Marzo 26th, 2023 Riccardo Fucile
BOCCIATA LA MISURA PER FACILITARE L’ASSORBIMENTO DELLE DETRAZIONI A CHI HA POCA CAPIENZA IRPEF
Lo stop è arrivato dalla Ragioneria generale dello Stato: la misura è troppo onerosa. Per questo il governo ha deciso di cestinare l’ipotesi di allungare, da 4 a 10 anni, il periodo per recuperare la detrazione del Superbonus.
Un’opzione che era stata pensata per venire incontro ai contribuenti con redditi bassi, che non hanno ceduto il credito: visto l’importo dei lavori, in molti non hanno la capienza fiscale necessaria per cogliere le detrazioni; possibilità che invece ci sarebbe se il recupero del rimborso sull’Irpef avvenisse in dieci anni, invece che in quattro.
La fruizione in dieci anni, in questo caso in compensazione delle imposte, resta invece ammessa per le banche e le imprese che hanno acquistato i crediti.
Nel pacchetto delle riformulazioni degli emendamenti al decreto Superbonus, all’esame della commissione Finanze della Camera, è prevista infatti una nuova formulazione della possibilità di spalmare, in dieci rate annuali, i crediti che derivano dalle comunicazioni di cessione o di sconto in fattura inviate all’Agenzia delle Entrate.
La misura era stata introdotta dal governo a novembre, con il decreto Aiuti quater; l’emendamento introduce due novità. La prima: potranno essere fruiti i crediti legati alle comunicazioni trasmesse alle Entrate entro il 31 marzo di quest’anno (il vecchio termine era fissato al 31 ottobre dell’anno scorso). La seconda: i crediti in questione non faranno riferimento solo ai lavori che beneficiano dell’agevolazione al 110% e del sismabonus, ma anche a quelli per l’eliminazione delle barriere architettoniche e di ristrutturazione edilizia.
Salvi i crediti del 2022
Se il “contratto di cessione” alle Entrate “non è stato concluso” entro il 31 marzo, il titolare di un credito potrà effettuare la comunicazione all’Agenzia attraverso lo strumento della remissione in bonis: tempi più lunghi (fino al 30 novembre) e pagamento di una sanzione di 250 euro. Nell’emendamento si legge che la cessione può essere eseguita a favore di banche e assicurazioni.
Il ripristino della cessione per le case popolari, onlus e Terzo settore
Un’altra modifica introduce un paletto al riavvio della cessione del credito e dello sconto in fattura per Iacp (case popolari), onlus e Terzo settore. Le due opzioni saranno possibili solo se questi soggetti risultano già costituti alla data di entrata in vigore del decreto.
(da La Repubblica)
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Marzo 26th, 2023 Riccardo Fucile
IMPROVVISAMENTE, SI È DIMEZZATO IL NUMERO DEGLI OPERATORI CHE LAMENTAVANO ERNIE, SCIATALGIE, LESIONI MUSCOLARI O PATOLOGIE PIÙ GRAVI
Parte il ricambio generazionale in Ama degli operatori della
raccolta dei rifiuti su strada, che hanno in media 55 anni. L’azienda ha firmato un accordo con i sindacati per favorire il turn over con la pensione anticipata e sostituire gli operatori che da anni non possono scendere in strada a causa di malattie invalidanti: i guariti tornano a lavorare, gli inidonei andranno in pensione o in ufficio con alte mansioni part time.
I risultati si iniziano a vedere: in meno di due mesi si è dimezzato il numero degli operatori che non potevano scendere in strada a pulire i cassonetti a causa di malattie invalidanti: oggi sono 123 ma fino al 20 gennaio erano 255 gli operatori che rimanevano in ufficio, spesso lasciati senza impiego, perché soffrivano di malattie come ernie, sciatalgie, lesioni muscolari o patologie invalidanti più gravi.
La nuova policy del presidente di Ama Daniele Pace inizia il 20 gennaio quando l’azienda convoca i sindacati e nel corso di una riunione a tratti tesa e nervosa annuncia che avrebbe avviato i controlli su tutti i 255 operatori inidonei totali, di cui 138 a tempo determinato: nel giro di venti giorni almeno 50 guariscono e tornano a lavorare a pieno regime per strada. A inizio marzo partono le prime visite mediche: sono 44 quelle portate a termine fino a oggi e altri 70 operatori guariscono e tornano a disposizione.
Al momento sono rimasti 123 gli addetti che non possono pulire le strade, guidare i camion o svolgere le attività più pesanti della raccolta dei rifiuti a causa di malattie invalidanti.
