Settembre 25th, 2026 Riccardo Fucile
VIA ANCHE LE MULTE AI GENITORI CHE SI PRESENTANO COL NIQAB AI COLLOQUI… È STATO ACCOLTO ANCHE UN ALTRO DEGLI INVITI DI MATTARELLA: GARANTIRE PROSSIMITÀ AGLI STUDENTI STRANIERI CHE NON RIENTRANO NEL TETTO DEL 30 PER CENTO
Alla fine il diritto allo studio prevale ancora sull’istinto vannacciano. È quello che il
Quirinale aveva chiesto, ovvero di rispettare lo studente prima di tutto, e ora la formula compare più volte nella legge sulla scuola. Ma quanta fatica. Quanta pazienza costituzionale.
Le prime bozze governative erano molto più draconiane di come il testo è poi uscito ieri pomeriggio dal Consiglio dei ministri. Nella prima si prevedeva addirittura il ricorso al tribunale dei minorenni, tramite i servizi sociali, per togliere la patria potestà ai genitori degli alunni stranieri che non avessero osservato l’obbligo di studiare l’italiano. In un’altra bozza si era arrivati a minacciare il mancato rinnovo del permesso di soggiorno.
Chi è stato emigrato nella Svizzera degli anni Sessanta e Settanta, sa che solo pochi genitori parlavano davvero lo schwiizerdutsch, o il tedesco: si presentavano ai colloqui accompagnati dai figli perfettamente bilingue ed erano poi i ragazzi a fare da tramite con le maestre e i professori.
Consapevoli di questa memoria nazionale – siamo da sempre un Paese di emigrati – alla fine queste norme draconiane sono saltate. Il Quirinale ha anche suggerito di togliere le multe ai genitori che si presentano col niqab ai colloqui.
E per una doppia ragione, che rappresenta l’essenza del pensiero di Sergio Mattarella: non solo perché avrebbe leso l’identità religiosa di un adulto, ma anche perché avrebbe finito per allontanarlo dalla scuola, sottraendolo al dialogo con l’istituzione, emarginandolo, col rischio di innescare derive estremistiche. Anche un altro degli inviti di Mattarella è stato accolto, quello di garantire comunque prossimità agli studenti stranieri che non rientrano nel tetto del 30 per cento. Non si può sradicare un ragazzo dalla sua zona di residenza solo per un fatto ideologico.
Queste sono alcune delle deroghe che faticosamente si è riusciti a far passare. Le scappatoie però sono così tante che ci si chiede se questo decreto sarà mai applicabile nel concreto. Il presidente lo firmerà?
È tornato ieri sera alle 19 da Torino, dov’era in visita, e solo da oggi lo esaminerà nella sua forma approvata. La sensazione è che, considerata l’intensa interlocuzione con Chigi, alla fine il via libera arriverà. Il fatto che il governo vi abbia messo dei soldi per attuare la riforma, 17 milioni solo sul potenziamento linguistico, giustificherebbe l’urgenza del decreto legge, anche perché i corsi partirebbero subito. E poi le misure richiedono laboriosa pianificazione per il prossimo anno scolastico.
Un costituzionalista come Alfonso Celotto non ha nascosto le sue perplessità sotto il profilo della costituzionalità, a cominciare dalla questione delle alunne con burqa e niqab e della «multa fino a mille euro per i genitori». Secondo il docente ordinario di Diritto costituzionale all’Università Roma Tre sul divieto di utilizzabilità nelle aule scolastiche della veste che copre interamente il corpo e il volto, si apre un «enorme problema di reciprocità».
(da Repubblica)
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Settembre 25th, 2026 Riccardo Fucile
LO SFOGO DI CALDEROLI SULLE ASSENZE DEI VICE
Non tutti se lo aspettavano. Forse nemmeno i vicepremier, uno presente (Matteo Salvini), l’altro no (Antonio Tajani) a New York per l’Assemblea dell’Onu. Ma Giorgia Meloni sente puzza di bruciato: un’aria troppo rilassata su quello che considera il passaggio chiave della legislatura, ovvero il voto segreto sulla legge elettorale che sarà alla Camera il 7 o l’8 ottobre.
