Luglio 26th, 2016 Riccardo Fucile
RIDIMENSIONATO IL GOVERNATORE DELLA LIGURIA CHE SI ERA MONTATO LA TESTA… AVEVA VINTO SOLO GRAZIE ALLE DIVISIONI DEL PD E CON L’APPOGGIO DI LEGHISTI SOTTO PROCESSO PER PECULATO
La rivoluzione azzurra d’ottobre è sancita dalla stretta di mano tra Silvio Berlusconi e Stefano Parisi, al termine della lunga cena di Arcore di lunedì sera. Alla presenza di Marina.
Quello che viene affidato a Stefano Parisi è qualcosa di più di un incarico “tecnico” o “manageriale” per fare una due diligence dei conti di Forza Italia.
Si legge in un comunicato di Arcore, con cui a Parisi viene affidato ufficialmente l’incarico: “Berlusconi ha incaricato Stefano Parisi di effettuare una analisi approfondita della situazione politica e organizzativa di Forza Italia e di elaborare un progetto per il rilancio e il rinnovamento della presenza dei moderati italiani nella politica”.
È la missione politica di rivoluzionare Forza Italia, o meglio di liquidarla, con i suoi debiti, il suo marchio che non tira, i suoi riottosi dirigenti, le sue beghe e le sue chiacchiere, le sue ambizioni e le sue ingratitudini, per aprire la strada — a ottobre — a una cosa nuova: “Stefano, comportati come un amministratore delegato” è la principale regola d’ingaggio dell’ex premier. Accettata da Parisi, perchè la quella successiva (di frase) contiene una promettente rassicurazione.
E cioè che, per Berlusconi, sarà Parisi sia il leader sia il candidato premier.
Quando si voterà .
Tra la rivoluzione d’ottobre che mediaticamente si manifesterà quando — tra fine settembre e ottobre appunto — Parisi presenterà il suo progetto a Milano in una convention che assomiglierà a una sorta di Leopolda azzurra, c’è l’appuntamento che sta più a cuore a Fedele Confalonieri e a Gianni Letta, che di Parisi è il primo estimatore: il referendum.
Il Cavaliere, da quando si sente bene, è tornato molto ciarliero, oltre che canterino (proprio così, gli è venuta una gran voglia di cantare e per questo si è rivisto più volte Apicella ad Arcore).
Ebbene a parecchi dei suoi ha spiegato che, se salta Renzi, sa bene che non si andrà a votare e nel Palazzo tornerà di moda un governo di scopo: “Tra l’azienda che sosterebbe il governo — racconta l’ex ministro azzurro — e voterebbe sì al referendum, e la nomenklatura di Toti e compagnia che vuole l’asse con Salvini e ha un no barricadero, Silvio è il più lucido di tutti. Il suo è un no di una opposizione responsabile che si vuole sedere al tavolo del nuovo governo. E non avere pessimi rapporti con l’attuale”.
Ecco, organizzatore, coordinatore, manager, comunque lo si voglia chiamare, Parisi con pragmatismo ed esperienza è l’uomo a cui è affidata questa mission: tornare al tavolo che conta con delle carte in mano, in un momento in cui l’azienda non vuole rapporti ostili con il Potere.
Carte che magari — al momento – non sono un poker d’assi, ma nemmeno quel due di briscola che per Berlusconi è l’attuale Forza Italia: “Ti voglio in pianta stabile al partito — ha detto il Cavaliere a Parisi – a San Lorenzo in Lucina. È un partito morto, dobbiamo rivoltarlo come un calzino”.
Per rivoltarlo le prossime mosse sono già scritte e prevedono, tanto per piegare del tutto i vari capibastone, l’azzeramento e la sostituzione di tutti (o quasi) i coordinatori regionali. Poi, dopo il referendum, il cambio del nome e del simbolo.
Una rivoluzione, appunto, che già suscita la preoccupazione di alcuni, come il governatore della Liguria Giovanni Toti.
