Destra di Popolo.net

IRMA TESTA E’ ORO AI MONDIALI DI BOXE: “UNA VITA DI SACRIFICI, MA NE’ E’ VALSA LA PENA”

Marzo 25th, 2023 Riccardo Fucile

LA STRAORDINARIA PRESTAZIONE DELLA CAMPANA: IRMA “BUTTERFLY” SUL TETTO DEL MONDO

Irma Testa è la nuova campionessa del mondo di boxe femminile nella categoria dei 57 chilogrammi (pesi piuma). La 25enne boxeuse campana, nata a Torre Annunziata il 28 dicembre 1997, atleta delle Fiamme Oro da giugno 2015, attuale campionessa continentale e medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Tokyo 2020, si è imposta ai punti sulla kazaka Karina Ibragimova, ottenendo così il suo primo titolo iridato in carriera sul ring di Nuova Delhi.
I pugni d’oro di Irma: “Un premio per tutti i miei sacrifici”
Malgrado il nome che riporta a un grande film del 1963 diretto da Billy Wilder con protagonisti Jack Lemmon e Shirley MacLaine, la campionessa è ‘dolce’ solo fuori da ring.
Sul quadrato dove incrocia i guantoni con le sue pari-peso, invece, è una belva. E ne sa qualcosa la kazaka Ibraginova sconfitta oggi in India.
Irma Testa, nata in una terra che negli ultimi decenni e’ stata fucina di campioni di pugilato (da Patrizio Oliva a Clemente Russo, da Carmine Tommasone a Vincenzo Mangiacapre, da Carlo De Novellis a Vincenzo La Femmina) colleziona record: nel 2016 a diciotto anni appena compiuti, dopo aver vinto un Mondiale Junior, uno Youth e un argento ai Giochi Olimpici Giovanili, e’ stata la prima boxeuse italiana partecipare a un’Olimpiade.
Una passione per il pugilato che le è nata a 12 anni grazie alla sorella Lucia e poi valorizzata dal maestro Lucio Zurlo della Boxe Vesuviana di Torre Annunziata. Soprannominata Butterfly (farfalla) per la sua agilita’ e leggiadria nei movimenti, nel 2019 si è laureata campionessa europea nella categoria dei pesi piuma.
L’anno prima, nel 2018, è stata protagonista del docufilm ‘Butterfly’, diretto da Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman e presentato in concorso alla Festa del Cinema di Roma nella sezione ‘Alice nella Citta”, che narra l’ascesa dell’atleta fino al raggiungimento della qualificazione alle Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016 e tutte le vicissitudini personali vissute dopo la sconfitta nel torneo olimpico dove si e’ fermata ai quarti di finale, sconfitta dalla campionessa mondiale e futura campionessa olimpica dei pesi leggeri Estelle Mossely.
Una sconfitta che e’ stata motivo per ripartire e riuscire a conquistare nel 2021 a Tokyo la prima storica medaglia per l’Italia nella boxe femminile alle Olimpiadi. E oggi ha coronato un altro sogno: diventare la campionessa del mondo dei pesi piuma, la terza italiana dopo Stefania Bianchini e Simona Galassi.
(da La Stampa)

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LA RICETTA DI LOLLOBRIGIDA PER I MIGRANTI: FARE DELL’AFRICA UN SUPERMARKET UE

