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REGISTI, PRETI, EX DEPUTATI: ECCO GLI 80 CONSULENTI D’ORO DI PALAZZO CHIGI

Marzo 24th, 2023 Riccardo Fucile

COLLABORATORI DEI POLITICI OGGI AL GOVERNO ED EX DEPUTATI TROMBATI RICICLATI NEGLI STAFF DEI SOVRANISTI

Sono gli ottanta uomini e donne d’oro di Palazzo Chigi. Sono loro che tengono le redini degli staff e della macchina del governo di centrodestra. E tra questi ci sono storici collaboratori dei politici oggi al comando, ma anche ex deputati rimasti senza poltrona e che quindi hanno rimediato qualcosa, spesso con stipendi di non poco conto. Tutti assoldati negli uffici di diretta collaborazione della presidente Giorgia Meloni, dei vicepresidenti Antonio Tajani e Matteo Salvini e dei sottosegretari alla Presidenza del consiglio Giovambattista Fazzolari e Alfredo Mantovano.
Lo staff di Meloni
La presidente del Consiglio nella sua squadra a Palazzo Chigi ha voluto con sé due sue storiche assistenti: Patrizia Scurti, capo della segreteria particolare con stipendio da 180 mila euro lordi all’anno, e Giovanna Ianniello come “coordinatrice eventi di comunicazione” e stipendio da 160 mila euro. A proposito di comunicazione, non è stato ancora pubblicato il decreto con lo stipendio del neo capo ufficio stampa, l’ex direttore dell’Agi Mario Sechi. Ci sono però i nomi e i compensi degli addetti “all’ufficio stampa e relazione con i media” di Palazzo Chigi. A partire da Fabrizio Alfano, giornalista dell’Agi e già portavoce di Gianfranco Fini quando era presidente della Camera: per lui compenso da 120 mila euro lordi all’anno come vice di Sechi.
Nell’ufficio comunicazione anche Alberto Danese, compenso da 20 mila euro come “esperto interne e social media”, già autore della Voce del patriota.
Nella squadra c’è poi il guru del web di Meloni, che ha lavorato per la Casaleggio associati: Tommaso Longobardi, con stipendio da 80 mila euro lordi all’anno. Il coordinatore del settore amministrativo della comunicazione è Carmelo Dragotta, compenso da 75 mila euro, e dell’ufficio fanno parte Marco Ferrazzoli, compenso da 25 mila euro, Stefania Gallo con la qualifica di esperta e compenso da 50 mila euro, Gabriella Oppedisano, compenso da 25 mila euro in distacco da Cassa depositi e prestiti e Marco Ferrazzoli, in distacco dal Cnr e compenso da 25 mila euro.
Il capo di gabinetto è Gaetano Caputi, con un passato al ministero dell’Economia e alla Consob, e stipendio da 221 mila euro.
La squadra del vice Tajani
Il vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani, per la sua squadra a Palazzo Chigi che si aggiunge allo staff al ministero degli Esteri, ha fatto scelte, diciamo così, più pop. Oltre a piazzare compagni di partito non candidati nelle liste di Forza Italia o trombati alle ultime elezioni Politiche.
Tra i consulenti ed esperti a titolo gratuito per “le tematiche afferenti al settore della cultura” ha nominato il regista Pupi Avati. Come “consigliere per la politica economica e imprenditoriale” ha scelto l’x deputato Giacomoni Sestino, compenso da 50 mila euro, e l’ex calciatore del Milan, ed ex deputato, Giuseppe Incocciati come “consigliere per le tematiche giovanili e sportive”: per lui un obolo da 30 mila euro all’anno. Come “esperta”, ma senza specificare bene in che materia, Tajani ha poi indicato l’ex consigliera della Valle d’Aosta Emily Rini, compenso da 30 mila euro, e sempre come “esperto” anche il sacerdote della Congregazione della missione di San Vincenzo de’ Paoli, Matteo Tagliaferri: anche lui con stipendio da 30 mila euro.
Tajani nel suo staff ha chiamato anche l’ex comandante della Guardia di Finanza, il generale Giorgio Toschi (a titolo gratuito) e il docente dell’Università di Roma “Foro Italico”, Carmine De Angelis, come “consigliere per le politiche degli enti locali”.
Salvini e i leghisti
Una delle squadre più corpose a Palazzo Chigi è quella del vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini: per lui uno staff composto da quindici persone. Tra queste, l’ex deputato Armando Siri con un compenso da 120 mila euro all’anno come “consigliere per le politiche economiche, del credito e dello sviluppo sostenibile”: l’ex sottosegretario è stato coinvolto in una indagine per corruzione a Roma.
Un altro ex deputato leghista e attualmente vicesindaco del Comune di Chiuduno in provincia di Bergamo, Stefano Locatelli, è stato invece nominato come “consigliere per i rapporti con le autonomie”, con compenso sempre di 120 mila euro all’anno.
Come capo di gabinetto Salvini ha indicato Paolo Grasso, avvocato dello Stato, e come esperto giuridico il consigliere della Corte dei conti Pierpaolo Grasso. Tra gli esperti anche un suo storico portavoce, Matteo Pandini, con compenso da 60 mila euro: nell’ufficio comunicazione del leader della Lega anche Alessandro Pansera e Agostino Pecoraro, 40 mila euro ciascuno, già nel team dell’ex super esperto della comunicazione Luca Morisi.
Gli esperti dei sottosegretari
Tra gli uomini che contano a Palazzo Chigi c’è poi una pletora di consiglieri diplomatici, ben 24, a partire da Francesco Maria Talò: ex console a New York e rappresentante di Bruxelles alla Nato, ha in mano i dossier più delicati, Ucraina e futuro dell’alleanza Atlantica. Seguono quindi gli staff dei due sottosegretari alla Presidenza, Mantovano e Fazzolari. Il primo come consigliere giuridico ha indicato il professore dell’Università di Genova Francesco Farri, compenso da 80 mila euro, e come capo di gabinetto il consigliere parlamentare della Camera Nicola Guerzoni. A guidare la sua segreteria tecnica il viceprefetto Fabrizio Izzo. Il collega Fazzolari come segretari particolari ha scelto Camilla Trombetti, compenso da 60 mila euro all’anno, già consulente di FdI, ed Emilio Scalfarotto, dirigente di FdI a Fiumicino con stipendio da 85 mila euro all’anno.
(da La Repubblica)

