Maggio 7th, 2017 Riccardo Fucile
“LE PRIMARIE SONO UN RITO PROMOZIONALE, NON DEMOCRATICO”… “L’EURO NON VA CANCELLATO”
Presidente, mancano ormai poche ore ai risultati delle presidenziali in Francia, elezioni che potrebbero costituire uno spartiacque per l’intera costruzione europea. Cosa si augura?
«Amo la Francia, ho studiato e lavorato a Parigi quando avevo vent’anni, sono convinto, al di là delle contingenze politiche, che abbiamo un destino comune scritto nelle radici latine, cattoliche, europee dei nostri due paesi. Auguro ai francesi una presidenza in grado di affrontare le drammatiche questioni che oggi si pongono a tutte le grandi democrazie europee: l’immigrazione, il terrorismo, la disoccupazione, la stessa ricostruzione dell’Europa, la cui crisi potrebbe diventare irreversibile».
Macron e Le Pen: due visioni della Francia, dell’Europa e della società del tutto antitetiche. Se fosse francese, lei chi voterebbe?
«A differenza di altri politici italiani, considero inopportuno schierarsi nelle elezioni di paesi amici. La Francia rimarrà per l’Italia un partner irrinunciabile chiunque vinca le elezioni».
Ci sarà pure una differenza per lei…
«Posso dire che la signora Le Pen è portatrice di valori e di una cultura che non sono le nostre, anche se rappresentano sensibilità e stati d’animo diffusi in larghi strati della popolazione, non solo in Francia ma in tutta l’Europa. Macron è un brillante tecnocrate che viene dalla sinistra, anche se ne sta innovando lo stile e il linguaggio. Ma questa non è la nostra cultura liberale».
Renzi oggi sarà riconfermato alla guida del Pd. Ha seguito la campagna delle primarie? Che idea si è fatto?
«Non mi è sembrata una campagna appassionante. L’esito era previsto, e l’affluenza è stata inferiore al passato».
I suoi possibili alleati, Meloni e Salvini, continuano a reclamare primarie di coalizione…
«Se c’è una cosa che le primarie del Pd hanno confermato è che si tratta di un rito promozionale e non di un momento di democrazia. Una mobilitazione di apparati e di voto organizzato che, in mancanza di una regolamentazione per legge, si presta anche ad abusi e a falsificazioni».
Intanto in Italia siamo alle prese con la crisi di Alitalia. Il governo ha dato un po’ di ossigeno alla compagnia, ma il tempo stringe: si è pentito di non aver lasciato che se la comprasse Air-France invece di spendere così tanti miliardi che non sono serviti a nulla?
«Una cosa davvero grottesca è ricollegare — come qualcuno ha provato a fare — l’attuale crisi di Alitalia alle scelte compiute dal nostro governo nel 2008. Allora riuscimmo, e non ne sono affatto pentito, ad evitare che la compagnia di bandiera finisse non semplicemente in mani straniere — questo non sarebbe stato un grande problema, nell’era della globalizzazione — ma nelle mani di una compagnia aerea come Air France che aveva un ovvio interesse a ridimensionare Alitalia e ad orientare i flussi di traffico turistico e di business verso la Francia. Se poi le successive gestioni di Alitalia, gestioni private, hanno fallito, questo non modifica affatto la giustezza di quella scelta».
Adesso come se ne esce?
«Oggi io credo che ci troviamo in una condizione paradossale: non vi è alcuna ragione strutturale per la quale l’Italia, come ogni paese europeo, non possa avere una compagnia di bandiera utile al sistema paese. Alitalia può e deve andare avanti, ma non certo con denaro pubblico. Comunque sul suo futuro sarà il mercato a decidere, non la politica».
Il governo ha appena varato il Def e la manovra correttiva ma la vera prova sarà la legge di Stabilità per il 2018. Secondo lei ci si arriverà o Renzi, come pare, preferirà la scorciatoia del voto anticipato?
«Questo è il tipico modo di agire dei professionisti della politica, che subordinano le loro scelte non all’interesse del Paese ma a quello di un partito o di un leader. È giusto che gli italiani si possano esprimere al più presto, ma questo non può essere un pretesto per evitare al Pd e al governo di assumersi la responsabilità di scelte difficili, conseguenza del cattivo governo degli ultimi anni. Di fronte al disastro dell’economia italiana, mettere in atto delle piccole tattiche elettorali sarebbe irresponsabile ed anche controproducente. Non credo che gli italiani siano ancora disposti a farsi prendere in giro».
Il dibattito politico si è scaldato sull’ipotesi lanciata da Pier Luigi Zanda sul Foglio circa una possibile unione trasversale delle forze anti-populiste e filoeuropee contro un governo Cinque Stelle. Forza Italia, chiamata in causa, come risponde?