Così, durante il Consiglio dei ministri che approva il decreto Scuola, dopo la relazione del ministro Giuseppe Valditara, il ministro dei Rapporti col Parlamento Luca Ciriani prende la parola per chiedere ai colleghi l’autorizzazione sul voto di fiducia sulla legge elettorale. Ciriani spiega che è un “iter complicato” perché prevede almeno due voti di fiducia e richiede la presenza di tutti, già da giovedì prossimo. È un passaggio chiave, anticipato anche rispetto al previsto. E la premier coglie l’occasione. Per un richiamo e un avvertimento: “Niente leggerezze sulla legge elettorale, avrebbe conseguenze inevitabili”, dice come anticipato ieri pomeriggio dal Fatto. Ergo: dimissioni immediate.
Il richiamo serve soprattutto a tenere sulle spine i ministri e i parlamentari di maggioranza. Che dovranno essere tutti presenti in aula quel giorno: “Mi raccomando, dobbiamo garantire la presenza di tutti, parlamentari e ministri – dice Meloni – A luglio è stata una leggerezza, questa volta un’altra leggerezza non possiamo permettercela: avrebbe conseguenze inevitabili”. Che, tradotto, significa che nel caso in cui il governo dovesse andare sotto la premier salirebbe al Quirinale per rassegnare le dimissioni.
Una frase già detta pochi giorni fa in televisione (“ne dovremo prendere atto”) che serve anche per far capire agli alleati quanto sia importante per la presidente del Consiglio l’approvazione della legge elettorale. Il messaggio fatto arrivare nei giorni scorsi agli alleati è che questa legge è la più importante della legislatura perché il principio è quello di togliere di mezzo giochi di palazzo e governi tecnici, è la linea di Palazzo Chigi. Ribadita pochi minuti dopo proprio da Meloni intervistata alla festa del quotidiano Il Tempo: “Noi – ha detto la presidente del Consiglio – dobbiamo essere contenti se la riforma elettorale verrà approvata. Avremo consegnato a questa nazione norme con le quali saranno i cittadini a decidere”.
Durante la riunione del Consiglio dei ministri, inoltre, il titolare delle Autonomia Roberto Calderoli ha anche ricordato che i sottosegretari sono sempre assenti nei lavori parlamentari, sia in commissione che in aula. Da ultimo l’incidente sfiorato mercoledì pomeriggio quando la maggioranza al Senato non riusciva a garantire nemmeno il numero legale. In questi casi, i ministri devono scapicollarsi in Parlamento quando avrebbero molti dossier più importanti di cui occuparsi rispetto ai propri vice. Meloni si è detta d’accordo con Calderoli spiegando che la presenza in Parlamento rientra tra le funzioni di viceministri e sottosegretari: per quelli che si trovano in missione fuori Roma è un conto, ma gli altri devono restare nella Capitale, è stato il ragionamento della premier. Il ministro Ciriani nelle prossime ore invierà una lettera – una delle tante – ai sottosegretari per sollecitarli a essere sempre presenti.
La road map, comunque, è stabilita: richiesta di voto di fiducia lunedì 5, poi da martedì 6 la maggioranza sarà chiamata a votare la fiducia su almeno due articoli della legge per poi chiudere tutto giovedì 8. Con il voto finale che sarà segreto. Intanto, nella maggioranza iniziano a emergere le prime strategie per “controllare” i voti dei franchi tiratori quando sarà il momento: i colonnelli dei partiti di maggioranza sono stati già avvertiti che dovranno fare da “vedette” rispetto ai colleghi il cui voto sembra in bilico.
Dopo il Consiglio dei ministri, la premier si è collegata con la festa del Tempo intervistata dal direttore Daniele Capezzone a Palazzo Wedekind, a pochi metri da Palazzo Chigi. Meloni ha parlato anche del generale Roberto Vannacci. Per la prima volta ha fatto riferimento al “voto utile” che sarà il refrain contro il leader di Futuro Nazionale in campagna elettorale: “Penso che il voto sia utile quando è un voto utile all’Italia”. Meloni ha anche aggiunto che sarebbe complicato governare con Vannacci: “Dobbiamo porci soprattutto il tema di riuscire a governare bene, perché è questo che fa la differenza”. La premier si dice anche pronta a confrontarsi con il leader del centrosinistra, ma “chissà se ce ne sarà uno vero”, elogiando invece Carlo Calenda che “ci ha dato una mano fin dall’inizio”.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Settembre 25th, 2026 Riccardo Fucile
IN ITALIA DUE SU TRE NON PAGANO LE TASSE E POI SI LAMENTANO DEI SERVIZI… NEL MONDO SI CHIAMANO LADRI, IN ITALIA FURBI
Ogni anno arriva il giorno in cui un italiano adulto su tre scopre di essere fesso. Non
che non lo sapesse già, però la pubblicazione annuale del rapporto sulle dichiarazioni dei redditi trasforma la sensazione in certezza. Uno paga, due no. Eppure, primo paradosso, nessuno li chiama ladri. Furbi, casomai.
