Giugno 27th, 2026 Riccardo Fucile
LEGHISTI DISERTANO IN MASSA IL DIBATTITO PARLAMENTARE MENTRE IL FEDELISSIMO DELLA DUCETTA, IL CAPOGRUPPO ALLA CAMERA GALEAZZO BIGNAMI, RILANCIA SULLE PREFERENZE (“VOGLIAMO PRESENTARE UN EMENDAMENTO UNITARIO”)
La legge elettorale arriva a Montecitorio e negli scranni della destra è deserto dei tartari. Gianni
Cuperlo canzona il relatore di maggioranza Alessandro Urzì (FdI): «T’hanno rimasto solo». Riccardo Magi, di +Europa, relatore di minoranza, attacca alzo zero: la legge è «un colpo di stato mite», va «oltre allo scempio, oltre la Legge
Truffa» (1953, ndr), si ispira alla «legge Acerbo del 1923, trasforma una minoranza del paese in una maggioranza in Parlamento, è una legge profondamente plebiscitaria».
Esibisce un manifesto, è il facsimile della futura scheda elettorale. Ma c’è scritto: «Il tuo voto non conta», ce l’ha con le liste bloccate. Lo straccia: «State stracciando la Costituzione». Espulso.
Le opposizioni intervengono in batteria: contestano tutto, perché la legge è «inemendabile», dice Federico Fornaro (Pd), «dall’indicazione del premier sulla scheda, che ripropone surrettiziamente il premierato incidendo sulle prerogative del presidente della Repubblica, ai dubbi di costituzionalità sul premio di maggioranza in misura fissa, sulle liste bloccate che raddoppiano e sul premio nazionale al Senato».
Ma il dato politico della giornata è l’ennesima faglia che si apre nella maggioranza. In aula non c’è un leghista. Certo, nella discussione generale di una legge non c’è mai il pienone. Ma stavolta della Lega non c’è neanche il deputato di turno, neanche pro forma. Le opposizioni lo fanno notare in aula. I cronisti poi in Transatlantico.
Casellati fa finta di niente: «Oggi era più un dibattito per l’opposizione. Siamo tutti d’accordo sul testo». Invece un deputato leghista, raggiunto al telefono, sibila: «È la legge Meloni, se la difendano i suoi, no?
La verità è che la Lega, in caduta verticale di consensi, pagherà duramente la cancellazione dei collegi uninominali. Non fa il Papeete, ma si mette per traverso. I leghisti avvisano che la legge non sarà approvata in via definitiva prima dell’estate. Anche perché sono irritati dalle voci di voto anticipato alla primavera 2027. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha già detto no: c’è ancora l’autonomia differenziata da portare a casa, e «per chiudere positivamente l’iter parlamentare non si può votare ad aprile».
Insomma, è certo solo che la legge passerà alla Camera. Secondo il capogruppo FdI, Galeazzo Bignami, non servirà il voto di fiducia: «Abbiamo avviato la discussione generale per consentire già nella settimana del 6 luglio una valutazione dell’aula del testo e degli emendamenti, per chiudere entro la metà di luglio», dice.
Dunque si riparte in aula il 6 luglio, o il 7 (lo deciderà la riunione dei capigruppo del primo del mese). Bignami aggiunge: «Stiamo cercando di presentare un emendamento unitario anche magari immaginando delle proposte nuove per consentire agli italiani di poter indicare le preferenze». Ma sono solo parole a favore di telecamere: Lega e FI non le vogliono. E neanche FdI, anche se deve fingere il contrario.
(da agenzie)
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Giugno 27th, 2026 Riccardo Fucile
LA CRESCITA NEI SONDAGGI HA MANDATO IN CORTOCIRCUITO I PARTITI DI MAGGIORANZA
In giornate come queste, la rassegna stampa dei giornali filogovernativi è sempre molto interessante, soprattutto se si dispone delle coordinate per leggere fra le righe. È un bel po’ di tempo, ad esempio, che assistiamo a una curiosa oscillazione: ci sono giorni in cui si rimarcano le distanze “incolmabili” fra la proposta del generale Roberto Vannacci e il programma di governo del centrodestra; ce ne sono altri in cui un accordo sembra “possibile”, “probabile”, “fondamentale”; altri ancora in cui ci si gioca la carta della disperazione, spiegando (non si capisce bene a chi e perché) quanto sia stupido fare un favore alla sinistra e disperdere voti che sarebbero necessari per permettere a Giorgia Meloni di restare a Palazzo Chigi. Ciò accade per un curioso mix tra il normale racconto dei fatti, gli spin che arrivano dalle segreterie di partito e le aspettative/speranze di chi comunque rappresenta un punto di riferimento per un elettorato mai così confuso e potenzialmente diviso.
Come evidente, la mossa del generale, che solo pochi mesi fa giurava e spergiurava di non aver intenzione di fondare un proprio partito, ha scombussolato una partita che sembrava delinearsi in modo completamente diverso. E i leader del centrodestra si sono trovati oggettivamente impreparati di fronte a un potenziale enorme problema, nonché sorpresi dei riscontri dei sondaggi elettorali, che continuano a segnalare la crescita di Futuro Nazionale. In tanti hanno cominciato a fare calcoli, a riflettere sui possibili scenari, a ricostruire la catena di responsabilità che ha portato il generale a essere considerato un “fattore”, senza però riuscire a trovare sintesi soddisfacenti. Questo perché le incognite sono davvero tante ed è molto complesso prevedere conseguenze di scelte future o immaginare simulazioni di una qualche concretezza. Ammesso che qualcuno capisca cosa voglia fare davvero Roberto Vannacci, oltre la propaganda e le schermaglie tattiche.
È vero, ad esempio, che i sondaggi segnalano un consistente trend di crescita di Futuro Nazionale. Ma, ci spiega una fonte interna alla maggioranza, queste sembrano essere interazioni deboli, piuttosto che reali adesioni a una proposta politica alternativa. Dalle prime analisi sui bacini elettorali potenziali, ci dice, si capisce come Vannacci faccia presa soprattutto fra l’elettorato di destra. Ora, a un primo sguardo ciò sembra essere un problema, ma bisogna considerare cosa accadrebbe nel caso di una polarizzazione radicale della contesa elettorale: nel caso Vannacci dovesse correre da solo, davvero questi elettori sceglieranno di regalare il Paese al campo largo? Senza considerare che la prova delle politiche richiede organizzazione sul territorio, forza economica, classe dirigente e proposta programmatica di spessore. Futuro Nazionale non sembra essere (ancora) in grado di camminare con le proprie gambe, in sintesi.