Marzo 25th, 2023 Riccardo Fucile

UNA VISIONE COLONIALISTA CHE CI RIPORTA INDIETRO NEL TEMPO

Quale può essere il primo scopo di un governo reazionario formato da partiti che da sempre sono inchiodati (al limite della nostalgia) a un periodo storico del nostro Paese?
Apparire moderni di fronte al mondo continuando a solleticare i proprio elettori. Così accade che fin dall’insediamento del governo Meloni ci ritroviamo di fronte a contorsioni logiche e linguistiche sul confine del paradosso.Per fortuna – loro – un bel pezzo di stampa volentieri s’offre per rendere dignitose idee che non lo dovrebbero essere.
Fuoriclasse in questo teatro dell’assurdo è il cognato d’Italia Francesco Lollobrigida, tra le altre cose ministro all’Agricoltura, che volentieri s’immola in conturbanti piani in difesa della Patria e della tradizione che agevola con levità su giornali e televisioni.
L’ultima grande idea del ministro è “un nuovo piano dell’Africa” per liberare le nostre coste del fastidioso incomodo di disperati che bussano alle porte dell’Europa per salvarsi. “La nostra ricetta base – dice Lollobrigida, sempre più immerso nel suo ruolo di alfiere culinario – è sempre: meno partenze, meno morti”.
La cognata presidente del Consiglio ha insistito per anni con il “blocco navale” (roba spietata da videogame che non esiste nel diritto internazionale) ma non ha funzionato. La nuova idea è sconfiggere la povertà in Africa
Proposito nobilissimo, non c’è che dire, se non fosse che nella testa di Lollobrigida e del governo il problema dell’Africa sarebbe soltanto la fame, in una banalizzazione degna dei calendari che andavano per la maggiore qualche anno fa per raccogliere fondi, con i bambini denutriti con la mosca al naso e l’Occidente colpevole che prometteva un po’ di elemosina.
Così il ministro ha deciso che “dobbiamo mandare i nostri tecnici, i nostri agricoltori ad implementare queste produzioni con le loro capacità per creare lavoro e ricchezza” perché “in Egitto, come nel Sahel, – spiega – ci sono spazi infiniti da utilizzare. Bisogna sostenere e formare questi popoli che hanno vissuto soprattutto di pastorizia”.
Al di là dell’evidente problema nel far di conto (l’agricoltura italiana vive sulle spalle afflitte degli stranieri per non vedere crollare l’intero settore) la proposta di Lollobrigida contiene un amaro retrogusto di colonialismo. Roba di cui ci siamo liberati – faticosamente – qualche decennio fa.
C’è nella proposta tutta la presunta “superiorità” di bianchi che istruiscono i neri considerati meno evoluti. A fugare ogni dubbio potrebbe bastare anche la dichiarazione successiva del ministro e cognato, quella in cui spiega che il rischio è di consegnare “ad altri quel continente che è uno straordinario magazzino di materie prime e produzioni”.
Sì, avete letto bene: il magazzino è l’Africa. E gli africani dovrebbero smetterla di spostarsi per la fame, per la siccità e per il piombo e dovrebbero rimettersi buoni a fungere da “magazzino” per le tavole europee. In cambio potremmo dargli qualche collana di perline finte, come si usava una volta.
La fulminante idea di Lollobrigida arriva pochi giorni dopo l’intervento del ministro al Consiglio Agricoltura e Pesca dell’Ue in cui aveva spiegato che non è vero che “i pesticidi fanno male alle api” e in cui aveva difeso la pesca strascico “perseguitata dall’Ue”.
Dichiarazioni “sorprendenti e preoccupanti” secondo il Wwf che ha risposto snocciolando decine di studi che da anni dimostrano il contrario. Incompetenza in purezza: solo che questa passa casualmente inosservata. Aspettando la prossima sparata.
(da La Notizia)

