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LA NUOVA VILLA CON PISCINA DI GIORGIA MELONI: “MI SONO GIA’ TRASFERITA”

Giugno 27th, 2024 Riccardo Fucile

433 METRI QUADRI, 18 VANI, COSTATA 1,1 MILIONI DI EURO, PISCINA, BOX E GIARDINO

Il 30 marzo 2023 Giorgia Meloni ha firmato un preliminare di vendita per una villa da 1,1 milioni a Roma Sud. I proprietari Massimiliano e Serafino Scarozza hanno incassato una caparra di 300 mila euro. Patrizia Scurti, che ha firmato l’atto per la premier, si è impegnata per conto di Meloni a versare gli altri 800 mila euro dopo che i venditori avranno fatto opere per 359 mila euro. Tra cui una nuova piscina di 9 per 3,5 metri. I lavori sarebbero dovuti terminare entro il 30 settembre 2023. Ma sono in ritardo. Meloni però si è già trasferita, spiega oggi al Fatto Quotidiano, grazie a «un atto di immissione in possesso anticipato». E oggi Meloni risponde alle domande di Marco Lillo sulla vicenda.
Il trasloco
Due giorni fa il Catasto ha ricevuto la variazione post ristrutturazione: la villa avrà 18 vani e 433 metri quadri di estensione. Oltre alla piscina ci sarà un box di 29 metri quadri. La rendita sale da 3.762 a 4.369 euro. Poco prima delle elezioni europee la premier ha lasciato la casa del senatore di Fratelli d’Italia Giovanni Satta per trasferirsi nella villa. E spiega: «Ho avuto la disponibilità dell’immobile, limitatamente ad una parte del giardino e della abitazione, grazie ad un atto di immissione in possesso anticipato redatto sulla base della normativa civilistica applicabile che lei certamente conosce. Ho concordato con il promittente venditore di procedere in questo modo perché l’esecuzione dei lavori per avere l’immobile completo “chiavi in mano”, come lo desideravo, ha richiesto tempi maggiori di quelli originariamente previsti e così ho guadagnato qualche giorno prima del rogito per fare il trasloco».
La piscina è in regola?
Il contratto in ogni caso si chiuderà a breve, secondo la premier. Ovvero non appena verrà verificato l’esito dei lavori da parte del notaio. Il quotidiano chiede se la piscina presente nelle foto aeree della villa è ancora presente: «No, quella piscina non esiste più perché oggi c’è quella che il venditore si era impegnato a realizzare al momento del preliminare». Quella precedente, dice la premier, è stata demolita. Ma non sa da chi e quando: «Ma per tranquillizzarla posso dirle che non l’ho demolita io con un piccone. A me interessava solo comprare una casa in cui stare bene con mia figlia e che rispettasse ogni norma di legge». Meloni dice anche di non sapere perché nel capitolato dei lavori non è indicata la demolizione della vecchia piscina ma soltanto la costruzione della nuova. «Ma non ho ragione alcuna di ritenere che non sia regolare. Qualora ne avessi, avrei tutti gli strumenti di legge da attivare per far valere i miei diritti».
La polemica con il Fatto
Il Fatto poi chiede a Meloni come mai la scorta della premier si trovasse sia nella vecchia che nella nuova residenza. Lei replica che per un breve periodo la polizia ha deciso di presidiare entrambe le abitazioni. Poi fa una domanda a Lillo: «Ma lei come fa a sapere che per alcuni giorni ci sono stati due dispositivi di polizia, uno nella vecchia casa e uno nella nuova? La ha informata la polizia stessa? Oppure lei viene sotto casa mia ogni giorno? O, per caso, chiede a qualcuno di informarla su cosa accada sotto casa mia? E se così fosse, in cambio di cosa? Mi aspetto una risposta molto precisa su questo, perché la fattispecie che lei abbia una informazione così circostanziata che riguarda il luogo dove dimoro, mi permetta, è molto inquietante».
La replica
La replica di Lillo sul punto: «Per la seconda volta dopo 5 mesi, siamo passati davanti alla vecchia casa e proprio in quei giorni era in corso il suo trasloco. Nessuno dei suoi vicini ci informa. Men che meno a pagamento. Ci permettiamo due notazioni. 1) Il complesso di persecuzione stona in capo a chi nomina i vertici dei servizi segreti e delle forze di polizia. 2) Essendo anche lei giornalista (in aspettativa non retribuita al Secolo d’Italia) dovrebbe sapere che in democrazia le domande le fanno i giornalisti al premier, non il contrario».
(da Il Fatto Quotidiano)

