Destra di Popolo.net

“COSI’ MOSCA HA DEPORTATO 19.000 BAMBINI UCRAINI IN RUSSIA DALL’INIZIO DEL CONFLITTO”

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

L’INCHIESTA DEL NEW YORK TIMES

Dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina oltre 19 mila bambini sono stati deportati nella Federazione e nei territori controllati da Mosca. Soltanto 387 di loro hanno fatto ritorno a casa, grazie ai negoziati diplomatici e con l’aiuto di organizzazioni non governative come Save Ukraine e Sos Children’s Villages Ukraine. Lo rivela un’inchiesta del New York Times che ha raccolto decine di testimonianze di minori ucraini separati dalle proprie famiglie. Con il pretesto di salvarli dalle zone di conflitto, le autorità russe hanno cercato di metterli contro la propria patria-casa mediante un’operazione di ridefinizione delle identità, nonché un indottrinamento mirato per trasformarli in futuri fedeli del Cremlino. Per le Nazioni Unite il trasferimento di bambini in Russia «viola il diritto umanitario internazionale». Ed è proprio per la deportazione di minori che Vladimir Putin è accusato di crimini di guerra dalla Corte penale internazionale insieme alla commissaria per l’Infanzia, Maria Llova-Belova.
I campi estivi
Vittime vulnerabili di un conflitto che va avanti ormai da due anni, molti bambini sono rimasti orfani a causa dei bombardamenti russi su città e villaggi dell’Ucraina. Altri sono stati allontanati dalle proprie famiglie con la promessa di una settimana di «svago» in rinomate località balneari sul Mar Nero. Una sorta di campo estivo in cui dimenticare le atrocità della guerra. È accaduto a Cherson, la città rimasta sotto occupazione fino al novembre del 2022, dove il 6 ottobre di un anno fa gli istituti scolastici hanno comunicato agli studenti il loro trasferimento in case-vacanze in Crimea. Per diversi giorni, ricorda Alla Yatsentiuk, il porto era «pieno di bambini, 500 o 600 pronti a imbarcarsi» per la Penisola. Anche suo figlio Danylo, 13 anni, decise di prendere parte all’iniziativa. Sua madre lo recuperò sei mesi dopo. Ma la maggior parte dei suoi compagni erano già stati trasferiti in altre regioni della Russia. Secondo i racconti dei minori e delle loro famiglie la strategia russa è stata «deliberata, premeditata e sistematica».
Gli orfanotrofi e il decreto presidenziale
Secondo una serie di documenti raccolti da Lyudmyla Denisova (ex funzionario ucraino per i diritti umani) le autorità di Mosca hanno inoltre trasferito in massa i bambini dagli orfanotrofi ucraini per poi affidarli a famiglie adottive russe. Le procedure sono state facilitate da un decreto, firmato dal leader del Cremlino il 25 maggio scorso, che concede la cittadinanza russa ai bambini ucraini e conferisce ai Tribunali di Mosca il potere di creare un «nuovo stato civile (nuovo nome, cognome, luogo e data di nascita, ndr)». Ma non solo: mentre milioni di persone fuggivano dai combattimenti, funzionari russi hanno allestito i cosiddetti «campi di filtraggio», dove schedulavano gli ucraini che uscivano dalle zone di guerra per entrare nel territorio controllato dalla Russia. Quelli sospettati di essere combattenti venivano arrestati; i civili, compresi i bambini, ricollocati in territori russi od occupati dalla Russia. Ed è proprio in uno di questi campi che Sasha e sua madre sono stati separati. Si erano rifugiati per due settimane in un ospedale militare ucraino nei sotterranei dell’acciaieria a Mariupol, dopo che Sasha era rimasto ferito in un’esplosione ed era stato catturato insieme alle truppe ucraine. Sua nonna è riuscita a rintracciarlo in un ospedale in una zona dell’Ucraina controllata dai russi. «Nonna, portami via da qui», l’appello del nipote. Ci sono voluti oltre due mesi per attraversare la Federazione e riportarlo a casa.
I bambini ucraini dovevano diventare russi
Fin dall’annessione della Crimea, nel 2014, la Russia ha intensificato la sua campagna di indottrinamento e «russificazione» dei bambini ucraini. I minori sono obbligati a seguire le lezioni in russo, cantare l’inno nazionale, imparare la storia della Federazione. Dimenticarsi e ricostruirsi. Alle loro famiglie sono stati inoltre offerti «soldi, passaporti, denaro, appartamenti» per soggiornare in Russia o in Crimea. Alcuni ragazzi si sono sentiti persino dire che i loro genitori non li volevano, che l’Ucraina sarebbe diventata un cumulo di macerie e che avrebbero subito rappresaglie qualora avessero deciso di tornare in patria. L’operazione di ridefinizione della propria identità nazionale comprende, scrive il Nyt, anche l’addestramento militare. Artem Hutorov, all’epoca 15enne, e una dozzina di compagni di classe sono stati prelevati dalla loro scuola di Kupiansk da alcuni soldati russi per essere trasferiti in una istituto il più lontano possibile dalla linea del fronte. Qui, i giovani sono stati costretti ad indossare abiti militari, mimetiche verdi o uniformi bianche da cadetti della marina. Artem è apparso in una fotografia sul sito web della scuola con il simbolo «Z» della forza di occupazione russa in Ucraina cucito nella spalla. Secondo la Convenzione di Ginevra il trasferimento forzato di bambini può essere considerato «un atto di genocidio». E l’incapacità degli Stati di proteggere i minori è alla base del mancato raggiungimento di uno degli obiettivi principali: la pace.
(da agenzie)

