Settembre 10th, 2020 Riccardo Fucile
QUANDO SI TRATTA DI SOTTRARRE SOLDI ALLA COMUNITA’ NAZIONALE NON SIAMO SECONDI A NESSUNO
Ancora una volta primi per evasione. 
Si parla di Iva e si parla del 2018: secondo il rapporto sull’Iva della Commissione Ue, nel 2018 l’Italia si conferma prima in Europa per l’evasione Iva in valore nominale.
Le perdite per le casse dello Stato equivalgono a 35,4 miliardi di euro.
Il nostro paese è poi quarto — dopo Romania (33,8%), Grecia (30,1%) e Lituania (25,9%) — per il più ampio divario tra gettito previsto e riscosso con il 24%.
Secondo il report, l’Unione ha perduto 140 miliardi nel 2018.
Per l’anno in corso la perdita sarà ancora più elevata: 164 miliardi anche a causa della pandemia di Coronavirus.
(da agenzie)
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Settembre 10th, 2020 Riccardo Fucile
INTESTATE A CITTADINI DELLA PADANIA CHE NON NE HANNO MAI DENUNCIATO LA PROPRIETA’… ORA POSSONO SPERARE NEL PROSSIMO CONDONO AGLI EVASORI, SPECIALITA’ DEI SOVRANISTI QUANDO SONO AL GOVERNO
Dieci barche a vela e uno yacht con proprietari italiani — quasi tutti lombardi — ma battenti bandiera straniera, soprattutto francese. Mezzi da diporto inesistenti quindi per il fisco italiano che sono stati intercettati dai militari della Guardia di finanza di Alghero in Sardegna, da marzo ad agosto.
Le sanzioni superano in totale il milione e mezzo di euro. In alcuni casi si è potuto contestare il possesso per vari anni, in altri solo per quello in corso; per tutti l’utilizzo principale era quello da diporto, concentrato soprattutto nel Mediterraneo.
I controlli dei militari della Sezione operativa navale della Fiamme Gialle, guidati dal comandante Francesco Mandica — sotto il coordinamento del reparto operativo aeronavale di Cagliari – si sono intensificati dalla scorsa primavera per motivi legati, però, all’emergenza sanitaria da Covid 19.
Sotto osservazione, in particolare, gli attracchi dalla Spagna, per individuare eventuali violazioni da isolamento fiduciario.
Un’attività investigativa che ha portato a risultati di natura contabile. Incrociando infatti i dati, si è arrivati a delle liste di contribuenti a rischio che — intenzionalmente —, secondo le verifiche, hanno acquistato le barche all’estero.
Non in paradisi fiscali ma per due terzi in Francia, e solo alcuni in Belgio dimenticando, però, di indicarle nella dichiarazione dei redditi annuale.
Un passaggio obbligato per il monitoraggio fiscale che vale per tutti i patrimoni posseduti al di là del territorio italiano (dalle case ai leasing). Così hanno evitato quindi pagare le relative tasse perchè i beni erano sconosciuti ai registri nazionali
“La sanzione si paga sul valore dell’assicurato — spiega il comandante Mandica — va dal 3 al 15 per cento per ogni anno di omessa dichiarazione. Di solito si calcola il doppio del minimo per ogni bene: la media per quest’operazione è di circa 80-90 mila euro a mezzo. Ma in molti hanno già pagato con un F24, perchè c’è uno sgravio a seconda dei giorni che passano…”.
Si tratta di imprenditori del nord Italia, lombardi soprattutto, presumibilmente con una certa disponibilità economica. Tra le ipotesi della triangolazione la semplice svista o il ricorso all’acquisto all’estero per investire una certa somma, anche eventuali di fatturati sommersi. Un modo per mascherare, appunto, eventuali altri illeciti.
(da agenzie)
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Settembre 10th, 2020 Riccardo Fucile
L’UFFICIO EUROPEO ANTIFRODE: “BENE LA RISPOSTA DELLA MAGISTRATURA ITALIANA”… E POI QUALCUNO SI LAMENTA PERCHE’ MOLTI PAESI NON VOGLIONO DARCI SOLDI A FONDO PERDUTO
In attesa dei miliardi del Recovery fund, in Italia si continua a frodare sui fondi Europei esattamente come
negli anni precedenti. Ma la risposta delle nostre autorità è più celere e incisiva della media degli altri paesi dell’Unione.