È il vero sconfitto con la nomina di Parisi, lui che fu presentato in accappatoio bianco a Villa Paradiso e buttato in politica da un giorno all’altro per zittire Fitto e la fronda di allora: “Ora — prosegue l’ex ministro – è nella black list di Berlusconi. Ha vinto grazie ai casini del Pd e si sente leader, organizza la corrente con Gelmini e Romani, tesse con la Lega. E soprattutto dà interviste sulla successione con Berlusconi al San Raffaele”.
A proposito, la rivoluzione d’ottobre non prevede primarie e congressi.
Un amministratore delegato c’è, con obiettivi e interessi da tutelare. Mezzo partito già lo cerca.
All’orizzonte non si vedono molti ribelli, con Berlusconi uscito dalla sala operatoria.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 26th, 2016 Riccardo Fucile
DOPO LA CENA AD ARCORE A MASTICARE AMARO SONO I COLONNELLI DESTITUITI E SALVINI… VINCONO CARFAGNA, TAJANI E GELMINI, SCONFITTI TOTI, GASPARRI E MATTEOLI
Dopo le indiscrezioni, arriva il timbro dell’ufficialità .
Durante la cena di lunedì sera ad Arcore, Silvio Berlusconi ha dato un mandato pieno a Stefano Parisi “per il rilancio e il rinnovamento della presenza dei moderati in politica”.
Un’investitura piena, che passa dal via libera alla conferenza programmatica lanciata per settembre dallo stesso Parisi.
Una decisione che passa da una nota ufficiale dell’ex Cavaliere, che così cerca di spazzare via i tanti malumori dentro Forza Italia per la rapidissima discesa in campo del manager.
Berlusconi sembra avere le idee chiare: “Se Renzi perde il referendum ci servirà un candidato premier. E io voglio te”, ha detto durante la cena al candidato sindaco di Milano sconfitto di misura da Beppe Sala.
Nel frattempo, Parisi dovrà fare l’amministratore delegato di Forza Italia, guidarla facendo “una analisi approfondita della situazione politica e organizzativa” del partito. Parisi non vorrebbe farsi coinvolgere dentro il ginepraio del vecchio contenitore, ma pensare già al nuovo soggetto “liberal-popolare” con cui intende riunificare la diaspora del Pdl e attrarre energie della società civile moderata.
Ma il pressing dell’ex Cavaliere lascia pochi spazi ai dubbi.
E del resto l’offerta è di quelle che non arrivano tutti i giorni: dopo tanti tentativi a vuoto, stavolta Berlusconi- complici anche i problemi di salute- sembra aver deciso davvero di puntare su un delfino che gli succeda alla guida della coalizione.
Decisivo il sostegno di Fedele Confalonieri che ha garantito al manager la massima copertura mediatica, e della famiglia Berlusconi, a partire da Marina.
Sulla stessa linea Gianni Letta, Nicolò Ghedini e alcuni esponenti di punta come Tajani, Carfagna, Gelmini e Bernini che parla di “scelta lungimirante”.
I colonnelli, a partire da Paolo Romani e Giovanni Toti riuniti nell’asse del Nord, stanno studiando le contromosse.
Con il sostegno di Salvini cercano di sbarrare la strada a Parisi, ma non si esclude una scissione dentro Forza Italia.
Movimenti anche dentro Ncd, dove l’avvento di Parisi scalda gli animi e dà forza a chi, come Maurizio Lupi, lavora a un ritorno nel centrodestra.
“Se ne parla dopo il referendum, in ogni caso mai alleati con Salvini”, taglia corto Alfano.
Dal fronte leghista arriva un’apertura da Roberto Maroni, che da tempo coltiva un filo diretto con Parisi.
