Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
“GIUSEPPI” ASSICURA CHE “NON C’È LA VOLONTÀ DI ESCLUDERE I MODERATI” E FA I SUOI COMPLIMENTI A ONORATO (MA NON A RENZI) … APPENDINO RINCARA: “SAREBBE TAFAZZIANO AVERE RENZI IN COALIZIONE”. MATTEONZO REPLICA: “SE QUALCUNO VUOLE METTERE VETI PER MANDARE LA DESTRA NON SOLO A PALAZZO CHIGI MA ANCHE AL QUIRINALE LO SPIEGHERA’ AI CITTADINI”
Gli «esclusi» dalla photo opportunity dell’altro ieri — quella che mostrava Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni sorridenti a tavola — fanno mostra di non esserci rimasti male, anche se tra le righe delle loro dichiarazioni si legge un certo malumore.
L’appuntamento con la variegata galassia dei centristi è a settembre. Adesso i leader di Pd, M5S e Avs («La banda dei 4», li chiama non certo bonariamente qualcuno) preferiscono fare da soli. Del resto, c’è da dire che dalle parti dei moderati e riformisti non è che regni l’armonia e non è facile mettere tutti assieme.
Matteo Renzi con la sua Casa riformista si tiene a debita distanza da Alessandro Onorato e dal suo Progetto civico e viceversa. Ernesto Maria Ruffini, invece, con il movimento Più uno cerca di coinvolgere chi si è allontanato dalla politica, «perché la vittoria non arriverà con un accordo tra gruppi dirigenti e il confronto non può esaurirsi tra chi fa già parte delle attuali coalizioni».
E questa notazione riflette, al di là delle frasi diplomatiche di rito, il vero stato d’animo degli esclusi. Tant’è vero che Goffredo Bettini si affretta a osservare: «Ho ripetuto all’infinito che da sola la sinistra non basta. Occorre allargare, includere».
Ma le dichiarazioni dell’altro ieri di Conte sull’affidabilità di Renzi non hanno aiutato. Il leader di Iv afferma: «Se qualcuno vuole fare come nelle Politiche del 2022 o come in Liguria, mettendo veti, per mandare la destra non solo a Palazzo Chigi ma anche al Quirinale, lo spiegherà ai cittadini». Sulla stessa linea Maria Elena Boschi: «Chi sceglie di rompere l’alleanza fa un favore a Meloni».
Non contribuisce alla serenità del centrosinistra nemmeno l’uscita di Chiara Appendino, secondo cui «sarebbe tafazziano avere Renzi in coalizione». «Lei è stata condannata, non può dare patenti di affidabilità», le replica il vicepresidente di Iv Enrico Borghi.
Per Ruffini quella foto «fa pensare a un’inquadratura di un film western di Sergio Leone, dove il primo piano mano mano si allarga e rivela una scena più complessa e affollata». Come a dire che i quattro da soli non possono farcela
Conte assicura che «non c’è nessuna volontà di escludere i moderati» e fa i suoi complimenti a Onorato (ma non a Renzi). E comunque, aggiunge l’ex premier, c’è il suo Movimento a fare da garante: «Per lo sbilanciamento a sinistra non si deve preoccupare nessuno perché il M5S, che è una forza tradizionalmente non di sinistra, vuole parlare a tutto il Paese».
Il fondatore di Primavera, Vincenzo Spadafora, ha qualche dubbio: «Una foto non basta, serve una proposta ambiziosa». Clemente Mastella ci mette il carico da undici: «Verrebbe da pensare che il fotografo lo ha mandato Meloni». Il sindaco di Benevento punta a Gaetano Manfredi c ome «federatore del centro ».
