Novembre 19th, 2017 Riccardo Fucile
ACCUDITO DALLA FIGLIA MARINA E DALLA FIDANZATA FRANCESCA, L’EX CAVALIERE E’ PRONTO A 81 ANNI A MUTARSI NEL BRAND DI SE STESSO
Giunto alla sua ventesima reincarnazione, sotto la guida ferrea dell’avvocato e
dell’infermiera – nuovo e dicono vendicativo cerchio magico di cui si dirà – accudito dalla figlia Marina e dalla fidanzata Francesca, l’ex Cavaliere Silvio Berlusconi è pronto ormai a 81 anni a mutarsi nel brand di se stesso.
Un marchio che scavalca persino la persona in carne e ossa, un nome che si fa simbolo: anche se lui non potrà presentarsi alle elezioni per gli effetti della legge Severino, è stato già deciso per esempio che sulle liste del proporzionale ci sarà scritto “Berlusconi presidente” — accorgimento che secondo i calcoli del sondaggista Nicola Piepoli vale da solo due milioni e mezzo di voti, oltre il 7 per cento.
Così, anche se è improbabile che la Corte europea dei diritti dell’uomo si pronunci in tempo per consentirgli di candidarsi, anche se le trasferte sono poche (a Fiuggi alla Convention di Tajani in settembre, a Ischia a quella organizzata da Carfagna e De Girolamo in ottobre) e anche se a Roma va di rado, il sole di Silvio splende sui due mondi di Arcore e i raggi si riflettono fin nei recessi: non solo l’adorabile cane Dudù non è più perennemente tra i piedi, ma persino il sito di Forza Italia, latore fino a poco fa di strepitose gaffes come quella di augurargli buon compleanno sei mesi dopo, adesso recita uno slogan a tono con i tempi: «Per governare l’Italia non si può improvvisare. Serve una solida esperienza».
Quella che Berlusconi può rivendicare e i suoi competitor molto, molto meno. Ecco il brand.
Tutto nel mondo che gli gira intorno dice lo stesso. L’esperienza è la parola chiave: più importante della presentabilità , assai più importante dell’effetto-zombie che pure dilaga. Esempio: una settimana fa, a urne appena chiuse, chi ha fatto per primo cucù dagli schermi per commentare i risultati di Forza Italia? Renato Schifani, già presidente del Senato, già alfaniano, prontissimo a sottolineare di essere risalito già da tempo sul carro del vincitore: è stato più di un anno fa anche se, che strano, «non ve ne eravate accorti».
E Gianfranco Miccichè, mitologica figura del 61 a zero nel 2001 in Sicilia, ritornante dopo una lunga diaspora e aspri contrasti, lesto a preconizzare un nuovo cappottone alle prossime politiche, un 22 a zero non granchè realistico ma comunque d’effetto. Nel complesso, nessun quadro scintillante.
Il cambio di vento elettorale, in ogni caso, giova nel dare un pizzico di serenità a una macchina elettorale che gira ormai a pieno regime da questa estate.
La corsa alla ricandidatura è sempre drammatica (Renato Brunetta è sempre nervosissimo) ma un po’ meno, aumentando le percentuali.
Il nuovo assetto impera, accanto ai soliti stabilissimi aziendali come Confalonieri o come Galliani, prossimo pare alla candidatura. A governarlo, un rinnovato cerchio magico, ormai ristrettissimo e a trazione nordista.
A proteggere e guidare l’ex premier sono infatti in sostanza due persone: Niccolò Ghedini da Pavia e Licia Ronzulli da Milano.
Che negli ultimi mesi hanno di nuovo messo ai margini figure pur fidate come Sestino Giacomoni (è capo dei coordinatori regionali, ma Berlusconi li incontra pochissimo), Valentino Valentini (si occupa ormai solo di questioni estere e famiglia B., non sta più sempre ad Arcore), Andrea Ruggeri.
L’avvocato e l’infermiera sono stati capaci, ad esempio, insieme, di determinare il sì alla nuova legge elettorale, vincendo il braccio di ferro con una figura pure indiscutibile come Gianni Letta, di cui riferiscono infatti l’ira, e la preoccupazione per lo strapotere leghista che il Rosatellum potrebbe determinare al nord.
A mettere vicina a Berlusconi l’ex europarlamentare Licia Ronzulli, 42 anni, infermiera poi specializzatasi in management ospedaliero al Galeazzi di Milano, coinvolta ma poi prosciolta dal processo Ruby ter per falsa testimonianza, pare sia stata direttamente Francesca Pascale, dopo la caduta in disgrazia della “badante” Maria Rosaria Rossi.
Era la donna-ombra di Berlusconi, vegliava sul partito, sulle cene eleganti e sui fagiolini. Adesso anche lei è rinviata a giudizio per il Ruby ter. E’ la chiusura di un cerchio. Non più magico
Pure la fidanzata di Silvio ha in effetti riconquistato il suo ruolo e il suo peso dopo un periodo di crisi: utile in questo senso anche il suo recente trasferimento, con tutti i barboncini annessi, a villa Giambellino, sette stanze da letto e otto bagni, 15 mila metri quadri di giardino, divenuta a tutti gli effetti una specie di nido d’amore, nel quale l’ex Cav si rifugia volentieri, per cenare e dormire.