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FIGLI ALLA PATRIA… LA DEPUTATA MENNUNI (FDI): LE RAGAZZE A 18 ANNI DEVO AMBIRE A SPOSARSI E FARE FIGLI”

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

SCOPPIA LA RIVOLTA SUI SOCIAL: “NON C’E’ LAVORO, NON SI POSSONO FARE FIGLI, BASTA SPARARE CAZZATE”… LA FAGNANI IRONIZZA: “PENSAVO FOSSE PIU’ IMPORTANTE STUDIARE, REALIZZARSI, VIAGGIARE E ACQUISIRE CONSAPEVOLEZZA”

«La mia mamma mi diceva “ricordati che qualsiasi aspirazione tu abbia, io volevo fare politica, puoi fare quello che vuoi, ma non dimenticare che la prima deve esser quella di diventare mamma”. Questa è una cosa che noi donne dobbiamo ricordare alle nostre figlie». A parlare è Lavinia Mennuni, senatrice di Fratelli d’Italia, nel salotto di Coffee Break, trasmissione di La7.
Parole, le sue, destinate a far discutere, mentre in studio si dibatteva sul calo demografico in Italia. «Sennò, il rischio che si genera è che in nome di questa realizzazione professionale» spiega la parlamentare, salti «la missione, sì dico missione perché è una cosa bella, di metter al mondo dei bambini». «Gli uomini e le donne fanno grandi cose insieme», spiega Mennuni, che si dice di non esser mai stata una da «femminismo separatista». E alla fine la battuta, il termine, da lei definito un po’ trash. «Dobbiamo aiutare le istituzioni, il Vaticano, le associazioni nel far diventare la maternità di nuovo cool. Far sì che le ragazze di 18 anni, 20 vogliano decidere di sposarsi e vogliano metter al mondo una famiglia».
Le parole della senatrice stanno sollevando una certa polemica in rete. «La maternità cool degli adolescenti», commenta un utente. «C’è un genio a Coffee break, che non so chi sia, che ciarla sul fatto della poca natalità in Italia imputandolo anche al fatto, che i ragazzi vanno via di casa tardi e altre minchiate. Il problema è solo uno: non c’è lavoro, non si possono fare figli. Punto. Il resto, minchiate», aggiunge una utente.
Tra i tanti, su X, anche la giornalista Francesca Fagnani: «Mennuni sta dicendo che bisogna far diventare cool per le ragazze (!) sposarsi a 18 anni e fare figli. Mica studiare, prepararsi, realizzarsi, viaggiare, acquisire consapevolezza…».
(da agenzie)