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SUI MIGRANTI MELONI E’ RIMASTA SOLA E HA CHIESTO AIUTO AL “NEMICO” MACRON

Marzo 24th, 2023 Riccardo Fucile

LA CONTORSIONISTA COSTRETTA A FARE UN’ALTRA INVERSIONE

“Ma cosa vuole davvero l’Italia?”. La domanda è risuonata per tutta la giornata di ieri nel corso del Consiglio europeo.
Nelle sale dell’Europa Building, leader e soprattutto sherpa si interrogavano su quali fossero i reali obiettivi del governo di Roma. Le cui posizioni appaiono sempre oscillanti tra le parole d’ordine del sovranismo populista e l’adeguamento alle regole europee. E anche il colloquio avuto ieri sera con il presidente francese, Emmanuel Macron, è stato l’ultimo cambio di rotta di Palazzo Chigi.
Lo scontro con Parigi nelle ultime settimane era stato portato dalla premier fin quasi alle estreme conseguenze. Le difficoltà incontrate in questi mesi anche a causa delle incomprensioni con l’Eliseo, hanno però costretto la leader della destra italiana a compiere un’altra inversione.
Del resto, anche il faccia a faccia che si è svolto a tarda sera in una sala dell’Hotel Amigo, a due passi dalla centralissima Grand Place, è stato organizzato e guidato dal presidente francese. Da lui è partito un messaggio whatsapp nella giornata di mercoledì. Ed è stato sempre Macron a impostare il confronto non come un momento di riappacificazione ma come un “ordinario” incontro con uno dei 26 alleati europei. Neanche la lite avvenuta a febbraio scorso a causa dell’invito rivolto dalla Francia al presidente ucraino Zelenski senza coinvolgere la Meloni, è stata messa sul tavolo. “Per noi – è la sintesi dell’Eliseo – non c’è stato alcun malinteso. Quindi si parla di tutti i temi all’ordine del giorno del Consiglio europeo”. Nessuna concessione, insomma, neppure formale alla necessità di superare l’incomprensione di un mese e mezzo fa. Come se non ci fosse stata.
Per Meloni, invece, la necessità di provare a superare un isolamento sempre più evidente doveva passare anche da un incontro a quattr’occhi con il presidente francese. L’esito dell’attesissima discussione sui migranti ne è stato l’ultima dimostrazione. Era stata presentata come un crocevia fondamentale. E’ durata mezz’ora. Risultati zero.
Nell’Unione europea, infatti, è difficile conquistare risultati senza la Francia e la Germania. L’idea di allearsi con tutti gli altri non è mai stata vincente. Meloni, dunque, ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco. Anche perché l’emergenza migratoria potrebbe presto assumere una dimensione e una gravità superiore. È stata la stessa premier italiana a sottolineare la situazione critica in Tunisia facendo notare che che gli arrivi da questo Paese sono triplicati. “Se questo trend continuerà – ha avvertito – questa estate la situazione sarà fuori controllo”. E di questo ha parlato direttamente con l’inquilino dell’Eliseo chiedendo collaborazione. Un discorso collegato anche alle tensioni che segnano un’altra regione africana, il Sahel da cui parte una delle più sostanziose rotte dei migranti.
Insomma, la presidente del consiglio ha dovuto fare i conti con il principio di realtà. Comprendendo, in questa occasione, che affrontare alcune delle principali crisi che attraversano l’Ue e l’Italia senza il sostegno di alleati storici come Francia e Germania risulta piuttosto complicato.
Ovviamente la disponibilità francese non è gratuita. Macron ha sul tappeto due dossier che considera vitali. II primo riguarda l’energia nucleare. La Francia ha bisogno che questa fonte venga considerata a tutti gli effetti sostenibile negli accordi e nei provvedimenti dell’Ue. Averla inserita l’anno scorso nella cosiddetta “tassonomia” (l’elenco delle fonti energetiche considerate ecologiche) non basta all’Eliseo. Insiste perché venga inserita anche nel recente “Zero Industrial Act”, la proposta della Commissione che punta ad aumentare la produzione europea di tecnologie “green” strategiche.
Ma anche su Piano industriale che deve far fronte alla concorrenza americana che ha messo sul piatto 300 miliardi di dollari di sussidi alle imprese, Parigi vorrà la sponda italiana. Gli aiuti di Stato autorizzati da Bruxelles favoriscono soprattutto la Germania. La Francia, anche se ne usufruisce in larga misura, vuole comunque porre un limite allo strapotere tedesco. Meloni deve dunque decidere per l’ultima volta se confrontarsi con i ” big” e tentare di rimanere nella Serie A d’Europa o retrocedere in B con i “piccoli” e i “sovranisti”.
(da La Repubblica)

