Destra di Popolo.net

LA FUGA DALLA REALTA’ DI GIORGIA MELONI

Giugno 26th, 2024 Riccardo Fucile

IL RISULTATO NELLE CITTA’ CONFERMA I LIMITI DI FRATELLI D’ITALIA

Rimozione aritmetica, trucchetti di distrazione di massa e impuntature del tipo: perdo, allora mi porto il via il pallone, basta ballottaggi. Il giorno dopo le amministrative dentro Fratelli d’Italia i più realisti le leggono à la Bersani d’antan (“abbiamo non vinto”), il resto del partito – i vertici – sembra preferire fuggire dalla realtà. Giorgia Meloni di prima mattina con un video sui social parla di autonomia differenziata. E alla fine infila due frasi abbastanza impegnative: “Pensate che alla Camera dei deputati una parlamentare dei 5 stelle ha evocato per noi Piazzale Loreto. In pratica io dovrei essere massacrata e appesa a testa in giù”. E ancora: “Dalle opposizioni toni irresponsabili da guerra civile”. La fine del fascismo e gli anni di piombo. Nemmeno una parolina su Bari, Firenze e Perugia.
Tutto rientra in un film già visto nella decennale storia di Fratelli d’Italia. Si può chiamare michettismo, dal carneade Enrico scelto per il Campidoglio. Ovvero la sindrome del candidato sbagliato che non allarga la coalizione, che ha un retrogusto esotico, che viene imposto alla coalizione o che viene accettato dal primo partito d’Italia. Il candidato mapo. “Va sicuramente fatta una riflessione su come incidere nei grandi centri, visto che governiamo il paese e le zone fuori dalle città, diciamo per semplicità le province”, dice Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera, tra i fondatori del partito e voce libera, ma non eretica, di Via della Scrofa. Dunque dopo Michetti a Roma, Truzzu (detto Trux) in Sardegna, adesso un tedesco già direttore degli Uffizi a Firenze, un consigliere comunale della Lega a Bari, un’assessora uscente di FdI a Perugia dove per dieci anni aveva governato un agile moderato di Forza Italia stimato anche a sinistra, e così via. Sconfitta assicurata.
La classe dirigente, il partito chiuso a doppia mandata, la gestione famigliare, la difficoltà di spalancare le finestre a chi proviene da differenti culture politiche (“mi posso fidare?”, è il tormentone della leader). Una storia che si ripete nonostante il partito abbia toccato, grazie alla candidatura di Meloni come capolista, il 28,8 per cento alle ultime europee. Tuttavia questi sono argomenti tabù. Di cui nessuno parla. Meglio fuggire dalla realtà. Ieri prima di aprire i social per ascoltare il duro e forse esagerato sfogo della premier, bastava aprire il Corriere della Sera. Intervista a Giovanni Donzelli, capo dell’organizzazione di FdI e regista del ko fiorentino. Testuale: “Il centrodestra ha strappato quattro capoluoghi di provincia al centrosinistra, mentre il centrosinistra soltanto tre. Quindi alla fine il centrodestra aumenta i capoluoghi amministrati e il centrosinistra ne perde uno”. Per Donzelli le amministrative hanno confermato “una crescita importante” del partito. A dire il vero i capoluoghi andati al voto erano 29 di cui tredici guidati dalla sinistra e 12 dalla destra. Ora 17 sono guidati dalla sinistra e dieci dalla destra.
Per fuggire dalla realtà ci si può anche attaccare, a spoglio appena terminato e poco fortunato, alle regole che non funzionano, che vanno cambiate, senza interrogarsi su come aumentare, allargare ed essere attrattivi. Le parole della seconda carica dello stato Ignazio La Russa e big della real casa sui ballottaggi da eliminare se un candidato al primo turno supera il 40 per cento vanno in questa direzione. Un ragionamento dal tempismo non proprio felice, quasi ritorsivo per una logica di causa effetto. E che sembra rientrare nell’alveo della reazione muscolare ed emotiva più che in quello della politica e dell’analisi. Senza ragionare sul perché il partito della nazione, che punta e benedice il ritrovato bipolarismo, non riesca a imbroccare il nome giusto nelle città che contano. E non c’entrano la ztl e l’amichettismo de sinistra. Dunque Meloni cita Piazza Loreto e il clima da guerra civile, Donzelli dichiara che è stato un successo, La Russa vuole abolire i ballottaggi. Gli altri, questa è la parola d’ordine, restano in silenzio. Acquattati. A crogiolarsi al sole della leader. La quale, chissà se sempre per il solito discorso di non toccare l’esistente, fa sapere che non ha intenzione di varare un rimpasto. L’opportunità potrebbe presentarsi con la nomina di Raffaele Fitto a commissario europeo. Il super ministro lascerebbe deleghe pesanti (Affari europei, Pnrr, Coesione e Sud) che la premier non sembra intenzionata a spacchettare con altri ministeri. Al massimo nominando un sottosegretario a Palazzo Chigi (da seguire la deputata Ylenja Lucaselli) da inserire fra l’asse Mantovano-Fazzolari. Dettagli quasi secondari davanti all’accelerazione sui “Top jobs” avvenuta ieri. Meloni dopo averla scongiurata l’ha subita, gli è stata comunicata al telefono dal premier greco, e mediatore per il Ppe, Mitsotakis. Non l’ha presa benissimo. Andrà a Bruxelles per cercare di incassare almeno un portafoglio di prestigio per il suo commissario, anche se nel frattempo, mossa dalla rabbia, sta valutando l’astensione in Consiglio europeo.
(da ilfoglio.it)

