Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
LA DECISIONE NON È STATA CONCORDATA CON LA SEGRETERIA REGIONALE, NÉ CON QUELLA FEDERALE… SALVINI FURIOSO: “NON HA NULLA A CHE FARE CON LA LEGA UN TIZIO CHE FA UN VOLANTINO IN ARABO CON RIFERIMENTI AD ALLAH”… MA CHE PROBLEMA HAI?
Nella Lega è scoppiato il caso Vigevano (Pavia). I vertici locali hanno dato il via libera alla candidatura di due esponenti della comunità islamica nella lista del partito: la studentessa universitaria Hagar Haggag e il portavoce della Comunità islamica vigevanese, Hussein Ibrahim.
La decisione non sarebbe stata concordata con la segreteria regionale, né con quella federale, e avrebbe provocato profonda irritazione in Via Bellerio.
«Non ha nulla a che fare con la Lega un tizio che fa un volantino in arabo con riferimenti ad Allah. Ben vengano gli stranieri inseriti e integrati, non i fanatici» ha commentato ieri Matteo Salvini.
(da agenzie)
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Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
I LIVELLI DI DISAPPROVAZIONE SUPERANO ADDIRITTURA LA GUERRA DEL VIETNAM, CHE SCATENÒ CONTESTAZIONI E LASCIÒ UNA FRATTURA PROFONDA NELLA SOCIETÀ
A due mesi dall’inizio del conflitto con l’Iran, la guerra avviata dagli Stati Uniti si
configura come la più impopolare nel Paese dai tempi della guerra di Corea del 1950. I dati mostrano un livello di disapprovazione superiore persino a quello registrato durante la guerra del Vietnam, storicamente considerata tra le più invise all’opinione pubblica americana.
Secondo quanto riportato da Somaiyah Hafeez in un articolo pubblicato da “The Mirror US”, un sondaggio Reuters/Ipsos del 28 aprile indica che il 61% degli americani disapprova i raid militari contro l’Iran, in forte aumento rispetto al 43% rilevato all’inizio del conflitto. Il dato supera anche il 60% di cittadini che, a guerra del Vietnam conclusa, ritenevano un errore l’invio di truppe nel Paese asiatico.
Il calo di consenso si riflette direttamente sulla popolarità del presidente Donald Trump, scesa al 34%, il livello più basso dal suo ritorno alla Casa Bianca. Il peggioramento è legato sia alla gestione della guerra sia all’aumento del costo della vita: solo il 22% degli intervistati approva l’operato del presidente su questo fronte, anche a causa dell’aumento dei prezzi del carburante seguito all’escalation militare.
Trump, che durante la campagna elettorale del 2024 aveva promesso di non avviare nuovi conflitti, nel primo anno del suo nuovo mandato ha autorizzato operazioni
militari in sette Paesi, tra cui l’Iran, dove la guerra è iniziata il 28 febbraio. Nonostante un cessate il fuoco raggiunto all’inizio di aprile, le tensioni restano elevate e incidono sui mercati energetici globali, con prezzi in crescita e riserve di petrolio in calo.
Sul piano umano, il Ministero della Salute iraniano riferisce di 3.375 morti causati dagli attacchi statunitensi e israeliani, mentre gli Stati Uniti hanno confermato 13 vittime tra i propri militari e oltre 200 feriti. Il bilancio si inserisce in un quadro più ampio: secondo il Cost of War Project della Brown University, le guerre guidate dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre hanno causato circa 940.000 morti in diverse aree di conflitto.
Anche i costi economici risultano rilevanti: l’amministrazione Trump ha speso 11,3 miliardi di dollari nei primi sei giorni di guerra, con una media successiva di circa 1 miliardo al giorno fino al cessate il fuoco dell’8 aprile. Su base giornaliera, il conflitto con l’Iran appare tra i più onerosi della storia recente, superando i costi medi delle guerre in Afghanistan e Iraq.
(da agenzie)
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Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
DI CONTRO, MALGRADO LE CONTINUE CAZZATE DELLA MAGGIORANZA DI PALAZZO CHIGI, ELLY SCHLEIN E GIUSEPPE CONTE A MARZO, SONO SEMPRE FERMI : IL PD AL 22,3%, IL M5S AL 14,3%
Gli orientamenti di voto segnalano alcuni contenuti cambiamenti. Il più evidente è la progressiva crescita di Futuro nazionale, la formazione di Vannacci, che oggi è stimata dal 4,1%, con un aumento di oltre un punto rispetto al risultato del mese scorso.