Lo certifica l’ultimo rapporto annuale dell’Ufficio europeo antifrode. L’Italia resta quarta nell’Unione per numero di irregolarità nella gestione dei fondi Ue 2015-2019. Con un numero di casi di frodi rilevate dalle autorità nazionali pari a 4.415, segue la Spagna (11.029 irregolarità ), Polonia (5.017) e Romania (4.968).
In totale in Europa l’Olaf ha registrato 45.737 casi di frodi nella gestione dei fondi nei 12 mesi del 2019. Situazione buona — se paragonata al numero di abitanti — in Germania (1376 casi), Francia (1233), Svezia (125).
“Autorità italiane collaborano il doppio degli altri”
I casi italiani hanno un impatto finanziario dell’1,22% sul totale dei fondi Ue ricevuti dal Paese, percentuale più bassa rispetto alla media Ue (1,91%). L’Italia risale un posto in classifica però, arrivando terza, quando si guarda al numero di indagini concluse dall’Olaf, con raccomandazioni di recupero dei finanziamenti: sono 22 casi, dopo i 43 dell’Ungheria e i 40 della Romania. Maglia nera in questa speciale classifica sono Finlandia, Cipro, Lussemburgo, Malta: nessuna indagine dell’Olaf si è conclusa con raccomandazioni di recupero. Bene la risposta delle autorità giudiziarie italiane, che hanno dato seguito al 62% dei casi segnalati dall’Olaf, contro una media europea ferma ad appena il 39%. Per fare un paragone, la Romania ha risposto il 46% di volte, la Francia il 50, la Germania addirittura solo il 13.
“In aumento le frodi sui fondi per l’ambiente”
“Il nostro lavoro è una risorsa fondamentale per l’Europa in un momento in cui gli occhi di chi commette frodi sono puntati sul bilancio 2021-2027 e sui suoi 1,8 miliardi di euro destinati alla ripresa del continente dalle conseguenze della pandemia da Covid 19”, dice il direttore generale dell’Olaf, Ville Ità¤là¤.
“Negli ultimi anni — ha aggiunto — abbiamo già osservato una tendenza al rialzo delle frodi ai danni dei fondi europei destinati a progetti a favore dell’ambiente e della sostenibilità . Il capitolo di approfondimento della nostra relazione annuale mostra l’aumento del volume di lavoro svolto nella lotta contro le frodi ambientali, con un tempismo particolarmente opportuno se consideriamo che il Green Deal è un elemento fondamentale degli sforzi di ripresa dell’Ue”.
Il rapporto e le frodi: recuperati 485 milioni di euro
Al netto dei numeri italiani, nel 2019 l’ufficio europeo antifrodi ha concluso 181 indagini, con 254 raccomandazioni alle autorità nazionali per il recupero di 485 milioni di euro e 223 nuove indagini avviate. I settori colpiti dalle indagini sono i più disparati: dalla collusione e manipolazione di appalti i finanziamenti per la ricerca. Tra i casi principali ci sono 3,3 milioni di euro recuperati da un complesso tentativo di manipolare un appalto per l’acquisto di macchinari per la lavorazione a maglia finanziato dal Fondo europeo di sviluppo regionale.
“Acquirenti e fornitori erano in collusione in quattro diversi progetti finanziati dall’Ue, con lo scopo di vendere e acquistare macchinari a prezzi gonfiati e così sottrarre denaro dai fondi dell’Ue per poi riciclarlo”, spiega una nota dell’Ufficio europeo antifrode.
Sul fronte ambientale, invece, i funzionari dell’Olaf citano il Dieselgate: “Il denaro dell’UE destinato alla ricerca per ridurre le emissioni dei veicoli era invece stato utilizzato allo scopo di sviluppare un motore provvisto del famigerato ‘impianto di manipolazione’ che elude le norme dell’Ue in materia di emissioni”. Una voce sempre presente nei rapporti dell’antifrode è quella delle sigarette: nel 2019 ne sono state sequestrare oltre 251,4 milioni di contrabbando.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 10th, 2020 Riccardo Fucile
ERANO IN VACANZA A MARCONIA DI PISTICCI…INVITATE CON L’INGANNO A UNA FESTA DI COMPLEANNO CON TANTE PERSONE
A Marconia, popolosa frazione di Pisticci, dopo lo shock iniziale, il dito è ora puntato contro una comitiva di “bulli di paese” che, in una notte di fine estate, si sarebbero trasformati in un branco: tra loro ci sarebbero i responsabili di una violenza sessuale di gruppo su due ragazzine inglesi, minorenni, in vacanza in provincia di Matera, nella fascia jonica lucana, da dove alcuni anni fa era partita la famiglia di una delle due.