Comunque è Ronzulli a fare adesso da mastino, a essere onnipresente: persino questa estate a Merano, quando malinconica postava su Instagram le foto al mare della figlia col nonno, sospirando «qui c’è pioggia e vento»; o di un qualche indefinibile cocktail salutista sovrastato dal commento «fingiamo che sia mohito».
Addetta fra l’altro a tener lontani gli scocciatori, la raccontano più aggressiva della Rossi, ma anche più riservata. Nelle cose private, di famiglia, evita per esempio di esserci: mossa intelligentissima perchè, raccontano, «Berlusconi è uno che si stanca delle persone».
Per l’architetto dei Lodi bocciati e delle Riforme da binari morti, per il legale della condanna al processo Mediaset, si tratta invece di una specie di risarcimento etico: è la vittoria della lealtà sull’abilità o, per dirla alla Berlusconi, dell’amore sull’odio.
Cioè, è vero che Ghedini non è tanto bravo a fare miracoli, e figurarsi politici: ma è certo che è sempre nei secoli fedele. Già nel 2009, per dirne una, il leghista Roberto Calderoli diventava matto nel tentativo di riuscire a parlare con Berlusconi da solo a solo di una certa modifica alla riforma della Giustizia: in qualunque sala di palazzo Grazioli si imbucasse, invariabilmente ci trovava anche Ghedini, che all’epoca là ci dormiva pure.
Tanta dedizione — quasi da Frank Capra per Mediaset – pare aver trovato infine una ricompensa.
Nella decadenza, il legame profondo tra l’imputato e il suo avvocato ha scintillato: chi se ne intende dice ormai Ghedini sia «un pezzo di cervello» dell’ex Cavaliere, la sua parte razionale, qualcuno che comunque ne condiziona moltissimo le scelte.
L’avvocato continua a non avere l’appoggio incondizionato di Letta e di Confalonieri, ma si è conquistato la stima della figlia Marina, che prima non aveva. Ed eccolo là , che comanda nell’era in cui l’ex Cavaliere di delfini non ne vuol più.
Svolta mica da poco per Berlusconi, che sin qui si è affidato a persone più ambiziose, e decisamente più scafate.
Delle quali per la verità sente la mancanza. Raccontano da più parti, ad esempio, che sia stato tentato un qualche riavvicinamento a Denis Verdini: Berlusconi l’avrebbe addirittura incontrato, chiedendogli a quale condizioni sarebbe stato disposto a tornare, almeno per fare le liste, lui che il territorio lo conosce e queste cose le maneggia.
Ma per ora non se ne è fatto niente, alle liste ci penserà a quanto pare anche il capogruppo del Senato Paolo Romani, e per il resto, è l’avvocato che s’occuperà di tutto.
Dalla linea politica alle presenze in tv (dove bisogna passare dal suo placet), per arrivare alla gestione degli ospiti, desiderati e non.
Si dice ad esempio che sia stato lui, a febbraio scorso, a cacciar fuori da Arcore Valter Lavitola, dopo che per circa sei settimane l’ex direttore dell’Avanti, già condannato per estorsione e altri illeciti, aveva rifatto cucù a Villa San Martino, incontrando più volte Berlusconi. L’intimazione di sparire dalla circolazione sarebbe avvenuta in una dèpendance della villa, vicino alle vecchie stalle. La scena dicono gustosa, ma il condizionale è di prassi giacchè Ghedini, raggiunto dall’Espresso, si rifugia in un elegante no comment («Non parlo della vita del presidente e tanto meno di ciò che faccio per lui»).
L’agenda comunque la decide lui, insieme a lei.
Ronzulli filtra le telefonate, gli incontri — e ha portato personaggi come Francesco Ferri, vicepresidente dei giovani confindustriali e direttore dell’Autodromo di Monza, addetto pare allo scouting tra i giovani imprenditori.
Ghedini, che a Villa San Martino fa anche studio – e dove ha introdotto pure Federico Cecconi, storico legale di David Mills in grande ascesa – organizza gli incontri politici e riceve fisicamente gli ospiti.
Solo alla fine del colloquio con l’avvocato è previsto un salutino al presidente: ecco un altro segno dell’uomo che si trasforma in brand. È stato così per Lorenzo Cesa, per Clemente Mastella e per tutti gli altri componenti della cosiddetta “quarta gamba” altrimenti chiamata “operazione mummie”.
Insomma la reunion dei centristi, compresa la ex rivoluzione cristiana di Gianfranco Rotondi, quella che giusto oggi riceve dall’ex Cav. la sua video benedizione, per essere poi testata le prossime settimane dalla sempre fida sondaggista Alessandra Ghisleri.
Se i sondaggi diranno che è sopra il tre per cento, la lista autonoma si farà . Possibile che vi partecipino anche la Cirino Pomicino jr o i giovani Mastella.
Brividi garantiti.
(da “L’Espresso”)
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Novembre 17th, 2017 Riccardo Fucile
COSI’ BERLUSCONI TORNEREBBE CENTRALE ANCHE NEL CALCIO
Con sorriso sornione, Silvio Berlusconi, nel corso della trasmissione Porta a Porta ha difeso il presidente della Fgci, Carlo Tavecchio, vissuto da mezza Italia come il responsabile della disfatta della nazionale con la Svezia, al pari dell’allenatore: “Lasciamo decidere a lui cosa fare. È una persona eletta democraticamente alla guida della federazione. Ha operato in bene in tanti settori”.