Futuro nazionale toglie voti principalmente alla Lega e in subordine a Fratelli d’Italia, e, secondo l’analisi dei flussi di voto rispetto alle ultime elezioni europee, mobilita anche una piccola quota di elettori allora astensionisti. Il dato della Lega è oggi ai minimi storici: 5,8%, con una perdita di un ulteriore 0,5%.
Anche Fratelli d’Italia lascia sul campo lo 0,5% su marzo collocandosi oggi al 26,2%, il risultato più basso dalle elezioni europee. Forza Italia perde anch’essa lo 0,5% ma si colloca al 9%, uno dei livelli più alti degli ultimi due anni
La piccola contrazione di questo partito non sembra da attribuirsi tanto all’effetto Vannacci quanto alle traversie nella definizione dell’assetto e delle prospettive politiche.
Tra le forze di opposizione si manifesta una sostanziale stabilità: il Partito democratico è infatti oggi stimato al 22,3%, di pochi decimali sopra al risultato del mese scorso, il Movimento 5 Stelle è praticamente invariato rispetto a marzo collocandosi al 14,3%, mentre Avs recupera la piccola perdita del mese scorso e torna al 6,7%, lo stesso dato ottenuto alle scorse europee.
Sostanzialmente stabili, pur con minime flessioni, le altre forze del “campo largo”, +Europa all’1,3% e Italia viva al 2%. Azione, fuori dalle alleanze, si colloca al 3,1%, anch’essa stabile.
I risultati delle coalizioni possibili sono molto vicini: il centrodestra nel suo insieme (FdI, FI, Lega, Noi moderati e Futuro nazionale) assommerebbe complessivamente al 46,1%, il campo largo o progressista che dir si voglia (Pd, M5S, Avs, + Europa e Italia viva) arriverebbe al 46,6%
Per la prima volta, da quando Vannacci ha fondato la sua nuova forza politica, il centrosinistra supera il centrodestra, includendo il partito del generale.
Le valutazioni dell’esecutivo e della presidente del Consiglio sono in leggero miglioramento. Il governo, infatti, evidenzia un indice di apprezzamento (la percentuale di valutazioni positive su chi si esprime, esclusi i non sa) del 41, segnando una lievissima ripresa rispetto a marzo, quando si era registrata un’apprezzabile contrazione del gradimento.
Lo stesso avviene per Giorgia Meloni, che ha un indice di 42, recuperando due punti sullo scorso mese. Il dato è presumibilmente influenzato dalla forte polemica innescata dal presidente Trump nei confronti del papa Leone XIV e dalla difesa del Pontefice da parte della presidente Meloni, che ha preso una netta distanza dalle posizioni del tycoon, nonché dalle dichiarazioni critiche di Trump (che continua a essere inviso alla stragrande maggioranza degli italiani) nei confronti dell’Italia e della premier per il mancato sostegno alle proprie azioni.
Rimane da dire dei leader, per i quali non emerge nessuna apprezzabile differenza nell’ultimo mese: le variazioni nell’indice di apprezzamento sono infatti al massimo di un punto, con una sola eccezione rappresentata da Vannacci che cresce di due punti ed è oggi valutato al 20.
Nel centrodestra, infatti, sembra necessaria l’inclusione di Futuro nazionale, per essere competitivi, ma questo richiederà probabilmente una «spinta» a destra che potrebbe avere ricadute sulle componenti moderate della coalizione e in particolare su Forza Italia che sta cercando di definire meglio il proprio posizionamento centrista. Nel centrosinistra si tratterà di capire quale sarà la leadership e quali i contenuti programmatici, in particolare rispetto alla politica internazionale. Insomma, il cammino è ancora lungo e non è detto che i dati non possano modificarsi.
(da agenzie)
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Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
FINO A UN ANNO FA LODAVA TRUMP, LE REGOLE EUROPEE, DIFENDEVA NETANYAHU E IRRIDEVA LA FLOTTIVA, OGGI FA L’ESATTO OPPOSTO PER PAURA DI PERDERE LE ELEZIONI
Immaginate di esservi presi una vacanza lunga un anno dall’attualità. Aprite i giornali, e
in un giorno solo, leggete che il governo ha condannato Israele per l’assalto in acque internazionali alle navi della Global Sumud Flotilla che portavano aiuti a Gaza, ha chiesto all’Unione Europea lo stop al patto di stabilità e ha litigato con Donald Trump al punto tale che lo stesso Trump ha minacciato di ritirare le truppe americane dall’Italia.