Al momento Ama conta 7.364 dipendenti di cui 900 amministrativi. Il nerbo dell’azienda sono però i 6.400 operatori, di cui 4.400 sono addetti alla pulizia di cassonetti e bidoncini su strada e il resto sono autisti e manutentori di mezzi e impianti aziendali.
Ma tra i 6.400 addetti ci sono almeno 1.700 inidonei parziali: a causa di ernie, sciatalgie e dolori muscolari o alle articolazioni non possono svolgere le mansioni più pesanti della raccolta né guidare camion o Tir, ma sono impiegati nelle isole ecologiche o allo spazzamento leggero sui marciapiedi. È a loro che Ama punta con il nuovo accordo che prevede il prepensionamento fino a 670 dipendenti che hanno 62 anni grazie all’incentivo di una indennità per non più di 5 anni, pagata al 75% dall’Inps e per il resto dall’azienda.
(da La Repubblica)
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Marzo 26th, 2023 Riccardo Fucile
A SUD DEL SAHARA LA MODERNITA’ HA LA FORMA DEL KALASHNIKOV, VIOLENZA E SOPRAFFAZIONE… UN CONTINENTE IN FUGA… UN ARTICOLO DI DOMENICO QUIRICO
I subsahariani. Li definiamo così. Comodo. È una parola grande, talmente spaziosa che dentro ci puoi ficcare tutto: le savane monotone e le bianche nevi del Kilimangiaro, zebre ed elefanti, il club Méd a Malindi e la bidonville di immondizie ovunque, l’eroe Nelson Mandela e i perfidi Boko Haram, la carestia e il grattacielo, il tamburo e l’afro beat. E i migranti. Tanti migranti.
Qualcuno adesso perfino li conta, li mette in fila e va ai summit impugnando la cifra per chiedere protestare giustificare. Dicono: novecentomila son lì già pronti a partire dal continente nero come lo si liquidava una volta, quando il colonialismo si travestiva appena appena di esotismo, sono pronti a scavalcare navigare affondare sbarcare. Che si fa? Le statistiche sono un invenzione meravigliosa: perché funzionano da sole, si auto confermano. Novecentomila! E perché non cinquecentomila o un milione? Dove sono andati a intervistarli, i pronti partire, quelli dell’Intelligence, dove li hanno visti in fila dallo scafista di terra e di mare, a chi hanno raccontato: eccomi?
Le piste africane della migrazione. Ti prende lo scoramento quando ti accorgi che ricalcano quelle dell’Ottocento quando i mercanti di uomini non si chiamavano scafisti ma schiavisti. Si erano divisi i compiti. Gli arabi si occupavano della “merce” dell’Est. La loro miniera era il Sudan dove compravano “permessi di caccia” dal governo egiziano, a parole antischiavista ma che sulla Tratta aveva montato un ignobile sistema industriale. E poi via via che le riserve si esaurivano le piste si addentravano sempre più verso l’interno.
A Ovest era mercato nostro, europeo: l’immenso bacino del Niger e gli scafisti francesi inglesi portoghesi aspettavano con i barconi che le colonne di “mano d’opera” per le piantagioni americane le portassero i loro soci africani, re e capi tribù.
Un continente intero è in cammino, da anni verrebbe da dire da sempre, e noi pensiamo di contarli. Proprio così. In questa epopea smisurata e tragica, conseguenza della Storia e della miseria, noi abbiamo raccontato proprio storie di insetti in movimento. Il fatto, la migrazione, lo mescoliamo sempre alle emozioni e ai pregiudizi. Cerchiamo di dare un inizio e una fine a qualcosa che ne è privo. A qualcosa che ogni giorno produce Storia del terzo millennio a ritmi inauditi. Noi cerchiamo di ridurlo a teatro con il sipario che sale e poi cala a nostro comodo o utile. O procediamo alla consueta traduzione monetaria dell’universo: quanto ci costeranno, di quanto possiamo rifarci di questa sciagura tirando fuori qualcosa perfino da questi subsahariani, facendoli diventare Pil.
Ci dividiamo tra coloro che con il loro spirito di bigotti non si rassegnano a constatare che nessun periodo nuovo è mai stato definito dalle sue frontiere e bottegai di un umanesimo a basso costo che aggiungono al «siamo con voi» il consueto diabolico ma.
Li ho seguiti per dieci anni i subsahariani e poi a un certo punto ho acquistato forse anche io la imperturbabilità che ho incontrato solo nei combattenti e appunto nei migranti.
Prendete la carta geografica per favore. Cercate con il dito macchie enormi come il Congo la repubblica centrafricana la Nigeria il Sudan il Corno d’Africa e calcolate quanti chilometri e quanto tempo hanno percorso quei subsahariani per diventare densa presenza reale, quanto sono invecchiati contro il muro dei venti contrari per trasformarsi in incubo problema vittima del mare. E in un dossier con dei numeri.
