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GIORGIA SFILA A MILANO A CACCIA DI VOTI. MENTRE I LEADER MONDIALI DISCUTEVANO DEI DRAMMATICI SCENARI DI GUERRA ALL’ASSEMBLEA DELLA NAZIONI UNITE, MELONI SMALTATA IN VERSIONE “MELANIE GRIFFITH PONY” HA SCELTO DI PRESENZIARE ALLA CENA DI GALA DELLA MILANO FASHION WEEK

Settembre 24th, 2026 Riccardo Fucile

CON UNA NOTEVOLE FACCIA DI BRONZO, LA STESSA MELONI CHE AVEVA SALTATO I FUNERALI DI ARMANI E VALENTINO ORA DICHIARA CHE IL “GOVERNO ITALIANO C’È PER LA MODA” (MA NON PER L’ONU)

Piovono critiche sulla premier Giorgia Meloni e sulla sua scelta di non partecipare all’Assemblea delle Nazioni Unite. A New York, infatti, si sono riuniti i leader mondiali al Palazzo di Vetro. Per l’Italia c’era solo il ministro degli Esteti Antonio Tajani. A Milano, nello stesso momento, Giorgia Meloni partecipava alla cena di gala inaugurale della Fashion Week al Palazzo Reale.
Appuntamento mondano a cui hanno partecipato, tra gli altri, la storica direttrice di Vogue America Anna Wintour e il cantante Ghali, oltre al gotha della moda internazionale.
Dal Movimento 5 Stelle parte l’attacco più duro per bocca di Riccardo Ricciardi. Il capogruppo alla Camera parla di una premier che «diserta» l’Assemblea Onu per dedicarsi alle interviste televisive e alla settimana della Moda di Milano.
«Lo scenario internazionale è drammatico – dice Ricciardi – il Medio Oriente è in subbuglio, la situazione in Ucraina sempre più delicata e diversi altri contesti richiederebbero l’attenzione di una premier che ama il suo Paese», osserva Ricciardi
Il 5S spiega la scelta della premier sostenendo che l’obiettivo di Meloni sarebbe già quello di «raccogliere voti per le prossime elezioni», anche a costo, nella sua lettura politica, di trascurare gli impegni internazionali. Arriva l’affondo di Matteo Renzi, direttamente da New York. «Sono tutti qui. Quasi tutti. Perché Meloni non è venuta, e manda Tajani», dice il leader di Italia Viva.
Renzi, che sui suoi social ha spiegato di essere negli Usa per partecipare agli incontri a laterale dell’assemblea generale, insiste sul significato istituzionale dell’assenza: «Partecipare all’Onu è un dovere, non uno schiribizzo della premier». E poi la stoccata: «Perché l’Italia deve fare queste figuracce?». Renzi definisce quella della premier una scelta che espone negativamente il Paese proprio mentre sul tavolo delle Nazioni Unite ci sono alcune delle principali crisi internazionali.
Al tavolo del presidente Meloni, oltre al prefetto di Milano Sgaraglia, al sindaco Sala e al presidente Capasa, anche l’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia Tilman Fertitta, l’amministratore delegato di Kering Luca de Meo, l’ad di Dolce&Gabbana Alfonso Dolce, Frédéric Arnault di LVMH, Diego Della Valle di Tod’s, il patron Di Otb Renzo Rosso, Remo Ruffini di Moncler, la Global Editorial Director di Vogue Anna Wintour, il ceo del gruppo Prada Andrea Guerra, Gildo Zegna e Brunello Cucinelli.

(da agenzie)

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NELLA LEGA È LA SOLITA STORIA: AL MOMENTO DELLA VERITÀ, GLI SFIDANTI DI SALVINI CE L’HANNO MOSCIO! DOPO AVER SBRAITATO PER MESI, IL FRONTE DEL NORD NON PRESENTERÀ UN SUO CANDIDATO AL CONGRESSO STRAORDINARIO ANNUNCIATO A SORPRESA DAL CAPITONE DAL PALCO DI PONTIDA

Settembre 24th, 2026 Riccardo Fucile

TRA I RIBELLI LA CONVINZIONE È CHE, CON IL 90% DEI DELEGATI DI NOMINA SALVINIANA, “IL CONGRESSO È UNA FARSA, È BLINDATO, SALVINI SI È FATTO I CONTI E SA DI VINCERE” … IL CAPOGRUPPO AL SENATO, MASSIMILIANO ROMEO: “NON SIAMO FRONDISTI SOBILLATORI, VOGLIAMO RISOLLEVARE LA LEGA IN UN MOMENTO DIFFICILE…”