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SCONTRO RENZI-CALENDA: “IO IL POLITICO PIU’ RICCO? PAGO LE TASSE E NON MI VERGOGNO, SIETE INVIDIOSI”

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

CALENDA: “CI DOVREMMO VERGOGNARE NOI CHE NON PRENDIAMO SOLDI DA AUTOCRATI E LOBBISTI? GODITI I TUOI SOLDI MA ALMENO NON FARCI LA MORALE”

Con un reddito complessivo di 3 milioni e 217 mila euro, superiore di oltre 600 mila euro a quello del 2022, Matteo Renzi è il politico italiano più ricco. Un aspetto che ha catturato l’attenzione mediatica su di lui, ma per il quale il leader di Italia Viva sembra non nutrire alcun rimorso. «In queste ore alcuni media si occupano con tono scandalizzato dei redditi dei parlamentari. Lasciatemelo dire a voce alta, cari amici: sono fiero di aver contribuito con più di un milione di euro alla vita della comunità», scrive in un post su X. Per poi rincarare la dose: «Non mi vergogno di pagare in un giorno il triplo di quello che Giuseppe Conte ha pagato in un anno». Il presidente del Movimento 5 Stelle tirato in ballo da Renzi è, infatti, risultato essere il fanalino di coda nella classifica. Con un reddito di 24.359 euro lordi, si è conquistato suo malgrado l’etichetta di «leader politico italiano più povero». Non ci sta Renzi a sentir dibattere sul suo reddito ultramilionario «perché – incalza «chi paga le tasse non si vergogna mai». E aggiunge: «Si imbarazzino i furbetti, non i cittadini onesti. Personalmente preferisco ammirare anziché invidiare, preferisco sorridere anziché recriminare, preferisco vivere anziché insultare».
La replica di Calenda a colpi di tweet
Una dichiarazione, quella del leader di Italia Viva, che non tutti hanno apprezzato. Immediata la replica, a colpi di tweet, di Carlo Calenda. «Caro Matteo Renzi anche basta! Ci dobbiamo vergognare perché non prendiamo soldi da autocrati, imprenditori, lobbisti etc, mentre veniamo lautamente pagati dai cittadini italiani per svolgere una funzione pubblica?», scrive. «Questo è il messaggio? Perché ci fai la grazia di pagare le tasse? Il mondo all’incontrario altro che liberalismo. Goditi i tuoi soldi serenamente ma non farci la morale. Grazie», conclude.
(da agenzie)

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“E’ UNA CAGATA PAZZESCA”: IL LEGHISTA PAOLO GRIMOLDI CONTRO IL PONTE SULLO STRETTO ALLA CENA DEL PARTITO A MELEGNANO

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

“CON I PROBLEMI DELLA SANITA’ E’ PAZZESCO BUTTARE 14 MILIARDI PER UN PONTE”… “NON SI PROMETTE UNA COSA IN CAMPAGNA ELETTORALE E POI IL GIORNO DOPO SI FA L’OPPOSTO, A QUESTO PUNTO MEGLIO MASTELLA CHE IL SUD LO DIFENDE PRIMA E DOPO LE ELEZIONI”