Dietro il sorriso, di chi la sa lunga, c’è una “mossa” per puntellarlo. Anzi, la “mossa”. Perchè l’unico modo per chiudere discorso e polemiche è che arrivi Carlo Ancelotti, l’allenatore che verrebbe vissuto da tutti come un salvatore della patria.
Nei giorni scorsi il Cavaliere ha chiesto al fedelissimo Adriano Galliani di parlare con “Carletto” per convincerlo, portando in tal modo il dossier nella grande famiglia rossonera.
Tra i due il rapporto è solido, personale, fatto di una consuetudine sin dai tempi di Ancelotti giocatore, e poi allenatore. Una fonte vicina al dossier dice: “Berlusconi si è giocata la carta grossa, segno che la partita gli sta a cuore”.
C’entra il calcio, ma non solo.
C’entra la politica, e più in generale psicologia e carattere del vecchio leader alla sua ennesima discesa in campo.
Il desiderio cioè, di contare ancora e di dimostrarlo. Prosegue la fonte: “Quando ha visto i tv Malagò che ne chiedeva le dimissioni, con Lotti praticamente a fianco, ha detto: è meglio se resta Tavecchio”.
In verità il governo si è esposto con prudenza su questa storia, invocando sì una rifondazione del calcio Italiano ma in modo morbido, mostrandosi rispettoso dell’autonomia della Fgci.
Anche perchè non ha il potere di cacciarlo, nè una grande influenza su consiglio federale di lunedì, indicato dalla stampa sportiva come il consiglio del redde rationem. È però evidente che una sua cacciata verrebbe vissuta dall’opinione pubblica come una vittoria di chi ha invocato una “rifondazione”.
È qui che si inserisce Berlusconi: “Adriano, parlaci tu con Carlo”. L’obiettivo è ottenere una disponibilità già al consiglio federale di lunedì. Complicato.
Più probabile che l’operazione possa andare in porto entro fine mese. Ma è sbagliato ritenere che Ancelotti subordini la sua discesa in campo alla sostituzione dell’attuale presidente della Fgci. Quel che gli sta a cuore è un progetto di rinnovamento del calcio. Al momento di questo progetto non c’è traccia, però prosegue la fonte: “Il progetto di rinnovamento è lui. Per carisma e vista la situazione, può far quel che vuole”.
Negli ultimi giorni si sono intensificati i contatti tra l’ex allenatore del Bayern. Dietro il sorriso sornione di Berlusconi c’è la ragionevole previsione che l’operazione vada in porto. E che, quando ci sarà la campagna elettorale, il Cavaliere avrà , nell’immaginario collettivo, non un Milan vincente sul campo, ma un simbolo di quel Milan come allenatore della nazionale.
Non male, per uno che si propone come “l’allenatore” del centrodestra.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 14th, 2017 Riccardo Fucile
AFFIDATO A MALLEGNI E FIORI LO SCOUTING SUL TERRITORIO… BUONE PREVISIONI SUGLI UNINOMINALI
«Devo ammettere di essermi sbagliato a essere così prudente sul Rosatellum. A
sapere che sarebbe finita così, l’avremmo accolto con entusiasmo molto prima». Ormai è diventata una costante.
Ogni qualvolta si ritrova a compulsare le rilevazioni della fidata sondaggista Alessandra Ghisleri, con tanto di proiezioni sul numero dei collegi in cui il centrodestra è in vantaggio, Silvio Berlusconi sorride di gusto.
Una vita a combattere l’idea di ritornare al maggioritario «che favorisce il centrosinistra», anni e anni a debellare «il virus del Mattarellum» per poi ritrovarsi, all’alba della lunga campagna elettorale del 2018, col centrodestra in netto vantaggio sui rivali.
Ma visto che l’uomo non è di quelli che si accontentano, e visto che all’idea di avere una maggioranza netta per il centrodestra non s’è rassegnato, ecco che da Arcore hanno scoperto l’uovo di Colombo.
Una specie di «partito dei sindaci», anche se nella formula vengono compresi soprattutto i governatori e i consiglieri regionali, «per provare a vincere ancora più collegi».
Quello che per anni è stato il sogno proibito di un pezzo di classe dirigente del centrosinistra – all’epoca bollato da Massimo D’Alema come il gruppo dei «cacicchi» – adesso rischia di diventare la chiave per il ritorno del centrodestra.
Pronto al grande salto
Così è nata l’idea di dar vita a una mini task force per individuare sul territorio dei possibili candidati da schierare nei collegi già dati per persi.
A occuparsene – su mandato di Berlusconi – sono Massimo Mallegni, già sindaco di Pietrasanta pronto al grande salto in Parlamento, e Marcello Fiori, che dopo anni passati al fianco di Guido Bertolaso adesso si occupa di enti locali per Forza Italia.
L’obiettivo, oltre a creare un raccordo con le liste minori che saranno agganciate al tridente FI-Lega-Fratelli d’Italia, è quello di capire quale può essere il contributo fattivo dei tanti sindaci e governatori che il centrodestra ha intenzione di schierare in prima linea nella campagna elettorale. Soprattutto al centrosud.
«Ciascuno candiderà chi vuole»
Perchè non ci sarà soltanto il blocco del nord – da Luca Zaia a Roberto Maroni passando per Giovanni Toti, senza dimenticare il contributo dei «civici» come il sindaco di Trieste Dipiazza e quello di Venezia Brugnaro – a rappresentare la coalizione nei comizi di piazza, in tv, sulla Rete.