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IL MINISTRO DEGLI ULTRA’: DA DIABOLIK A LUCCI

Giugno 26th, 2024 Riccardo Fucile

LOLLOBRIGIDA, SIGNORELLI, SALVINI E IL FASCINO DI DIABOLIK

Piscitelli voleva incontrare il leader leghista. Lo ha avvicinato a Pescara a maggio 2019. Un evento di cui parla con Signorelli, l’ex portavoce di Lollobrigida dimessosi dopo la pubblicazione delle chat antisemite con il narcos. Alle nostre domande sull’incontro, lo staff del ministro dei Trasporti ha fatto sapere che Salvini non lo ha mai conosciuto, non si è accorto della foto e che non è intervenuto sui funerali
Nove maggio 2019. Alla guida dell’esecutivo c’è Giuseppe Conte e al ministero dell’Interno c’è Matteo Salvini che ha sottoscritto un patto con il M5s per il governo del paese. Manca poco alle elezioni europee e il leader leghista, che da ministro ferma navi con disperati a bordo, è in modalità trottola, gira sagre, feste di paese, incontra gente, scatta selfie e stringe mani. In mezzo a selfie e mani c’è un incrocio inconsapevole.
Sotto al palco in terra abruzzese, in mezzo a simpatizzanti ed elettori, c’è Fabrizio Piscitelli, di mestiere narcotrafficante e, quando gioca l’amata Lazio, anche ultrà, leader degli irriducibili, miscela di passione, ma anche di violenza, spaccio ed estremismo nero. Che ci fa Piscitelli lì sotto in attesa del ministro dell’Interno?
La sua presenza emerge dalla chat tra Paolo Signorelli, nipote dell’omonimo fondatore di ordine nuovo, e Diabolik. La pubblicazione di un estratto di quella chat, con odio contro gli ebrei e felicitazioni per l’assoluzione di un criminale del calibro di Elvis Demce, ha costretto nei giorni scorsi Signorelli alle dimissioni da portavoce del ministro Francesco Lollobrigida, che ha salutato il suo addio ricordando che lui ogni settimana si reca in chiesa. A leggere quella chat sputano elementi inediti, che Domani può rivelare. Partiamo dal viaggio di Diabolik a Montesilvano.
Cosa era successo nei mesi precedenti? Nel dicembre 2018 Matteo Salvini, allora ministro dell’Interno, decide di celebrare i 50 anni del tifo rossonero e in una foto viene immortalato con Luca Lucci, uno degli ultrà del Milan. Lucci aveva precedenti per droga ed era stato protagonista di un’aggressione a un tifoso dell’Inter, Virgilio Motta, al quale con un pugno Lucci aveva spappolato un occhio.
Era il 2009 e Motta, padre di una bimba e persona perbene, si è suicidato tre anni dopo. Salvini giustifica quella foto prima ricordando che in curva ci sono «molte brave persone, magari qualcuno con problemi in passato», poi cambia rotta e spiega: «Era la prima volta che lo incontravo, ogni giorno faccio foto con centinaia di persone, ovviamente non chiedo alle centinaia di persone che mi fermano a feste, incontri, cene o in strada, il certificato penale».
Caso chiuso. Ma Piscitelli, leader indiscusso degli irriducibili della Lazio e amico di Lucci, coglie l’occasione per un invito pubblico al ministro: «Magari lo potessimo incontrare, gli potremmo raccontare tutte le problematicità che incontriamo e tutta la repressione che subiamo qui a Roma da anni, quale nessuna altra curva ultras. Però che sia chiaro anche qui sarebbe in mezzo a pregiudicati e indagati», dichiara Piscitelli che chiede l’abolizione dei Daspo, i provvedimenti che servono a tenere i violenti fuori dagli stadi.
LA GITA A PESCARA
Il narco-ultrà Piscitelli non demorde e il nove maggio segna nella sua agenda due appunti: Pescara e Nano, parola quest’ultima accompagnata da cifre e conti (forse un riferimento agli affari con Arben Zogu, trafficante e ultrà, ribattezzato così dagli amici). Ma perché Pescara? Per capirlo bisogna leggere la chat tra Signorelli e Diabolik e tornare a quel nove maggio. Piscitelli manda una foto di Salvini a pochi metri da lui mentre l’allora ministro, ignaro dello scatto, salutava i presenti.
Un’altra, invece, è di Salvini, ancor più vicino, che stringe una mano con Diabolik che immortala il momento. Signorelli scrive: «Ma Salvini», e poi un altro messaggio: «Sta con te?». Diabolik risponde: «Sì», e qualche decina di minuti dopo continua: «Andato via». Quella sera Salvini aveva individuato il nuovo pericolo per l’Europa: «Vi chiedo una mano per andare a battagliare a Bruxelles, per evitare di lasciare ai nostri figli un futuro da califfato islamico». A sostenerlo c’era anche il narco-ultrà.
Nella chat tra Piscitelli e Signorelli si parlava diffusamente anche di musulmani e Islam, l’odio era il tono prevalente delle loro conversazioni.
I FUNERALI
Tre mesi dopo Piscitelli viene ucciso, il 7 agosto 2019, da un colpo di pistola alla nuca nel territorio del boss Michele Senese, il capo clan che aveva battezzato al crimine Diabolik, spesso chi benedice si preoccupa anche di maledire. In quelle ore si registra l’unico intervento del ministro dell’Interno. «Nessun criminale può sperare nell’impunità. Sono convinto che la professionalità di forze dell’ordine e inquirenti risolveranno il caso», dice Salvini.
Al tribunale di Roma è in corso il processo a carico del presunto killer, Esteban Calderon, ma sui mandanti siamo ancora alla fase delle indagini preliminari. Proprio nel dibattimento sono stati depositati i telefoni di Diabolik e al centro di una contesa giuridica sull’utilizzabilità delle chat. Ma che succede dopo l’uccisione di Piscitelli?
Il questore di Roma, Carmine Esposito, dispone i funerali privati da celebrarsi alle sei del mattino, ma la famiglia del narco-ultrà si oppone. In quei giorni intervengono, come già raccontato da Domani, l’allora capogruppo di Fdi, Francesco Lollobrigida, chiedendo funerali pubblici e con un commento, sotto un post di Ginevra Piscitelli, l’allora senatrice Isabella Rauti, oggi sottosegretaria alla Difesa, per esprimere solidarietà umana alla figlia del boss.
E Salvini, il ministro dell’Interno che fermava le navi con i disperati a bordo? Niente, i familiari di Diabolik scrivono anche a lui senza ricevere risposta, ma riescono a ottenere due incontri in questura e alla fine lo svolgimento di funerali pubblici che si trasformano in una celebrazione del narco-ultrà con fumogeni e saluti romani.
Dallo staff dell’attuale vicepremier hanno spiegato che il ministro non ha mai conosciuto Diabolik, non si è mai accorto di alcuna fotografia, non è mai intervenuto sui funerali. I funerali dell’irriducibile al quale ha partecipato anche Luca Lucci, quello dell’occhio spappolato e dello scatto con Salvini.
(da editorialedomani.it)