«Il ponte sullo stretto di Messina? Una cagata pazzesca». Parola di Paolo Grimoldi, leghista della prima ora e deputato del Carroccio dal 2006 al 2022, che in occasione della cena per i trent’anni della Lega a Melegnano non ha usato giri di parole per dire la sua sul famigerato ponte sponsorizzato dal ministro Matteo Salvini.
«Quattordici miliardi per il ponte sullo stretto di Messina, ve lo dico chiaramente, lo ritengo una cagata pazzesca. Punto – afferma citando Fantozzi -. E non tollero che mi venga detto, come prima mi è stato detto mentre fumavo una sigaretta, “sono andato a prenotare una tac in regione Lombardia per una visita sanitaria, me l’hanno data a maggio-giugno 2024” e poi noi diamo 14 miliardi per fare il ponte sullo stretto di Messina, quando la mattina alle 8 sulla tangenziale di Milano, a pagamento, aumentate due volte nell’anno in corso, siamo imbottigliati. E la priorità è il ponte sullo stretto di Messina. Ma stiamo scherzando?» esclama rivolto ai compagni di partito, seduti a tavola.
«Io vorrei un partito che quello che mi dice il giorno prima del voto nella campagna elettorale, fa il giorno dopo, non l’esatto contrario. Perché se no è meglio Mastella, perché Mastella il giorno prima dice che pensa solo al sud e il giorno dopo pensa solo al sud».
(da agenzie)

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EUROPEE, ULTIMATUM FORZA ITALIA AI MOROSI: “PER RICANDIDARSI BISOGNA METTERSI IN REGOLA CON LE QUOTE”

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

PATRICIELLO LASCIA IL PARTITO

Forza Italia ribadisce il pugno di ferro contro i ‘morosi’ e avverte chi vuole ricandidarsi alle europee: per correre alle prossime elezioni bisogna pagare gli arretrati dovuti al partito, non sono ammesse deroghe.
”Nell’approssimarsi delle prossime elezioni europee e regionali”, si legge in una nota dell’ufficio stampa azzurro, ”Forza Italia ha ribadito la assoluta necessità che i parlamentari europei e regionali che vogliono essere ricandidati devono necessariamente mettersi in regola con i pagamenti dei contributi dovuti al movimento in Forza del regolamento approvato dal Consiglio nazionale del 1 ottobre scorso”. La questione morosi dentro Forza Italia non è nuova. Solo 37 parlamentari su 62 nel 2023 hanno pagato la quota. Quattro su dieci, quasi la metà, sono morosi. Un dato che emerge dall’elenco delle donazioni che lo stesso sito di Forza Italia pubblica. E sono pochissimi pure i consiglieri regionali che nel 2023 hanno pagato la loro quota.
“Chiaramente – continua la nota – è stato ribadito a tutti che non vi saranno deroghe anche a costo di perdere personaggi, di cui anche oggi si parla sulla stampa, che hanno sempre avuto atteggiamenti opportunistici e che hanno già dimostrato di concepire l’impegno politico solo per fini personalistici”.
Intanto, Forza Italia perde un pezzo. L’europarlamentare Aldo Patriciello, 66 anni, nel Parlamento Ue dall’8 maggio 2006, eletto per quattro legislature nella circoscrizione Italia meridionale, ha lasciato il partito. “Ho comunicato in queste ore al presidente Tajani la mia decisione di lasciare Forza Italia. Una decisione sofferta, travagliata ma che, alla luce della direzione intrapresa dal partito in merito alla sua riorganizzazione dirigenziale, è quanto mai irrevocabile e non più differibile”, scrive Patriciello su Facebook.
“Sarò eternamente grato al presidente Berlusconi ma ora è tempo di fermarsi e avviare una riflessione insieme ai tanti amministratori che, da Teramo a Reggio Calabria, fanno riferimento al sottoscritto e ai quali mi lega, a prescindere dai partiti di riferimento, il valore dell’amicizia: la sola stella polare che guida il mio agire politico”.
(da agenzie)

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MES, “SI FARA’ IL GIURI’ D’ONORE CHIESTO DA CONTE SULLE DICHIARAZIONI DI MELONI”