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IL RACCONTO DEI BIMBI UCRAINI DEPORTATI IN RUSSIA: “PICCHIATI CON FRUSTE SE PARLAVAMO DI CASA”

Marzo 24th, 2023 Riccardo Fucile

“TI PORTEREMO IN COLLEGIO E VERRAI ADOTTATO”: NON C’E’ LIMITE A UN REGIME INFAME… “UN GRUPPO DI RAGAZZINI HA URLATO “GLORIA ALL’UCRAINA” E LI HANNO FATTI SPARIRE”

“Se parlavamo di casa e dell’Ucraina ci picchiavano con bastoni e fruste”, è uno dei drammatici racconti fatti dai bambini ucraini deportati in Russia e riconsegnati nelle scorse ore a Kiev dopo mesi di allontanamento forzato dai loro famigliari.
Dopo che la Corte penale internazionale ha emesso un mandato d’arresto per il presidente russo Vladimir Putin accusandoli di crimini di guerra per le deportazioni forzate di bambini ucraini, la Russia ieri ha riconssegnato alcune decine di minori che erano tenuti in Crimea.
Uno degli adolescenti tornato a riabbracciare i genitori ha raccontato di come i bambini venivano picchiati con bastoni e fruste se venivano sorpresi a parlare dell’Ucraina. “Ci dicevano ‘Ti porteremo in un collegio e lì e capirai tutto” ha raccontato il ragazzino, spiegando che le persone che lo controllavano hanno minacciato di portarlo a Pskov, una città russa vicino al confine estone.
“Ci dicevano lì c’è un collegio e verrai adottato”, ha raccontato ancora il ragazzino, rivelando: “Un gruppo di ragazzi ha urlato ‘Gloria all’Ucraina!’ ma sono stati portati via e non li ho più visti. Non so cosa gli sia successo”.
Tutti i ragazzini descrivono un indottrinamento politico filorusso. “Nei campi se non cantavamo l’inno nazionale russo ci punivano. Durante il nuovo anno abbiamo dovuto anche sentire il discorso di Putin” ha raccontato una ragazzina undicenne, anche lei tornata casa.
Un indottrinamento politico sui ragazzini che vige anche sui bimbi russi in patria. La riprova arriva dalla storia di una ragazzina 12enne russ di Yefremov, alLontanata da casa sua e dai genitori solo perché aveva fatto un disegno per la pace con le bandiere dell’Ucraina insieme a quella russa e la scritta “no alla guerra”. Come racconta l bbc, L’immagine è stata disegnata nell’aprile 2022 e da allora della dodicenne Masha Moskaleva non si sa più nulla, portata via da casa mentre il padre è finito ai domiciliari
Secondo Kiev, più di 16.000 bambini ucraini sono stati deportati in Russia dall’invasione del 24 febbraio 2022con molti presumibilmente collocati in istituti e case famiglia. La Russia nega le accuse, affermando invece di aver salvato i bambini ucraini dagli orrori della guerra.
“Ben 16.200 bambini sono stati rapiti. È un crimine di guerra e giustifica pienamente il mandato d’arresto spiccato dall’Aja” ha dichiarato anche la presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen, aggiungendo: “È una storia che ci ricorda i momenti bui di un nostro oscuro passato”.
(da Fanpage)