Si erano salutati con un «conto e mi aspetto che qualcuno si candidi». Il guanto di sfida, lanciato lunedì sera al termine del consiglio federale da Matteo Salvini ai suoi potenziali sfidanti, è difficile da raccogliere. Il fronte del Nord deve ancora incontrarsi per fare il punto dopo l’annuncio a sorpresa del congresso straordinario, complice anche l’assenza di Luca Zaia in viaggio in Armenia.
Secondo alcuni non ci sarebbero le condizioni per sfidare il segretario. «Il congresso è una farsa, è blindato, Salvini si è fatto i conti e sa di vincere», è la convinzione che circola tra i nordisti che non vogliono cadere in trappola assecondando il gioco del segretario.
Le regole sono ancora da definire. Ma secondo quanto trapela non saranno celebrati i congressi provinciali e regionali, di conseguenza i delegati con diritto di voto resterebbero quelli attuali.
I nordisti stanno studiando un modo per appellarsi e chiedere di fare un congresso vero e proprio partendo dal basso, ma i margini sono davvero ridotti. Pallottoliere alla mano, il 90% è con Salvini. Ecco il calcolo che circola in queste ore. Ovviamente c’è un margine di dubbio, ma un ribaltone è improbabile.
Di conseguenza il candidato unico, quindi Salvini in sella dal 2014, resta l’opzione più probabile secondo molti parlamentari. Zaia, a cui più volte Salvini ha proposto di fare il suo vice ricevendo sempre un rifiuto, si dice sia tentato dalla sfida. Ma non in prima persona, non sarebbe lui a scendere in campo.
Si immagina, casomai, che il più adatto possa essere un esponente lombardo, roccaforte dei nordisti con Attilio Fontana governatore. Quest’ultimo infatti è tra i papabili insieme al capogruppo al Senato Massimiliano Romeo
Anche se le richieste portate avanti dai governatori Fontana, Fedriga e Fugatti, e da Zaia e Romeo non sono state minimamente prese in considerazione. C’è chi fa notare: «Salvini non vuole capire che ci sono intere sezioni in Lombardia che hanno detto basta e non rinnovano più la tessera del partito», questo è il sentire della base nordista.
Ma il vicepremier ha detto chiaramente che «i lombardi sono gli unici che non possono chiedere più rappresentanza», perché sono ampiamente rappresentati nel partito e al governo: però le rivendicazioni del territorio e di chi lo rappresenta non vengono meno.
«A Salvini abbiamo chiesto che la Lega torni ad avere una vocazione territoriale, abbiamo parlato di federalismo come della chiave del futuro», dice Romeo a Zapping, su Rai Radio 1 dicendosi dispiaciuto di essere considerato tra i ribelli: «Spiace che siamo stati visti, come qualcuno ci ha chiamati, nordisti frondisti sobillatori, ribelli.
Non c’è nulla di questo ma c’è la volontà di cercare di contribuire a risollevare la Lega in un momento difficile», sottolinea auspicando che il congresso sia l’occasione per lanciare un progetto politico.
«Al di là di quella che può essere vista come una mossa interna per spiazzare i cosiddetti nordisti – aggiunge il capogruppo al Senato – l’importante è approfittare di ogni occasione per confrontarsi sulle idee e avere quella spinta necessaria per affrontare le elezioni».

(da agenzie)

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“LA CANDIDATURA ALL’ELISEO? NON ESCLUDO NULLA, NON CHIUDO LE PORTE”: A 58 ANNI MATTHIEU PIGASSE, IL BANCHIERE ROCK E PROGRESSISTA SCALDA I MOTORI IN VISTA DI UNA DISCESA IN CAMPO. LA FRASE CULT: “SONO RICCO, E VOGLIO PAGARE PIÙ TASSE”

Settembre 24th, 2026 Riccardo Fucile

IL MILIARDARIO ANTI-MACRON, CHE HA OFFERTO LA SUA CONSULENZA PER RISTRUTTURARE IL DEBITO DI GRECIA, ARGENTINA E VENEZUELA, SI PROPONE DI UNIRE QUELLA SINISTRA CHE OGGI APPARE SPACCATA TRA IL CAMPO SOCIALDEMOCRATICO, CHE CON LE PRIMARIE DI OTTOBRE POTREBBE DESIGNARE RAPHAËL GLUCKSMANN, E L’ESTREMA SINISTRA DI JEAN-LUC MÉLENCHON, PER IL QUALE PERALTRO PIGASSE HA DICHIARATO DI AVERE VOTATO IN PASSATO