È più o meno la tesi espressa recentemente da Giorgia Meloni, che ha spiegato di essere convinta che “quando arriveranno le elezioni, tra un anno o quando sarà, lì varrà solamente la domanda ‘al governo vuoi il centrodestra o il centrosinistra’, la gente dirà solo chi li rassicura di più e chi può governare meglio in questa tempesta”. È una versione riveduta e corretta della logica del voto utile, che suona come un avvertimento al generale: extra ecclesiam nulla salus, fuori dal centrodestra non c’è salvezza. Una lettura rassicurante, che francamente sembra controintuitiva rispetto alla situazione attuale, che vede il generale in uno scenario
win/win: se rimane fuori, cresce; se entra, sposta a destra la coalizione e passa all’incasso senza essersi ancora misurato al voto.
Per uscire dall’impasse, dunque, servono delle idee. Una delle linee ipotetiche è piuttosto semplice: marciare divisi adesso, nel lungo percorso di avvicinamento al voto (e intanto avanti con la legge elettorale, per poter mettere la pistola sul tavolo), colpire uniti alle Elezioni. Permettere cioè a Vannacci di accrescere il proprio consenso in questi mesi, anche sparando a zero sul governo in modo da costruire la propria legittimità politica nel segno della coerenza, salvo poi trovare “un’intesa programmatica” con l’attuale maggioranza a ridosso del voto, che magari comporti un ruolo di grande rilevanza per il generale e la sua cerchia ristretta. Le aperture di questi giorni da parte di importanti esponenti di Fratelli d’Italia sono più di un messaggio in questa direzione, anche se Meloni appare piuttosto scettica.
Per una serie di ragioni e di conseguenze. Si tratterebbe, in primo luogo, di sacrificare il progetto politico di Matteo Salvini (svuotato di voti dal generale e di personale politico da Fratelli d’Italia), ovvero la dimensione nazionale della Lega, che tornerebbe a essere una forza territoriale, con la solita importante presa sugli ambienti produttivi del Nord. E che il segretario del Carroccio abbia fiutato l’aria lo dimostrano anche le voci circolate su un possibile rimpasto che lo porti immediatamente al Viminale per “arginare Vannacci”. Della serie: mi vogliono fregare, provo ad anticiparli.
Non in subordine, bisognerebbe chiedere uno sforzo a Forza Italia, o meglio alla famiglia Berlusconi, finora sempre nettissima rispetto alla possibilità di una convergenza con la piattaforma politico-ideologica del generale. Questo è probabilmente il passaggio più delicato, perché portare Vannacci in questa maggioranza significherebbe spostare a destra l’asse del governo, una prospettiva incompatibile non solo con le idee dei Berlusconi (che vorrebbero che il centrodestra considerasse Futuro Nazionale come una specie di Italexit del 2022), ma anche con la linea dei Popolari Europei, che guardano con grande interesse alla partita che si sta giocando in Italia.
La vera strategia meloniana potrebbe essere più articolata: contenere lo spazio politico di Futuro Nazionale, spingere la comunicazione sulla logica del voto utile,
in modo da presentare agli italiani una scelta fra continuità e salto nel vuoto, accorciare i tempi della legislatura per ridurre i margini di manovra del generale, mettere Vannacci di fronte alla necessità di dover fare una scelta di campo. Anche perché il generale per ora gigioneggia e sfugge, rimandando qualunque risposta nel merito e rifugiandosi nelle supercazzole. Una scelta che adesso appare efficace, perché non ha senso risolvere problemi agli altri, ma che ha i mesi contati. Questo lo sanno tutti.
(da Fanpage)
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Giugno 27th, 2026 Riccardo Fucile
VIENE VIOLATO IL PRINCIPIO DI SEPARAZIONE TRA STATO E CHIESA E LE TUTELE ALLA DIVERSITÀ RELIGIOSA. MA I BIGOTTONI TEXANI HANNO RICEVUTO UN SOSTEGNO INDIRETTO DA TRUMP, CHE HA PROMESSO AGLI EVANGELICI DI “PROTEGGERE GLI AMERICANI DI FEDE DAI COMUNISTI”
Oltre 5 milioni di studenti delle scuole pubbliche in Texas saranno obbligati a leggere la Bibbia in
seguito all’approvazione di un nuovo elenco di testi che è destinato a scatenare un acceso dibattito.
Uno degli Stati più conservatori d’America, se pure non privo di sfumature, ha compiuto un altro passo che mette a rischio la laicità della scuola pubblica nel giorno in cui Donald Trump ha promesso agli evangelici, fondamentali per la sua vittoria nel 2016 e nel 2026, di “proteggere gli americani di fede”.
Il Lone Star aveva già suscitato critiche e polemiche dopo che l’anno scorso aveva imposto l’esposizione dei Dieci Comandamenti in ogni aula scolastica. L’introduzione della Bibbia avverrà in modo graduale, a partire dagli alunni delle elementari nel 2030. Tra le letture previste il Libro di Giona, quello dei Salmi a partire dalla prima media mentre il Libro delle Lamentazioni e il Libro della Genesi dalle scuole superiori.
La misura ha suscitato forti critiche. I detrattori sostengono che violi il principio costituzionale di separazione tra Stato e Chiesa, manchi di diversità e privilegi il cristianesimo rispetto ad altre fedi. I sostenitori, invece, argomentano che le tradizioni giudaico-cristiane hanno svolto un ruolo centrale nella fondazione degli Stati Uniti e dovrebbero trovare spazio nell’insegnamento scolastico pubblico.
Il programma ha attirato critiche non solo per l’inclusione di testi religiosi, ma anche per altre opere che sono considerate datate e sono state scritte da autori
uomini bianchi – in uno Stato in cui oltre la metà degli studenti delle scuole pubbliche è di origine ispanica o afroamericana.
L’anno scorso, Trump si è impegnato a “proteggere la preghiera” nelle scuole pubbliche. Durante il suo primo mandato, ha introdotto misure volte a facilitare l’accesso delle organizzazioni religiose ai programmi federali. Oggi ha promesso che “finchè sarò presidente difenderò i cristiani e gli americani religiosi al 100%” e che “proteggerò chiese e sinagoghe da criminali ed estremisti di sinistra”
(da agenzie)
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Giugno 27th, 2026 Riccardo Fucile
VANNACCI, TRONFIO PER I SONDAGGI IN CRESCITA, LIQUIDA LE POLEMICHE E NEGA CHE ALEMANNO POSSA AVERE QUALCHE INCARICO POLITICO … L’EX SINDACO DI ROMA NON È L’UNICO VANNACCIANO A PORTARSI DIETRO CONDANNE
«Gianni Alemanno è iscritto all’associazione “Nessuno tocchi Caino”. Io, invece, sto con Abele e penso che Caino debba marcire in carcere». Roberto Vannacci liquida così le polemiche, che imperversano soprattutto nel mondo social (mentre i sondaggi sono sempre più positivi), sul rapporto con l’ex sindaco di Roma uscito dal carcere tre giorni fa.
