele, in sella al suo ciclomotore, avrebbe inseguito la sorella e il compagno per diversi chilometri, colpendo il motorino fino a provocarne la caduta che ha causato la morte della ventenne.
Le indagini sono condotte dalla pm Patrizia Mucciaccito coordinata dal procuratore Laura Triassi. In un primo momento, i magistrati avevano ipotizzato l’accusa di “morte in conseguenza di un altro reato”, poi modificata in omicidio preterintenzionale.
Ora il provvedimento passa al vaglio del giudice che dovrà decidere sulla convalida alla presenza dell’avvocato difensore dell’indagato. L’udienza è fissata per domani.
Su Facebook, la madre del ragazzo trans ha pubblicato un post carico di rabbia dal quale si desume l’ipotesi che la coppia fosse stata già minacciata in passato.
Ma sono righe piene anche di amarezza, quando la donna ricorda che “i figli si accettano” e chiede che Paola adesso possa “riposare in pace”.
È sconvolta Daniela Lourdes Falanga, presidente di Antinoo Arci Gay Napoli, che sottolinea: “Non si può negare una vita per la felicità di due persone. Se la rabbia e il dolore di questa madre confermeranno i fatti, non si potranno abbassare sipari di omertà . Troppo spesso i compagni e le compagne delle persone trans diventano prede della transfobia, subendo offese e umiliazioni”. Il segretario dell’Arci Gay, Antonello Sannino, avverte: “Purtroppo non parliamo di casi isolati. Abbiamo notizia di altre situazioni di sofferenze in famiglia che rischiano di avere conseguenze molto gravi”.
(da agenzie)
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Settembre 12th, 2020 Riccardo Fucile
DEVE ESSERGLI TORNATA LA MEMORIA MA A LUGLIO MINACCIAVA QUERELE
Quando il 16 luglio scorso gli investigatori del Nucleo di polizia economico finanziaria delle fiamme gialle di Milano fermarono Luca Sostegni mentre stava scappando in Brasile, il segretario del Carroccio Matteo Salvini negò di conoscere le persone coinvolte nell’inchiesta sulla compravendita “gonfiata” di un immobile per conto della Lombardia Film commission.
“Da oggi querelo chiunque accosti il mio nome a gente mai vista nè conosciuta“, tuonò l’ex ministro dell’Interno. Ma ora che tre commercialisti vicini alla Lega sono finiti ai domiciliari con l’accusa di aver architettato insieme a Sostegni la compravendita “gonfiata” di un palazzo a Cormano per conto della Film Commission, Salvini sostiene di “conoscere due delle tre persone” arrestate.
Eppure già nel giorno dell’arresto di Sostegni era emerso che l’indagine riguardasse i tre professionisti noti per essere vicini alla Lega: erano indagati e ora si scopre che già all’epoca i pm di Milano avevano chiesto il loro arresto. La discovery dell’indagine era avvenuta perchè Sostegni stava per fuggire in Brasile.
L’ordinanza del gip di Milano eseguita nel pomeriggio del 10 settembre riguarda Alberto Di Rubba, Andrea Manzoni e Michele Scillieri: tutti e tre sono citati più volte nei vari rivoli delle inchieste sui 49 milioni di euro di fondi pubblici destinati al Carroccio e oggetto di una truffa ai danni dello Stato.
Di Rubba e Manzoni sono i professionisti di Bergamo ai quali Giulio Centemero, tesoriere e parlamentare della Lega, ha affidato i conti del partito: sono rispettivamente il revisore legale del gruppo al Senato e direttore amministrativo di quello alla Camera. Scillieri, invece, ha lo studio in via Privata delle Stelline 1, a Milano, dove ilfattoquotidiano.it ha scoperto che era stata domiciliata la sede fantasma della Lega per Salvini premier, il nuovo partito nazionale creato proprio dall’ex ministro dell’Interno.
Salvini, intervistato stamattina a Radio anch’io sul primo canale radio della Rai, ha spiegato: “Conosco due delle tre persone, sono persone oneste, corrette e quindi dubito che abbiano chiesto o fatto qualcosa di sbagliato. Però ho piena fiducia nella magistratura”.
Eppure due mesi fa, quando il caso della Film Commission è esploso, la linea di Salvini era un’altra. “La pazienza delle persone perbene ha un limite”, scrisse su Facebook, annunciando querele a chiunque lo avrebbe accostato a quella “gente” che lui sostiene di non aver “mai visto nè conosciuto“.