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GEO BARENTS SALVA 190 PERSONE IN MARE, A BORDO ANCHE MINORI

Marzo 24th, 2023 Riccardo Fucile

RECUPERATI NELLA NOTTE DALLA NAVE DI MEDICI SENZA FRONTIERE… OLTRE 200 ARRIVATI A LAMPEDUSA… DISPERSI 40 MIGRANTI AL LARGO DELLA TUNISIA

Un nuovo salvataggio di migranti in mare è stato effettuato dalla nave Geo Barents di Medici Senza Frontiere. Ne dà notizia la stessa organizzazione umanitaria, che in un tweet fa sapere che l’imbarcazione ha recuperato in mare 190 persone, dopo aver ricevuto una segnalazione dal call center per i migranti in difficoltà nel Mediterraneo, Alarm Phone. Ora le persone si trovano al sicuro sulla nave della Ong, assistite dal team di MSF.
“Durante la notte i team di MSF a bordo della Geo Barents hanno soccorso 190 persone, in seguito alla segnalazione di Alarm Phone. Geo Barents di Medici senza frontiere è arrivata dopo che la Louise Michel ha stabilizzato la barca in difficoltà e ha distribuito i giubbotti di salvataggio. Poi i migranti sono stati trasbordati sulla nave di Msf. Tra loro una dozzina di minori non accompagnati”, ha comunicato Msf.
Ci sono quaranta persone a rischio annegamento nel Mediterraneo centrale. È l’allerta lanciata da Alar Phone, che spiega: “Un parente ci ha informato di una barca in pericolo che cercava di scappare Tunisia. Le persone riferiscono che le cosiddette guardie costiere tunisine hanno rimosso il loro motore, picchiato alcuni di loro e li hanno abbandonati in mare”.
A Lampedusa si è verificato invece un maxi sbarco di migranti: un barcone con 202 persone, fra cui 45 donne e 4 minori, è arrivato nella maggiore delle Pelagie. A soccorrerlo è stato il pattugliatore Cp324 della Guardia costiera. L’imbarcazione di circa 8 metri, partita ieri mattina da Sfax in Tunisia, era alla deriva. I migranti, originari di Congo, Camerun e Nigeria, sono stati trasbordati e portati a molo Favarolo. Hanno riferito di aver pagato 3mila dinari tunisini per il viaggio. Fra la notte e l’alba, a Lampedusa, erano già sbarcati altri 167 migranti.
Nel frattempo ci sono le navi Aringhieri e Diciotti della Guardia costiera sarebbero impegnate su due obiettivi a Sud Est delle coste della Sicilia orientale, in un’operazione per salvare un migliaio di migranti a bordo di due pescherecci sovraccarichi
Si attendono informazioni che riguardino il coinvolgimento di altre unità navali o eventuali porti di destinazione, una volta completati i salvataggi.
(da Fanpage)

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IL PIZZINO CHE LA LEGA FA GIRARE PER BLOCCARE LA NOMINA DI DONNARUMMA ALL’ENEL, VOLUTO DALLA MELONI