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

SARA’ PRESIEDUTO DA GIORGIO MULE’

“Il giurì d’onore chiesto alla Camera da Giuseppe Conte sulle parole di Giorgia Meloni si farà”. Lo ha annunciato il presidente della Camera, il leghista Lorenzo Fontana. “Ho assunto una decisione qualche giorno fa. Si farà. Lo presiederà Giorgio Mulè ed auspico che si possa dirimere la questione”. “Una scelta doverosa ed apprezzabile”, il commento del leader 5S.
Lo scorso 18 dicembre il presidente del M5S in conferenza stampa aveva fatto sapere di aver consegnato al presidente Fontana “una richiesta di istituire un giurì d’onore” per “accertare le menzogne denigratorie del presidente del Consiglio Giorgia Meloni” in Aula sul Mes. Conte è passato dalle parole ai fatti, dopo essere stato accusato dalla premier sulla ratifica: “L’ha fatta il governo Conte, l’ha fatta senza mandato parlamentare e un giorno dopo essersi dimesso, quando era in carica solo per gli affari correnti”, le parole di Meloni nelle comunicazioni ai due rami del Parlamento sul Consiglio europeo. Ma di queste tre affermazioni è emerso poi che solo la prima era vera.
All’accusa Conte ha risposto prima con un video pubblicato sui suoi profili social e poi con la richiesta di un giurì d’onore, dopo “aver avvertito Fontana e il presidente Mattarella”.
È la seconda volta da quando il governo Meloni è in carica che viene avanzata la richiesta di un giurì d’onore. A febbraio scorso fu il Pd a chiedere il giurì d’onore dopo le affermazioni di Giovanni Donzelli in Aula sul caso Cospito, chiamato a giudicare il comportamento del deputato di FdI che alla Camera aveva accusato il Pd “reo” di aver visitato in carcere a Sassari il 12 gennaio l’anarchico per verificare il suo stato di salute e ne mise in discussione l’onore con una pesante accusa, ossia di fare gli interessi dei mafiosi al 41 bis. Anche in quel caso, il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, aveva nominato la “commissione d’indagine” richiesta dai dem per “giudicare la fondatezza delle accuse” nei loro confronti. Il giurì era presieduto da Sergio Costa e composto da Fabrizio Cecchetti, Annarita Patriarca, Roberto Giachetti e Colucci. E Donzelli dopo aver ritrattato fu assolto.
(da agenzie)

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TOMMASO VERDINI AGLI ARRESTI DOMICILIARI: E’ ACCUSATO DI CORRUZIONE IN UN’INDAGINE SULLE COMMMESSE ANAS

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

LA PROCURA DI ROMA CONTESTA AL FIGLIO DI VERDINI ANCHE IL REATO DI TURBATA LIBERTA’ DEGLI INCANTI

Ai domiciliari Tommaso Verdini, il figlio dell’ex parlamentare berlusconiano Denis. L’ipotesi della procura di Roma è di corruzione e turbata libertà degli incanti.
L’inchiesta, che vede coinvolte altre sei persone riguarda commesse sulla società pubblica Anas per tre miliardi di euro. In tutto sono 5 persone ai domiciliari e sono state emesse 2 interdittive da 12 mesi
Il rampollo, a capo della società di lobbing Inver, nel luglio scorso era stato perquisito dalla Guardia di Finanza insieme all’ex ad Simonini e altri cinque alti dirigenti del colosso pubblico, indagati anche loro a vario titolo per traffico di influenze e corruzione.
L’inchiesta ha ricostruito un sistema di consulenze e appalti pubblici banditi da Anas, società di stato che gestisce le arterie stradali del Paese e che dal 2017 è sotto il controllo di Ferrovie dello Stato i cui manager sono del tutto estranei agli accertamenti investigativi.
Nel decreto di perquisizione firmato lo scorso anno si legge che Verdini junior, insieme ad altri indagati, avrebbe promesso a “pubblici ufficiali di Anas il loro intervento o comunque il peso politico istituzionale delle loro conoscenze per favorirne la riconferma in Anas in posizioni di vertice o comunque la ricollocazione in ruoli apicali ben remunerati di società private o di organismi di diritto pubblico”.
In cambio i pezzi grossi di Anas avrebbero dovuto “favorire la definizione di progetti e transazioni a cui erano interessati imprenditori a loro vicini”.
Gli indagati, pedinati dalla guardia di finanza di Roma, si sarebbero incontrati varie volte in bar e ristoranti. Incontri sarebbero avvenuti anche con politici o esponenti di vertice del Mef, “che ha voce in capitolo nelle nomine delle partecipate”.
Per questo motivo l’inchiesta della procura di Roma in questo momento fa tremare i palazzi delle istituzioni.
(da agenzie)