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“NON È CHE QUANDO SI PERDE SI ABOLISCONO LE ELEZIONI. NON SI PUÒ SCAPPARE COL PALLONE IN MANO”: LA SCHLEIN FULMINA LA TRIMURTI MELONI-SALVINI-TAJANI CHE DOPO IL TRACOLLO ALLE AMMININISTRATIVE ACCELERA PER CAMBIARE LE REGOLE DEI BALLOTTAGGI

Giugno 26th, 2024 Riccardo Fucile

LA LEGA PREPARA IL BLITZ GIÀ IN ESTATE – SI GUARDA AL MODELLO SICILIANO (PER VINCERE BASTA SCAVALLARE IL 40% AL PRIMO TURNO) – IL CENTROSINISTRA ANNUNCIA LE BARRICATE

A destra c’è grande fretta: le regole dei ballottaggi vanno cambiate. A stretto giro. Dalla Lega, a FI, a FdI, tutta la narrazione intorno alla sconfitta alle ultime amministrative, ruota attorno a questa tesi: colpa del doppio turno. Versione ingentilita con la teoria che il ballottaggio abbassi ancora l’asticella dell’affluenza (ma è quasi fisiologico: al primo turno ci sono centinaia di candidati consiglieri, trainati dalle preferenze). L’intesa di massima, fra i 3 soci di maggioranza, di fatto c’è già. Tocca solo trovare il “veicolo” legislativo buono per il blitz.
La Lega è in pressing . Dentro al partito di Salvini, c’è chi spinge per porre la questione in Cdm il prima possibile. Addirittura entro l’estate. «Per evitare – riferiva ieri in Transatlantico un big di via Bellerio – che si proceda con le elezioni provinciali di secondo livello, che poi andrebbero annullate». Nella Lega, c’è chi vorrebbe un decreto subito, prima della pausa estiva delle Camere. In modo da convertire il testo per fine settembre.
Anche FI non sembra più avere riserve sul punto. Lo hanno fatto capire ieri due big come Maurizio Gasparri, capogruppo al Senato, e Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera. «È legittimo riflettere sul tema, in Sicilia e nel Friuli hanno cambiato la legge elettorale da tempo». Proprio il modello isolano è quello che fa breccia a destra: perché per evitare il ballottaggio, storicamente favorevole al centrosinistra, basta scavallare il 40% al primo giro.
Anche per la Lega lo schema deve essere quello: «Si potrebbe partire dal modello di legge elettorale in uso in Sicilia per le comunali», insisteva ieri mattina alla Camera il deputato salviniano Nino Minardo, presidente della Commissione Difesa di Montecitorio. I governatori leghisti del Nord sono già schierati: «Il meccanismo è da rivedere, alimenta la disaffezione», incalza il presidente della Lombardia, Attilio Fontana.
Dentro FdI, che per primo ha rilanciato il tema, a urne appena chiuse, col presidente del Senato, Ignazio La Russa, per ora provano a stemperare un po’ i toni. Anche se la linea è stata confermata dal braccio destro di Giorgia Meloni nel partito, Giovanni Donzelli.
Anche se tra i Fratelli serpeggia un sospetto: che la Lega possa approfittarne per infilare nel decreto il terzo mandato, questione che Meloni considera invece chiusa.
L’opposizione intanto prepara le «barricate», per dirla col dem Alessandro Alfieri, piuttosto preoccupato, insieme ai colleghi Dario Parrini, Francesco Boccia e Alessandro Zan. Anche Avs e Azione temono un intervento scomposto della maggioranza. Per la leader dei democratici, Elly Schlein, «non è che quando si perde si aboliscono le elezioni. Non si può scappare col pallone in mano».
(da repubblica.it)

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MARINA BERLUSCONI SCENDE IN CAMPO: CON LA SCUSA DI PRESENTARE LA NUOVA CASA EDITRICE INTITOLATA A SUO PADRE SILVIO, RIFILA UNO SGANASSONE ALLA MELONI SUI DIRITTI CIVILI

Giugno 26th, 2024 Riccardo Fucile

“PERSONALMENTE NON SONO D’ACCORDO CON LA LINEA DEL GOVERNO. SE PARLIAMO DI ABORTO, FINE VITA O DIRITTI LGBTQ, MI SENTO PIÙ IN SINTONIA CON LA SINISTRA DI BUON SENSO. PERCHÉ OGNUNO DEVE ESSERE LIBERO DI SCEGLIERE” … “IL SUCCESSO ALLE EUROPEE DI MOVIMENTI CON IDEE ANTIDEMOCRATICHE NON PUÒ NON ALLARMARE”