“Tutti i contributi sono utili. Chi vuole riunire le varie componenti del centrodestra con il ‘modello Milano’, che io chiamo ‘modello Lombardia’, perchè qui funziona, è benvenuto. Vediamo cosa succederà . E’ una fase interessante perchè c’è molto movimento. Mi auguro che si riesca a trovare un’intesa perchè solo così si è competitivi”.
A sorpresa arrivano parole di interesse anche dall’ex montiano Enrico Zanetti, viceministro dell’Economia, di recente passato in alleanza con Verdini tra gli strali dei suoi coilleghi di Scelta civica. “Noi che stiamo lavorando alla riaggregazione dell’area moderata a trazione liberal-democratica, guardiamo con logica attenzione ai processi interni all’area moderata sul versante popolare. Ma il no di Parisi al referendum è un errore che ripropone gli schemi del passato”.
(da “La Repubblica“)
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Luglio 25th, 2016 Riccardo Fucile
IL PROGETTO DI RIPARTIRE DA UNA “LEOPOLDA DEI MODERATI”…MA SE NON ROMPE CON LA LEGA NON VA DA NESSUNA PARTE
Attorno all’ora del tramonto Stefano Parisi varcherà i cancelli di Villa San Martino ad Arcore, per un
incontro con Berlusconi.
Al momento, confermano diverse fonti, il faccia a faccia è in agenda.
Ecco dunque la seconda tappa del famoso “metodo Berlusconi”.
Prima l’ex premier ha buttato lì il nome di Parisi nel corso del vertice di venerdì di fronte alla riottosa nomenklatura, per sondare le reazioni.
Poi il faccia a faccia. Poi la fase della legittimazione interna in cui Parisi entrerà pienamente nella vita di Forza Italia.
E cioè proprio quello che il vecchio Silvio aveva in mente dall’inizio. I ben informati attorno quasi divertiti vedono la solita prassi: “Ai vertici ha detto ‘non vi preoccupate, viene a fare il manager, a Parisi ha detto ‘avrai il ruolo politico di costruire la nuova baracca’, insomma lo butta in mezzo e vede come va con molto pragmatismo”.
I due, Parisi e Berlusconi, parleranno proprio del progetto e del ruolo che avrà l’ex candidato sindaco di Milano, che in queste ore ha già ricevute molte telefonate di azzurri che si mettono a disposizione.
Tra i primi ad alzare la cornetta Gianfranco Miccichè, Antonio Tajani, Francesco Giro, solo per dirne alcuni della lunga lista.
Ma, adesso che è chiaro che l’ex premier ci punta, in parecchi hanno riposto l’ascia di guerra.
Parisi, fortemente appoggiato da Gianni Letta e Fedele Confalonieri, ha in mente un percorso che, in sostanza, consiste nel riprodurre livello nazionale il famoso “modello Milano”, la coalizione che unità lo ha sostenuto.
Con molto ottimismo sulla Lega, dove confida nella fronda di Maroni per ricucire l’alleanza. E puntando però non sulla riunione di combattenti e reduci, ma un radicale rinnovamento di Forza Italia.
Di fatto un nuovo movimento di Moderati, destinato a prenderne il posto.
A Berlusconi dirà : “Ho già in mente l’evento” in cui lanciarlo. Una sorta di Leopolda moderata, da tenere a Milano a settembre, prima del referendum istituzionale. Non dopo. E non è un dettaglio.
Un ex ministro di Forza Italia spiega: “Berlusconi è stra-convinto per il No perchè sa che se perde Renzi torna in gioco per un governo di larghe intese e comunque rientra nel gioco politico. Ci vuole arrivare con un partito vivo e non con uno morto”.
Come tenere assieme il vivo e il morto, evitando che il morto sbrani il vivo sarà , per Parisi, proprio il punto più delicato della questione.