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LE OPPOSIZIONI DIVISE DANNO FORZA AL GOVERNO

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

IL MIGLIOR ALLEATO DEL GOVERNO E’ CONTE

Sappiamo con certezza e abbondante chiarezza chi la destra detesta, per nome e cognome. Sappiamo chi sono i nemici giurati, contro i quali il governo si è “speso” in questo primo anno con zelo: i poveri, i minorenni che marinano la scuola, i partecipanti ai rave, i salariati senza contratto. Gente che per il governo non vale nulla, anche perché sembra che non vada a votare. Che sia lasciata a sé stessa non comporta alcun rischio.
La propaganda la si fa sulla scena internazionale: accordi con capi di stato contro gli scafisti e per recludere i migranti irregolari. La si fa ad Atreju, con un’accoglienza principesca all’uomo «più ricco del pianeta», un Guinness dei primati; sei ricco, dunque sei dei nostri. I fatti contano più delle parole.
Non è vero che Meloni non dice quale sia la sua idea di paese: lo dice ogni volta che può e lo mostra ogni volta che decide. Ha scritto sui social Carlo Calenda che in «un grande paese quando la presidente del Consiglio interviene in un evento pubblico, parla della sanità, della scuola, dei salari, degli investimenti, non attacca un’influencer. Spiega invece la sua visione dell’Italia. Questa politica sempre e solo contro conduce al nulla».
Purtroppo per Calenda e per noi, questa politica da influencer «conduce» a cose concrete, quelle di cui non è necessario parlare e che vengono messe in atto. La politica sulla sanità e sulla scuola parla attraverso la decurtazione degli investimenti: le classi pollaio e la penuria di insegnanti, i pronto soccorso intasati, l’umiliazione dei medici, forse nella speranza che prendano la strada delle cliniche private convenzionate (con le quali il governo è generoso).
La determinazione della destra è chiara. Il problema non sta qui. Sta dall’altra parte della siepe, oltre la quale c’è il buio, per parafrasare il titolo di un vecchio bel film americano.
L’OPPOSIZIONE
Nello spazio dell’opposizione non succede molto e se succede non è, ancora, per il meglio. Come nel 1922-1924, anche oggi la frammentazione e i mille distinguo dei leader grandi e piccoli sono parte della forza di cui gode il governo.
Neppure il rischio di una riforma regressiva della Costituzione che vuole spostare lo scettro dal parlamento a Palazzo Chigi sembra capace di unire.
Il leader dei Cinque stelle non se ne preoccupa tanto, e non disdegna un “premier forte”, un vago dire che lascia aperte tutte le porte. Giuseppe Conte, che pure diede un’ottima prova di sé nei momenti più bui della pandemia, oggi sembra preoccupato più della sua immagine che della forza dell’opposizione. Le cui anime non sanno trovare l’orgoglio di essere una e plurima: unirsi per creare un’alternativa al governo, nella specificità di ciascuna parte.
Se solo Pd e Cinque stelle riuscissero a dedicare l’anno che verrà a questo obiettivo, ci sarebbe uno spiraglio di luce oltre la siepe. Senza bisogno di fare appello a grandi progetti unitari, che non è necessario che ci siano: sarebbe sufficiente che i leader dei due partiti avvertissero la responsabilità del loro ruolo.
Una responsabilità non solo verso il nostro paese, ma anche verso l’Europa, che fu istituita non per soddisfare gli orgogli dei nazionalisti, ma per scongiurarli. Un grande paese che fu tra i fondatori non solo della Ue, ma dell’idea di federazione sovranazionale come condizione di civiltà e di pace, meriterebbe una leadership europeista più determinata e forte.
(da editorialedomani.it)