«Si chiamerà Silvio Berlusconi Editore e avrà un’unica parola d’ordine: libertà. Non sarà solo un omaggio a mio padre, ma un progetto editoriale che vuole dare più forza al pensiero liberale e democratico, contro ogni forma di totalitarismo, nel nome di quella libertà che finisce solo dove comincia quella altrui».
Marina Berlusconi, presidente della Mondadori, scandisce le parole, mentre racconta la nuova iniziativa lanciata ieri dal gruppo. E declina la parola «libertà» in modo che forse qualcuno potrà considerare sorprendente: lanciando l’allarme sul crescente successo dei movimenti estremisti in Europa, mentre aumentano le incertezze collegate al voto negli Stati Uniti.
E sullo sfondo, un Occidente che mette sempre più in discussione se stesso e i propri valori. L’Italia, comunque, è al sicuro da qualsiasi presunta emergenza democratica, anche se sui diritti civili Marina Berlusconi ha un punto di vista che forse non ci si aspetterebbe: «Ognuno deve essere libero di fare le sue scelte».
Un lancio di una casa editrice che potrebbe dare luogo alla domanda di sempre: assomiglia a una sua discesa in campo…
«Anche la risposta è sempre la stessa: no. Assolutamente no, né oggi, né in futuro».
Il nome della casa editrice è lo stesso di quella Silvio Berlusconi Editore che negli anni 90 pubblicò alcuni classici, da Erasmo da Rotterdam fino a Karl Marx.
«Oggi però nasce una casa editrice tutta nuova», dice «che ruoterà attorno a un solo, grande tema: parlare di libertà è tornato terribilmente attuale».
La libertà, una campagna delle opposizioni…
«Ma no, è una riflessione che va ben oltre la dialettica tra governo e opposizioni. Mi sto riferendo a un problema più ampio, che riguarda la nostra civiltà e i nostri valori. In quasi 80 anni di pace abbiamo avuto la fortuna di poter considerare la libertà una conquista acquisita. Non è più così. Due guerre dilaniano i confini dell’Europa, mentre si sta coalizzando un inquietante fronte antioccidentale, dalla Russia alla Cina. Ma dobbiamo fare i conti anche con un nemico interno, non meno insidioso».
Il suo pessimismo è preoccupante…
«Beh, il successo alle Europee di movimenti con idee antidemocratiche non può non allarmare. Le preoccupazioni sulle conseguenze del prossimo voto negli Stati Uniti aumentano».
A cosa si riferisce, a Biden, Trump?
«Il problema di fondo è che il nostro mondo, l’Occidente, sta vivendo una terribile crisi d’identità. Guardi a quel che succede nelle piazze, nelle università… Si protesta a favore di Hamas, ma dietro si legge un disprezzo profondo verso l’Occidente. Guardi a quella sorta di malattia autoimmune chiamata cancel culture, secondo cui tutto quello che la nostra civiltà ha costruito è da buttare. Cosa c’è di più preoccupante di una grande cultura che rinnega se stessa?»
D’accordo, converrà però che questa casa editrice in molti penseranno possa fare perlomeno da laboratorio di idee per Forza Italia e per la destra di governo, fare politica…
«Se intende che vogliamo tirare la volata a questo o quel partito, scegliere una precisa militanza, rispondo mille volte no. Se per politica si intende invece l’attaccamento a valori come libertà e democrazia, è un altro discorso».
Sì ma…
«Più di tante parole credo basti citare i primi titoli individuati dai professionisti del gruppo Mondadori. Debutteremo a settembre con “On leadership” di Tony Blair e con due grandi classici come Voltaire e Furet. Più avanti avremo Ernesto Galli della Loggia e Walter Siti. Porteremo in Italia anche il manifesto antiputiniano di Alexander Baunov. Le pare un programma editoriale da Minculpop?».
Non sarà militante, ma sembra un tassello della lunga marcia per la conquista, da parte conservatrice, dell’egemonia culturale.
«Né la missione del gruppo Mondadori, né tantomeno della nuova casa editrice, che avrà una selezione ristretta di titoli, ma di indiscutibile qualità, è quella di mirare a qualche forma di egemonia culturale. Il nostro mestiere è pubblicare libri ben fatti, che incontrino l’interesse dei lettori e diano voce alle istanze della società».
Dicono tutti così…
«Noi lo facciamo. La Silvio Berlusconi Editore, come le altre nostre case editrici, godrà della massima autonomia e sarà un laboratorio di idee totalmente aperto: la libertà può essere raccontata e definita in molti modi diversi. A noi interessano tutti».
Insisto. Suo padre è stato uno degli uomini politici più importanti nella storia del Paese. La scelta del suo nome dà inevitabilmente a questa iniziativa una connotazione precisa.
«E quale nome migliore per una casa editrice che vuol parlare di libertà? Mio padre ha sempre combattuto per la libertà. È stata il mezzo e il fine di tutto il suo agire. Tutto quello che ha costruito, lo ha costruito utilizzando le vie della libertà e realizzando conquiste che di libertà si nutrivano. Come politico e come imprenditore. Pensi alla tv commerciale, a quello che ha rappresentato nella crescita del pluralismo…».
Una cosa è la tv commerciale, un’altra è una casa editrice che porta il suo nome…
«Allora pensi al suo modo di essere editore. Mondadori fa capo alla mia famiglia ormai da 33 anni, qualcuno potrebbe sostenere che non siamo editori liberali? Poi, lo so, ci sarà sempre chi continuerà a chiederci le analisi del sangue… Ma per questi signori le opinioni, naturalmente le loro, conteranno sempre più dei fatti».
Libertà che lei, mi pare, vede messa in dubbio anche dal voto europeo con questa ondata di destra che in alcuni Paesi come la Germania è destra estrema…
«Penso che a Bruxelles si debba fare una riflessione molto profonda. Dietro il diffondersi di certe simpatie antidemocratiche c’è anche una crescente insofferenza, quasi una rabbia, verso l’Europa del troppo controllo, del dirigismo, della burocrazia. La risposta però non può certo essere quella di rinchiudersi nei propri confini. Al contrario, serve un’Europa più forte e più coesa, capace di far percepire alle persone tutti i benefici di una vera unità. Senza ambiguità su valori come libertà e democrazia, a cominciare dal sostegno all’Ucraina. Insomma, l’Europa può essere la nostra salvezza, oppure, attenzione, la nostra rovina».
E la destra italiana? Anche da noi c’è chi grida all’emergenza democratica…
«Io proprio non la vedo. Questo governo ha sempre rispettato pienamente le regole della democrazia e in politica estera ha mantenuto la barra dritta su posizioni europeiste e filoatlantiche. Poi, per carità, ci sono anche temi su cui si può essere più o meno d’accordo…».
Abbiamo sentito bene? Meno d’accordo con il governo su cosa?
«Personalmente, ad esempio, sui diritti civili. Se parliamo di aborto, fine vita o diritti Lgbtq, mi sento più in sintonia con la sinistra di buon senso. Perché ognuno deve essere libero di scegliere. Anche qui, vede, si torna alla questione di fondo, quella su cui non credo si possa arretrare di un millimetro: la questione della libertà».
(da agenzie)

