Destra di Popolo.net

SOLDINI: “IN MARE SI AIUTANO ANCHE I NEMICI. UNA SCELTA POLITICA NON SALVARLI. UN PAESE CIVILE NON LASCIA MORIRE LA GENTE”

Marzo 4th, 2023 Riccardo Fucile

IL RE DELLE NAVIGAZIONI IN SOLITARIA PARLA DELLA STRAGE DI MIGRANTI: “LA GUARDIA COSTIERA LI AVREBBE RECUPERATI, SE AVESSE POTUTO. È ALLUCINANTE CHE I PAESI SVILUPPATI ABBIANO ADOTTATO NORME CHE COLPEVOLIZZANO IL SOCCORRITORE”

«C’è una legge del mare che obbliga a soccorrere una persona in difficoltà. È una norma, ma anche una legge morale, culturale, che risale ai romani e che è dentro di noi». A parlare è un marinaio, prima ancora che simbolo della vela oceanica italiana. Giovanni Soldini davanti alla strage di migranti di Cutro parla la lingua dell’uomo, del padre di famiglia e, appunto, del mare.
Diceva che ci sono leggi… «C’è una convenzione internazionale dell’Onu. Ma ci sono leggi in questo senso che arrivano a noi fin dall’epoca dei romani. E che ti obbligano a salvare chi è in difficoltà, anche se è un tuo nemico. C’è stato un comandante italiano che durante la Seconda guerra mondiale…»
Sì, Salvatore Todaro, comandante del sommergibile Cappellini. Affonda il cargo belga Kabalo e salva 26 naufraghi.
«Esatto. Io mi metto nei panni anche di chi lavora nella Guardia costiera: sono sicuro che sarebbero stati lì, se fosse stato per loro. Ci metto le mani sul fuoco. Ma sono ingabbiati in una regola totalmente nuova, che è venuta fuori dal nulla. E che non coinvolge solo l’Italia, purtroppo, ma anche altri Paesi che dovrebbero essere sviluppati, dunque essere i fari della cultura, e che hanno smesso in esserlo… Non è così che si risolvono i problemi, un Paese civile non lascia fare al mare il suo mestiere, non lascia morire la gente».
Si arriva al caso di Cutro?
«Evidentemente c’è una volontà politica per cui queste cose succedono. Vuoi che non ci siano i mezzi per monitorare una barca che si avvicina alle coste italiane e per andare a prendere coloro che sono a bordo e salvare loro la vita? Non ci credo. Non ce le raccontiamo. È che quei mezzi non vogliamo impiegarli».
Come vive queste tragedie?
«Mi vergogno per il modo con cui mio Paese pensa di affrontare il problema. Noi europei siamo fortunati e dovremmo applicare politiche più intelligenti per affrontare la questione dell’immigrazione. I flussi migratori ci sono sempre stati e ci saranno sempre più. Solo per il riscaldamento del pianeta, al netto di guerre, rivoluzioni. Se tu fai fatica a sopravvivere a casa tua a un certo punto ti sposti e sei pronto ad assumerti qualsiasi rischio, anche se ti sparano in faccia.
Ecco perché dico che è una questione che va affrontata con un’attitudine diversa. Non così, in un modo barbaro che non risolve nulla».
Ha il sospetto che non si voglia prendere il mare per salvare i migranti?
«Ho la certezza. È un’attitudine che negli anni è cambiata completamente. Ricordo che 10-15 anni fa c’erano navi militari che salvavano i naufraghi. È un dato di fatto, non è una mia sensazione. Bisognerebbe avere una missione navale europea perenne nel Mediterraneo. Sì, per difendere i confini, per arrestare gli scafisti, ma soprattutto per impedire alle persone di morire in mare. C’era, in passato. Adesso addirittura facciamo guerra alle Ong che con mezzi scalcagnati cercano di soccorrere i naufraghi».
La sento molto sensibile su questo tema.
«Lo sono, siamo sulla strada sbagliata. O meglio, se vogliamo lasciare ai nostri figli un mondo peggiore questa è la strada maestra»
(da la Stampa)

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COME CAMBIA IL PD DOPO LO TSUNAMI SCHLEIN? ELLY OFFRE A BONACCINI IL RUOLO DI VICESEGRETARIO PER TENERE UNITO IL PARTITO

Marzo 4th, 2023 Riccardo Fucile

SI SPACCANO GLI EX RENZIANI DI BASE RIFORMISTA

C’è una ragione se Stefano Bonaccini ed Elly Schlein hanno preferito incontrarsi da soli, a quattrocchi, senza scudieri, né portaborse al seguito. Una ragione che ha a che fare con un tema cavalcato da entrambi durante la lunga campagna per le primarie, ma diventato all’improvviso tabù: il cambio radicale della classe dirigente che ha gestito, non proprio alla grande, gli ultimi dieci anni di vita del Pd.
Il presidente emiliano lavorerà invece sul fronte degli sconfitti. Base riformista, la corrente di Lorenzo Guerini e Luca Lotti, potrebbe essere la prima a issare bandiera bianca. E dare l’esempio. Aumentare l’entropia disgregante cominciata nell’ultima fase della segreteria Letta.
E segnalare che una stagione è finita e occorre aprirne una diversa. «Dalle primarie è arrivato un messaggio di discontinuità radicale», spiega un autorevole senatore di quell’area. «La vittoria di Schlein rappresenta una cesura netta: far finta che non sia successo nulla sarebbe un errore». Più facile a dirsi che a farsi. E non solo per via delle resistenze di chi è sfuggito alla rottamazione renziana e ora pensa di sopravvivere anche alla furia iconoclasta di Elly, che di Pd e delle sue dinamiche perverse conosce poco.
Qualche movimento, però, inizia a intravedersi. Base riformista, appunto, si sta dissolvendo a forza di addii. E la discussione interna s’è fatta cruenta: Guerini sarebbe disposto a chiuderla, mentre Lotti è deciso a usarla come arma per combattere la sinistra che ha espugnato il Nazareno. Tuttavia, ad avere la meglio potrebbe essere infine l’ex ministro della Difesa, convinto — insieme a Bonaccini — che il correntone debba trovare un orizzonte diverso: favorire la nascita di un’area nuova e più ampia, di matrice cattolica e moderata, che controbilanci la linea massimalista di Schlein, capace di aggregare tutti coloro che hanno appoggiato la mozione a lei avversa.
Non solo i lettiani come Marco Meloni e Anna Ascani, ma pure gli indipendenti alla Graziano Delrio. Ma se la sconfitta, in questo caso, può venire in aiuto, la vittoria rischia di risultare un ostacolo.
Non sarà una passeggiata persuadere Franceschini, Orlando, Zingaretti e tutti i big che hanno sostenuto la neo-segretaria a rinunciare al loro diritto di opzione sugli incarichi, magari non per loro, ma per i rispettivi adepti.
Lo si intuisce dalle ipotesi di organigramma che iniziano a circolare. Per la segreteria, dove le poltrone si ridurranno per far spazio ai “nuovi riformisti”. E per i vertici dei gruppi parlamentari, che — anche qui — potrebbero essere divisi a metà. Uno schema che, è la scommessa, rischia di far impazzire i capi e far implodere le correnti dem.
(da La Repubblica)