A neanche otto mesi dall’elezione che potrebbe cambiare il destino della Francia e dell’Europa, a guardare i sondaggi i giochi sembrerebbero fatti: Marine Le Pen è la vincitrice annunciata, soprattutto se al ballottaggio dovesse incontrare l’avversario preferito, Jean-Luc Mélenchon della France insoumise (sinistra radicale).
Ma, appunto, manca ancora tempo, abbastanza perché qualcuno dei trenta candidati già dichiarati emerga con maggiore convinzione, o perché un nuovo protagonista arrivi a rubare la scena, un po’ come fece Emmanuel Macron nell’autunno 2016. Tra le sorprese (relative) potrebbe esserci la discesa in campo di Matthieu Pigasse, il miliardario di sinistra che ancora ieri ha ripetuto «non escludo nulla, non fermo le porte» a una candidatura all’Eliseo.
A 58 anni Pigasse potrebbe pareggiare i conti con il rivale di sempre Macron: come lui uscito dalla prestigiosa scuola di amministrazione Ena, banchiere d’affari presso Lazard (Macron da Rothschild), vicino al partito socialista corrente Dominique Strauss-Khan (Macron invece fu consigliere di François Hollande), e autore nel 2012 di un saggio intitolato Révolutions, imitato qualche anno dopo da Macron con il suo Révolution (2016), al singolare. Ma se Macron ha conquistato il potere proclamandosi «di destra e di sinistra», salvo poi venire accusato di essere «di destra e di destra»,
Matthieu Pigasse proclama da sempre la sua fedeltà alla sinistra: anzi, non esclude di candidarsi proprio per unire quella sinistra che oggi appare irrimediabilmente spaccata tra il campo socialdemocratico, che con le primarie di ottobre potrebbe designare Raphaël Glucksmann, e l’estrema sinistra di Jean-Luc Mélenchon, per il quale peraltro Pigasse ha dichiarato di avere votato in passato.
Il banchiere rock è un appassionato dei Clash e dei Sex Pistols che ha offerto la sua consulenza per ristrutturare il debito di Grecia, Argentina e Venezuela, tra gli altri; è a capo della filiale francese della banca di investimento americana Centerview, e del gruppo media Combat che comprende la rivista culturale Les Inrockuptibles e Radio Nova, diffusori di idee e sensibilità della gauche tendenza Mélenchon quanto i media di Bolloré (tv CNews, radio Europe1) sono vicini a Le Pen e Zemmour.
Sulla radio pubblica France Inter, Matthieu Pigasse ieri ha criticato le primarie, «che non sono democratiche perché i candidati si sono scelti da soli, e poi hanno scelto anche gli elettori.
«Non ho mai nascosto di avere guadagnato molti soldi — ha ribattuto Pigasse —. Sarebbe indecente se io chiedessi sacrifici agli altri. Invece faccio parte di quelli che hanno un patrimonio superiore a 100 milioni di euro, soggetti quindi alla tassa Zucman. E io dico sì, sono ricco, e voglio pagare più tasse». Dopo 10 anni di Macron accusato di essere lontano dai francesi comuni, Pigasse si prepara a lanciare la sfida più grande.

(da agenzie)

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AVANTI, C’E’ POSTO: NELLA LISTA DEI POSSIBILI FEDERATORI DEL CENTROSINISTRA SI AGGIUNGE IL GOVERNATORE DELLA PUGLIA ANTONIO DECARO. DOPO LE IPOTESI MANFREDI E SALIS (NON IN BUONI RAPPORTI CON IL M5S), SPUNTA L’IDEA DELL’EUROPARLAMENTARE PUGLIESE DEI DEM, APPREZZATO DA CONTE, PER EVITARE LE PRIMARIE

Settembre 24th, 2026 Riccardo Fucile

TRA LE ALTRE PISTE C’E’ QUELLA CHE PORTA AL SINDACO DI ROMA GUALTIERI (MA LUI SI DICE NON INTERESSATO) E UN’ALTRA CHE TIRA IN BALLO PIERLUIGI BERSANI