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IL COMPAGNO DI GIORGIA

Marzo 25th, 2023 Riccardo Fucile

MODERATORE, AL TAVOLO CON INTESA, FERROVIE… PNRR , APPALTI, AZIENDE: MR. MELONI E LO SPOT AL PANEL DI GOVERNO

Andrea Giambruno – first gentleman, compagno della premier Giorgia Meloni – si accontenta di moderare dibattiti sulle politiche economiche del governo. È successo ieri, nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani del Senato, dove il giornalista di Mediaset è stato invitato a moderare un panel su Pnrr e nuovo codice degli appalti.
Un dossier che Giambruno conosce bene visto che Meloni è in questi giorni alle prese con le trattative per l’arrivo della terza rata dei fondi europei, mentre martedì in Cdm si discuteranno proprio le nuove regole sugli appalti.
A organizzare l’evento-spot sono due società che potrebbero avere un interesse ad accreditarsi con l’esecutivo: European Brokers (assicurazioni) e Associazione Imprese d’Italia (Aidi), già presieduta dal senatore di FdI Marco Scurria e che ha l’obiettivo di fare “network” tra settori, ovvero “mettere in comune determinati servizi che potranno agevolare la vita dell’azienda” tra cui la “redazione di progetti per partecipare a bandi e finanziamenti”. La stessa associazione ha un Centro Studi “per preparare proposte legislative ed emendamenti a provvedimenti di Ue, Stato, Regioni e Comuni”.
Sarà che siamo in periodo di nomine, ma il parterre di Palazzo Giustiniani è delle migliori occasioni: oltre al Ceo di European Brokers, Carlo De Simone, c’è il viceministro Edoardo Rixi, il componente del Copasir renziano Ettore Rosato, il prefetto Francesco Messina, il Chief Strategy Officer di Ferrovie dello Stato, Fabrizio Favara, e la Responsabile Direzione Legal Advisor di Intesa Sanpaolo, Laura Segni. In prima fila non può mancare il direttore del Secolo d’Italia, Italo Bocchino, maître à penser del melonismo. Anche la sala è piena: ci sono imprenditori, avvocati e portatori d’interessi. Tutti accorrono alla corte del “compagno d’Italia”. Il dibattito può sembrare per addetti ai lavori, ma il moderatore Giambruno non si lascia scappare domande e commenti sull’operato del governo, presieduto dalla compagna Meloni. L’introduzione è tutta un programma: “Parliamo del Pnrr, soldi che tutti noi auspichiamo arrivino dall’Europa e che poi il Paese deve mettere a terra come volàno per la ripartenza”. Poi si passa alle domande agli ospiti. “Cosa intende fare Ferrovie dello Stato per spendere i soldi del Pnrr e quali saranno le opere che vedremo da qui al 2026?”, chiede Giambruno a Favara. Per il viceministro leghista Rixi, fedelissimo di Matteo Salvini, il trattamento è speciale: “Viceministro, come si intende ammodernare il Paese da qui al 2026 a livello infrastrutturale?”. E ancora: “Qual è l’aspetto che le piace di più del nuovo codice degli appalti?”. La risposta di Rixi non può che essere un inno al nuovo codice che “semplifica e snellisce” le procedure con postilla finale dedicata al Ponte sullo Stretto che farà diventare “l’Italia centrale nel Mediterraneo”. Giambruno sorride e annuisce. Visto che si parla di edilizia, non ci si può esimere dal tema Superbonus, che Meloni ha bloccato, criticando gli esecutivi precedenti e in particolare quello di Giuseppe Conte. Tant’è che nella domanda del moderatore c’è anche una critica al governo che la istituì: “De Simone, questa bolla speculativa legata al Superbonus era così difficile da ipotizzare?”. E le banche, chiede Giambruno a Segni di Intesa Sanpaolo, “che ruolo possono avere per sostenere le imprese?”. Dopo un’ora e mezzo, è il momento delle conclusioni patriottiche: “Chiudiamo qui – conclude Giambruno – grazie a tutti e viva l’Italia”. Lo stile è quello della casa.
(da Il Fatto Quotidiano)