(da “Huffingtopost”)
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Luglio 22nd, 2016 Riccardo Fucile
TRA MENU TRICOLORE E GAFFE DI TOTI, SI DELINEA IL FUTURO PARTITO
Villa San Martino (Arcore) ore 14,15. Il menù tricolore è stato già servito a tavola. Silvio Berlusconi, un po’ stanco ma lucido, è seduto tra Gianni Letta, l’uomo della diplomazia e dalla tutela aziendale, e Valentino Valentini, l’uomo dei dossier più delicati, odiato dal cerchio magico che fu.
Il Cavaliere racconta quanto è stata dura: l’intervento, il dolore, la paura.
Poi fa ingurgitare alla riottosa nomenklatura il piatto forte del giorno: “Il partito non gira e va riorganizzato, ho chiesto a Stefano Parisi di fare una due diligence. È un manager, un tecnico, chi meglio di lui? Personalmente lo stimo e penso possa essere utile”.
La nomenklatura azzurra ascolta con rispettoso silenzio. Attorno al tavolo i capigruppo di camera e Senato, i vice. E poi: Antonio Tajani, Mara Carfagna, Maurizio Gasparri, Altero Matteoli, Gregorio Fontana, Sestino Giacomoni e Giovanni Toti
Olive, mozzarelline, pomodorini, per antipasto. Maccheroncini tricolori. Un trionfo di verdure, tricolori anch’essi.
Tutto è politica ad Arcore, compreso il ritorno del menù abolito nell’era del “cerchio magico”.
Meno digeribile la pietanza del partito e della sua riorganizzazione, che è stata già affidata a Stefano Parisi, da Berlusconi, Letta e Confalonieri.
E che prevede la chiusura di Forza Italia e l’apertura di una nuova ditta, con molta società civile e pochi politici di professione.
Stefano Parisi, manager, ha il ruolo chiave di studiarla, pensarla, realizzarla: “Parisi — dice Berlusconi – è un tecnico, non un professionista della politica, che può darci una mano a far girare un partito che non va”.
Nel favoloso mondo berlusconiano, molto meno decisionista di come lo si rappresenta e si autorappresenta, tutto accade in modo poco lineare.
Berlusconi, consapevole dell’ostilità dei commensali all’idea, fa come ha sempre fatto. E cioè tira dentro Parisi, senza investirlo ufficialmente.
Un po’ come fece con Giovanni Toti, quando doveva fare fuori Raffaele Fitto. Fu prima inserito alle riunioni, poi nominato consigliere politico, poi candidato. E infatti il “contributo di Parisi” è nominato nel comunicato finale in cui si annuncia il rilancio del partito. Non una designazione ma l’inizio di un percorso.
Al giro di tavolo emerge la contrarietà a Parisi, secondo una scientifica divisione dei ruolo messa a punto in tanti pranzi e riunioni.
La critica è dolce e prudente nell’intervento della Gelmini, dura in quello di Romani, una clava in quello di Matteoli: “Presidente, Parisi non può venire qua a insegnarci come si fa la politica”.
Gran finale, Giovanni Toti: “Il programma che ha illustrato Parisi non è tecnico, è politico. In politica non ci si può improvvisare, ci vuole esperienza”.
Una frase giudicata poco felice dai commensali che ricordano quando fu preso da Mediaset e improvvisato politico alla bisogna.
Alla fine della riunione lo spin di Toti per i giornalisti è: “Nessuna nomina, Parisi è solo un contributo come gli altri. A Berlusconi non è piaciuta la sua intervista”.
Un paio d’ore scarse, una fatica per Berlusconi, tanto lucido di testa quanto ancora molto fragile di corpo.
Che però il vecchio leader ha voluto sopportare non per amore nei confronti dei presenti che comincia a non sopportare più, ma sia per introdurre il discorso Parisi che maturerà a settembre sia per dare un’idea di normalità : la riunione ad Arcore, il comunicato, la notizia che esce sui giornali.
Un modo per dire “ci siamo”.
Non doveva essere il luogo delle decisioni, che sono già state prese altrove. Felice Renato Brunetta, il più lineare e il meno tramatore di tutti.
