Giugno 6th, 2023 Riccardo Fucile
PAESE CHE VAI, GOVERNI CRIMINALI SOVRANISTI CHE TROVI: LA RIDUZIONE DI SPAZI DI LIBERA ESPRESSIONE E’ PIU’ VICINA DI QUANTO SI IMMAGINI
Un tribunale nel sud della Russia martedì ha condannato un artista della Crimea a 15 anni in una colonia penale.
Bohdan Ziza era stato arrestato nel maggio 2022 dopo aver spruzzato vernice con i colori della bandiera ucraina sulla porta dell’edificio dell’amministrazione comunale di Yevpatoria nella Crimea annessa illegalmente alla Russia. Aveva anche tentato senza successo di incendiare l’ingresso dell’edificio con una molotov.
L’artista aveva anche registrato un video e un discorso contro la guerra in cui invitava le persone a protestare contro l’invasione russa dell’Ucraina. Ziza aveva quindi pubblicato l’appello alla protesta sulle sue pagine sui social media.
Poche ore dopo la sua detenzione, il 19 maggio, una clip in cui Ziza si scusava per le sue azioni era andata in onda su un canale televisivo locale. Ma l’artista ha successivamente spiegato che il video era stato girato sotto costrizione.
Le autorità russe hanno accusato Ziza di aver commesso un atto di terrorismo e hanno affermato di aver trovato minacce e inviti a commettere altri attacchi nel video che ha pubblicato sui social media. Il tribunale militare russo di Rostov sul Don lo ha ritenuto colpevole e lo ha condannato a 15 anni. I pubblici ministeri avevano chiesto una condanna a 18 anni per Ziza.
“Ho agito secondo la mia coscienza”, ha detto Ziza nel suo discorso finale alla corte lunedì. “Il mio atto è stato un grido del cuore e della coscienza rivolto a coloro che, proprio come me, avevano paura ma non volevano e non volevano questa guerra. È meglio essere imprigionati con una chiara coscienza che essere una pecora a piede libero.”
Ziza ha anche promesso di lanciare uno sciopero della fame il 10 giugno per chiedere alle autorità di privarlo della cittadinanza russa e di liberare i prigionieri politici ucraini detenuti in Russia
(da Globalist)
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Giugno 6th, 2023 Riccardo Fucile
CALCI IN TESTA E SPRAY URTICANTI NEGLI OCCHI: COSI’ GLI AGENTI ARRESTATI TRATTAVANO LE PERSONE FERMATE
Hanno costretto un ragazzo, fermato per l’identificazione, a fare pipì
per terra e poi lo hanno trascinato in quella direzione “impiegandolo come uno straccio per pulire il pavimento”.
Un altro lo hanno preso a calci alla testa fino a fargli perdere i sensi. E ancora: spruzzavano lo spray urticante negli occhi dei fermati, insultandoli con frasi del tipo “tunisino di merda, figlio di puttana, cosa ci fai qui?”.
Lo facevano perché odiavano “i neri”, sostiene il giudice che disposto gli arresti domiciliari per cinque agenti della squadra Volanti della Questura di Verona. Per due di loro è infatti stata contestata l’aggravante dell’odio razziale.
O anche soltanto per noia. Un uomo, per esempio, “è stato trascinato per gli arti fino alla stanza ‘Fermati’, per poi depositarlo a terra dove giaceva ancora umido di urina per oltre venti minuti in preda a spasmi cagionati da difficoltà respiratorie, dovute al precedente uso sulla sua persona dello spray”. E quando era disteso al suolo “lo deridevano e gli puntavano contro, a intermittenza, una torcia”.
Dopo i pestaggi il gruppo si vantava: “Non l’hai ammazzato?”
Eccolo il campionario delle violenze all’interno della Questura di Verona, travolta dall’inchiesta condotta dai colleghi poliziotti della Mobile. Nel registro degli indagati ci sono almeno 15 nomi di uomini e donne con la divisa. Il campionario, riassunto nelle 169 pagine di ordinanza di custodia cautelare firmato dalla gip Livia Magri, è agghiacciante, per usare le parole del Questore di Verona.
“Una consuetudine nell’utilizzo ingiustificato di violenza fisica da parte degli indagati su soggetti sottoposti a controllo o fermi” scrive la giudice. Dopo i pestaggi, il gruppo si vantava. “Com’è che non l’ha ammazzato?”, si dicevano, ridendo. “Mi raccomando quelle che non gli hai dato prima, dagliele dopo”.