Marzo 23rd, 2023 Riccardo Fucile

ALLEATI CHE SI PUGNALANO ALLE SPALLE

Qualcuno ha ipotizzato che la presenza, in ritardo e centellinata, dei ministri della Lega durante le comunicazioni di Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo, fosse un segnale lanciato da Matteo Salvini per alzare la tensione sulla partita delle nomine.
Il segretario del Carroccio non si è presentato ieri, 22 marzo, a Montecitorio. Come lui, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. «Non è stata una tattica per far valere il nostro peso in altre partite», giura una persona molto vicina a Salvini. Piuttosto, sbadataggine: «Erano concentrati sui propri impegni ministeriali».
Comunque, tutto ciò non smentisce il clima di tensione che c’è tra Lega e Fratelli d’Italia per accaparrarsi i vertici delle partecipate di Stato: soltanto che, in questa partita, le strategie sono decisamente più raffinate.
Open ha letto una carta che sta circolando negli uffici del Tesoro. Sarebbe stata preparata per alcuni uomini leghisti da consulenti esperti in materia di nomine.
Riguarda l’articolo 53 del decreto legislativo 165 del 30 marzo 2001, quello relativo a «Incompatibilità, cumulo di impieghi e incarichi». Il documento approfondisce la norma applicandola al caso specifico dei rapporti tra Terna ed Enel, ovvero due delle grandi società partecipate per le quali il centrodestra si contende i posti di amministratore delegato. Non è un caso: oggi, l’ad di Terna – proprietaria della rete di trasmissione nazionale dell’elettricità in alta e altissima tensione – è Stefano Donnarumma.
Con una sorta di “promozione”, Meloni vorrebbe affidargli la più prestigiosa guida di Enel, lasciando ai leghisti la nomina del suo successore a Terna. Salvini e compagni non ci stanno: se Donnarumma ha fatto così bene a Terna, perché non gli lasciano continuare il suo lavoro? Un ragionamento che, però, nasconde una certezza condivisa dal Carroccio e da Forza Italia: Meloni vuole prendersi tutto e, agli alleati, non smetterebbe di far pesare che alle scorse elezioni politiche non hanno superato l’8%.
Forza Italia, per le nomine, ha schierato l’eminenza grigia per eccellenza, l’uomo che ha contribuito alle fortune romane del Cavaliere di Arcore: Gianni Letta.
Mentre nel suo ufficio in Largo del Nazareno si susseguono gli incontri, il documento che sta circolando in ambienti leghisti ha il sapore della vendetta: non è stato digerito lo stop di Fratelli d’Italia alla nomina di Paolo Scaroni. Lui, storico braccio destro di Silvio Berlusconi, era l’uomo che aveva messo d’accordo forzisti e leghisti per la designazione del vertice di Enel. Meloni, tuttavia, si sarebbe opposta al suo ritorno in Enel. E allora, se non può esserlo Scaroni, ecco la carta che punta a squalificare dalla corsa Donnarumma, voluto invece da Fratelli d’Italia.
Il documento fa leva su una presunta incompatibilità perché, tra Terna ed Enel, esiste uno stretto «rapporto di dipendenza». Che, stando a quanto scritto e «confermato da interpretazioni dell’Anac», impedirebbe il passaggio diretto di Donnarumma da una società all’altra. Nel testo, inoltre, si fa notare che Terna esercita un «potere autoritativo o negoziale» nei confronti dell’Enel, poiché è proprietaria «in regime di monopolio» della rete di trasmissione di cui si avvale l’operatore di energia elettrica. La terza condizione di incompatibilità risiederebbe nel fatto che Terna svolge la sua attività per conto della pubblica amministrazione, «sulla base di criteri e direttive determinati dall’Arera e dal Mimit».
(da Open)

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MELONI SI RIMANGIA GLI IMPEGNI SOTTOSCRITTI: COSI’ CONTINUEREMO A FINANZIARE CHI INQUINA CON I SOLDI PUBBLICI