“Chi sa parli”, invita la sindaca Viviana Verri sulla pagina Facebook del Comune. L’abuso sarebbe stato commesso da almeno tre-quattro persone, ma forse anche di più, durante una festa in una villa nella notte tra il 7 e l’8 settembre scorso. La polizia, che mantiene il più stretto riserbo, ha ascoltato numerose persone: nelle prossime ore la vicenda potrebbe arrivare a una svolta.
In quella villa, all’ingresso della frazione, in una zona abbastanza isolata, si stava festeggiando un compleanno, ma per entrare non c’era bisogna di un invito specifico. “Festa all’americana”, ossia chiunque può partecipare, mangiare e soprattutto bere: una circostanza che, se da un lato, potrebbe rendere più complicato il lavoro degli investigatori, dall’altro aumenta di sicuro il numero di testimoni che potrebbero confermare il racconto delle due ragazzine.
Secondo quanto denunciato, le due – l’altra minorenne è un’amica della ragazza con origini lucane – sarebbero state prima colpite e poi abusate sessualmente: c’è da chiarire se la violenza sia avvenuta nei pressi della villa o altrove.
In seguito, le due ragazze, sotto shock, hanno chiamato la polizia e sono state trasportate all’ospedale Madonna delle Grazie di Matera per i controlli. Gli accertamenti avrebbero confermato la violenza sessuale, ulteriori verifiche potrebbero dare indicazioni precise su chi ha commesso la violenza. Ora le due minorenni sono tornate a casa.
Dopo la denuncia, gli investigatori – coordinati dalla Procura della Repubblica di Matera – hanno dato il via alle indagini. Hanno provato a farlo senza provocare troppo rumore, ma, ovviamente, l’episodio non poteva rimanere segreto per molto.
E così, in molti, hanno fatto riferimento alla presenza alla festa in villa di alcuni ragazzi, noti un pò a tutti per i loro atteggiamenti da “bulli” e per i loro comportamenti spesso condizionati da un eccesso di uso di alcol e forse di sostanze stupefacenti.
Adesso, però, la sindaca Viviana Verri “richiama” la sua comunità “a non tacere” e ad “aiutare gli inquirenti a mettere fine a questa vicenda”.
(da agenzie)
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Settembre 10th, 2020 Riccardo Fucile
LA STORIA DI ALESSIA, 22 ANNI, ARRIVATA IN ITALIA DALLA SIBERIA A TRE ANNI, VITTIMA DELLA BUROCRAZIA ITALIANA
Alessia ce l’ha fatta. Ha incassato decine di colpi, ha barcollato, è caduta, ha rischiato il ko, si è rialzata e alla
fine ha vinto. L’ultimo scontro è stato il più difficile della sua carriera: quello con la burocrazia e la prefettura di Reggio Emilia. Due anni e otto mesi di domande, carte bollate, attese. Poi quella lettera del comune datata 2 settembre 2020: «Le notifichiamo che le è stata concessa la cittadinanza». E Alessia Korotkova è esplosa: «Sarò finalmente italiana, mi sembra un sogno». Ora la campionessa di taekwondo potrà tornare a gareggiare con la maglia azzurra.
Un passo indietro. «Il mio vero nome è Olesya, ma tutti mi chiamano da sempre Alessia. Ho 22 anni. Sono nata a Krasnojarsk, una città russa della Siberia meridionale. Ma il mio Paese è l’Italia. Mi sono trasferita qui con i miei genitori che avevo appena tre anni. Siamo venuti a vivere a Reggio Emilia. Qui sono cresciuta, ho studiato, ho preso la maturità ». Nel 2012 Alessia comincia a combattere. La sua passione si chiama taekwondo, arte marziale tra le più diffuse al mondo, nata in Corea, basata su spettacolari calci volanti e rispetto delle regole. «Ho vinto quattro coppe Italia e un campionato italiano juniores. Ero tesserata con la federazione tricolore, finchè ho potuto».