Avanti c’è posto: ogni giorno il toto federatore del centrosinistra si arricchisce di un nome nuovo. L’ultimo in ordine di tempo è quello di Antonio Decaro. C’è addirittura chi lo chiama «la carta coperta» di quanti nel Pd vorrebbero che Conte e Schlein facessero un passo indietro.
Apprezzato presidente della Regione Puglia, eurodeputato con più di 500 mila voti (primo nel Pd davanti alla segretaria), amatissimo sindaco di Bari, Decaro è in buoni rapporti con Conte. Rapporti che si sono cementati all’epoca della pandemia del Covid, quando l’allora premier, per fronteggiare l’emergenza, si rivolse ai sindaci e ai presidenti delle Regioni. Correva l’anno 2020, Decaro oltre a essere primo cittadino di Bari era presidente dell’Anci e diede apporto e supporto a Conte.
C’è un altro sindaco di cui, a settimane alterne, spunta il nome. È Roberto Gualtieri, che di Conte è stato ministro dell’Economia. Anche lui si dice non interessato: «Faccio il sindaco di Roma e, come ho detto molte volte, intendo ricandidarmi per altri cinque anni, per proseguire la trasformazione della città che abbiamo avviato», ha spiegato.
Quindi ha tenuto a precisare: «Naturalmente mi sta a cuore che il centrosinistra si presenti alle prossime elezioni con una proposta forte e credibile e sono fiducioso che ciò accadrà. Ma il punto non è soltanto la leadership, sono soprattutto il programma e la visione del Paese».
Altro nome altro sindaco. Anzi altra sindaca: Silvia Salis. La prima cittadina di Genova ha in uscita a ottobre un libro, È già domani.
Ed è stata sufficiente questa notizia per ricamare sul suo futuro. È popolarissima: anche il sondaggio di Nando Pagnoncelli pubblicato dal Corriere la dà come la personalità del centrosinistra più apprezzata. E, al contrario dei suoi colleghi maschi, preferisce la franchezza e non dice no all’ipotesi. Se la chiamassero ci farebbe un pensierino, ha confessato qualche tempo fa. Però parte con due penalità. La prima, non è in buoni rapporti con Conte.
La seconda, è donna, e con i maggiorenti del centrosinistra, cui spetterebbe il compito di trovare il federatore (o la federatrice), questo non rappresenta certo un vantaggio. Infine, c’è sempre Pier Luigi Bersani. Qualcuno lo vuole federatore, qualche altro presidente della Repubblica, e viene considerato da tutti il prototipo dell’usato sicuro, benché non sia riuscito a fare il premier perché perse le elezioni del 2013, nonostante il centrosinistra quell’anno fosse dato per vincente.

(da Corriere della Sera)

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“L’ASSENZA DI REGISTI ITALIANI A VENEZIA ILLUSTRA LE DIFFICOLTÀ DEL CINEMA ITALIANO, AGGRAVATE DALL’ASCESA DI GIORGIA MELONI”: IL QUOTIDIANO FRANCESE “LE MONDE” TUMULA IL CINEMA TRICOLORE SOTTO L’”EGEMONIA CULTURALE” DELLA DUCETTA E DEL MINISTRO GIULI-VO, CON UN ARTICOLO INTITOLATO “LA GRANDE DEPRESSIONE DEL CINEMA ITALIANO”

Settembre 24th, 2026 Riccardo Fucile

IL GIORNALE PARIGINO SPERNACCHIA LA NOSTRA SETTIMA ARTE FACENDO UN PARAGONE CON IL NOSTRO CALCIO: “LE PRESTAZIONI DELUDENTI DEI REGISTI RISPECCHIANO QUELLE DEI LORO CONNAZIONALI CALCIATORI, CHE NON SONO RIUSCITI A QUALIFICARSI NEGLI ULTIMI TRE MONDIALI”