(da l “Corriere della Sera”)
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Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
IL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO APPOGGIAVA IL VICEGOVERNATORE BURT JONES …JACKSON SFIDERA’ A NOVEMBRE LA CANDIDATA DEL PARTITO DEMOCRATICO KEISHA LANCE BOTTOMS PER LA GUIDA DELLA GEORGIA
I repubblicani in Georgia hanno constatato che è possibile battere l’endorsement di Trump se hai
una quantità pressoché illimitata di denaro. È il caso di Rick Jackson, imprenditore settantenne che ha fatto i soldi nel settore sanitario: ha sconfitto martedì sera, nelle primarie repubblicane per la poltrona di governatore della Georgia, il candidato appoggiato da Trump, il vicegovernatore Burt Jones.
Jackson parla spesso della sua infanzia in cui si spostò di famiglia in famiglia (cinque volte) e di scuola in scuola (tredici volte). Questa è la sua prima esperienza in politica. Ha investito in questa corsa 100 milioni di dollari della sua fortuna personale. Non solo Trump, ma anche l’attuale governatore repubblicano Brian Kemp aveva appoggiato il suo vice Jones come successore.
Diversi membri ultraconservatori del partito in Georgia avevano accusato Jackson di non essere abbastanza trumpiano poiché ha donato denaro in passato a Liz Cheney, ex deputata repubblicana che guidò anche la commissione d’inchiesta sull’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021.
Jackson ha poi donato un milione di dollari ad un gruppo legato alla campagna di Trump, ma solo dopo che ha vinto le elezioni del 2024. In ogni caso Jackson si è presentato come un seguace di Trump, dicendo che sarà il suo «governatore preferito» e ripetendo accuse infondate sulle elezioni «rubate» da Biden nel 2020.
A novembre sfiderà la democratica Keisha Lance Bottoms, ex sindaca di Atlanta. Nelle primarie repubblicane per il Senato ha invece vinto il candidato sostenuto da Trump, Mike Collins: a novembre sfiderà l’attuale senatore della Georgia Jon Ossoff che molti considerano un candidato ideale alla Casa Bianca nel 2028.
(da agenzie)
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Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
KEIR STARMER È DETESTATO NEL PAESE: SE CADE, IL SUCCESSORE VIENE ELETTO DIRETTAMENTE DAGLI ISCRITTI DEL SUO PARTITO (SENZA FIDUCIA IN PARLAMENTO). E DOPO LO SCANDALO DELL’EX AMBASCIATORE MANDELSON, IL NUOVO IDOLO DELLA SINISTRA LABURISTA È IL 56ENNE PRIMO CITTADINO DI MANCHESTER. LA FAIDA TRA FARAGE E I PARTITI DELL’ULTRADESTRA PUO’ AIUTARLO
Niente politica, siamo inglesi. Approcciamo un santo bevitore al pub Robin Hood di Ashton-in Makerfield, ma un manager subito si fionda a censurarci: «Mi spiace, niente politica qui. Se volete parlarne, uscite». «Ma piove». «I’m sorry». «Ma da quand’è che non si può parlare di politica al pub?». «Da quando, due settimane fa, abbiamo avuto risse per questa elezione».
Benvenuti, si fa per dire, a Makerfield. Ossia, l’anonima circoscrizione del nord-ovest operaio inglese che, con i suoi 77mila elettori, oggi potrebbe decidere il prossimo primo ministro di 70 milioni di britannici e scalzare Keir Starmer da Downing Street.
Com’è possibile? Perché l’algido Starmer è detestato nel Paese, se cade il premier il successore viene eletto direttamente dagli iscritti del suo partito (senza fiducia in Parlamento).
E nel Labour — dopo lo scandalo dell’ex ambasciatore Mandelson — il nuovo idolo della sinistra laburista è il sindaco di Manchester Andy Burnham. Già “re del nord” (come in Game of Thrones), 56 anni, Burnham si è candidato a Makerfield (grazie alle cortesi dimissioni dell’ex deputato Josh Simons) per vincere il seggio a Westminster, tornare in Parlamento e poter lanciare così la sfida a Sir Keir. Sfida
che, a vedere il sostegno che ha tra i deputati della corrente di sinistra e di circoscrizioni operaie del Labour, quasi certamente vincerebbe.
