Agosto 23rd, 2024 Riccardo Fucile
DA ALLORA È SPARITA DAI RADAR… L’UFFICIO STAMPA NON FORNISCE DETTAGLI: L’AGENDA È TOP SECRET – I DEPISTAGGI PER LA STAMPA…MA È NORMALE CHE UN PRIMO MINISTRO NON COMUNICHI I SUOI SPOSTAMENTI? CHE NON FACCIA SAPERE SE È IN ITALIA O ALL’ESTERO?
Notte di giovedì 22 agosto, attorno all’una del mattino. Un corteo di auto blu, quello di
Giorgia Meloni, lascia la masseria Beneficio. Lo fa sotto gli occhi di chi vigila sulla sicurezza della leader e della sua famiglia. Direzione della premier: ignota. L’indomani mattina, all’ora del caffè, l’Ansa batte la notizia: la presidente del Consiglio ha lasciato all’alba la Puglia.
Certo è che l’apparato delle forze dell’ordine attivo da quasi due settimane attorno alla location di lusso di questo spicchio di val d’Itria e composto da Digos, finanzieri e carabinieri – che collabora con la scorta presidenziale – viene smantellato.
La presidente del Consiglio è partita. Ma per andare dove? Per 36 ore, nessuno sa o vuole dirlo. Ne parla la politica, si interrogano i ministri, anche i più vicini alla leader. L’ufficio stampa, sollecitato, non risponde o non fornisce dettagli. Meloni è scomparsa dai radar. Come volatilizzata.
Passo indietro, a quella notte di giovedì. Primo dettaglio significativo: le auto lasciano la masseria ad un orario insolito. Non ci sono cronisti, che ricostruiranno l’accaduto all’alba del giorno dopo. All’una di notte, la premier non può prendere aerei di linea. Quanto ai voli di Stato, nessuna partenza significativa dagli aeroporti di Bari, Brindisi e Grottaglie: lo chiarisce una consultazione rapida dei siti specializzati.
E dunque, dove è andata la presidente del Consiglio? Qui si apre un campo incerto composto da speculazioni, indiscrezioni, piccoli e incomprensibili depistaggi. Quattro gli scenari più solidi, senza comunque poter escludere altre opzioni. Tra queste, quella che circola nel primo pomeriggio e che parla di una apparizione a sorpresa al Meeting, visto che sarebbe in corso contatti informali tra i due staff.
Il primo: Meloni ha raggiunto la sorella in Sardegna. Lì, pare, Arianna soggiorna con le figlie da un paio di giorni. Dicono a Sud, in provincia di Cagliari. Sui social, però, nessuna foto. Possibile che nessuno le abbia incrociate? Né arrivano indicazioni chiare da fonti della sicurezza sull’isola. Gira voce che la premier possa arrivare in giornata, ma al momento nulla di confermato.
Seconda opzione: Meloni all’Argentario. È stata a Porto Ercole un week end di luglio, l’anno scorso aveva trascorso qualche giorno in barca in quell’area. Negli hotel di Porto Santo Stefano e Porto Ercole, però, non sembra esserci traccia della presidente del Consiglio.
Terzo scenario: la premier è andata in costiera amalfitana, l’avrebbe promesso a dirigenti locali di FdI. Vero, ma anche in questo caso, non risulta agli apparati di sicurezza regionali, né ad altre fonti.
Quarto scenario: nel 2023 si imbarcò per l’Albania, magari ha deciso di replicare. Oppure verso la Grecia. L’orario insolito in cui ha lasciato la masseria Beneficio potrebbe far propendere per questo scenario, ipotizzando un viaggio notturno su una barca o un traghetto. E però, qui iniziano i depistaggi, le mezze notizie, le supposizioni.
Come dicevamo, nessuna notizia ufficiale viene fornita dall’ufficio stampa della leader. Fonti ufficiose assicurano però che Meloni nella giornata di ieri avrebbe fatto tappa a Roma. Questo presupporrebbe che abbia viaggiato in auto nella notte per la capitale. E che da lì si possa muovere per raggiungere qualche altra località di vacanza (la Sardegna, di nuovo?)
E dunque, torna la domanda: è in barca, magari fuori dall’Italia? O a casa, a Roma? E se è così, perché nessuno fornisce questa informazione? Non è usuale che si perdano le tracce di un presidente del Consiglio. Senza scomodare altre democrazie e altre presidenze (negli Stati Uniti i movimenti e gli appuntamenti di Potus sono schedulati con cura e rispetto della stampa, come ovviamente vengono indicati anche i luoghi che il Presidente sceglie per riposare in vacanza, d’estate o nei fine settimana): basta in questo caso fare riferimento agli esempi italiani del passato.
Di norma veniva indicato quantomeno il Paese in cui si trova un presidente del Consiglio – se in Italia o altrove – e comunque il luogo di villeggiatura. Non significa ovviamente conoscere sempre i dettagli più riservati – eventuali gite in giornata, o incontri slegati dall’attività di governo, né eventuali tappe in un ristorante o al cinema – ma certamente avere contezza sulla località in cui una figura istituzionale di massimo livello come il capo del governo si trova: Silvio Berlusconi a villa Certosa, Romano Prodi a Castiglion della Pescaia, Matteo Renzi a Forte dei Marmi, Mario Draghi sul litorale laziale a Lavinio o in Umbria, Giuseppe Conte a Cortina.
Accadde una volta che Berlusconi scomparisse per 24 ore dai radar, con grande allarme dei palazzi della politica e della stampa, che infine lo individuò l’indomani in Umbria, in un centro Messegue.
Domanda che pone in altri termini anche il presidente di Italia viva al Senato Enrico Borghi: “Chiediamo di sapere se la presidente del Consiglio è in territorio italiano o no e nel caso se abbia affidato ad altro ministro le sue deleghe”.
(da La Repubblica)
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Agosto 23rd, 2024 Riccardo Fucile
FONDAZIONE E FDI CONDIVIDONO LA SEDE, LA FIAMMA E LA DIRIGENZA, DA AGOSTO 2023 E’ ENTRATA NEL BOARD ANCHE ARIANNA MELONI… GRAMAZIO IL PONTIERE TRA ESTREMISTI E IL PARTITO
La sorella della premier, Arianna Meloni, l’ex sottosegretario, Giuseppe Valentino, il già sindaco di Roma, Gianni Alemanno e poi il volto nuovo della destra in tv: Francesco Giubilei.