L’indagine ruota attorno a un agente, Alessandro Migliore, 25enne di Torre del Greco da due anni in servizio a Verona, al quale vengono contestati due dei sette episodi di tortura e prevaricazione fisica, documentati, nel corso dei sette mesi del lavoro degli investigatori, dalle immagini delle videocamere nascoste che la Mobile ha piazzato nella sala ‘Fermati’ della Questura. Un locale che non è lontano dalla vista ma è una sorta di acquario con una vetrata in plexiglass. Dunque difficile pensare che nessuno, oltre agli arrestati, agli indagati e alla ventina di agenti trasferiti, abbia visto niente.
Anche soldi sottratti ai fermati
Nell’indagine c’è il racconto di piccolissime dazioni di denaro – qualche decina di euro sottratta ai fermati – ma secondo quanto ricostruisce la gip gli arrestati si muovevano senza una reale motivazione. In alcuni casi viene contestata la “finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale”.
Emblematico quello che succede quando fermano A.T., straniero senza documenti fermato durante un controllo per strada. L’assistente Roberto Da Rold, arrestato, insieme con un altro collega indagato, “lo colpiva con calci, sberle e spintoni”. “Gli faceva urtare violentemente il capo contro la panca presente in questura, e lo minacciava di usare di nuovo lo spray urticante”. L’ispettore Filippo Failla Rifici (ai domiciliari) lo minacciava dicendogli “ti spruzzo nel culo” mentre i colleghi, nonostante il fermato fosse a terra, “continuavano a percuoterlo ripetutamente con schiaffi e calci, prima nella sala redazione atti e quindi nel corridoio, per poi trascinarlo nella stanza ‘Fermati'”.
(da La Repubblica)
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Giugno 6th, 2023 Riccardo Fucile
INTERVISTA ALL’ESPERTA LEGALE DI HUMAN RIGHT
Uccisi, torturati, vittime di violenza sessuale, diretta e indiretta, e deportati. Sono impressionanti i numeri dei bambini ucraini che sono stati coinvolti in episodi del genere dall’inizio dell’invasione della Russia a febbraio 2022. Addirittura, nei territori occupati, sono stati accertati casi di esecuzioni arbitrarie di civili, tra cui quella di un bambino di 14 anni.
È quanto ha spiegato a Fanpage.it Kateryna Rashevska, esperta legale del Regional Center for Human Rights, associazione di avvocati, difensori dei diritti umani e attivisti, nata nel 2013 a Sebastopoli dopo l’occupazione russa della Crimea.
Il presidente Zelensky la scorsa settimana ha detto che dall’inizio della guerra sono stati uccisi 483 bambini in Ucraina. È un numero corretto o dobbiamo aspettarci cifre più grandi?
“Secondo l’Ufficio del Procuratore Generale, al 25 aprile 2023, a seguito dell’invasione della Federazione Russa, 484 bambini sono morti e 992 sono rimasti feriti in maniera più o meno grave. I più colpiti si trovavano in Donetsk, a Kharkiv, Kyiv, Kherson, Zaporizhia, Mykolaiv, nelle Regioni di Chernihiv, Luhansk e Dnipropetrovsk. I dati specificati non possono essere considerati definitivi, dal momento che sono in corso lavori per stabilire i fatti della commissione di crimini in luoghi di ostilità attive nel territori temporaneamente occupati e dis-occupati dell’Ucraina.
Tuttavia, nei quasi 15 mesi dall’invasione su larga scala della Russia nel nostro Paese sono morti quattro volte più bambini che nei nove anni precedenti durante l’aggressione armata della Federazione Russia nel 2014 con l’occupazione della penisola di Crimea e di parte dei territori delle regioni di Donetsk e Luhansk.
Durante la dis-occupazione dei territori dell’Ucraina, si è venuti a conoscenza di nuovi casi di uccisione di bambini. A dicembre 2022, i corpi di 31 bambini sono stati trovati nei territori dis-occupati degli Oblast di Mykolaiv, Donetsk, Kherson e Kharkiv. Nei territori occupati, sono stati accertati casi di esecuzioni arbitrarie di civili, tra cui quella di un bambino di 14 anni.