Un delitto perfetto. Se non fosse per Nigel Farage. Questo è anche un ex feudo storico del Labour, ora in buona parte votatosi alla destra. L’ex camionista Ryan Taylor, 74 anni, che incontriamo mentre gusta curry indiano in una tavola calda di periferia, riassume il sentimento di molti altri: «Ho votato laburista tutta la mia vita, ma ora basta. Stiamo perdendo l’identità, ci sono troppi migranti nel Paese e la working class è costantemente umiliata dalla politica».
«Vinceremo, perché noi siamo la speranza», ribatte Burnham, nato alla periferia di Liverpool e cresciuto a Makerfield. Con i suoi occhiali neri spessi, le partite a calcetto e l’appeal social, operaio e pro Stato sociale, è in testa ai sondaggi con il 45% — vince il seggio chi prende un voto in più degli altri — e potrebbe diventare il primo premier cattolico britannico al potere. Il pensionato Steve, fuori dal supermercato, promette: «Lo voterò, Andy è una persona seria».
La popolarità di Burnham però sembra già in calo, secondo Ipsos, anche per alcune interviste in cui è apparso vago e impreparato sull’economia.
Non solo: molti elettori con i quali abbiamo parlato, come l’ex laburista e spazzina tatuata Andrea, lo considerano un politico arrivista e non andranno a votare: «Andy vuole sfruttare Makerfield solo per le sue ambizioni personali».
Ma Burnham, ex ministro nei governi Brown e Blair poi auto-esiliatosi a Manchester «per rigenerare la città e fare politica vera», ha un grande e inaspettato alleato. Non solo Robert Kenyon, il candidato di Farage, un idraulico impacciato e in passato distintosi per commenti online sessisti, misogini e razzisti.
Ma soprattutto Rebecca Shepherd, candidata del partito di estrema destra Restore Britain, ancora più massimalista di Reform. A guidarlo è Rupert Lowe, imprenditore, ex presidente del Southampton Football Club e soprattutto ex deputato di Farage. Che l’anno scorso lo ha cacciato dal partito perché troppo ambizioso, impertinente e ingombrante.
Ora però Lowe sta pregustando la sua fredda vendetta: Restore Britain a Makerfield oscilla intorno all’8% nei sondaggi. Quanto basta per succhiare voti a Farage — cui sta benissimo che il moribondo Starmer rimanga al potere — e far vincere Burnham.
Farage ha protestato contro la «discriminazione dei bianchi» dopo il tragico omicidio del 18enne Henry Nowak, parlando di «pura e fredda rabbia» proprio per far breccia nella popolazione locale bianca, e rubare voti a Restore Britain. Il Daily Mail e i tabloid hanno lanciato una campagna (“The Right Must Unite”) contro il «disfattista» Lowe. Ma lui non ci sente: «Saremo sempre più forti».
A meno di clamorose sorprese, dunque, Burnham vincerà il suo seggio a Westminster. Ma i suoi ci dicono che non lancerà subito la sfida a Starmer: «Andy non è assetato di sangue. Daremo tempo al primo ministro per una transizione ordinata». Insomma, Keir, dimettiti e salva l’onore, in modo che il “re del nord” possa essere incoronato alla conferenza di partito a fine settembre, nella sua Liverpool. Ma Starmer, sostenuto dalla inseparabile moglie Vic, giura di non mollare: «Se vogliono cacciarmi, devono sfidarmi pubblicamente e far decidere gli iscritti», ha confidato ai suoi, «io non me ne vado».
(da agenzie)
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Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
“ALLA FINE CI RITROVEREMO PER BATTERE LE DESTRE, IL NOSTRO OBIETTIVO È PIÙ IMPORTANTE DEI LORO DISPETTI”… E POI VOLA A CHICAGO DA OBAMA: I SUOI ALLEATI LO LASCIANO FUORI DALLA FOTO DI GRUPPO E LUI LA FOTO SE LA VA A FARE CON BARACK
Ha dovuto fermarli, Matteo Renzi. Placare l’ira funesta dei suoi parlamentari — non proprio un
esercito, ma comunque un nutrito drappello tra Camera e Senato — pronti a sparare ad alzo zero contro la reunion del campo stretto, a condire di sarcasmo e previsioni nefaste l’alleanza senza Italia viva sancita al tavolo di un’osteria dai quattro cavalieri progressisti: Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli.