Ci sono nomi e cognomi della destra che conta nell’organigramma della fondazione di Alleanza Nazionale, prodiga di doni ai fascisti del terzo millennio di Acca Larentia.
La fondazione gestisce un patrimonio consistente, fatto non solo di immobili e proprietà. Custodisce, infatti, la fiamma tricolore che ancora arde nel simbolo di Fratelli d’Italia.
È difficile separare il nuovo corso della fondazione dal partito di Giorgia Meloni: oltre alla dirigenza, condividono anche la sede storica, in via della Scrofa al civico 39. La fondazione è il fortino ideologico, culturale ed economico del partito.
All’interno del Cda si trovano oltre a senatori e deputati di Fdi anche esponenti politici che hanno rotto con il nuovo corso atlantista del partito come Alemanno, ex sindaco di Roma. Ma sono al fianco di figure come Italo Bocchino, grande sostenitore della premier, ex deputato finiano e oggi direttore del Secolo d’Italia. Giubilei, invece, è il direttore scientifico della fondazione, ma non compare nel board. Ognuno interprete diverso della destra post missina, legato, però, a un’appartenenza comune che ha le radici nella storia di Acca Larentia.
Il filo di Arianna
A saldare ancor di più il legame tra i vertici del partito e la fondazione è arrivata Arianna Meloni, in questi giorni alle prese con la finta indagine (la procura di Roma, come subito anticipato da Domani, ha smentito l’esistenza di un fascicolo a questo giornale) a suo carico ventilata da Il Giornale. Una indiscrezione copiosamente commentata da prime e seconde file del partito che sono scese in campo per dimostrare fedeltà e ossequio alla sorella della leader.
Nel cerchio magico di Arianna Meloni c’è Paolo Signorelli, piazzato prima come capo ufficio stampa di Enrico Michetti, il candidato a sindaco di Roma, e successivamente portavoce di Francesco Lollobrigida, suo marito .
Il numero di Signorelli era nella rubrica di Fabrizio Piscitelli, il narco-ultrà ucciso il 7 agosto 2019 nel parco degli Acquedotti. La pubblicazione delle chat tra boss e giornalista, datate 2017-2018, hanno portato alle dimissioni del portavoce. Dimissioni salutate da un comunicato nel quale Lollobrigida ha ricordato che Signorelli si reca ogni domenica in chiesa.
Arianna Meloni è entrata lo scorso anno nell’organigramma della fondazione. Un cambio di guardia con il marito Lollobrigida, che le ha lasciato il posto. C’era pure fino all’anno scorso Ignazio La Russa, il presidente del Senato. Siede nella fondazione anche un’altra fedelissima della coppia, si tratta dall’avvocata calabrese Maria Modaffari, che occupa un posto chiave nel ministero di Lollobrigida: è la capo della segreteria politica oltreché presente nella commissione di garanzia del partito, dove si valutano le azioni disciplinari nei confronti di iscritti ed eletti.
In commissione di garanzia c’è un altro nome con molteplici ruoli, si tratta di Filippo Milone, presente anche nell’organigramma della fondazione, presidente della società editrice del Secolo d’Italia e consigliere della ItalImmobili Srl, la cassaforte che detiene il patrimonio immobiliare della fondazione.
Grande amico di La Russa, in passato fedele collaboratore dell’imprenditore e vicerè di Milano, Salvatore Ligresti, ma anche sottosegretario nel governo di Mario Monti.
Alla nomina di Milone nel governo tecnico, le cronache ricordarono il suo passato nei burrascosi anni di Tangentopoli e una vecchia condanna per abuso d’ufficio (con successiva riabilitazione). In quei giorni arrivò lo scudo dell’amico La Russa: «Mi ha fatto vedere il suo certificato penale e non c’è scritto nulla». Nel 2010 Milone era anche finito citato in una conversazione tra due manager Finmeccanica a proposito di un contributo per la festa del Pdl.
La destra di Gramazio
Ma torniamo in via della Scrofa, lì dove c’è la sede della fondazione e di Fratelli d’Italia. Nell’ultima relazione del presidente sulla gestione, a firma dell’ex sottosegretario e avvocato Giuseppe Valentino, c’è un ampio riferimento alle attività svolte dalla fondazione: come la promozione di iniziative culturali, premi, rassegne.
Tra queste c’è anche il premio Caravella Tricolore, rinato grazie all’impegno dell’ex senatore Domenico Gramazio, pizzicato nel 2013 a cena con Massimo Carminati, il nero della banda della Magliana. L’ambita Caravella quest’anno è andata al giornale di casa, Il Secolo d’Italia, impegnato nel contrasto delle fake news, al quotidiano ‘Il Tempo’, a Bruno Vespa, a Hoara Borselli per le sue inchieste, ma anche ad un avvocato, a un saggista e, tra gli altri, a un imprenditore dello spettacolo circense.
In prima fila c’è sempre Gramazio, che ne 2021 aveva premiato l’allora leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, e che da sempre sostiene l’ascesa politica della presidente del Consiglio. Proprio Gramazio è da sempre amico dei fascisti del terzo millennio di Acca Larentia, ospite di recente a eventi e dibattiti che sui social network sono stati presentati con tanto di volti e immagini oscurate.
Non solo: ma come ha scoperto Domani è nell’associazione Acca Larentia, che ha ricevuto 30mila euro per acquistare la storica e omonima sede romana. In quella sede dove campeggiano ancora ritratti del Duce e simboli del Ventennio. Gramazio resta un uomo cerniera tra i mondi istituzionali e quelli di strada. Mondi che si dicono divisi, ma che camminano a braccetto anche davanti al notaio.
Giovanni Tizian e Nello Trocchia
(da editorialedomani.it)
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Agosto 23rd, 2024 Riccardo Fucile
IL TENTATIVO MALDESTRO DI CERCARE DI LEGITTIMARSI COME FORZA LIBERALE E MODERATA, MA SENZA IL CORAGGIO DI RECIDERE I LEGAMI CON IL PASSATO
«Hanno ammazzato due dei nostri, noi prendiamo due dei loro. Abbiamo organizzato una
spedizione di rappresaglia basandoci sulle informazioni di un nostro amico che dal carcere ci mandava a dire chi fossero i responsabili. E noi partimmo per colpire un collettivo di San Giovanni Bosco. Abbiamo sparato e io ne ho ucciso uno».