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NOMINE UE, L’ACCORDO ESCLUDE GIORGIA MELONI: “VOGLIONO ANDARE AVANTI SENZA DI NOI”. E LO CREDO, FANNO BENE

Giugno 26th, 2024 Riccardo Fucile

“VOGLIONO ANDARE AVANTI SENZA L’ITALIA”: NO, SENZA DI LEI CHE NON RAPPRESENTA LA MAGGIORANZA DEGLI ITALIANI

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è pronta ad astenersi nel voto per la prossima Commissione Europea. Il segnale può arrivare al prossimo Consiglio Europeo, in programma per domani 27 giugno. E potrebbe arrivare anche in caso di nomina del suo fedelissimo Raffaele Fitto a vicepresidente con delega al Pnrr.
Una decisione di questo tipo costituirebbe una rottura rispetto alla tradizione, visto che di solito in questi casi in Ue si procede con il consenso unanime dei vertici. E dipende dalle notizie di ieri. Ovvero quelle che volevano raggiunto l’accordo sui tre nomi ai vertici delle istituzioni europee: Ursula von der Leyen confermata alla guida dell’esecutivo Ue, l’ex premier socialista portoghese Antonio Costa alla guida del Consiglio e il liberale Kaja Kallas Alto rappresentante per la politica estera.
La rabbia di Giorgia
Anche Roberta Metsola va verso la conferma come presidente dell’Europarlamento, ma solo per metà mandato. Si tratta dell’accordo che ballava già dalla settimana scorsa. E che aveva causato le accuse di mancanza di rispetto da parte della premier italiana. In pubblico Meloni aveva chiesto un cambio di passo. In privato, svelano oggi i retroscena come quello del Corriere della Sera, la presidente del consiglio italiana è furiosa: «Potevano aspettare il vertice che si apre domani per ufficializzare la decisione, potevano avere più rispetto per un Paese fondatore dell’Unione, hanno deciso di andare avanti senza di noi, a questo punto nulla è più scontato, nemmeno il sostegno parlamentare del gruppo Ecr a un secondo mandato di Ursula von der Leyen».
La premier ce l’ha anche con Elly Schlein, che ha osteggiato l’entrata del suo gruppo in maggioranza: «È una follia antipatriottica». Anche se pare difficile vedere Meloni che dice sì a Sinistra Italiana nel governo dell’Ue perché Ilaria Salis è nata a Monza.
La rottura in arrivo
In questo clima potrebbe persino saltare la vicepresidenza per Fitto: «Non sappiamo assolutamente nulla, e anche che alla fine sia Fitto il nostro candidato è qualcosa da maneggiare con le molle, perché al momento manca qualsiasi informazione necessaria per valutare sino in fondo l’intero dossier». E le parole che escono da Palazzo Chigi sembrano l’anticamera di una dichiarazione di guerra: «C’è il rischio, visto il metodo che hanno scelto, che arrivino delle sorprese clamorose, per quanto ci riguarda può anche saltare tutto e accadere che un’intera classe dirigente delegittimata dal voto, che pensa di continuare a dettare l’agenda, vada a casa». Le variabili sono tante. Si va dal fare buon viso a cattivo gioco al prendere una strada esplicita di rottura.
I conti della serva
D’altro canto all’Europarlamento la maggioranza che si va configurando (Popolari, Socialisti, Liberali) conta ufficialmente 399 voti. Ne bastano 361 su 720 per avere la maggioranza. Ma i franchi tiratori sono sempre in agguato e quei voti potrebbero non bastare. Per questo Ursula puntava su Giorgia. Ma i socialisti, comprensibilmente, troverebbero difficile accettare l’appoggio dell’estrema destra dopo aver fatto campagna elettorale contro il pericolo per mesi. Per questo guardano invece ai Verdi. Von der Leyen avrebbe comunque chiamato Meloni ieri pomeriggio. Annunciandogli che i negoziatori alla fine hanno accettato la vicepresidenza simbolica per l’Italia. Ma questo non è bastato a convincere Giorgia. Per ora.
(da agenzie)