“La grande depressione del cinema italiano”: questo il titolo di un lungo articolo che il quotidiano Le Monde consacra oggi alla situazione della Settima arte nel nostro Paese.
”L’assenza di registi italiani nell’elenco dei premiati all’83/a Mostra del Cinema di Venezia, lo scorso settembre, illustra le difficoltà che il cinema italiano sta affrontando; ostacoli aggravati dall’ascesa al potere di Giorgia Meloni”, scrive il quotidiano francese, ricordando che “è trascorso più di un decennio da quando un italiano ha vinto un Leone d’Oro (Gianfranco Rosi, nel 2013), un Orso d’Oro (ancora Rosi, nel 2016) o un Oscar (Paolo Sorrentino, nel 2014), per non parlare della Palma d’Oro (Nanni Moretti, nel 2001)”.
Le Monde si spinge fino a tracciare un parallelo tra cinema e calcio. Quest’anno, osserva il giornale parigino nell’articolo firmati dai corrispondenti a Venezia Allan Kaval e Aureliano Tonet, l”‘ambulanza ufficiale della Mostra” recava sulla sua “livrea il logo dello sponsor della nazionale vincitrice dei Mondiali del 2006…
Ed è forte – secondo i giornalisti – la tentazione di vedervi un’allegoria, dato che le prestazioni deludenti dei registi rispecchiano quelle dei loro connazionali calciatori, che non sono riusciti a qualificarsi negli ultimi tre Mondiali”.

(da agenzie)

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LA PROPAGANDA DELL’ATOMO. IL SENATO APPROVA IN VIA DEFINITIVA IL DISEGNO DI LEGGE DELEGA DEL GOVERNO SUL NUCLEARE. PECCATO CHE IL PROVVEDIMENTO NON DICA LETTERALMENTE UN CAZZO SULLE RISORSE CHE SERVONO PER FAR TORNARE L’ENERGIA PRODOTTA DALL’ATOMO IN ITALIA

Settembre 24th, 2026 Riccardo Fucile

IL TESTO DI MELONI DEFINISCE I “CAMPI D’INTERVENTO”, RIMANDA A ULTERIORI DECRETI E.. METTE ZERO QUATTRINI – INVECE DI PENSARE AI RINCARI SULLE BOLLETTE IL MINISTRO PICHETTO NE SPARA UN’ALTRA DELLE SUE: “LE PRIME CENTRALI NUCLEARI LE AVREMO NEL 2033-2034”

L’aula del Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge delega Pichetto sul nucleare, già approvato alla Camera. Il provvedimento ha lo scopo di ridare all’Italia una normativa sulle centrali atomiche.
Il disegno di legge ha l’obiettivo di ridare all’Italia una normativa sul nucleare, per permettere la riapertura delle centrali, chiuse dopo il referendum del 1987.
Il provvedimento dà al governo la delega per emanare decreti che disciplinino la materia, e definisce i campi d’intervento: costruzione ed esercizio delle centrali, produzione di idrogeno tramite energia nucleare, gestione del combustibile esaurito e sicurezza, istituzione degli organi di controllo.
Il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, che ha firmato la proposta di legge, ha più volte dichiarato che conta di emanare i decreti attuativi entro la fine dell’anno.
Il Senato ha approvato in via definitiva – con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astenuti – il disegno di legge sul nucleare. Il provvedimento delega il Governo ad adottare entro un anno una disciplina organica del ciclo di vita dell’energia nucleare, per favorire la decarbonizzazione, la sicurezza e l’indipendenza energetica.
La legge prevede anche un programma nazionale per il nucleare sostenibile e la fusione, regolando impianti, rifiuti, sicurezza e localizzazione, con il coinvolgimento dei Comuni. Il testo infine contiene misure per la ricerca, la formazione, l’informazione pubblica, le garanzie finanziarie e il riordino delle competenze in materia di sicurezza nucleare.
“Una stima che faccio sulle prime centrali nucleari, in base agli elementi che ho a disposizione, degli esperti dell’impresa e del settore, è verso il 2033-34 questi sono i tempi che sono previsti”.
Lo dice il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, in un punto stampa al Senato dopo l’approvazione della Legge Pichetto sul Nucleare sostenibile.

(da agenzie)

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SALVINI SBRAITA DA ANNI PER ABOLIRE LA FORNERO MA INTANTO GLI ITALIANI ANDRANNO IN PENSIONE SEMPRE PIU’ TARDI: NEL 2031 CI VORRANNO 67 ANNI E 8 MESI PER USCIRE DAL MERCATO DEL LAVORO

Settembre 24th, 2026 Riccardo Fucile

MA IL PEGGIO DEVE ANCORA VENIRE: SECONDO LA RAGIONERIA GENERALE DELLO STATO, QUANDO L’ISTAT AVRA’ CONSOLIDATO I DATI SULLA SPERANZA DI VITA CI POTREBBE VOLERE UN MESE IN PIU’ PER ANDARE IN PENSIONE… UN TEMPO SALVINI DICEVA: “MA NON HA VERGOGNA QUEL POLITICO CHE AL GOVERNO PENSA DI MANDARE IN PENSIONE LA GENTE A 67 ANNI?” (PARLAVA DI SE’ STESSO?)