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EUROPEE, MI CANDIDO E POI MI DIMETTO: LA TRUFFA IN LISTA

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

I LEADER COME SPECCHIETTI PER LE ALLODOLE

Mi candido in Europa, prendo centinaia di migliaia di preferenze, vengo eletto, faccio finta di niente e resto a casa. O al limite mi dimetto alla prima occasione utile. È la storia delle elezioni europee: per i leader nazionali il voto per l’Unione europea è soprattutto uno specchietto per le allodole, uno strumento per misurare il consenso interno. I nomi “pesanti” sulla scheda elettorale fanno la differenza, ma in Italia: del Parlamento di Strasburgo interessa il giusto.
Una storia che almeno non riguarda solo il nostro Paese, a giudicare dall’editoriale con cui il corrispondente del Guardian, John Palmer, introduceva le prime elezioni europee nel 1979: “Nella Germania Ovest, in Irlanda, in Belgio e nei Paesi Bassi ci sembra che verranno usate come un comodo sondaggio nazionale per interpretare il consenso riguardo a temi interni”.
Da noi però l’abuso è diventato regola. Il maestro di questa strategia vagamente truffaldina è stato, nemmeno a dirlo, Silvio Berlusconi. La legge elettorale per l’Europarlamento (un sistema proporzionale con voto di preferenza) non solo non tutela dalle candidature acchiappa-voti, ma permette di presentarsi in contemporanea in tutte e cinque le circoscrizioni in cui è diviso il territorio italiano. Berlusconi lo ha fatto ogni volta che ha potuto. Una “cultura” politica che ha attecchito bene a destra ed è stata imitata spesso e con profitto anche dagli ex alleati di Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni.
Le Europee del 2019, per esempio, sono state quelle della riabilitazione politica dell’ex Cavaliere, le prime alle quali si è potuto ricandidare dopo la condanna per frode fiscale e gli effetti della legge Severino. Berlusconi si è presentato da capolista in tutte le circoscrizioni (tranne in Italia centrale, lasciata al fido Antonio Tajani) ed è stato eletto con oltre mezzo milione di preferenze complessive. Anche Salvini e Meloni si sono candidati in tutte e cinque le aree elettorali. Il capo della Lega ha portato a casa il record di preferenze: 2.366.300. Meloni ha trascinato Fratelli d’Italia (all’epoca ancora un piccolo partito) fino 6,4% a livello nazionale grazie alle sue 490 mila preferenze. Tutti voti “finti” perché ovviamente né Salvini né Meloni avevano alcuna intenzione di onorare l’impegno. Berlusconi, se non altro, ha onorato l’impegno a Strasburgo fino al 2022, quando è stato rieletto al Senato della Repubblica ed è tornato a Roma. Ma l’ex Cavaliere era stato capolista in tutte e cinque le circoscrizioni anche alle Europee del 2009 e del 2004: ha occupato e personalizzato ogni elezione possibile (nel 2014 non gli fu permesso per via della condanna), portando a casa milioni di preferenze che servivano solo alla sua leadership nazionale. Meloni invece è stata capolista di FdI in tutte le circoscrizioni nel 2014 (non eletta) e nel 2019 (eletta), senza mai passare nemmeno un minuto a Strasburgo o a Bruxelles: con la probabile candidatura alle elezioni del prossimo giugno, la premier metterebbe a segno la tripletta da capolista “farlocca”.