I migranti africani li ho incontrati ben prima che Lampedusa diventasse una parte della storia del ventunesimo secolo e non un luogo di villeggiatura. Li ho ho visti fitti nei cassoni di camion che sudavano polvere, in equilibrio mirabile sui tetti di sgangherati bus della savana sotto il sole ardente, insaccati con le loro toghe rappezzate in jeep scalcagnate.
Perché la povera gente si adatta a tutti i vani come l’acqua e i disperati li puoi schiacciare senza rimorsi come se fossero sacchi o fascine. Sì, c’erano quelli che fuggivano dalle guerre ma quelli andavano a piedi, in file sterminate tenendosi lungo i bordi delle piste di terra rossa come il sangue, perché il fuggiasco sa che deve rendersi quasi invisibile, non essere di impiccio. Ma la maggior parte di loro, be’! erano già “migranti economici”, costretti a emigrare dalla fame dopo essersi dibattuti ogni anno nell’artiglio della miseria. Le genti dell’acacia e del cespuglio e delle periferie di uno squallore disperante. Le loro strade allora andavano verso Sud o verso Ovest, Ghana, Costa d’Avorio, la geografia del caffè, del cacao dove la raccolta offriva ogni anno occasioni di lavoro. Come ora li incontri nelle nostre vigne, o chini nei campi di pomodori e tra gli ulivi. E poi c’erano quelli che scendevano verso l’Africa delle miniere. Perché africani meno poveri non scendevano più sottoterra o sparivano nella foresta a raccoglier con le mani, immersi nel fango, controllati da uomini armati, tesori di cui non intuivano nemmeno il valore. Erano africani a cui la mancanza di lavoro aveva levato la carne. Che avrebbero avuto già diritto ad una pietà piena e profonda. Ma non muovevano nel loro migrare verso di noi. Gente abituata a una vita rassegnata, gli abitanti di luoghi che non erano nessun luogo, gli ostaggi degli aiuti umanitari e della nostra pelosa carità.
Poi tutto è cambiato. La globalizzazione ha investito anche l’Africa ed è stato anche sfruttamento, disastri ambientali, violenza, corruzione. Ma l’orizzonte di quegli eterni migranti si è allargato, ha scavalcato le rotte dei Paesi vicini o di quello spicchio di continente su cui fino ad allora avevano, eterni viandanti, camminato. Quale fu la scintilla non sarà mai possibile scoprirlo. Forse la telefonata di un parente fortunato che viveva già in Europa, o qualche secondo di immagini, barche piene di uomini che scendevano sui moli di un Paese ricco, intraviste in qualche sudicio caffè di una capitale africana.
Ecco. Fu l’Africa che si rimette in marcia. Questa volta verso Nord, questa volta verso un mare. Prima sono partiti quelli delle terre del kalashnikov, dove infuriano guerre senza fine che una volta si combattevano con lance e machete, ma dove ora è arrivata la modernità, la modernità di imbracciare un mitra spietato. Dicono che in Africa ci siano almeno settanta milioni esemplari di questa diabolica invenzione dell’ingegnere sovietico che rende guerrieri anche i bambini. Ci sono settanta milioni di uomini che lo possiedono e non partiranno mai, perché la possibilità di uccidere è potere e sopravvivenza. E poi ci sono gli altri, molti di più, i non uomini, gli indifesi, le cose, le vittime. Coloro che vivono in un senso innato, perenne di pericolo, quello che noi, in questa parte del mondo, non conosciamo più perchè ci siamo levato di dosso questo vizio della angoscia. Quelli si sono messi in marcia verso di noi. Il loro viaggio parte dal Sudan, dalla Somalia, il Corno d’Africa della prigione a cielo aperto della Eritrea, della Somalia degli Shabaab, del Tigrai ribelle, e poi la Nigeria, il Centrafrica il Congo e i Paesi che il Niger difende dal deserto ma non dai nuovi califfati. Le piste sono quelle antichissime transahariane. Tutto quello che hanno sono numeri di telefono di uomini che li attendono lungo il percorso verso Nord, a loro devono pagare ogni tappa. La nuova Tratta: non sono più legati con la “canga”, l’orribile gogna di legno, ma l’avidità e la ferocia degli appaltatori è la stessa.
