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MIGLIAIA DI SOCIETA’ PUBBLICHE PIENE DI DEBITI E POLTRONE

Gennaio 22nd, 2025 Riccardo Fucile

ORA I CRAC LI PAGHIAMO NOI

Ci sono società pubbliche alle quali il destino (politico) regala una seconda vita. Prendiamo l’ormai mitologica Stretto di Messina Spa, incaricata di costruire il ponte sullo Stretto: costituita nel 1981 e smantellata nel 2013 dopo aver succhiato centinaia di milioni di denaro pubblico, era in liquidazione da 10 anni (e in causa con lo Stato per la concessione) quando – su spinta del ministro Matteo Salvini – si è deciso di farla risorgere per portare a compimento l’opera di collegamento tra Calabria e Sicilia. Caso più unico che raro: di solito, infatti, se ad andare in crisi è una «partecipata» – cioè un’azienda che vede come soci le amministrazioni pubbliche – a rimanere in piedi sono soltanto i debiti.
Più poltrone che dipendenti
I dati diffusi nel 2024 dal ministero dell’Economia e che guardano fino a tutto il 2021, ci dicono che le partecipate sono 5.081, hanno come soci 39.657 enti pubblici e il 68% è in mano ai Comuni. Ma mille di queste società, in realtà, sono in liquidazione o sottoposte a procedure concorsuali che quasi sempre sono l’anticamera del fallimento e che nel 70% dei casi si trascinano per almeno 5 o 10 anni. La situazione varia: ci sono regioni, come il Molise, che hanno chiuso oltre la metà delle partecipate, e altre come il Trentino e la Valle d’Aosta dove le aziende in liquidazione sono appena il 2%.
A funzionare regolarmente, rimangono 3.946 partecipate. E non tutte se la passano bene. Se escludiamo quelle create più di recente (per le quali è prematura una valutazione) e quelle che non rientrano nei “paletti” del Testo unico sulle società a partecipazione pubblica, ne restano poco meno di 3mila: il 41% negli ultimi 5 anni ha avuto almeno un bilancio in perdita, il 7,6% ha i conti stabilmente in rosso, mentre il 22% ha più amministratori – e quindi poltrone da spartire – che dipendenti; e una su tre fattura meno di un milione di euro, considerata la soglia limite. In generale, il 39% delle partecipazioni non rispetta le condizioni per le quali, da qualche anno, la legge impone agli enti di sbarazzarsene – chiudendo la società o cedendo le quote – o almeno di avviare dei seri piani di risanamento. Ma nel 74% dei casi, i soci hanno già detto di voler lasciare tutto com’è.
I crac milionari
Le regole che spingono a «razionalizzare» le aziende in sofferenza sono state introdotte nel 2016 con l’obiettivo di ridurre il rischio che le crisi si trasformino in voragini finanziarie. Infatti le aziende e i privati che avanzano soldi dalle partecipate fallite sono migliaia. Qualche esempio, pescato da un elenco lunghissimo: nel 2013 i fallimenti degli aeroporti di Forlì e di Rimini, (in capo a Regione, e rispettivi Comuni e camere di commercio) lasciano debiti per oltre 60 milioni; lo stesso anno c’è il crac di Amia – partecipata dal Comune di Palermo per la raccolta rifiuti – con i creditori che avanzano 180 milioni. Nel 2018 a saltare è MessinAmbiente, partecipata del Comune per la gestione dei rifiuti: debiti stimati per 101 milioni. E nel 2023 fallisce, con 20 milioni di debiti, la Amaco che si occupa del trasporto pubblico a Cosenza.
Perché accade questo? Ciascuna fa storia a sé, anche se spesso salta fuori che le partecipate finite in default erano sotto-capitalizzate (a volte non sono proprietarie neppure dell’edificio in cui hanno sede) e usate dalla politica per distribuire poltrone e attirare consenso elettorale. Inoltre, se oggi il socio è tenuto ad accantonare l’equivalente delle perdite, in passato i sindaci utilizzavano queste società per offrire servizi “dirottando” su di esse i buchi di bilancio, così da tenere al sicuro le casse del Comune a discapito dei creditori. Infatti, per le aziende pubbliche valgono le stesse regole di qualunque Spa o Srl: se finisce gambe all’aria non si può pretendere di usare il patrimonio dei soci (in questo caso degli enti pubblici) per ripianare i debiti. Tradotto: quando i soldi finiscono, chi ancora dev’essere pagato rimane col cerino in mano. Ma la novità è che d’ora in avanti quel cerino potrebbe finire nelle mani dello Stato
Quando a pagare siamo noi
Per capire come una partecipata possa sprofondare nei debiti e cosa accade ai creditori, prediamo la Soakro Spa, azienda fondata da Provincia e Comuni della zona per distribuire l’acqua nelle abitazioni del Crotonese. Nel 2016 fallisce lasciando debiti per 50,7 milioni di euro nei confronti di centinaia tra dipendenti e fornitori. La procura di Crotone apre un’inchiesta e scopre che fin dalla sua nascita, nel 2008, è sottocapitalizzata (in «pancia» ha appena 107mila euro) e quindi non può fare investimenti. È gestita in modo assurdo: la partecipata compra l’acqua da un’altra società pubblica e la rivende ai cittadini a prezzi più bassi e non ha un’anagrafe dei clienti, col risultato che la metà dei residenti non versa il dovuto e molti neppure ricevono le bollette. Tra chi utilizza i servizi a sbafo, ci sono gli stessi soci pubblici nei confronti dei quali l’azienda fatica a riscuotere milioni di euro. Non versa imposte per 1,5 milioni, comprese le ritenute fiscali dei dipendenti, ma in compenso distribuisce lavori per 490mila euro ad aziende «amiche» senza bandi di gara, e assegna consulenze «ingiustificate» per 131mila euro. E in tutto questo, i vertici – nominati dalla politica – riescono pure ad assegnarsi 71mila euro di premi aziendali. A settembre 2024 il tribunale condanna per bancarotta 14 tra rappresentanti legali, amministratori e componenti degli organismi di controllo della partecipata. Ma intanto, visto che gli abitanti non possono rimanere senz’acqua, i Comuni creano un nuovo consorzio, di fatto una copia di Soakro, che pare sia già in rosso per decine di milioni.
La battaglia in Europa
Nel pantano della Soakro ci finisce anche la Salvatore Mazzei Srl, che ha svolto 102.772 euro di scavi e opere in calcestruzzo per conto della partecipata crotonese, senza mai vedere un soldo. Sia il tribunale che gli organi fallimentari riconoscono che quella somma le spetta di diritto, ma a giugno 2021 il curatore fallimentare dice che non ci sono risorse per far fronte alle richieste dei creditori. Tutto come da copione. Stavolta però il titolare dell’impresa edile non ci sta a tenersi quel cerino in mano, e si rivolge alla Corte europea per i diritti dell’uomo chiedendo sia lo Stato a pagare il debito «non solo perché Soakro è un’articolazione organizzativa della Pubblica amministrazione, ma anche perché gli enti locali, con la loro condotta, hanno provocato la crisi». Nel 2022 la Corte europea scrive al nostro governo. Il senso del messaggio: ci sono diversi precedenti legali, meglio che troviate un accordo altrimenti l’Italia rischia una pesante condanna. Capita l’antifona, il governo si impegna a saldare il debito contratto da Soakro con la Salvatore Mazzei Srl. Non l’ha ancora fatto, ma lo farà.
Cosa succede adesso
La Mazzei Srl non è sola: sono centinaia i ricorsi presentati a Strasburgo dai creditori delle società partecipate, e in quindici casi il nostro governo ha già dovuto concludere l’accordo proposto dai giudici. In generale, è presto per dire come andrà a finir, ma se la Corte dovesse dare loro ragione i debiti dovranno essere ripianati con denaro pubblico. A marzo di quest’anno il Comitato dei ministri (l’organo che vigila sull’esecuzione delle sentenze della Corte) ha detto: «Il fatto che lo Stato scelga una forma di delega in base alla quale alcuni dei suoi poteri sono esercitati da un altro organismo non è sufficiente per rinunciare alla propria responsabilità per i debiti di tale organismo delegato». L’avvocato Francesco Verri – che ha incassato la vittoria della Mazzei e ha in ballo altri 200 ricorsi per un valore di mezzo miliardo – è convinto di spuntarla: «La nostra è una sorta di gigantesca class action per tutelare i diritti fondamentali di migliaia di creditori incolpevoli. E ci sono dei precedenti: se le pubbliche amministrazioni affidano i servizi di interesse pubblico ad aziende partecipate, lo Stato è responsabile dei debiti e li deve pagare al loro posto».
Milena Gabanelli e Andrea Priante
(da corriere.it)