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DAI PONTI ALLE DIGHE: SALVINI FA IL TERMINATOR DELLE LONTRE

Marzo 25th, 2023 Riccardo Fucile

SE NON SI FANNO LE OPERE LA COLPA E’ DEI PESCI, UCCELLI E MAMMIFERI: LA NUOVA OSSESSIONE DEL CAPITONE

Matteo Salvini sembra coltivare una nuova, peculiare ossessione per gli animali. Vorrebbe costruire tanto e ovunque, il ministro dei Trasporti, ma pare che a ostacolare l’opera di modernizzazione del Paese ci sia l’opposizione di implacabili e variegati gruppi faunistici. Uccelli, pesci, ora ci si mettono anche le lontre: l’ultimo cruccio del capo della Lega sono questi spietati mustelidi, insensibili alla crisi idrica e ai problemi del Paese.
Piccola parentesi: è un peccato che la maggior parte dei riflettori mediatici siano puntati sulla premier Giorgia Meloni; ci si sta distraendo da un Salvini in forma semplicemente straordinaria. L’ex vicepremier è ipercinetico: i cinque minuti da Bruno Vespa, in compagnia del plastico del Ponte sullo Stretto, sono appena un isolotto nell’arcipelago di salvinate che sta producendo a ritmi industriali.
Torniamo quindi alle lontre, cui il ministro dedica gustosi capitoli delle sue più recenti invettive. L’ha fatto cinque giorni fa a un evento organizzato dai Consorzi di bonifica, poi tre giorni fa a un convegno sull’acqua convocato da Ambrosetti a Roma e ancora giovedì a Palermo durante un incontro sullo sviluppo delle infrastrutture siciliane. Discorsi quasi identici: “Abbiamo dato il via libera ai soldi per la progettazione di 21 dighe e abbiamo scoperto i signori del ‘no’ sono contrari anche a questo”, ha detto Salvini, accorato. “Sull’Appennino Reggiano ad esempio, dopo 30 anni di chiacchiere, siamo pronti a costruire la diga di Vetto e si sono affacciati gli animalisti, dicendo che non si può fare perché ci sono le lontre. Noi non possiamo tenere a bocca asciutta decine di migliaia di cittadini e imprenditori agricoli. La lontra è intelligente e si sposterà da un’altra parte”. L’accusa ai mustelidi sarebbe esilarante se almeno fosse vera: la presenza delle lontre a Vetto è stata smentita nel 1992. I ricorsi degli ambientalisti sono stati poi respinti nel 1999: se la diga non s’è fatta, forse lo Stato c’entra più delle bestie.
Ma gli animali, per Salvini, sono un’ossessione da quando si è insediato a Porta Pia: “Sento dire che non si può fare il Ponte sullo stretto di Messina perché sennò gli uccelli ci vanno a sbattere contro”, ha ripetuto nello stesso convegno del 20 marzo. E ancora: “Lo stesso è avvenuto in Sardegna per un ponte i cui lavori erano bloccati a causa della presenza dei pesci. La lontra si sposta, come il pesce si sposterà da sotto al ponte e l’uccello svolazzerà da un’altra parte”. Gli animali e le loro lobby, insopportabili “signori del no”: un grande topos – non topo – salviniano.
Il nostro è scatenato. Ha smesso di contare in pubblico i giorni da cui si è insidiato al ministero – nei primi due mesi l’ha fatto con cadenza quotidiana – ma ora ripete con frequenza altrettanto ossessiva, praticamente ogni volta che parla, di avere “oneri e onori”. E quindi si attribuisce oneri e onori in praticamente tutte le battaglie politiche, piccole e grandi: promette a intervalli regolari il nuovo codice degli appalti, sgomita per la nomina a commissario per la siccità, si prepara a mettere mano al codice per la strada (occhio ai monopattini: “casco e targa per tutti”). Poi infierisce sulle “borseggiatrici incinte” (“Vittoria Lega! Detenzione e stop allo sfruttamento della gravidanza”) e si fa fotografare sorridente nell’aula bunker dell’Ucciardone per il processo OpenArms. Soprattutto, però, sono i giorni del ponte.
La fotografia di Salvini che guarda il plastico, da Vespa, con gli occhi di un bambino a Natale, l’ha fatto entrare per sempre nell’empireo dei generatori automatici di meme. Ma Salvini non s’è accontentato dei cinque minuti su Rai1. “Il ponte sullo Stretto è un diritto naturale del popolo siciliano”, ha dichiarato il giorno dopo a Palermo. “Dicono che c’è la mafia, questa cosa mi fa impazzire. Su questo mi sento più siciliano dei siciliani. Dire che non facciamo il ponte perché c’è la mafia, significa la resa morale, economica e sociale”. Di più, ancora di più: “Anzi il ponte, lo sviluppo della Sicilia, i centomila posti di lavoro, sono la principale cura antimafia per la Sicilia e per la Calabria! La mafia prospera dove non c’è lavoro”. Capito? Il Ponte sullo Stretto sarà il vaccino contro la criminalità organizzata. “Ma poi ormai la mafia c’è anche a Milano e a Berlino, non c’è un’esclusiva territoriale”. Vuoi mettere con le perfide lontre?
(da Il Fatto Quotidiano)

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PNRR, IL MINISTERO PIU’ IN RITARDO SUI PROGETTI E’ QUELLO DI SALVINI