E poi mescolata all’Africa delle guerre c’è quella della povertà, della fame. Già la fame. A noi danno emozioni solo le carestie, per quelle periodicamente ci mobilitiamo, un poco. Ma le carestie sono una eccezione, fiammate brutali di morte legate a eventi spesso temporanei. Quello che muove gli africani è perenne, la miseria quotidiana, la povertà che è ricerca di un pasto tutti i giorni. Le loro pietose epopee non sono conseguenze del riscaldamento climatico. Sono fitte di nomi: presidenti, caudillos, colonnelli golpisti, alleanze geopolitiche e traffici economici con l’Occidente delle democrazie, dei diritti e del benessere. Li ascoltate e dite: davvero questo e nient’altro è il loro mondo? Non è nient’altro che questo la vita? Attenti: sono molti di più che novecentomila.
Domenico Quirico
(da La Stampa)
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Marzo 26th, 2023 Riccardo Fucile
COME NO, PRIMA LEGGONO I SONDAGGI DI PAGNONCELLI E POI DECIDONO PER DOVE IMBARCARSI… E MAI POSSIBILE CHE UN MINISTRO DEGLI INTERNI INTERVENGA ALLA “SCUOLA DI FORMAZIONE” DI UN PARTITO (LA LEGA)?
Matteo Piantedosi, intervenendo alla scuola politica della Lega, a
Milano si è improvvisato sociologo e in cerca di alibi per i propri fallimenti ha dato colpa all’opinione pubblica
Piantedosi ogni volta che parla dice o una mostruosità o una baggianata. Ha cominciato definendo i migranti non fatti sbarcare ‘carichi residuali’, ha colpevolizzato i genitori che si sono imbarcati con i figli come poco responsabili, ha criticato chi fugge dalla guerra dicendo che uno che ama il proprio paese resta e non scappa e infine ha detto che sarebbe andato lui a prendere i migranti
Ieri il burocrate di Stato improvvisato sociologo ne ha sparata un’altra delle sue, pur di cercare un alibi alle efficienze del governo reazionario: “L’Italia è una piattaforma logistica nel Mediterraneo che anche e soprattutto per chi vuole andare oltre si presta come trampolino di lancio più gestibile. Inoltre probabilmente i migranti percepiscono quel fattore attrattivo di opinione pubblica che annovera una consistente fetta di proposizione e accettazione di questo fenomeno, mentre in Paesi più piccoli io ho registrato una assoluta intransigenza ”
(da Globalist)
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Marzo 26th, 2023 Riccardo Fucile
LA NEOSEGRETARIA NON INTENDE ACCETTARE COMPROMESSI E VA AVANTI PER LA SUA STRADA
La segretaria del Pd, Elly Schlein riproporrà i nomi di Chiara Braga e di Francesco Boccia come capigruppo di Camera e Senato. Nell’incontro di ieri, il presidente Stefano Bonaccini aveva detto ai suoi di attendere una proposta dalla segretaria.
La riunione dei parlamentari che hanno sostenuto Bonaccini ieri è stata disertata dai 21 parlamentari “neo ulivisti” che in nome dell’unità del partito hanno già comunicato non voler contrapporre proposte alternative ai nomi proposti dalla segretaria.
La palla passa dunque a Base riformista, la corrente ex renziana del presidente del Copasir Lorenzo Guerini e agli altri parlamentari per il presidente dem. Saranno loro a dover decidere se voler candidare altri nomi diversi da Boccia e Braga. O se magari non contrapporre altre candidature ma astenersi dal voto.
Domani la segretaria parteciperà alla prima riunione dei deputati e dei senatori Dem convocata per domani. Dopo l’elezione dei capigruppo martedì si passerà alla composizione della segreteria.
“Il nuovo corso del Pd si arricchisce ogni giorno di presenze e di testimonianze attive che fanno forza a questa comunità. Voglio per questo ringraziare tutte e tutti i 168 intellettuali che hanno sottoscritto l’appello ‘Una speranza e un’opportunità per la sinistra. Vogliamo dare una mano’. Perché è esattamente questo quello che desideravamo suscitare: la condivisione, insieme, di un impegno, di una passione, di una visione comune. Solo così, tutte e tutti insieme, ce la faremo a ricostruire fiducia con le persone e dar vita a una vera alternativa a questo governo, che si batta per la giustizia sociale e climatica, per il lavoro di qualità e i diritti”. Così la segretaria del Pd Elly Schlein commentando l’appello dei 168 intellettuali ‘Una speranza e un’opportunità per la sinistra. Vogliamo dare una mano’ pubblicato oggi dal Mattino di Napoli.