Rabbia, orgoglio ferito e voglia di uccidere. Ai microfoni di Radio1 Valerio Fioravanti ha raccontato con grande lucidità come i Nar si vendicarono dei morti di Acca Larentia, ammazzando a sangue freddo Roberto Scialabba, il militante di Lotta Continua che quel 28 febbraio del 1978 guarda in faccia i suoi killer, prima di morire, senza avere il tempo di scappare.
I rituali, i miti, la simbologia: la data dell’omicidio non è scelta a caso, perché quel giorno ricorre l’anniversario di Mikis Mantakas, studente greco iscritto al Fuan (Fronte universitario d’azione nazionale), ucciso nel 1975. La liturgia identitaria è quella cara alla destra e chi è stato marchiato da quegli anni di violenza politica, nelle piazze, nelle manifestazioni, nei cortei studenteschi, nelle aggressioni a mano armata pressoché quotidiane, se lo ricorda bene.
Pestaggi, crani fracassati, denti spaccati, ragazzi uccisi sotto il portone di scuola o al rientro a casa che hanno lasciato famiglie straziate dal dolore. Oppure sopravvissuti alle botte, alle spedizioni punitive, al sangue sul selciato, che per pudore e reticenza, hanno deciso di chiudersi nel silenzio e dimenticare i traumi vissuti in gioventù, condannando le tante verità sugli aggressori a galleggiare in un mare di omertà, reticenze e depistaggi. Non ci pensiamo spesso, ma i responsabili di tante cronache criminali sono ancora in mezzo a noi, inseriti a pieno titolo in posizioni di prestigio sociale, politici, giornalisti, insegnanti, architetti, persino primari di ospedale.
Per l’attuale classe dirigente, in gran parte proveniente dalla destra neofascista, sarebbe dunque giunto il momento di mettere a tacere le tante verità negate, per sfogliare certi album di famiglia (da sempre indicibili) senza avere paura di affrontare i traumi del passato: non per una favolosa pacificazione o perché sia finalmente giunto il tempo del riscatto per gli “underdog” (ai quali piace raccontarsi messi ai margini o irrisi), ma per un dovere di verità storica e di rispetto verso le vittime e i loro famigliari.
Legittimarsi come forza moderata, liberale e moderna significa anche non mostrare difficoltà nel rompere con certi sentimenti nostalgici mai sopiti: dal culto del sangue tipico dello squadrismo del ventennio, passando per il pugno che stringe la fiaccola tricolore, fino al mondo popolato da elfi e gnomi tolkieniani.
Un interminabile coro di sottofondo fatto di gente che evidentemente trova rassicurante tornare indietro nel tempo, quando Acca Larentia, oggi crocevia dello shopping nel quartiere Appio latino, fra la Tuscolana e la Via Appia, era un’anonima strada alla periferia di Roma est, affacciata su palazzoni popolari venuti su dalla speculazione edilizia, con i bambini che giocavano fra case senza acqua corrente e fognature e molti ragazzi trascorrevano i pomeriggi frequentando le sezioni del Msi.
Gli anni dei Campi Hobbit, dei raduni giovanili nati attorno al Fronte della gioventù che reclamavano la loro rivoluzione culturale con la celtica al collo, leggendo La voce della Fogna, foglio satirico con vignette ispirate alle vicende di un topo nero che, dopo decenni di confino sottoterra, si liberava stracciando la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo per riportare i neri in Africa (sotto le colonne della mussoliniana Roma Imperiale) recuperando dai tombini i feti gettati via dai tanti, troppi aborti di donne italiane senza più morale. Chissà se l’attuale classe dirigente è cresciuta leggendo certa stampa (a me capitò negli anni Novanta con una compagna d’università che si dichiarava di estrema destra e frequentava la sezione di Colle Oppio).
Magari il prossimo 7 gennaio Giorgia Meloni sorprenderà tutti rompendo con questa nefasta tradizione, fedele a quella legge Scelba che se applicata dovrebbe vietare alle centinaia di camerati il saluto romano al grido di “Presente!”. Perché del disciolto partito fascista e dei suoi rituali mai rimossi la Nazione chiamata Italia non ha davvero più bisogno.
(da editorialedomani.it)
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Agosto 23rd, 2024 Riccardo Fucile
“STIMO ELLY, RICORDO QUANDO LA VIDI ALL’UNIVERSITA’ A BOLOGNA E LE DISSI: MA TU, PERCHE’ NON FAI POLITICA?”
La bravura di Elly Schlein? «Aver saputo tenere in equilibrio le diverse anime del Pd per le Europee e ottenere un ottimo risultato. Renzi, invece, vinse alla tornata del 2014 (il famoso 40,8%, ndr) ma non fu in grado di mantenere tra i dem questo equilibrio».
A onor di cronaca, Pippo Civati, all’anagrafe Giuseppe, classe 1975 – consigliere comunale della sua città, Monza, a 22 anni, consigliere regionale lombardo a 30 anni con oltre 19 mila preferenze, poi «rottamatore» del Pd di cui è stato deputato dal 2013 al 2018 – a parlare dei suoi ex sodali arriva dopo oltre un’ora di intervista.
Già «innovatore» in rotta col Pd di Matteo Renzi tanto da uscirne sbattendo la porta, oggi Civati è editore di People, la casa editrice fondata nel 2019 con Stefano Catone e Francesco Foti.
Come un fiume in piena, discorre di filosofia – «che errore pensare che sia nemica della politica!» -, libri – «non consiglio a nessuno di ripetere a casa l’esperimento di aprire una casa editrice, però che bello il mio lavoro» -, pacifismo – «il Pd mette Berlinguer sulla tessera poi si dimentica che quel segretario del Pci dedicò almeno una decina d’anni alla causa pacifista», e di una vita lontana dalla politica fatta nelle istituzioni – «chiariamo: sono l’ultimo dei parlamentaristi rimasti» – ma «piena di politica agita, ogni giorno».
Civati, partiamo dalla fine: si sente ancora con Renzi?
«Ogni tanto ci scriviamo dei messaggini, a suon di battute. Per esempio, so quando uscirà questa intervista lui mi scriverà, adesso mi chiama “editore”. Però tra noi non c’è mai stato alcun astio, né invidia».
No?
«Macché. Tra noi c’è solo una distanza siderale su tante cose».