L’ex premier in partenza per Chicago ha ripetuto la stessa cosa: «Calma e gesso, noi facciamo la nostra parte, opposizione dura contro questo governo fallimentare. Alla fine vedrete che ci ritroveremo». Una versione zen del fu rottamatore, che ha sorpreso tanti.
Con la testa già rivolta agli Stati Uniti, dove oggi approderà insieme alla figlia Ester per partecipare alla cerimonia inaugurale dell’Obama presidential center, Renzi cita Michelle, l’ex first lady americana: «Quando loro scendono in basso, noi dobbiamo continuare a volare alto».
Messaggio trasposto nelle istruzioni impartite alla truppa, che aveva già pronto un comunicato per rinfacciare al leader 5S — a proposito di affidabilità — di aver governato con Salvini. «Pur provando amarezza per quello che ci stanno facendo, non dobbiamo rispondere alle provocazioni», li ha frenati il leader di Iv. «Nessun fallo di reazione. Il nostro obiettivo è più importante dei loro dispetti: mandare a casa Giorgia Meloni». Traduzione in volgare del dantesco “non ti curar di lor”.
Dopodiché non è che ci sia rimasto benissimo. Nonostante ostenti tranquillità— «Il nostro mantra dev’essere: chi si divide perde. È successo nel ‘22 al centrosinistra ed è quello che ora potrebbe accadere alla destra terremotata da Vannacci» — Renzi replica con un secco «no» a chi gli chiede se per caso abbia sentito la sua amica Elly, dopo. «Io credo sia molto in imbarazzo», confiderà poi a un paio di fedelissimi. Sottinteso: «Ha dovuto subire il diktat di Conte, ma lo sa anche lei che con i veti non si va lontano».
Inutile nasconderlo: un po’ di delusione c’è. «Chi fa l’opposizione a me non capisce
he l’opposizione va fatta al Meloni», insiste. «Quando vai a elezioni non puoi dire “quello non lo voglio perché mi sta sulle scatole”. Le elezioni non sono una gara di simpatia o antipatia: devi mettere insieme tutti quelli che sono contro la destra. Altrimenti, la partita non la giochi nemmeno. E ti assumi però la responsabilità di spiegare agli elettori perché regaliamo il Quirinale a Meloni o a La Russa».
L’importante, adesso, è non entrare in una spirale di sgarbi e ripicche. Ai suoi l’ha detto chiaro e tondo. «Quei quattro hanno fatto una cosa poco lungimirante», frantumando un campo che si stava pian pianino ricomponendo, «ma noi rilanciamo con l’unità». Senza restare in attesa di una chiamata che «comunque sono certo arriverà, per vincere c’è bisogno di tutti», ma intanto lavorando in proprio. Né risparmiare qualche piccola ritorsione.
A luglio Italia viva avvierà una grande raccolta firme per chiedere di reintrodurre le preferenze, «che vogliono tutti gli italiani tranne Pd e Avs», la battuta preferita di Renzi.
Poi, subito dopo l’estate, partirà una campagna sul garantismo, mentre in Parlamento si faranno una serie di proposte sullo sviluppo economico. Mosse che possono sì far male alla destra, ma forse un po’ pure alla «sinistra-sinistra» che per ora ha voluto lasciarlo ai margini della coalizione. Con un caveat però, ripetuto ai vicini perché sentano anche i lontani: «Io punto a dividere la destra non i progressisti, il campo opposto non il nostro».
Il volo per Chicago sta per decollare. L’unico rammarico è per Agnese, la moglie, commissaria d’esame alla maturità e perciò trattenuta a Firenze. «Sarà la festa dell’anti-trumpismo», saluta tutti Renzi, «voglio godermi questo momento». I suoi (non ancora) alleati lo lasciano fuori dalla foto di gruppo e lui la foto se la fa con Obama. «Vuoi mettere?».