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“ALCOLIZZATO E VIOLENTO, LA MOGLIE SI NASCONDEVA PER SFUGGIRGLI”

Gennaio 22nd, 2025 Riccardo Fucile

QUESTO SAREBBE L’UOMO SCELTO DA TRUMP COME SEGRETARIO ALLA DIFESA, PETE HEGSETH…. LA DICHIARAZIONE GIURATA DELLA COGNATA

L’ex cognata di Pete Hegseth ha presentato martedì una dichiarazione giurata ai senatori in cui accusava il candidato dal presidente Donald Trump alla carica di segretario alla Difesa, di essere stato «violento» nei confronti della sua seconda moglie. Una volta la donna si era nascosta in un armadio per sfuggirgli e aveva una parola di sicurezza da chiamare per chiedere aiuto se avesse avuto bisogno di allontanarsi da lui. I senatori stanno esaminando, riporta il New York Times, la dichiarazione giurata di Danielle Diettrich Hegseth, ex moglie del fratello del signor Hegseth, che descrive il comportamento «irregolare e aggressivo» di Pete. Secondo una copia ottenuta dal Times, l’uomo beveva spesso in modo eccessivo sia in pubblico che in privato, inclusa un’occasione a cui lei ha assistito personalmente, mentre indossava la sua uniforme militare.
Le accuse, che il signor Hegseth ha negato tramite il suo avvocato, sono emerse mentre i repubblicani stavano lavorando per accelerare la sua conferma, e secondo il quotidiano americano potrebbero mettere a repentaglio la sua corsa. Una manciata di repubblicani che hanno appreso delle accuse negli ultimi giorni hanno sollevato in privato serie preoccupazioni. Nella sua dichiarazione giurata, riportata in precedenza da NBC News , Danielle Hegseth ha affermato di aver parlato con l’FBI di Pete Hegseth e di essersi presentata al Congresso nella speranza che il suo racconto avrebbe convinto abbastanza repubblicani. Ha affermato di aver presentato il suo racconto su richiesta del senatore Jack Reed del Rhode Island, il principale democratico dell’Armed Services Committee.
(da agenzie)