(da agenzie)
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Marzo 26th, 2023 Riccardo Fucile
È CORSA CONTRO IL TEMPO PER CENTRARE I 13 OBIETTIVI DI MARZO E I 55 DEL 2022 NECESSARI PER OTTENERE I FINANZIAMENTI EUROPEI— I DUBBI DEI TECNICI DI BUXELLES VANNO DAI PROGETTI SULLA CYBERSICUREZZA ALLE CONCESSIONI PORTUALI
Sul Pnrr, ufficialmente, l’Italia «non vede rischi». Parola di Giorgia
Meloni: la tranche da 19 miliardi di euro attesa da Bruxelles non subirà ritardi particolari. Eppure, quella che si sta consumando sul dossier, è una vera e propria corsa contro il tempo.
Non solo perché su 13 obiettivi da centrare entro la fine di marzo ne sono stati completati solo cinque («Ma ne chiuderemo 6 o 7 nei prossimi giorni» garantiscono fonti informate nell’esecutivo), quanto sui 55 obiettivi del 2022. Tra quelli già inoltrati dall’esecutivo alla Commissione Ue per la valutazione, ce ne sarebbero infatti alcuni senza carte in regola.
Le tematiche sono disparate e vanno dalla cybersicurezza nazionale alle concessioni portuali, fino alla piantumazione di alberi nelle città italiane e ai finanziamenti per il teleriscaldamento.
Ciò che è certo è che la terza tranche dei fondi del Pnrr, ad una manciata di giorni dalla scadenza informale del 31 marzo, è ancora sotto la lente d’ingrandimento. Al punto che non si esclude che il termine per le verifiche venga spostato ancora, magari alla fine di maggio, quando però mancherebbe solo un mese alla quarta rata da 16 miliardi di euro prevista per fine giugno.
Criticità, queste relative al 2022, che il governo Meloni imputa agli esecutivi precedenti e alle strutture tecniche già esistenti. Tant’è che, sottolinea a più riprese chi segue da vicino la vicenda, «stiamo trovando soluzioni ai disastri altrui».
L’idea sarebbe infatti commissariare il Formez, l’associazione in house del Dipartimento della Funzione pubblica (Dfp) che ha il compito di formare, reclutare e ammodernare la Pa, i cui vertici di norma scadrebbero nel 2024. «Ma troppi remano contro» è la sintesi di un rappresentante del governo, convinto che bisogna imprimere un’accelerazione subito. Non solo sui progetti in scadenza quest’anno, ma guardando già al 2026. Specie perché i capitoli di spesa a lungo termine «spesso composti solo da titoli e non hanno al loro interno dei progetti». Scatole vuote, insomma, che andrebbero riempite al più presto.
Come se non bastasse va intanto va consumandosi un braccio di ferro tra l’esecutivo e gli enti locali. In un documento consegnato in Senato, l’Anci, l’Associazione dei Comuni, ha accusato il governo di voler commissariare le opere di loro competenza nonostante i ritardi accumulati dipendano dai ministeri e non dai municipi.
(da il Messaggero)
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Marzo 26th, 2023 Riccardo Fucile
TRA CASE DI LUSSO E UN INTRECCIO DI SOCIETA’, UNA DELLE QUALI AVEVA SEDE IN VIA DELLA SCROFA, NELLO STESSO PALAZZO DI FDI
Sono fili che si tessono, tra il neofascismo francese e la capitale d’Italia, tradizionale camera di compensazione degli estremismi neri. Rapporti sotterranei, legami societari riservati, flussi di soldi che hanno attirato anche l’attenzione degli investigatori della Banca d’Italia. La cupola dei pretoriani di Marine Le Pen ha scelto Roma come base discreta.
A Parigi hanno avuto guai giudiziari che li hanno – solo apparentemente – messi ai margini, con condanne per la gestione illecita dei finanziamenti pubblici. Ma con un’operazione iniziata nel 2014, e che solo lo scorso anno si è concretizzata, è iniziato il trasferimento di quote societarie strategiche di parte del mondo dell’estrema destra francese verso uffici a due passi da via della Scrofa (la stessa strada in cui ha sede Fratelli’Italia), con investimenti milionari, come TPI è in grado di ricostruire.
Tre i protagonisti, nomi molto noti in Francia nel giro di Madame Le Pen: l’indiscusso capo del gruppo degli ex gudard, i militanti del Gruppo Unione Difesa (Gud), organizzazione attiva negli anni Novanta, il cinquantenne Frédéric Chatillon; la sua compagna e socia, Sighild Blanc; e infine il trentenne Paul-Alexandre Martin, giovane guru della comunicazione digitale cresciuto all’interno del Front National.
Questione di comunicazione
Il punto di partenza per ricostruire la storia romana dei tre è la pubblicazione dei bilanci dell’ultima campagna elettorale per le presidenziali in Francia. Tra i conti riappare il nome che per tanti anni ha imbarazzato il partito di Marine Le Pen.