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IL DECRETO ONG VIOLA IL DIRITTO INTERNAZIONALE

Marzo 4th, 2023 Riccardo Fucile

L’OBBLIGO DI SOCCORSO IMPOSTO DAL DIRITTO INTERNAZIONALE E’ NORMA DI RANGO SUPERIORE

Poiché la sceneggiatura della realtà sa essere ferocissima proprio ieri, nel bel mezzo del mare di accuse contro i ministri Matteo Piantedosi e Matteo Salvini e nel bel mezzo del dolore che non si attenua per le vittime della strage di Crotone è entrato in vigore con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale il primo (e unico) atto politico del neo ministro all’Interno Piantedosi, degno erede di quel Salvini: il cosiddetto decreto “anti Ong”.
È entrato in vigore il decreto che rende più difficili i soccorsi delle Ong in mare. E ora non resta che attendere i prossimi morti
Il fatto che un ministro trovi il tempo di prendersela con le Ong mentre dovrebbe affrontare un evento mastodonticamente complesso come quello delle migrazioni, mentre le guerre infiammano il mondo, mentre il cambiamento climatico asseta interi popoli e mentre le catastrofi naturali stravolgono intere nazioni.
Il ministro Piantedosi ha preso carta e penna per vergare un decreto che sostanzialmente rende già complicato e più costoso salvare vite umane. Il fatto che avvenga mentre urlano quelle bare messe in fila a Crotone aggiunge il paradosso allo sconcerto.
Cosa prevede il nuovo decreto
Il nuovo decreto-legge appare in sostanziale continuità con una disposizione contenuta nel decreto-legge n. 130/2020 (cd. decreto Lamorgese) che consente all’Esecutivo di “limitare o vietare il transito e la sosta di navi nel mare territoriale” per motivi di ordine e sicurezza pubblica in conformità alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 (cd. Convenzione di Montego Bay).
Divieto di transito e sosta che il nuovo D.L. n. 1/2023 esclude, tuttavia, nel caso di operazioni di soccorso immediatamente comunicate al Centro di coordinamento per il soccorso marittimo dello Stato nella cui area Sar di competenza ha avuto luogo l’evento e allo Stato di bandiera della nave, e qualora ricorrano tutte le seguenti condizioni: a) che la nave che effettua sistematicamente attività di ricerca e soccorso abbia le autorizzazioni rilasciate dalle autorità dello Stato di bandiera e possegga i requisiti di idoneità tecnico-nautica alla sicurezza della navigazione; b) che siano avviate tempestivamente informative alle persone soccorse della possibilità di chiedere protezione internazionale; c) che sia chiesta nell’immediatezza dell’evento l’assegnazione del porto di sbarco; d) che il porto di sbarco sia raggiunto senza ritardo; e) che siano fornite alle autorità marittime o di polizia le informazioni per ricostruire dettagliatamente l’operazione di soccorso; f) che le modalità di ricerca e soccorso in mare non abbiano concorso a creare situazioni di pericolo a bordo né impedito di raggiungere tempestivamente il porto di sbarco.
Come sottolinea Asgi (l’Associazione per gli Studi giuridici sull’Immigrazione) “pretendere, infatti, che il porto di sbarco assegnato sia raggiunto “senza ritardo” (lett. d) e che le modalità di soccorso non impediscano di raggiungerlo “tempestivamente”(lett. f) sottende la volontà di costringere le navi a non soccorrere persone a rischio di naufragio diverse da quelle già soccorse e delle quali abbiano contezza nell’area di mare ove si trovano ad operare, così come di impedire che le persone soccorse siano trasbordate da una nave umanitaria all’altra (per consentire a una di esse di tornare a cercare persone in pericolo)”.
Piantedosi ha firmato un decreto che viola trattati internazionali superiori
La pretesa infatti non potrà mai avverarsi perché, dice Asgi, “qualora il comandante della nave che già ha prestato un primo soccorso venga a conoscenza di una ulteriore situazione di pericolo dovrà sempre dirigersi verso la zona e prestare assistenza in ossequio all’obbligo inderogabile di soccorso previsto dal diritto internazionale consuetudinario e pattizio (art. 98 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, Cap. V Regola 33 della Convenzione SOLAS) e dal diritto interno (v. art. 1113, art. 1158 Codice della Navigazione)”.
Il ministro Piantedosi ha firmato un decreto che viola trattati internazionali superiori. L’obbligo di soccorso imposto dal diritto internazionale è norma di rango superiore (art. 10 e 117 Cost.) e non può essere derogata da una disciplina interna volta a limitare i soccorsi stessi. Non solo, la normativa internazionale è di inequivoca lettura: lo Stato deve (e non già solo può) esigere dal/dalla comandante di una nave che agisca per prestare soccorso. Dunque, la selettività del soccorso sottesa al decreto-legge non potrà mai essere interpretata come ostativa al soccorso di tutte le persone che si trovano in mare in stato di pericolo.
Come scrive Asgi: “Il decreto legge n. 1/2023, preceduto da una narrazione politica finalizzata al contrasto dell’immigrazione definita illegale, contiene disposizioni che non potranno far cessare né i gravi motivi che inducono le persone a fuggire in mare dallo Stato di origine o di transito, né le operazioni di soccorso umanitario imposto dal diritto internazionale.
Dunque, tanto rumore per nulla, trattandosi di norme in parte già applicate, mentre altre sono inapplicabili per contrasto con il diritto internazionale ed europeo”.
Fumo negli occhi della propaganda politica trasformato in legge giusto il tempo del primo ricorso che ne annullerà una parte consistente. Il decreto Piantedosi non esiste, durerà un soffio. I morti invece esistono eccome. Stanno là a ricordarci che regolamentare l’umanità è l’aspirazione torva di chi è pronto a tutto pur di solleticare una ferale propaganda.
(da La Notizia)