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INTESE TRA CRIMINALI: TRUMP CONCEDE LA GRAZIA A ROSS WILLIAM ULBRICHT, IL FONDATORE DI SILK ROAD, IL SITO CONSIDERATO “IL MERCATO NERO DEL WEB”, CONDANNATO ALL’ERGASTOLO

Gennaio 22nd, 2025 Riccardo Fucile

SULLA PIATTAFORMA SI VENDEVANO ILLEGALMENTE FARMACI, ARMI E DOCUMENTI FALSI… C’È STATO IL “PERDONO” PER I 1.600 ASSALITORI DI CAPITOL HILL… L’IMBARAZZO TRA I REPUBBLICANI E LA RABBIA DEI POLIZIOTTI AGGREDITI: “TRADITI DAL NOSTRO PAESE”

Il neopresidente americano Donald Trump concede la grazia a Ross William Ulbricht, il fondatore di ‘Silk Road’, il sito considerato “il mercato nero del web”, condannato all’ergastolo negli Stati Uniti. Ulbricht è stato arrestato dall’Fbi nel 2013 e condannato per traffico di droga, pirateria informatica e riciclaggio di denaro sporco.
Su Silk Road venivano venduti illegalmente farmaci, narcotici, armi e documenti falsi. Per quest’ultimi si usavano i bitcoin. Con la grazie, Trump mantiene la promessa effettuata in campagna elettorale alla comunità dei fan di criptovalute e agli elettori libertari.
L’aveva promesso Donald Trump che per «gli ostaggi» e «i prigionieri politici», così chiamava sin dal gennaio del 2022 i detenuti per l’assalto di Capitol Hill, avrebbe avuto un occhio di riguardo. Lunedì sera quell’attenzione si è trasformata in un colpo di penna con cui ha concesso perdoni presidenziali e grazie a circa 1.600 persone che il 6 gennaio del 2021 avevano assaltato o come Enrique Tarrie e Steward Rhodes, leader degli Oath Keepers, erano accusati di essere i registi di una rivolta, cospirazione sediziosa, per demolire il processo democratico Usa.
Trump ha siglato un ordine esecutivo in cui perdona 1.270 condannati e ordina al Dipartimento di Giustizia di lasciare cadere circa 300 procedimenti pendenti. L’ordine di rilascio è scattato subito. Anche quattordici persone, quelle come Rhodes e Tarrie con condanne pesanti, 18 anni il primo, 22 il secondo, hanno ricevuto l’ordine di scarcerazione.
«Sono stati in cella per tanto tempo, queste persone sono state distrutte», ha detto Trump siglando il decreto. Queste 14 tutte insieme avevano accumulato oltre 100 anni di detenzione.
Ieri sera nel corso di un botta e risposta con i reporter ha difeso nuovamente la sua decisione e citato i «perdoni ai criminali» che ha dato Biden.
Il gesto di Trump va oltre le aspettative, spiazza gli alleati e imbarazza anche qualche collaboratore di governo che negli anni scorsi era stato duro sulla necessità di mostrare rigore. Pochi giorni fa il vicepresidente J.D. Vance e lo Speaker della Camera, Michael Johnson, avevano detto che Trump avrebbe dovuto perdonare solo coloro che non si erano macchiati di crimini violenti.
Fra le persone graziate 600 hanno capi di imputazione o condanne gravi per aver assalito agenti di polizia e impedito alle forze dell’ordine di operare durante la rivolta. Ci sono, ad esempio, Julian Khater – che poi si dichiarò colpevole – Devlyn Thompson, e Robert Palmer: tutti attaccarono dei poliziotti a colpi di spranga e legni. Il Dipartimento di Giustizia ha incriminato 1.580 persone legate al 6 gennaio, di cui il 55% per reati minori. Le pene vanno da un minimo di 4 mesi a oltre 22 anni.
La decisione del presidente è stata accolta con diversi malumori anche nel mondo repubblicano. Il senatore della North Carolina Thom Tillis, l’ha definita «una cattiva azione»; Marco Rubio, ormai segretario di Stato e in passato da senatore fra i fautori della linea dura, ha evitato di commentare: «Mi occupo ormai di politica estera».Quelli che parlano sono sia i “perdonati”, sia i famigliari delle vittime.
Nell’assalto di Capitol Hill morirono cinque persone fra attivisti e agenti. Altri due agenti morirono per infarto nei giorni seguenti l’attacco. Michael Fanone, uno dei poliziotti colpiti dagli aggressori, e diventato uno dei volti di quel giorno dopo aver testimoniato davanti alla Commissione parlamentare sul 6 gennaio, ha detto alla Cnn: «Sono stato tradito dal mio Paese, sono stato tradito da coloro che sostenevano Donald Trump, che abbiate votato per lui perché aveva promesso queste grazie o per qualche altro motivo, sapevate che questo sarebbe successo. Ed eccoci qui».
«Stasera, sei individui che mi hanno aggredito, mentre facevo il mio lavoro il 6 gennaio, come hanno fatto centinaia di altri ufficiali delle forze dell’ordine, ora saranno liberi».
(da agenzie)