«Se volessimo consegnare il paese a Grillo questa sarebbe la strada giusta. Se noi liberali facessimo un fronte comune con chi ha programmi e idee opposte alle nostre, significherebbe soltanto una cosa: che ci interessa solo il potere. Sono le farneticanti teorie dei grillini. Noi vogliamo vincere le elezioni con una proposta politica di qualità , coerente con i nostri valori, e affidata a persone credibili, per gran parte non politici di professione ma protagonisti stimati e apprezzati del mondo dell’impresa, delle professioni, della cultura».
Nei Cinque Stelle, che lei da tempo ha individuato come l’avversario più pericoloso per il futuro del paese, salverebbe qualcosa o qualcuno?
«Salverei gli elettori, che per gran parte sono persone giustamente indignate con la politica. Con un voto di protesta — secondo me sbagliato — intendono esprimere un malcontento e una speranza di cambiamento che sono giustissime».
Un ipotetico fronte unico del centrodestra è dato in testa in alcuni sondaggi. Ma come unirlo visto che Salvini continua a smarcarsi ogni giorno sia sul programma — a partire dall’insistenza dell’Italia fuori dall’Ue – che sulla leadership?
«Sul programma nel centrodestra siamo già d’accordo al 95%. Si articola in sei punti: meno tasse, meno Stato, meno Europa, più aiuto a chi ha bisogno, più sicurezza per tutti, più garanzie per ciascuno».
Ma Salvini vuole abbandonare l’euro, mentre voi state nello stesso gruppo della Merkel…
«Per quanto riguarda l’euro, la nostra soluzione, sostenuta da molti validi economisti, prevede il suo mantenimento soprattutto per le esportazioni e le importazioni e il recupero parziale della nostra sovranità monetaria con l’emissione di una seconda moneta nazionale, con tutti i vantaggi che questo comporterebbe».
E chi sarà il leader della coalizione?
«Mi sembra davvero l’ultimo dei problemi. Al momento giusto troveremo insieme la figura meglio in grado di coniugare credibilità , autorevolezza, esperienza, capacità di includere e di aggregare».
Legge elettorale: lei ha detto che l’iniziativa spetta al Pd. L’ultima proposta di cui si parla è il sistema tedesco. Che ne pensa?
«Non mi appassiono a questo o quel sistema. L’importante è non perdere altro tempo, e dare agli italiani una legge equilibrata che consenta di scegliere in modo davvero democratico da chi essere governati. Ed evitare di consegnare il Paese a un nuovo pericoloso immobilismo».
Francesco Bei
(da “La Stampa”)
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Aprile 24th, 2017 Riccardo Fucile
ORA ANCHE TOTI SI SMARCA DAI SOVRANISTI: “OCCORRE RINNOVARSI, LA DESTRA SOVRANISTA NON VINCE, SE NON SI CREA QUALCOSA DI NUOVO ARRIVERA’ ANCHE IN ITALIA UN MACRON E FINIREMO MARGINALIZZATI”
Un sospiro di sollievo ha accolto, dalle parti di Arcore, il primo verdetto degli elettori francesi. Non
perchè Macron rappresenti agli occhi di Berlusconi il candidato ideale, tuttavia l’esito più rovinoso dal punto di vista del Cav è quello per cui tifava e tifa apertamente Salvini, cioè un trionfo politico della Le Pen.
Anche se per scaramanzia non lo diranno mai, è previsione del giro berlusconiano che Marine non avrà scampo nemmeno nel ballottaggio.
Ciò significa che la Francia resterà ancorata all’Europa e che l’Unione non crollerà .
Ma se l’Unione non cadrà per effetto della spallata lepenista, pure la Lega e i «sovranisti» di casa nostra dovranno necessariamente darsi una calmata: questo, perlomeno, è l’argomento che rende ottimisti i berlusconiani nella lunga lotta per la supremazia del centrodestra.
In un certo senso, a desiderare la sconfitta populista sono soprattutto quanti desiderano accordi con la Lega in vista delle prossime elezioni politiche, perchè così Salvini avrà meno argomenti da far pesare, anzi nel nome del realismo dovrà pur rendersi conto che l’estremismo non è vincente, senza i moderati non andrà da nessuna parte e, comunque, il tema europeo non potrà essere utilizzato per dividere le forze del centrodestra.
Giovanni Toti, governatore della Liguria ma anche trait d’union tra le varie anime del centrodestra, prende le distanze dai sovranisti: «La gente vuole novità », spiega, «in meno di un anno Macron ha fatto un partito che supera quelli tradizionali». Ciò detto, la destra-destra «da sola è testimonianza e non ha la forza di vincere».
Il che rappresenta, agli occhi di Toti, una lezione politica da trasferire in Italia, dove il centro-destra «deve al più presto unirsi in qualcosa di nuovo, sennò arriverà un Macron italiano che marginalizzerà tutti gli altri».
Col risultato di far piangere tutti coloro che oggi cantano vittoria.