Ammettetelo: pensereste che è cambiato il governo, che Meloni, Salvini e Tajani sono finiti all’opposizione, che evidentemente ci sono state elezioni anticipate.
E invece no.
A prendersela con Israele è lo stesso governo che irrideva la Flotilla solo pochi mesi fa, difendendo Netanyahu a spada tratta, dicendo che era una missione umanitaria che rischiava di “compromettere la pace”, parlando di diritto internazionale che conta fino a un certo punto, rifiutandosi persino di pagare il biglietto di ritorno ai militanti, a i giornalisti e ai parlamentari rapiti da Israele.
A prendersela con l’Unione Europea e col nuovo patto di stabilità e crescita è lo stesso governo che ha firmato quel patto poco più di due anni fa, con una nota che lodava le “regole meno rigide”, i “meccanismi innovativi”, l’approccio “migliorativo rispetto al passato”.
A prendersela con gli Usa e con Trump, infine, è lo stesso governo che, meno di un anno fa, si è impegnato al vertice Nato dell’Aja ad aumentare le spese militari fino al 5% del PIL, che ha sostenuto Trump dal giorno uno della sua elezione, in tutti i suoi dazi, le sue cacce al migrante, i suoi omicidi agli attivisti politici, i suoi attacchi militari a Paesi terzi – guerre che bontà sua, Giorgia Meloni è riuscita a definire come “difensive”.
Ora, delle due una.
O chi stava al governo fino pochi mesi fa è stato sostituito da sosia perfetti, replicanti con le medesime sembianze e il pensiero opposto.
Oppure chi sta a Palazzo Chigi oggi ha preso gli ultimi quattro anni e li ha buttati nella pattumiera, iniziando a dire e fare l’esatto contrario di quel che ha detto e fatto fino a pochi mesi fa.
Poi cambi pagina e sullo stesso giornale vedi che sei elettori su dieci non considerano più Israele e Usa come degli alleati, che non ci sono soldi per la legge di bilancio elettorale perché hanno sbagliato i conti e che il centrosinistra è avanti nei sondaggi, anche con Vannacci dentro la coalizione di destra.
E allora capisci che non ci sono sosia, replicanti, magie e folgorazioni sulla via di Damasco. Ma che, semplicemente, Meloni & co stanno semplicemente provandole tutte per non andare a casa alle prossime elezioni. Arrivando persino a fare finta di essere all’opposizione di se stessi.
Solo gli stupidi non cambiano mai idea del resto.
A meno che non si tratti di perdere la poltrona.
(da Fanpage)
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Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
ALCUNI MANIFESTANTI MORIRONO, ALTRI, I COSIDDETTI “MARTIRI DI CHICAGO”, FURONO CONDANNATI A MORTE. LA SECONDA INTERNAZIONALE ISTITUÌ ALLORA UNA GIORNATA DI MOBILITAZIONE E SOLIDARIETÀ, A PARTIRE DAL 1890
Il 1° maggio 1867 l’Illinois introdusse una legge sulla giornata lavorativa di otto ore, ancora però simbolica e di applicazione limitata.
Nel 1886, a Chicago, durante le manifestazioni iniziate proprio il 1° maggio per la riduzione dell’orario di lavoro, si verificarono gravi episodi di repressione.
La Seconda Internazionale, un’organizzazione di partiti socialisti e laburisti, istituì allora una giornata di mobilitazione e solidarietà, a partire dal 1890
Quella data ricorda oggi, a livello globale, una lunga storia di lotte sindacali per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, a partire da richieste per l’ottenimento di condizioni più giuste, nel quadro del dibattito sui diritti civili e la giustizia sociale.