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BALLE E INSULTI CONTRO ELLY SCHLEIN, BOCCHINO NON SA QUELLO CHE DICE: ELLY IN SVIZZERA HA FREQUENTATO SCUOLE PUBBLICHE, NON “COSTOSISSIME SCUOLE PRIVATE”

Marzo 4th, 2023 Riccardo Fucile

E TRA I SOVRANISTI C’E’ CHI L’ACCUSA DI “USARE COLORI OPACHI DA TESSUTI OVS”: HANNO PARLATO I NAZICHIC

Ci voleva Elly Schlein per risvegliare un po’ l’umorismo impigrito di questo Paese, considerato che l’ultimo momento comico che ricordi è lo sbarco di Calenda su TikTok. La lista dei detrattori della neo segretaria del Pd si allunga di giorno in giorno, per cui è bene che certe perle non vengano destinate all’oblio, perché nei momenti di cupa tristezza potrebbero risollevare l’umore.
Intanto partiamo dal dolorosissimo addio al Pd dell’ex ministro Giuseppe Fioroni, il quale ha dichiarato con amarezza: “Con la vittoria della Schlein il Pd è finito. Sarà un partito dalle cento sfumature di sinistra, dove il centro non esiste più”. Ma tu pensa. Questa sfacciata di Elly Schlein si è messa in testa di fare la segretaria di un partito di sinistra. Comunque, c’è di buono che Fioroni si consola presto e con un certo slancio annuncia la nascita della nuova “Piattaforma popolare – Tempi nuovi” cui aderiscono anche Giuseppe De Mita, nipote di Ciriaco, e il quasi ottantenne Stefano Zamagni. È possibile iscriversi al movimento Tempi NUOVI inviando una lettera di adesione con sigillo in ceralacca tramite delegato pontificio. Poi abbiamo “la rivolta delle due Ester”: la prima è Ester Mieli, senatrice di Fratelli d’Italia, secondo la quale Elly Schlein non doveva andare a Crotone a rendere omaggio ai migranti morti in mare perché è sciacallaggio, “è uguale a quelli che chiedevano il selfie a Maria De Filippi al funerale di Costanzo”. Ovviamente si guarda bene dal dire che Mattarella, presente pure lui a Crotone, è uno sciacallo, perché i migranti che per scappare dalla guerra affrontano il mare su gommoni sgangherati sono vigliacchi, ma Ester Mieli è Lara Croft. La seconda Ester è Ester Viola, collaboratrice del Foglio e altre testate per cui cura la posta del cuore, che a caldo twitta “Schlein è un autogol talmente clamoroso che potrebbe essere perfino l’ultimo!”. Le dà ragione la neo-politologa “Estetista cinica” la quale funerea, risponde “Il partito muore stasera. Forse se lo meritava”. E non contenta di dare estreme unzioni ai partiti con tonici illuminanti, accusa Schlein di organizzare shitstorm come la peggiore destra “per denigrare gli avversari”. Nessuno capisce cosa stia dicendo, ma lei insiste: “Dimostrabilissimo”. Siamo in trepidante attesa del dossier su Elly-la-squadrista-digitale. Poi abbiamo l’immancabile giornalismo di Libero che ci delizia con titoli come “Elly Schlein è una iena affamata”, con editoriali di Feltri della serie “tipa stravagante… con l’aspetto che ricorda la maestra d’asilo dei miei figli…”, ma soprattutto, meraviglia delle meraviglie, con un articolo di Luca Beatrice destinato al Pulitzer di Roccacannuccia, il cui passaggio più intenso è: “Elly e i suoi amici hanno reinventato l’habitus da manifestazione permanente, di stampo ecologista, che se una maglia proprio non è sporca meglio non lavarla per non sprecare acqua e non danneggiare il pianeta. I colori Schlein hanno l’opacità dei tessuti Oviesse”. Insomma, la ficcante analisi politica è: la nuova sinistra non si lava. Poi c’è Italo Bocchino, il cui colore di capelli, invece, con gli anni trova nuove, intense sfumature nero di seppia, subito pronto a dare prova del suo talento di giornalista: va da Lilli Gruber e dice che Elly Schlein ha frequentato costosissime scuole private in Svizzera. Solo che Elly Schlein ha frequentato scuole pubbliche. Si spera che anche i genitori di Bocchino non abbiano investito troppo nell’istruzione del figlio, sarebbe un peccato.
Poi ci sono gli speleologi di twitter, quelli che esplorano gli anfratti del web in cerca di vecchi post compromettenti. Nello specifico, scoprono due tweet scottanti di quando Schlein aveva 27 anni, uno in cui dice che Marco Travaglio ha un sorrisetto da stronzo e uno in cui si augura che Letta non diventi premier. Se ci fosse stato twitter quando avevo 27 anni, probabilmente troverebbero vecchi tweet in cui affermavo che Milly Carlucci è un’adoratrice di Satana. Capirai che scoperta.
Abbiamo anche i post di chi ci ricorda che Schlein è ebrea aschenazita, che ha aiutato Obama in campagna elettorale e, soprattutto, che non ha mai visto la miseria. A occhio, con tutti i miserabili che stanno commentando la sua elezione, ha ampiamente recuperato.
Immancabile anche il post della onlus Pro Vita: “Con Elly #Schlein Segretaria/e/i/o/u, il Partito democratico si assesta definitivamente su posizioni di abortismo sfrenato, ideologia genderfluid radicale, ecologismo anti-umano, droga libera e guerra alla Libertà Educativa delle famiglie. Le impediremo di distruggere l’Italia”. Accidenti. Io le ho dato il voto, ma non avevo capito che Schlein fosse tutte queste cose. Sono sinceramente pentita. A saperlo avrei convinto a votarla anche i parenti.
Come non citare infine i detrattori senza specchi in casa, primo tra tutti il sex symbol Carlo Taormina che si domanda se Elly Schlein sia trans prima di domandarsi se lui sia sapiens, e il sindaco di Grosseto Vivarelli Colonna che, alludendo ai 2 euro di contributo per votare alle primarie, posta una foto di Schlein e il commento: “Ma per 2 euro che volevate, Belen?”. Ricordo al sindaco di Grosseto che lui l’hanno votato gratis. E si vede.
(da il Fatto Quotidiano)