Ugo Magri
(da “La Stampa”)
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Aprile 21st, 2017 Riccardo Fucile
LA HOLDING DI BERLUSCONI NON HA VENDUTO SOLO IL MILAN, MA ANCHE YACHT, CAMPI DA GOLF E CINEMA… E PREMIUM AFFONDA IL BILANCIO DI MEDIASET
Basta sprechi e sfizi. La vecchia Fininvest targata Silvio Berlusconi — fatta di ville da mille e una
notte, yacht ai Caraibi e milioni buttati nel calcio — è finita.
L’ex-Cav può continuare ad occuparsi di politica e agnelli pasquali. Ad Arcore è iniziata l’era di Marina.
Parola d’ordine: niente soldi gettati al vento. Linea strategica: tagliare i rami secchi — ultimo il Milan – e concentrare il Biscione sui business storici e più redditizi.
Con un unico dubbio: da che parte mettere Mediaset, dopo il rosso da 300 milioni aperto nei conti dalla guerra con Vivendi.
La rivoluzione “morbida” della primogenita è partita da un paio d’anni con il turbo: la scure dell’austerity è caduta sulla flotta di famiglia e sulla Berlusconi Airlines.
A dieta sono finiti golf e residenze di papà . E la dote del new deal – quasi 700 milioni di liquidità — è davanti a un bivio: diventare l’arsenale per difendere Pier Silvio dall’assalto di Vincent Bollorè («un cannibale della finanza», dice sobria la sorella maggiore) o il tesoretto per garantire dividendi — il vero collante di famiglia – ai piani alti dell’impero.
Dove Barbara, Eleonora e Luigi seguono con un filo d’apprensione il braccio di ferro di Cologno con i francesi
La spending review di Marina non ha risparmiato nessuno degli optional accumulati negli anni d’oro da Silvio.
L’addio ai rossoneri – costati 150 milioni solo nel 2015 – è solo l’ultimo capitolo.
Il Morning Glory, trialberi a vela da 48 mt. battente bandiera delle Bermuda, è stato liquidato con una perdita di 3,8 milioni.
Un jet è stato venduto, un altro è stato pensionato dopo un incidente tecnico incassando i soldi dell’assicurazione (1,35 milioni).
Il nuovo Gulfstream 450, l’ammiraglia volante di Arcore, è stato comprato dividendo i costi con i Gavio.
All’asta sono finiti il golf di Tolcinasco e un paio di cinema a reddito zero.
E persino nell’immobiliare – primo amore di famiglia — è tornato a prevalere il realismo: Villa Gernetto, la residenza comprata dall’ex-Cav. per farne un’università con insegnanti come Bill Clinton e Tony Blair, è stata declassata a bene in vendita dove si fanno solo «investimenti per il consolidamento statico».
Buono al massimo – in attesa di un compratore e degli illustri ospiti internazionali – per un meeting dei “seniores” ultra65enni di Forza Italia.
Eliminate le palle al piede mangia-soldi, Fininvest ha dato una lucidata all’argenteria di famiglia: arrotondando la quota in Mondadori, spendendo 150 milioni per salire al 39% di Mediaset e arginare Bollorè e puntando nel mattone sull’Immobiliare Leonardo.
Non la solita villa a 5 stelle, ma 180mila mq. di cemento a Basiglio che grazie a un aiutino della Regione Lombardia potrebbero essere edificati tra breve.
Il vero problema di Marina è adesso un altro: il rischio che nella lista delle palle al piede possa entrare Mediaset, il regno del fratello Pier Silvio.
Lui, solo 12 mesi fa, sembrava essere riuscito a fare il miracolo: cedere a Vivendi — e pure a caro prezzo – Premium.
Un’avventura nata «per evitare che Sky creasse un monopolio in Italia» — come dice l’ad del gruppo – ma diventata strada facendo un incubo. Il pareggio operativo, previsto nel 2011, non è mai arrivato. Le perdite accumulate non sono lontane dal miliardo.
E i 700 milioni spesi per aggiudicarsi la Champions, invece che salvare la barca, l’hanno affondata. L’assegno staccato dai francesi aveva risolto il problema.
Ora il loro voltafaccia l’ha aggravato, riaprendo la dialettica familiare ad Arcore su come utilizzare la liquidità del Biscione.
E Silvio? Lui è sfuggito all’austerity. Un po’ dei suoi sfizi, Villa Certosa in primis, sono fuori da Fininvest. Nessun blitz, per dire, è previsto in Costa Smeralda. Anzi. L’ex premier ha appena fatto richiesta al Comune di Olbia per costruire – vicino al vulcano artificiale – una «struttura amovibile in legno per attività ludica».
Di cosa si tratti, lo scopriremo la prossima estate.
(da “la Repubblica”)
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Aprile 1st, 2017 Riccardo Fucile
ALLA “GRANDE COALIZIONE” DISEGNATA DA SILVIO, ORLANDO PROVA A CONTRAPORRE IL PREMIO ALLA COALIZIONE
Caro Matteo, dimostraci che non vuoi fare la grande coalizione con Berlusconi: dai l’ok al premio di
coalizione nella legge elettorale.
