GHERARDO COLOMBO: “L’ITALIA E’ INCATTIVITA E PREMIA LA CULTURA DELLA DISCRIMINAZIONE”
“C’E’ CHI CONTA E CHI PUO’ ESSERE BUTTATO VIA, E’ IL PRINCIPIO DI UNA SOCIETA’ DISEGUALE”
Dottor Colombo, la questione morale oggi ha le sembianze di un ricordo sbiadito e l’etica pubblica è andata smarrendosi fino a perdersi.
Siamo davanti, e non da oggi, a un cambio dei punti di riferimento civile. Stiamo infatti progressivamente abbandonando il principio che sta alla base della Costituzione: nessuno può essere escluso, disumanizzato.
Nel senso che non siamo più uguali di fronte alla legge?
Giorno per giorno ci si sposta sempre più verso un’idea dello stare insieme secondo la quale c’è chi conta e chi può essere buttato via. Avanza cioè la cultura della discriminazione. È il principio della società diseguale, una parte di essa è immune dagli obblighi che colpiscono l’altra parte. Chi sta sopra, chi abita nella parte alta del sistema Paese, rivendica diritti che gli altri non possono avere.
L’élite gode di un’immunità più larga.
È così. E la società che invece guarda in silenzio è anche figlia di una grande disillusione patita. Le grandi proteste, le campagne di stampa, le denunce non hanno sortito gli effetti sperati. Vive la sensazione che sia stato inutile battersi per marginalizzare la corruzione.
La corruzione è come quel moto ondoso che sembra ritrarsi ma che poi avanza sulla battigia più prepotentemente.
C’è un livello di compatibilità sociale, una sorta di sostenibilità collettiva dell’onda anomala, come la chiama lei. Sono convinto che quando la cultura, il modo di pensare e la legge confliggono, vince la cultura e perde la legge.
La corruzione è figlia di una trascuratezza collettiva verso i comportamenti, anche minimi, rispettosi del principio di legalità? È il segno della nostra indole?
Se, per esempio, eleviamo la furbizia a un carattere virtuoso, la identifichiamo con la scaltrezza e la coltiviamo fin dai banchi di scuola, poi come possiamo lagnarci se evadere le tasse sia vista da tanti positivamente?
Lei è stato tra i protagonisti di Mani pulite.
Beh, neanche dobbiamo però pensare che quel tempo fosse l’eden rispetto al supposto odierno inferno.
I magistrati ieri erano rispettati, oggi invece per lo più irrisi.
Non mi sembra proprio. Ricorda quel che Craxi disse, al tempo della scoperta della P2, a proposito dell’arresto di Calvi? Ricorda che il Parlamento ha respinto per ventisette volte le richieste di autorizzazione a procedere nei confronti di Giulio Andreotti? Dal potere i magistrati erano ben visti solo quando evitavano di guardare nei suoi cassetti. Dal popolo, dalle persone, i magistrati sono considerati un esempio nel caso vengano ammazzati, oppure quando risolvono grandi problemi come il terrorismo, oppure quando con Mani pulite mostrano le trasgressioni del potere.
Oggi la politica segue il ritmo della cronaca nera. E la cronaca nera è l’unica manifestazione pubblica dell’interesse generale.
La cattiveria attrae, chiama a raccolta, unisce. Ostentare il male aumenta i clic sul computer e porta all’insù l’audience.
Le parole della politica si fanno crude, volgari, spesso dichiaratamente scandalose.
Sono figlie del medesimo meccanismo. L’oltraggio, l’offesa, la chiara manifestazione razzista chiama frotte di visitatori su internet, i followers. E d’altra parte più si disprezza l’avversario, più lo si deride, lo si umilia, più si trova seguito. Specie se tutto è trasmesso attraverso immagini piuttosto che parole.
Il vannaccismo è un fenomeno linguistico oltre che politico.
L’estremo contro l’ordinario. Ce lo siamo detti prima: la cultura della discriminazione per razza, religione, colore della pelle rende legittima l’idea che la giustizia possa essere asimmetrica. C’è chi sta sopra e chi sta sotto.
Lei ha detto che Mani pulite ha perso tifosi quando voi magistrati avete iniziato a indagare anche ai piani bassi della società.
Credo che sia andata esattamente così.
(da Il Fatto Quotidiano)
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