In Italia, la festa del Primo Maggio fu sospesa durante il Ventennio fascista, che limitò fortemente le libertà sindacali, e ripristinata nel Dopoguerra, purtroppo anche con episodi tragici, come la strage di Portella della Ginestra, in Sicilia, nel 1947, di matrice mafiosa, reazionaria e anticomunista
E il Concertone? Quello di Piazza San Giovanni a Roma, organizzato unitariamente da Cgil, Cisl e Uil, è un appuntamento fisso fin dagli anni Novanta e riflette i temi più attuali della riflessione pubblica sul lavoro, dalla sicurezza alla precarietà, continuando a rivendicare diritti nel presente, oltre che a fare memoria delle lotte del passato. “Pane e rose”, quindi, come si dice da oltre un secolo: le rivendicazioni economiche devono andare di pari passo con la richiesta di dignità e benessere.
(da “Oggi”)
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Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
IL CAOS SCATENATO DALLE DIMISSIONI DELLA GIURIA INTERNAZIONALE, CHE ESCLUDENDO ISRAELE E RUSSIA DAI PREMI AVEVANO ESPOSTO IL GOVERNO AL RISCHIO DI RICORSO
Ma cosa è successo? È successo che la giuria artistica internazionale della Biennale,
composta dalla presidente Solange Farkas (brasiliana), Zoe Butt (australiana), Elvira Dyangani Ose (spagnola), Marta Kuzma (nata negli Usa da famiglia ucraina), Giovanna Zapperi (attività prevalente tra Francia e Svizzera) si è dimessa in blocco.
Il motivo: gli ispettori del ministero hanno bocciato l’idea della giuria di escludere dai premi i padiglioni della Russia e di Israele i cui capi di Stato e di governo sono inseguiti da mandati di cattura del Tribunale internazionale per crimini di guerra.
Secondo i regolamenti della Biennale non ci possono essere discriminazioni di alcun tipo tra gli artisti ammessi. Uno di loro, l’israeliano Belu-Simion Fainaru, origini rumene, aveva sollevato il caso minacciando le vie legali perché fossero riconosciuti i suoi diritti. Ora saranno i visitatori a sostituire gli esperti e a stabilire con il loro voto la classifica.
Gli ebrei in esilio a Babilonia appendevano le cetre alle fronde dei salici, incapaci di suonare e cantare a causa del dolore. È l’episodio che Salvatore Quasimodo rievoca nella sua celeberrima poesia, per sostenere l’impossibilità di fare arte di fronte alla guerra. Ma è proprio nelle situazioni estreme che c’è più bisogno di documentare l’orrore, a futura memoria. Purché non lo facciano coloro che quell’orrore devono glorificare.
«Pietrangelo cerca il martirio», è il titolo della giornata che Alessandro Giuli consegna ai suoi collaboratori. È uno sfogo privato, ma nella battaglia sulla Biennale c’è dentro un mondo: la destra che si sfrangia nell’impatto accecante con il potere, il realismo e la nostalgia, la Russia, i rancori, Israele che erode il consenso, l’Ucraina come unico baluardo, l’arte, le gelosie
«Ma è proprio per questo che il governo non gli darà la soddisfazione di cacciarlo – prosegue nel ragionamento – Non lo renderemo un martire, figurarsi se gli facciamo un regalo del genere»
Giuli pensa che non sarà il governo a commissariare la Biennale. Non per una storia che valuta frutto di una serie di errori che attribuisce esclusivamente a Buttafuoco. «È un pasticcio che gli è esploso addosso», sostiene sempre con gli stessi interlocutori. Sarebbe stato lo scrittore e giornalista siciliano, questa la tesi, a condurre per mano i giurati verso il burrone.
Il titolare della Cultura premette di non conoscere cosa sia realmente accaduto in quelle stanze veneziane nelle ultime ore, in che modo la giuria abbia deciso di ritirarsi, ma ritiene probabile che si sia consumato uno strappo tra loro e il presidente della Biennale. Perché, continua a ripetere a chi riesce a contattarlo, li avrebbe portati a sbattere, «mettendoli in una condizione impossibile». Così scomoda da indurli a rivoltarsi contro di lui.
C’è un passaggio, in particolare, che non va giù all’ex condirettore del Foglio, oggi al governo: la scelta di Buttafuoco di scaricare il nodo del ricorso dell’artista israeliano su Palazzo Chigi e sul ministero della Cultura. E invece, sostiene con i suoi, si tratta di una questione che spetta soltanto alla fondazione gestire, «non è che ci si ricorda di essere giustamente autonomi quando si decide sulla Russia e poi si chiede al governo una soluzione se insorge un problema con Israele».