A chi fa osservare che Alemanno, anche in virtù dei mesi trascorsi in cella, usa parole meno contundenti nei confronti della detenzione il leader di Futuro nazionale risponde secco: «No, no, non c’è nessuna differenza. Alemanno sottolinea giustamente che il carcere deve avere una funzione rieducativa e non deve essere un luogo di tortura. Ma è d’accordo con me che chi sbaglia deve pagare».
Quanto ai malumori e ai brontolii verso Alemanno e la sua storia, per qualcuno troppo legata al passato (ma all’assemblea nazionale di Roma è stato detto chiaramente che Futuro nazionale è la «destra autentica»), Vannacci replica sottolineando anzitutto che non c’è stata alcuna alleanza con il movimento Indipendenza perché questo è «interamente confluito nel nostro partito».
E ciò significa che chi è «entrato ne accetta tutti i principi, al netto di sensibilità su qualche tema che possono essere diverse».
Insomma, per il generale non ci sarebbe alcun rischio di vedersi tirato per la giacca dall’ex missino. E, ancora per non lasciare nulla in sospeso, ricorda che «Alemanno ha precisato che non chiede alcuna carica elettiva e non l’avrà».
Sul tavolo c’è poi anche il tema di chi entra in Futuro nazionale portandosi dietro vecchie condanne o vicende giudiziarie non del tutto chiarite. Succede quando un soggetto politico nasce dal nulla e cresce in maniera veloce, accogliendo inevitabilmente un po’ di tutto: da Alemanno (anch’egli con una condanna, ora scontata) a Joe Formaggio, ex consigliere regionale veneto condannato nel 2018 per istigazione all’odio razziale (pena scontata), fino a Salvatore Onda, nipote di un sicario della famiglia camorrista Gionta. Vannacci sbotta: «Nessuno venga a farmi la morale. C’è forse un partito in cui non ci sono condannati o indagati?”.
(da agenzie)
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Giugno 27th, 2026 Riccardo Fucile
L’ITALIA E’ TRA I DIECI PAESI MIGLIORI AL MONDO PER PREPARAZIONE ACCADEMICA, MA SOLO 41° PER CAPACITA’ DI VALORIZZARNE LE COMPETENZE
L’Italia è tra i dieci migliori al mondo per preparazione accademica (9° posto), ma soltanto 41mo
per capacità dell’economia di valorizzare le competenze che le università producono: uno dei divari più ampi registrati fra le economie avanzate.
E’ quanto emerge dal Qs World Future Skills Index 2027, pubblicato oggi da QS Quacquarelli Symonds, secondo il quale il Paese non soffre di una carenza di talento ma di una difficoltà crescente nel trasformare quel talento in produttività, innovazione e crescita economica. Per l’Italia il costo stimato della fuga di cervelli tra il 2011 e il 2023 supera i 130 miliardi di euro.
Con il 9° punteggio al mondo per preparazione accademica, l’Italia è tra le prime dieci economie per qualità della formazione nelle competenze del futuro, comprese quelle legate a intelligenza artificiale, digitale e sostenibilità. Il ritardo è sul lato della domanda, non dell’offerta. L’economia – secondo gli analisti di Qs – fatica a tradurre le competenze in produttività e crescita: la preparazione della forza lavoro è tra i suoi punti più deboli (56°).
È qui, non nella qualità della formazione, che si gioca la partita. Le imprese chiedono competenze che le università non sempre sviluppano pienamente. Si tratta di un deficit di competenze manageriali, relazionali e di leadership sempre più richieste dal mercato del lavoro.
Nel complesso l’Italia è 22ma su 89 economie. Ma è l’ampiezza del divario tra i suoi indicatori, più della posizione assoluta, a raccontare la sfida: un sistema formativo di livello mondiale accanto a un’economia ancora poco attrezzata a valorizzarne i talenti.
Qs ricorda che tra il 2012 e il 2022 oltre 1,3 milioni di cittadini italiani si sono trasferiti all’estero, oltre il 60% con meno di 35 anni; nel solo 2023 circa 21.000 laureati tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato il Paese, quasi il doppio dell’anno precedente. Per l’Italia, tra le economie Ocse con i più alti tassi di emigrazione qualificata e i più bassi tassi di rientro, il costo stimato della fuga di cervelli tra il 2011 e il 2023 supera i 130 miliardi di euro: il rischio è sostenere il costo della formazione e cederne i benefici ad altre economie.
Nel Qs World Future Skills Index, tra le grandi economie europee, l’Italia (22ma) si colloca dietro Regno Unito (3), Germania (4), Spagna (9) e Francia (11). Un divario competitivo che nasce dalla minore capacità del sistema economico di trasformare il capitale umano in innovazione e crescita.
“Il punto debole dell’Italia non è la produzione di capitale umano, ma la capacità del sistema economico di assorbirlo, trattenerlo e trasformarlo in innovazione. È in questo passaggio che, nell’era dell’intelligenza artificiale – commenta Nunzio Quacquarelli, presidente e Fondatore di QS Quacquarelli Symonds – si gioca una parte importante della competitività del Paese. Il nostro Index mostra che l’Italia dispone di solide basi accademiche, ma che la competitività futura dipenderà sempre più dalla capacità di trasformare competenze, ricerca e innovazione in produttività, investimenti e crescita economica. Per riuscirci, sarà necessario rafforzare la collaborazione tra università, imprese e istituzioni affinché il capitale umano formato in Italia possa tradursi in maggiore innovazione, produttività e sviluppo”.