“Coi diffamatori di professione ci vedremo in Tribunale, sperando di non trovare un Palamara qualunque”. Quel che è certo, stando alle carte dell’inchiesta, è che il gruppo di indagati “beneficia degli incarichi di rilievo tuttora ricoperti da alcuni suoi componenti negli organigrammi di numerose società ed enti, fra i quali anche soggetti di diritto privato a partecipazione pubblica”.
Il gip riferisce anche di una dichiarazione spontanea resa da Manzoni ai pm nei giorni scorsi. Il commercialista avrebbe “appreso da Di Rubba del finanziamento erogato dalla Regione in favore” della Fondazione (per acquistare l’immobile a Cormano) in occasione “di alcune visite presso la sede della Lega in Milano in via Bellerio”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 12th, 2020 Riccardo Fucile
DA’ RAGIONE A SAVIANO, VUOL FAR RIENTRARE RENZI E BERSANI
A Modena, alla Festa dell’Unità , arriva quello che potrebbe essere considerato il padrone di casa.
Stefano Bonaccini si presenta con la consueta divisa d’ordinanza: Rayban da vista, giacca e camicia sbottonata fino al secondo bottone. Si siede per il suo dibattito e dice una cosa d’assoluto buon senso , rispondendo a Lucia Annunziata che lo intervista: “Se mi chiedi se devono rientrare Renzi e Bersani io dico rientrino pure. Noi dobbiamo riportare quelli che sono usciti e non ci votano più, non Renzi e Bersani in quanto tali. Perchè il Pd non può rimanere al 20% e se rimane al 20% nei prossimi anni vuol dire che, quando si voterà per le politiche, noi non vinceremo le elezioni”.
Insomma, il governatore di una grande Regione, una delle poche rimaste in mano al centrosinistra, spiega l’ovvio: un partito a vocazione maggioritaria deve essere tale, e dunque attrattivo anche per chi sta fuori, anche chi per un motivo o per un altro è sceso mesi o anni fa dalla barca, e quella gente che si è persa per strada va recuperata. Eppure nel giro di qualche ora una raffica di colpi gli cade sulla testa.
Parte Michele Bordo, vicecapogruppo del Pd alla Camera: “Sembra Tafazzi, dimentica che Renzi è uscito per distruggere il Pd”.
Tocca poi a Roberta Pinotti: “Fino qualche mese fa molti candidati avevano problemi a mettere il nostro simbolo nell’alleanza perchè simbolo di sconfitta. La politica è vincente quando guarda avanti, ed è vicina ai problemi, invece di tornare a formule del passato”.
Arturo Scotto attacca: “Se metti Renzi e Bersani sullo stesso piano significa che non hai chiaro cosa è successo”. Tutti messaggi fatti circolare tra le truppe zingarettiane e segnalati ai giornalisti.
Una dinamica poco leggibile, come spesso accade in casa Dem. Ma basta riavvolgere il nastro di qualche giorno per leggerlo sotto una luce diversa. A Palazzo gira da un po’ di tempo una storia. Una storia secondo la quale Renzi valuterebbe, con tempi e modi tutti da decidere, un riavvicinamento al Pd, se non un rientro, nel caso dopo le regionali la leadership di Zingaretti uscisse ammaccata e la successiva fase congressuale incoronasse proprio Bonaccini. “Chiediti perchè Renzi abbia fatto campagna elettorale per lui – la mette giù un dirigente del Nazareno – E perchè poi Matteo lo abbia invitato alla Leopolda”.
Il segretario ha delle belle gatte da pelare. La manifestazione del No riunirà domani a Roma un robusto pezzo di sinistra che contesta apertamente la sua linea sul referendum. E intorno a lui sono iniziate le grandi manovre, come se lo dessero già in bilico, come se fosse acquisito un risultato negativo prima ancora che si aprano le urne. E’ anche in questo contesto che oggi il segretario ha presentato un piano di riforme costituzionali, per uscire dall’accerchiamento, per dire che il taglio dei parlamentari è solo il primo giorno di “una stagione” di cambiamenti.
Bonaccini calibra al millimetro le sue parole. La sua non è una discesa in campo, nè una rottamazione dell’attuale leadership, ma un posizionamento in vista di un futuro imminente.
Tributa meriti al segretario di aver “rimesso in piedi il partito” e di aver dato “un contributo non banale al governo”, lo copre sul fronte del Sì al referendum, ne condivide il tentativo di arruolare Giuseppe Conte fra i leader possibili del centrosinistra, una figura che potrebbe allargare il campo a un pezzo del mondo 5 stelle.