Marzo 25th, 2023 Riccardo Fucile

SECONDO I TECNICI DIPENDE DAGLI ITER AUTORIZZATIVI E DAL RINCARO DEI MATERIALI

Il ponte sullo Stretto di Messina arriverà a breve, dice il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini. Sarà sicuramente così, ma nel frattempo proprio il suo dicastero è in ritardo sul Recovery Plan.
Secondo la Corte dei Conti ci sono 19 miliardi a rischio. Visto che soltanto due target sono stati raggiunti e la scadenza è fine marzo. Ma soprattutto, fa sapere oggi Repubblica, 11 progetti su 29 sono appannaggio delle Infrastrutture. E sono in ritardo.
Ieri è stato il presidente Sergio Mattarella a chiedere di mettersi sulla stanga. Citando Alcide De Gasperi. Tra il 2020 e il 2022, fa sapere la Corte dei Conti, sono stati spesi 20 miliardi. Ovvero il 49,7% delle risorse programmate e il 12% del totale considerando anche gli incentivi all’edilizia e all’industria. Senza queste voci la spesa si dimezza al 6%.
Lavorare con lentezza
E non sarà neanche possibile recuperare tutto quest’anno. La previsione, aggiunge il quotidiano, è che si rimarrà indietro di circa 15 miliardi, il 19,5% in meno rispetto al cronoprogramma. E quindi dal 2024 partirà la corsa alla spesa, con valori annuali che dovrebbero superare i 45 miliardi. Ma soprattutto sono indietro progetti che interessano molti. Come quello per ridurre le emissioni delle navi traghetto dello stretto di Messina attraverso veicoli ibridi. Così come i piani di edilizia carceraria. Il ministero di Salvini assomma il numero maggiore di progetti in ritardo. E spiega che la mancata realizzazione è dovuta alla complessità degli iter. Che prevedono autorizzazioni da parte di Bruxelles. Per evitare che le risorse spese siano considerate aiuti di Stato. Un altro problema è il rincaro dei materiali. Nel primo semestre 2023 sono 40 gli obiettivi non completati. A questi se ne aggiungono altri 37 rinviati. Ma che rientrano comunque negli impegni con l’Unione Europea.
(da Open)

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ACCUSE DI FRODI, RICICLAGGIO E PANIC SELLING: COSA C’E’ DIETRO IL CROLLO DI DEUTSCHE BANK

Marzo 25th, 2023 Riccardo Fucile

IN REALTA’ L’ISTITUTO TEDESCO HA AVUTO 5.7 MILIARDI DI UTILI NEL 2022. MA LA PAURA DEI MERCATI DIPENDE DAL PASSATO NON PROPRIO LIMPIDO