(da agenzie)
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Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
IL PD CRESCE DI MEZZO PUNTO
Dopo l’affiancamento, il sorpasso. Per la prima volta Futuro nazionale supera la Lega. È quanto emerge da un sondaggio Youtrend per Sky Tg24. Con il movimento di Roberto Vannacci che si attesta al 5,9%, mentre il Carroccio si ferma al 5,8%. Il risultato arriva dopo l’assemblea costituente a Roma dello scorso weekend dove l’europarlamentare ha lanciato il suo partito.
Intanto, nelle intenzioni di voto degli italiani, Fratelli d’Italia si conferma sempre il primo partito nel paese. La forza politica della premier Giorgia Meloni si attesta al 27,8%, seguita dal Pd al 22,2% (in salita di mezzo punto percentuale).
In calo il M5S (12,1% ma -1,4% rispetto al 29 maggio). Poi Forza Italia (8,2%) e Avs (6,8%). Tra le formazioni centriste, Azione è al 3,1% e Italia Viva al 2,1%.
Altre forze politiche si attestano intorno all’1% mentre la quota di astenuti e indecisi è al 32,3%, in lieve calo rispetto alla scorsa rilevazione. Un terzo degli italiani non ha quindi le idee chiare su chi votare (o deciderà di non andare alle urne).
(da agenzie)
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Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
“SE NON SERVO, TORNO A CASA O TROVO UN ALTRO PARTITO”
Simonetta Matone, deputata della Lega, spiega come finirà nel Carroccio tra Matteo Salvini e i
governatori: «Malissimo». Il Capitano, dopo l’uscita di Roberto Vannacci che vola nei sondaggi, sta cercando l’appoggio di Luca Zaia e dei presidenti di Regione del Nord per la campagna elettorale. Ma Zaia, secondo Matone, vuole «fottere Salvini. Il suo obiettivo è fotterlo. Non lo dico io, me lo hanno detto ex leghisti veneti». Se la Lega si sposta al nord, dice la deputata al Foglio, «Io me ne vado. Come posso spiegare ai miei elettori del Lazio che c’è una Lega che parla male dell’altra? Io non mi faccio prendere a sputi. Se non servo, torno a casa o trovo un altro partito».
Zaia e Salvini
Non solo. Secondo lei Vannacci «usa parole luride» ed è stato un errore farlo entrare in Lega? “Lo è stato”. Mentre Claudio Durigon è corteggiato da FdI: il partito della premier lo accoglierebbe a braccia aperte. I deputati leghisti del Sud,
aggiunge Matone, «sono parlamentari che hanno i loro voti. Simona Loizzo è una primaria che opera nella sanità da anni. Nicola Ottaviani è un cassazionista di valore e Anastasio Carrà, eletto in Sicilia, è un maresciallo che si è battuto per la Lega, un deputato che ha dietro oltre venti comuni che lo seguono».
Mentre Vannacci «per me è oltre il 5,3 per cento e non perché mi piace o ci piace, ma perché c’è un elettorato, che anche dal M5s, guarda a lui, un elettorato che ascolta parole base e crede a quelle parole».
Vannacci e i soldi di Putin
Matone dice che il 4 e 5 luglio potrebbe non andare al raduno della Lega di Treviso: «Che vado a fare? A farmi insultare? Io sono stata eletta anche grazie a FdI che mi ha fatto votare in un seggio gioiello. Se ce ne andiamo noi leghisti del centro e del sud, un altro partito lo troviamo».
Mentre Zaia «rifiuta qualsiasi proposta. Mi sembra solo stallo». L’ultima risposta è su chi sta aiutando Vannacci: «Nessuno mi toglie dalla testa che dietro questa operazione ci siano i soldi di Putin».