(da agenzie)
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Giugno 27th, 2026 Riccardo Fucile
INTERVISTA A FILIPPO BLENGINO DEI RADICALI ITALIANI CHE DA ANNI VISITA CARCERI E ISTITUTI MINORILI… PERSONALE INSUFFICIENTE, ALLARME PSICHIATRICO E GOVERNO MELONI
Gianni Alemanno è uscito dal carcere di Rebibbia dopo un anno e mezzo di reclusione per i reati di traffico d’influenze e abuso d’ufficio. Da dietro le sbarre, con lettere e diari, si è impegnato nel mettere in luce condizione disumana in cui versano i carcerati in Italia. Ha avuto soprattutto il merito di portare il tema della carceri nella parte destra dello schieramento, sdoganandolo finalmente come un qualcosa di trasversale a tutte le parti politiche. Una parte fondamentale dello Stato di diritto. Peccato che, ad accoglierlo fuori, ci sia stato qualcuno che non sempre ha condiviso queste idee, come il generale Vannacci che ha detto: “Tra Abele e Caino sono sempre dalla parte di Abele e Caino deve marcire in carcere”. Noi abbiamo parlato di carcere con chi se ne occupa da anni, i Radicali Italiani. Prima Marco Pannella e le sue memorabili lotte, ora una squadra di giovani sta cercando di tenere viva quella fiamma di libertà e diritti. Abbiamo intervistato il loro segretario Filippo Blengino, lui Caino lo difende sì, con le unghie e con i denti, anche in collaborazione con Nessuno Tocchi Caino, l’associazione affiliata al Partito Radicale Transnazionale che da anni si batte contro la pena di morte in tutto il mondo. Blengino ha visitato carceri in tutta Italia, oltre che tutti i minorili del nostro Paese, e ci ha raccontato la dura realtà delle patrie galere.
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Con la questione Alemanno si è riacceso, anche se solo per un attimo, il riflettore sulle condizioni dei carcerati italiani…
Sì, noi siamo stati in autunno nella sezione in cui era incarcerato Alemanno, e tra l’altro è la stessa sezione in cui sono tuttora incarcerati i fratelli Bianchi e Schettino. È una sezione di Rebibbia, del famoso reparto G8, che sicuramente soffre sovraffollamento, difficoltà col caldo eccetera, ma è la sezione migliore di Rebibbia, questo senza ombra di dubbio. Perché mentre queste persone comunque riescono ad avere dei percorsi lavorativi, a fare qualcosa, le altre migliaia di persone che sono a Rebibbia sono letteralmente lasciate a loro stesse. Secondo me
questo la dice anche un po’ lunga… Alemanno ha descritto in maniera puntuale la gravità della situazione della sua sezione che è una delle migliori, quindi immaginiamoci le peggiori.
Certo che la cosa che dispiace è che una persona che comunque ha scritto diversi diari dal carcere, messaggi anche molto belli, ripresi dal Presidente del Senato, poi vada con un manettaro di ferro come Vannacci…
Lascia un po’ perplessi visto che Vannacci ha detto: “Tra Abele e Caino sono sempre dalla parte di Abele e Caino deve marcire in carcere”.
Tra l’altro la cosa che lascia anche perplessi è che Alemanno è iscritto a Nessuno Tocchi Caino — un’associazione radicale che si occupa di carcere — da ben prima di essere stato incarcerato, ed è stato iscritto intorno agli anni ’80-’90 al Partito Radicale. Proprio perché era ovviamente lontano da molti nostri temi, ma legato a quelli della giustizia e del carcere in generale. Quindi, a differenza di altri, io credo che lui sia autentico sul tema del carcere, e non solo perché lo ha vissuto. Ma proprio in virtù della sua posizione potrebbe usarla meglio per far valere le giuste istanze dei detenuti.
Ma un’iniziativa in collaborazione Radicali-Alemanno?
Volentieri. Anzi, quando siamo andati abbiamo anche cercato di parlargli, ma lui in quell’occasione non ha voluto vederci. Però se c’è l’occasione, sì. Il tema per me rimane lo stesso: non è che il carcere non va bene così ma non va bene solo per Marco e va bene per Abdul. È una questione molto ampia, complessa, che riguarda sia gli italiani che gli stranieri, e che va affrontata con provvedimenti totalmente divergenti rispetto a quelli portati avanti dai suoi amici.
Vannacci ha detto anche che per lui la soluzione al sovraffollamento non è l’amnistia ma più carceri. È solo uno slogan?
Sì, più che altro è una cosa che si dice da anni e nessuno ha mai realizzato più carceri, per il semplice fatto che quelle che ci sono già cadono a pezzi, quindi prima di costruirne altre bisognerebbe sistemare quelle attuali. E lo stanziamento di risorse richiederebbe un intervento tale da rendere più facile, letteralmente, buttare giù alcune carceri e ricostruirle da zero. Ma poi non è questa la soluzione, come sappiamo, dove ci sono più sanzioni, più pene, più aumenti di pena, più carceri non
è che la criminalità scende, anzi al contrario. I paesi con tassi di criminalità minori sono quelli in cui il carcere è meno presente. Lascia il tempo che trova questa cosa.
Poi io credo che vada benissimo l’amnistia, benissimo l’indulto, però le vedo come misure estremamente emergenziali. Secondo me serve proprio un pacchetto… Il fatto che uno come Alemanno venga incarcerato e portato a Rebibbia, per dei reati di cui peraltro l’abuso d’ufficio è stato anche abolito. Beh io credo che qualcosa non funzioni.
C’è anche un tema di giustizia…
Sì, esatto. Dovrebbe essere un luogo di extrema ratio, non un luogo in cui chiunque può entrare, anche solo per stare due mesi.
Mi racconti un po’ i carceri che hai girato e i problemi che hai visto da vicino?
I problemi, purtroppo, ormai sono cronici, e mi rendo conto che ogni anno diciamo sempre le stesse cose. Sono gli stessi da anni, e la reazione della politica è la stessa da anni, non è cambiato praticamente nulla, dai governi di sinistra ai governi di destra. La deriva manettara di tenere tutti in carcere l’hanno sempre avuta tutti, tranne quando la Corte Europea ha condannato l’Italia con la sentenza Torreggiani, e allora hanno dovuto in qualche modo diminuire la popolazione carceraria.
Le cose più toccanti, più forti, sono sempre legate alle persone che si incontrano. Si incontrano agenti di polizia penitenziaria che vivono comunque anche loro il carcere, vivono anche loro una sorta di ergastolo in qualche modo, in condizioni molto difficili: sono sottopagati, hanno stipendi da fame, spessissimo vengono catapultati dalla Sicilia a Bolzano, spesso dormono in caserme fatiscenti e con turni di lavoro particolarmente massacranti.
C’è il tema degli educatori, in un sistema che dovrebbe poggiare alla base sul concetto costituzionale di rieducazione del reo. Nel momento in cui un educatore ha a che fare con 100-150 detenuti, ovviamente non sa neanche come si chiamano, non sa cosa hanno fatto, non li conosce. Quindi in un carcere come Torino, dove ci sono 1500 detenuti e 8 educatori, diventa difficile gestire questa macchina del presunto reinserimento.