Sono state inoltre scoperte dieci camere di tortura nei territori dis-occupati nella regione di Kherson e 4 nell’omonima città. Allo stesso tempo, in una delle camere di tortura, c’era una cella separata dove venivano tenuti i bambini. Secondo la testimonianza delle persone presenti, sapevano che accanto c’erano dei minori nella cosiddetta ‘cella dei bambini’. A questi veniva data acqua a giorni alterni e niente cibo. Hanno usato pressioni psicologiche e gli è stato detto che i loro genitori li avevano abbandonati e che non sarebbero tornati”.
Cosa ci può dire, invece, sui bambini ucraini mutilati?
“La nostra organizzazione non è a conoscenza di casi di mutilazione di bambini. Secondo il Ministero della Salute dell’Ucraina, sul numero totale di bambini feriti, 843 sono stati colpiti da mine antiuomo o da arma da fuoco. Tra i bambini colpiti, si segnalano 28 casi di amputazioni degli arti superiori e inferiori, che è il 3% del totale. Quattro minori con amputazione sono morti, altri 17 bambini necessitano di protesi”.
A quali torture sono stati più esposti? Ci può raccontare una delle storie che più l’ha colpita?
“Abbiamo prove che, almeno nell’oblast di Kherson, c’erano anche bambini nelle camere di tortura. Sì, un ragazzo di 14 anni ha trascorso dieci giorni in una camera di tortura nell’edificio della Corte d’appello di Kherson. L’adolescente e suo zio volevano vedere e fotografare l’equipaggiamento distrutto degli occupanti. Tuttavia, quattro soldati russi si sono avvicinati a loro e, vedendo che stavano scattando foto, li hanno accusati di cedere informazioni sulle posizioni russe all’esercito ucraino. Entrambi sono così stati legati, gettati in un’auto e portati a Kherson. Secondo quanto spiegato dal 14enne, non ha mangiato nulla per quattro giorni. Il cibo è stato portato, ma non a lui. Il quinto giorno ha ricevuto due cucchiai di grano saraceno e due di pasta. Successivamente, è stato nutrito una volta al giorno. Il ragazzo ha anche raccontato di essere stato minacciato con responsabilità penale per le foto scattate. Ha sentito i suoni e ha visto le conseguenze di tortura.
Va poi menzionata anche la violenza sessuale. Secondo le informazioni dell’Ufficio del procuratore generale, all’11 maggio 2023, sono state registrate violenze sessuali nei confronti di 12 ragazze e 1 ragazzo di età compresa tra 6 e 17 anni, in particolare: un tentato stupro di un bambino di 10 anni nella regione di Kherson, lo stupro di sette ragazze di età compresa tra 15 e 17 anni, una ragazza di 6 anni, nel territorio delle regioni di Kyiv, Mykolaiv e Kherson, tentato stupro di tre ragazze di età compresa tra 15 e 17 anni nel territorio delle regioni di Donetsk e Chernihiv. Inoltre, due ragazze di 10 e 16 anni hanno assistito a violenze sessuali nelle regioni di Kyiv e Kherson.
La commissione d’inchiesta sull’Ucraina ha rilevato che violenze sessuali e le minacce di tale violenza sono stati aspetti essenziali della tortura usata dalle autorità russe. Altri esperti hanno sottolineato che i membri della famiglia, compresi i bambini, a volte sono stati costretti ad assistere a questi crimini, che equivale sempre a tortura”.
Quanti bambini ucraini sono stati deportati in Russia?
“Secondo il portale di Stato “Children of War”, al 2 giugno 2023 sono stati identificati 19.505 bambini deportati e 371 sono stati rimpatriati in Ucraina. Secondo i dati diffusi dalla Federazione russa, fino a 744.000 bambini ucraini sono stati trasferiti nel territorio russo. Tra questi, la maggior parte è stata trasferita con uno dei loro rappresentanti legali. Tuttavia, alcuni di questi bambini sono orfani, privati delle cure parentali o non accompagnati per altri motivi creati dalla Russia (omicidi di genitori, divorzio dai genitori, riposo nei campi, ecc).
La presenza dei bambini è stata registrata in 57 regioni della Federazione Russa e in 19 regioni – almeno 380 bambini sono state vittime di trasferimento forzato presso famiglie russe. I bambini dei territori occupati sono stati riconosciuti come cittadini russi. Allo stesso tempo, i minori deportati sono le prime vittime della passaporti forzati.
Sono stati anche registrati casi di rapimento di bambini da parte dell’esercito russo nei territori temporaneamente occupati insieme a intimidazioni, pressioni sui parenti e raccolta di informazioni”.