Che ha incassato, nel comunicato finale il no al referendum, la madre di tutte le battaglie, da cui dipenderà il futuro del governo, del sistema politico e dei singoli partiti.
Il resto, ripete, “sono chiacchiere”. Dategli torto.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 21st, 2016 Riccardo Fucile
LA NOMENKLATURA SUL PIEDE DI GUERRA, MA SILVIO HA DECISO… TOTI RESTA CON UN PUGNO DI MOSCHE PADANE IN MANO
L’ennesimo atto dell’ormai ventennale saga, che vede contrapposto Berlusconi alla nomenklatura azzurra (e la conseguente resistenza della nomenklatura), si celebrerà venerdì 22 luglio.
A ora di pranzo, quando attorno al tavolo di Arcore si siederanno i capigruppo, i vice e poi la Carfagna, Matteoli, Gasparri, vecchi reduci di tante battaglie come Antonio Tajani, giovani dall’ardente ambizione, come Giovanni Toti, destinati a una dolorosa delusione.
Perchè a loro Silvio Berlusconi comunicherà la sua decisione, già presa da almeno una settimana con Gianni Letta e Fedele Confalonieri, di nominare Stefano Parisi coordinatore unico del partito, per realizzare ciò che il medesimo Parisi ha annunciato oggi in un’intervista alla Stampa.
E per realizzare ciò che ancora non è stato detto, ma su cui l’ex premier vuole lavorare da settembre, ovvero la chiusura di Forza Italia e la creazione, in tempi pentastellati, di un nuovo contenitore, fatto di imprenditori, professionisti e società civile e meno politici di professione e Casta
Intervista, quella di Parisi, concessa con un timing perfetto il giorno prima del verticione, per sondare le reazioni e, per dirla con una fonte molto vicina a Berlusconi, “capire chi sarà il Giuda tra apostoli che saranno a tavola”.
Ammesso che sia uno solo, perchè la sensazione è che su Parisi, gran parte della nomenklatura stia imbastendo un “processo”, per respingere il tentativo di nominarlo: “Ha perso a Milano”, “non è un federatore”, “non ha le caratteristiche del candidato premier”, “ha mostrato dei limiti”, “non tiene unita la coalizione con la Lega”. Argomentazione che troverà il supporto di un paio di interviste di Matteo Salvini sui quotidiani di venerdì, per dare una mano all’asse del Nord di Forza Italia, da Toti alla Gelmini
Il piano del processo a Parisi è stato messo a punto in decine di telefonate, contatti e incontri, l’ultimo dei quali in un ristorante vicino al Senato, dove erano attovagliati Paolo Romani, Maria, Stella Gelmini, Giovanni Toti e Mara Carfagna.
L’alternativa a Parisi per loro, ma anche per Gasparri e Matteoli, è Giovanni Toti, che però negli ultimi tempi è prima uscito dalle grazie dell’azienda, perchè troppo ostile a Renzi, e poi dalle grazie di Berlusconi, che ne ha notato un eccessivo attivismo da aspirante erede nei giorni del San Raffaele, in cui parlare di successione è apparso un po’ indelicato.
Sia come sia, l’ennesimo capitolo della saga contiene una novità , rispetto ai tanti atti della ventennale ostilità di Berlusconi ai politici di professione che lo circondano.
In parecchi ricordano quando utilizzò l’allora imprenditrice ittica Michela Vittoria Brambilla o, in tempi più recenti, lo stesso Toti.
La novità è che, dopo attenta riflessione sullo spirito grillino dei tempi e dopo altrettanto attenta riflessione sui debiti, Berlusconi ha deciso di chiudere Forza Italia e costruire una cosa nuova.
Ne ha parlato più volte col nuovo tesoriere e qualche firma con le banche è stata anche messa.