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IL TALENTO DEL GOVERNO MELONI NEL NON RISPONDERE MAI A UNA DOMANDA

Giugno 26th, 2024 Riccardo Fucile

L’ARTE DI PARLARE D’ALTRO

Molti anni fa, Beniamino Placido citò in uno dei suoi inarrivabili articoli la regola aurea del tressette: tornare al colore a cui il compagno di gioco ha chiamato, o bussato. «Lo dice anche il Chitarrella nel suo aureo manuale: Ubi buxatur, ibi tornatur».
Non credo che la compagine governativa conosca il Chitarrella, o forse non gioca proprio a tressette: perché, qualsiasi cosa si chieda loro, parlano d’altro, e dunque si può bussare quanto si vuole, ma non tornano mai. La presidente del Consiglio, per esempio, nega che ci sia mai stato un problema aborto, non nominato nel documento finale del G7. In un capolavoro di alta cucina linguistica che avrebbe suscitato le invidie di Hannibal Lecter, ha sopito e troncato per far sparire la parola stessa, aborto, ma nega che la questione sia stata divisiva e parla d’altro, per esempio della provocazione in aula di quelli che «dileggiano» consegnando un tricolore (sulle botte, invece, non torna, per quanto si bussi).
Il vero capolavoro, però, è quello del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano: interpellato sulle famigerate chat con criminale di Paolo Signorelli, portavoce di Francesco Lollobrigida, non solo non risponde ma annuncia di voler dettare lui l’agenda. «Non ho sentito una parola sui gulag o sui Khmer rossi. Nell’aprile 1975, i Khmer rossi iniziano un vero e proprio genocidio su due milioni di individui massacrati in nome del comunismo. A dettare l’agenda delle notizie voglio essere io. Per me, la notizia di oggi è il massacro di queste persone, a cui noi dobbiamo dedicare la nostra memoria». Va bene, Sangiuliano ha letto George Lakoff, il professore di linguistica a Berkeley che nel 2004, in “Non pensare all’elefante!”, sosteneva che, ogni volta che parliamo, le nostre parole riflettono come vediamo il mondo, e la nostra visione si chiama framing. Se rispondiamo al frame del nostro antagonista politico, gli facciamo un regalo gigantesco: è il suo quello che passerà. Lakoff ha ragione, ma c’è un limite. Perché nel giorno in cui Sangiuliano ha tirato fuori i Khmer rossi non c’era nessun anniversario da onorare, per esempio. E perché magari dovrebbe aggiornare la sua biblioteca con un paio di libri sul tema pubblicati da case editrici sicuramente non di destra: “Centomila giornate di preghiera”, graphic novel di Michael Sterckeman e Loo Hui Phang, uscita per Coconino Press, e “Il sorriso di Pol Pot” di Peter Fröberg Idling, pubblicato da Iperborea. Dettagli, dirà il ministro, che sicuramente alla prossima domanda scomoda dirà che bisogna parlare, che so, del fatto che secondo Pellegrino Artusi le frittate non si giravano, ma andavano servite cotte su un lato solo (il che avrebbe persino una certa pertinenza con il comportamento di questo governo).
Per questo, la cosa preziosa di oggi è “Sette sere” di Jorge Luis Borges, appena uscito per Adelphi a cura di Tommaso Scarano. Nell’ultimo testo, dedicato alla cecità, Borges cita un verso di Goethe: «Tutto ciò che è vicino si allontana». Intendevano, Borges e Goethe, che quando si fa sera le cose più vicine cominciano ad allontanarsi dai nostri occhi, come avviene in vecchiaia, o quando non si vede più. Per chi è in malafede, come i sopra citati, sarebbe un modo più elegante per non rispondere. Per tutti gli altri, è l’invito a guardare oltre e a sperare che il tempo degli inganni e degli svicolamenti cominci almeno ad allontanarsi.
(da lespresso.it)

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I SOVRANISTI, I BALLOTTAGGI E LA REGOLA DI BELZEBU’