Il problema di Alessia è la cittadinanza, o meglio i lunghi tempi burocratici per ottenerla. «Ho presentato domanda alla prefettura di Reggio due anni e otto mesi fa. Il guaio è che finchè sei minorenne puoi partecipare ai campionati italiani juniores, ma da maggiorenne per indossare la maglia azzurra devi avere per forza la cittadinanza».
Non solo. Alessia non può nemmeno gareggiare per Mosca, perchè non è residente in Russia. Resiste come può, ma alla fine è costretta ad abbandonare le gare. «Da oltre un anno mi sono messa a lavorare, non posso sostenere le spese di una sportiva professionista, senza una federazione alle spalle».
«E così a 21 anni mi sono dovuta fermare, lasciare il mio sport. Il sogno era di poter continuare ad allenarmi, di combattere con la maglia azzurra e di rappresentare l’Italia, il Paese in cui vivo e in cui sono cresciuta, in tutte le gare internazionali. E invece tutto questo mi è stato negato».
Poi, pochi giorni fa, il “miracolo”. Dopo quasi tre anni d’attesa, le arriva una comunicazione del comune di Reggio Emilia: ha ottenuto la cittadinanza tricolore. «Non me l’aspettavo più, non ci posso credere. Il 27 ottobre dovrò fare il giuramento da italiana. È un sogno che si realizza. Da ieri sono tornata ad allenarmi con la società agonistica della mia città . Devo recuperare il tempo perduto. Devo tornare ai massimi livelli. Devo vincere da italiana».
(da “La Repubblica”)
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Settembre 10th, 2020 Riccardo Fucile
LETTERA A 400 SEZIONI PER FAR VOTARE LA LISTA DELLA LEGA NEL TIMORE CHE QUELLA DI ZAIA PRENDA PIU’ VOTI, CON LA MINACCIA DI PROVVEDIMENTI DISCIPLINARI
Di fronte alla previsione di un successo personale della lista del governatore, una decina di giorni fa il commissario Lorenzo Fontana aveva scritto ai segretari delle oltre 400 sezioni invitandoli a far votare la lista Salvini-Lega Veneta.
La mossa ha scatenato i colonnelli del presidente: “Zaia e il Carroccio sono la stessa cosa”. E il commissario trevigiano avvisa: “Parole divisive. Ci sono delle regole, i provvedimenti disciplinari sono previsti per tutti”
La divisione tra Matteo Salvini e Luca Zaia a questo punto diventa evidente, anche se sembra covare sotto la superficie della macchina elettorale leghista lanciata in Veneto verso la vittoria.
I diktat di Salvini cominciano a far emergere qualche crepa nella base leghista, soprattutto tra i fedelissimi del presidente uscente. Una decina di giorni fa il commissario veneto Lorenzo Fontana aveva scritto ai segretari delle oltre 400 sezioni del Carroccio invitandoli a far votare la lista Salvini-Lega Veneta e non quella Zaia Presidente che il governatore ha costruito su immagine di se stesso, per attrarre consensi anche da elettori non leghisti.
La galassia del Carroccio è completata da una terza lista autonomista che ospita soprattutto amministratori locali. L’invito a snobbare Zaia, privilegiando la lista che porta il nome del segretario, è stato lo strappo più importante di un confronto a distanza tra il potentissimo presidente della giunta regionale e il l’ex ministro dell’Interno, che comincia a vedere come fumo negli occhi il successo personale di Zaia.
In precedenza c’era stata un’altra prova di forza, quando Salvini aveva imposto che gli assessori regionali uscenti si candidassero nella lista della Lega e non in quella di Zaia. Un modo per dare più peso alla sigla che cinque anni fa raccolse solo il 17,82 per cento dei voti, a fronte del 23,08 della lista personale del presidente.
Salvini non vorrebbe che si ripetesse una situazione del genere. Anzi, alcuni sondaggi pubblicati nelle scorse settimane darebbero addirittura Zaia da solo al 44 per cento, Salvini fermo al 14. Quasi tre volte tanto.
Per questo il segretario ha fatto inserire nella lista di partito gli uscenti di peso come gli assessori Roberto Marcato, Giuseppe Pan, Federico Caner, Elisa De Berti, Manuela Lanzarin, Cristiano Corazzari e il capogruppo regionale Nicola Ignazio Finco. Per evitare ingorghi nelle province, solo l’ex assessore Gianpaolo Bottacin e il presidente del consiglio regionale Roberto Ciambetti sono stati candidati nella lista Zaia.