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PIANTEDOSI E IL CONCORSO DI “IGNOBILTA'”

Marzo 4th, 2023 Riccardo Fucile

LA PALMA D’ORO DELLE DICHIARAZIONI PIU’ RACCAPRICCIANTI SULLA STRAGE DI CROTONE E’ CONTESA

Siamo costretti a tornare sul caso Piantedosi: la palma d’oro a lui assegnata per le dichiarazioni più raccapriccianti sulla strage di Crotone è fortemente contesa.
Tra un Salvini che, con la sua statura morale, minaccia il Fatto e Domani non si sa bene di quale sanzione per aver oltraggiato la Guardia costiera (quando è al vertice della catena di comando, cioè al ministero di Salvini, che si domanda come mai la Guardia costiera non sia intervenuta, infatti la Procura ha aperto un’inchiesta) e un Gasparri che elogia Piantedosi per il suo “grande equilibrio” che “unisce umanità e fermezza” (l’umanità di biasimare i migranti morti), un esercito di seconde file rivendica il diritto di dire la sua (ma Piantedosi, vedendosi insidiare il primato, va in Senato a informare gli italiani: “Sono talmente capace di emozionarmi che lo faccio prima che le tragedie avvengano”, poi rivendica “l’orgoglio” di essere un “questurino”).
Balboni di FdI, dopo aver lavorato ai fianchi Piantedosi (uomo di Salvini) chiedendogli di chiarire se “ci sono state lacune nella catena di comando”, “perché non si può lasciare una nave piena di bambini in balia delle onde” (sarà una quinta colonna del Fatto, questo Balboni), difende il ministro su La Stampa: “Parole dettate dall’emozione del momento… estrapolate dal contesto… di fronte alle salme dei bambini ha reagito come avrebbe reagito chiunque (colpevolizzando i genitori, ndr). Vogliamo crocifiggere Piantedosi per delle frasi dettate dall’emozione?”. Ma come, questurini “legge e ordine” che sparano truci carognate perché si emozionano?
Salvini si gioca l’unica carta che possiede, quella da TikToker: “Solo pensare che il ministro dei Trasporti, che è papà, abbia anche solo pensato di non intervenire è un oltraggio all’Italia”. Infatti, quando lui era all’Interno, il ministro dei Trasporti Toninelli faceva soccorrere i migranti dalla Guardia costiera, ma papà Salvini non li faceva sbarcare anche se c’erano bambini a bordo (è a processo per sequestro di persona, rischia 15 anni).
Il cognato di Meloni dunque ministro Lollobrigida non ci sta a passare per persona seria in mezzo a questi ciarlatani: “Noi quest’anno lavoreremo per far entrare legalmente quasi 500mila immigrati legali”. Appena si accorge di aver perso qualche milione di voti (la capa Meloni è pur sempre colei che nel 2019 twittava: “E ora affondiamo la Sea Watch!”, la nave Ong che entrò in acque italiane a Lampedusa nonostante l’alt della Guardia di Finanza), ritratta: “Leggo notizie stampa secondo le quali avrei annunciato un piano del governo per far arrivare in Italia circa 500mila migranti regolari. In realtà non ho mai parlato di alcun piano, perché non esiste alcun piano. La cifra da me indicata è riportata dai media”, cioè: i media lo diffamano, ma simultaneamente costituiscono la fonte del governo sulle cifre dei migranti da accogliere.
Piantedosi barcolla ma non molla: “Io ho detto, però evidentemente non è stata un’affermazione che è piaciuta molto quel giorno, fermatevi, verremo noi a prendervi”. Ah, ma tu pensa; e l’hanno detto ai loro elettori? In realtà aveva detto che i migranti partono perché, a differenza sua, non sono stati educati alla responsabilità di chiedersi “cosa posso fare per il mio Paese” (che magari li perseguita e li uccide). Siccome questo suo “appello” rischia di non essere recepito dai migranti e soprattutto di far perdere consensi al governo il cui primo partito ha scolpito: “L’immigrazione non è un diritto”, chi si dichiara profugo è “un clandestino fino a prova contraria”, “difendere la Patria è innanzitutto difendere le proprie frontiere” (Tesi di Trieste), interviene Rampelli: “Immaginate che forza d’urto potrebbe avere (l’appello di Piantedosi, ndr), visto che nelle nazioni da cui provengono gli immigrati irregolari ci sono le parabole, si fa uso dei telefonini, quindi noi potremmo raggiungere le popolazioni in difficoltà e fargli presente che quei viaggi non sono come vengono dipinti dai trafficanti di uomini che gli fanno pagare anche 7mila euro come nel caso della tragedia di Crotone, sono molto rischiosi e si può morire” (Piantedosi è un filantropo, parla urbi et orbi come il Papa). L’operazione di cui Rampelli è esecutore sembra chiara: screditare agli occhi degli italiani i morti in mare come 1) irregolari, cioè criminali; 2) persone abbienti dotate di device e contanti; 3) gente con l’anello al naso, convinta di fare una crociera di relax nel Paese di Bengodi a rischio della vita dei figli, mentre il governo vuole salvarli. A un’incollatura una senatrice di FdI, certa Mieli, che a Tagadà sostiene che il governo ha fatto bene a non andare a Crotone, dove giacciono 67 bare di cui 16 di bambini, e la Schlein ci è andata per “cercare le telecamere, un po’ come ha fatto chi è andato alla camera ardente di Costanzo e ha chiesto il selfie a Maria De Filippi”. Si può scendere più in basso di questi? Beh, si può scavare.
(da Il Fatto Quotidiano)