Giugno 26th, 2024 Riccardo Fucile

MELONI E I SUOI VOGLIONO EVITARE DI PERDERE

Il doppio turno è il Gran Belzebù delle destre almeno dal 2010, da quando Silvio Berlusconi incontrava Nicolas Sarkozy e prometteva l’importazione in Italia dell’elezione diretta del Presidente specificando: copieremo quel modello ma non tutto, noi pensiamo a un turno unico. Adesso che il turno secco viene rilanciato pure per l’elezione dei sindaci da autorevoli fonti – il presidente del Senato Ignazio La Russa, il capo dell’organizzazione di FdI Giovanni Donzelli, il capogruppo leghista Massimiliano Romeo – due sono le linee di analisi possibili. La prima, minimalista: sono dichiarazioni consolatorie per l’elettorato della destra, un modo per attribuire il 7 a 5 nei capoluoghi non all’inefficacia delle candidature, non a una crisi locale di consenso, non a campagne così-così, ma al destino cinico e baro che vincola i sindaci alle regole di Belzebù.
Seconda versione, più politica: ai ballottaggi le coalizioni di destra hanno sempre faticato e adesso che hanno i numeri per farlo vorrebbero togliersi l’impiccio. Senza la regola di Belzebù il 7 a 5 a favore delle sinistre registrato ieri cambierebbe di segno, perché almeno a Campobasso e Potenza i due candidati della destra sarebbero passati già l’8 giugno, visto il loro primo posto e la quota superiore al 40 per cento.
L’opzione consolatoria ha una sua logica. Qualcosa si deve pur dire all’elettorato di destra che a ogni tornata di amministrative si trova a piangere sul latte versato di candidature infruttuose.
È ancora vivo lo choc del 2021, quando la coalizione perse Roma e Milano andando appresso all’ignoto conduttore radiofonico Enrico Michetti e al pediatra con la pistola Luca Bernardo. Il ravvedimento operoso delle classi dirigenti c’è stato – mai più candidati pescati dal cilindro, mai più quisque de populo promossi a protagonisti – ma è percorso lento e impervio.
In un mondo perfetto chi guida il vapore direbbe: dateci tempo, abbiamo cominciato appena adesso a selezionare amministratori potabili al posto degli affabulatori, nelle grandi città è difficilissimo perché la rete degli interessi concreti è complicata. Ma i mondi perfetti non esistono e il Belzebù della legge elettorale torna comodo per giustificare performance deludenti, anche a dispetto di quelli di destra che ce l’hanno fatta e sono controprova del fatto che il candidato giusto fa la differenza, vedi Adriana Poli Bortone: una combattente di antica stirpe, fra le prime donne ministro del nostro Paese, sindaca due volte con risultati plebiscitari e ora di nuovo vincitrice dopo un lungo embargo dovuto alle ruggini con Raffaele Fitto.
Ma ha un concreto fondamento anche l’altra possibilità, e cioè che la destra parli contro il doppio turno per una convinta ostilità ideologica alla formula (e il preciso progetto di cambiarla). Il ballottaggio è territorio d’elezione per le sinistre, sono loro ad averlo sempre cavalcato a livello locale e nazionale. Marciare divisi al primo giro – dove l’arcipelago delle sigle è sempre stato poco assimilabile – e unirsi al più forte (cioè al Pd) nella seconda tornata: un sogno progressista dai tempi di Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani fino a Walter Veltroni e Matteo Renzi. Doppio turno per tutto, per l’eventuale semi-presidenzialismo, per i collegi di Camera e Senato, e pure per le Regioni con ripetute iniziative di legge a livello locale e nazionale. Renzi, con l’Italicum, aveva convinto persino Berlusconi: la Corte Costituzionale poi affondò l’idea, ma non certo lo schema di riferimento. Il turno secco è di destra, il ballottaggio è di sinistra.
Il neo-bipolarismo introdotto dall’ultimo voto europeo, il “noi contro loro” che torna ad affermarsi ovunque rilancia questo tipo di contesa di principio. Semmai stupisce la nuova argomentazione introdotta a sostegno di una riforma che abbassi dal 50 al 40 per cento la soglia per essere eletti al primo turno. Dicono: al ballottaggio sono andati troppo pochi, un sindaco scelto così non rappresenta la volontà della maggioranza, è delegittimato. Ma occhio al ragionamento del diavolo. Il vecchio Belzebù potrebbe domandare: i 12 milioni di voti raccolti alle Politiche del 2022 dal centrodestra su 46 milioni di aventi diritto al voto sono abbastanza per dirsi campioni del popolo sovrano? E semmai arriverà l’elezione diretta del premier, qual è la soglia, il numero, la percentuale, a cui appendere vittoria e premio di maggioranza?
Quanto alla nostalgia dei bei tempi della corsa di massa ai seggi, anche lì un demonietto minore potrebbe sollevare obiezioni sull’incidenza del sistema elettorale. Ci fu un’epoca in cui le sfide nelle principali città furono trampolino di lancio di grandi personaggi e l’adesione popolare volò sull’onda di duelli omerici. Il match Fini-Rutelli del 1993 a Roma (78,7 per cento alle urne), l’Albertini-Fumagalli a Milano (71 per cento), il Guazzaloca-Bartolini a Bologna (78,8 per cento). E tuttavia in anni più recenti le nomenclature di partito hanno cominciato a guardare a quei trampolini come a un rischio: vai a vedere che salta su uno che poi ci leva luce, pretende, insidia i nostri ruoli. Si sono scelti saltatori minori, accettando il rischio dell’effetto camomilla. Con l’ovvio esito di un collasso di partecipazione dietro al quale, più che la coda sferzante del diavolo, si intravede una gran noia.
(da lastampa.it)

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I SOVRANISTI ALL’ATTACCO DEI BALLOTTAGGI: HANNO PAURA DEGLI ELETTORI

Giugno 26th, 2024 Riccardo Fucile

E’ UNO STRUMENTO CHE PERMETTE A CHI RIMANE IN LIZZA DI ALLARGARE LA COALIZIONE E AGLI ELETTORI DI DISPORRE DI UN VOTO DECISIVO

Gradualmente, con bassi e alti, impuntature e contraddizioni, giravolte e regressi, sembra che coloro che frequentano il “campo largo” abbiano finalmente appreso l’abc della politica: Avanzare Bene Coalizzandosi. Non tutti, per carità, hanno colto appieno l’insegnamento. Appesantito dal suo ego, qualcuno rilutta e aspetta, talvolta intralcia, ma la lezione è chiara e gli elettori sembrano apprezzarla. Non vogliono perdere quello che hanno (avuto) da buone amministrazioni di centro-sinistra. Vogliono ottenerlo quando le promesse di candidature adeguate e condivise appaiono preferibili rispetto alle prestazioni degli amministratori del centro-destra.
Azzardato è sostenere, come sull’onda dell’entusiasmo ha affermato Elly Schlein, che nel voto favorevole al centro-sinistra stanno anche la richiesta di più fondi alla sanità pubblica e la critica all’autonomia regionale (malamente) differenziata. Gli elettori, almeno la maggior parte di loro, ragionavano su tematiche locali, evidenti, urgenti, importanti, ma, certo anche il rumore di fondo di brutte riforme nazionali ha influito sul loro voto.
Non è forse inutile ricordare ai dirigenti del centro-sinistra che sulle tematiche più propriamente relative al governo nazionale, aggressione russa all’Ucraina e europeismo, le differenze fra loro restano, con parte degli elettori non disponibili a premiare potenziali governanti che non offrissero una visione convincente, condivisa e praticabile.
ASTENSIONE IN CRESCITA
Già, gli elettori. L’astensionismo che cresce si offre a molteplici interpretazioni, la meno accettabile delle quali mi pare il disagio. Piuttosto, a livello delle emozioni, porrei l’accento sull’indifferenza (l’uno o l’altra per me pari sono) e sull’alienazione (va male, andrà peggio, non ci posso fare niente). Non escludo i “soddisfatti” (comunque sì me la cavo abbastanza bene chiunque vinca). Il punto, però, è che, non solo il voto è «dovere civico» (art. 48 della Costituzione bellina), ma in democrazia è, più che auspicabile, raccomandabile che il maggior numero possibile di cittadini esprima le sue preferenze, sia coinvolta, partecipi. Se la partecipazione è un obiettivo di sinistra, allora dirigenti e attivisti del centro-sinistra dovrebbero dedicare molte più energie a raggiungere elettori fuoriusciti ed elettori mai entrati. La democrazia può funzionare anche con alti tassi di astensionismo, ma la sua qualità non sarà buona e le disuguaglianze rimarranno molte e alte, se non addirittura cresceranno.
Pur essendo per lo più vero che al secondo turno elettorale e al ballottaggio (non sono la stessa cosa) diminuiscono gli elettori, stabilire che per vincere la carica in palio sia sufficiente il 40 per cento dei voti (con il perdente magari al 39 per cento) non avrà nessun effetto sul tasso di astensione. Invece, avrebbe effetti negativi sulla legittimità e sulla rappresentatività del candidato vittorioso, proprio quella legittimità e rappresentatività che la maggioranza assoluta garantisce.
Qui il punto è che il ballottaggio è un ottimo strumento politico per i candidati rimasti in lizza e per gli elettori. I primi sono obbligati a cercare voti allargando lo schieramento che li sostiene e prefigurando la coalizione di governo. I secondi ottengono maggiori informazioni e sanno di disporre di un voto decisivo. Chi rinuncia a questa opportunità si assume la responsabilità dell’eventuale elezione del candidato meno gradito. Chi vota al secondo turno ha preferenze più intense e esprime maggiore impegno politico.
Il presidente del Senato Ignazio La Russa e i leghisti firmatari del disegno di legge (però, che cattivo gusto presentarlo sull’onda di una sconfitta!) che chiamerò “40 per cento ebbasta”, hanno paura di questi elettori? E, forse, stanno anche prefigurando una inaccettabile soglia per l’elezione popolare diretta del presidente del Consiglio? No, grazie.
(da editorialedomani.it)