Marzo 23rd, 2023 Riccardo Fucile

L’ITALIA DISATTENDERA’ L’IMPEGNO SOTTOSCRITTO ALLA COP26 DI GLASGOW SUI COMBUSTIBILI FOSSILI

Il governo di Giorgia Meloni si mostra ogni settimana che passa nemico della transizione ecologica. Prima si è schierato contro lo stop alle auto a combustione nel 2030, poi contro la direttiva europea sulle case green, due provvedimenti ritenuti essenziali dalla strategia europea per raggiungere la neutralità climatica, ora si rimangia gli impegni già presi in sede internazionale dall’Italia.
Nel novembre del 2021 ha Glasgow si è tenuta la Cop26, al termine della quale, non senza incertezze, l’Italia ha sottoscritto una dichiarazione assieme ad altri 33 paesi, per mettere fine ai finanziamenti pubblici ai combustibili fossili entro il 31 dicembre del 2022. Ora sappiamo che l’Italia disattenderà questo impegno: la Sace, società controllata dal ministero dell’Economia e delle Finanze, continuerà a finanziare all’estero progetti di estrazione di combustibili fossili almeno fino al 2028. La Sace si occupa di assicurazione al credito e alle esportazioni. E proprio intervenire sul settore assicurativo per non coprire le le operazioni di estrazione di nuovi combustibili fossili, è considerata una delle leve per fermare l’investimento in fonti di energia climalteranti.
Certo, non tutti i paesi hanno recepito la Dichiarazione sottoscritta a Glasgow alla stessa maniera. Come spiega l’associazione ReCommon “sette tra i principali paesi sostenitori dell’industria fossile attraverso soldi pubblici hanno adottato politiche che rispettano ampiamente la promessa fatta a Glasgow: Regno Unito, Francia, Canada, Finlandia, Svezia, Danimarca e Nuova Zelanda”, mentre altri hanno messo in campo “politiche deboli che lasciano ampi margini di supporto finanziario ai settori del petrolio e del gas”. Ma nessuno forse fa peggio dell’Italia.
Il punto è la scelta del governo italiano di puntare sul gas, che viene ritenuto un “combustile di transizione” verso le energie rinnovabili, con l’obiettivo di far diventare la penisola l’hub europeo del gas che arriva dall’Africa e non solo. È il cosiddetto Piano Mattei. Nel documento, che è datato gennaio 2023 ma che è stato reso pubblico solo ora, si chiarisce come “l’attuale crisi energetica” potrebbe “potenzialmente richiedere ulteriori investimenti” con l’obiettivo di “diversificare le fonti di approvvigionamento, in particolare in relazione al gas”.
Viene poi annunciato che l’azzeramento del sostegno a progetti che coinvolgono oil e gas sarà graduale, e che in ogni caso agli impegni generali si potrà derogare in caso ci siano sul piatto “progetti ritenuti strategici per l’Italia e per la sua sicurezza energetica”, e nel caso siano “in linea con il piano nazionale di decarbonizzazione del paese beneficiario e con l’obiettivo di 1,5°C dell’Accordo sul clima di Parigi”. Maglie così larghe che di fatto fanno ritirare l’impegno italiano preso a Glasgow.
Una scelta italiana che ha un impatto globale, vista che i sussidi ai fossili della Sace la collocano al primo posto in Europa e al sesto al mondo tra i finanziatori pubblici. “Tra il 2016 e il 2021, SACE ha emesso garanzie (assicurazioni sui progetti o garanzie sui prestiti per la realizzazione dei progetti) per i settori del petrolio e del gas pari a 13,7 miliardi di euro, che rappresentano una fetta importante dei cosiddetti ‘sussidi ambientalmente dannosi’ italiani”, sottolinea ancora ReCommon.
L’ultimo rapporto di sintesi dell’Ipcc dell’Onu è l’ultima chiamata per salvare le nostre società da uno sconvolgimento climatico incontrollabile. Già oggi, se fosse raggiunto l’obiettivo di contenere l’aumento delle temperature entro 1.5° a livello globale, i mutamenti ci consegneranno un mondo radicalmente diverso da quello che abitiamo.
Scienziati, movimenti per la giustizia climatica e lo stesso segretario generale dell’Onu António Guterres sono tutti concordi su una cosa: la prima cosa che i governi devono fare è tagliare i finanziamenti all’energia fossile. Secondo quello che l’Italia ha sottoscritto a Glasgow è già tardi per farlo.
A trent’anni dal Summit della Terra di Rio de Janeirio António Guterres si è espresso con grande chiarezza: “L’unico vero percorso verso la sicurezza energetica, la stabilità dei prezzi dell’energia elettrica, la prosperità e un pianeta vivibile sta nell’abbandono dei combustibili fossili inquinanti, in particolare il carbone, e nell’accelerazione della transizione energetica basata sulle rinnovabili”. Il sovranismo energetico del governo non ci salverà dagli effetti dei cambiamenti climatici. Come ci mostra la drammatica siccità che stiamo già affrontato.
(da Fanpage)

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MANDATO INTERNAZIONALE PER PUTIN, ORBAN SI SFILA; “NOI NON LO ARRESTEREMO” (NON AVEVAMO DUBBI)

Marzo 23rd, 2023 Riccardo Fucile

L’AIA REPLICA: “BUDAPEST HA RATIFICATO IL GTRATTATO E HA L’OBBLIGO DI COOPERARE”… RIBADIAMO IL CONCETTO: L’UNGHERIA VA CACCIATA DALL’EUROPA