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IL LEGALE DI ILARIA SALIS DISTRUGGE LA MACCHINA DEL FANGO SOVRANISTA: “L’OCCUPANTE ERA UN’ALTRA PERSONA, LA SIGNORA SALIS IN QUESTI ANNI HA ABITATO IN ALTRE ZONE ED E’ FACILMENTE DIMOSTRABILE”

Giugno 27th, 2024 Riccardo Fucile

“MOLTO GRAVE CHE ALER SOSTENGA LA TESI DEL DEBITO DI 90.000 EURO SENZA ALCUN ELEMENTO CHE LA COLLOCHI IN VIA BORSI 14, NON C’E’ MAI STATO ALCUN PROCEDIMENTO DI ALER, IN SEDE PENALE E CIVILE, CHE ABBIA ACCERTATO LA PRESUNTA OCCUPAZIONE, NON C’E’ MAI STATA ALCUNA RICHIESTA DI ALER DI 90.000 EURO, HANNO FORSE BISOGNO DI METTERE DELLE VOCI FITTIZIE A BILANCIO?” (SOVRANISTI, COMINCIATE A METTERE DA PARTE I SOLDINI PER LE QUERELE PER DIFFAMAZIONE)

Ilaria Salis ha davvero un debito da 90mila euro con l’Aler, l’Azienda regionale che gestisce le case popolari in Lombardia?
Uno dei suoi avvocati, il dottor Eugenio Losco, intervistato da Fanpage, ha chiarito la situazione. “Si tratta di un’indennità di occupazione senza titolo dal 2008 al 2024, ma non è stato fatto un accertamento su chi effettivamente occupasse realmente l’alloggio”
Avvocato Losco, Ilaria Salis ha mai avuto contratti con l’Aler?
Ilaria Salis non ha mai avuto un contratto con l’alloggio di via Borsi 14. Nel 2008 è stato fatto un accertamento in cui avrebbero trovato la signora Salis all’interno di questo appartamento, almeno stando a quanto scritto dai giornali. Non risulta nessun altro accertamento fino al 2024 su chi ci fosse in quell’immobile, anzi, gli stessi quotidiani che hanno dato la notizia del debito hanno anche detto che l’occupante era un’altra persona, non Salis.
Di cosa stiamo parlando allora? Com’è possibile che la signora Salis abbia un debito con Aler da 90mila euro?
Non si capisce proprio come sia stata contabilizzata questa cifra di 90 mila euro (che abbiamo saputo dai giornali, tra l’altro) nei confronti della signora Salis, soprattutto senza alcun elemento che la collochi in via Borsi 14, né che abbia abitato o occupato quell’immobile. È stata pubblicata una scheda dell’Aler, che non so sia ufficiale o a cosa si riferisca, in cui compare il nome di Salis. Non c’è nessuna sentenza, né in sede penale né in sede civile che ha accertato che ci sia stata un’occupazione senza titolo di Salis di quell’immobile in via Borsi 14, né sia mai pervenuta una richiesta da parte dell’Aler del pagamento di questa somma. Se non c’è un titolo la richiesta non può essere fatta.
Dove viveva Ilaria Salis quando era in Italia?
Sicuramente negli ultimi 16 mesi era in carcere in Ungheria quindi è impossibile che sia stata lei l’occupante di quell’immobile fino al 2024. So che abitava in altre zone, ha vissuto a Corvetto, per esempio.
Stando ad alcune verifiche svolte dall’Aler, Ilaria Salis è stata trovata, però, all’interno di quella casa sui Navigli.
Ma a prescindere che quel giorno ci sia stata o meno, non è sufficiente per dire che ha un debito nei confronti dell’Azienda regionale da 90mila euro. Bisogna porsi delle domande su come opera l’Aler e su come svolge i controlli. A che fine viene fatta la contabilizzazione? Perché viene fatta in questo modo? Hanno bisogno di mettere delle voci a bilancio?
(da Fanpage)