Cosa può fare la comunità internazionale per aiutare queste vittime innocenti della guerra a tornare alla loro vita normale?
“In questo momento mi trovo negli Stati Uniti per un viaggio di advocacy con un chiaro appello ai rappresentanti dei paesi stranieri: garantire assistenza nel ritorno dei bambini ucraini. L’obbligo di immediato e incondizionato rimpatrio è universalmente riconosciuto.
L’articolo pertinente del Protocollo addizionale I al Trattato di Ginevra è stato adottato per consenso. Ho tra le mani la bozza di risoluzione. Atti simili sono stati già adottati molte volte nella storia: per la Grecia, per la Siria, per la Liberia, per il Mozambico. La comunità internazionale è unanime quando si tratta di riunire i bambini alle loro famiglie, dal momento che sono un valore nazionale, la forza e futuro dello Stato.
L’idea principale è quella di dimostrare la determinazione della comunità internazionale a proteggere i bambini ucraini e a garantire loro il rimpatrio adottando la relativa Risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, nominando un terzo garante di parte a conclusione di un accordo internazionale. Il ritardo irragionevole nel rimpatrio è un crimine di guerra. I colpevoli saranno ritenuti responsabili. Tuttavia, lasciare i bambini in Russia significa continuare a commettere un reato”.
(da Fanpage)
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Giugno 6th, 2023 Riccardo Fucile
“SERVONO A CREARE INCERTEZZA, ASSOCIATE ALLE AZIONI DEI PARTIGIANI RUSSI A BELGOROD”
La tanto attesa controffensiva ucraina è iniziata? Difficile dare una
risposta chiara nella selva di dichiarazioni diramate nelle ultime ore dai vertici russi e da quelli ucraini. Secondo il Ministero della Difesa di Mosca, ad esempio, la scorsa notte Kiev avrebbe lanciato un massiccio attacco nella regine del Donetsk perdendo almeno 300 uomini e ben 16 carri armati.
Lo stato maggiore della difesa ucraino ha immediatamente replicato sostenendo di non essere a conoscenza di nessun attacco nel Donetsk: “Non abbiamo informazioni in merito e non intendiamo commentare false notizie”, ha detto a Reuters un portavoce dell’esercito, salvo correggersi ore dopo: “Il settore Bakhmut rimane l’epicentro delle ostilità. Stiamo avanzando su un fronte abbastanza ampio. Stiamo ottenendo successo”. Una grande controffensiva ucrana in effetti è attesa da mesi dopo essere stata a lungo annunciata, ma Kiev ha fatto sapere che non comunicherà in anticipo lo scoccare del’”ora x”. “I piani amano il silenzio. Non ci sarà alcun annuncio sull’inizio” della controffensiva.
Quelli della scorsa notte, dunque, non sarebbero altro che “puntate offensive” volte a verificare lo stato di prontezza delle truppe russe, come ha spiegato a Fanpage.it il generale Giorgio Battisti, già comandante del Corpo d’Armata Italiano di Reazione Rapida della NATO (NRDC-ITA).
Il ministero della Difesa russo ha affermato di aver sventato un grave attacco ucraino a Donetsk. L’Ucraina, dal canto suo, ha negato di aver dato inizio alla controffensiva, salvo poi affermare di aver condotto azioni di successo a Bakhmut. Come potrebbero stare le cose?
Ho letto anche io un’agenzia della Reuters che, citando il Ministero della Difesa russo, afferma che la scorsa notte sarebbe stata lanciata una controffensiva nella parte meridionale del Donetsk, quella che permetterebbe a Kiev di arrivare a Melitopol e al Mare di Azov tagliando lo schieramento russo e mettendo in crisi i collegamenti terrestri con la Crimea. Attenzione, però: i russi hanno anche dichiarato che l’attacco ucraino sarebbe stato condotto da sei battaglioni di fanteria meccanizzata e due battaglioni di carri armati.
Che significa, in termini numerici?