D’altronde, come dicono nella war room di Arcore, «in quei collegi vinciamo anche se candidiamo dei perfetti sconosciuti». La partita si gioca soprattutto nei collegi del centrosud.
Dove un ruolo di prim’ordine sarà riservato a veterani tornati in auge come il neogovernatore siciliano Nello Musumeci e a nuove leve come il sindaco di Perugia Andrea Romizi, senza dimenticare sindaci al secondo mandato come l’ascolano Guido Castelli.
Difficile che le liste siano un tema di scontro tra partiti della coalizione anche perchè nel maggioritario ci sarà un accordo nazionale mentre «nelle liste dei singoli partiti», come ha detto Salvini, «ciascuno candiderà chi vuole».
Le risse, semmai, ci saranno all’interno delle singole forze politiche. Soprattutto dentro Forza Italia, che è già in fibrillazione.
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 13th, 2017 Riccardo Fucile
I SONDAGGI DICONO CHE LA FIDUCIA NEI SUOI CONFRONTI CONTINUA A CRESCERE
C’è chi lo vede come un argine al populismo (WTF?). C’è chi lo percepisce come un potenziale alleato per un governo di larghe intese (qualcuno ricorda che fine ha fatto l’appoggio a Letta?).
C’è chi invece pensa che possa costituire un patentino di presentabilità per un futuro governo di centrodestra.
Lui, l’Incandidabile, se la ride della sua rinnovata e paradossale centralità nella politica italiana e si prepara a una campagna elettorale che dovrà essere più miracolosa di quella del 2013, quando, mentre veniva dato per morto da tutti, è riuscito a trascinare il suo partito al 22% perdendo milioni di voti ma conquistandone abbastanza per risultare di nuovo decisivo.
Silvio Berlusconi è l’impresentabile per eccellenza e proprio per questo non può sfigurare all’interno di una coalizione di centrodestra che rischierebbe di essere percepita come troppo estremista se a guida di Giorgia Meloni o di Matteo Salvini.
La fiducia nei suoi confronti da parte dell’intero elettorato è in picchiata dal maggio 2008 e dalle ultime elezioni politiche che ha potuto dire di aver vinto (anzi, stravinto) ma è anche in crescita rispetto al 2013, quando l’appoggio nei confronti dell’esecutivo del centrosinistra guidato da Enrico Letta lo aveva portato a un calo repentino di popolarità .
Adesso negli elettori di centrodestra la sua fiducia è al 66%, addirittura in crescita rispetto a un anno fa, mentre quelli che si definiscono di destra non lo apprezzano in misura così alta perchè lo vedono come un freno politico ai “mezzi pesanti” che elettoralmente invoca Salvini.
Eppure il giochino è uguale a quello del 1992: anche all’epoca il Polo delle Libertà e quello del Buongoverno servivano a sdoganare due partiti che raccoglievano consensi ma erano invisi a gran parte della popolazione.
La sua faccia era lì a garantire che Fini non fosse così fascista e Bossi non fosse così secessionista.
Allo stesso modo oggi la sua faccia è lì a spiegare che “Salvini ha cambiato idea sull’euro” mentre in Sicilia la Meloni incassa la vittoria di Musumeci e proprio per questo stoppa un candidato come Sergio Pirozzi in Regione Lazio perchè prima viene la coalizione e poi, semmai, i candidati.
Così, spiega oggi Ilvo Diamanti su Repubblica, Berlusconi diventa l’alleato necessario, seppure non gradito, per fare le riforme. Istituzionali, ma, ancor prima, economiche, necessarie al Paese per “rimanere in Europa”. L’unico in grado di “coalizzare” — quantomeno, “aggregare” — il centrodestra. O, se si preferisce, le destre di diverso orientamento. Per cercare l’intesa con il centrosinistra e, anzitutto, con il PdR.
Lui, a dispetto dei problemi di salute (brillantemente superati) e delle nuove inchieste che però sembrano appena sfiorarlo, torna a inviare lunghe lettere ai giornali, a parlare con il Corriere della Sera, a scrivere su Twitter (?) affilando le lame con il suo argomento più forte nei confronti del primo nemico che ha individuato per le prossime politiche, ovvero il MoVimento 5 Stelle, con l’argomento più tagliente che possa usare.
È “l’esperienza, la concretezza, la positività ” che lo distinguono dai “nuovi comunisti”, mentre “la sinistra non ha più risposte da offrire ai drammatici problemi della società e il Partito Democratico ha rappresentato in questi anni il potere, sempre più lontano e distaccato dagli italiani”.
Ancora Ilvo Diamanti spiega oggi che “Berlusconi si è imposto come tessitore politico proprio mentre lui, “personalmente”, ma soprattutto il suo partito “personale” appaiono deboli.
Comunque e sicuramente: “più” deboli che in passato. Tuttavia, la coincidenza fra i due dati non appare “casuale”. Anzi, in qualche misura è “causale”. Berlusconi, in altri termini, diventa un alleato possibile anche per gli altri, gli avversari politici, perchè è più debole che in passato. Personalmente e politicamente”.