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IL SALUTO ROMUSK

Gennaio 22nd, 2025 Riccardo Fucile

TRA FOLLIA CRIMINALE E ISTERIA

Non so se quello di Musk fosse un saluto romano o un irrigidimento isterico dell’avambraccio (in ogni caso la Roma che ha in mente quell’invasato è l’Urbe non di Mussolini, ma di Nerone). Una cosa è certa: da qualche tempo persino chi vedeva in Trump il male assoluto lo ha retrocesso a relativo.
Scopriremo presto se le cose stanno effettivamente così, ma al momento, lo si è visto anche durante la cerimonia d’insediamento, la semplice presenza di Musk al suo fianco basta a ridurre la carica eversiva del Babau in Chief, assegnandogli obtorto collo il ruolo di vecchio saggio incaricato di smorzare gli eccessi visionari del socio finanziatore. Potrebbe trattarsi di un gioco delle parti. Ogni leader ama essere amato da tutti, e il modo più sicuro di riuscirvi consiste nel mettersi accanto qualcuno più inquietante di lui. Così potrà apparire rassicurante persino agli occhi dei suoi avversari. Gli esempi, anche in Italia, non mancano: Andreotti si accompagnava a Sbardella, Berlusconi a Previti, Renzi a Renzi.
Ma forse i nostri giudizi sono condizionati dal linguaggio, che esprime sempre lo spirito del tempo. Trump è uomo all’antica, manifesta ancora la sua cattiveria con le parole. Al massimo vi aggiunge il tono di voce e le espressioni del volto. Invece Musk, più moderno, comunica a fumetti: digitando emoticon, roteando pollici e stendendo avambracci. Ha messo un motore nuovo al passato e lo ha chiamato futuro.
(da La Repubblica)

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LA GIORNATA IN CUI L’ITALIA E’ USCITA DALLO STATO DI DIRITTO: UN CRIMINALE TORTURATORE LIBERATO CERTIFICA LA COLLUSIONE CON I TRAFFICANTI LIBICI

Gennaio 22nd, 2025 Riccardo Fucile

IN ITALIA NON ESISTE PIU’ LA LEGGE UGUALE PER TUTTI MA QUELLA AD PERSONAM… FINANZIAMO UNA ASSOCIAZIONE A DELINQUERE E NON RISPETTIAMO NEMMENO I MANDATI DI CATTURA INTERNAZIONALI… L’IRA DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE… LE OPPOSIZIONI: “VERGOGNA”