Si riassume così la sfida che i competitor di Renzi per la conquista della segreteria del Pd, Michele Emiliano e Andrea Orlando, lanciano all’ex segretario ricandidato, all’indomani della notizia che scuote il mondo dem: la disponibilità rivelata dal leader di Forza Italia alla cancelliera Merkel a una grande coalizione con il Pd per evitare un governo Cinque Stelle.
«Respingiamo al mittente l’ipotesi di una grande coalizione», sbotta il deputato Pd Andrea Martella, coordinatore della campagna congressuale di Orlando, «con la grande coalizione morirebbe il Pd».
Per questo, spiega, «il nostro obiettivo è una legge elettorale che escluda quell’eventualità e permetta alleanze di centrosinistra».
La proposta ufficiale dei Dem è il Mattarellum. «Ma non vorrei si dicesse Mattarellum sapendo che fallirà , per tentare un voto con le due leggi elettorali diverse contando poi di dar vita a un governo di centro-sinistra-destra», mette in guardia il deputato Dario Ginefra, sostenitore di Emiliano, spaventato proprio dall’ipotesi di un governo con Berlusconi: «Noi ci opporremo in tutti i modi».
Tra i sostenitori del ministro della Giustizia come del presidente pugliese in tanti sono infatti preoccupati che Renzi voglia andare al voto in autunno, con le leggi che ci sono, mettendo in conto l’ipotesi di una grande coalizione con l’ex Cavaliere.
«Sono tutti scenari anticipati, non si può parlare di nulla finchè non c’è la legge elettorale», taglia corto la renzianissima Alessia Morani.
Ma tra i colleghi delle altre mozioni l’allarme è già scattato da un po’, e la frase di Berlusconi alla Merkel non fa che peggiorare la situazione. «La grande coalizione sarebbe una sconfitta per tutti», ammonisce il presidente della Commissione Bilancio, Francesco Boccia, attivissimo sostenitore di Emiliano, «se i renziani non fanno nulla per evitare quello sbocco, qualche dubbio lo fanno venire».
Per questo, insiste, «bisogna introdurre il premio di maggioranza alla coalizione, per evitare il rischio di governare con chi non è di centrosinistra», oltre che, chiede la mozione Emiliano, eliminare i capilista bloccati. «Sfidiamo Renzi a fare una nuova legge elettorale per ricostruire alleanze di centrosinistra», aggiunge Martella.
«Ah, anche Orlando vuole il premio alla coalizione? Quando presentò il modello di legge simil-greca era alla lista», punzecchia il deputato renziano Dario Parrini, esperto di sistemi elettorali.
Al premio alla coalizione si è detto contrario Renzi; non farebbe che favorire Berlusconi, giura Parrini, «ci metterebbe poco a ricostruire una coalizione di centrodestra».
Ma, insiste allontanando accuse e illazioni, anche dalle parti di Renzi «il Pd ha due avversari, populisti e centrodestra, e punta a vincere».
Guardano da fuori senza troppa sorpresa i fuoriusciti Dem che hanno fondato Mdp, oggi a Napoli per l’assemblea nazionale dei comitati. «Mi pare sia nelle cose che Renzi guardi abbastanza serenamente a uno scenario di futura alleanza col centrodestra», sospira Roberto Speranza, «l’idea di ricostruire il centrosinistra è uscito dalla sua agenda».
Se si andasse a votare con le leggi che ci sono, assicura l’ex Sel Arturo Scotto, «la grande coalizione è molto probabile: l’unico modo per evitarla, oltre alla legge elettorale, è ricostruire un campo di forze di centrosinistra».
(da “La Stampa”)
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Marzo 30th, 2017 Riccardo Fucile
AL CONGRESSO PPE A MALTA BERLUSCONI RIPRENDE LA SCENA… “A SALVINI CI PENSO IO, IL PERICOLO REALE E’ CHE VINCA GRILLO”
Silvio Berlusconi torna in Italia dal congresso di Malta del Ppe convinto di essere rientrato a pieno
titolo nel gotha europeo.
E non per la claque dei circa 50 parlamentari azzurri che lo accolgono festosi al suo arrivo nella sala dell’Intercontinental hotel, e nemmeno per la ressa di fotografi e telecamere pur innegabile.
Le sliding doors del leader di Forza Italia stanno tutte in quei venti minuti di colloquio avuti con Angela Merkel.
E, scherzo del destino, è tutto merito (o colpa, a seconda dei punti di vista) di Beppe Grillo. È il vento populista che spira nelle sue vele a preoccupare davvero i suoi colleghi popolari, non quello del pur lepenista-trumpiano-putiniano Matteo Salvini.
Già perchè sta proprio qui, forse, la ragione per cui dimentica dei cucù, delle presunte battute ineleganti, delle risatine con Sarkozy, la Cancelliera tedesca ha accettato di avere un bilaterale con l’ex premier.
C’è un timore nel Partito popolare europeo e Berlusconi l’ha toccato con mano nelle ore in cui è stato a La Valletta: la paura che a vincere in Italia siano proprio i pentastellati. Timore che, peraltro, condivide.