Quando la leader del Rassemblement National si preparava ad affrontare la campagna per le presidenziali – che l’ha vista, ancora una volta, contrapposta a Emanuel Macron – si è guardata intorno. Servivano uomini fidati, una squadra affiatata, in grado di intercettare il populismo più duro e rancoroso. Chi meglio degli antichi camerati di una volta, quel manipolo di comunicatori nati e cresciuti all’interno dell’estrema destra del Gud?
I conti della sua ultima campagna elettorale – resi noti nei giorni scorsi – mostrano la cifra record di 770mila euro, una buona fetta del budget complessivo di più di 10 milioni, ottenuti grazie a prestiti arrivati dall’Ungheria e destinati a una piccola società di Parigi: la E-Politic, a capo della quale c’è Paul-Alexandre Martin, il guru digital di Le Pen.
È il suo gruppo che diffonde i tweet con gli interventi televisivi della leader della destra d’oltralpe, prepara la newsletter per gli elettori, gestisce gli spazi web e accompagna attraverso i social viaggi e comizi in giro per la Francia.
Prima di lui i fornitori del settore comunicazione del Rassemblement National – l’ex Front National – erano Frédéric Chatillon e Axel Loustau, nomi che in Francia riportano la mente al fronte universitario dei neofascisti più duri. I due inciamparono in un’inchiesta per sovrafatturazione su alcuni kit elettorali e hanno preferito rendersi meno visibili. Ma non sono scomparsi del tutto.
Paul-Alexandre Martin ha mantenuto – e ancora oggi mantiene – diversi rapporti societari e commerciali con gli ex esponenti di punta del Gruppo Unione Difesa, come ha ricostruito il quotidiano francese Le Monde in alcune inchieste pubblicate lo scorso anno. È appena la faccia più pulita e meno sulfurea di quel mondo, attento a non mostrare mai in pubblico contenuti apertamente estremisti. Ma i suoi rapporti con i duri del Gud sono solidi e, come vedremo, passano anche da Roma.
La dolce vita
Frédéric Chatillon qualche giorno fa è stato condannato a 30 mesi di reclusione dalla Corte d’appello di Parigi, che ha confermato il verdetto di primo grado, arrivato lo scorso anno. La storia riguardava i kit elettorali che la sua società storica, la Riwal (con una sede a Roma nella centrale piazza Margana), aveva prodotto per il partito della destra francese nelle campagne elettorali del 2012.
Si trattava di pacchetti di comunicazione composti da un sito web, volantini e manifesti, venduti a 16.500 euro ognuno, attraverso l’associazione Jeanne, il micro-partito creato anni fa dal circolo familiare di Marine Le Pen. Secondo l’accusa, il prezzo – che venne poi rimborsato attraverso i finanziamenti pubblici – era sovrafatturato, e lo Stato francese nel 2019 aveva per questo chiesto 11,6 milioni di euro di risarcimenti al Rassemblement National e agli imputati.
Nel 2014, quando l’aria a Parigi cominciava a farsi difficile per lui, Chatillon si è trasferito a Roma, prendendo in affitto un attico con vista mozzafiato nel palazzo degli Odescalchi, a due passi da piazza Venezia. Ha creato la sede italiana della sua Riwal, anche se leggendo i bilanci non è possibile capire quali siano stati gli affari nella capitale italiana.
Di certo Fred, come ama farsi chiamare, non ha mai rinunciato alla bella vita, insieme alla compagna e socia d’affari Sighild Blanc. Bollicine e sigari cubani, party sulla terrazza esclusiva con vista verso la Roma barocca, viaggi in Oriente e in Russia, mantenendo – però – più di un piede nel giro di Marine Le Pen.
In Francia è ben noto per i suoi stretti legami con il presidente siriano Bashar al-Assad e con il giro antisemita di Allan Soral e Dieudonné. A Roma preferiva la compagnia di Casapound, partecipando e facendosi fotografare al party di inaugurazione del marchio di moda Pivert, la catena di negozi gestita dal dirigente del movimento di estrema destra Francesco Polacchi.
Il sindacalista dell’Ugl
I destini di Chatillon e Martin si sono incrociati di nuovo a Roma. Il patron della E-Politic nel 2017 apre in Italia la società Squadra Digitale, con un indirizzo particolare, via della Scrofa 39, ovvero lo stesso palazzo della sede nazionale di Fratelli d’Italia. Anche in questo caso i bilanci non forniscono nessuna informazione sull’attività e i clienti dell’agenzia di comunicazione creata dallo stratega digital di Le Pen.