In una recente intervista al «Foglio» ha detto che «Renzi è il Picasso della politica italiana» e che «chi determina il gioco non è necessariamente un accumulatore di voti, ma colui che sfodera l’intuizione giusta». Lo pensa davvero
«Quella è stata una definizione usata quelli del “Foglio” nel titolo. Io ho detto che lui, come Picasso, ha dei periodi di diversi colori: ora, per esempio, è nel suo periodo rosso (ride). Certo, resta un talento. Uno che tecnicamente è bravo. Dopodiché, come si dice, “non è il nostro bravo”: ho sempre sostenuto che Renzi fosse un centrista tendenza destra. Il che non sarebbe neanche stato un problema, neppure in passato, se non fosse che ci hanno sempre spiegato che in realtà era un riformista».
Un po’ ci ha creduto anche lei, all’inizio eravate i due «rottamatori»…
«Io e Renzi abbiamo fatto insieme una sola Leopolda, poi le nostre strade si sono separate».
Anche perché lui è andato a Arcore e lei si arrabbiò moltissimo.
«Non è che mi arrabbiai: rimasi basito. Avevamo appena fatto la Leopolda!».
Oggi il Pd dovrebbe fare un’alleanza con Renzi?
«No. Anche perché Renzi è l’autore di questo sistema elettorale che è disastroso, visto che impone una coalizione. Invece io penso, e lo dico dal 2018, che bisognerebbe abolire i collegi uninominali per far sì che ogni forza politica presenti una sua proposta e non si perda dietro il continuo astrattismo della coalizione. Il Pd dovrebbe fare il Pd, ammesso che sappia cos’è il Pd».
E arriviamo a Elly Schlein e al suo Pd: oggi lei ne è la segretaria, ma quasi 10 anni fa fondò con lei “Possibile”. Lo avrebbe mai detto, allora, che Schlein sarebbe diventata la leader dem e capa dell’opposizione? Si è pentito di aver lasciato il Pd?
«Prima che Elly vincesse il congresso continuavo a dire a Stefano Bonaccini “guarda che perdi, vince lei”. Lui rideva. Quindi no, non mi sono stupito della sua vittoria. Poi lei ha fatto questa scelta di entrare in quel partito, ma per me resta il giudizio positivo di quello fatto insieme. E pur non condividendo questa sua scelta, le auguro ogni bene. Magari da parte mia c’è un po’ di rammarico per non essere riusciti a fare quello che avremmo potuto fare in modo diverso rispetto alle lobby, alla struttura e alle modalità che ci sono nel Pd. Ma no, non mi sono mai pentito di aver lasciato il Pd e sorrido quando oggi sento i vertici del partito parlare di temi di cui io parlavo loro già dieci anni fa: sistema elettorale, premierato, lavoro, tasse e patrimoniale, il salario minimo».
Con Schlein vi sentite?
«Ci siamo incrociati in aeroporto durante una campagna elettorale. Ripeto: il mio rapporto di stima verso di lei non cambia. Sono ancora quello che ero quando, oltre dieci anni fa, la vidi davanti a un’aula universitaria a Bologna e le dissi “ma tu, perché non fai politica?”. Però la politica allontana anche le persone vicine».
Una cosa di Schlein che ha apprezzato in questi mesi?
«Il modo in cui ha tenuto in equilibrio il Pd dopo l’ottimo risultato alle Europee. Una cosa che, ad esempio, non riuscì a Renzi quando nel 2014 ottenne un risultato ancora più eccellente».
L’ha convinta la battaglia della segretaria sul salario minimo?
«Direi che è tardi e che è una battaglia sgonfia, sono stati al governo 10 anni. E stessa cosa con lo ius soli o scholae: se si apre un fronte con Forza Italia i dem devono andare a vedere a che gioco giocano».
Cosa le risponderebbe se le chiedesse di tornare in politica, col Pd?
«Premesso che non me lo ha mai chiesto, ma per per il rapporto con quel partito resta difficile. E ho imparato che nella vita le stagioni sono diverse».
A proposito di stagioni della vita, mi sono segnata i soprannomi che le hanno affibbiato da quando si è fatto eleggere la prima volta nel 1997 al consiglio comunale della sua città: «filosofo di Monza»; «Kennedy della Brianza»; «enfant prodige del Pd»; «piombino» (dal congresso dei dem a Piombino nel 2009 in cui si contraddistinse insieme ad altri giovani dirigenti del partito); «rottamatore» e poi «innovatore», «il Vendola del nord», «il nuovo Cacciari del Pd». Sono tanti, Civati. Qual è il suo preferito e quale quello che non può sentire?
«(Ride, ndr) Aggiungo il più divertente, “Filippo”, che è quello che mi danno quando pensano che Pippo sia il diminutivo. Qualche giorno fa un ragazzo mi ha scritto su Instagram che stava facendo le parole crociate e alla definizione di “un socialista italiano di nome Filippo» ha messo il mio cognome invece di quello di Turati. Invece io mi chiamo Giuseppe, Pippo è perché da piccolo non riuscivo a dirlo. Però il soprannome che mi piace di meno è “filosofo della Brianza”, perché è vero che forse c’è voluto del coraggio a studiare filosofia in Brianza (ride ancora, ndr), ma ho sempre percepito venisse detto in modo dispregiativo, come se la filosofia (e la cultura) facciano danno alla politica. Invece penso che sia l’opposto».
E quello che le è piaciuto di più?
«Beh, “Kennedy della Brianza” mi piace, fa simpatia. Poi per fortuna a me è andata bene, diciamo. Gliene racconto uno che mi diede Berlusconi».
Prego.
«Una volta Berlusconi disse che “in Forza Italia serve un Civati”. Da allora il sindaco di Monza, che era ovviamente berlusconiano, le provò tutte per portarmi a Arcore, ma io mi sono sempre rifiutato. Non faceva per me».
Ha letto l’intervista di Marina Berlusconi al Corriere in cui si dice «più vicina al centrosinistra sui diritti civili»? Che ne pensa? Lei e Pier Silvio Berlusconi stanno cambiando Forza Italia? Chi dei due scende in campo?
«Mi pare più lanciato Pier Silvio. Poi penso che i diritti civili siano importantissimi, ma che siano solo un pezzo della discussione e dell’essere di sinistra. I Berlusconi stanno diventando di centrosinistra anche sul fronte delle tasse, della patrimoniale, della gestione economica? Io non credo. Certo che è interessante osservare l’evoluzione della dinastia che è molto più moderna di Silvio Berlusconi, che è stato un eterno democristiano. Quando gli chiesero se, in qualità di amico di Craxi, fosse socialista lui rispose “no, sono democristiano”. Diciamo un dc punk, ma sempre dc. Certo è che né Meloni né Salvini saranno contenti di questa evoluzione».