Il secondo paradosso è che anche quei due utilizzano le scuole e gli ospedali pubblici e spesso osano lamentarsi della scarsa qualità del servizio, senza mai porsi il problema che qualcun altro lo paga per loro e che, se anch’essi vi contribuissero, sarebbe possibile aggiustare edifici fatiscenti, comprare macchinari moderni, aumentare stipendi indecorosi.
Perché poi ci sono quindici milioni di italiani che dichiarano meno di 15000 euro lordi di reddito all’anno. Mille netti (scarsi) al mese. E qui, delle due l’una: o dicono la verità, e allora siamo sull’orlo della catastrofe sociale, oppure davanti al commercialista alcuni di loro vengono presi da un attacco di timidezza.
La materia fiscale è complicata e mutevole: aliquote, detrazioni, incentivi, disincentivi. Ma il succo è semplice: se uno paga per tre, è impossibile abbassargli le imposte.
Ed ecco l’ultimo paradosso: proprio chi le versa regolarmente, e che in un mondo normale sarebbe il primo fan di una Patrimoniale intenta a drenare le grandi ricchezze, finisce invece per guardarla con diffidenza perché teme che si troverà il modo di far pagare a lui, e soltanto a lui, anche quella.
(da Corriere della Sera)
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Settembre 25th, 2026 Riccardo Fucile
STRILLO PERCHE’ COMANDO, COMANDO PERCHE’ STRILLO
Pur non disponendo di un fonometro ho avuto l’impressione che in questa ultima settimana, con l’eccezione della cena di gala milanese, il volume di voce della premier si sia impennato come nei primi mesi della legislatura, quando pareva che strillare fosse una forma di autorevolezza: strillo perché comando, comando perché strillo.
Non sono assiduo dei suoi discorsi e comizi, ma mi era sembrato, almeno a giudicare dagli echi di telegiornale che girano per casa, che il suo volume di voce si fosse via via assestato, e infine quasi acquietato.
Non si pretendeva l’aplomb vocale di Draghi o di Monti, sicuramente avvantaggiati da un’abitudine istituzionale non da underdog, semmai da overclass (decida ciascuno se si tratti di snobismo delle élite o di normale buona educazione).
Però insomma ci si poteva illudere che una volta assuefatta alle stanze del potere, se non altro per evitare il rimbombo, la presidente riuscisse a contenere il vigore vocale.
No. La tendenza minaccia di invertirsi. E se il timore che questo avvenga perché si avvicinano le elezioni è fondato, c’è da aspettarsi il peggio: che i decibel, settimana dopo settimana, le fuggano di bocca come uno sciame in assetto da combattimento. Speriamo di essere smentiti.
Per il pochissimo che conta (non apparteniamo al suo bacino elettorale) ci sembrerebbe un’omissione non dirle, in vista dei prossimi comizi, quelli di piazza e quelli di palazzo: guardi che, anche se parla a un volume normale, capiamo lo stesso quello che ci sta dicendo. Parola per parola, comprese le pochissime pause per riprendere fiato.
(da Repubblica)
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Settembre 25th, 2026 Riccardo Fucile
LO RILEVA UNO STUDIO DI “ITINERARI PREVIDENZIALI” SULLE DICHIARAZIONI DEI REDDITI 2024 – NEL NOSTRO PAESE CI SONO 42 MILIONI DI CONTRIBUENTI E IL PESO FISCALE SI REGGE SOPRATTUTTO SU CHI GUADAGNO MENO DI 20 MILA EURO L’ANNO: SONO IL 47% DEL TOTALE DI CHI PAGA LE TASSE
In Italia ci sono 42milioni di contribuenti su 58 milioni di abitanti ma quelli che
versano effettivamente sono poco più di 34,1 milioni. Questo significa che circa 24 milioni di italiani non versano un euro.
Emerge dal Report di Itinerari previdenziali sulle dichiarazioni dei redditi 2024 dal quale emerge che nei primi tre scaglioni di reddito (fino a 20mila euro annui) ci sono il 47% dei contribuenti quindi poco meno di 20,2 milioni di contribuenti che versano in media il 5% dell’Irpef totale.