Nel luglio 2021 la società – dopo aver trasferito la propria sede nella vicina piazza della Fontanella Borghese – inaugura un nuovo ufficio in via D’Ascanio, una traversa di via della Scrofa, a meno di cento metri dalla prima sede. In quegli stessi mesi Chatillon avvia un’importante operazione societaria insieme a Gian Luigi Ferretti, esponente dell’Ugl vicinissimo sia alla destra francese che al leader della Lega Matteo Salvini. Insieme creano il Gruppo Edda (Edda Mussolini è stata la prima figlia del dittatore fascista), che attira l’attenzione della Uif, il sistema di antiriciclaggio della Banca d’Italia.
In un report gli analisti di Palazzo Koch segnalano che Chatillon, pur essendo persona politicamente esposta, non ha segnalato la sua posizione. Analizzando i conti emergono poi consistenti bonifici partiti da società controllata della stesso Chatillon in Francia verso la sede romana della Riwal.
Una società controllata dall’esponente dell’estrema destra francese, la Erer, avrebbe poi – secondo la Uif – investito negli anni passati 1,39 milioni di euro nel ristorante Carré français (a due passi da piazza Cavour), passato nel 2019 sotto il controllo dell’ex marito di Marine Le Pen, Eric Iorio.
Fino ad oggi non era però chiaro l’obiettivo finale dei movimenti finanziari da Parigi a Roma e l’oggetto sociale della nuova società, il Gruppo Edda. Nel dicembre del 2021 un’altra società controllata da Chatillon e dalla compagna Blanc, la Couesnon srl, investe una cifra che sfiora i 2 milioni di euro nell’acquisto di un appartamento proprio nel palazzo dove quattro mesi prima si era trasferita la Squadra Digitale di Martin, in via D’Ascanio. E che appartamento: «Ampio ingresso, corridoio di disimpegno, soggiorno-pranzo, cucina, quattro camere, tre bagni, disimpegno e un ripostiglio, con annessi una veranda a livello ed un terrazzo di pertinenza esclusiva», è la descrizione depositata in Conservatoria.
Il tutto per una superficie di 180 metri quadri, in una zona dove – secondo la borsa immobiliare dell’Agenzia delle Entrate – il valore raggiunge facilmente i 10mila euro al metro quadro. Poco dopo l’acquisto, il Gruppo Edda – che prima dell’operazione immobiliare ha visto uscire Gian Luigi Ferretti e diventare unici soci Chatillon e Blanc – trasferisce gli uffici in Via D’Ascanio.
Rock’n’roll
Alla fine dello scorso dicembre – esattamente un anno dopo l’acquisto dell’appartamento di pregio nel cuore di Roma – quando si avvicinava la sentenza per il processo d’appello sulla sovrafatturazione dei kit per le campagne di Marine Le Pen, il Gruppo Edda conclude un’altra operazione finanziaria.
Una delle società della galassia Chatillon finita sotto la lente d’ingrandimento degli investigatori francesi è la Unanime, le cui quote sono in buona parte controllate dalla compagna Sighild Blanc. Una società chiave della galassia cresciuta attorno al ricco piatto della comunicazione del Front Nationale: nel 2011 la Unanime appariva nella gerenza del giornale della campagna di Marine Le Pen, diffuso in migliaia di copie, come «concezione e stampa».
A questa società, ricostruisce Le Monde, erano stati destinati 1,4 milioni di euro per il lavoro di grafica durante le campagne del Front National per le elezioni legislative del 2012. La Unanime alla fine è inciampata anche lei nelle inchieste della procura francese e nel corso del processo per la sovrafatturazione è stata accusata, tra l’altro, di aver pagato una fattura da 350mila euro a una società di Hong Kong, la Ever Harvest, di proprietà del fratello del commercialista del micropartito della famiglia Le Pen Jeanne, a sua volta fornitore della Riwal di Chatillon.
I giudici francesi sospettavano che si trattasse di un espediente per trasferire i fondi all’estero, evitando di pagare le tasse. «È solo un meccanismo molto rock’n’roll», commentò Chatillon.
Unanime, in ogni caso, fin dal 2011 è un pezzo chiave di quella galassia societaria del mondo della destra francese che per anni ha fornito i propri servizi al partito di Le Pen. Il 20 dicembre 2022 Chatillon e Blanc firmano un atto notarile per aumentare il capitale del Gruppo Edda.
Non versano soldi, ma conferiscono le loro quote della società Unanime, il cui controllo passa così negli uffici nel cuore di Roma appena acquistati, allo stesso indirizzo della Squadra Digitale di Paul-Alexandre Martin, l’imprenditore che ancora oggi cura parte della comunicazione nelle campagne elettorali di Marine Le Pen.