Poi c’è il tema dei detenuti, e quindi qui c’è l’allarme psichiatrico — non solo i suicidi, che sono sempre in aumento, ma anche detenuti con disturbi seri, magari
con doppia diagnosi legati anche a tossicodipendenze in alcuni casi, e poi detenuti che invece maturano patologie psichiatriche stando in carcere. Dalle, tra molte virgolette, “banali depressioni” fino a patologie più complesse. E il carcere ovviamente non ha gli strumenti per gestire questa cosa. Chiusi i manicomi, queste persone non sono state reindirizzate da qualche altra parte, sono state messe in carcere e amen. Le carceri sono diventate anche un po’ dei manicomi criminali.
Poi l’altro tema vero è che il detenuto tipico italiano, nella maggior parte dei casi, entra in carcere e sta letteralmente dal mattino alla sera in sezione a guardare il soffitto.
Noi in carcere non è che andiamo sabato e domenica, andiamo tutta la settimana, spesso anche durante i giorni lavorativi. E, a prescindere da quando andiamo, tendenzialmente i laboratori, le scuole, le biblioteche le vediamo sempre vuote, perché manca il personale. Per cui queste persone hanno un accesso minimo all’istruzione, molti sono anche analfabeti, non parlano l’italiano. Per carità, esistono dei corsi base, però non c’è un percorso strutturato, molte carceri non hanno neanche le superiori.
Il lavoro, che dovrebbe essere il vero fulcro del carcere, non esiste. Viene fatto a rotazione ed è per il 90-95% lavoro interno al carcere: pulizia delle scale (i famosi “scopini”), oppure il vitto (i “portantini”) — cioè lavori interni all’amministrazione penitenziaria, e normalmente si fanno rotazioni, turni di tre mesi. Quindi magari uno lavora tre mesi e poi non lavora per nove mesi. Tutti questi sono sintomi di una grave crisi del sistema carcerario, che va posta in termini di umanità, ma anche in termini di economicità. Noi vediamo, nel momento in cui si applicano misure in cui il lavoro viene posto al centro — quindi misure alternative al carcere, in cui la persona sta fuori ma ha obblighi, controlli, vincoli — che il tasso di recidiva passa dal 70 al 10%. Quindi allo Stato conviene, in termini sociali e in termini economici, evidentemente non in termini elettorali…
Tu hai girato anche tutti i minorili d’Italia, lì la situazione è ancora più delicata…
Sì, è più delicata, anche perché è ovviamente un ambiente molto più complesso. Si diceva una volta che la giustizia minorile fosse il fiore all’occhiello della giustizia italiana, forse lo era. Poi è arrivato questo governo, con i vari decreti, tra cui il
Decreto Cutro, è riuscito a sovraffollare anche i minorili, come forse non era mai successo nella storia repubblicana. E tra l’altro, dal 2003 non avevamo più registrato suicidi nei minorili, e purtroppo, ultimamente, ne abbiamo registrati di nuovo.
Il vero tema dei minorili, più ancora che negli adulti, è proprio la questione psichiatrica. Perché questi ragazzi sono lasciati a loro stessi. Non sono ragazzi che hanno bisogno solo di reinserimento sociale o di essere “rieducati”: hanno bisogno proprio di essere educati. Sono ragazzi piccoli, di 15-16 anni, molte volte minori stranieri non accompagnati, spessissimo con fortissimi disagi psichici. Noi, quando andiamo nei minorili vediamo ragazzi che si tagliano le braccia, ci raccontano di ragazzi che ingoiano pile, lamette, gesti autolesivi anche importanti.
Lì c’è proprio il cuore del tema dell’allarme psichiatrico, e anche in questo caso la gestione con le sbarre non riesce a cogliere il problema: cioè tutelare la vita del minore, e insieme il problema sociale di portare quella vita verso una strada di legalità e rispetto delle regole. Invece, tenendo lì questa persona, semplicemente si ammala, sta ancora peggio, e quando esce — visto che notoriamente le carceri sono l’università del crimine per eccellenza — commetterà nel 70% dei casi non solo un altro reato, ma spesso un reato anche più grave. Quindi è un cane che si morde la coda.
Invece ci sono delle realtà virtuose, da prendere ad esempio?
Ci sono stati degli esperimenti in questi anni. Esistono carceri che hanno la fortuna, per una questione geografica, puramente casuale, di non avere particolare sovraffollamento, e quindi di essere un po’ più tranquilli. Ci sono poi degli istituti “premio”, ad esempio quella di Fossano, Bollate, dove una persona con una condanna definitiva anche lunga, ma con buona condotta, riesce ad accedere. Questi sono esempi positivi, ma sono una goccia di positività in una caraffa di problemi strutturali, che riguardano tutti: personale, detenenti, detenuti.
L’altro giorno hanno messo sotto sequestro un carcere, una cosa che non era mai successa nella storia repubblicana, tanto per dirne una. Eppure a livello mediatico se ne parla sempre poco, ma non è una questione di serie B, è una questione di tenuta. È lì che si vede la tenuta dello Stato di diritto, è lì che si misura la giustizia.
Ed è un peccato che non si riesca a farlo vedere, perché sarebbe veramente importante entrare con le telecamere, far vedere alle persone il carcere per com’è. Perché la gente pensa o all’hotel, o alle tute arancioni di Netflix, mentre c’è una realtà fatta di odori, di difficoltà, di urla, di caldo. Secondo me, far percepire alla gente cos’è davvero aiuta anche a capire che quello semplicemente non è il modo migliore per rieducare, usiamo anche la parola “punire” una persona: è semplicemente vendetta.
Abbiamo parlato del Decreto Cutro, abbiamo parlato di una linea politica orientata all’inasprimento delle pene, dal punto di vista del governo Meloni è stato fatto qualcosa sul fronte carcerario?
Hanno fatto una marea di danni su tutti i fronti. Sui minorili, in particolare, il Decreto Cutro li ha intasati di più. Ma io credo che questo governo sia estremamente pericoloso anche nelle piccole cose. Fino all’anno scorso, nei minorili, il dipartimento disponeva che gli agenti di polizia penitenziaria non fossero in divisa ma in borghese, con abiti civili. Questa cosa aveva un senso pedagogico, perché nel momento in cui i detenuti minorenni vengono riconosciuti come categoria più fragile ha a che fare sì con personale di polizia ma non in divisa, in modo da non creare tutta quella distanza.