Se si guarda invece alla parte con i redditi più alti emerge che coloro che dichiarano almeno 200mila euro sono lo 0,3% dei contribuenti e versano quasi il 10% del totale. Con oltre 100mila euro di redditi dichiarati ci sono l’1,75% dei contribuenti (745.615 persone) che pagano il 22,25% dell’Irpef.
Dall’analisi di Itinerari previdenziali emerge che coloro che dichiarano oltre i 35mila euro sono il 18,78% dei contribuenti e versano il 65% di tutta l’Irpef. Coloro che dichiarano oltre 55mila euro sono il 6,25% dei contribuenti e pagano il 40,63% di tutta l’Irpef.
“Il 47,13% dei contribuenti con redditi fino a 20mila euro – si legge – paga il 5% dell’Irpef totale ed è a totale carico di altri contribuenti; il 69,78% dei contribuenti con redditi fino a 29mila euro paga il 21,33% del totale dell’Irpef mentre il 30,22% dei contribuenti paga il 78,67 dell’Irpef”.
Lo studio sottolinea che mentre i redditi sono stati stagnanti negli ultimi 17 anni (tra il 2008 e il 2024) crescendo solo di 270 miliardi pari al 34,54%, poco più dell’inflazione che nel periodo ha segnato un +32,17%, e poco meno del PIL (+34,31%) nello stesso periodo la spesa pubblica è crescita più velocemente.
E’ passata dai 789,45 miliardi del 2008 a 1.108,4 mld del 2024 dopo il picco di 1.150 miliardi del 2023 con un aumento di 319 miliardi (+40,4%), Quella per l’assistenza è passata da 73 a 180 miliardi con un avanzamento del 146,5%).
(da agenzie)
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Settembre 25th, 2026 Riccardo Fucile
LO SCORSO LUGLIO, “THE DONALD” AVEVA PARLATO UNA PRESUNTA MINACCIA COMUNISTA CHE INCOMBEVA SUGLI USA – MELANIA, CHE HA IL DENTE AVVELENATO CONTRO TRUMP PER IL SUO RAPPORTO CON NATALIE HARP, HA PRONUNCIATO LE PAROLE MENTRE XI JINPING, LEADER DEL PIÙ GRANDE REGIME COMUNISTA AL MONDO, SI TROVA NEGLI STATI UNITI
Melania Trump è tornata a manifestare indipendenza nei confronti del marito Donald Trump: in un’intervista a Fox New Business, la First Lady ha proclamato di aver avuto “una bellissima infanzia” sotto il comunismo, un sistema politico invocato frequente mente dal marito come la peggiore minaccia per gli Stati Uniti.
“Sono cresciuta sotto il comunismo e, onestamente, non mi è mancato niente”, ha detto l’ex modella slovena, il cui consorte usa spesso le espressioni “comunismo” e “comunista” per attaccare l’ala sinistra del partito democratico e altri che, come il sindaco di New York Zohran Mamdani, si identificano come socialisti democratici.
La first lady cinese Peng Liyuan ha attirato l’attenzione per le conversazioni in inglese avute senza interpreti con la first lady americana Melania Trump, subito dopo l’arrivo di mercoledì a Washington, sul tarmac della Joint Base Andrews. Le coppie presidenziali hanno inizialmente conversato con l’aiuto di interpreti, soprattutto negli scambi tra Donald Trump e Xi Jinping.
Tuttavia, nel percorso sul tappeto rosso, Peng e Melania sono apparse intente a conversare direttamente, camminando dietro i due presidenti, in base alle immagini circolate sui social. Le due donne hanno sorriso e parlato tra loro fino a raggiungere la postazione delle telecamere, in attesa dell’inizio della cerimonia di benvenuto. Dopo l’esecuzione degli inni nazionali dei rispettivi Paesi, Peng e Melania hanno avuto un altro breve scambio di battute.
Peng è apparsa pronunciare la parola ‘wonderful’ (meraviglioso), mentre le due continuavano a conversare senza interprete per quasi un minuto. Peng, celebre soprano che si è esibita con l’Esercito popolare di liberazione, con il grado di generale, ha viaggiato in tutto il mondo per promuovere la musica e la cultura cinese.