L’Ungheria non è nuova ai distinguo sulle responsabilità russe nella guerra in Ucraina; né sulle risposte politiche da dare all’aggressione – dagli invii di armi a Kiev alle sanzioni contro Mosca.
Ma ora la strategia della “differenziazione” del governo di Viktor Orbán si spinge oltre, sul piano del diritto internazionale. Budapest ha fatto sapere oggi infatti che non arresterebbe Vladimir Putin, dando seguito al mandato d’arresto spiccato dalla Corte penale internazionale, nel caso il presidente russo dovesse mettere piede sul suo territorio nazionale.
Lo ha detto il capo di gabinetto di Orbán, Gergely Gulyás, citato dai media locali. Sebbene il governo ungherese abbia aderito alla Corte penale internazionale, ha spiegato Gulyás, il trattato «non è stato ancora promulgato poiché contrario alla Costituzione».
Il mandato di arresto, ha aggiunto il capo di gabinetto, è «infelice» perché ostacola ulteriormente la fine della guerra. Immediata la replica della Corte dell’Aia: un portavoce interpellato dall’Ansa ha smentito la narrazione del governo-Orbán, precisando che l’Ungheria «ha ratificato il trattato nel 2001 e ha l’obbligo di cooperare con la Corte nel quadro dello Statuto di Roma».
(da agenzie)

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IL DEBUTTO DI ELLY A BRUXELLES DA SEGRETARIA: “SOSTEGNO ALL’UCRAINA, L’ITALIA CHIEDA UNA NUOVA MARE NOSTRUM PER IL SALVATAGGIO DEI MIGRANTI”

Marzo 23rd, 2023 Riccardo Fucile

L’ENTUSIASMO DEI COLLEGHI EUROPEI: “E’ FANTASTICA”

A Bruxelles è il giorno dell’atteso Consiglio europeo di primavera, chiamato – oggi e domani – a prendere decisioni o dare indicazioni rilevanti su un’ampia gamma di temi: dagli acquisti comuni di armi per l’Ucraina alla riforma del Patto di stabilità, dal piano di rilancio industriale alla discussa direttiva sullo stop alle auto a motore a scoppio. Sino – spera per lo meno il governo italiano – al cruciale dossier dell’immigrazione.
Ma come da tradizione a precedere il vertice dei capi di Stato e di governo sono gli incontri preliminari tra i leader delle diverse famiglie politiche.
E a quello dei Socialisti & Democratici, il raggruppamento cui appartiene anche il Pd, è stato oggi il giorno del debutto europeo della neo-segretaria Elly Schlein. Che a Bruxelles non è certo nuova, essendo stata per un’intera legislatura (2014-2019) eurodeputata.
Ma tornarci da leader (a sorpresa) del più grande partito di opposizione in Italia ha tutto un altro sapore. E Schlein si è calata appieno nel ruolo di anti-Meloni anche su scala europea.
Attaccando in particolare la rigidità sul tema del governo dopo il naufragio di Cutro, ma anche le sue difficoltà a far procedere in sede di Consiglio europeo iniziative concrete sul tema dell’immigrazione, belle parole a parte.
«Serve una Mare Nostrum europea, una missione comune di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo che abbia il mandato operativo di salvare le vite: di questo c’è bisogno», ha detto Schlein parlando coi cronisti dopo una serie di incontri politici. «Nella bozza del Consiglio europeo ci sono solo poche righe sulle migrazioni: ma questa destra dov’era quando si è cercato di riformare l’accordo di Dublino? Io non li ho visti. Oggi cercano di rivendicare la centralità del tema migratorio con tre righe che non vogliono dire nulla», ha continuato Schlein.
Incontri e apprezzamenti
La neo-segretaria del Pd ha partecipato al pre-vertice della famiglia socialista a fianco – tra gli altri – del cancelliere tedesco Olaf Scholz, del primo ministro spagnolo Pedro Sanchez e della premier finlandese Sanna Marin. Ma ha anche avuto incontri in Commissione europea, nel corso dei quali ha potuto chiarire le sue posizioni sui grandi dossier di politica economica all’ordine del giorno. Schlein ha detto in particolare di volere che il Next Generation EU diventi «uno strumento permanente e strutturale». E quanto al nuovo Patto di stabilità, di augurarsi che esso prevedrà «l’introduzione di una maggiore flessibilità», poiché sarebbe «assurdo tornare indietro» alla situazione pre-pandemia.
Il tour brussellese – secondo le dichiarazioni seguite – è valso alla segretaria Pd grande approvazione da parte di alcuni “pesi massimi” delle istituzioni Ue.
«Schlein? È fantastica. La nostra famiglia politica ha guadagnato una grande leader che può aiutarci a combattere per un’Europa più giusta e più donna», ha detto all’Ansa la capogruppo dei Socialisti e Democratici (S&D), Iratxe García Perez.
«Ho apprezzato molto i contenuti, l’energia e la visione di Schlein. Sono fiducioso che darà al Partito Democratico nuova forza e un contributo solido ai progressisti europei», le ha fatto eco il commissario Ue al Lavoro, Nicolas Schmit.
E felice di ritrovare la giovane collega di partito si è detto il vicepresidente italiano della Commissione Paolo Gentiloni: «Grande piacere incontrare Elly Schlein a Bruxelles. Abbiamo discusso delle sfide economiche e dei maggiori temi di attualità», ha twittato l’ex premier, condividendo due foto in compagnia della “sua” segretaria.