Ma adesso il diktat di Salvini evidenzia le prime crepe nel quadro perfetto di Zaia vincente e di una Lega senza polemiche.
L’ex presidente del consiglio provinciale di Treviso (ha rivestito la carica per 16 anni), Fulvio Pettenà , è trevigiano come Zaia, ma soprattutto è indicato tra gli Zaia Boys, ovvero quegli esponenti della Lega nella Marca che si affacciarono assieme alla politica. Quello che ha fatto più carriera è stato Zaia, ma anche gli altri hanno ricoperto cariche importanti.
Dopo la lettera di Fontana, Pettenà ha dichiarato che Zaia e la Lega sono la stessa cosa, che non si può invitare a votare solo la lista di partito e non quella del governatore uscente.
Una presa di posizione che non è piaciuta in via Bellerio a Milano. Pettenà , d’altra parte, incespicò in una intervista anche nel 2014 quando venne sospeso per sei mesi (ma allora il segretario veneto era Flavio Tosi, poi fatto fuori da Salvini) per aver dichiarato che Tosi non aveva messo in luce — come meritava — l’onestà di Zaia e l’estraneità della Lega dallo scandalo Mose, che aveva portato alla richiesta di arresto per Giancarlo Galan, con cui Zaia, da vicepresidente, aveva condiviso per alcuni anni il governo del Veneto.
L’uscita di Pettenà ha indotto il commissario trevigiano Gianangelo Bof a diffondere un comunicato eloquente. “A Pettenà dico di concentrarsi sulle elezioni, abbiamo già l’opposizione che ci critica. Non abbiamo bisogno dell’opposizione interna”. Inoltre: “Apprendo le considerazioni legate alle disposizioni della Lega da parte del militante Fulvio Pettenà . Non ha alcun ruolo all’interno della struttura della Lega che gli consenta di esprimere indirizzi politici, quindi lo invito a parlare esclusivamente a titolo personale e non a nome e per conto della Lega”.
Ancora: “Chiarisco al militante Fulvio Pettenà che un segretario di partito regionale, l’onorevole Lorenzo Fontana, o il segretario Nazionale onorevole Matteo Salvini, da segretari, invitino i militanti del movimento a sostenere e votare per la Lega, è cosa ritenuta assolutamente normale anche dal governatore Luca Zaia. Forse mi scandalizzerei se non fosse così”.
Secondo Bof, le parole di Pettenà sono “divisive”. Per questo sul suo capo potrebbe addensarsi qualche nuvola: “Pettenà è un militante storico, sta nella Lega da prima di me. Sa quindi quali sono le regole. L’ho già richiamato una volta, in privata sede. I provvedimenti disciplinari sono previsti per lui, come per me e per tutti quelli che hanno certi comportamenti”.
Un avvertimento a tutta la base del partito in Veneto. Troppo entusiasmo per Zaia può risultare ostile al segretario.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 10th, 2020 Riccardo Fucile
UN COLLEGA INTERVIENE: “A LEI COSA IMPORTA SE E’ BIANCO O NERO?”… LA PROSSIMA VOLTA CACCIATELO A CALCI IN CULO, CON CERTA FECCIA NON SI DISCUTE PIU’
“Signore cosa desidera?”. “Guarda, non mi devi servire perchè sei nero”. Questa la frase razzista
pronunciata da un cliente nei confronti di un cameriere di colore nel ristorante di un albergo di San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno).
Lo ha riferito il direttore della locale Caritas Diocesana, don Gianni Croci, informato tramite un vocale in chat di gruppo realizzato dal diretto interessato, Mohamed.
Il giovane cameriere da tempo vive in Riviera in una casa di accoglienza e prende parte a tirocini formativi presso strutture ricettive
“In quel momento volevo sparire”, ha confidato dopo l’accaduto anche a un suo collega. Quest’ultimo lo aveva difeso, rivolgendosi direttamente al cliente: “Signore, lei non deve dire queste cose perchè non è giusto. Che importa se lui è nero o bianco?”.
A quel punto si sarebbe scatenato parecchio trambusto nel locale.