C’è una banca con 27,2 miliardi di ricavi e 5,7 di utili. Che nel 2022 ha fatto più profitti rispetto agli ultimi 15 anni. Una banca che annuncia di voler rimborsare in anticipo un bond subordinato Tier 2 da 1,5 miliardi di dollari. E proprio quella banca scatena il panico nelle Borse mondiali. E mette in croce l’intero comparto del credito.
Con il conseguente aumento del costo delle protezioni assicurative contro il rischio default.
La storia di Deutsche Bank è emblematica perché dimostra che nella crisi di fiducia nessuno è al sicuro. E che la reputazione oggi vale più dei conti. Come nel caso di Credit Suisse. Che non riesce a tranquillizzare i mercati nemmeno con l’annuncio di una fusione con Ubs. Perché se un istituto di credito è così potente qualche magagna potrebbe sempre averla.
La paura dei mercati
Sulla carta, spiega oggi La Stampa, i conti di Deutsche Bank sono a posto. I bilanci mostrano una solidità tutta tedesca. Ma dopo l’emersione di alcuni casi di riciclaggio e frode in cui erano coinvolti suoi clienti la Banca Centrale Europea e l’ente di vigilanza sul credito tedesco Bafin si sono dichiarati insoddisfatti del risanamento interno.
Nel 2012 e nel 2018 la polizia ha effettuato perquisizioni nell’istituto alla ricerca di prove di riciclaggio e frode. Mentre all’epoca dei mutui subprime Deutsche Bank aveva venduto ai clienti i titoli “tossici”. Ricevendo una multa di 7,2 miliardi di dollari dalle autorità Usa. Poi sono arrivate le sanzioni per aver truccato i dati di Libor ed Euribor, i due tassi di riferimento da cui dipendono i mutui a tasso variabile. E il riciclaggio di 10 miliardi per conto di grossi e danarosi clienti russi. Christian Sewing, amministratore delegato da cinque anni, ha rimesso a posto i conti.
Riciclaggio e frode
Ma la banca non ha raggiunto gli obiettivi fissati dalle autorità sul riciclaggio se non al 50%. Per questo il Consiglio di Sorveglianza della banca ha decurtato i compensi degli alti dirigenti. Mentre è saltata l’ipotesi di fusione con Commerzbank. Il cui azionista di maggioranza è dal 2008 lo Stato tedesco. La Germania trema perché il suo sistema creditizio ha perso in generale valore e soprattutto fiducia. Anzi, secondo il Fondo Monetario Internazionale le banche tedesche sono le meno redditizie d’Europa. Perché pensano a massimizzare i risultati interni piuttosto che i profitti. A difesa del colosso tedesco è sceso in campo il cancelliere Olaf Scholz: «Deutsche Bank ha modernizzato e riorganizzato in modo sostanziale il modo in cui lavora ed è una banca molto redditizia, non c’è motivo di preoccuparsi».
Rassicurazioni senza soluzioni
Mentre «il sistema bancario dell’Ue è robusto e sicuro» e possiede «le strutture di controllo necessarie». Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente francese Emmanuel Macron, secondo cui le banche dell’eurozona «sono le più solide e in questo contesto abbiamo discusso di accelerare la creazione dell’unione bancaria». Mentre Christine Lagarde ha assicurato che la Bce segue da vicino la situazione sui mercati, pronta a intervenire in caso di necessità. Le banche europee hanno solide posizioni di capitale e di liquidità a fare da argine agli attacchi della speculazione, che si muove a suo agio in mercati poco liquidi come quelli dei credit default swap. Sui tassi Lagarde non si è legata le mani: in questo contesto di grande incertezza, la Bce deciderà di volta in volta in base alle condizioni finanziarie e macroeconomiche. Ma le rassicurazioni senza soluzioni non bastano.
(da Open)

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RUSSIA, DISSIDENTE POLITICA AVVELENATA CON METALLI PESANTI

Marzo 25th, 2023 Riccardo Fucile

CHI E’ ELVIRA VIKHAREVA, L’OPPOSITRICE DI PUTIN

Una politica dell’opposizione, Elvira Vikhareva, è stata avvelenata da sali di metalli pesanti. Ha 32 anni e si batte contro il governo di Vladimir Putin. A dare la notizia su Vikhareva è l’agenzia russa Sota e il sito indipendente Meduza: l’avvelenamento risale ad alcuni mesi fa.
È stata la stessa 32enne, infatti, a parlare dei sintomi manifestati per la prima volta tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre, e tornati poi a febbraio. Tra i problemi avvertiti dalla donna, l’aumento della frequenza cardiaca, forti dolori allo stomaco, l’intorpidimento delle estremità, spasmi muscolari, svenimenti e perdita di capelli. Sintomi così aggressivi e duraturi che le hanno cambiato l’aspetto.
Motivo per cui da tempo non mostra più il suo volto nelle interviste alla stampa. Insospettita dai dolori, la donna ha iniziato a fare una serie di test e analisi del sangue, nel quale sono state trovate tracce di bicromato di potassio, una sostanza cancerogena.
Il percorso politico (a ostacoli) di Vikhareva
Un percorso politico tortuoso il suo. Ostacoli su ostacoli. Lo scorso anno aveva tentato di candidarsi al consiglio comunale nel suo distretto di Mosca, ma un tribunale glielo impedì con la scusa di alcune irregolarità burocratiche. Idem l’anno prima. Originaria di Irkutsk, in Siberia, l’oppositrice 32enne è laureata in giornalismo e per un breve periodo ha lavorato in televisione. Ma poco dopo si è data alla lotta politica. Già nel 2011 si era battuta contro le frodi elettorali. Poi, nel 2019 si è unita alle proteste contro le decine di candidati esclusi dalle elezioni. Nel 2021 si è candidata alla Duma di Stato, ma ha perso contro il presentatore televisivo e candidato di Russia Unita, Timofey Bazhenov.
(da agenzie)