Già , perchè i conti di chi già ha cominciato a lavorare sugli scenari alternativi sono presto fatti: il centrodestra vincerà le elezioni ma non avrà abbastanza voti per governare, la situazione di stallo lascerà il governo in carica per qualche tempo finchè non sarà ancora lui ad assumersi la responsabilità di chiedere un nuovo patto per le larghe intese al partito di Renzi.
Si trascinerà dietro i candidati nei collegi che vorranno contare qualcosa a livello di governo e che potranno dire di essere stati eletti per il loro nome e non certo per l’appoggio degli altri partiti della coalizione e formerà un nuovo governo di cui sarà l’azionista di maggioranza e il dominus elettorale, tornando così alla guida senza doversi sforzare in prima persona.
Questo è lo scenario che molti temono e alcuni auspicano, anche perchè gli altri leader del centrodestra sono abbastanza giovani da poter passare un’altra legislatura all’opposizione e il PD potrebbe vantare così il merito di essere restato al governo e in maggioranza per due legislature, mentre il MoVimento 5 Stelle a quel punto dovrà affrontare il problema dei suoi leader che hanno consumato il bonus delle due legislature e dovrebbero in teoria lasciare la politica a nuovi candidati che torneranno a costituire un’incognita per gli elettori.
Gli scenari alternativi sono questi. Quello che potrebbe sbaragliare il campo è una grande affermazione di Forza Italia in nome del voto utile, che potrebbe dare la vittoria a un centrodestra con la sua leadership rinforzata, oppure una crescita elettorale imponente nei mesi di campagna elettorale di sinistra o M5S.
Entrambe le ipotesi non sembrano all’orizzonte a meno di cambiamenti epocali.
E così Silvio tornerà al potere come il grande mediatore, proprio lui che era stato un estremista di prima categoria all’opposizione e a volte anche al governo, causando rotture con alleati che l’hanno portato alla rovina.
L’eterno ritorno di Silvio Berlusconi.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 12th, 2017 Riccardo Fucile
RIAPRE PIAZZA DEL GESU’, DA CESA A POMICINO… E BERLUSCONI SI RICORDA DI QUANDO NEL ’48 PRESE BOTTE DAI COMUNISTI PERCHE’ ATTACCAVA MANIFESTI DELLA DC
Sarà vero, come dice Clemente Mastella, che «noi ci saremo sempre, come quelle riserve indiane che resistono per secoli». Ed è vero anche che i capi tribù sopravvissuti, sussurra Cirino Pomicino, all’alba della campagna elettorale più incerta di sempre cercheranno «di ricomporre questa benedetta diaspora, anche se non sarà facile…».
Agli atti, c’è l’eterno ritorno della Dc con loro – i democristiani – intenti a tirare le giacchette di alcuni e farsi tirare per la giacchetta da altri.
La sede
Nelle settimane in cui anche la storica sede di piazza del Gesù riapre i battenti, si ripete l’eterno canovaccio che ha accompagnato i mesi pre-elettorali della Seconda Repubblica.
Basta che il profumo dello scioglimento delle Camere si avverta nell’aria e i democristiani si accomodano ai tavoli delle trattative.
Silvio Berlusconi, pronto a sponsorizzare l’uscita dalla naftalina di uno scudocrociato da agganciare al centrodestra, telefona alla convention neo-democristiana di Gianfranco Rotondi a Saint-Vincent e gioca la carta della mozione degli affetti. «Quando avevo dodici anni, andavo ad attaccare i manifesti per la Dc. Una volta sono arrivati cinque ragazzotti che attaccavano invece i manifesti del Pci».
Quella volta, era il ’48, la preadolescenziale fede democratico-cristiana sarebbe costata all’ex premier un infausto destino: botte dai comunisti e schiaffo anche da mamma Rosa.
La chiamata di Cirino Pomicino
A mo’ di parziale risarcimento, settant’anni dopo fior di democratici e cristiani s’apprestano a correre in soccorso di Berlusconi alle elezioni. E non solo il fedele Rotondi, che ormai ha sommato più anni col Cavaliere che col suo antico maestro Gerardo Bianco. Ma anche i tanti chiamati a raccolta da Paolo Cirino Pomicino. «Io, l’Udc di Cesa, Mastella, forse Fitto… Siamo quasi tutti per andare con Berlusconi. Siamo la maggioranza ma dovremmo essere ancora di più. Quando nel ’76 380 deputati democristiani su 400 erano per la solidarietà nazionale col Pci, dissi a Moro: “Che cosa aspetti ad andare avanti?”. E lui: “Vedi, Paolo, meglio sbagliare uniti che indovinare divisi…».
Il no di De Mita
La spina del cuore di ‘o ministro si chiama Ciriaco de Mita. L’uomo di Nusco, ad andare con Berlusconi, non ci pensa proprio.
E ieri, radunando i fedelissimi a Napoli, l’ha detto chiaro e tondo.
«Mai con Berlusconi e Salvini. Il primo tra l’altro mi diceva che ero vecchio quando avevo settant’anni. Ora che ne ho novanta, sembra più vecchio lui di me…».
Nella testa dell’ex capo del governo c’è il sogno di agganciarsi a quel centrosinistra che – nei suoi desiderata – potrebbe prendere il largo a partire dall’area Pisapia-Mdp, dove albergano ex diccì del calibro di Bruno Tabacci e Angelo Sanza.