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PIANTEDOSI SEMPRE PIU’ ISOLATO NON MOLLA POLTRONA

Marzo 4th, 2023 Riccardo Fucile

IL GELO DI PARTE DEL GOVERNO

Fa finta di niente, continua a girare come una trottola per l’Europa, grandi manifestazioni di sicurezza sul quadrato che il governo è pronto a fare attorno a lui. Ma Matteo Piantedosi è un ministro sulla graticola. E sta cuocendo a fuoco lento, l’occhio vigile a ogni sguardo che intercetta, l’orecchio attento alle voci di dimissioni che galoppano da quando la neosegretaria del Pd Elly Schlein ha messo il carico da novanta alla richiesta già avanzata da altri nell’opposizione.
Il silenzio di Giorgia Meloni lo inquieta, così come le sortite di colleghi come Lollobrigida, Balboni, voci inattese nella richiesta di chiarimenti sulla tragedia di Cutro.
E così, mentre i boatos che lo danno in uscita dal governo, sostituito magari dallo stesso Lollobrigida, si moltiplicano, da Malta (dov’è volato per una riunione Med 5), Matteo Piantedosi sente la necessità di mandare un messaggio a tutti: opinione pubblica e soprattutto tiratori di fuoco amico. “Le voci di dimissioni messe in giro in queste ore sono completamente infondate”.
Una crepa nella maschera di sicumera che lo ha reso protagonista di episodi indimenticabili. Come quando, davanti agli allibiti giudici del tribunale dei ministri di Catania che chiedevano di mandare a giudizio per il caso Gregoretti Matteo Salvini (di cui in quel momento era il capo di gabinetto) disse: “Il Ministero dell’Interno non ha nessuna funzione di autorizzare gli sbarchi”. In quelle parole che negavano ogni evidenza c’è tutto Matteo Piantedosi: il tecnico preparatissimo, l’uomo furbo e cinico quanto basta che ha partorito l’idea di sequestrare centinaia di migranti su navi militari italiane in porti italiani, ma anche quello che oggi, all’angolo, difeso solo da Matteo Salvini, è finito sulla graticola come ministro, ambizioso ma assai meno accorto, frettoloso e fumantino tanto da non riuscire a tenere a freno la lingua e imbarazzare il suo governo.
A Piantedosi l’etichetta di ministro tecnico è sempre andata stretta. “Non può esistere un ministro non politico”, ripete a ogni intervista.
Alle posizioni securitarie del centrodestra ha voluto mettere il suo sigillo con i due decreti partoriti nei cinque mesi del suo ministero: quello sui rave e quello sulle Ong, proposti come se i due temi fossero in cima alle emergenze del Paese. Un grossolano pasticcio il primo, che rischiava di punire come adunate sediziose persino le autogestioni nei licei (poi rivoltato in sede di approvazione in legge); messo all’indice dalle Nazioni Unite il secondo per il suo carattere vessatorio nei confronti della flotta umanitaria e ostacolo per i soccorsi dei migranti.
La sua storia di prefetto gli ha consegnato strumenti e abilità di gestire situazioni complesse, a cui aggiunge maestria nel tirarsi fuori dai guai in vicende di cui pure è il gran regista. Come il caso Diciotti, la nave della Guardia costiera bloccata dal Viminale al porto di Catania con 177 migranti a bordo, seguito dalle analoghe vicende della Gregoretti e della Open Arms. Scelte politiche rivendicate da Salvini e tradotte in strategia tecnica da Piantedosi che, indagato per gli stessi reati, si è visto sempre archiviare le accuse.
Capace di dichiarare davanti a un tribunale che no, non era il Viminale il titolare della scelta di assegnare un porto sicuro alle navi di soccorso. Chissà se lo ripeterebbe ancora oggi Piantedosi che alla storia dei governi di questo Paese (fallita la strategia degli sbarchi selettivi) passerà anche per la cinica decisione di mandare le navi umanitarie nei porti italiani più lontani per costringere le odiate Ong a sostenere costi enormi delle missioni e mantenerle il piu lontano possibile dalla scena dei soccorsi nel Mediterraneo.
Qualunque sarà il futuro politico di Matteo Piantedosi, la grevità di fin troppe affermazioni ha fatto venire l’orticaria persino dentro la maggioranza di centrodestra alle prese con grossi problemi di comunicazione: i migranti in buona salute sulle navi umanitarie indicati come “carico residuale”, la “vocazione alle partenze”, l’irresponsabilità di “quei genitori che mettono in pericolo la vita dei loro figli” fino a quel “in queste condizioni non si parte” cambiato in corsa nell’improbabile appello ai profughi: “Fermatevi, veniamo a prendervi noi”, per non parlare dell’immaginifico obiettivo di “svuotare i centri di detenzione in Libia”.
Quel che ha fatto finora Piantedosi in Libia, come i suoi ultimi predecessori, è stato solo provare a stringere ancor di più i patti con il governo di Tripoli per finanziare la guardia costiera nelle cui fila si annidano noti trafficanti e travestire da soccorsi quelli che altro non sono che respingimenti all’inferno. Stringendo mani equivoche come quella del ministro dell’Interno libico Emad al-Trabulsi, già capo di una milizia, ospitato al Viminale una decina di giorni fa per l’organizzazione di una task force italo-libica, e fermato ieri all’aeroporto di Parigi con una grossa somma di denaro in valuta straniera.
(da La Repubblica)