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MIGRANTI, BOOM DI SBARCHI: 4.000 IN 24 ORE E 60 MORTI NELL’ULTIMA SETTIMANA

Marzo 25th, 2023 Riccardo Fucile

LA “SODDISFAZIONE” DELLA MELONI SUI NEGOZIATI EUROPEI SI INFRANGE SULLA REALTA’ DEI NUMERI

Oltre 4 mila arrivi in 24 ore e 60 morti in pochi giorni sulla rotta tunisina. E ancora stamattina cinque aerei di ricognizione, tre dei quali di Frontex, che segnalano decine di imbarcazioni nel Mediterraneo dirette verso l’Italia.
La “soddisfazione” di Giorgia Meloni sui negoziati europei per la gestione dei flussi migratori si infrange sulla realtà dei numeri. Che raccontano di un flusso che sembra inarrestabile di migranti che dalla Tunisia, dalla Libia, dalla Turchia, si mettono in mare verso l’Italia.
Una situazione resa ancora più preoccupante dai numeri forniti dalla Guardia costiera tunisina che nelle stesse ore ha fermato altri duemila migranti, segno dunque che solo dalla Tunisia i trafficanti sono in grado di muovere anche 4 mila persone al giorno.
Solo a Lampedusa, tra ieri e stamattina, ne sono arrivati duemila. Ma altrettanti sono già sbarcati o in procinto di sbarcare nei porti siciliani o calabresi dopo essere stati soccorsi in mare.
Nel dettaglio, un migliaio sono i migranti salvati dalla nave Diciotti della Guardia costiera, che da alcuni giorni è tornata a soccorrere migranti a tempo pieno. Più di 500 sono approdati in Calabria, 125 a Pantelleria e 78 sono stati salvati all’alba dalla nave Life support di Emergency, su un gommone con i tubolari sgonfi.
L’imbarcazione si trovava in area sar maltese, “ma Malta – fanno sapere da Emergency – pur essendo stata informata immediatamente, non ha coordinato le attività di soccorso né offerto un porto di sbarco sicuro”. Inoltre, 190 persone si trovano sulla Geo Barents diretta a Bari.
Nel Mediterraneo è rimasta la piccola ong Louis Michel che nella notte ha distribuito salvagente agli occupanti di due imbarcazioni in pericolo segnalate dall’aereo Seabird della Sea Watch. Ma in volo, a segnalare barconi, ci sono ben tre velivoli di Frontex e uno della missione Irini.
Un esodo inarrestabile che purtroppo continua a fare vittime. Un nuovo naufragio è stato segnalato a poche decine di miglia dalle coste tunisine, un’altra imbarcazione ribaltata con un solo superstite e 34 morti che, in aggiunta ai 26 dell’ultima tragedia di pochi giorni fa, porta a 60 il bilancio delle vittime sulla rotta tunisina nel giro di una settimana.
(da agenzie)

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FINISCE L’ERA RONZULLI, SOSTITUITO CATTANEO: IN NOME DEGLI AFFARI DI FAMIGLIA