In subordine, c’è sempre il Pd con cui trattare. E se mai qualcuno s’azzardasse a dirgli che è tempo di passare la mano, chissà , forse De Mita replicherebbe come fece quarant’anni fa a una serie di giovani deputati diccì che gli chiedevano più spazio. L’aneddoto, tramandato da Pierluigi Castagnetti, si concludeva così: «De Mita ascoltò le rimostranze dei giovani e alla fine rispose: “Ma noi facciamo già il massimo per voi giovani. Invecchiamo”».
Degli altri si sono perse le tracce. Lui è ancora lì.
(da “Il Corriere della Sera”)
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Novembre 9th, 2017 Riccardo Fucile
DALL’ANALISI DEGLI ESPERTI A SORPRESA IL CAVALIERE OTTIENE NUMERI PIU’ ALTI DI GRILLO E DI MAIO ED E’ IN COSTANTE CRESCITA
È tornato in grande forma, dopo un’estate all’insegna della cura della propria immagine, tirato e pronto a sfoggiare i sorrisi dei bei tempi. I tempi in cui il suo faccione cerato era uno spauracchio per ogni avversario politico, specie se in periodo di campagna elettorale. Questa volta però la discesa in campo di Silvio Berlusconi, che riscrisse le regole della comunicazione politica, non è avvenuta in tv come nel ’94.
L’importantissima vittoria in Sicilia è stata commentata da Berlusconi sulla rete, con un video su facebook. Silvio di nuovo davanti a una scrivania pronto a sfidare gli avversari, ma questa volta immortalato sul web e con la possibilità di essere ancora più virale rispetto al passato.
Il video pubblicato da Berlusconi ha in effetti ottenuto livelli di coinvolgimento molto elevati tra gli utenti di facebook, riuscendo a ottenere numeri più alti anche del post pubblicato da Luigi Di Maio per ringraziare i propri elettori siciliani.
Se mettiamo a confronto i due video possiamo vedere come Silvio Berlusconi abbia ottenuto un livello di engagement (like, commenti e condivisioni) pari a 39.798, un dato quasi doppio rispetto ai 18.461 di Luigi Di Maio.
Nonostante quest’ultimo abbia speso tutte le proprie energie nella campagna per la Sicilia non è mai riuscito ad avere lo stesso livello di coinvolgimento ottenuto da Silvio Berlusconi con gli utenti di Facebook.
L’ex premier sembra essere in costante crescita di consenso: in poco tempo è riuscito a ottenere 954.920 seguaci nonostante sia sbarcato su questo social in ritardo rispetto agli altri leader.
Luigi Di Maio, leader proveniente da un movimento che da anni fa dei social il principale canale di comunicazione, ha soltanto 144.287 utenti online in più dell’ex premier.
Ma Berlusconi non è soltanto un leader in grande crescita su questo social è anche il personaggio politico italiano che vanta il maggior numero di pagine facebook aperte sul proprio conto.
La community di fanpage a favore della figura di Silvio Berlusconi va oltre i 50 gruppi e raccoglie una bacino di oltre 2 mln di seguaci. Numeri che lo pongono molto vicino al Movimento 5 stelle, il partito che può vantare la community di facebook più grande in Italia.
Un dato davvero impressionante è che Silvio Berlusconi su facebook riesce a essere più coinvolgente e virale non solo di Luigi Di Maio ma anche di Beppe Grillo, il leader politico italiano che vanta il maggior numero di follower su questo social network.
Gli ultimi 99 messaggi scritti da Berlusconi hanno ottenuto una media di 5.048 like, 889 commenti e 519 condivisioni. Beppe Grillo è lontanissimo con una media di 1.732 like, 185 commenti e 522 condivisioni.
Il leader di Forza Italia dimostra di riuscire a coinvolgere gli utenti anche su Twitter. L’hashtag ufficiale con cui sono state commentate in rete le elezioni siciliane, #elezionisicilia2017, rivela come Berlusconi sia insieme a Renzi il politico più menzionato su questo argomento.
Silvio Berlusconi, insomma, dimostra di essere riuscito in pochissimo tempo a ottenere un livello di empatia con l’opinione pubblica digitale che altri leader politici hanno dovuto costruire in parecchi anni.
Questa capacità di essere popolare e interattivo con gli utenti online è confermata dal grandissimo numero di ricerche che ogni giorno si fanno sul personaggio Silvio Berlusconi.
Negli ultimi 30 giorni l’ex premier ha ottenuto un volume medio di ricerche su Google (17 su scala da 0 a 100) ben più ampio di avversari come Di Maio (volume 4) e Renzi (volume 10).
Il clima politico dopo la vittoria di Musumeci in Sicilia sembra già quello da campagna elettorale e la notizia del giorno è che Silvio Berlusconi è sceso in campo anche sulla rete.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 7th, 2017 Riccardo Fucile
“HO FATTO IL LORO GIOCO”: LA VITTORIA AGRODOLCE DEL CAVALIERE CHE HA PRESO TRE VOLTE I VOTI DI SALVINI & MELONI, MA SI ASPETTAVA DI PIU’
Silvio Berlusconi non è affatto entusiasta del risultato: tra i trionfi della sua carriera, forse,
è quello che più lo indispone.
Tramite un video Facebook ha sostenuto l’esatto contrario, parlando di grande performance del suo partito, perchè ammettere la verità sarebbe politicamente dannoso.
Ma nella villa di Arcore l’aria che si respira è un mix di apprensione e inquietudine. Il Cav si aspettava di più.