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MANIFESTI FILORUSSI DA VERONA A DONETSK: LA MANO DELLA PROPAGANDA PUTINIANA DIETRO L’INIZIATIVA

Giugno 26th, 2024 Riccardo Fucile

AUTORI DELL’AFFISSIONE UNA SIGLA FONDATA DA ESPONENTI DI FORZA NUOVA ED EX LEGHISTI

Verona chiama, Donetsk risponde. E così il manifesto pro-Russia affisso nella città scaligera diventa un manifesto pro-Italia nella città dell’Ucraina orientale contesa ma annessa di fatto dalla Russia nel 2022. “Il popolo italiano non è il mio nemico”, è la scritta apparsa per le strade di Donetsk. “La Russia NON è il mio nemico” è il testo rimbalzato nelle stesse ore a Verona. Autori della doppia campagna di affissione – sui manifesti compare l’immagine di due mani che si stringono, una col tricolore italiano e l’altra con i colori della Federazione Russa, blu, rosso e bianco – sono i militanti dell’associazione “Verona per la libertà” (insieme a “Sindacato libero” e associazione “Veneto-Russia”).
La sigla fondata da Fn
Si tratta di una sigla fondata da dirigenti di Forza Nuova ed ex leghisti e nata per protesta contro il green pass. Poi, dopo la fine della pandemia, “Verona per la libertà” si è buttata sul conflitto Russia-Ucraina prendendo le difese di Mosca e organizzando eventi e manifestazioni a favore del popolo russo. L’ultimo affondo dei filoputiniani di estrema destra – negazionisti, no-vax, ultracattolici – è proprio la campagna affissioni. In principio, nei giorni scorsi, furono le accuse di finto pacifismo rivolte a “Verona per la libertà” da + Europa Verona. A stretto giro la replica dei filorussi capeggiati, tra gli altri, dal vicesegretario nazionale di Forza Nuova, e ultrà pluridaspato dell’Hellas Verona, Luca Castellini. Come? Con i manifesti. Prima a Donetsk, e appena dopo nella città di Giulietta. Stessa immagine delle due mani colorate e scritta leggermente diversa ma comunque con lo stesso significato: Italia e Russia non sono nemiche. Una retorica narrativa anti-Nato e anti europeista, come sono, del resto, i neofascisti di Forza Nuova e, in generale,.l’ultradestra italiana ed europea.
I filoputiniani
A chi l’aveva accusata di “prendersi gioco del dolore del popolo ucraino” e di essere “amica di un Paese guerrafondaio”, “Verona per la libertà” ha risposto con i manifesti che celebrano “l’unione tra i popoli” e “al di fuori degli interessi della Nato”. Chi e perché ha dato l’input alla decisione di far stampare i cartelloni esposti a Verona e a Donetsk? Dietro la campagna ci sarebbe, forse il condizionale è di troppo, la mano della propaganda russa. Che a Verona in questi due anni, e pure prima, ha fatto proseliti. Dell’associazione “Veneto-Russia” si è detto. Nel mondo dei filoputiniani veneti, oltre a esponenti di primo piano della.galassia nera, ci sono politici ed ex che alla Russia sono legati anche per motivi familiari. Vedi l’ex deputato veronese Vito Comencini, leghista ultracattolico, e il padovano Luciano Sandonà, già presidente della Prima commissione in consiglio regionale: entrambi sono sposati con donne russe.
Vicino alle scuole
Curiosità: a Verona uno dei tanti manifesti affissi si trova nel quartiere Borgo Roma, davanti a degli istituti scolastici, tra via Comacchio e via Giuliari. I maturandi ci sfilano di fronte, guardano le due mani intrecciate e buttano l’occhio sulla scritta in basso a sinistra: “Per info e segnalazioni scrivi a…”. Segue indirizzo di posta elettronica e account Ig e Fb di “Verona per la libertà”.
(da agenzie)

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