Marzo 25th, 2023 Riccardo Fucile

L’ASSE MARINA BERLUSCONI- FASCINA RIPORTA FORZA ITALIA ALLA CORTE DELLA MELONI

«Siamo quasi a quota trentatré, non serve andare avanti». Arcore, villa San Martino, ore 17. Marta Fascina e il pacchetto di mischia di parlamentari a lei vicini si passano il foglietto con le firme dei deputati di Forza Italia che hanno sottoscritto la mozione di sfiducia nei confronti del capogruppo Alessandro Cattaneo. Tre ore dopo, una nota di Silvio Berlusconi dà corpo al più imponente reset di partito della storia recente: Cattaneo viene estromesso dalla guida del gruppo di Montecitorio (torna Paolo Barelli, vicino a Tajani) e recuperato come vice coordinatore nazionale con Anna Maria Bernini; Licia Ronzulli salva in extremis il posto di capogruppo al Senato ma perde quello che le concedeva il vero potere: coordinatrice della Lombardia. L’incarico viene assegnato a Alessandro Sorte, una delle punte di diamante delle corrente di Marta Fascina. Il riassetto del partito è totale, ovunque: Claudio Lotito viene spedito a guidare gli azzurri del Molise, Flavio Tosi quelli del Veneto, Marcello Caruso i siciliani in subbuglio, Maria Elisabetta Casellati i lucani.
Perché cambia tutto, dentro Forza Italia e dentro Villa San Martino. Seguendo quella stessa liturgia che anni addietro aveva portato alla defenestrazione del vecchio cerchio magico guidato da Maria Rosaria Rossi e Francesca Pascale, arriva di fatto al tramonto anche la gestione dei falchi guidati da Licia Ronzulli. Una gestione che politicamente aveva avvicinato Forza Italia alla Lega di Matteo Salvini, prima; e che, nei primi mesi della nuova legislatura, ha marcato sempre più la distanza tra Berlusconi e Giorgia Meloni, sfociata tra ottobre e novembre nelle tensioni sulla composizione della squadra di governo (con Ronzulli depennata dalla lista dei ministri dalla presidente del Consiglio in persona) e nella scelta di Forza Italia di negare a Ignazio La Russa il voto per la presidenza del Senato («Un caso di dilettantismo politico», Gianni Letta dixit).
A far cadere il sipario sulla gestione Ronzulli è una tenaglia azionata in contemporanea dalla famiglia Berlusconi e dalla compagna dell’ex premier, Marta Fascina. E Ronzulli — tra le altre cose — avrebbe pagato proprio l’essersi messa contro un pezzo della famiglia del Cavaliere, la figlia Marina e la compagna Marta in particolare. Anche Piersilvio, tra l’altro, si era trovato a gestire delle tensioni tra la capogruppo al Senato e un pezzo del mondo Mediaset. E Berlusconi, confidandosi con un gruppo di persone durante la festa dei cinquant’anni di Salvini, aveva tracciato una linea dritta: «La Licia mi ha fatto litigare con un sacco di gente, creato un sacco di problemi e fatto fuori un sacco di persone che volevo tenere con me. Provo molto affetto per lei ma così non si può andare avanti…».
Da quel momento in poi è iniziato il cambio della guardia. A Ronzulli sono stati negati l’ingresso automatico a Villa San Martino, il controllo dell’agenda di Berlusconi, oltre al contatto diretto col Cavaliere. Non sarà più la responsabile della comunicazione del partito e per questo non ha più le password di accesso ai sistemi informatici di Arcore. Ricevuta sì, e anche a più riprese nelle ultime settimane, ma soltanto per appuntamento. Il resto è maturato nel corso dei giorni, con la clamorosa accelerazione in vista dell’uscita di scena di Cattaneo dalla guida del gruppo della Camera, postazione alla quale si prepara a rientrare Paolo Barelli, vicinissimo ad Antonio Tajani e quindi portavoce di una posizione decisamente più dialogante con Meloni.
E visto che non esistono cambiamenti così clamorosi senza una scena madre che li riassuma tutti, eccola la scena a cui il personale di servizio di casa Berlusconi assiste giovedì a tarda sera. Appena Dagospia annuncia la raccolta delle firme per sfiduciarlo, Cattaneo cerca di mettersi in contatto con Berlusconi in persona. Gli viene fissato un appuntamento, quindi l’ex sindaco di Pavia raggiunge in fretta e furia la residenza di Arcore. Dal citofono della villa, però, non arrivano risposte. Solo dopo un’ora, e siamo alle 23 di ieri l’altro, il capogruppo ormai uscente riesce a parlare con Fascina. Che, al freddo della notte brianzola, aggiunge il gelo delle parole che seguono: «Mi dispiace, Alessandro. Ormai sono le 11, il presidente si è ritirato al piano di sopra, a quest’ora non riceve più nessuno». Diciotto ore dopo, dentro la villa, la temperatura è decisamente più mite. Una nota, la firma di Berlusconi, un reset clamoroso. Ovunque.
(da Il Corriere della Sera)

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