Non più di 4mila uomini, un numero largamente insufficiente a lanciare la tanto attesa controffensiva ucraina, quella che dovrebbe sconfiggere definitivamente la Russia. Insomma, quella della scorsa notte non è stata altro che quella che tecnicamente chiamiamo “puntata offensiva” finalizzata a verificare le capacità di reazione dell’avversario e lo stato di prontezza delle truppe. Queste puntate inoltre servono a creare incertezza, soprattutto se le associamo agli attacchi condotti dai fantomatici partigiani russi nella regione di Belgorod. Insomma, per la controffensiva vera e propria Kiev dovrà mettere in campo ben altri numeri: d’altro canto l’Ucraina ha ricevuto circa 1.500 mezzi da combattimento corazzato e circa 300 carri armati occidentali Leopard e Challenger. Se e quando l’attacco scatterà dovrà essere ben più efficace di quanto visto finora: siamo ancora ai combattimenti preliminari.
In ogni caso, che caratteristiche potrebbe avere un’offensiva ucraina?
Le opzioni possono essere diverse e sono state illustrate da svariati analisti e generali occidentali. C’è chi parla di un massiccio attacco a Kharkiv, dove Kiev aveva ottenuto importanti risultati a settembre 2022 e da dove ci si potrebbe poi collegare alle azioni di Belgorod, in Russia; c’è chi parla di Bakhmut, dove le truppe della Wagner sono state sostituite da miliziani del Donbass, dotati di un’efficienza sicuramente inferiore; c’è chi menziona un attacco nel Donetsk per tagliare lo schieramento russo, e si tratterebbe di un obiettivo molto ambizioso perché lascerebbe alla Crimea la possibilità di rifornirsi solo tramite il ponte di Kerch, danneggiato l’8 ottobre 2022 da una violenta esplosione. C’è poi un’altra possibilità a mio giudizio molto più improbabile: da Kherson gli ucraini dovrebbero puntare direttamente sulla Crimea, ma dovrebbero attraversare il fiume Dnepr in piena esponendosi alle artiglierie russe. Queste sono le quattro opzioni nelle mani di Kiev; non c’è dubbio però che i russi le conoscano quanto noi e si siano organizzati a difendersi in modo opportuno.
E quali obiettivi potrebbe realisticamente ottenere l’Ucraina?
Gli ucraini sostengono che lo scopo della controffensiva è quello di rioccupare anche la Crimea, cosa che appare a tutti assolutamente improbabile, a partire dal generale Mark Milley, Capo dello stato maggiore congiunto degli Stati Uniti. Naturalmente anche Zelensky sa bene che sarà molto difficile riuscire in questa impresa, a meno di un collasso totale dell’esercito russo che appare decisamente improbabile, se non impossibile. L’obiettivo più realistico di Kiev è ottenere una vittoria di rilievo, riconquistare una buona porzione di territorio e continuare così a ricevere sostegno dall’Occidente, dimostrando che l’Ucraina è in grado di combattere.
E se la controffensiva fallisse?
Zelensky ha una sola carta da giocare, ed è questa controffensiva: se dovesse fallire l’Ucraina per un bel po’ di tempo non sarà nelle condizioni di prendere nessuna iniziativa credibile ed efficace, almeno fino a quando non riceverà carri armati Abrams e caccia F-16, ma parliamo della fine del 2023 o persino del 2024. Non ritengo, tuttavia, che verrà meno il supporto dell’Occidente in termini di armi, equipaggiamento. D’altro canto, almeno a parole, tutti i leader occidentali hanno garantito a Kiev pieno sostegno anche per il futuro.
Oggi è iniziato il viaggio del cardinale Zuppi in Ucraina.
Sì, qualcosa si sta muovendo sul fronte diplomatico. Oltre al Vaticano nelle ultime settimane si sono attivati anche il Brasile e la Cina. Certo, attualmente le posizioni di Putin e Zelensky appaiono inconciliabili, ma non è escluso che si possa arrivare a una tregua temporanea. Tutto però dipenderà dal risultato dell’offensiva ucraina e dalla capacità di tenuta della Russia.
(da Fanpage)
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Giugno 6th, 2023 Riccardo Fucile
LA MASSA DI ACQUA HA ALLAGATO LA SPONDA SUD, OCCUPATA DAI RUSSI: COSÌ I SOLDATI DI KIEV NON POTRANNO PASSARE DI LÌ CON I MEZZI PESANTI… MA È UN BOOMERANG: CI SARÀ SICURAMENTE UNA CRISI IDRICA E A ESSERE COLPITA SARÀ LA CRIMEA, CHE PUTIN CONSIDERA RUSSIA
I soldati russi avevano minato la diga di Kakhovka sul fiume Dnipro, nel sud dell’Ucraina già a ottobre quando le truppe ucraine si avvicinavano alla città di Kherson – che è molto vicina.