(da agenzie)
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Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
DANNI INGENTI… ZELENSKY STA DIMOSTRANDO CHE L’UCRAINA PUO’ ATTACCARE QUALSIASI CITTA’ RUSSA
Diversi droni ucraini sono riusciti a colpire la raffineria di Mosca. Lo ha dichiarato – come riporta la Tass – il sindaco della capitale russa, Sergey Sobyanin. «Le difese aeree continuano a respingere un attacco su larga scala. Diversi droni hanno raggiunto la raffineria di Mosca. Si stanno adottando misure per far fronte alle conseguenze», ha scritto sull’app di messaggistica Max.
L’attacco alla raffineri
Le forze di difesa aerea russe hanno abbattuto 15 droni diretti verso Mosca. «Quindici droni diretti verso Mosca sono stati abbattuti dal sistema di difesa aerea del Ministero della Difesa. Gli esperti dei servizi di emergenza stanno lavorando sul luogo dove sono caduti i detriti», ha detto ancora il primo cittadino della capitale della Russia.
Secondo l’agenzia di stampa Reuters fiamme e dense colonne di fumo sono state avvistate nel quartiere sud-orientale di Kapotnya, a Mosca, dove si trova la raffineria di petrolio della città.
Un attacco di droni ucraini martedì ha interrotto le operazioni presso la raffineria, secondo alcune fonti, aggravando i danni ingenti inflitti alle infrastrutture energetiche russe e estendendo la crisi del carburante più in profondità nel Paese.
(da agenzie)
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Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
“CONOSCO I TATTICISMI DI RENZI, MA SE IL PROGRAMMA E’ CHIARO E L’ALLEANZA E’ FORTE SI PUO’ AMPLIARE AD ALTRI”
Incontriamo Pier Luigi Bersani alla festa di “Arci incontra il mondo” a Roma. La gente lo cerca
per i selfie, si vede che è amato. La conversazione sul palco è stata ampia, ne riportiamo una parte.
È indubitabile che il governo si è indebolito e nel frattempo è emerso Vannacci: che succede a destra?
Succede che la destra continua a parlare il linguaggio del “bar Italia” e che a un certo punto non lo controlla più. Certi rancori vengono coltivati in modo tale che poi c’è sempre qualcuno che li interpreta meglio. Però si nota anche una cosa, soprattutto in un certo establishment, l’idea di separare una destra impotabile da una che, magari ripulita, poi diventa un interlocutore
Sta dicendo che si punta a demonizzare Vannacci per poi fare larghissime intese anche con Meloni?
Io conosco bene i miei polli e so che certe abitudini sono come il peperoncino: all’inizio è piccante, ma poi ti abitui e lo rimangi. Far passare l’idea che Vannacci e Meloni sono diversi è assurda, perché Meloni è Vannacci.
Sono fascisti?
Mi basta notare che sono post-missini, che certi legami non sono stati mai tagliati, che la Fiamma è sempre stata nei simboli a dimostrare la continuità con chi si oppose alla nostra Costituzione. Ma l’Italia, a differenza di Germania e Giappone, è stata l’unica in grado di scriversi una Costituzione e la ragione è che ci furono uomini e donne che fecero la Resistenza e poi espressero questa capacità. Loro si misero contro.
Veniamo alla sinistra: Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni si fanno una foto insieme e lanciano l’idea di un programma comune. Basta? A questa coalizione non serve un’anima, un’identità?
Che le forze che hanno animato l’opposizione a Meloni facciano questo sforzo è positivo: l’idea che ci sia un accordo tra forze che possono trovare un’intesa è la strada giusta, ma è vero, occorre un’anima che sia attorno a dei valori forti. Un nucleo di idee è radicato nella Costituzione. Non dico che la coalizione si debba chiamare Alleanza per la Costituzione, perché non dobbiamo mai smettere di pensare che la Costituzione è di tutti, ma i valori sono lì, l’articolo 3 andrebbe letto nelle scuole. Poi ci deve essere un programma che io definirei esigibile, chiaro e concreto.
Renzi deve stare nella coalizione? E come la chiamerebbe?