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MANCATA ZONA ROSSA, “SALVIAMO LE MERCI”: CONFINDUSTRIA ORDINO’ E GALLERA CHINO’ IL CAPO

Marzo 4th, 2023 Riccardo Fucile

IL NUMERO UNO DEGLI INDUSTRIALI LOMBARDI NON VOLEVA CHIUSURE: “SONO MATTI, PARLIAMO CON CONTE”

La gente non respirava e non capiva il perché. Iniziava a morire, giorno dopo giorno. Era la prima ondata. Il virus stava travolgendo la Lombardia. Dal paziente 1 del 20 febbraio 2020 in otto giorni si arriva al paziente mille. Tutto viene polverizzato: persone, pazienti, strutture. Arginare e curare, altro non c’è. Tecnici e medici ne sono convinti. Non però una parte della politica lombarda che sottobanco, in piena catastrofe, si accorda con chi vuole veder tutelati i propri interessi economici.
Emerge così dagli atti dell’inchiesta della Procura di Bergamo che proprio nei giorni drammatici della mancata zona rossa nella Bergamasca e a ridosso del primo severo se pur tardivo lockdown nazionale, il governatore leghista Attilio Fontana e il suo assessore al Welfare di allora Giulio Gallera hanno avuto un occhio di riguardo per i massimi vertici di Confindustria lombarda, come l’imprenditore bresciano Marco Bonometti presidente dell’azienda Officine Meccaniche Rezzatesi, il cui nome solo un anno prima era emerso come indagato (poi archiviato) per aver finanziato illecitamente l’allora eurodeputata azzurra Lara Comi. Bonometti, riposti i cattivi pensieri giudiziari, si rimette in prima fila in difesa degli industriali lombardi. Fu proprio in un’intervista-colloquio col Fatto, anni fa, a rivelare come “Regione Lombardia è sempre stata con noi sul alla zona rossa a
Il 7 marzo, quando l’idea della zona rossa a Bergamo sta tramontando, ma già si ragiona sul nuovo Dpcm del 9 marzo che chiuderà il Paese senza però fermare le attività produttive, Bonometti colloquia in chat con l’assessore Gallera. “Ti posso chiamare?”, esordisce l’imprenditore bresciano. Poi prosegue: “Ma cosa sta succedendo? Nel decreto non si parla di imprese”. E ancora: “Ci siamo già mossi con Conte per modificare la mobilità delle merci. Ho parlato con Attilio, cose da pazzi. Sono matti questi”.
Gallera risponde subito e tranquillizza l’imprenditore storicamente vicino a Forza Italia, che è il suo partito: “Adesso specifichiamo la libera circolazione delle merci e speriamo di essere ascoltati”. Conclude Bonometti: “Quando voi avete definito le modifiche o le interpretazioni informatemi che così facciamo anche noi le stesse considerazioni”. È il 25 maggio quando Gallera viene interrogato dalla pm Maria Cristina Rota come persona informata sui fatti. Alla domanda “Le risultano pressioni di Confindustria per influenzare le decisioni di istituire la zona rossa?”, l’allora assessore però nega tutto: “Escludo per quanto a mia conoscenza che vi sia stato un confronto con Confindustria su questo punto o con singoli imprenditori”.
Lo stesso 7 marzo il Coordinamento regionale delle terapie intensive invia una lettera al presidente Fontana (leggi pezzo a lato, ndr) nella quale si legge che “in assenza di tempestive ed adeguate disposizioni da parte delle Autorità, saremo costretti ad affrontare un evento che potremo solo qualificare come una disastrosa calamità sanitaria”.
I verbali
Il dirigente Ats smentisce il presidente
Le attenzioni di Regione Lombardia per Confindustria emergono anche il primo marzo. Quel giorno Paolo Mora, direttore per lo sviluppo economico di Regione Lombardia invia agli assessori e al direttore generale del Welfare Luigi Cajazzo una mail dal titolo: “Trasmissione schema Dpcm razionalizzazione misure gestione emergenza al fine di prevenire diffusione epidemia da Covid-19”. Dopodiché si cura di evidenziare: “Mi limito a osservare che sarebbe forse opportuno inserire nelle premesse un richiamo che soddisfi quanto chiedeva Confindustria, che sotto riporto, che aiuta a far valere tali provvedimenti tra le cause di inadempimenti contrattuali”.
Agli atti dell’indagine vi è una breve lettera di Confindustria dove si chiede “di chiarire che i provvedimenti adottati dall’Autorità pubblica per contenere l’emergenza epidemiologica sono da considerarsi causa di forza maggiore (…). Dovrebbe stabilirsi con certezza l’esclusione delle responsabilità del debitore (…) che ritardi ovvero non esegua l’adempimento delle sue obbligazioni contrattuali”. Bonometti sentirà anche lo stesso presidente della Regione. Fontana però davanti ai magistrati nega tutto. Salvo venir smentito un anno dopo dal direttore generale dell’Ats Milano Walter Bergamaschi interrogato nel dicembre del 2021.
Spiega Bergamaschi ai pm di Bergamo: “In una occasione Fontana chiamò il presidente Mattarella per dirgli che era importante inviare dei messaggi alla nazione (…). Chiamò anche Bonometti, industriale bresciano, in vivavoce, al quale disse che si stava valutando la sospensione delle attività produttive e ulteriori misure restrittive. Bonometti disse con molta chiarezza che era contrario, che il fermo delle attività produttive sarebbe stato un fatto molto grave per le imprese e i cittadini. Fontana chiamò Bonometti perché rappresentava una parte importante della società”. Anche al Fatto, del resto, il 9 aprile 2020 l’allora presidente di Confindustria Lombardia disse: “No alle zone rosse nella Bergamasca, questa era la nostra posizione sempre condivisa e fatta propria dalla Regione Lombardia”.
Brusaferro
“Il Mef spinge per ammorbidire”
Del resto in quei giorni a cavallo tra febbraio e marzo non vi sono solo gli industriali lombardi. Il ministero dell’Economia e delle finanze preme per avere regole più lasche. A capo del dicastero vi era l’attuale sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Ne parlano in chat il presidente dell’Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro e il ministro della Salute Roberto Speranza. È il 26 febbraio. A quella data la zona rossa di Codogno e in altri nove centri del Lodigiano è istituita da tre giorni, mentre nella Bergamasca ormai i casi si moltiplicano: proprio in quei giorni ne sono informati i vertici di Regione Lombardia e il Comitato tecnico scientifico nazionale, ma nessuno chiuderà Alzano e Nembro e per questo sono ora indagati l’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, Fontana e diversi membri del Cts. Scrive Brusaferro: “Il Mef spinge per ammorbidire i provvedimenti delle Regioni”.
(da Il Fatto Quotidiano)