Si pensava che l’avrebbero fatta saltare come misura estrema per rallentare la loro avanzata. Poi gli ucraini si erano fermati sulla sponda ovest del Dnipro e i soldati russi non avevano fatto detonare le cariche.
Non l’hanno fatto allora, l’hanno fatto questa notte, perché ieri è cominciata la controffensiva ucraina e Mosca teme l’apertura di un fronte anche in quella regione del sud. Prima di far saltare la diga le truppe russe hanno fatto salire il livello del bacino, fino al livello record di diciassette metri e mezzo per massimizzare l’effetto inondazione che sapevano avrebbe investito i territori a valle.
La massa d’acqua liberata ha allagato soprattutto la sponda sud, quella occupata dai russi, e dal punto di vista tattico è una mossa che rende più difficile per i soldati ucraini tentare di attraversare il fiume con mezzi pesanti.
Prima di cominciare la controffensiva l’esercito di Kiev è stato costretto ad aspettare per mesi l’arrivo del tempo asciutto e che le condizioni del terreno migliorassero – quindi che il fango del disgelo primaverile si solidificasse. L’allagamento deciso da Mosca adesso prolunga in modo artificiale quelle condizioni difficili. Allagare la sponda del Dnipro permette ai russi di concentrarsi su altri settori del fronte, che è molto difficile da difendere perché è lungo milleduecento chilometri.
Gli ucraini ieri hanno cominciato ad attaccare a est, nella regione di Bakhmut, e a sud, nella zona di Novodonetsk, con assalti limitati che hanno lo scopo di trovare un punto debole.
L’esplosione della diga è una conferma, l’ennesima, che la controffensiva è cominciata – anche se Kiev ha deciso di mantenere un silenzio quasi assoluto su quello che sta succedendo, almeno nei primi giorni.
Il bacino di Kakhovka alimenta il canale artificiale che porta circa l’ottanta per cento dell’acqua che serve alla penisola di Crimea. Adesso quel canale resterà a secco e questo vuol dire che i soldati russi per rallentare una possibile avanzata ucraina hanno creato una crisi idrica certa, che colpirà un territorio che considerano parte della Russia.
(da La Repubblica)
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Giugno 6th, 2023 Riccardo Fucile
LA NUOVA EGEMONIA CULTURALE SOVRANISTA E’ LA CATTIVERIA
La nuova egemonia culturale è il cattivismo, strano impasto di
realismo brutale spacciato per sincerità.
L’ultima testimonianza arriva da Trieste, dove il sindaco Dipiazza, invitato a commentare il costo di una fetta di Sacher nella pasticceria omonima (quasi 10 euro), ha risposto infastidito: «Basta polemiche, sono un ottimista: se hai i soldi ci vai, sennò guardi».
Non riesco a cogliere il nesso tra l’ottimismo e il suo non troppo articolato pensiero.
Colgo invece benissimo il disprezzo di un pubblico amministratore per chi non può permettersi di pagare ai figli una merenda di lusso e deve lasciarli con il naso appiccicato alla vetrina.
Un disprezzo ostentato, anziché nascosto dietro le formule ipocrite ma rispettose che avrebbe usato un sindaco democristiano del secolo scorso. Da sempre nelle feste della vita ci sono gli invitati, gli imbucati e quelli che devono accontentarsi di guardare da fuori. Un concetto così riassunto da un vecchio presidente di calcio, il diversamente alfabetizzato Massimino: «C’è chi può e chi non può: io può».
Solo nel migliore dei mondi possibili «chi può» si sforza di condividere con «chi non può». Ma solo nel peggiore succede che si metta addirittura a sfotterlo.
Oltre che amorale, è un comportamento stupido, perché poi diventa difficile evitare che la frustrazione dell’escluso si trasformi in rabbia. Mai ostentare il tuo privilegio, dicevano i saggi nell’era precattivista, altrimenti anche una fetta di Sacher rischia di rimanerti sullo stomaco.
(da Il Corriere della Sera)
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Giugno 6th, 2023 Riccardo Fucile
INCAPACI DI RISPETTARE I TEMPI E LE REGOLE DEL PNRR, OGGI VOTERANNO PER FAR FUORI I CONTROLLORI… IN UN PAESE DOVE LA MAFIA NON ASPETTA ALTRO
Incapaci di rispettare i tempi e le regole, voteranno oggi in Parlamento per fare fuori il controllore. Il decreto “Pubblica amministrazione” passerà alla Camera ponendo la fiducia e finalmente la presidente del Consiglio Meloni e il ministro Fitto si toglieranno dai piedi il controllo che la Corte dei Conti esercita sull’attuazione del Pnrr.