Del piano di dismissione fa parte anche la chiusura, da settembre, del Parlamentino di Forza Italia al piano terra di Palazzo Grazioli, con relativo risparmio di un affitto di parecchie migliaia di euro.
Un manager come Parisi serve soprattutto a questo, nell’era della messa in sicurezza dell’Impero e della parziale dismissione, con la cessione del Milan, di Mediaset Premium e Bollorè con un piede in Mediaset.
E serve — anche — ad assestare la linea nei confronti del governo.
Leggete questo passaggio dell’intervista di Parisi alla Stampa: “Qualunque sia l’esito del voto, il governo non deve cadere”.
È la linea di Confalonieri, la cosiddetta “opposizione responsabile”, insomma l’opposto di quel che dice Brunetta.
Detta in sintesi: opposizione morbida al governo e tutela degli interessi aziendali, il contrario di quel che vogliono le opposizioni di tutto il mondo, ovvero la caduta dei governi in carica.
Ancora non si capisce se Parisi sarà presente al pranzo di Arcore.
È certo però che il suo programma di rilancio del partito lo ha già messo nero su bianco: un partito modello ’94, ma anche modello 5 stelle che punti sul web e sui nuovi media, niente lotte di capibastoni e signori delle preferenze, con pochi politici di professione.
Berlusconi ha detto sì, perchè colpito dal successo dei 5 Stelle, Confalonieri ha detto sì perchè è sufficientemente innocuo col governo, resta la nomenklatura.
Il cui eroismo, davanti al Capo, è sempre stato più tiepido rispetto agli ardori del giorno prima.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 20th, 2016 Riccardo Fucile
M5S E PD SI ACCUSANO A VICENDA SUL VOTO SEGRETO
Chi ha salvato Silvio?
È questa la domanda che si fanno gli esponenti del Pd e del MoVimento 5 stelle, accusandosi reciprocamente, dopo che l’aula del Senato, con voto a scrutinio segreto, non ha dato l’autorizzazione all’utilizzo di intercettazioni telefoniche di Silvio Berlusconi.
Intercettazioni che avrebbero svelato i colloqui tra l’ex Cavaliere e alcune delle cosiddette Olgettine.
I voti favorevoli sono stati 120, i contrari 130 e 8 gli astenuti.
La giunta per le immunità parlamentari aveva chiesto il via libera all’autorizzazione. In aula si sono subito scatenate le proteste del MoVimento 5 stelle che hanno spinto il presidente Pietro Grasso a sospendere la seduta.
Ma fuori dall’emiciclo, il Pd non le manda a dire e attacca i grillini. “Nei giorni scorsi – afferma il senatore Pd Francesco Russo – qualcuno aveva ipotizzato che, nascondendosi dietro il voto segreto, i senatori 5 stelle stessero preparando un’imboscata per salvare Silvio Berlusconi e scaricare la responsabilità sul Partito Democratico”.
“Spero davvero che i colleghi grillini non abbiano in così breve tempo imparato i peggiori trucchi della Prima Repubblica – sottolinea l’esponente Pd – ma voglio notare che chi urla di più rischia di essere tra i principali indiziati. Ma soprattutto voglio sottolineare un dato inequivocabile. La somma dei voti espressi dal Partito Democratico (96) e dal Movimento 5 Stelle (24) è esattamente 120, il numero dei voti totali di chi si è espresso a favore della richiesta dei giudici di utilizzare le intercettazioni di Berlusconi”.
Anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del Pd, Luciano Pizzetti, afferma: “Le manovre sporche dei Cinque stelle salvano Berlusconi con il voto segreto. Come la Lega salvò Craxi nel 1992. Parlano di moralità ma agiscono nell’ombra”.
Il capogruppo al Senato del MoVimento 5 stelle, Stefano Lucidi, accusa invece senza mezzi termini i democrat, denunciando la resurrezione del patto del Nazareno: “Il Pd con il voto segreto salva Berlusconi e prova a puntellare la sua sempre più scricchiolante maggioranza”.