I siti libici, che già ieri mattina annunciavano l’imminente ritorno a Tripoli del generale Najeem Osema Almasri Habish «per essere processato come prevedono gli accordi Italia-Libia sui prigionieri», ci avevano visto giusto.
E incredibilmente, alle 21.42, il comandante della polizia giudiziaria e responsabile del centro di detenzione di Mitiga fermato a Torino sabato su mandato di cattura della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, era già libero e a Tripoli. Accolto da una grande festa con tanto di fuochi d’artificio.
“L’errore procedurale”
Salvato da un cavillo, un «errore procedurale», come lo hanno definito i giudici della Corte d’appello di Roma che ne hanno disposto la scarcerazione. E persino rimandato a casa con tante scuse su un I-Carg italiano decollato dall’aeroporto di Caselle alle 19.51. Un volo che però era partito da Ciampino per Torino alle 11.14, segno che già ieri mattina presto, la scorta di Almasri era stata decisa su tavoli assai diversi da quelli della Corte d’appello di Roma.
E ben prima delle 16, ora in cui dal ministero di Grazia e giustizia, dopo 36 ore di imbarazzante silenzio istituzionale, partiva una nota in cui si comunicava che il ministro Nordio stava «valutando la trasmissione degli atti alla Procura generale di Roma».
“Il ministro non era stato avvertito”
Dunque, la decisione, formalmente, è dei giudici e ha motivazioni giuridiche scovate nella procedura prevista in caso di mandato di cattura della Corte penale internazionale: nella fattispecie — ha rilevato la Corte d’appello — il ministro della Giustizia è stato informato dell’arresto solo lunedì, quando il generale Almasri era già nel carcere de Le Vallette, e non preventivamente come avrebbe dovuto essere fatto.
E a quel punto, partita la più ferrea consegna del silenzio a tutti i livelli, Palazzo Chigi si è trovato stretto tra il dovere di consegnare alla Corte penale de L’Aia un uomo da processare per crimini contro l’umanità e le aspettative degli amici libici a cui l’Italia affida buona parte della sua strategia di contrasto ai flussi migratori. Improvvisamente ripresi lunedì con 500 arrivi, tutti dalla Libia, a Lampedusa.
Poco prima fonti della Corte penale internazionale avevano espresso «forte preoccupazione». Il timore fondato, quindi, che Njeem Osama Elmasry, detto Almasri, potesse essere “graziato” dal governo italiano, impedendo la sua consegna alla giustizia dell’Aja. Il mandato di cattura, spiegano, non ammette discrezionalità. Se arrestato, un ricercato dalla Corte «deve essere consegnato e processato». Poi una previsone: «Quando questo articolo verrà pubblicato, il ricercato sarà già in Libia».
Le proteste delle opposizioni
È finita con il generale scarcerato, espulso e rimandato a casa e l’incredulo sconcerto delle opposizioni che preannunciano interrogazioni al ministro Nordio.
«Il governo chiarisca immediatamente perché Almasri è stato scarcerato e lasciato andare», dice la segretaria del Pd Elly Schlein. «Giorgia Meloni voleva inseguire i trafficanti di esseri umani in tutto il globo terracqueo, ne era stato arrestato uno libico in Italia e invece di dare seguito alle richieste della Corte penale internazionale che lo accusa di crimini di guerra e contro la dignità umana, lo hanno rimandato impunito in Libia».
«Vicenda gravissima di cui chiederemo conto a Nordio», dice Matteo Renzi. Da Riccardo Magi ad Angelo Bonelli, è un coro di «vergogna» e una richiesta di immediati chiarimenti al Parlamento.
(da agenzie)

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L’ITALIA DEL GOVERNO DEI CACASOTTO E’ RIUSCITA A LIBERARE PURE IL TORTURATORE ALMASRI DOPO AVERLO ARRESTATO SU MANDATO DI CATTURA INTERNAZIONALE

Gennaio 21st, 2025 Riccardo Fucile

SCRITTA UNA DELLE PAGINE PIU’ VERGOGNOSE IN QUELLA CHE FU LA PATRIA DEL DIRITTO… IL GOVERNO CEDE ALLE RICHIESTE LIBICHE PER NON PERDERE L’APPOGGIO DEI VERI TRAFFICANTI LIBICI CHE STANNO AL GOVERNO A TRIPOLI E FANNO IL LAVORO SPORCO SUI MIGRANTI

Scarcerato a meno di 48 ore dal suo arresto e già rientrato in Libia. Diventa un giallo internazionale e soprattutto una nuova rogna diplomatica per l’Italia la vicenda del generale Almasri, fermato a Torino sabato sera su mandato di cattura della Corte penale internazionale de L’Aia per crimini di guerra e violazione dei diritti umani e rilasciato nel tardo pomeriggio di oggi. Ufficialmente per un cavillo ridicolo, un presunto“errore” nella formulazione del mandato di cattura.
Nordio: “Stiamo valutando”, ma il criminale libico era già in volo per Tripoli
Nel pomeriggio, uno stringato comunicato del ministro Nordio aveva reso noto che a via Arenula si stava valutando il complesso fascicolo di accuse a carico di Najeem Osema Almasri Habish, che in realtà avrebbe già dovuto essere passato ai giudici della Corte d’appello di Roma, come prevede la procedura.
E invece poche ore dopo la sorpresa, che era stata preceduta da una giornata di imbarazzanti silenzi da parte del governo subito rilevati dalle opposizioni. Almasri viene scarcerato e quasi immediatamente parte con un volo alla volta della Libia
“L’errore procedurale”
Secondo le prime ricostruzioni la mancata convalida dell’arresto sarebbe stata provocata da un presunto errore procedurale. Il mandato d’arresto era stato spiccato la mattina del 18 gennaio, lo stesso giorno dell’arresto del comandante. Ma per questo genere di arresti è necessaria l’interlocuzione con il ministero e la Corte d’Appello di Roma, interlocuzione che sarebbe mancata. Dopo l’arresto di Torino, infatti, gli atti sono stati inviati al minitro Nordio che, ricevuta la documentazione, non ha fatto pervenire alcuna richiesta formale alla Corte d’Appello. Di qui la decisione dei magistrati: scarcerazione immediata.
“Arresto indegno”
A Tripoli gli amici del “generale” avevano definito indegno il suo arresto e alcuni siti di informazione si erano spinti a dire che l’Italia aveva accettato di rimandarlo in Libia dove sarebbe stato detenuto e processato.
La grana per il governo
Certo è che l’arresto di Najeem Osema Almasri Habish, avvenuto sabato sera a Torino, per il governo Meloni sarebbe potuto diventare un’altra rogna: si sarebbe infatti ritrovato stretto tra i doveri nei confronti della Corte penale internazionale e le aspettative degli amici libici a cui l’Italia assicura sostegno e finanziamenti per bloccare i flussi migratori.
Le violazioni dei diritti umani
Almasri è chiamato a rispondere di crimini di guerra, violazioni di diritti umani, omicidi, stupri, violenze, rapimenti.
Dopo l’arresto non una parola da Palazzo Chigi, silenzio assoluto da Farnesina e Viminale. Abbottonatissimi gli investigatori anche su cosa ci facesse Osama Naijm a Torino, oltre a vedere la partita Juventus-Milan sabato sera, quando è stato fermato in compagnia di tre persone, tre libici che oggi sono subito stati espulsi dall’Italia perché entrati illegalmente o perché ritenuti pericolosi. Davvero il generale Almasri e i suoi amici erano arrivati a Torino solo per vedere la partita?
Le proteste delle opposizioni
Nel pomeriggio, prima che di diffondesse la notizia della scarcerazione, le opposizioni si erano rivolte cosi al ministro Nordio. “Siamo sorpresi”, ha detto Nicola Fratoianni di Avs, “dalle parole ‘sta valutando’. C’è ben poco da valutare e aspettiamo dal ministero della Giustizia parole chiare e inequivocabili che escludano ogni possibile dubbio sul fatto che la giustizia faccia il suo corso nei confronti di un trafficante di esseri umani”.
Sulla stessa linea Arturo Scotto del Pd. “La richiesta della Corte penale internazionale”, ha affermato, “va applicata. Parliamo di uno dei capi della mafia libica. L’Italia aderisce alla Cpi e dunque deve essere conseguente con i trattati internazionali. Da questo arresto arriva, se era necessario, la conferma che il sistema che gestisce i migranti in Libia è nelle mani criminali senza scrupoli”.
Il fondatore di Mediterranea Saving Humans, Luca Casarini, mette nel mirino il governo. “Il fatto che fosse in Italia”, ha sottolineato, “nonostante ricercato con un mandato di cattura internazionale, è dovuto al senso di completa impunità che hanno questi grandi trafficanti di esseri umani, che occupano posti di vertice nelle istituzioni libiche e intrattengono ottime relazioni con le nostre, oppure c’è dell’altro? Oltre alla partita di calcio, chi doveva incontrare o ha incontrato il libico qui in Italia? Il silenzio a volte spiega molto di più di tante parole”.
(da agenzie)