Invece il governo ha deciso di obbligare tutti gli agenti a rimettere la divisa, e loro stessi non erano contenti. Sono piccole cose, ma raccontano della voracità con cui questo governo interviene anche sul carcere. Sono intervenuti anche sulle donne rispetto ai minori in carcere, sugli ICAM: una volta era obbligatorio il differimento della pena quando la donna era incinta o aveva un figlio minore di tre anni; adesso il differimento è diventato facoltativo, quindi il giudice può comunque ordinare la reclusione.
Nel carcere per adulti loro millantano di aver sbloccato concorsi pubblici per la polizia penitenziaria, è vero, ma il problema è che strutturalmente mancano psicologi, mediatori culturali. Ci sono carceri composte da 700-800 persone straniere che hanno un solo mediatore culturale, magari di un singolo paese africano — come se per tutta l’Europa ci fosse un solo mediatore culturale. Chiaro
che non basta. Eppure il mediatore culturale è una figura fondamentale, perché previene.
È proprio questo il tema: mentre noi cerchiamo di porre l’accento sulla prevenzione — su questo come su tutti i temi — loro puntano sulla reazione. Quindi meglio avere più polizia, meglio avere il taser, addirittura adesso la polizia penitenziaria avrà la possibilità di infiltrarsi in maniera segreta per percepire, capire, e forse addirittura dirigere alcune azioni dei detenuti, una cosa totalmente incostituzionale. Eppure lavorare sulla prevenzione, sull’educazione, sull’istruzione, costerebbe anche meno. Ma è meglio dire, come diceva Delmastro ‘l’intima gioia l’idea di far sapere ai cittadini come noi sappiamo trattare e incalziamo chi sta dietro quel vetro e non lo lasciamo respirare ‘.
Forse il tema più grande non è solo cosa è stato fatto, ma cosa non è stato fatto. Perché i richiami sul sovraffollamento li facciamo costantemente, ma sono iniziati ad arrivare anche richiami non solo dall’Europa, ma anche da esponenti di destra. Il Presidente del Senato, che è di destra, l’anno scorso è stato molto esplicito nel chiedere un intervento. Anche da Alemanno sono andati un po’ tutti, quindi c’è stata comunque una sorta di sommossa da parte delle istituzioni. Coglierla, anche con un intervento “camuffato” che riducesse un po’ la vergogna per cui in celle pensate per due persone ne stanno nove, sarebbe il minimo sindacale…
Michele Larosa
(da mowmag.com)
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Giugno 27th, 2026 Riccardo Fucile
CROSETTO PREME PER ANDARE ALLE URNE, FITTO FRENA, DIVERGENZE TRA FAZZOLARI E GIORGETTI, INCOGNITA PREFERENZE
C’è un ministro come Guido Crosetto che vorrebbe votare presto. Un commissario europeo come
Raffaele Fitto che la pensa in modo diametralmente opposto: bisogna aspettare per far autologorare la sinistra. C’è un vicepremier come Matteo Salvini che apre a rivolgimenti improvvisi “causa fattori economici” e poi un
sottosegretario come Giovanbattista Fazzolari secondo cui il momento giusto, da segnare già adesso sul calendario, è aprile. A cui però si oppone il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, ché altrimenti salta l’autonomia tanto cara alla Lega. Nel mezzo c’è la premier Giorgia Meloni che media e che però, ancora un paio di giorni fa, intervistata dalla Verità diceva di voler durare un altro anno pieno. Lasciate perdere i retroscena sul voto a ottobre: entro quella data è improbabile che nell’esecutivo siano riusciti a far prevalere una linea sull’altra. Nonostante l’accelerata sulla legge elettorale.
Fino a qualche settimana fa Crosetto, insieme al vicepremier Antonio Tajani e al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, andava a comporre un terzetto contrario al voto anticipato. Il principale ostacolo era, per ragioni di comprensibile responsabilità, l’essere nel bel mezzo del conflitto tra Stati Uniti e Iran. Ma ora che quello scenario internazionale ha risentito di un accordo (e di un negoziato che va avanti), il titolare della Difesa è tornato a pensare che non sarebbe uno scandalo andare nel più breve tempo possibile. Questo soprattutto, è il ragionamento di altri esponenti di FdI, per frenare la campagna già imbastita dal generale Roberto Vannacci e da Futuro nazionale, che ogni settimana che passa insidiano la maggioranza. Ce n’è stata una ulteriore prova ieri durante la discussione in Aula alla Camera sulla nuova legge elettorale. Vannacci ha iniziato a far circolare sui suoi social un appello per pungolare la maggioranza: “Sulle preferenze la politica deve metterci la faccia. Se qualcuno vuole togliere ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti, lo dica apertamente. Niente giochi di palazzo. Niente voti segreti. Niente manovre fatte nell’ombra”. Preferenze che hanno perso quota ma che ancora non sono state escluse da Fratelli d’Italia.
Fatto sta che di altro avviso è un altro big di Fratelli d’Italia come Raffaele Fitto, vicepresidente della Commissione europea. Molto più convinto della necessità di inchiodare la sinistra alle proprie divisioni interne che potrebbero esplodere in maniera ancor più evidente con l’avanzar dei mesi (e poi in un anno di governo qualche coniglio dal cilindro potrebbe venir fuori). Chi ha le idee chiare sulla finestra più propizia è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, secondo cui le urne potrebbero essere convocate ad aprile: in tal caso ci
si potrebbe fregiare non solo del titolo di “governo più longevo della storia repubblicana” ma anche della legislatura più duratura con un unico esecutivo (e i parlamentari maturerebbero i contributi per il vitalizio). E’ però, quella di Fazzolari, una visione (rilanciata anche da articoli come quello di Bloomberg) che si scontra con quanto espresso anche nel corso di questa settimana dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che rispetto all’ipotesi di andare al voto in quella finestra ha mostrato dubbi perché “per chiudere positivamente l’iter parlamentare dell’autonomia non si può votare in quella data”. Sfumature. In mezzo a questo variegato caleidoscopio di posizioni, insomma, si muove la presidente del Consiglio. La quale pure sa benissimo come un Vannacci impegnato per mesi in un battage ad personam contro di lei non giovi troppo a Fratelli d’Italia e al centrodestra (un nuovo sondaggio Emg assegna il 6,6 per cento a Fn). E che però, intervistata da Maurizio Belpietro al Festival della Verità, ha ribadito come “manca un anno o poco più alla fine di questa legislatura”. Per l’altro vicepremier, Antonio Tajani, “un mese prima o un mese dopo rispetto alla scadenza non è che cambi molto”. Ma il guadagnare tempo, per la leader di FdI, potrebbe servire non tanto al record di longevità che agguanterà il 4 settembre, quanto per riuscire a mettere in campo una manovra finanziaria con misure rivolte al ceto medio, come le consigliano di fare diversi osservatori. Oltre alla delega sul nucleare rivendicata da Meloni anche nei giorni scorsi. L’altra variabile sul voto in primavera è che di conseguenza, per non giocare troppo sull’effetto election day che potrebbe favorire il centrosinistra, bisognerebbe posticipare più in avanti, per esempio a giugno, il voto nelle città (tra cui Roma, Milano, Bologna e Torino). Forse arriveranno davvero a fine legislatura. Ma solo perché non si riescono a mettere d’accordo su quando staccare la spina.