Da qui parte ogni riflessione di Giuli, così come la scelta di parlare l’altro ieri al telefono con lo scultore israeliano e di indicargli la strada, sempre la stessa, per rispondere alle decisioni della Biennale: se ritiene di essere stato discriminato in quanto ebreo il bersaglio della sua denuncia non può che essere la presidenza della mostra, non certo l’esecutivo
Giuli pensa di aver agito per il meglio. Di più, ripete agli amici, è certo di essersi mosso, rispetto alla riapertura del padiglione russo, per evitare all’Italia «una procedura d’infrazione con l’Europa, attraverso interlocuzioni costanti con Bruxelles».
Fa un po’ strano immaginare i visitatori intenti a decretare i vincitori della mostra, assegnare i premi «per decisione del popolo…», ma è la strada che non dispiace a Buttafuoco, non ora che ogni ponte con Palazzo Chigi sembra essere crollato.
(da agenzie)
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Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
L’AUMENTO DEL PREZZO È UN GROSSO CETRIOLONE PER IL TYCOON IN VISTA DELLE MIDTERM DI NOVEMBRE: SE LA SITUAZIONE NON MIGLIORA, RISCHIA DI PRENDERE UNA TRANVATA CLAMOROSA
I prezzi dei carburanti negli Stati Uniti stanno registrando un’impennata significativa, seguendo settimane di rincari già osservati in Asia ed Europa, mentre le tensioni legate al conflitto con l’Iran continuano a pesare sui mercati energetici.
Dalla costa occidentale al Midwest, benzina e diesel stanno raggiungendo livelli elevati. In California il prezzo medio della benzina ha superato i 6 dollari al gallone, il valore più alto dall’ottobre 2023.
Nel Midwest la situazione è analoga: in Illinois il prezzo è salito a 4,67 dollari al gallone, oltre un dollaro in più rispetto a un anno fa, con livelli simili registrati
anche in Indiana, Michigan e Ohio. Il diesel ha seguito lo stesso trend, arrivando a quasi 7,50 dollari in California e nella fascia media dei 5 dollari nel Midwest, mentre i futures della benzina negli Stati Uniti hanno toccato i massimi da quasi quattro anni.
Secondo quanto riportato da Bloomberg, l’aumento dei prezzi è legato al protrarsi del conflitto con l’Iran, giunto alla nona settimana, e ai timori di un possibile blocco prolungato dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il trasporto di petrolio.
L’inflazione dei carburanti sta aumentando la pressione sui consumatori americani e rischia di avere ripercussioni politiche per l’amministrazione Trump e per i Repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato, in particolare nelle competizioni per il Senato in Michigan e Ohio.
Anche a livello locale emergono criticità: in California, lo stato più popoloso del Paese, il caro carburante rappresenta una sfida per il governatore Gavin Newsom. Parallelamente, problemi nelle raffinerie del Midwest potrebbero contribuire agli aumenti: un impianto chiave della raffineria Exxon Mobil di Joliet, in Illinois, è stato fermato, mentre una perdita di energia è stata segnalata nell’impianto BP di Whiting, in Indiana, pur senza interruzioni operative delle unità monitorate, come evidenziato dalla società di analisi Wood Mackenzie.
(da agenzie)
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Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
LA FAMIGLIA DELL’IMPRENDITORE FREQUENTA L’URUGUAY DA 40 ANNI, E STA RISTRUTTURANDO L’HOTEL SAN RAFAEL DI PUNTA DEL ESTE, CON UN INVESTIMENTO DA 300 MILIONI DI DOLLARI,,, L’INTERPOL INDAGA SULL’ENTE “INAU”, CHE HA GESTITO LA PRATICA DI ADOZIONE (UN’ALTRA COPPIA STAVA PER OTTENERE L’AFFIDO DEL PICCOLO, FINCHÉ NON SONO ARRIVATI I DUE “RICCHI STRANIERI”)
Nelle ultime ore è giunta, tramite Interpol, una richiesta di informazioni dall’Italia
all’Uruguay riguardante la procedura di adozione di un minore da parte di Nicole Minetti e dell’imprenditore Cipriani. Lo rende noto il media uruguaiano Telenoche.