“Il cliente ha iniziato a gridare che non gli si doveva parlare così, perchè era più anziano – ha riferito il giovane cameriere – e infine è arrivato anche lo chef. Mah, siamo nel 2020 ed esiste ancora gente così? Comunque vi giuro che questa cosa mi ha toccato molto, perchè c’era tanta gente lì e mi guardava”
“Un episodio di questo genere si commenta da solo. Abbiamo pensato di condividerlo perchè possa aiutare a riflettere e soprattutto a far risorgere, nella testa e nel cuore, quel po’ di umanità che ogni persona ha in dotazione”, ha commentato don Gianni.
(da agenzie)
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Settembre 10th, 2020 Riccardo Fucile
RAZZISTI ALLA CANNA DEL GAS, NON SANNO PIU’ COSA INVENTARSI… QUANDO LA MAGISTRATURA INDAGHERA SULL’INTERNAZIONALE CRIMINALE CHE DIFFONDE FAKE NEWS SARA’ SEMPRE TROPPO TARDI
Oltre alla bufala sul fatto che la donna di origini congolesi che ha strappato la camicia a Matteo Salvini nella giornata di ieri avesse presunti precedenti penali per spaccio, sfruttamento dell’immigrazione e della prostituzione, ecco arrivare anche un altro meme artefatto che ha contribuito a creare ancora una volta confusione in merito all’episodio avvenuto ieri mattina a Pontassieve.
In modo particolare, la donna è stata ‘identificata’ come una collaboratrice Kyenge.
L’ex ministro dell’integrazione del governo di Enrico Letta, tuttavia, è stata contattata dall’agenzia Adnkronos che ha avuto modo di farle alcune domande su quanto accaduto ieri a Pontassieve, con la 30enne che ha strappato la camicia a Salvini e gli ha rotto un paio di catenine con il rosario e il tau dei francescani.
«La signora congolese una mia collaboratrice? Non rispondo neanche” — ha detto Cecile Kyenge
La donna che ha aggredito Salvini nella giornata di ieri lavora per il servizio civile all’interno del comune di Pontassieve e non ha mai incrociato professionalmente l’ex ministro Cecile Kyenge. Un’altra bufala montata ad arte che funziona sempre con lo stesso schema e meccanismo di altre di matrice sovranista: individuare un personaggio politico non particolarmente amato dagli elettori di destra per potervi costruire su delle teorie rispetto a un fatto di cronaca recente come l’aggressione di Pontassieve.
(da agenzie)
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Settembre 10th, 2020 Riccardo Fucile
LA DISSIDENTE: “HANNO TENTATO DI PORTARMI IN UCRAINA CON UN SACCO IN TESTA”… QUESTI SONO I METODI SOVRANISTI DEGLI AMICI DI PUTIN
La dissidente bielorussa Maria Kolesnikova denuncia che gli agenti del Kgb che hanno tentato di
portarla in Ucraina contro la sua volontà le avevano messo un sacco in testa e minacciavano di ucciderla.
«Dicevano che se mi fossi rifiutata di lasciare volontariamente la Bielorussia, sarei stata comunque portata fuori dal Paese: viva o a pezzi», racconta dicendo di aver strappato il passaporto per non essere portata all’estero.
«Ho preso queste minacce in modo serio», spiega Kolesnikova in una dichiarazione al Comitato Investigativo bielorusso ripresa dall’agenzia di stampa Interfax. «Nello specifico – racconta la dissidente – Minacciavano anche di farmi condannare a 25 anni di reclusione, di crearmi problemi nel centro detentivo e in prigione. Ho preso anche queste minacce in modo serio».
L’oppositrice, che lunedì era stata sequestrata in pieno giorno da uomini in abiti civili neri che l’avevano costretta a salire su un pulmino, racconta che dopo che si è rifiutata di lasciare il Paese è stata chiusa in una cella e tenuta lì per un’ora. «Quando sono stata detenuta illegalmente nel centro di reclusione del Kgb – sottolinea Kolesnikova – ho sfruttato ogni occasione per dire ai funzionari che passavano dalla mia cella che ero stata rapita e per chiedere loro di informare il mio avvocato e mio padre di dove mi trovassi».
Secondo il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko, Kolesnikova era stata arrestata per aver tentato di uscire dal Paese illegalmente. Ora è in carcere con l’accusa di incitamento all’usurpazione del potere.
(da “La Stampa”)
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