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NELLA CAPITALE DELLA CULTURA 2025 HANNO ASFALTATO LE STRADE PIENE DI BUCHE PER LA VISITA DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA MA HANNO TUMULATO PURE I TOMBINI E ORA PER LIBERARLI DAL BITUME SI È COSTRETTI A USARE IL METAL DETECTOR

Gennaio 21st, 2025 Riccardo Fucile

LA REGIONE SICILIANA AVEVA STANZIATO IN FRETTA E FURIA 510MILA EURO PER RIASFALTARE LE STRADE IN POCHE ORE

Hanno asfaltato anche i tombini. E così gli operai dell’azienda che aveva portato avanti i lavoratori si sono dovuti armare di metal detector per trovarli e liberarli dal bitume. Accade ad Agrigento, Capitale italiana della cultura.
Tutto questo per la necessità di sistemare in fretta le strade, in occasione della visita del presidente della Repubblica Sergio Mattarella di sabato scorso.
L’intervento urgente era stato richiesto dal sindaco Franco Micciché pochi giorni prima della cerimonia inaugurale alla presenza del capo dello Stato. Il governo regionale aveva così stanziato 510 mila euro per riasfaltare le strade in poche ore.
Due giorni dopo la cerimonia, gli operai sono tornati sulle strade appena riasfaltate alla ricerca dei tombini perduti. E per trovarli, hanno usato un metal-detector, scandagliando, centimetro dopo centimetro, il manto stradale nuovo di zecca.
Man mano che i tombini venivano rintracciati, si è proceduto alla rottura dell’asfalto, come è stato documentato dalle foto di tanti agrigentini. Scavati fossi anche profondi per raggiungere le grate. Dalla Regione fanno sapere che si tratta di interventi in qualche modo preventivabili, considerata l’eccezionalità dei lavori compiuti pochi giorni prima per mettere a posto le strade
(da agenzie)

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IL RAPPORTO “OXFAM” CERTIFICA CHE IL SISTEMA FISCALE ITALIANO CONTRIBUISCE A RENDERE I POVERI PIÙ POVERI E I RICCHI PIÙ RICCHI

Gennaio 21st, 2025 Riccardo Fucile

IL 63% DEI MILIARDARI NOSTRANI HA EREDITATO IL PROPRIO PATRIMONIO (IL DOPPIO RISPETTO ALLA DI MEDIA MONDIALE, 36%) E IL FISCO SOTTRAE LORO BEN POCO … 71 MILIARDARI ITALIANI HANNO UNA QUANTITA’ DI SOLDI (272,5 MILIARDI) CHE PERMETTEREBBE DI COPRIRE L’INTERA SUPERFICIE DI MILANO CON BANCONOTE DA 10 EURO…DITE ALLA MELONI CHE IL SALARIO MINIMO È NECESSARIO, VISTO CHE 1,25 MILIONI DI LAVORATORI GUADAGNANO MENO DI 9 EURO L’ORA