La fotografia italiana nell’ultima legislatura europea non è luminosa. Nel 2019 si erano presentati alle urne ben 37 candidati che avevano già incarichi incompatibili con quello di parlamentare europeo (assessori e consiglieri regionali, deputati e senatori). Tra i leader nazionali in questa posizione, oltre a Meloni e Salvini, c’erano Emma Bonino e Nicola Fratoianni (nessuno dei due è stato eletto).
Molti di quelli che si sono effettivamente insediati in Europa, invece, hanno fatto marcia indietro prima del termine del mandato: tra i 73 eurodeputati italiani eletti nel 2019, ben 13 si sono candidati alle Politiche del 2022 con l’obiettivo di tornare a casa.
La maggior parte di loro c’è riuscita: oltre ai citati Berlusconi e Tajani, a destra il nome più noto è quello di Raffaele Fitto. Nello schieramento opposto invece spiccano Simona Bonafè (che ha “tradito” le 170 mila preferenze che l’avevano fatta eleggere in Europa) e soprattutto Carlo Calenda, che nel 2019 si era iscritto al Pd e si era fatto eleggere a Strasburgo da capolista nella circoscrizione Italia nord-orientale (quasi 280 mila preferenze), ma ha mollato subito il partito (per fondare Azione) e poi il seggio europeo (per approdare al Senato).
Il malcostume della candidatura farlocca è praticato con assoluta disinvoltura a destra, ma non è disdegnato nemmeno a sinistra. Nel 2004 Massimo D’Alema, presidente e frontman dei Ds, decise di affrontare Berlusconi sul suo campo e si presentò da capolista di Uniti nell’Ulivo in Italia meridionale. Ottenne una vittoria schiacciante: 836 mila preferenze contro le 454 mila dell’ex Cavaliere. Ma in quella tornata delle Europee tutti i leader di partito si sfidarono tra di loro in una conta spietata: anche Gianfranco Fini, Umberto Bossi, Fausto Bertinotti si presentarono da capilista in tutte e cinque le circoscrizioni. Pure Fini andò molto vicino a un’affermazione clamorosa contro Berlusconi e fu sconfitto con margine ridotto: circa 50 mila preferenze sia al Centro che al Sud. Persino all’interno dei partiti si scatenò una campagna senza quartiere tra candidati (dentro Alleanza Nazionale, ad esempio, Gianni Alemanno ottenne lo scalpo di Maurizio Gasparri (280 mila a 203 mila). Risultati significativi solo a Roma. Battaglie personali, di lista o di corrente del tutto ininfluenti per il Parlamento europeo: Berlusconi, Bossi, Fini, Alemanno, Gasparri hanno ovviamente rinunciato all’elezione. D’Alema invece fu parlamentare europeo per poco più di un anno e mezzo: da luglio 2004 ad aprile 2006. Come lui, anche Pier Luigi Bersani: eletto in Italia Nord-occidentale con 343 mila preferenze, entrò e uscì da Strasburgo esattamente lo stesso giorno del leader dei Ds; un anno e mezzo di parentesi europea prima di tornare alla Camera dei deputati (e alla poltrona di ministro dello Sviluppo economico nel governo Prodi). Pure Bertinotti, leader di Rifondazione comunista, rientrò in Italia nel 2006 (e fu eletto presidente della Camera).
Nelle liste di Uniti nell’Ulivo quell’anno corse anche Michele Santoro, una delle candidature “di bandiera”: anche il giornalista ottenne un risultato notevolissimo (oltre 200 mila preferenze), ma resistette lontano dalla televisione non più di un anno, poi si dimise e tornò in Italia per condurre Rockpolitik con Adriano Celentano.
(da ilfattoquotidiano.it)

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