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PERCHÉ L’IMRCC DI ROMA, CENTRO NAZIONALE DI COORDINAMENTO DEL SOCCORSO MARITTIMO, INFORMATO GIÀ DALLE 22.25 DEL 24 GENNAIO DI UN’IMBARCAZIONE CHIARAMENTE AD ALTISSIMO RISCHIO DI TRASPORTO MIGRANTI E CON MARE FORZA 4, NON HA APERTO UNA “SAR”, CIOÈ UNA MISSIONE DI SOCCORSO, CHE AVREBBE PERMESSO ALLA GUARDIA COSTIERA DI ATTIVARSI?

Marzo 3rd, 2023 Riccardo Fucile

VUOI VEDERE CHE ALLA FINE L’ECATOMBE DI CUTRO SI DIMOSTRERÀ ESSERE UNA TRAGEDIA “BUROCRATICA”: UN MIX TRA RIMPALLO DI RESPONSABILITÀ, LEGGEREZZA NEL VALUTARE LO SCENARIO E SUPERFICIALITÀ?

«Al momento in mare non abbiamo nulla». Alle 3.48 della notte tra sabato e domenica scorsi, la Guardia Costiera di Reggio Calabria rispondeva alla sala operativa della Guardia di Finanza che chiedeva testualmente: «Voi non avete nulla nel caso in cui dovessero esserci situazioni critiche?». Le motovedette 300 che avrebbero potuto facilmente raggiungere il barcone sono rimaste agli attracchi «a Taranto, Reggio, Vibo e Crotone».
Il dato rileva eccome sulla ricostruzione della tragedia di Steccato di Cutro se si considera che la segnalazione di Frontex inviata alle 22.25 a 26 indirizzi tra cui l’Mccr, il Centro nazionale di soccorso marittimo della Guardia costiera, era lineare. Segnalava una «imbarcazione sospetta di trasportare migranti a circa 40 miglia a Sud/Est di Isola Capo Rizzuto (KR)».
La qualifica come «senza segnalatori». Parla di navigazione regolare: «Non si vedono persone in mare». Ma dice anche che «a bordo c’è un telefono cellulare turco» (compatibile con la nota “rotta turca”) il che avrebbe dovuto dirla lunga sulla presenza di scafisti. Aggiunge che c’è «una sola persona fuori coperta» ma che la fotografia termica rileva che il ventre dell’imbarcazione è caldo: «Possibili altri passeggeri sotto coperta» si legge agli atti. E poi il meteo era in peggioramento.
Per il portavoce della guardia Costiera Cosimo Nicastro «è stata una tragedia non prevedibile»
Eppure un documento che regola i soccorsi in mare redatto nel 2020 dalla Capitaneria di porto-Guardia Costiera, c’è. Esiste.
Recita che le missioni di salvataggio devono partire a ogni minima segnalazione: «Quando si presume che sussista una reale situazione di pericolo per le persone, si deve adottare un criterio non restrittivo, nel senso che una notizia con un minimo di attendibilità deve essere considerata veritiera a tutti gli effetti. Alla ricezione della segnalazione l’U.C.G. deve intervenire immediatamente».
È ragionevole ipotizzare che nulla di tutto questo è stato considerato quando l’Imrcc di Roma, centro nazionale di coordinamento del soccorso marittimo, informato già dalle 22.25 di un’imbarcazione chiaramente ad altissimo rischio di trasporto migranti e con mare forza 4, ha deciso di non aprire una Sar, cioè una missione di soccorso.
Col passare delle ore i fatti si fanno sempre più chiari e un report dei brogliacci delle comunicazioni intervenute tra Finanza e Guardia Costiera sono «già a disposizione dell’autorità giudiziaria competente» si apprende da fonti della Finanza.
Specificano che quando le due motovedette – la V5006 da Crotone e la “Barbarese” da Taranto – partite alle 2.20 per attendere che l’imbarcazione entrasse nelle 24 (12+12) miglia nautiche per azionare un intervento di polizia marittima, decidono di rientrare alle 3.30. «Il mare è Forza 7 non forza 4» raccontano fonti interne ai militari. Informano la loro sala operativa. Le onde le hanno spinte verso la costa, rimettono i motori al massimo e puntano le onde per tornare in porto
La risposta della Guardia Costiera è che non hanno alcun mezzo in mare in quel momento. Pur di fronte a quella che per la Finanza è una richiesta «di intervento di loro unità navali per raggiungere il target» perviene da Reggio «riscontro negativo».
E suonano come un movente politico le parole di fonti della Guardia Costiera sentite da La Stampa, ma con garanzia di anonimato: «Un tempo noi eravamo gli eroi. Poi i tempi sono cambiati. È cambiato il nostro assetto. E ora ci muoviamo solo quando ci sono tutti i crismi di una operazione Sar».
Al momento attuale è pagante un’operazione di polizia che faccia arrestare qualche scafista e non un’azione umanitaria. La segnalazione giunta da Frontex non parlava di imbarcazione in «distress» (pericolo, ndr): nessuno era sul ponte e la barca sembrava tenere bene il mare. Ciò ha fermato la Guardia Costiera e fatto scattare la Guardia di Finanza rientrata al porto dopo un’ora di navigazione molto problematica. È un fatto acclarato che neanche a quel punto è scattata una operazione di salvataggio della Guardia Costiera.
Forse sarebbe stato troppo tardi. Di certo c’è che al distaccamento di Crotone dell’autorità marittima non è mai arrivato alcun segnale.
Tutto è passato sulla loro testa. Del naufragio hanno saputo solo quando i cadaveri sono arrivati in spiaggia
(da La Stampa)