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“DA QUANDO SONO A BORDO DELL’HUMANITY 1 HO FINALMENTE RICOMINCIATO A DORMIRE SENZA PENSARE A PROTEGGERE I MIEI FIGLI”

Giugno 27th, 2024 Riccardo Fucile

LA STORIA DI FIDA, UNA DELLE 106 PERSONE SOCCORSE DALLA ONG

Fida sta seduta in mezzo ai suoi cinque figli, attende incredula di toccare la terraferma. Insieme a lei gli altri 105 sopravvissuti a bordo della Humanity 1, la nave umanitaria dell’ong tedesca Sos Humanity arrivata ieri al porto di Ortona, attendono il loro turno per poter sbarcare.
“Da quando sono a bordo della nave ho finalmente ricominciato a dormire, per la prima volta mi sono addormentata profondamente senza pensare a proteggere i miei figli”, racconta Fida abbracciando il figlio più piccolo.
Il suo viaggio è iniziato nel luglio del 2012, quando il marito è morto e lei era incinta del suo ultimo figlio. “Mi dissero di scappare immediatamente verso il sud della Siria perché avrebbero bombardato l’area in cui vivevo, ho preso le mie due figlie e mio figlio Said che è disabile, e sono fuggita lasciandomi alle spalle il mio secondo figlio maschio. Lui stava fuori casa e non c’era tempo di andarlo a prendere”, continua.
Da lì inizia una lunga odissea: “dopo 45 giorni mio figlio è riuscito a raggiungerci, ma nel frattempo il posto in cui c’eravamo rifugiati non era più sicuro. È stato lì che ho capito che anche Said provava delle emozioni. Non è stato mai capace di esprimerle ma un giorno c’è stata un’esplosione proprio di fronte a lui e per la prima volta ha espresso la paura, da quel momento ha iniziato a soffrire di epilessia”.
Neanche il sud della Siria era più sicuro per Fida e i suoi figli, così da sola con un figlio epilettico, un neonato, due bimbe e un bambino, si rifugia in Giordania. “Nel campo profughi dove abbiamo vissuto dal 2012 al 2022 hanno rapito e provato a stuprare due volte sia Said che Yassin, il mio secondo figlio. Allora ho deciso di andare via anche da li”.
Fida e i suoi figli restano due anni e tre mesi in Libia, trascorsi tra i capannoni dei trafficanti e la prigionia. “Ho provato otto volte a raggiungere l’Italia – continua con le lacrime agli occhi – ma per otto volte la guardia costiera libica ci ha riportati indietro. Ricordo come se fosse oggi la prima volta che sono salita su uno di quei barchini, dopo un’ora e mezza abbiamo iniziato ad imbarcare acqua e la guardia costiera libica è venuta a prenderci. Ha iniziato a picchiare la gente molto forte, tre persone si sono buttate a mare e i libici li hanno guardati affogare senza fare niente. Mentre stavamo sulla motovedetta hanno iniziato a picchiare Said, io urlavo dall’altra parte dell’imbarcazione di lasciarlo stare, che è disabile, ma loro hanno continuato fino a fargli perdere completamente coscienza”.
Fida e i suoi cinque figli erano nella seconda imbarcazione salvata dalla Humanity 1 giovedì scorso. “La penultima volta che provai a raggiungere le coste italiane era il 19 luglio 2023 – continua la donna – ero con altre 400 persone su un’imbarcazione che poche ore dopo la partenza si è ribaltata. Sono stata costretta ad immergere ad uno ad uno i miei figli nell’acqua del mare nella speranza che si salvassero. Avevo perso ormai qualsiasi speranza di riuscire a raggiungere l’altra parte del Mediterraneo, invece giovedì poco dopo che il motore della barca si era spento, mentre eravamo fermi in mezzo al nulla, siete arrivati voi”.
Salita sul Rihb, il gommone con cui vengono effettuati i salvataggi, Fida inizia a pregare e a chiedere incessantemente di far salire a bordo anche Said. “Non potevo credere che foste davvero europei, ancora adesso non mi capacito di star per sbarcare in Italia”.
Prima di attraversare la passerella in ferro che collega la nave umanitaria al molo, Fida lascia le mani dei figli, abbraccia le donne dell’equipaggio e le ringrazia. “Ce l’hai fatta”, le ripetono loro. Ieri ce l’hanno fatta tutte le 106 persone che per quattro giorni sono state accudite a bordo della Humanity 1.
È uno strappo irreversibile vedere andare via delle persone sconosciute con cui, nell’ambiente materno della nave, si è consumato il passaggio verso la loro nuova vita. Adesso li aspetta un futuro incerto, fatto di montagne russe burocratiche per poter ottenere il permesso di soggiorno, nella speranza – per chi viene da paesi considerati “sicuri” dal nostro governo – di non essere rimandati indietro nel posto da cui si è scappati.
(da Fanpage)