Una scenetta sconcertante: prima il ministro Fitto si è lamentato perché quella norma è rimasta inattuata per dieci anni prima di essere resuscitata dal secondo governo Conte. Cosa ci sia di male nell’applicare la legge rimane un mistero. Poi lo stesso ministro ha provato a convincerci che quella norma non si potesse applicare al Pnrr.
Come il Pnrr non debba rientrare tra i “principali piani, programmi e progetti relativi agli interventi di sostegno e di rilancio dell’economia nazionale” che prevede la legge è un altro mistero.
Un po’ in affanno, allora, Fitto ha provato a convincerci che i controlli sul Pnrr spettino all’Europa. Falso, anche questo. Anzi è proprio l’Europa a scrivere che gli Stati membri devono adottare “tutte le opportune misure” per prevenire e individuare frodi, casi di corruzione o di conflitti di interesse con i soldi del piano.
Esattamente quello che la Corte dei Conti stava facendo, per di più in un Paese in cui le mafie hanno banchettato troppo spesso con i fondi europei.
O forse il problema non è la Corte dei Conti ma sono proprio i conti di questo governo che è riuscito a spendere solo poco di più di un miliardo da fine 2022 al 28 febbraio 2023 e che ha i 19 miliardi di euro della terza rata bloccati dall’Ue proprio per l’incapacità di spenderli.
Un ritardo “che potrebbe incidere sulla effettiva realizzazione dell’intero piano (di ripresa e resilienza, ndr) con particolare riferimento al pieno raggiungimento degli obiettivi finali”.
Chi lo dice? Il ministro Fitto, nella sua stessa relazione. Potrebbero allora chiamarlo il “decreto struzzo”: testa sotto la sabbia per evitare le proprie responsabilità.
(da La Notizia)
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Giugno 6th, 2023 Riccardo Fucile
E’ IL MODELLO ORBAN, TANTO CARO AI SOVRANISTI
La decisione è presa e tornare indietro non si può: il governo ha
messo la fiducia e oggi si voteranno alla Camera i due emendamenti al decreto legge Pubblica amministrazione che limitano i poteri di controllo della Corte dei conti sul Pnrr.
I tempi devono essere rapidi: la conversione deve avvenire entro il 21 giugno il decreto deve passare anche dal Senato. Nessun rischio da parte delle opposizioni, che in aula si presentano divise: Pd e Movimento 5 Stelle hanno annunciato la loro opposizione, mentre il terzo polo si è detto favorevole.
La scelta politica è chiara: via il controllo concomitante della Corte sui fondi, proroga dello scudo erariale che impedisce alla magistratura contabile di perseguire il danno erariale in caso di colpa grave commissiva.
In altre parole, si elimina la funzione della Corte di monitorare con delibere in itinere la spendita del Pnrr e se ne riducono i poteri giurisdizionali in materia di controllo sull’agire degli amministratori pubblici.
L’obiettivo è ridurre quello che il governo avrebbe percepito come un controllo vessatorio della Corte ed è stato portato avanti dal ministro degli Affari regionali con delega al Pnrr, Raffaele Fitto, anche a costo di arrivare allo sgarbo istituzionale.
La prova muscolare del governo si è mostrata la settimana scorsa, quando ha depositato gli emendamenti in commissione prima ancora dell’incontro con i vertici della Corte dei conti, a sottolinearne l’inutilità. L’unica apparente concessione del governo è stata la creazione di un «tavolo di lavoro» tra governo e Corte dei conti, che però sta assumendo le sembianze di un cavallo di Troia.
LA MAGISTRATURA RISPONDE
Anche di questo si è discusso in una assemblea straordinaria dell’Associazione magistrati Corte dei conti, convocata in tutta fretta all’indomani delle mosse dell’esecutivo. L’iniziativa è stata fortemente voluta dalla base dei magistrati, tra i quali si è avvertito forte lo sgarbo istituzionale, e dopo alcune ore di discussione il risultato è stato un duro comunicato in cui si è ribadita «la netta contrarietà alle due norme» e il rischio di «indebolire i presidi di legalità, regolarità e correttezza dell’azione amministrativa».