(da agenzie)
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Giugno 27th, 2026 Riccardo Fucile
LA NUOVA LEGGE SULLA CACCIA: SPARA GRINGO, SPARA
Spara, gringo, spara. La nuova legge sulla caccia, già approvata dal Senato, riflette le parole d’ordine di questa stagione di governo. Che si distingue per una postura muscolare, benché alquanto sbilanciata: intransigente con i deboli, compiacente con i forti. In questo caso s’abbatte sui quadrupedi, però nemmeno noi bipedi ce la passiamo bene. Salvo quanti s’arruolino nel popolo dei cacciatori, che la legge battezza come «bioregolatori». Sicché diventano i custodi «della biodiversità e degli ecosistemi», manco fossero guardie forestali. E potranno cacciare ovunque, perfino nelle spiagge.
Loro, le bestie, non hanno diritto di voto in Parlamento. Altrimenti forse s’opporrebbero anche alle altre leggi da Far West che ci sono cadute sul groppone in questi anni. Quella che dichiara non punibili gli agenti segreti, cui viene consentito di creare pure gruppi terroristici o eversivi. Quell’altra che autorizza i poliziotti a portare armi private quando non sono in servizio. O che forgia uno scudo penale per le forze dell’ordine, con un registro separato per legittima difesa. Tutte novità introdotte dai decreti sicurezza, che si succedono come una scarica di fuochi d’artificio, e che in ultimo rendono la nostra vita più insicura.
Ma la sicurezza è l’alibi del vento autoritario che soffia in tutto il mondo, e il governo Meloni non fa certo eccezione. Come si manifesta? Intanto, schiacciando le assemblee parlamentari, privandole del potere di decidere le leggi. Del resto il buongiorno si vede dal mattino.
Nei suoi primi tre mesi d’esistenza questo esecutivo ha messo in pista 15 decreti legge, stracciando ogni record precedente (Draghi 12, Renzi 10, Berlusconi 9). E ha esordito alla media d’un voto di fiducia ogni 11 giorni, sommando 47 questioni di fiducia in 18 mesi, un altro record. Nonché un doppio bavaglio al Parlamento, anche perché la fiducia viene applicata non soltanto sui decreti, bensì pure sulle leggi più importanti; difatti adesso aleggia sull’approvazione della legge elettorale.
Questo diluvio normativo si converte in una tempesta di divieti irragionevoli (come il no alla cannabis light, benché priva d’effetti psicotropi). Di castighi insensati (per esempio l’arresto fino a un anno per l’automobilista che avesse assunto droghe qualche giorno prima, pur essendo perfettamente lucido nel momento di mettersi al volante). Di aggravi di pena (sono 9 le aggravanti introdotte dal decreto sicurezza
del 2025). E ovviamente di nuovi reati (14, solo a considerare quel decreto; ma in realtà si contano a decine, dal blocco stradale all’omicidio nautico, dai rave party all’occupazione abusiva degli immobili).
Le conseguenze? Possiamo misurarle attraverso lo scandalo della condizione carceraria. Mercoledì 24 giugno Luigi Manconi ha sollevato il caso dei bimbi reclusi in cella insieme alle loro madri, il cui numero è quasi raddoppiato negli ultimi tre anni. Effetto dell’ennesima stretta, che ha cancellato una norma di civiltà giuridica ospitata perfino dal codice Rocco, il codice fascista. Ma le cifre complessive sono ancora più eloquenti.
Nell’ottobre 2022 — al debutto del governo Meloni — la popolazione carceraria contava 55mila detenuti; ora sono quasi 65mila, con un indice d’affollamento al 139 per cento e 18mila persone in più dei posti letto. Mentre per la prima volta il sovraffollamento investe anche gli istituti penali per minorenni, con un incremento del 50 per cento. Merito del decreto Caivano, che ha aperto i portoni del carcere per lo spaccio di lieve entità e ha sbarrato l’accesso alla messa in prova per i minorenni.
Insomma, l’aria che tira è questa. E non è da comunisti mangiabambini segnalarne i danni. Né da avversari della destra per partito preso. È da liberali, piuttosto. D’altronde ci sono tante destre, e anche tante sinistre. Divise per visioni politiche, economiche, sociali. Ma dovrebbe unirle una comune cultura dei diritti, delle libertà costituzionali. Non è questo il caso.
(da Repubblica)
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Giugno 27th, 2026 Riccardo Fucile
ADESSO SIAMO ALL’ULTIMO FRANKESTEIN, IL MELONELLUM: SCANDALOSO NEL METODO E PERICOLOSO NEL MERITO
«La Repubblica è di tutti»: se c’è una memory card da custodire, in questo tempo gassoso in cui
tutto evapora in un clic, è questa frase che Sergio Mattarella ci ha regalato nell’anniversario della prima seduta dell’Assemblea Costituente. Cinque parole semplici, che tuttavia impegnano la democrazia come nient’altro. La Repubblica è di tutti coloro che allora diedero la vita perché potesse nascere dalle rovine del fascismo e della guerra, da Matteotti a Gramsci, da Amendola a Don Minzoni. La Repubblica è di tutti noi cittadini che oggi la vorremmo davvero «casa comune», quella che ci accoglie liberi e uguali e ci assicura diritti e garanzie. Sembra un brutto scherzo del destino, ma questa splendida preghiera laica del Capo dello Stato, nel “tempio” di Montecitorio, la applaudono gli stessi mercanti ipocriti che la stanno per rinnegare. Ma nulla succede per caso.