Secondo quanto riferito all’ANSA, la first lady si è trovata spesso nel ruolo di interprete del marito con l’inglese, soprattutto negli eventi informali. La Casa Bianca ha reso noto che, oggi, dopo la cerimonia ufficiale di benvenuto alla Casa Bianca, le first lady debbano visitare lo Smithsonian National Museum of Asian Art.
(da agenzie)
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Settembre 25th, 2026 Riccardo Fucile
SE IL CANDIDATO DEL BLOCCO DI CENTRO, INVECE DI PHILIPPE, FOSSE L’ALTRO EX PREMIER, GABRIEL ATTAL (CAPO DEL PARTITO MACRONIANO RENAISSANCE), MÉLENCHON AVREBBE AMPIAMENTE LA MEGLIO SU DI LUI
Edouard Philippe, l’ex premier francese di centrodestra ora capo del partito Horizons,
e Jean-Luc Mélenchon, il leader de La France Insoumise, sono alla pari al 19% nelle intenzioni di voto del primo turno delle presidenziali, entrambi sempre molto distanziati da Marine Le Pen, che ha il 31% secondo un sondaggio Cluster 17 per la testata Politico.
In questa ipotesi, Raphaël Glucksmann, dato come probabile candidato socialista, è al 12%, mentre il leader dei Rèpublicains, Bruno Retailleau, è fermo al 7,5%.
Per lo stesso sondaggio, se il candidato del blocco di centro, invece di Philippe, fosse l’altro ex premier, Gabriel Attal – capo del partito macroniano Renaissance – Mélenchon avrebbe ampiamente la meglio su di lui, con il 20% contro il 13,5%, con Glucksmann che salirebbe al 14%.
(da agenzie)
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Settembre 25th, 2026 Riccardo Fucile
“IL FOGLIO”: “VUOL DIRE CHE LO STATO HA SPESO 0,5 PUNTI DI PIL SENZA RENDERSENE CONTO. PRATICAMENTE MEZZA MANOVRA DI BILANCIO FUORI DAI RADAR DEL MEF E DELLA RAGIONERIA GENERALE DELLO STATO. CON UN MAGGIORE CONTROLLO DELLE USCITE, IL DEFICIT SAREBBE STATO AL 2,6%”
“Prendiamo atto, non senza rammarico, dei dati definitivi espressi dall’Istat sul rapporto deficit-pil 2025”, ha detto ieri il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti subito dopo la diffusione dei Conti economici nazionali, che hanno confermato per il 2025 un deficit al 3,1 per cento. Detta così sembra colpa del destino cinico e baro.
Giorgia Meloni invece se l’è presa con l’Istituto di statistica: “E’ accaduto ogni anno che dopo un anno sono state riviste in crescita, non so se l’Istat sottostima italiani o il governo e questo mi dispiace”. Ma la responsabilità è tutta al Mef. Perché con un controllo della spesa pubblica, il deficit sarebbe stato abbondantemente sotto il limite di Maastricht.
La revisione dei conti sembra mostrare un quadro identico a quello di aprile, quando l’Istat mostrò un deficit del 3,07 per cento (arrotondato a 3,1), per effetto di un aumento imprevisto della spesa per il Superbonus di 8,4 miliardi, che aveva più che compensato le maggiori entrate. Ora l’errore si è ripetuto. O meglio, si è amplificato.
Il pil del 2025 è stato rivisto al rialzo di 7 miliardi (6.954 milioni) rispetto alle stime di aprile. E anche le entrate sono state superiori di 2 miliardi (1.991 milioni) rispetto ad aprile. Con solo queste due correzioni, l’aumento del denominatore e la riduzione del numeratore, il rapporto deficit-pil si sarebbe attestato al 2,97 per cento. […]Il problema, però, è che rispetto alle stime di aprile, oltre al pil e alle entrate, sono aumentate anche le uscite: l’Istat ha registrato 2,5 miliardi (2.488 milioni) di spesa non prevista in conto capitale che, al netto di altri aggiustamenti su altre voci, ha fatto rivedere complessivamente le uscite al rialzo di 2,35 miliardi (2.346). […]
Insomma, in questi cinque mesi sono emersi altri 2,5 miliardi spesi un anno prima per investimenti di cui il governo aveva perso il conto. Com’è stato possibile? L’errore dal punto di vista del controllo della spesa pubblica è grande.