(Ride) Dei tatticismi di Renzi siamo tutti coscienti, ma proprio perché penso che quel nucleo della foto possa siglare un accordo forte credo che questo accordo possa ampliarsi ad altre forze nella chiarezza del programma. E la coalizione potrebbe chiamarsi Alleanza per l’alternativa.
Parliamo di programma: che dire della patrimoniale che già divide
Il programma si fa su questioni concrete: il salario, la salute e per quanto riguarda il fisco si dovrebbe finalmente ristabilire una piena progressività. La patrimoniale in Italia c’è già e frutta circa 50 miliardi, tra immobili e rendite, ma non è progressiva.
Basterebbe tassare progressivamente quel che già si tassa e poi, certo, fissare anche un surplus per patrimoni molto grandi. Ma sul fisco bisognerebbe anche utilizzare l’IA per ridurre del 30% l’evasione, la graduale uscita dalle flat tax e dalle cedolari secche per la progressività, il superamento del fiscal drag flessibilizzando le aliquote.
In questi giorni Conte ha voluto precisare che il M5S non è di sinistra, ed qualcosa che era stato già detto. Lei pensa che sia progressista?
Conosco il M5S dai tempi dello streaming e ho visto che tipo di identità ha costruito nel tempo, la difficoltà anche a darsi un’identità. Penso che fosse giusto guardare quel che c’era di interessante già allora, per questo non mi pento di quello streaming, perché la sinistra non deve stare chiusa nella torre e guardare con supponenza il mondo. Tanto più penso che sia un interlocutore oggi nel momento in cui si definisce, e non vedo perché contestarlo, progressista.
Schlein e Prodi hanno fatto pace? La segretaria del Pd è adatta a guidare questa coalizione?
Che la Schlein e il Professore si siano parlati è una cosa positiva, aiuta questo sforzo di raccordo tra posizioni diverse perché dobbiamo sapere che la coalizione progressista è fatta di identità che vanno dall’egualitarismo al solidarismo cattolico, dal liberalismo civico all’ecologismo. Prodi ha dimostrato di saper rappresentare anime diverse e penso che possa farlo anche Schlein che è certamente adeguata. Suggerirei anche di smetterla di pensare che la presidente del Consiglio sia un fenomeno: Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni sono tutti più capaci di lei.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
I MEDIA E IL CIRCO BARNUM DELLA POLITICA
A ora di cena, forse gli italiani non mangiano ancora pane e veleno, e neppure solo veleno, come Felice Sciosciammocca. Però, a quell’ora, gli viene servita ultimamente la nuova pietanza del generale in pensione Roberto Vannacci, di non facile digeribilità, e, quel che è più, a servirgliela sono trasmissioni televisive che proprio di destra, di estrema destra, di destra autentica, futurista o nazionalista non sono.
Una volta è toccata a Lilli Gruber, un’altra a Bianca Berlinguer, la prossima chissà.Vannacci porta avanti le sue idee, e sono idee di buon senso, dice lui: i femminicidi non esistono, la remigrazione coatta non ha nulla di razzista o di xenofobo, gli omosessuali non sono normali e Putin è meglio di Zelensky. Nel suo vasto programma, trovano posto anche cose come il lavoro minorile e la donna a casa a fare figli, solo perché non si abbia dubbio alcuno: tradizione, identità, sangue di martiri e di eroi.
Ora, questo campionario di idee viene presentato non in qualche raduno sovranista, suprematista o dichiaratamente neofascista (ce ne sono), ma in talk televisivi di prima serata. I sondaggi parlano chiaro: Futuro Nazionale è oltre il cinque per cento, i nuovi iscritti sono oltre centomila (così pare), la notizia, insomma, c’è.
E ci sono pure tanti piccoli particolari che alimentano curiosità, chiacchiere e pettegolezzi, come nei migliori feuilleton: ha sentito Matteo Salvini? Gli ho scritto per il suo compleanno, gli ho fatto gli auguri, non mi ha risposto. E Borghi, ha sentito Claudio Borghi? Con Borghi tutto bene, e anche con i colleghi leghisti al parlamento europeo (così si capisce che il pressing del generale in pensione sulle truppe sbandate della Lega è tuttora in corso).