Ma parla anche da leader in pectore: “Di Saviano non ho apprezzato i toni, non e’ giusta quella critica a Nicola e il Pd, ma c’e’ una cosa che condivido: non possiamo pensare di passare i prossimi anni in una situazione di un partito e di una coalizione che vive di anti, noi ci vogliamo far votare non per quanto fanno schifo gli altri, ma perchè dobbiamo essere attraenti noi. Come abbiamo fatto, vincendo, in Emilia-Romagna”. Sulla stessa linea del segretario, dunque, ma come possibile aggregatore più forte. Anzitutto delle scissioni, quella di Bersani subita da Renzi, quella di Renzi subita da Zingaretti.
“Non me ne frega niente di fare il segretario”, risponde a domanda secca. Oggi sicuramente, domani pure. Dal 21 sarà tutta un’altra storia.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 12th, 2020 Riccardo Fucile
ASSIA, MAMMA DI 36 ANNI, E’ CANDIDATA NELLA LISTA CIVICA DI LORENZONI… LA POLIZIA POSTALE FACCIA IL SUO DOVERE E LI VADA A CERCARE A CASA
Ha ricevuto oltre mille fra minacce e insulti sui social da quando ha annunciato di voler correre nella lista civica “Il Veneto che vogliamo”, a sostegno del candidato Arturo Lorenzoni alla guida della Regione Veneto. Ma non ha intenzione di rinunciare alla politica Assia Belhadj, italo-algerina, 36 anni, mamma di bimbi nati a Belluno e con la cittadinanza italiana come il papà .
In due giorni la sua pagina Facebook è stata presa d’assalto dagli haters che commentano con violenza le parole della candidata al consiglio regionale alle elezioni del prossimo 20 e 21 settembre. Lei spiega che ha “studiato la filosofia e arabo classico. Diplomata in mediazione culturale” e che ha “lavorato per anni nella mediazione culturale per creare ponti tra mondi diversi e farli conoscere”.
Responsabile del progetto Aisha a Belluno per contrastare la violenza e la discriminazione contro le donne, Assia rivendica la sua scelta di “fare la politica dal primo giorno del mio arrivo in Italia, più di dieci anni fa”.
Dopo l’episodio denunciato ieri da Jacopo Giraldo, candidato a Vicenza a sostegno di Lorenzoni e aggredito con spray igienizzante dopo esser stato visto a parlare con una mamma straniera, anche Assia è preoccupata per il clima che si sta creando in Veneto. “Stanno continuando a insultare, al ritmo di cento messaggi ogni mezz’ora. Comincio ad avere paura. Aisha, l’associazione nella quale lavoro, ha dato mandato ad un legale di difendermi, ma io sono una mamma, sanno che sono di Belluno, ho paura più per la mia famiglia che per me”.
La giovane candidata continua a pensare che “la politica è vita” e che “è necessario impegnarsi perchè c’è ancora tanta strada da fare per arrivare a una società in cui le donne non vengono discriminate come sta succedendo a me. Certo, mi attaccano anche perchè sono musulmana e straniera. Non riescono ad accettare i nuovi cittadini e bisogna lavorare tanto sulla sensibilizzazione e sui progetti futuri per favorire il cambiamento interculturale. Una ricchezza e non un pericolo per la cultura italiana”.
Assia Belhadj continua la campagna elettorale, dalla sua pagina Facebook, mentre le arrivano anche tanti messaggi di solidarietà e di sostegno. Risponde agli haters con una canzone di Marco Mengoni: “Sento una doppia responsabilità oggi perchè sono il futuro dei miei figli è in questo Paese”.
Solidarietà arriva da Arturo Lorenzoni e anche dalla lista in cui Belhadj è candidata: “Ci vogliono generosità e coraggio oggi per una donna che da ‘nuova montanara’ come ci piace chiamarla, toglie tempo al suo lavoro e alla sua famiglia per mettersi in gioco in un progetto politico. Ci vuole coraggio per una donna musulmana e bellunese d’adozione che rivendica con orgoglio la sua cittadinanza italiana, a parlare nella società in cui viviamo, del suo impegno per promuovere progetti di integrazione o meglio, di interazione sociale, con la volontà di fare della sua e nostra provincia e regione un luogo più accogliente per tutti e tutte. Siamo orgogliosi di averti nella nostra squadra”.