È vero, le elezioni italiane saranno nel 2018 e prima c’è il fondamentale test del voto francese.
Eppure, c’è meno ansia per quel che succederà a Parigi piuttosto che a Roma. Perchè la convinzione, o almeno la speranza, è che alla fine Marin Le Pen possa piazzarsi seconda.
Ma una vittoria dei grillini è considerata molto più probabile e se questo si traducesse in un’Italexit dopo l’addio della Gran Bretagna, gli argini dell’Europa sarebbero completamente rotti.
L’ansia per quel che potrebbe accadere, mista all’inesperienza che viene riconosciuta alla classe dirigente grillina, val bene, dunque, un caloroso bentornato a Silvio Berlusconi.
“Tutti i leader che sono qui — dice l’ex premier alle telecamere – sono contenti che ci sia ancora in Italia la mia presenza in campo per garantire che non ci sia uno spostamento verso partiti populisti che sono molto temuti”.
Partiti: lo dice al plurale. Ma Berlusconi è convinto che il rapporto con la Lega alla fine non sarà un problema, che si troverà un accordo: “A loro ci penso io”, è il senso. Sebbene anche oggi il segretario padano, commentando il bilaterale maltese, incalzi: “Io preferisco altre frequentazioni”.
L’ipotesi di un listone di centrodestra diventa così più digeribile, perchè il Cavaliere è convinto che comunque toccherà a lui dare le carte, se il centrodestra vuole avere davvero chance di vincere le prossime elezioni.
E l’avanzata dei 5stelle quella che, garantisce Berlusconi ad Angela Merkel, potrà essere frenata grazie alla sua presenza, magari nel ruolo di “federatore dei moderati”. “Con me in campo — aggiunge — tutti i sondaggi dicono che Forza Italia può prendere il 10%-15% in più”.
A suggello di questo idem sentire, la posizione sulla Brexit e la necessità di reagire tutti insieme. “È un grande dolore — commenta – ma rispettiamo il volere degli inglesi. Ora è tempo di restare uniti. Per l’Europa era importante avere anche l’Inghilterra, ma dobbiamo accettare la separazione e adesso è importante che ci sia concordia sulle decisioni perchè i temi economici e il terrorismo vanno affrontati con coesione”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 29th, 2017 Riccardo Fucile
INCONTRO ORGANIZZATO GRAZIE ALLA MEDIAZIONE DI TAJANI…E SALVINI ROSICA
Faccia a faccia con “Angela”, Cancelliera d’Europa. E pazienza per le risate ironiche e i dissapori di
un tempo.
Il momento è delicato per Silvio Berlusconi, a meno di un anno dalle Politiche e a pochi mesi dalla sentenza di Strasburgo per l’agognata riabilitazione.
Bisogna riannodare i fili con i leader popolari e con chi conta in Europa. A cominciare proprio dalla Merkel.
Ci sono voluti giorni di lavoro sottotraccia e tutta la diplomazia di Antonio Tajani – all’esordio nella kermesse Ppe da presidente del Parlamento – per ritagliare nell’agenda del capo del governo tedesco i minuti necessari a un incontro con l’ex premier italiano. Un bilaterale informale – come viene definito da chi ci ha lavorato – è previsto tra i due domani, a margine della giornata conclusiva del congresso del Ppe che inizierà oggi a Malta e al quale prenderanno parte anche Angelino Alfano e Pier Ferdinando Casini.
Nelle ultime ore – dopo vari ripensamenti – Berlusconi ha deciso che pur andando non prenderà la parola, nessun discorso ufficiale dal palco dell’Intercontinental dove si terranno i lavori.
“Basta, parlerò davanti ai colleghi europei quando tornerò nel pieno delle mie facoltà politiche”, è stata la conclusione.
Ascolterà piuttosto dalla platea gli interventi più attesi, quello di Frau Merkel in primo luogo.
“Per me è importante, lo capisci”, è la raccomandazione rassegnata dal capo forzista al “suo” Tajani per caldeggiare un incontro con lei.
Il presidente del Parlamento europeo gode di un ottimo rapporto personale con la Cancelliera, costruito con pazienza anche negli anni bui della guerra berlusconiana alla Germania e alla Francia di Sarkozy (post conferenza stampa con ghigno ironico dei due all’indirizzo dell’allora premier italiano in procinto di dimettersi, era il 2011).
Ma il tempo passa e le condizioni mutano.
Con la Merkel Berlusconi ritiene di aver già chiarito le incomprensioni, comprese le voci su una sua presunta battuta poco elegante, già a margine del precedente congresso del Ppe, nell’autunno 2015 a Madrid.
Adesso vuole spiegarle che è ancora lui il leader di riferimento dei moderati in Italia. Che con i sovranisti alla Salvini lui non c’entra, ma che con la Lega amministra già da anni in comuni e regioni.