Un aggettivo per questo governo?
«Scarso. E poi, cito il mio libro “non sono fascisti, ma”».
Non le piace la prima donna premier?
«Mi piace l’idea della donna. Ma preferisco che il dibattito sulle donne lo facciano le donne. Mi limito a dire che mi piacerebbe avere una premier che avesse un’idea di chiara di cosa è il patriarcato e ne fosse conseguente».
Come Kamala Harris?
«Ecco, già meglio. Anche se io avrei preferito qualcuno più a sinistra: Bernie Sanders».
Cosa ha votato alle Europee?
«Non glielo dico».
L’operazione di Avs di candidare Ilaria Salis le è piaciuta?
«Mi ha convinto molto sotto il profilo della liberazione personale e del messaggio da dare al governo. Aggiungo il dato personale che lei è di Monza come me e tutto parla di noi. In campagna elettorale con la mia casa editrice People abbiamo fatto un piccolo libretto dedicato a lei, si chiama “Ilaria e noi”. Spero che faccia belle battaglie al Parlamento europeo».
Arriviamo all’oggi: lei fa l’editore. Come ci è finito a pubblicare libri?
«Per me il rapporto tra la cultura e la politica è sempre stato centrale e a lungo mi sono interrogato su come trasferire alle persone le questioni politiche. Con Stefano Catone e Francesco Foti, miei due collaboratori storici, abbiamo sempre accarezzato l’idea di fare qualcosa di editoriale. Poi c’è stata ovviamente anche una ragione oggettiva, ai politici dicono spesso “vai a lavorare” e quando ho lasciato il Pd e il Parlamento avevo bisogno di lavorare. Così ci siamo lanciati, nel 2019 abbiamo aperto una Srl, un po’ ironico se ripenso a quanto nei talk show mi dicevano “ma cosa parli di partite iva che non ne sai niente?». Ecco, ora lo so, lo scriva pure. Fatto sta che dopo pochi mesi dal lancio di People è arrivato il Covid. Che uno dice: che fortuna, durante il lockdown erano tutti a casa a leggere… Peccato che noi avevamo sì e no 10 libri, un po’ scarsi come offerta».
Oggi invece avete un catalogo con 40 autori, circa 250 libri l’anno, una rivista trimestrale che si chiama «Ossigeno». Quello di cui va più fiero?
«Indubbiamente “La guerra di Bepi” di Andrea Pennacchi che è anche il nostro autore best seller. Per tante ragioni sono legato a questo titolo, anche affettive. Poi sono molto fiero di aver pubblicato autrici afrodiscendenti: abbiamo raccontato le loro storie eliminando questa coltre di razzismo che copre l’Italia».
Il libro che si pente di aver pubblicato?
«Di nessuno mi pento. Diciamo che di qualcuno mi rammarico non si sia compreso. Come nel caso di “Latitante gentiluomo” di Vassilis Paleokostas, una storia autobiografica che ha dell’incredibile. Non ha avuto molto successo anche se ultimamente l’ha ri-raccontata J-Ax nel suo podcast. A me piacerebbe vederla su Netflix».
Uno che avrebbe voluto pubblicare? So che è un grande amante della casa editrice Neri Pozza.
«Sì, mi piace moltissimo, è un punto di riferimento. Un libro che mi sarebbe piaciuto pubblicare è “Mussolini ha fatto anche cose buone” di Francesco Filippi edito da Bollati Boringhieri. Anche se quello che più di tutti avrei voluto avere in catalogo è “Cronorifugio” di Georgi Gospodinov: il libro più politico del periodo, per capire l’Europa e anche l’Italia. L’editore è Voland».
People è una casa editrice militante. In risposta al «Mondo al contrario» del generale Roberto Vannacci avete pubblicato «Il generale al contrario» di Saverio Tommasi. Poi è finita che Vannacci ha preso 500 mila preferenze alle Europee… Come se lo spiega?
«Noi la chiamiamo la “causa editrice” perché c’è sempre una ragione ideale, militante, che motiva un’azione personale e collettiva. Non si fanno i libri per contrastare Giorgia Meloni o Roberto Vannacci, si figuri che io un anno prima della vittoria di Meloni scrissi “Non siete fascisti ma” e tutti mi prendevano in giro… Guardi com’è finita. Ma si fanno libri per dare strumenti alle persone. La nostra era una riflessione sul vannaccismo, che è un modo di pensare fortissimo. Quindi quando il generale ha preso i voti non mi sono stupito per niente. La nostra tendenza è di aprire sempre di più. A partire dalla politica e dall’opinione pubblica, in questa società è tutto molto corrivo, scivola via e non ci si ferma mai a ragionare».
Qual è la ricetta per far funzionare una casa editrice nell’epoca d’oro della crisi dell’editoria?
«Bella domanda. Non saprei. Diciamo che ci vuole pazienza, costanza e soprattutto un elemento di riconoscibilità che non diventi identitario: va costruita una comunità di lettori. Questo è forse il piccolo merito che abbiamo avuto. Poi è chiaro che di errori ne abbiam fatti. Ecco, diciamo che non consiglio a nessuno di ripetere a casa l’esperimento di aprire una casa editrice».
Tra le pubblicazioni di People ci sono tantissimi titoli sulla pace in contrapposizione alla guerra. D’altronde lei, anche come deputato del Pd di Renzi si schierò apertamente contro la spesa per gli arei militari F35. Il governo e il Pd stanno sbagliando sui due grandi conflitti in corso, Ucraina-Russia e Israele-Palestina?
«Credo che serva una iniezione di pacifismo e un atteggiamento di cautela sulle armi. Ricordo sempre la lezione di Alex Langer che, da pacifista purissimo, alla fine, tra mille sofferenze, chiese l’intervento sui Balcani. Invece oggi vedo una leggerezza, un entusiasmo… Aumentiamo la spesa di armamenti senza il minimo dubbio etico e umano, ci entusiasmiamo per la Nato…».
E trova che il Pd abbia una posizione ambigua?
«Il Pd è ambiguo per definizione. È il partito del campo largo, d’altronde. Ho visto che hanno messo Berlinguer sulla tessera e allora mi sono chiesto se qualcuno di loro si sia ricordato che Berlinguer spese una decennio della sua vita a parlare e praticare il pacifismo. Su Gaza, ad esempio, mi sarei aspettato una maggiore nettezza nel condannare Israele».