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LA PROCURA DI MILANO INDAGA SU UNA SOCIETA’ DEL GRUPPO CAMPARI: EVASIONE FISCALE DA UN MILIARDO DI EURO

Giugno 27th, 2024 Riccardo Fucile

OMESSO VERSAMENTO DELLE IMPOSTE E DELLA DICHIARAZIONE DEI REDDITI, DUE INDAGATI

La Procura di Milano ha aperto un’inchiesta su una presunta evasione fiscale da circa un miliardo di euro, su una base imponibile di circa 5 miliardi, da parte di una delle società del gruppo Campari, la Lagfin.
Il fascicolo è affidato ai pm Enrico Pavone e Bianca Baj Macario. Si ipotizza l’omessa dichiarazione dei redditi e l’omesso versamento delle imposte, con al centro una presunta “stabile organizzazione” in Italia. Indagati due legali rappresentati. Indaga il nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di finanza in collaborazione con l’Agenzia delle entrate, nell’ambito del cosiddetto “processo verbale di constatazione”.
La Gdf ha consegnato in procura una corposa informativa, frutto del lavoro di anni, che ha cristallizzato il presunto mancato introito nelle casse del Fisco. Partirà adesso la procedura delle Entrate per accertare il rilievo.
Da quanto si è saputo, al centro della vicenda ci sarebbe la questione di un mancato versamento della cosiddetta “exit tax” legata ad un’operazione di fusione transfrontaliera tra Alicros, la precedente holding del gruppo, e Lagfin, alla quale è stata tra l’altro affiancata la filiale italiana, con sede nel capoluogo lombardo, per mantenere una “stabile organizzazione” nel nostro Paese.
Ora i legali del gruppo avranno 60 giorni di tempo per presentare le loro controdeduzioni nell’ambito del procedimento amministrativo-tributario e poi scatteranno le contestazioni. Parallelamente al fronte tributario correrà il profilo penale che, ovviamente, come già avvenuto in tanti casi del genere, terrà conto, però, di un’eventuale transazione col Fisco.
(da agenzie)

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ANNULLATO DALLA MAGISTRATURA IL FERMO DELLA NAVE DELLA ONG SOS HUMANITY, IL GOVERNO CONDANNATO A PAGARE LE SPESE

Giugno 27th, 2024 Riccardo Fucile

CROLLA IL CASTELLO DI MENZOGNE SOVRANISTE. IL GIUDICE RICHIAMA LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE: “NON E’ POSSIBILE CONSIDERARE LA LIBIA UN PAESE SICURO”