Si tratta di un decimale di pil, praticamente pari alla somma impiegata dal governo per abolire il bollo sulla prima auto per un anno. Ma la falla è gigantesca se si considerano le due revisioni nel complesso: tra la notifica sull’indebitamento di aprile, che ha rivelato una maggiore spesa in Superbonus di circa 8,4 miliardi, e la revisione dei conti nazionali di ieri, che ha scoperto maggiori uscite in conto capitale per circa 2,5 miliardi, si tratta di un errore complessivo di 11 miliardi di euro.
Vuol dire che lo stato ha speso 0,5 punti di pil senza rendersene conto. Praticamente mezza manovra di bilancio fuori dai radar del Mef e della Ragioneria generale dello stato. Ciò vuol dire che, senza questo errore, ovvero con un maggiore controllo delle uscite, il deficit del 2025 sarebbe stato di 59 miliardi di euro (invece di 69,7): non ci sarebbe stato bisogno di guardare né la prima né la seconda cifra decimale, perché il deficit sarebbe stato al 2,6 per cento. […]
L’errore è stato ancora più macroscopico sul piano politico, perché così il governo Meloni ha trasformato un possibile trionfo in un fallimento. Sul piano economico un decimale non cambia nulla: un deficit al 3 per cento anziché al 3,1 non avrebbe regalato alcun “tesoretto” da spendere, dato che le regole europee prevedono un percorso pluriennale di aggiustamento basato sul criterio della spesa netta.
Uscire dalla procedura per deficit eccessivo non avrebbe dato un bonus neppure sui mercati finanziari, perché il rendimento dei titoli di stato e lo spread non si muovono per un decimale di deficit.
Ma uscire dalla procedura d’infrazione è, a un certo punto, diventato un obiettivo del governo: il simbolo di una politica di bilancio “prudente”, come ripete il ministro Giorgetti, che ha permesso dall’inizio della legislatura di ridurre meritoriamente il deficit da un abnorme 8,1 per cento a circa il 3 per cento. L’uscita dalla procedura d’infrazione non era neppure prevista dalla Commissione europea per il 2025.
E’ stato il governo, quando ha visto nel corso dell’anno scorso che le entrate erano aumentate in maniera consistente, a indicare la discesa sotto il 3 per cento con un anno di anticipo come un risultato a portata di mano.
(da il Foglio)
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Settembre 25th, 2026 Riccardo Fucile
FEDOROVA È ACCUSATA DI “MANIPOLAZIONE E INGERENZA INFORMATIVA STRANIERA” E DI AVERE MINATO LA DEMOCRAZIA E LA STABILITÀ NEGLI STATI MEMBRI DELL’UE – LE MISURE PREVEDONO IL CONGELAMENTO DEI BENI E IL DIVIETO PER CITTADINI E AZIENDE EUROPEE DI METTERLE FONDI A DISPOSIZIONE – QUEST’ESTATE LA PROPAGANDISTA RUSSA HA TRASCORSO LE VACANZE IN ITALIA, A FORTE DEI MARMI
L’Ue ha inserito Xenia Fedorova, figura di spicco dei media russi ed ex dirigente di
Russia Today (Rt) Francia, nella lista delle sanzioni per il suo ruolo nelle attività ibride della Russia e, in particolare, nella manipolazione e ingerenza informativa straniera (Fimi), minando così la democrazia e la stabilità negli Stati membri.
Lo comunica il Consiglio Ue in una nota. Fedorova avrebbe contribuito alla diffusione di narrazioni filorusse nel contesto della guerra di aggressione russa contro l’Ucraina. Le misure prevedono il congelamento dei beni e il divieto per cittadini e aziende Ue di metterle fondi a disposizione.
“A seguito della sospensione delle attività di trasmissione di Rt in Ue, Xenia Fedorova ha continuato a diffondere, su media francesi quali CNews, Europe 1 e Le JDNews, narrazioni in linea con quelle promosse dalle autorità russe riguardo alla guerra contro l’Ucraina, al sostegno europeo all’Ucraina, alla Nato e alle relazioni tra la Russia e l’Unione”, si legge nella nota del Consiglio.
Con la decisione odierna, le misure restrittive in risposta alle attività destabilizzanti della Russia si applicano ora a un totale di 81 individui e 20 entità. I soggetti inseriti oggi nell’elenco sono soggetti al congelamento dei beni, ed è vietato ai cittadini e alle imprese dell’Ue mettere a loro disposizione fondi, attività finanziarie o risorse economiche.
(da agenzie)
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