C’è un dibattito molto acceso sulla parola «genocidio»: è sbagliato usarla?
«No, secondo me non è un termine sproporzionato. Abbiamo definito genocidio quello degli armeni, quello dei Balcani, quello di alcuni paesi africani… Il punto è che dovremmo usare questa parola e il suo portato per evitare i genocidi, non per commentarli. E lo dico da persona che ha scritto un libro con Liliana Segre, quindi di certo non mi si può accusare di essere antisemita o antisionista».
Ha lasciato la Lombardia ormai diversi anni fa.
«Resta la mia regione, non ci torno più molto perché ho perso entrambi i miei genitori, ma ogni tanto, anche per lavoro sì. E poi mi mancano Formigoni e il Trota, certo! Quando il Celeste cadde per molti era inimmaginabile un mondo senza Formigoni. Era tipo il Resegone. Io e pochi altri invece spingemmo per la manifestazione “Libera la sedia”, ci rispondevano “ma aspettiamo!”. Era un altro mondo».
Oggi vive a Verona e ha cambiato vita. Le manca la politica istituzionale? Meglio quella o meglio quella agita fuori dalle istituzioni?
«Verona è una bellissima città “di sinistra” come dico sempre (ride). Poi scendo spesso a Roma perché lì ho tantissimi amici, anche se quest’anno ho perso il mio migliore amico, Marco Tiberi. Ho scelto di vivere a Verona per amore, poi l’amore è finito ma ho una figlia, Nina, che ha 12 anni e ho scelto di dedicare gran parte della mia vita a lei. La politica la faccio ancora, Possibile esiste e facciamo tantissime cose insieme, giro molto e questo mi consente di poter fare politica dal vivo. Poi sì, resto l’ultimo dei parlamentaristi rimasti, ho una venerazione per la vita istituzionale. Ci sono parlamentari però molto più bravi di me, penso a Marco Causi, ad esempio… Ma come dicevo, la vita è fatta di stagioni e oggi, se mi chiedessero di tornare, non so se accetterei. Anche se alla fine in questo Paese se sei stato politico una volta lo resti per sempre. La passione resta, ma non sono come quelli che se perdono un referendum dicono che se ne vanno e poi restano…. Le racconto un aneddoto che secondo me spiega bene come mi sento oggi».
Prego.
«Qualche tempo fa ero candidato al Senato in un posto in cui non mi avrebbero mai eletto. Mia figlia allora mi chiese “ma davvero poi vai in Senato?” e io le dissi “guarda non so, mi piacerebbe molto per certi aspetti, per altri invece no”. Lei a un certo punto mi guarda e mi fa “ma poi, papà, cos’è il Senato?”. La sua era una domanda sincera, che a me ha aperto un mondo».
(da agenzie)
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Agosto 23rd, 2024 Riccardo Fucile
INTERVISTA AD ALFONSO COLUCCI, IL DEPUTATO-NOTAIO: “IL GARANTE HA SOTTOSCRITTO DEGLI OBBLIGHI CONTRATTUALI. MA I 300.000 EURO ANNUI PAGATI A LUI NON C’ENTRANO”
Alfonso Colucci — deputato, ma soprattutto notaio e coordinatore dell’area legale del
M5S — siamo allo scontro finale tra il leader Conte e il fondatore Grillo. Lei, vista la sua professione, sembra essere la persona giusta al momento giusto…
«Penso che da uno scambio pur acceso di vedute si potrà trovare una sintesi. Come è già successo in passato».
C’è però una sentenza della Corte d’Appello di Genova: «Simbolo e nome M5S appartengono a Beppe Grillo e alla sua associazione». Conte, da giurista, rigetta questa tesi. Come stanno le cose?
«Quella sentenza riguarda l’Associazione, chiamiamola numero 2, fondata nel 2012 da Grillo, suo nipote Enrico e dal commercialista Enrico Maria Nadasi. Quella attuale è stata costituita nel 2017 da Luigi Di Maio e Davide Casaleggio, e Conte presiede questa Associazione Movimento Cinque Stelle. Quindi la sentenza cui fa riferimento Grillo non è stata resa contro l’attuale associazione, quella presieduta da Conte».
E allora perché Grillo continua ad attaccare Conte?
«Mi stupisce per due ordini di ragioni. Sia il nome, sia il simbolo risultano intestati all’Associazione attuale. E Beppe Grillo in forza di specifici obblighi contrattuali — coperti da riservatezza e che non si riferiscono al contratto da 300 mila euro per la comunicazione che il M5S gli paga ogni anno — ha espressamente rinunciato a ogni contestazione relativa all’utilizzo sia del nome e sia del simbolo del M5S, come modificati o modificabili in futuro dall’Associazione medesima».
Lei è molto vicino all’ex premier. Tenterà di mediare?
«Non credo abbiano bisogno di mediatori. Sono entrambi esperti di mediazione e di politica. Sono persone che, nonostante schermaglie accese, si stimano».
Beh, Grillo ha dato a Conte il soprannome di «Mago di Oz». Un imbonitore, insomma…
«Lui è un artista, fa del paradosso e dell’ironia il proprio strumento di comunicazione. Bisogna comprenderlo».
Crede che davvero si andrà a uno scontro in Tribunale?
«Penso di no, perché il M5S ha già avuto il contenzioso davanti al Tribunale di Napoli e chi l’ha promosso ha dovuto anche pagarsi e pagarci le spese legali».
E se non si finisse davanti a un giudice, vede il rischio di una scissione?
«Non è nelle corde né di Conte né di Grillo».
Grillo è una figura ancora utile al M5S?
«Credo che abbia dato molto e credo che potrà fare altrettanto anche in futuro».
Crede siano giusti i 300 mila euro di consulenza per la comunicazione che pagate al fondatore?
«Sono giustificati per la grande capacità comunicativa di Beppe e per l’effetto di risonanza che le sue pubblicazioni hanno. Naturalmente il tutto deve sempre iscriversi nell’ambito di un quadro di coerenza con le politiche del M5S».
Dalla sede di via Campo Marzio sottolineano che «l’assemblea dei nostri iscritti è sovrana». In sintesi: se alla consultazione online voteranno sì a nuovo nome, simbolo e terzo mandato non ci saranno giudici che tengano. È così?
«È un principio giuridico inattaccabile: l’assemblea è sovrana. Ma è soprattutto un principio democratico. La sovranità spetta al popolo, lo dice la Costituzione».