La ricchezza dei miliardari in forte crescita, le condizioni dei poveri in deciso peggioramento. La quota del 10% più abbiente degli italiani in 14 anni è passata dal 52,5% della ricchezza nazionale al 59,7%, mentre la quota del 50% più povero si è ridotta di quasi un punto percentuale, passando dall’8,3% di fine 2010 al 7,4% di metà 2024. L’incremento è stato più veloce per chi già stava in cima alla piramide: lo 0,1% più ricco degli italiani ha registrato un balzo di oltre il 70% tra il 1995 e il 2016.
La ricchezza, secondo “Disuguaglianza – Povertà ingiusta e ricchezza immeritata”, il rapporto che Oxfam ha presentato in apertura del meeting annuale del World Economic Forum a Davos, non è frutto di grandi abilità, ma di situazioni ampiamente favorevoli. I più ricchi beneficiano di un rendimento medio annuo dei patrimoni (5%) quasi doppio rispetto a chi ha poche risorse da investire, che al massimo ottiene tra il 2 e il 3%.
Se poi si arriva ai miliardari, il 63% ha ereditato il proprio patrimonio, una percentuale quasi doppia rispetto al 36% di media mondiale: il fisco sottrae ben poco nel passaggio. La ricchezza dei 71 miliardari italiani nel 2024 è aumentata di 61,1 miliardi di euro, raggiungendo i 272,5 miliardi. Un ammontare che «permetterebbe di coprire l’intera superficie della città di Milano con banconote da 10 euro», osserva Oxfam.
I poveri continuano ad essere i 5,7 milioni stimati dall’Istat: per loro si fa sempre meno. Il rapporto passa in rassegna le nuove misure a sostegno della povertà, bocciandole senza appello: «Rispetto al reddito di cittadinanza, l’Assegno di Inclusione (Adi) ha comportato una contrazione del 37,6% del numero dei nuclei beneficiari e uno scostamento maggiore – eccezion fatta per i nuclei con i minori – tra le famiglie che beneficiano del sussidio e quelle in povertà assoluta nel nostro Paese», afferma Mikhail Maslennikov, policy advisor sulla giustizia economica di Oxfam Italia
Peggio ancora per i disoccupati: «L’esperienza del Supporto per la Formazione ed il Lavoro va prefigurando, per i suoi percettori, una lenta transizione dall’occupabilità alla disperazione». Ma è l’intero sistema che contribuisce a rendere i poveri più poveri, sottraendo risorse a una classe sempre meno media: un fisco iniquo, che da un lato offre flat tax e concordato fiscale, e dall’altro non fa nulla per impedire il drenaggio delle retribuzioni dei dipendenti pubblici e privati, cresciute in media del 6-7% nel periodo 2019-2023, a fronte di un’inflazione superiore di almeno dieci punti.
L’indice di Gini, che misura la disuguaglianza, in Italia è passato da 0,33 nel 1991 a 0,38 nel 2021, ma nel resto del mondo non va meglio. Tre miliardi e mezzo di persone, il 44% dell’umanità, vivono con meno di 6,85 dollari al giorno, mentre l’1%, in quella che Oxfam definisce una “simmetria perversa”, possiede il 45% della ricchezza del pianeta. […]
Mentre il numero dei poverissimi, coloro che vivono con meno di 2,15 dollari al giorno, si riduce a un ritmo lentissimo: l’obiettivo dell’azzeramento della povertà estrema dell’Agenda 2030 dell’Onu appare ormai un miraggio. Anche in questo caso, come per l’Italia, non si tratta di una fatalità, ma del risultato di scelte precise che, rileva Oxfam, il Nord del mondo impone al Sud.
Un sistema che favorisce anche enormi disparità salariali: nel Sud del mondo sono inferiori in media tra l’87% e il 95% rispetto a quelle del Nord.
I lavoratori poveri in Italia sono almeno 1 milione e 255 mila, di cui 618 mila donne e 637 mila uomini. Ovvero il 10,7% dei dipendenti pubblici e privati nelle imprese dai 10 dipendenti in su che operano nei settori dell’industria e dei servizi. Istat aggiorna il dato, nel suo rapporto quadriennale sulle retribuzioni. Ma certo è un dato parziale che può solo salire, se si include l’agricoltura, gli autonomi e le micro imprese.
Rispetto all’ultimo report, quello relativo al 2018, la percentuale del lavoro povero cresce di quasi un punto: dal 9,8 al 10,7%. Come pure sale il livello di retribuzione oraria, pari a due terzi del valore mediano nazionale, al di sotto del quale il lavoro è considerato povero: da 8,5 a 8,9 euro all’ora. Sfiorando quei 9 euro di cui si discuteva nella proposta dell’opposizione per un salario minimo legale in Italia, affossata dal Cnel e dal governo Meloni.
Istat va anche oltre. E rivela che la percentuale di dipendenti a bassa retribuzione è più alta tra le donne: 12,2% (618 mila lavoratrici) dall’11,6% del 2018. Contro il 9,6% degli uomini dall’8,5% di quattro anni prima (637 mila lavoratori).
Tra i giovani under 29 i low-wage earners, i dipendenti poveri sono ora il 23,6%, quasi uno su quattro, quasi stabili (erano il 23,9% nel 2018): circa 371 mila. Va peggio tra quanti hanno titoli di studio inferiore al diploma: i poveri sono il 18% (dal 17,4% del 2018), circa 480 mila. Nelle attività commerciali e nei servizi, settori cruciali che negli ultimi anni hanno spinto l’occupazione post-Covid, i dipendenti poveri sono il 17,5%, circa 251 mila (dal 16,4% del 2018). Mentre oltre un terzo (33,3%) dei lavoratori non qualificati è povero, dal 31,3% di quattro anni prima.
Quando si lavora meno ore oppure con un contratto precario scende la retribuzione oraria. Chi ha un part-time viene pagato per la stessa ora di lavoro il 30,6% in meno di chi ha un full-time. Chi ha un contratto a tempo determinato riceve il 25% in meno: 12,9 euro contro 17,1 euro del contratto a tempo indeterminato. Una discriminazione odiosa. Precari e sottopagati. […] La retribuzione media annua lorda in Italia nel 2022 era 37.302 euro. Quella oraria a 16,4 euro.
(da La Repubblica)