(da agenzie)
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Settembre 12th, 2020 Riccardo Fucile
HA RISCHIATO LA VITA, IN EGITTO ERA DOCENTE UNIVERSITARIO, IN ITALIA FA MANUTENZIONI… VIGILI DEL FUOCO E POLIZIOTTI: “SENZA DI LUI L’INTERO PALAZZO SAREBBE ESPLOSO”
Si chiama Aly, è un uomo egiziano che questa mattina alle 7 passava in piazzale Libia quando ha
visto l’esposione del piano terra del palazzo. E altri testimoni raccontano: “Un botto fortissimo e vetri in frantumi”
“Alle 7,15 passavo col mio furgone e ho sentito l’esplosione, un urto fortissimo, c’erano le tapparelle saltate. Mi sono precipitato dentro e ho soccorso un ragazzo, l’ho avvolto in una coperta bagnata e l’ho portato fuori. Poi ho chiuso il gas”. Aly Harhash è l’uomo egiziano che ha soccorso per primo il 30enne ucraino che questa mattina è rimasto ferito nell’esplosione in un palazzo a Milano, in piazzale Libia 20.
“Non sono un eroe, per l’amor di Dio, ma quale eroe”. Non gli piace questa definizione anche se è consapevole di aver salvato la vita a un ragazzo che ha l’età di suo figlio. Racconta all’Ansa Aly Harhash, 61 anni: “Alle 7.15 ero fermo col mio furgone Ford Transit all’angolo tra piazza Libia 20 e viale Cirene 1, ho una ditta di manutenzione ed ero fermo a parlare col custode di un altro condominio quando abbiamo sentito un’esplosione fortissima. Ero appoggiato al furgone, quasi si è spostato. In quel momento ho visto il portone volare, tutte le finestre per aria e i motorini parcheggiati tutti abbattuti sulla sinistra. Un casino, non si capiva niente. A quel punto ho visto le fiamme uscire dall’appartamento al piano terra, c’era un ragazzo come una torcia. Sono andato subito al furgone a prendere due grosse coperte. Sa noi facciamo anche traslochi…”.
Aly Harhash è arrivato in Italia nel 1979 lasciando in Egitto un lavoro come docente universitario con cattedra in Economia e Commercio con specializzazione in commercio con l’estero. La sua laurea non gli è servita per andare avanti e così ha iniziato con piccoli lavori fino a costruire una solida attività di manutenzione condomini. Nel lungo elenco di stabili di cui si è occupato c’è anche quello dell’esplosione. “All’ingresso c’era un tubo dell’acqua rotto che ho usato per bagnare le coperte e mi sono avvolto in una di queste. Il ragazzo ferito non scappava, era in confusione totale. Per prima cosa gli ho buttato addosso la coperta e l’ho spostato da un armadio di plastica che gli si stava sciogliendo addosso. Quando si è sentito al sicuro è crollato a terra. Non riuscivo a portarlo fuori, è un ragazzo alto, allora sono uscito e urlando ho chiesto aiuto. Avevo i pantaloni tutti sporchi del suo sangue. Un uomo e una donna sono arrivati a darmi una mano e lo abbiamo disteso all’esterno. Il ferito diceva “mia moglie… mia figlia” ma era confuso. Ho collegato il tubo dell’idrante e ho iniziato a spegnere le fiamme, so come fare queste cose perchè ho diversi service. Poi ho chiesto all’uomo di coprirmi mentre rientravo per controllare se ci fosse qualcun altro ma non c’era nessuno. Il vero eroe è quel signore che mi ha aiutato, non come tutti quegli stupidi che sono stati lì fermi a filmare e a non fare niente. Non so dove sia finito”.
La prima cosa che Harhash ha fatto una volta dentro è stata chiudere il gas, lo ha raccontato anche alla polizia. “E’ colpa del gas, lì c’è una cucina. Ma non ho girato la la manopola, ho abbassato la leva di un rubinetto. Davvero non so come sia accaduto. Una donna della Protezione Civile mi ha detto che probabilmente se non l’avessi fatto sarebbe esploso l’intero palazzo”.
Lui continua a rifiutare l’etichetta di eroe ma è orgoglioso dell’applauso ricevuto da polizia e vigili del fuoco. “E’ stato molto bello. I pompieri mi hanno anche detto che cercheranno il cellulare che ho perso per soccorrere il ragazzo e se non dovessero trovarlo me ne regaleranno uno. Per ora uso quello di mia moglie. E’ italiana, precisamente napoletana”.
E in effetti tradisce anche lui una certa cadenza campana. “I miei figli, che sono entrambi laureati, parlano perfettamente napoletano. Anche io, sono circondato tutti i giorni”.
(da agenzie)
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