Vittoria per la ong tedesca Sos Humanity, la cui nave umanitaria, la Humanity 1, era stata sottoposta a fermo amministrativo lo scorso marzo, dopo aver soccorso 77 migranti alla deriva su diversi barchini nel Canale di Sicilia. Il giudice del Tribunale civile di Crotone, Antonio Albenzio, ha oggi definitivamente sciolto la riserva sul ricorso, annullando il provvedimento di fermo.
Le contestazioni alla Humanity
Sulla base di alcune mail inviate alle autorità italiane dalla guardia costiera libica, alla Humanity veniva contestato di aver ostacolato i soccorsi dei migranti da parte dei militari libici. Gli stessi, però, che proprio contro soccorritori e migranti avevano sparato più colpi di arma da fuoco.
Nella memoria depositata agli atti dagli avvocati dello Stato, veniva ribadito in ogni caso come il governo credesse nella tesi della guardia costiera libica, ovvero all’inosservanza da parte della Humanity 1 dell’ordine di allontanamento che era stato formulato dalla motovedetta libica.
L’annullamento del fermo e la condanna al governo
Oggi invece il tribunale dà ragione Sos Humanity, accogliendo il ricorso che aveva presentato. Il giudice ha inoltre condannato ministero delle Infrastrutture, ministero dell’Interno e Questura di Crotone, ministero delle Finanze, Guardia di finanza sezione operativa navale di Crotone e rappresentati dall’avvocatura di Stato di Catanzaro a rifondere alla Ong la somma di 14 mila euro per le spese di lite.
La sentenza: “La Libia non è un porto sicuro”
La decisione del giudice ricalca la sentenza già espressa dalla Corte di Cassazione l’1 febbraio 2024, la n. 4557, secondo cui “allo stato attuale non è possibile considerare la Libia un posto sicuro”, nonostante il rinnovo del memorandum di intesa tra Italia e Libia, siglato nel 2017 per gestire i flussi migratori.
Il contesto libico, dichiara il giudice, è “caratterizzato da violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani”, e ricorda come il Paese non abbia mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati.
Albenzio cita anche i rilievi dell’Alto commissariato dell’Onu che “in più occasioni ha evidenziato il mancato rispetto durante le operazioni di recupero espletate dalla guardia costiera libica, dei diritti fondamentali della persona”.
Elementi sufficienti “per escludere l’esistenza di qualsivoglia qualificazione delle operazioni effettuate dalla guardia costiera libica, con personale armato e senza individuazione di un luogo sicuro conforme ai parametri internazionali, come operazioni di salvataggio, nel senso riconosciuto dalla plurime fonti internazionali”.
“Logico corollario – scrive Albenzio – è che nessuna condotta ostativa è riscontrabile nei confronti della ong coinvolta”, la quale al contrario “è risultata l’unica imbarcazione ad intervenire per adempiere, nel senso riconosciuto dalle fonti internazionali, al dovere di soccorso in mare dei migranti”.
(da agenzie)

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FONDI ALLA SANITA’ PUBBLICA, I SOVRANISTI AFFOSSANO LA PROPOSTA DI ELLY SCHLEIN: “HANNO GETTATO LA MASCHERA, VOGLIONO SMANTELLAFRE IL SISTEMA SANITARIO NAZIONALE PER FAVORIRE I PRIVATI”

Giugno 27th, 2024 Riccardo Fucile

BOCCIATO IL RITORNO IN COMMISSIONE DELLA LEGGE CHE AVREBBE PERMESSO IL RIFINANZIAMENTO DELLA SPESA, UN PAUROSO AUTOGOL DEL GOVERNO