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LA SANTA HA I GIORNI CONTATI? IL 29 GENNAIO LA CASSAZIONE DECIDERA’ SULLA COMPETENZA TRA MILANO O ROMA NEL CASO IN CUI DANIELA SANTANCHE’ RISPONDA DI TRUFFA AGGRAVATA AI DANNI DELL’INPS (OVVERO DELLO STATO).

Gennaio 21st, 2025 Riccardo Fucile

GIORGIA MELONI POTREBBE COSTRINGERE LA MINISTRA DEL TURISMO A DIMETTERSI PER EVITARE UN CALVARIO GIUDIZIARIO DANNOSO PER IL GOVERNO

C’è una data che segnerà l’addio al governo di Daniela Santanchè: prima di partire per Washington, Giorgia Meloni l’ha consegnata a Giovanbattista Fazzolari e tramite il sottosegretario ai parlamentari di Fratelli d’Italia. Il 29 gennaio la Cassazione dovrà decidere sulla competenza tra Milano o Roma nel caso in cui la ministra del Turismo risponde di truffa aggravata ai danni dell’Inps per la vicenda della cassa integrazione in Visibilia durante il periodo del Covid.
Santanchè è sempre stata convinta che il trasferimento nella Capitale allungherebbe i tempi del rinvio a giudizio – il secondo, dopo quello del falso in bilancio. Ma è un’agonia che Meloni si vuole risparmiare.
Ma il 29 gennaio è anche il giorno dopo il rientro da un viaggio in Arabia Saudita e Bahrein che la premier ha in agenda tra il 26 e il 27 gennaio, e che, al momento, prevede in delegazione la presenza di Santanchè.
Sono fonti di primo livello di Fratelli d’Italia a confermarlo a La Stampa. La presidente del Consiglio, raccontano, è profondamente delusa dal comportamento di Santanchè, perché le aveva garantito un relativo ridimensionamento della sua odissea giudiziaria. Né le piace che stia trasmettendo la sensazione di voler rimanere a tutti i costi, nonostante la dimensione delle accuse.
Tanto più che le mozioni di sfiducia che ha presentato il M5S, e che Alleanza Verdi e Sinistra e Pd sono pronti a votare, rischiano seriamente di mettere in difficoltà la maggioranza di centrodestra in Parlamento.
Fino alla sera di domenica, prima del decollo di Meloni, attesa negli Stati Uniti al giuramento del presidente americano Donald Trump, dal partito si smentiva un colloquio con Santanchè. È stata una gelida dimostrazione di sfiducia che la ministra ha colto immediatamente. Come non ha potuto non sentire il peso del silenzio dei colleghi di partito.
Nessuno si è esposto per difenderla, nessuno ha detto che dovrebbe rimanere al suo posto fino ad almeno una condanna. La linea rossa è sempre stata il rinvio a giudizio e Meloni non può rimangiarsi quanto fatto filtrare per mesi ai giornali. «Anche perché quando era all’opposizione ha chiesto la rimozione di ministri per molto meno», ricorda Peppe De Cristofaro, senatore di Avs.
Ma c’è un silenzio pubblico che pesa più degli altri, quello di Ignazio La Russa. Il presidente del Senato è un amico da sempre, un sodalizio strettissimo che si è allargato alle famiglie, e ai rispettivi partner, coinvolti in un’indagine per la compravendita di Villa Alberoni, a Forte dei Marmi. La Russa è avvocato e ha dato consigli legali alla ministra, ma sulla gestione politica della vicenda può fare poco: «È tutto in mano a Giorgia», sta ripetendo a chi gli chiede cosa succederà.
(da La Stampa)

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