(da agenzie)
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Agosto 23rd, 2024 Riccardo Fucile
IL COMUNE, PER PRESERVARE L’ICONICA COSTA DI MARINA BIANCA, HA INTRODOTTO IL CONTINGENTAMENTO DELLE VISITE TURISTICHE. MA I CAFONI SE NE FOTTONO DELLE REGOLE
«Cari turisti rispettate le leggi, non vandalizzate più Scala dei Turchi e non costringetemi a “militarizzarla” per tutelarla» si sfoga con il Corriere, Sabrina Lattuca, sindaca di Realmonte, nell’Agrigentino .
Mercoledì scorso sono dovuti intervenire degli equipaggi della polizia locale per far sfollare decine di persone che si erano introdotte sulla scogliera senza autorizzazione. Quel giorno, infatti, c’era un divieto totale di ingresso a causa di un allerta maltempo.
«Non è solo incivile aver travolto il personale che bloccava gli ingressi ma è illegale aver divelto, per l’ennesima volta, tratti di recinzione comunale che è già stata ripristinata. Se riusciremo a individuare chi è stato li denunceremo, ora basta», prosegue Lattuca.
La falesia di marna bianca è tanto delicata quanto unica. Al punto che l’Unesco l’ha inserita fra i cento geositi più importanti al mondo. Una bellezza che non sfugge ai vacanzieri. Per una ricerca di Statista, è la spiaggia italiana che vanta più foto pubblicate in Rete nel corso di quest’anno.
Il Comune, da quando ha acquisito l’area lo scorso anno, ha lanciato una serie di iniziative per preservarla come il contingentamento delle visite turistiche. «Abbiamo creato il pass “My Scala dei Turchi”, al costo di cinque euro a persona, comprensivo di assicurazione — prosegue — che è gratis per i residenti, i diversamente abili, i bimbi sotto i 12 anni, le scuole, le università e per chi svolge attività scientifiche.
Ogni mezz’ora possono entrare al massimo venti persone e si prenota tramite il sito del Comune. Tutto è gestito da un nuovo ufficio e, presto, da una fondazione, istituita a gennaio con legge regionale».
Ai controlli sino a oggi ci sono stati ragazzi del servizio civico e volontari di 14 associazioni.
(da agenzie)
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Agosto 23rd, 2024 Riccardo Fucile
INDAGATI DUE POLIZIOTTI A CORATO PER OMISSIONE DI ATTI D’UFFICIO, RIMBALZATA PER TRE VOLTE SENZA MUOVERE UN DITO
«Siamo impegnati, torni domani». Due poliziotti del commissariato di Corato sono
indagati per omissione d’atti d’ufficio. Avrebbero, infatti, rimandato per ben due volte a casa una donna che voleva denunciare per molestie l’ex marito, al quale era stato già comminato il divieto di avvicinamento. Eppure, nonostante la gravità della situazione, la donna sarebbe stata rimandata a casa, con il suggerimento di tornare in un secondo momento.
Ora che le indagini preliminari si sono concluse, e i due poliziotti hanno ricevuto un avviso dal procuratore aggiunto di Trani, Achille Bianchi, le possibilità sono due: chiedere di essere interrogati o presentare memorie difensive.
La storia
La vicenda raccontata agli inquirenti dalla donna risale esattamente a un anno fa: il primo tentativo di denuncia era arrivato il 14 agosto 2023. Una volta giunta in commissariato per segnalare l’episodio di violenza dell’ex marito, le era stato detto di tornare dopo ferragosto poiché chi di dovere risultava impegnato con un’altra denuncia.
Due giorni dopo, il 16 agosto, la donna è tornata, ma anche questa volta il tentativo non è andato a buon fine a causa dell’orario: essendo le 11:45, non avrebbero potuto completare il verbale entro le 13:00, tempo massimo per raccogliere le testimonianze. Ma ciò non corrisponde a verità, difatti non esistono regole o disposizioni interne che riguardano l’orario.
La donna, quindi, è tornata il 17 agosto, riuscendo finalmente a formalizzare la sua denuncia: eppure la storia non si conclude qui, visto che qualche giorno dopo l’ex marito della donna ha tentato nuovamente di avvicinarsi a lei, fatto che la donna ha provato a segnalare immediatamente alle forze dell’ordine.
In quel caso, recatasi di nuovo in Commissariato, ed essendosi rivolta ad un poliziotto diverso dal primo che aveva raccolto la sua denuncia, ha ottenuto di nuovo un “no” come risposta, visto che apparentemente l’integrazione doveva essere segnata dal collega che per primo si era occupato del suo caso; ma anche questa “specifica” non figura in nessun regolamento.
Dunque i poliziotti avrebbero violato le misure dedicate alle donne vittime di maltrattamenti, tra cui l’esistenza di una corsia preferenziale per chi denuncia. La donna, però, sarebbe stata rimbalzata di giorno in giorno, ed è per questo che ha deciso di segnalare il fatto e far partire le indagine sui poliziotti.
(da agenzie)
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Agosto 23rd, 2024 Riccardo Fucile
LA CAMPIONESSA DI SALTO CON L’ASTA, SESTA ALLE OLIMPIADI, E’ STATA ATTACCATA PER L’ASPETTO FISICO: “HO VISTO COLLEGHE AMMALARSI PER LE CRITICHE”… LA SOLITA FECCIA DI FRUSTRATI CHE POI PIAGNUCOLANO IN TRIBUNALE
Elisa Molinarolo è tra le più grandi campionesse del mondo di salto con l’asta, arrivata sesta alle Olimpiadi di Parigi battendo il suo best personale e sfiorando il record femminile italiano, ma per qualcuno non è abbastanza. «Certo che se avessi un fisico da atleta avresti potuto fare molto meglio… — è lo sproloquio che le ha dedicato un hater in un messaggio privato sui social — con quel sedere sei impresentabile». Invece di lasciarsi abbattere, l’atleta veronese classe 1994 ha risposto pubblicamente, di fronte alla platea dei social, ricordando l’importanza di non farsi condizionare da chi critica l’aspetto fisico.
Il body shaming è una violenza che non conosce sesso, peso e nazionalità. Secondo lei, da cosa nasce?
«Frustrazione, noia, cattiveria. Però sono certa che le persone si permettono di passare dai pensieri alle parole perché restano impunite. Motivo per cui ho voluto cavalcare l’onda della piccola visibilità che ho per affrontare quest’argomento».