Che solo la sua presenza garantirà da una deriva dei populisti nel nostro Paese. La convincerà ? Un analogo vertice il leader dovrebbe averlo anche col premier spagnolo Mariano Rajoy, col quale i rapporti invece sono consolidati.
E come nelle precedenti, rare puntate all’estero, Berlusconi sarà seguito da una maxi delegazione (stavolta una cinquantina) di parlamentari-supporter, in genere la claque più rumorosa e affollata, che non passa mai inosservata in casa Ppe.
Facile immaginare come il leader leghista – già in campagna con tanto di manifesti “Salvini premier” – abbia preso la notizia.
“Berlusconi andrà a Malta con la Merkel e tutti i leader democristiani d’Europa. La domanda sul nostro rapporto fatela a lui, non a me”
(da “La Stampa”)
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Marzo 23rd, 2017 Riccardo Fucile
LA TELA DI BERLUSCONI PER TORNARE AL GOVERNO: O CON LA DESTRA O CON IL PD… SE SALVINI TIRA LA CORDA SILVIO GIOCA LA CARTA DI ALLEARSI CON BOSSI E LA LEGA IMPLODE
In Forza Italia la chiamano la «strategia win-win». Con o senza il centrodestra Berlusconi vuole sedersi al tavolo della futura maggioranza che uscirà dalle elezioni politiche.
Ancora non c’è una data del voto, molto probabilmente si arriverà alla scadenza naturale del 2018. E non si sa nemmeno con quale legge elettorale gli italiani andranno alle urne. Tuttavia il Cavaliere è convinto che, comunque andrà , sarà un successo. Per lui, ovviamente. E non esclude di poter partecipare alle larghe intese con il Pd.
Ma in prima battuta il Cavaliere tenterà di rimettere in piedi il centrodestra che i vari sondaggi danno attorno al 30%, convinto che alla fine Salvini e Meloni limiteranno le loro pretese sovraniste e di leadership. «Se sentono odore di vittoria e di ministeri abbasseranno la cresta», ha detto l’ex premier nelle ultime riunioni riservate.
Se poi il leader del Carroccio dovesse «fare i capricci», insistere con la sua «fissazione di candidato premier» con un programma che prevede l’uscita dall’euro, allora dovrà fare i conti con un bel pezzo del suo partito.
In caso di rottura non è escluso che Berlusconi chieda al suo amico Bossi di presentare una lista leghista alleata a Fi.
Ma il vero problema per Salvini sarebbe Maroni che il prossimo anno, sempre nel fatidico 2018, si ricandiderà alla presidenza della Lombardia. E per essere rieletto avrà bisogno dei voti dei berlusconiani.
Questi i ragionamenti che si fanno ad Arcore, «Matteo stia in campana e non scherzi troppo a fare il Trump italiano».
Berlusconi è comunque consapevole che il centrodestra, ammesso che si presenti unito come una coalizione, non riuscirà a raggiungere il 40% necessario a conquistare quel premio di maggioranza che consente di governare senza altri alleati.
Quindi immagina l’altro forno, quello del Pd che a sua volta non avrà i numeri tornare a Palazzo Chigi a causa di un sistema proporzionale.
«Faremo di tutto per evitare che al governo vadano i 5 Stelle: sarebbe una catastrofe per l’economia italiana», avverte Berlusconi. Insomma, in un modo o nell’altro il Cavaliere si considera vincente. Ma Salvini e Meloni non voglio recitare la parte degli utili idioti di questa «strategia win-win».
La leader di Fratelli d’Italia infatti pone una serie di condizioni per l’alleanza: una di queste è la «clausola anti-inciucio». Il Cavaliere la firmerà ?
Poi c’è l’altro «elemento dirimente» posto da Meloni, cioè la collocazione europea: «o con l’establishment o con il popolo». E il termine «dirimente» lo usa anche Salvini quanto ai rapporti con la Cancelliera tedesca: «Non si può essere alleati della Merkel in Europa e con Salvini in Italia. Ho tanti difetti, ma sono coerente, spero che altri facciano lo stesso».
Vedremo chi sarà più coerente.
Intanto sono questi i problemi che stanno impedendo l’incontro tra i tre protagonisti del centrodestra. Ci sono stati telefonate tra Berlusconi e Salvini in questi ultimi giorni, ma il faccia a faccia è rinviato, deve essere preparato per bene.
«Ci vuole un metodo e un merito, altrimenti sono incontri inutili», dicono i pontieri che stanno faticando molto. Sembra però difficile che il rendez-vous ci sia nei prossimi giorni.
Il motivo è semplice. Meloni sabato ha programmato a Roma un convegno anti-Europa mentre al Campidoglio si celebrano i 60 anni dei Trattati europei.
Nello stesso giorno Salvini sarà a Lampedusa, per sottolineare il «fallimento» di Bruxelles nel contrastare il fenomeno dell’immigrazione.
Il 29 marzo Berlusconi sarà invece al congresso del Ppe, a Malta, accanto alla Merkel e al suo Tajani eletto presidente del Parlamento europeo con i voti dei popolari e grande fan di Angela .
Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”)
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Marzo 20th, 2017 Riccardo Fucile
SALVINI CAMBIA IDEA SULL’EUROPA, SULLE PRIMARIE, SUI VOUCHER ALTRIMENTI MARONI LO FA FUORI: “DIAMO UN’ULTIMA CHANCE ALL’EUROPA”… IN TANTE SEZIONI DEL NORD SALVINI NON PUO’ METTERE PIEDE
Il centrodestra c’è, ed è uno e trino: “federazione”, “coalizione”, “listone unico”. Detta così, sembra
politicismo puro. Dietro le formule, però, si nasconde una trama reale, dopo settimane di gelo, in cui era data per scontata una rottura tra Berlusconi e Salvini, col primo proiettato nel ruolo di stampella (proporzionale) al Pd e il secondo avviato a una battaglia di testimonianza sovranista.
Il motivo, che costringe al dialogo, si chiama Lombardia, dove si voterà il prossimo anno, presumibilmente l’anno delle politiche: “Se non riconferma Maroni — dice un colonnello leghista — Salvini lo vanno a prendere a casa, e per confermare Maroni serve l’alleanza con Forza Italia”.
Un elemento non irrilevante perchè — evidentemente — è complicato andare uniti in Lombardia e attaccarsi sul piano nazionale.
Il clima, dunque, è cambiato ora che sembra definitivamente accantonata l’ipotesi di elezioni anticipate e l’orologio della politica nazionale è sintonizzato sul 2018.
La pressione a tenere un rapporto col Cavaliere arriva innanzitutto dai suoi. Più che da Bossi, il cui controllo di aree del partito è residuale, da Maroni e dal grosso degli amministratori del Nord, gente pratica che vuole governo e territorio più che chiacchiere lepeniste.
Si spiega così il cambio complessivo dei toni degli ultimi giorni. Dal “non parlo con Sb da mesi” agli abboccamenti per un incontro.
Scomparse, nel senso che non si faranno, le primarie che Salvini aveva annunciato per una domenica di aprile, con la scusa che non c’è la legge elettorale (che non c’era neanche quando le ha convocate).
Cambiati i toni anche sull’euro e sull’Europa: dal no euro, al “voglio dare un’ultima chance all’Europa”.
Cambiati anche sul lavoro, dove Salvini ha dismesso la felpa alla Landini per attestarsi sul no al referendum sui voucher (prima che il governo ci mettesse mano) per non scontentare la constituency elettorale dei padroncini del nord.
Ecco. In attesa che, dopo le primarie del Pd, si apra il grande ballo sulla legge elettorale da cui si capiranno confini e prospettive dei poli, la notizia è che ciò che è stato dato per morto (il centrodestra), morto non è.
Ciò detto, è un magma informe. Uno e trino. I più spinti sull’idea di un “listone unico” sono il governatore della Liguria Giovanni Toti mentre in casa leghista l’ideologo è Giancarlo Giorgetti.
Sono gli “acceleratori”, il listone “con chi ci sta”, rompendo con Berlusconi prendendosi un pezzo di Forza Italia, prospettiva su cui convergerebbe anche Giorgia Meloni se ci stessero tutti.
Il loro ragionamento è: “Acceleriamo che il quadro è chiaro. Berlusconi non farà che se stesso, ha in testa il solito schema. O questa generazione si intesta un ricambio politico e generazionale, oppure in politica il vuoto non esiste, arriva l’Urbano Cairo o il Paolo Deldebbio di turno e ci colonizza come un novello Berlusconi”.
Uno schema, questo, che Salvini vedeva bene fino a poco tempo fa, ma su cui ora ha frenato, per paura della fronda lombarda.
E della rivolta della base: “La verità — prosegue la fonte — è che Salvini non può mettere piede in parecchie sezioni, dove i nostri gli rimproverano l’abbandono dei temi del Nord, le tasse, quelli tradizionali per andare a cercare voti che non arrivano al Sud. L’operazione lepenista è sostanzialmente fallita”.
Una frenata, con la proposta della “federazione” arrivata in diretta tv e che sostanzialmente non crea sconquassi al Nord. E va bene al partito dei governatori, intesi come Maroni e Zaia. Il quale, vera risorsa della Lega e da molti considerato un leader naturale, non ha alcuna intenzione di esporsi e lavora sul 2023, perchè pensa che il 2018 sia l’ultima tappa di un ciclo e l’inizio di qualcosa.
Ultima tappa che, per Berlusconi, ha la stessa forma della prima, ventitrè anni fa: la “coalizione”, con Salvini al posto di Bossi, la Meloni al posto di Fini e se stesso, con 80 primavere sulle spalle, al posto che aveva quando ne aveva 58.
Come allora ha ricominciato a seguire tutto personalmente: seleziona candidati, commissiona sondaggi, ha finanche ripreso a cantare con Apicella e a raccontare barzellette, segno che l’umore è davvero buono.