Non è un caso che nel giorno in cui si ricorda l’avvio del confronto parlamentare dal quale nacque la Costituzione antifascista restino vuoti gli scranni della «sporca dozzina» di Vannacci. Non è un caso che quando il presidente ricorda i martiri della Resistenza gli “onorevoli” delle tre destre si alzino di malavoglia e Meloni e La Russa applaudano con malagrazia. Non è un caso, soprattutto, che d’ora in poi in quella stessa aula tornata «sorda e grigia» il governo stia per consumare l’ennesima ferita al corpo vivo della Repubblica, del Parlamento e della democrazia.
Non bastavano gli strappi tentati finora, dall’elezione diretta del premier alla separazione delle carriere tra giudici e pm. Ora tocca alla legge elettorale, e la forzatura non è meno pericolosa delle precedenti. A pochi mesi dalla fine della legislatura, anche la Sorella d’Italia azzarda il “golpetto” a uso e consumo della sua coalizione. Sempre più incerta sulla rielezione, ormai raggiunta nei sondaggi dal campo largo, invece di cambiare il suo schema di gioco, stravolge le regole di tutti.
Avvelena i pozzi, come hanno fatto da ventitré anni a questa parte i leader in crisi di risultati e di consensi. Per provare a rivincere, lanciando fin da ora l’opa sul Quirinale. O per mutilare la vittoria degli avversari, che già solo per questa immensa posta in gioco (l’elezione del nuovo Capo dello Stato nel 2029) dovrebbero giocare di squadra, cercando i voti e rinunciando ai veti.
Nel 1993, grazie ai referendum di Mario Segni, l’Italia provò a risorgere dalle rovine di Tangentopoli adottando un sistema di voto che ridava dignità al cittadino-elettore, agevolava la formazione di una maggioranza e assicurava la fisiologia dell’alternanza. Fu il Mattarellum, allora, a generare il bipolarismo in un paese che aveva conosciuto il consociativismo e il proporzionalismo. Ma non bastò. Nel 2005, con Berlusconi, ci toccò il Porcellum. Nel 2015 l’Italicum, nel 2016 il Rosatellum. Tutte porcherie, per lo più incostituzionali, bollate più volte dalla Consulta.
Adesso siamo all’ultimo Frankenstein, il Melonellum, appena sfornato dagli azzeccagarbugli di Colle Oppio. Pare che a partorirlo sia stata la mente raffinata del noto Fratello d’Italia uso a santificare le feste con l’uniforme delle SS. Dopo avere sudato sui sacri testi dei Mortati e dei Sartori, ci toccherà un papocchio vergato da Galeazzo Bignami. Per dire in quale abisso stiamo per precipitare.
Nel metodo, il Melonellum è scandaloso. Ancora una volta, la presidente del Consiglio impone alle Camere un testo blindato, o tutt’al più rimaneggiato nelle
segrete di palazzo Chigi, com’era già successo con la finta riforma della giustizia. Conferma così la sua visione illiberale della polis, dove alla fine quella che prevale è sempre la «verticale del potere». Con tanti saluti a De Gasperi che diceva «diamoci la mano, uomini di buona volontà», a Benedetto Croce che invocava «veni creator spiritus», a Piero Calamandrei che ripeteva «quando si scrivono le regole i banchi del governo devono restare vuoti».
Parole al vento, per queste destre senza gloria e senza memoria. Conta solo la volontà di chi comanda: non c’è spazio per il dialogo, non c’è tempo per il confronto. La nuova legge va approvata subito, senza modifiche: che si torni a votare ad aprile, a giugno o a settembre, le elezioni sono troppo vicine, e la sciamana Giorgia non può e non vuole rischiare. Cosa volete che gliene importi dello spirito costituente e della cultura della responsabilità repubblicana che ottant’anni fa permise a forze politiche diverse di unirsi nella stessa «comunità di destino»?
Nel merito, il Melonellum è pericoloso. Lo denunciano 160 costituzionalisti, tra i più autorevoli, quelli che hanno lanciato l’iniziativa “Per un voto uguale — Torniamo alla Costituzione” e che martedì prossimo si ritroveranno al Teatro de’ servi di Roma. Correggere le storture del Rosatellum, mutuate dal Porcellum e integrate nell’Italicum, è assolutamente necessario. La Corte costituzionale, inutilmente, lo chiede da anni. L’opposizione, colpevolmente, non ha una sua proposta organica.
Nel frattempo, il governo compie un misfatto: torna a cavalcare la sindrome autoritaria da “pieni poteri”, comprime il diritto di scelta degli elettori, altera l’equilibrio tra voti e seggi e trasforma la contesa elettorale in una sfida plebiscitaria. Il premio di maggioranza, abnorme come nelle precedenti versioni bocciate dalla Consulta, non è ispirato alla cultura della “governabilità”, ma alla dittatura della maggioranza.
L’attribuzione del 60% dei seggi al partito che supera la soglia dà a chi vince il controllo totale del Parlamento, e dunque degli organi elettivi di garanzia: Quirinale, Corte Costituzionale, Csm, autorità indipendenti. Così, chi prende il 40 o il 42% dei voti si prende tutto: le istituzioni, lo Stato, il Paese.
Al popolo sovrano non resta niente: eliminati i collegi uninominali, la scelta degli eletti è affidata alle solite liste bloccate. Finisce tra i rifiuti della storia anche il pannicello caldo delle preferenze: troppo rischiose per chi, come Salvini, sta perdendo il contatto con i territori. Per l’Armata Branca-Meloni il disincanto democratico e la disaffezione crescente dei cittadini dalle urne non è un problema, ma un’opportunità. Vale il ritornello ironico della canzonetta di Arbore: meno siamo, meglio stiamo.
Poi c’è l’ultimo maleficio: l’indicazione del candidato premier sul programma, che conferma la curvatura capocratica della pseudo-riforma. Nell’ultima versione, bontà loro, hanno aggiunto un codicillo che lascia inalterate le prerogative del presidente della Repubblica. Ma anche questa, alla fine, più che una clausola di salvaguardia pare una foglia di fico.
Delle due l’una. Se questa norma ha solo un valore simbolico, allora è inutile. Se invece ha un effetto sostanziale, allora è eversiva: diventa una scorciatoia per cambiare la forma di governo parlamentare senza passare dalla revisione costituzionale. Non prendiamoci in giro: combinata con il super-premio di maggioranza, l’indicazione preventiva del capo del governo configura quel «premierato di fatto» al quale aveva ambito il Cavaliere di Arcore, e che dieci anni dopo realizzerebbe l’Underdog della Garbatella. Un colpo di mano che il centrosinistra, il Paese e forse anche il Colle non le dovrebbero consentire.
(da Repubblica)
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