Laconico il senatore di M5s, Nicola Morra, che su Twitter scrive: “Pd salva berlusconi e accusa il M5s. La prima gallina che canta ha fatto l’uovo”.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 10th, 2016 Riccardo Fucile
IL RIENTRO DI BERLUSCONI ENTRA NEL VIVO
Il telefono squilla di continuo: e perfino la porta di villa San Martino inizia ad aprirsi per qualche
pranzo e cena.
L’agenda di Silvio Berlusconi, saldamente tenuta nelle mani del fidatissimo Valentino Valentini, è ancora blindata.
Il leader di Forza Italia deve rimettersi dall’operazione a cuore aperto del 14 giugno per la sostituzione della valvola aortica. Ma mai come adesso, forse, per decifrare i sussulti interni al centrodestra, può essere utile capire gli ospiti di Arcore.
Gli ammessi sono (ancora) pochi, ma le discussioni appaiono ad alto tasso politico. L’altro ieri, per dire, varca il cancello di Villa San Martino il senatore Renato Schifani. Una visita che difficilmente può passare inosservata in un momento in cui le fibrillazioni interne a Ncd sono forti.
Dopo il ciclone mediatico giudiziario che si è abbattuto sul ministro Angelino Alfano (non indagato ma investito politicamente dall’ultima inchiesta di Roma su appalti e potere), all’interno di un pezzo di Ncd è cresciuta la difficoltà di sostenere ancora il governo.
E la richiesta di Schifani di incontrare il leader di FI è senz’altro un segnale che va in questa direzione.
Ma c’è anche chi rema in senso opposto.
I (pochi) frequentatori assidui delle stanze di Arcore assicurano che il senatore Denis Verdini sta telefonando tutti i giorni.
L’obiettivo del fondatore di Ala è tentare di convincere Berlusconi a un ritorno al fianco del premier Matteo Renzi. Con una riedizione del famoso patto del Nazareno. Strada prediletta anche dal presidente di Mediaset Fedele Confalonieri.
Mentre giovedì sera ad Arcore, insieme a Confalonieri, si riuniscono a cena anche gli altri consiglieri di famiglia, l’avvocato Niccolò Ghedini e Gianni Letta, insieme con l’immancabile Valentino Valentini e Sestino Giacomoni.
Tra i commensali anche il governatore della Liguria Giovanni Toti, probabilmente destinato a un ruolo sempre più operativo in FI.
Al centro della discussione, l’idea ricorrente di riunire le forze politiche moderate in un partito che magari in futuro non si chiamerà più FI ma ne manterrà l’anima.
Insomma, dopo le dimissioni dall’ospedale San Raffaele, seppure tra ore di riposo obbligato e esercizi quotidiani di riabilitazione, il piano di rientro di Berlusconi entra nel vivo.
Già nei giorni successivi all’intervento, gli assetti all’interno di FI sono cambiati con lo sgretolamento del cerchio magico e con nuove nomine.
Ora le decisioni da prendere sono numerose. Le telefonate e le cene a villa San Martino sono solo all’inizio.
Simona Ravizza
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 8th, 2016 Riccardo Fucile
TOTI, GELMINI E CARFAGNA SE LA GIOCANO
La lunga riflessione, il silenzio e anche quel senso della misura che portano le grandi paure hanno
fatto maturare la grande decisione, nella testa di Silvio Berlusconi.
A ottobre, dopo il referendum, si svolgerà il congresso del nuovo partito che prenderà il posto di Forza Italia.
La notizia è che del nuovo partito di cui più volte si è parlato Silvio Berlusconi si è convinto. Tanto che ha iniziato a ragionare del “come”, già nell’incontro con i capigruppo.
L’idea è di mantenere il ruolo di presidente, da padre nobile. Mentre il coordinatore unico sarà eletto in modo democratico.