Prima ancora di Strasburgo, della eventuale riabilitazione a cui nemmeno i suoi avvocati credono, sente che le debolezze altrui (Renzi) abbiano riaperto la partita. E sente che l’occasione sia irripetibile, in quest’epoca di “pericolo populista”, in cui si è compiuto il miracolo — fino a pochi anni fa nessuno ci avrebbe creduto — che proprio il Cavaliere, populista novecentesco, può contare sulla benevola attenzione dell’establishment che lo vede, se non come una riserva della Repubblica, come un “populista buono” da contrapporre ai barbari veri.
Assisteremo, nelle prossime settimane, a un gioco tattico fatto anche di polemiche tra i due leader e di attacchi, in attesa di trovare un assetto, ma l’aria è cambiata radicalmente e i due sembrano condannati a trovare un accordo che — tolta di mezzo l’opzione “listone unico” — sembra più vicino.
E la palude proporzionale potrebbe risolvere il problema a tutti: ognuno corre per conto suo.
“Se poi non vince — dice un azzurro di rango — Berlusconi fa sempre a in tempo ad aprire alle larghe intese, ma solo come ipotesi B. Si gioca per vincere”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 19th, 2017 Riccardo Fucile
ORA GLI VA BENE UNA FEDERAZIONE TRA I VARI PARTITI… I MOVIMENTI DI ALFANO E PARISI… MA L’OBIETTIVO 40% E’ LONTANO E ALLA FINE OGNUNO CONTERA’ SOLO PER SE STESSO
Questa volta, dopo una serie di false partenze, per la riscossa del centrodestra potrebbe veramente essere la volta buona.
Gli indizi delle ultime ore sono troppo importanti per essere derubricati a ennesimo fuoco di paglia sulla strada della ricomposizione dei rapporti tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, preludio a quell’alleanza organica che i consiglieri più stretti dell’ex-Cavaliere (governatore della Liguria Giovanni Toti in testa) hanno sempre ritenuto imprescindibile, anche quando il leader di FI aveva puntato sul progetto moderato di Stefano Parisi.
Il segnale più importante del cambio di passo, che ha fatto letteralmente esultare gli azzurri filoleghisti davanti allo schermo quasi si trattasse di una goal della Nazionale, è la parola “federazione”, pronunciata dal segretario leghista questo pomeriggio a “In mezz’ora” rispondendo a una domanda sulle prospettive di alleanza con Forza Italia. Ma ciò che ha lasciato intendere che Salvini dicesse sul serio, e che non si limitasse a frasi buttate lì per la circostanza, è l’atteggiamento del tutto inedito che il leader leghista ha tenuto sulla questione del rapporto con l’Europa, per il quale ha adottato dei distinguo e delle cautele che finora non erano mai stati nelle sue corde, come per esempio il negare di essere in assoluto antieuropeista, e il marcare una differenza su questo tema con Marine Le Pen e i movimenti sovranisti del resto d’Europa, dopo averli lungamente rincorsi nei mesi precedenti.
E soprattutto dopo lunghe e reiterate polemiche contro il Cavaliere per la militanza del suo partito nel Ppe.
Troppo ghiotta, dopo la diffusione degli ultimi sondaggi sulle intenzioni di voto degli italiani, deve essere apparsa a entrambi la situazione per non tentare di approfittare al meglio del momento di crisi del Pd e per non sfruttare la legge elettorale a proprio favore con una formula che consenta di arrivare a un premio di maggioranza difficilmente raggiungibile da un M5s in solitaria, seppure in forma.
Silvio Berlusconi, che ha declinato nelle ultime ore i sondaggi come un mantra, non a caso è tornato all’iniziativa politica con l’intensità dei tempi migliori, sperando nella riabilitazione della corte di Strasburgo ma specificando che sarà al centro della scena politica a prescindere dall’esito della sentenza.
E in attesa del centrodestra 2.0, l’ex-Cav ha ripescato i ferri del mestiere, fiutando il vento (magari un risultato positivo al prossimo giro di amministrative) ed è tornato a parlare dal vivo al proprio elettorato di riferimento con una verve che sembrava perduta, proponendo la pensione minima a mille euro per tutti, nel solco di quanto fatto nel 2001 all’esordio del suo secondo governo o nel 2008 con l’abolizione dell’Ici, con una strizzatina d’occhio questa volta anche agli amici di cani e gatti, cosa che oggi pare aiutare molto nel rapporto con l’elettorato.
Il polo moderato a cui guardare, d’altra parte, sembra evaporare con un’operazione, quella dello scioglimento di Ncd e della creazione di Alternativa popolare da parte di Angelino Alfano, più simile a un rompete le righe che a una rifondazione dei centristi. I primi segnali dello smottamento arrivano da Maurizio Sacconi, che ha annunciato di volere aderire al movimento “Energie per l’Italia” di Stefano Parisi, ma non manca chi, all’interno della formazione alfaniana, guarda direttamente al Pd di Matteo Renzi, a partire da chi ha fatto parte del suo governo.
(da “Huffingtonpost”)
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