Le era già successo?
«Nel 2021, sono stata convocata alle Olimpiadi di Tokyo, ma senza entrare in finale. Tra una prova e l’altra c’era stato un forte acquazzone di un’ora e un giornalista scrisse che il mio fisico imponente non era adatto a saltare su una pista bagnata, motivo per cui non ero riuscita a qualificarmi, al contrario delle avversarie più snelle. Agli Europei del 2022, su Facebook qualcuno criticò nuovamente il mio fisico, così diverso dalle rivali più longilinee. Ero una novellina in campo internazionale e non sapevo ancora come muovermi: adesso non voglio più lasciar correre».È successo anche ad altre sue colleghe?
«A tantissime, ragazze comuni e atlete. Ricordo quando Linda Cerruti (pluricampionessa italiana del nuoto sincronizzato, ndr) nel 2022 pubblicò una foto con le medaglie vinte agli europei e venne sommersa da commenti volgari e sessisti. Quelli erano commenti pubblici. A me hanno scritto in privato».
Che cosa intende fare?
«Se c’è una possibilità di denunciare, lo farò e spiegherò a tutte come fare, in modo che ai leoni da tastiera passi la voglia di aggredire verbalmente. Ho visto tante compagne con disturbi alimentari scatenati o aggravati dalle critiche altrui. Ho iniziato il mio percorso sportivo nella ginnastica: potrei scoperchiare un vaso di Pandora».
Perché non ha rivelato l’identità del leone da tastiera?
«Perché voglio uscirne pulita, non voglio essere passibile di denuncia per diffamazione. Faccio parte delle Fiamme Oro e preferisco confrontarmi col mio comandante e capire i passi giusti da fare. Nel dubbio, quindi, ho tolto il nome. Tra l’altro è un profilo reale e io gli ho risposto che si danno consigli solo quando sono richiesti e si hanno le competenze per darli, ma da qui la conversazione è peggiorata».
Dal presidente della Regione Veneto Luca Zaia all’ex pesista pluripremiata Chiara Rosa: in tanti hanno parlato di quello che le è successo condividendo il suo post…
«Il mio obiettivo è stato raggiunto: finalmente se ne parla».
(da il Corriere della Sera)
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Agosto 23rd, 2024 Riccardo Fucile
L’UNITA’ PER ORA E’ GARANTITA DALL’INCUBO TRUMP, MA C’E’ UNA NUOVA LINFA: QUELLA DELLA SPERANZA E DELLA TOLLERANZA
Non solo il canto del cigno di Joe Biden col passaggio del testimone a Kamala Harris. I
quattro magmatici, eccitatissimi giorni della United arena hanno disegnato un cambiamento più profondo del semplice commiato del leader troppo vecchio per affrontare un nuovo mandato. È tutta la gerontocrazia di un partito da sempre più complesso di quello repubblicano ad arrivare al crepuscolo. E con essa tramonta anche il partito dei clan e delle dinastie.
Avrebbe potuto provare a crearne un’altra — dopo quella dei Kennedy e dei Clinton — Michelle Obama. E molti, affascinati dal suo intervento — il più lucido, appassionato, trascinante di tutta la convention, intriso di umanità, orgoglio e passione civile — sono rammaricati dalla rinuncia della ex first lady. Ma Michelle ha sempre respinto l’idea di un ritorno alla Casa Bianca e l’altra sera, con l’energia che ha diffuso nell’arena di Chicago, ha fatto apparire Barack Obama, che ha parlato dopo di lei, un politico che non riesce più a scaldare i cuori: un leader consapevole dei mutamenti in atto che, dopo aver ironizzato sul suo rapido invecchiamento, ha pronunciato un discorso politicamente acuto ma non trascinante, sigillato dal tentativo un po’ patetico di riesumare gli slogan del 2008, declinati al femminile: «Yes she can».
Poi Bill Clinton che prova ancora una volta a essere mattatore: ignora in gran parte il testo del discorso scritto, parla per quasi mezz’ora invece dei 12 minuti previsti, ma ha un volto tirato, quasi irriconoscibile, e le battute più efficaci le pronuncia con un filo di voce. Nancy Pelosi sale sul palco poco dopo: è più vivace e dinamica di Clinton nonostante i suoi 84 anni. È stata la regista delle pressioni concentriche su Biden, rimane una ex speaker dal grande intuito politico, ma non riesce a regalare al popolo della convention molto più di un enfatico tentativo di ricucire col presidente, accompagnato dagli ampi gesti delle sue mani ossute.
E poi Hillary Clinton sorprendentemente calda, empatica, limpida, finalmente in pace con se stessa avendo accettato di essere arrivata al suo capolinea politico. E Bernie Sanders, lucidissimo a dispetto degli 82 anni: consapevole della sua trasformazione in icona di una sinistra radicale ormai guidata dalla generazione di Ocasio Cortez, sempre più adulta, avveduta, pragmatica.
È un cambiamento epocale: clan e dinastie hanno prodotto clientele, ma sono stati anche un collante prezioso per un partito da sempre obbligato a tenere insieme anime molto diverse. Quale sarà la struttura del nuovo fonte democratico? I leoni del «partito dei governatori» — il nero del Maryland Wes Moore, il bianco del Kentucky Andy Beshear che piace ai moderati dell’«America profonda», l’ebreo della Pennsylvania Josh Shapiro, la progressista del Michigan Gretchen Whitmer — riusciranno a fare squadra? E Kamala Harris, che ora vola sulle ali dell’entusiasmo, ma solo di recente ha cominciato a costruire una rete di alleanze nel partito soprattutto intorno alla libertà di procreazione, avrà la forza di tenere insieme una coalizione sempre più sfaccettata nel grande mix di etnie, culture, fedi religiose, identità di genere?
Karl Rove, stratega repubblicano delle vittorie di George Bush, avverte Trump: «Normalmente i democratici sono entusiasti, si innamorano, mentre i repubblicani sono disciplinati, si allineano. Stavolta la sinistra sembra tanto entusiasta quando disciplinata: se resta allineata dietro Kamala per la destra saranno guai». Quello della gioia, della speranza e della tolleranza potrebbe diventare il nuovo collante del partito di Kamala. Ma per ora a garantire l’unità c’è soprattutto lo spettro di Trump 2. E il sequel, come ha detto l’altra sera Barack Obama, è solitamente peggiore dell’originale.
(da Il Corriere della Sera)
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