L’avevano illuso i bagni di folla nei quattro giorni passati in Sicilia, quando aveva messo in campo l’intero armamentario di lusinghe e promesse, compreso un ammiccamento al condono edilizio che in altri momenti avrebbe fatto faville.
Perfino il suo assistente, Sestino Giacomoni, si è stupito di quanta energia avesse in corpo e quanta voglia di trasformare in voti le sue percentuali tuttora altissime di popolarità (superano il 30 per cento).
L’immane fatica ha prodotto un 16,4 per cento che, di per sè, non sarebbe da disprezzare: in fondo è il triplo di quanto hanno raggranellato insieme Matteo Salvini e Giorgia Meloni.
Eppure, se si vanno a scartabellare i sondaggi di pochi mesi fa, già allora Forza Italia era stimata nell’Isola intorno al 16 per cento, appunto.
Sfondare quota 20 era considerata riservatamente l’asticella minima, la dimostrazione che l’impegno diretto del leader paga ancora come una volta. Che Berlusconi non risulta solo simpatico e divertente come può esserlo un nonnetto arzillo, ma rimane il mago delle rimonte impossibili come nel 2006, come nel 2013. L’esperimento è andato così così: tanto valeva che il Cav restasse a casa e registrasse qualche appello-tivù.
Il patto col diavolo
Alla delusione (inconfessata) si aggiunge un altro tipo di ansia: quella di apparire succube degli alleati.
Legato mani e piedi alla loro politica «sovranista» e trascinato in una competizione con i grillini tutta spostata sulla rivolta antisistema.
Per Berlusconi, sarebbe un errore imperdonabile, lo sbaglio più tragico, che spalancherebbe davanti a Di Maio un’autostrada.
Silvio sostiene l’esatto opposto, che per stoppare i grillini si debba far fronte comune tra tutti i «responsabili», cioè gli italiani con il sale in zucca che non accendono gli zolfanelli sotto la grande catasta del populismo.
Si mangia le mani per quel patto col diavolo stipulato a settembre, quando fu costretto a barattare l’unità del centrodestra (unica soluzione per non auto-affondarsi) con la candidatura di Nello Musumeci.
Il quale già gli stava poco simpatico per le origini finiane, e come se non bastasse si è pure permesso di snobbare l’unico consiglio datogli a quattr’occhi quando si sono visti («senti a me, da amico: tagliati quell’orribile ridicolo pizzetto»). Il pizzetto non è stato rasato.
E adesso che il centrodestra ha vinto, Belzebù si è presentato puntuale a riscuotere nelle sembianze di Giorgia Meloni, con gli occhi celesti e la chioma angelica, ricordando in mille interviste come Musumeci sia uomo non di centro ma di destra, anzi di destra-destra, un vero fascistone.
E per battere i grillini sul loro terreno ce ne vorrebbero tanti col pizzetto alla Italo Balbo nelle candidature comuni al Sud, e tanti con la ruspa come Salvini al Centro-Nord, perchè la guerra si vince nella trincea degli istinti primordiali: rabbia, insicurezza, protesta, paura.
Gli «smoderati» di Arcore
Berlusconi è corso ai ripari proclamando, nel monologo su Fb rilanciato da qualche Tg, che la vittoria è «moderata», e il moderatismo «azzurro» è «la sola alternativa al pericolo che il Paese cada in mano al ribellismo, al pauperismo, al giustizialismo».
Ce l’ha coi grillini, l’ex-premier, ma per sua disgrazia gli «smoderati» se li ritrova in casa. E se mai dovesse vincere, li porterebbe a Palazzo Chigi.
Diventerebbe il loro Cavallo di Troia.
(da “La Stampa”)
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Novembre 6th, 2017 Riccardo Fucile
AZZURRI TRAINATI DAGLI IMPRESENTABILI E IL CROLLO DI RENZI NON LO RENDE FELICE
Al netto della scontata (e ostentata) soddisfazione per la vittoria, e dell’orgogliosa rivendicazione del suo apporto decisivo, che Silvio Berlusconi affida a un post su facebook, al netto di tutto di questo il voto siciliano, letto anche dalle parti di Arcore, è assai più complesso di come appare.
Perchè è certo una vittoria politica, ma non un plebiscito elettorale per il centrodestra. E non è un caso che quella vecchia volpe del Cavaliere si limita a sottolineare il ruolo di Forza Italia, determinante nel mobilitare i moderati, e nulla più.
Senza nominare alleati e cucinare ricette per l’osteria dell’avvenire.
Il voto siciliano, che sarà materia di analisi dell’infallibile Alessandra Ghisleri nei prossimi giorni, apre una dinamica politica nuova. E non del tutto positiva, letta con gli occhi del vincitore.
Vediamo perchè: la volta scorsa il centrodestra andò diviso, Nello Musumeci (sostenuto dal Pdl) che prese il 25,73 e Gianfranco Miccichè il 15,41. Rispettivamente 521.022 voti, l’altro 312.112. Totale: oltre 833mila voti.
Questa volta, a sostegno di Musumeci c’è tutta la coalizione, la somma non fa il totale. Il candidato presidente, alla fine, raccoglie oltre 750 mila voti. Dunque, meno della somma delle liste della volta scorsa.
Significa che il centrodestra sta nelle sue dimensioni fisiologiche, anche se con una flessione e ben lontano dai fasti di un tempo quando il Pdl viaggiava tra il 40 e 50 per cento nell’Isola.