Il centrodestra dice no al ritorno in commissione della proposta di legge a prima firma Elly Schlein per il rifinanziamento della sanità pubblica e lo sblocco delle assunzioni.
Una proposta che voleva incrementare le risorse per il servizio sanitario nazionale.
Secondo la segretaria del Pd, «la maggioranza sta gettando la maschera, da mesi vi diciamo che state smantellando la sanità pubblica, con questo voto lo certificate».
E ancora, altra stoccata: «Ci fate una testa così con i burocrati e alla fine i burocrati siete voi. Andremo avanti con una battaglia nel nome di tanti uomini e donne che si sono impegnati per la sanità universale, cito un nome su tutti, quello di Tina Anselmi».
Il progetto del Pd prevedeva di arrivare alla media europea del 7,5 per cento della spesa del Pil per la spesa sanitaria, andando incontro anche alle richieste dei presidenti di Regione (di destra e di sinistra). «Avete detto che non ci sono coperture — l’intervento di Schlein in aula — Abbiamo fatto proposte per trovare risorse, ma niente: avete affossato gli emendamenti. C’è un grido di sofferenza che viene da più parti del Paese. Faccio fatica a pensare che gli italiani che non riescono a curarsi e che sono quattro milioni lo dicono soltanto a me…».
Per il capogruppo dem nella Commissione affari sociali della camera Marco Furfaro, «Fratelli d’Italia si trincera dietro motivazioni burocratiche ma la verità è che lo stop definitivo alla legge Schlein è una vera e propria vendetta politica dopo il flop elettorale alle amministrative. Ma non sarà così che fermeranno l’opposizione. Vivono fuori dal mondo e non hanno idea dell’urgenza di aiutare la sanità pubblica».
(da agenzie)

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AVVISATE GLI ANTI-ABORTISTI DE’ NOANTRI: IN TEXAS, DOPO CHE SONO STATE INTRODOTTE DELLE NORME CHE RENDONO PIÙ DIFFICILE ABORTIRE, LA MORTALITA’ INFANTILE E QUELLA NEONATALE SONO AUMENTATE DELL’8,3% E DEL 5,8%

Giugno 27th, 2024 Riccardo Fucile

LO STATO AMERICANO HA LA LEGGE SULL’ABORTO PIÙ SEVERA DEL PAESE: LO VIETA GIA’ DALLA QUINTA O ALLA SESTA SETTIMANA DI GESTAZIONE… NEL 2022 2.240 BAMBINI SONO MORTI PRIMA DI UN ANNO, RISPETTO AI 1.985 DEL 2021

Nello Stato del Texas, dopo l’introduzione di restrizioni al diritto all’interruzione volontaria di gravidanza, la mortalità infantile e neonatale sono cresciute rispettivamente dell’8,3% e del 5,8%. È il dato che emerge da uno studio coordinato dalla Johns Hopkins University pubblicato ieri su JAMA Pediatrics, a due anni esatti dalla sentenza delle Corte suprema Usa che ha ripristinato il diritto dei singoli Stati di decidere in materia di aborto.
Il Texas ha “la legge sull’aborto più restrittiva del Paese”, spiegano i ricercatori. Introdotto nel settembre 2021, il cosiddetto SB8 (Senate Bill 8), “ha vietato gli aborti dopo la comparsa dell’attività cardiaca embrionale, che può verificarsi già a partire dalla quinta o sesta settimana di gestazione e non consente eccezioni in presenza di anomalie congenite”.
L’obbligo di continuare la gravidanza in presenza di malformazioni può essere, secondo gli scienziati, uno dei meccanismi attraverso cui le restrizioni all’aborto possono contribuire all’aumento di mortalità infantile.
Lo studio ha confrontato i decessi infantili (nei bimbi con meno di un anno) e neonatali (con meno di 28 giorni) registrati a partire dal 2018 fino al 2022, il primo anno in cui si sono visti gli effetti della nuova legislazione sull’interruzione volontaria di gravidanza. Nel 2022, nello stato del Sud 2.240 bambini sono morti prima di un anno, rispetto ai 1.985 del 2021.
Sono stati invece 1.430 quelli morti prima di compiere 28 giorni, rispetto ai 1.295 dell’anno precedente. Secondo la stima dei ricercatori si tratta di un incremento dei tassi di mortalità, rispettivamente, dell’8,3% e del 5,8%, pari a 216 morti in più rispetto alle attese. “Questi risultati sono particolarmente rilevanti, data la recente sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti e i successivi arretramenti dei diritti riproduttivi in ;;molti Stati Usa”, scrivono i ricercatori.
(da agenzie)

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