L’anno in corso, il 2026, sarà l’ultimo in cui si potrà andare in pensione di vecchiaia a 67 anni. Nonostante i proclami della Lega, nel giro di cinque anni l’età di uscita salirà di ben 8 mesi.
Se va bene. La Ragioneria generale dello Stato, guidata da Daria Perrotta, ha confermato le stime già uscite a gennaio. Avvertendo però in una nota che quando l’Istat avrà consolidato i dati sulla speranza di vita, per via del meccanismo di calcolo, si potrebbe arrivare a 9 mesi in più. In altri termini: nel 2031 la pensione di vecchiaia potrebbe scattare a 67 anni e 9 mesi per la generalità dei lavoratori.
Una pessima notizia per il governo Meloni che nel 2022 ha vinto le elezioni anche con l’impegno – oggi reiterato dal partito di Matteo Salvini – di abolire la legge Fornero. […]
Le pensioni anticipate ordinarie segnano nuovi record. Oggi agli uomini servono 42 anni e 10 mesi di contributi, alle donne 41 anni e 10 mesi. Nel 2027 servirà un mese in più, nel 2028 tre mesi in più rispetto a oggi.
Nel 2029, secondo le proiezioni della Ragioneria, si arriverà a 43 anni e 4 mesi per gli uomini e 42 anni e 4 mesi per le donne. Nel 2031 a 43 anni e 6 mesi e 42 anni e 6 mesi. Anche qui, dal 2029, sono stime: i requisiti effettivi dipenderanno dalla speranza di vita certificata dall’Istat. E potrebbero salire di un altro mese, come per l’età di vecchiaia.
La legge di Bilancio ha sterilizzato solo due dei tre mesi di aumento certificati: nel 2027 la vecchiaia passerà a 67 anni e un mese. Ma dal 2028 lo sconto finisce e il requisito salirà a 67 anni e tre mesi.
Poi toccherà agli scatti stimati dalla Rgs: 67 anni e sei mesi nel 2029, 67 e otto nel 2031. La vera incognita, come detto, è nascosta in nota: usando il dato provvisorio Istat sulla speranza di vita nel 2025, l’aumento del 2029 sarebbe di quattro mesi anziché tre e quello del 2031 di tre anziché due. Di qui il rischio dei 67 anni e 9 mesi.
È su questa scala mobile verso l’alto che si innesta la battaglia politica della Lega. Il sottosegretario Claudio Durigon continua a lavorare all’uscita a 64 anni anche per chi ha cominciato a versare prima del 1996, accettando però il ricalcolo contributivo dell’assegno.
Una misura sperimentale per tre anni che, secondo le stime dello stesso Durigon, interesserebbe 80mila persone il primo anno e circa 180mila nel triennio, per un costo superiore a 1,6 miliardi l’anno.

(da Repubblica)

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LA MELA (MARCIA) NON CADE LONTANA DALL’ALBERO. FLAVIO BOLSONARO, FIGLIO DELL’EX PRESIDENTE JAIR BOLSONARO (CHE STA SCONTANDO UNA CONDANNA A 27 ANNI PER IL TENTATO GOLPE DELL’8 GENNAIO 2023), È INDAGATO PER POSSIBILI VIOLAZIONI DELLE REGOLE SULL’USO DEI SOCIAL NETWORK IN CAMPAGNA ELETTORALE

Settembre 24th, 2026 Riccardo Fucile

NEL MIRINO C’E’ UNA RETE DI 1.826 “COLLAB” SU INSTAGRAM (UNA FUNZIONE CHE PERMETTE DI PUBBLICARE LO STESSO CONTENUTO CONTEMPORANEAMENTE SUI PROFILI DI PIÙ UTENTI) E 492 ACCOUNT PER AMPLIFICARE LA PROPAGANDA ELETTORALE