La richiesta – prosegue lo stesso media – include anche informazioni sulla madre biologica del bambino, che risulta scomparsa, e sugli avvocati deceduti legati al caso, oggetto di un’indagine tuttora in corso. L’Uruguay non ha un termine prestabilito per l’elaborazione e la risposta a questo tipo di richieste
L’adozione da parte della coppia Minetti-Cipriani è stata “condotta con successo” e “nel rispetto della legge”. Lo ha affermato l’ex presidente dell’Inau, l’ente uruguaiano che gestisce le adozioni, oggi deputato nazionalista Pablo Abdala. Nel caso, ha aggiunto: “sono intervenuti diversi magistrati, poiché a un certo punto è stato persino presentato un ricorso per tutela costituzionale”.
Per Abdala “c’è stato un intervento della magistratura in merito all’affidamento provvisorio del bambino alla famiglia adottiva” e infine “la sentenza che ha decretato la separazione dalla famiglia biologica e l’adozione piena”. “Sono presidente dell’Inau dall’aprile 2020. Questa situazione ha avuto inizio nel 2018, quando il bambino è stato dichiarato adottabile ed è stato affidato all’ente”, ha aggiunto.
Abdala ha precisato che “nel corso del 2019 si è instaurato un legame tra il bambino e la famiglia adottiva, accompagnato da sentimenti di affetto”. “Questo è quanto emerge dalla sentenza e ha portato al processo di adozione”.
L’ex direttore dell’Inau ha quindi precisato che il legame “è nato in seguito alla visita della coppia alla casa-famiglia dell’istituto nel 2019” e che “i bambini ospitati nella casa-famiglia andavano a trovare i genitori adottivi nel loro ranch”, dove “trascorrevano un pomeriggio, accompagnati dagli educatori e dal personale della casa-famiglia. Questa – ha sottolineato – è una pratica comune per i bambini affidati all’Inau nell’ambito di vari progetti”
«Questo bambino non lo vuole nessuno, ci dicevano. E la sua è una malattia che spaventa». Fu anche per questo che Juan Cuadrado e sua moglie, poveri di pesos ma non di cuore, avevano deciso di volerlo loro. «Ci piace avere intorno tanti bimbi».
Era il 2019. Juan andava ogni giorno a Montevideo a fare i documenti, una preadozione. La moglie preparava la stanza del nuovo figlio nella casetta di Pan d
Azúcar. I certificati penali, le valutazioni psicologiche, la dichiarazione dei redditi, la compatibilità coi futuri fratellini. Sembrava fatta.
«Il bambino aveva tre anni e stava imparando a conoscerci — si commuovono ancora i Cuadrado, intervistati da una tv uruguagia —, gli facevamo le festicciole di compleanno.
Certo, avevamo notato uno strano silenzio dall’Inau, l’Instituto del Niño y Adolescente. Si faranno vivi, pensavamo. Un giorno, invece, arriva una telefonata: “Ci spiace, ma il piccolo è stato assegnato a una famiglia straniera. L’hanno già adottato. Se volete, ve ne diamo un altro”. Un altro?».
I Cuadrado s’erano affezionati: «Questa fu la frase che ci ferì di più: non stavamo scegliendo un oggetto, era un bambino…».
Non risultano inchieste aperte sui presunti festini nel ranch Gin Tonic e c’è poca voglia di parlare pure di questa storia dell’adozione. «Sono stati rispettati tutti i requisiti previsti dalla legge», taglia corto Yuria Troche, che rappresenta i diritti del bambino adottato.
«Quell’adozione fu un’eccezione», ammette una fonte, «ma fu un’eccezione a fin di bene»: è vero che la famiglia Cuadrado aveva la precedenza su Giuseppe Cipriani e Nicole Minetti, «non era l’unica», e c’è un Registro unico dei richiedenti (il Rua) che impone il rispetto delle priorità, «ma in questo caso pesò la capacità dei genitori adottivi di coprire bisogni medici molto complessi».
In questa vicenda, i soldi sembrano aver avuto un ruolo decisivo, ancora da chiarire se nell’interesse esclusivo del bimbo o anche per altri scopi. I Cipriani frequentano l’Uruguay da 40 anni, sono nella lista degli investitori stranieri che ogni governo vuol tenersi buono e in questi giorni Giuseppe è tornato sull’Atlantico per seguire da vicino la ristrutturazione dell’Hotel San Rafael, 120mila metri quadrati e un grande casinò, il gioiello di Punta del Este che ospitò anche Lyndon Johnson e Che Guevara, un investimento da 300 milioni di dollari.