Nell’atto è allegata anche una perizia sul valore attuale della società Unanime, che mostra come – nonostante il processo – sia ancora attiva, con un ricavo tra il gennaio e l’ottobre dello scorso anno di 328mila euro.
Se dietro il flusso milionario di soldi da Parigi a Roma si nasconda anche l’avvio di una attività nella comunicazione politica anche in Italia al momento non è chiaro. È certo, però, che i fili tra la destra francese e italiana sono solidi, anche se riservati. Il partito di Marine Le Pen non ha mai preso le distanze o tagliato definitivamente i ponti con il gruppo del Gud.
L’ex tesoriere del Rassemblement National ha spiegato a Mediapart che «Frédéric Chatillon non ha mai tradito la nostra fiducia, ha sempre lavorato con noi con totale lealtà, ritengo che ci si possa sempre fidare di lui». E i gudard possono godere di fiducia incondizionata e ottimi appoggi anche in Italia, tra i vicoli del salotto buono romano. Magari con un occhio alle prossime elezioni europee, quando le alleanze internazionali conteranno.
(da TPI)
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Marzo 26th, 2023 Riccardo Fucile
L’ONG: “DOPO AVER SALVATO 180 PERSONE, CI IMPEDISCONO DI RIPARTIRE SENZA COMUNICARCI NULLA”… ARRIVANO A CENTINAIA CON I BARCHINI, AUMENTANO LE VITTIME, MA IL GOVERNO DEGLI INCAPACI PENSA SOLO A ROMPERE I COGLIONI ALLE ONG
È stata fermata nel porto di Lampedusa la nave Louise Michel,
appartenente all’omonima Ong, e finanziata anche dall’artista senza volto Banksy. A bordo dell’imbarcazioni ci sono 180 persone che sono state soccorse con tre operazioni diverse mentre cercavano di attraversare il Mediterraneo a bordo di piccoli barchini. All’operazione hanno contribuito anche le motovedette della capitaneria di porto e della Guardia di Finanza. A farlo sapere sono gli stessi attivisti, che attribuiscono la ragione del fermo alla violazione del decreto migranti del governo Meloni, con il quale sono state semplificate le procedure di espulsione e ristretti i criteri per poter usufruire della cosiddetta protezione speciale. Secondo quanto riferisce la Ong, comunque, all’equipaggio della nave non sarebbe stata fornita una spiegazione ufficiale circa il fermo. «Ci impediscono di lasciare il porto e prestare soccorsi in mare», dichiarano.
«Con la situazione che c’è in mare, trattenere una nave di soccorso in porto mentre donne, uomini e bambini rischiano di morire, è una cosa assurda: qui non si tratta di slogan, ma di vite umane che si possono e si devono salvare». Così si è espresso all’Ansa Luca Casarini, capomissione di Mediterranea Saving Humans, che ha rilanciato il tweet della Louise Michel. «24 ore fa – si legge nel tweet – le autorità Italiane hanno comunicato alla LouiseMichel che la nave, dopo aver soccorso e sbarcato 180 persone, era bloccata. Nessun atto formale e motivato è stato ancora notificato. Al largo di Lampedusa ci sono diverse barche in pericolo che chiedono aiuto».
(da agenzie)
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Marzo 26th, 2023 Riccardo Fucile
GLI AGGRESSORI MESSI IN FUGA DAI PRESENTI NEL CENTRO… LA MELONI E PIANTEDOSI HANNO NULLA DA DIRE?
I muri esterni del centro sociale Lambretta di via Edolo, a Milano, sono stati imbrattati con della vernice nera la scorsa notte. Lo ha rilevato la Digos, intervenuta oggi sul posto. Un episodio confermato dagli stessi occupanti, che sui social spiegano: «Nella notte di sabato 25 marzo, un gruppo di fascisti ha attaccato il nostro spazio sociale, armato di bottiglie, catene, bastoni, vernice e spray. Fortunatamente, lo spazio era presidiato dai nostri compagni e compagne, che sono riusciti a mettere in fuga il gruppo reagendo prontamente all’aggressione».
Il bilancio finale è di alcune finestre rotte e la facciata del centro sociale imbrattata con vernice nera.
«Questa è la solita modalità neofascista nei confronti di realtà che praticano solidarietà, mutualismo e sostegno al quartiere – scrivono gli attivisti milanesi del Lambretta -. Quello che abbiamo subito questa notte è un attacco squadrista organizzato che si inserisce all’interno di un clima politico pericoloso, fomentato dalla destra di questo paese».
In risposta al raid della scorsa notte, il centro sociale di via Edolo ha annunciato che alle 16 di oggi si svolgerà un presidio per ripulire la facciata dell’edificio e le strade del quartiere, ancora piene di vetri e sporcizia.
(da agenzie)
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