Il Tribunale superiore elettorale del Brasile (Tse) ha aperto un’inchiesta nei confronti del senatore e candidato alla presidenza Flavio Bolsonaro, del candidato vice Alfredo Gaspar e del deputato Mario Frias, per possibili violazioni della legge sull’uso dei social network nella campagna elettorale.
Il Tse ha accolto un ricorso presentato dalla coalizione del presidente Luiz Inacio Lula da Silva. Al centro dell’indagine ci sono le cosiddette “collab”, una funzione di Instagram che permette di pubblicare lo stesso contenuto contemporaneamente sui profili di più utenti.
Secondo l’accusa, il sistema sarebbe stato utilizzato in modo coordinato da account di candidati e pagine di sostegno per ampliare la propaganda elettorale anche attraverso profili non registrati presso la giustizia elettorale.
Il giudice ha rilevato segnali di coordinamento tra gli account e ha sottolineato la rapida crescita della rete a pochi giorni dal voto del 4 ottobre. La prima rilevazione aveva individuato 492 collab e 324 profili fino al 7 settembre. Tra l’8 e il 17 settembre sono state registrate altre 1.334 pubblicazioni e 168 profili, portando il totale a 1.826 collab e 492 account.
Nel mirino ci sono anche alcuni link commerciali presenti nei profili, che potrebbero indicare un possibile vantaggio economico. Il Tse ha ordinato a Instagram di sospendere entro 48 ore i link indicati e di conservare i dati della rete. Flavio Bolsonaro, Gaspar e Frias hanno cinque giorni per presentare la propria difesa.

(da agenzie)

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AVVISATE FAZZOLARI, LOLLOBRIGIDA E TUTTI I “PROTETTORI LAICI” DELLA LOBBY DEI FUCILI: GLI ITALIANI NE HANNO PIENE LE PALLE DELLA CACCIA. IL 74% DEI CITTADINI DEL NOSTRO PAESE VUOLE ABOLIRE LA CACCIA O LIMITARLA FORTEMENTE

Settembre 24th, 2026 Riccardo Fucile

LO SOSTIENE UN SONDAGGIO IPSOS DOXA PER LA FONDAZIONE CAPELLINO. IL 55 PER CENTO DEGLI ITALIANI SI SCAGLIA CONTRO IL DISEGNO DI LEGGE DEL CENTRODESTRA, GIA’ APPROVATO DAL SENATO, CHE PREVEDE NORME PIU’ PERMISSIVE PER CHI VUOLE IMBRACCIARE IL FUCILE… NELL’ULTIMO ANNO CI SONO STATI 13 MORTI E 34 FERITI A CAUSA DELLA CACCIA…

La maggioranza degli italiani dice no alla caccia e al disegno di legge 1552, già approvato in Senato e ora in discussione alla Camera. E, di contro, è favorevole a rafforzare la tutela della biodiversità e della fauna selvatica.
Sono le evidenze che emergono dalla ricerca Ipsos Doxa per Fondazione Capellino, che ieri è stata portata all’attenzione dei politici. Secondo la ricerca, una netta maggioranza trasversale, ovvero il 74 per cento degli intervistati, ritiene che la caccia debba essere abolita, fortemente limitata o che resti disciplinata dalle regole attuali, mentre solo il 3 per cento spera in una maggiore liberalizzazione dell’attività venatoria.
Rispetto alle modifiche che verrebbero apportate dal Ddl caccia, il 55 per cento ritiene che la sua approvazione comporterebbe un peggioramento del quadro normativo attuale, mentre solo il 18% un miglioramento.
«La biodiversità è veramente un elemento di unione degli italiani. Non bisogna sprecare un momento di unione, visto che di problemi ce ne sono già tanti e il compito della politica dovrebbe essere quello di cercare occasioni per unire», ha spiegato Pier Giovanni Capellino, presidente della Fondazione.
«La tutela degli animali e la necessità di proteggere la fauna selvatica attraversano tutti gli schieramenti politici. Il no alla caccia, e a tutte le ipotesi di estensione di questa attività crudele, eticamente inaccettabile, arriva dagli italiani ed è stato registrato dal sondaggio commissionato dalla fondazione Capellino», ha aggiunto la deputata e animalista, Maria Vittoria Brambilla.
A praticare la caccia, in tutta Italia, sono 420 mila, almeno secondo gli ultimi dati ufficiali.
Nell’ultimo anno infatti, secondo i dati dell’Associazione vittime della caccia (Avc), tra il primo settembre e il 31 gennaio, si sono registrati 13 morti e 34 feriti per attività connesse a quella venatoria.

(da Corriere della Sera)

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