A poca distanza, lavorano l’Interpol e i magistrati sudamericani che hanno cominciato a leggere documenti. Per capire che posto fosse l’Inau, con le sue
procedure considerate quanto meno disinvolte (e magari anche il mistero di tutti quei minori, 114, morti negli ultimi anni).
E se fossero regolari gli spostamenti all’estero della coppia Cipriani-Minetti assieme al bambino, prima che venisse adottato: i registri d’entrata e d’uscita, all’aeroporto di Punta del Este riservato ai jet privati, dovrebbero dare qualche risposta.
Va poi anche spiegato perché il procuratore Sebastián Robles abbia riaperto l’inchiesta sulla morte violenta degli avvocati che rappresentavano la madre naturale del bambino
Ma dov’è finita? Molte verità potrebbero arrivare da lei: è vero che non s’occupò mai del bimbo? O semmai le fu tolto perché i suoi avvocati persero la causa? La donna è scomparsa nella sua vita di tossicodipendente dedita allo spaccio, nel suo passato d’una condanna a tre anni per omicidio. La polizia ha diramato appelli, finora inutili. Una tv ipotizza che sia andata all’estero. Un impiegato del Mc Donald’s dietro la cattedrale, Luis, ha visto la foto sul display del cellulare e se la ricorda: «Una balorda. Per un po’ di tempo girava lungo il paseo. Poi non l’ho più vista».
(da Open)
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Maggio 1st, 2026 Riccardo Fucile
PUR DI TENERE IL PUNTO HA CAMBIATO I CONNOTATI ALLA RASSEGNA. I PREMI LI DARÀ IL PUBBLICO A FINE MOSTRA. UNA SOLUZIONE CHE HA RICEVUTO L’INCONDIZIONATO PLAUSO DI UN IMPORTANTE AMATORE, MATTEO SALVINI. CHISSÀ CHE NON CI SCAPPI UN PREMIO DEL POPOLO PER UN ARTISTA DI NOVOSIBIRSK ,,, “BUTTAFUOCO POTRÀ RICEVERE LA DELEGAZIONE DI REGIME PER QUELLO CHE LUI STESSO HA DEFINITO UN ATTO DI ‘POLITICA ESTERA’
Pietrangelo Buttafuoco si è così affezionato all’idea di riaprire il padiglione russo da arrivare alla soluzione più radicale: lascia aperto il padiglione e chiude la Biennale. Pur di tenere il punto su una decisione che ha contrariato Commissione europea, Europarlamento, lo stesso governo italiano che lo ha insediato e i cittadini del mondo non abbonati a Russia today, il presidente della Biennale ha cambiato i connotati alla rassegna.
Si è dimessa la giuria internazionale, è saltata la cerimonia d’inaugurazione, sono stati aboliti i Leoni tradizionali. I premi li darà il pubblico a fine mostra.
Una soluzione che ha ricevuto ieri l’incondizionato plauso di un importante amatore, Matteo Salvini. Chissà che non ci scappi un premio del popolo per un artista di Novosibirsk.
Buttafuoco ha ignorato la resistenza attiva del ministro della Cultura Alessandro Giuli e l’opposizione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni […]. Buttafuoco potrà così ricevere la delegazione di regime in arrivo da Mosca per quello che lui stesso, annunciandolo, ha definito un atto di “politica estera”.
Lo è, in effetti, e a Mosca non ne sono meno consapevoli che a Bruxelles o Roma, come dimostra il fitto e imbarazzante carteggio con il quale Biennale e autorità russe hanno istruito la pratica per fare della Laguna il luogo del grande ritorno in società dell’arte gradita al Cremlino.
Buttafuoco ha già spiegato che la Biennale ospiterà un omaggio al filosofo russo dissidente Pavel Aleksandrovic Florenskij. Non dissidente di Putin, ci mancherebbe. Florenskij ha il grande merito di aver dissentito nei lontani anni Trenta del secolo scorso
Nel frattempo, in Russia è stato riabilitato ed è uno dei pensatori che l’accademia putiniana ha recuperato come padri del pensiero della Grande Russia. La Biennale di Buttafuoco risparmia su premi e giuria, mica sulla politica estera.
(da Repubblica)
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