(da agenzie)

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PREPARATE I POPCORN: IL PROSSIMO SCONTRO IN MAGGIORANZA SARÀ SULL’AUTONOMIA: FORZA ITALIA INIZIA A METTERE PALETTI SUL PROGETTO DI RIFORMA CARA ALLA LEGA

Marzo 23rd, 2023 Riccardo Fucile

IERI AD ARCORE BERLUSCONI HA ATTOVAGLIATO I CINQUE PRESIDENTI DI REGIONE ESPRESSIONE DEL PARTITO AZZURRO, CHE SONO DECISI A SQUADERNARE TUTTE LE LORO PERPLESSITÀ SUL DISEGNO DI LEGGE CALDEROLI

Assicurare la «parità dei punti di partenza» tra le Regioni. E quindi, per prima cosa, dire addio al criterio della spesa storica, che avvantaggia il Nord e danneggia Sud. E soprattutto finanziare i Lep, i livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantite a tutti i cittadini italiani, a prescindere dalla zona in cui vivono.
«Altrimenti è una presa in giro, e Forza Italia non ci sta». Una nuova tegola rischia di abbattersi sul discusso progetto caro alla Lega dell’autonomia differenziata. L’altolà, questa volta, arriva da Arcore. Dove ieri, nella grande sala da pranzo della villa di Silvio Berlusconi, si sono attovagliati i cinque presidenti di Regione espressione del partito azzurro.
Decisi (quelli del Sud in primis) a squadernare tutte le loro perplessità sul disegno di legge targato Roberto Calderoli, approvato una settimana fa dal Consiglio dei ministri. Una riforma che rischia, secondo molti osservatori, di accrescere le diseguaglianze tra le aree più ricche del Paese e quelle meno sviluppate.
Il Cavaliere ha ascoltato con attenzione. E annuendo di tanto in tanto, ha condiviso quelle preoccupazioni. Rassicurando tutti i presenti sulla posizione che Forza Italia terrà in parlamento, dove il ddl approderà a stretto giro. «Prima vanno finanziati i Lep, superando la spesa storica e garantendo una vera perequazione tra Nord e Sud», è la linea. «Poi, si può approvare la legge».
Non un distinguo da poco, se si considera che il ddl era passato in Cdm senza particolari scossoni soltanto giovedì scorso […]. E che finanziare i livelli essenziali delle prestazioni e non soltanto «definirli», come prevedeva il progetto del ministro degli Affari regionali non è un’operazione a costo zero: le stime indicano in almeno 4-5 miliardi all’anno i fondi necessari per colmare i divari Nord-Sud su scuola, sanità, infrastrutture (ma c’è chi, come il governatore pugliese Michele Emiliano, parla di 60 miliardi).
E se i fondi non verranno stanziati? «Chiederemo che lo siano», tagliano corto gli uomini più vicini al Cav. Secondo i quali, la linea del partito non è cambiata. I toni, però, sì. Molto più perentori rispetto al passato.
Ospiti del Cav e della compagna Marta Fascina, i presidenti Alberto Cirio (Piemonte), Donato Toma (Molise), Vito Bardi (Basilicata), Roberto Occhiuto (Calabria) e Renato Schifani (Sicilia). Ma dopo l’aperitivo di benvenuto, uno dei piatti principali sul menù (insieme a gnocchetti, spaghetti alla chitarra, roast-beef e cassata siciliana per dessert) ha finito per essere proprio quello dell’autonomia. «Nessuno vuol sottrarsi alle proprie responsabilità», la linea “aperturista” di Occhiuto. «Purché il Sud sia messo in condizione di partire alla pari con il Nord». Tradotto: purché si finanzino i Lep.
(da Il Messaggero)

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