Da una parte, c’è l’interesse giornalistico, dall’altro la ricerca dei booster che amplificano la notorietà del nuovo marchio. E non v’è dubbio che attira molta più attenzione e interesse del pubblico il contraddittorio, il battibecco, la domanda scomoda che non invece l’intervista sdraiata in uno studio confortevole e amico. Chi non ricorda l’assist a Silvio Berlusconi invitato nel programma di Michele
Santoro, i buu e i fischi al Cavaliere, gladiatore nella fossa dei leoni, mentre col fazzoletto puliva la sedia su cui si era seduto Marco Travaglio?
Il format funziona, e Vannacci riesce pure a far arrivare l’idea che le domande sono sofisticate mentre le risposte, bontà sua, sono semplici. Se quello di oggi è un mondo al contrario — come recitava il titolo dell’immortale opera prima del generale — allora la contrapposizione serve perfettamente a mostrarlo, mentre basta il buon senso, sempre secondo Vannacci, per rimetterlo in ordine. A questo si aggiunga l’attrazione morbosa per i ring televisivi, e, presso una parte di pubblico almeno, anche il piacere di guardare ciò che ci conferma nella nostra superiorità, e il boom di ascolti è fatto.
Cui prodest, dunque? Al generale giova sicuramente. Non può essere un caso che le sue uscite televisive siano state presso trasmissioni sicuramente diverse, ma che non possono essere etichettate come di destra. Il grand’uomo visto davanti — per dirla con Robert Musil — sospetto che provi pure a suscitare, consapevolmente o meno, un filo di compiacimento maschilista, qualcosa che suoni come un “ecco quel che un vero uomo sa fare, con una donna”. Ma non importa: politicamente parlando, il dividendo è comunque assicurato. E lo share lo conferma.
A ogni giro della politica italiana, quasi a ogni elezione ce n’è infatti una nuova: andando a ritroso, da Fratelli d’Italia alla Lega, da Renzi ai Cinque Stelle di Grillo fino a Forza Italia di Silvio Berlusconi (e prima ancora alla Lega del Senatùr, Umberto Bossi;ce lo dimentichiamo, ma quanto a modi ruvidi e spicci e idee politicamente scorrette non era mica da meno): l’elettorato premia la novità, gli strappi, la forza di rottura, meglio se condita di abbondati dosi di populismo.
Domandarsi se non si stia giocando all’apprendista stregone, dando tutta questa visibilità a Vannacci, è legittimo ma abbastanza futile.
Lo si diceva prima, la notizia c’è, il generale in pensione fa rumore, e il compito di non inseguirlo sul suo terreno sta in capo alla politica, non ai giornali o alla tv. Meno futile è invece chiedersi com’è possibile che le posizioni di un Vannacci non suonino come retrograde o folcloristiche o semplicemente fuori della storia. Com’è possibile che un certo numero di idee che si pensava fossero definitivamente alle nostre spalle formi oggi un diffuso sentimento popolare, per nulla marginale
residuale. Il calcolo politico con il quale si punta su Vannacci sperando che alla fine non confluisca nel centrodestra e ne provochi la sconfitta è forse più una pia illusione che una sopraffina machiavelleria (anche perché se si prendono a misure le parole di Meloni nella campagna elettorale del 2022 si vedrà che non sono affatto così lontane dalle parole del generale in pensione).
Ma resta il punto di domanda, calcoli a parte: com’è possibile? Quand’è che l’asse di rotazione della Terra si è così inclinato? Se non si prova a dare una risposta, e a dar forma alle proprie parole — ai sentimenti di giustizia e di eguaglianza che formano, o formavano, il senso democratico e costituzionale della comunità — sentiremo ancora, all’ora di cena, le parole di un generale in pensione. E non c’è bisogno di chiedersi se sia vera gloria o semplice buffonata, perché, come insegnava Monicelli, anche la marcia su Roma fu una pagliacciata, ma riuscì.
(da Repubblica)
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