E nell’ambito di queste dimensioni fisiologiche va molto bene Forza Italia, trainata però dal voto di notabili, signori delle preferenze e “impresentabili”.
Un esempio su tutti, in attesa dei dati definitivi, il dato di Messina, dove Luigi, pargolo di Francantonio Genovese, è il primo degli eletti e la lista di Forza Italia traina coalizione verso record regionale, con Musumeci al 50 per cento circa.
Nel complesso Forza Italia raccoglie il 16 per cento. In termini assoluti circa 270 mila voti, cifra superiore al dato del Pdl la volta scorsa: 247 mila.
Ed è il primo partito della coalizione, egemone rispetto agli alleati sovranisti. Anche se, da quelle parti, c’è una differenza non irrilevante tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini.
La lista Alleanza per la Sicilia (Fdi e Lega) supera di poco il quorum del 5 per cento, confermando la grande difficoltà per il leader della Lega di sbarcare al Sud.
Il paradosso di questa storia è: certo il contesto siciliano aiuta il Cavaliere, con quel robusto esercito di notabili e voto clientelare — a proposito: i Popolari e autonomisti di Saverio Romano, eredi del cuffarismo si attestano al 7,2, oltre 120 mila voti — ma lo proietta sul piano nazionale su un pianeta del tutto nuovo, senza più le antiche certezze del Nazareno.
Il pianeta in cui crolla Renzi, partner di un Nazareno di governo, e in cui però il suo crollo viene intercettato non dalla destra (moderata o radicale che sia) ma dai Cinque Stelle.
Ecco l’elemento nuovo, ragionando su un piano nazionale: quello dei pentastellati è il vero exploit.
La volta scorsa Cancelleri raggiunse il 18 per cento, ovvero 368mila voti. Questa volta la sua lista ha raccolto oltre 442mila voti, ma come candidato presidente sono oltre 600mila i siciliani che hanno messo la croce sul nome.
C’è voto di opinione, radicalizzato, frutto della crisi del renzismo e più in generale della sinistra che considera “utile” andare verso i Cinque stelle, per tanti motivi: per punire Renzi, per fermare l’avanzata della destra, per protesta, insomma per tante ragioni, ma comunque si restringe il perimetro della destra.
Astensionismo alto, voto verso i Cinque Stelle: proiettati sul piano nazionale i dati configurano una debolezza del Cavaliere lì dove era forte, proprio nel voto di opinione, quando era un campione dell’anti-politica.
Insomma, lo schema cambia perchè il crollo di Renzi fa crollare il Nazareno, ma Berlusconi, a differenza di altri, non parla di un “modello Sicilia” da riprodurre.
Come non parlò di un modello Liguria dopo la vittoria di Toti, o di un modello Genova. Segno che, in definitiva, non ha gioito affatto della debacle di Renzi e del Pd.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 5th, 2017 Riccardo Fucile
POCO PIU’ DI 2 MILIONI DI SPETTATORI, APPENA L’8,7% DI SHARE
Forse non è stata un’ideona anticipare in prima serata “L’Intervista” di Maurizio Costanzo.
Certo l’intervistato era Silvio Berlusconi in grande spolvero: dimagrito e con doppiopetto morbido, però…
Però, chi segue Costanzo – e in generale i talk: politici, o giù di lì – attende la seconda serata. O forse meglio sarebbe dire che la platea è ormai abituata ad altro.
Specie in tempi di ultra trash come questi del GfVip che sta (non a caso) spopolando.
Difficile che quel pubblico – che è poi lo zoccolo duro dei vari Uomini e Donne, Isola dei Famosi e via trashando – si sintonizzi dopo cena, per ascoltare la chiacchierata soft tra Maurizio Costanzo e Silvio Berlusconi.
Vecchie volpi quasi coetanee e di (gran) classe, che però hanno un pubblico differente: da brandy in poltrona, non da redbull in prima serata.
Morale, come snocciola Davide Maggio, «su Canale 5, L’Intervista con Silvio Berlusconi ha raccolto davanti al video 2.193.000 spettatori pari all’8.7% di share». Brutto dirlo, ma un’inezia.
Quasi battuto dalla Gruber con 8 e 1/2, appuntamento ormai fisso.
E battuto dal faccia a faccia De Filippi-Costanzo, che si intervistavano quasi a vicenda qualche stagione fa.
Sempre ne L’Intervista, ma in orario differente: seconda serata. Altro pubblico.
Per dire, “Destini Incrociati”, con Harrison Ford e Kristin Scott Thomas – non certo di prima visione – ha inchiodato «al video 1.737.000 spettatori, pari ad uno share del 7.1%», sempre fonte Davide Maggio.
Insomma, il Presidente che rimpiange il suo Milan e che racconta i suoi trascorsi da bambino, in crociera o a Parigi, preso per un orecchio dal padre che se lo riportò a Milano, è stato vittima della sua stessa Mediaset.
Che in questa stagione sta talmente spopolando col GfVip, da non lasciare altro spazio in prima serata, che a film o programmi supertrash.
La conferma? Grazie all’ultima fiction nella fiction – la love story Rodriguez-Moser – ieri la «striscia quotidiana di Grande Fratello Vip ha raccolto 2.805.000 spettatori con il 25.9%».
Però se il Berlusca entrasse nella Casa di Cinecittà ….
(da agenzie)
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