Con un avvertimento: l’associazione «continuerà a svolgere le sue funzioni a difesa dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura contabile». Che si possono tradurre in un ricorso alla Corte costituzionale in particolare sullo scudo erariale, che verrà prorogato per la seconda volta pur trattandosi di una norma introdotta in via eccezionale, ma anche alla Corte di giustizia europea.
LA PREOCCUPAZIONE
La preoccupazione profonda della Corte, infatti, non riguarda tanto la riduzione del controllo concomitante, nato per coadiuvare il governo nella messa a terra dei fondi che tuttavia a valle passeranno dal vaglio europeo. Tecnicamente, la contrarietà più forte riguarda lo scudo erariale. Dal punto di vista politico, invece, c’è forte scetticismo sul tavolo di lavoro.
La mano tesa del governo, infatti, non ha convinto una parte dell’assemblea: «Non è corretto che il controllore vada a casa del controllato», spiega una fonte interna, «oggi subiamo le misure del governo, domani rischiamo di avallarle ad un tavolo di cui siamo partecipi».
Il problema, allora, è chi siederà al tavolo, con quale mandato e cosa poi si farà in concreto. Anche perché la percezione interna è che il disegno del governo sia quello di tramutare la Corte dei conti da controllore a consigliera di lusso.
Al netto di un durissimo scontro istituzionale, il sentimento tra le toghe contabili è quello di sconcerto per quello che è stato definito «uno schiaffo forte» da parte dell’esecutivo. Alcuni sono disposti ad ammettere che la vicenda è stata gestita male da entrambe le parti, con una Corte che avrebbe potuto essere più prudente nel lessico usato nell’ultima delibera in cui si richiamava alla responsabilità dei dirigenti, mentre il governo avrebbe dovuto agire con meno irruenza e non buttare all’aria la leale collaborazione tra corpi dello Stato.
Il punto politico, tuttavia, resta: la Corte dei conti svolge un ruolo peculiare in questa fase di passaggio del Pnrr e gode di buona fama di terzietà, anche a livello europeo. Ridurne le prerogative, in particolare per quanto riguarda i controlli sui fondi europei, non è passato inosservato nè a Bruxelles nè al Fondo monetario internazionale, che non a caso a fine maggio è intervenuto con una nota sul Pnrr italiano, invitando ad una «piena e tempestiva attuazione».
Nell’intento del governo, ridurre il controllo contabile dovrebbe liberare da lacci giudiziari le pubbliche amministrazioni e da ingerenze sgradite il ministro Fitto, impegnato nella rinegoziazione del piano. Il rischio sottovalutato, però, è che la mossa italiana venga letta come la volontà sospetta di mettere la proverbiale polvere sotto il tappeto.
(da agenzie)
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Giugno 6th, 2023 Riccardo Fucile
SONO ACCUSATI DI AVER PICCHIATO PERSONE FERMATE PER STRADA E DI AVERE POI TRUCCATO I VERBALI
Torture e pestaggi alla Questura di Verona. Dopo lo vergogna della caserma dei carabinieri Levante di Piacenza, si apre un nuovo scandalo per le nostre forze di polizia.
Questa mattina sono finiti agli arresti domiciliari cinque poliziotti che all’epoca dei fatti prestavano servizio al Nucleo Volanti, la sezione che in macchina pattuglia giorno e notte il territorio.
Le accuse sono, a vario titolo, di tortura, lesioni aggravate, peculato, rifiuto ed omissione di atti di ufficio e, infine, falso ideologico in atto pubblico. Ad eseguire gli arresti altri uomini e donne con la divisa della Polizia: a lavorare sull’indagine, aperta nell’autunno scorso, la Squadra Mobile veronese.
Secondo le accuse, gli agenti avrebbero in diverse occasioni pestato persone fermate per strada nel corso di controlli, per poi truccare i verbali in modo tale da allontanare responsabilità e sospetti.
Non si tratta di un caso isolato: oltre ai cinque arresti, ci sono una decina di poliziotti indagati. Lo dimostra il trasferimento nelle settimane scorse di una ventina di agenti per rilievi di natura penale e disciplinare.
Così come, ad aprile, sono state trasferite all’improvviso la questora Ivana Petricca e la funzionaria del Nucleo Volanti Vanessa Pellegrino. L’indagine è stata seguita direttamente dagli uffici centrali della Polizia di Roma che hanno offerto la massima collaborazione alla procura di Verona.
(da La Repubblica)
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