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L’ESERCITO DI PUTIN NON RIESCE A STARE AL PASSO CON LA PRODUZIONE DI CARRI ARMATI

Marzo 3rd, 2023 Riccardo Fucile

I MILITARI UCRAINI NE FANNO SALTARE IN ARIA 150 AL MESE MA IN RUSSIA C’È SOLO UNA VECCHIA FABBRICA DI TANK CHE RIESCE A PRODURNE SOLO 20 OGNI TRENTA GIORNI

Durante la seconda guerra mondiale, le forze armate tedesche hanno distrutto i carri armati sovietici a un ritmo fenomenale. Ma anche se l’Armata Rossa perse 80.000 carri armati, la potenza industriale dell’Unione Sovietica le permise di terminare la guerra con più carri armati di quanti ne avesse all’inizio del conflitto.
Oggi i carri armati sono molto più sofisticati e costosi e vengono quindi impiegati in numero molto inferiore. Tuttavia, nella guerra con l’Ucraina la Russia, come l’Unione Sovietica, ha perso un numero enorme di carri armati. L’Ucraina sostiene di averne distrutti più di 3.250.
Oryx, un blog di intelligence open-source, ha documentato 1.700 perdite. L’Istituto internazionale per gli studi strategici, un think tank, sostiene che circa la metà della dotazione russa di t-72 di prima della guerra, che contava circa 2.000 esemplari e costituiva il grosso della sua forza di carri armati, è stata distrutta.
I carri armati della Russia non sono riusciti a darle un vantaggio in Ucraina e le sue forze faranno fatica a portare avanti un’altra grande offensiva senza un sufficiente supporto corazzato. Nelle ultime settimane l’Ucraina si è assicurata carri armati dai suoi alleati occidentali, che probabilmente utilizzerà in una controffensiva di primavera. La Russia dovrà rafforzare la propria flotta se spera di mantenere il territorio conquistato. Riuscirà a sostituire i carri armati persi questa volta?
Negli anni ’40 le fabbriche sovietiche potevano produrre più di 1.000 carri armati al mese. Agli impianti che producevano trattori e motori ferroviari fu detto di costruire carri armati. Oggi è più difficile aumentare la produzione. L’elettronica dei carri armati moderni – per la visione notturna, il puntamento delle armi e una serie di altre funzioni – è molto sofisticata. Ciò rende la produzione più lenta e significa che molte fabbriche progettate per altri tipi di produzione non possono facilmente produrre carri armati.
In Russia è rimasta solo una fabbrica di carri armati: UralVagonZavod, un enorme complesso costruito negli anni Trenta. Ma la cattiva gestione finanziaria e gli enormi debiti hanno rallentato la modernizzazione. Gli operai scherzano dicendo che assemblano i carri armati a mano. Novaya Gazeta, un quotidiano russo liberale, riferisce che l’impianto ne produce appena 20 al mese. Un funzionario occidentale ha dichiarato a The Economist che, in totale, la domanda di carri armati da parte delle forze armate russe supera di dieci volte la produzione.
Nel tentativo di soddisfare la domanda, la Russia ha aumentato il ritmo di ripristino dei vecchi carri armati, di cui ha migliaia in deposito. In Ucraina i moderni carri armati russi, come i t-90, combattono ora accanto a un gran numero di t-72b3, costruiti decenni fa ma aggiornati con cannoni, corazze reattive (che riducono la possibilità che un colpo penetri nel veicolo) e comunicazioni digitali.
Anche con questi miglioramenti, i carri armati più vecchi sono inferiori ai nuovi modelli e hanno meno probabilità di sopravvivere a un colpo delle forze ucraine, ma sono ancora utili. Secondo i media russi, UralVagonZavod ricostruisce circa otto carri armati al mese e altri tre impianti di riparazione di veicoli blindati ne riparano circa 17 ciascuno. Altri due impianti di dimensioni simili dovrebbero entrare in funzione nei prossimi mesi.
Ciò significa che, sebbene la Russia sia in grado di costruire solo 20 nuovi carri armati al mese, potrebbe presto essere in grado di recuperarne circa 90 al mese dai suoi depositi. Ma questo non basterebbe a compensare le 150 unità che si stima perdano ogni mese, secondo l’analisi di Oryx. Inoltre, la produzione potrebbe essere ostacolata dalla carenza di componenti.
I semiconduttori, i chip per computer che controllano i moderni carri armati, sono particolarmente scarsi. La Commissione europea sostiene che la Russia stia utilizzando nell’hardware militare chip provenienti da lavastoviglie e frigoriferi importati. Alcuni carri armati recentemente ristrutturati in Ucraina contengono un guazzabuglio di hardware di modelli diversi e mancano di attrezzature ad alta tecnologia, come i sensori di velocità del vento, che consentono di sparare con precisione.
La Russia non è sola in questi problemi. Anche l’Ucraina e i suoi alleati non hanno la capacità di produrre carri armati in tempi rapidi. L’unica fabbrica di carri armati dell’Ucraina, vicino a Kharkiv, è stata distrutta all’inizio della guerra. L’America, che ha promesso di inviare 31 carri armati M1A2 Abrams all’Ucraina, ha una sola fabbrica, con una capacità di produrre 15 carri armati al mese.
La produzione in altre parti dell’Occidente è altrettanto lenta, il che ha portato a una corsa alla ricerca di vecchi carri armati da donare. Ma in generale, le forze che attaccano usano più carri armati dei difensori. Con l’avanzare del conflitto, è probabile che la Russia veda la sua flotta ridursi costantemente sia in termini di quantità che di qualità. Questa volta, la produzione potrebbe non salvarla.
(da The Economist)

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