“Eletto”, proprio così: un evento da quelle parti. Una sorta di “primarie” di partito. Non un congresso con le tessere perchè in tempi pentastellati, seppellire un marchio nato nel ’94 con procedure che ricordano i partiti di dieci anni prima, non gli sembra una idea ad effetto.
E sta pensando a una sorta di “primarie” di partito. Non la designazione di un erede ma un “chi vuole corra e vinca il migliore”.
Nuovi metodi per un nuovo partito. Perchè, vista da lontano e con distacco, Forza Italia è sembrata a Berlusconi peggio di come la vedeva da vicino. Un partito senza spinta, lacerato dai conflitti, dalle ambizioni di un ceto politico che ha poco da dire. In una parola, “vecchio”, senza vele per il vento dei tempi. Da consegnare al museo, come una barca che ha vinto tante regate in questi vent’anni.
L’operazione, con le banche, l’ha chiusa la Rossi: prestiti ottenuti e accordi fatti con le banche per sanare i debiti. In modo da avere tutto pronto per ottobre-novembre.
Proprio la Rossi è uno dei pochi collaboratori ancora ammessi ad Arcore dopo la riorganizzazione imposta dalla famiglia, perchè più volte chiamata dallo stesso Berlusconi.
Il che, secondo i maligni, avrebbe prodotto qualche reazione contrariata della famiglia e di Marina.
Fatto sta, che la riorganizzazione, al momento, tiene, col fedelissimo Valentino Valentini che gestisce due “deleghe” pesanti: “l’agenda del presidente”, nelle mani di Alessia Ardesi fino al ricovero di urgenza al San Raffaele e le “relazioni esterne”, nelle mani di Deborah Bergamini, passata dal ruolo di portavoce di Berlusconi a quella di portavoce del partito.
Una retrocessione notevole, considerando che fine farà il partito.
Ora i comunicati stampa partono dalla “segreteria del presidente”.
Il segnale della nuova investitura è la foto, all’uscita del San Raffaele, di Berlusconi che si appoggia a Valentino Valentini, sbarbato per la prima volta in vita sua, proprio come piace a Berlusconi, dopo anni in cui è stato l’unico collaboratore a cui era concesso di portare la barba.
Una rasatura che sa di devozione totale. Nel nuovo gruppo ristretto anche Sestino Giacomoni, al fianco di Berlusconi dal 2005 prima dell’era del cerchio magico.
La sola ipotesi del congresso ha già scatenato le brame della nomeklatura azzurra. Cene, trame, ambizioni.
Attovagliati qualche sera fa in un ristorante del centro c’erano parecchi i big del partito: Toti, Gelmini, Romani, Marin e Maurizio Gasparri, per iniziare a ragionare sul coordinatore unico.
Il più attivo è Giovanni Toti, che si sente potenziale federatore del centrodestra: “Esportiamo il modello Liguria, lì dove governiamo con la Lega” è il suo schema. Toti, ma anche Gelmini o Carfagna.
Questi i nomi “spendibili” attorno a cui già iniziano le trame congressuali. Sempre che Berlusconi non cambi idea.
Al momento, da imprenditore, è concentrato sul “brand”. “Centrodestra unito”, “Altra Italia” alcune ipotesi, ma non sembrano definitive.
Perchè la verità è che mentre tutta la nomenklatura azzurra è ossessionata da Renzi, il Cavaliere è rimasto molto colpito dai Cinque stelle la cui onda di novità ed estraneità alla politica gli ricorda Forza Italia delle origini.
Ed è sull’alternativa a loro che va pensato il nuovo partito, altrimenti il partito nasce già vecchio.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 6th, 2016 Riccardo Fucile
USCENDO DAL SAN RAFFAELE IL CAVALIERE DETTA LA LINEA: POPOLARI CONTRO POPULISTI, DUE VISIONI OPPOSTE… CENTRODESTRA UNITO? MA PER FARE COSA?
Lasciando il San Raffaele, Berlusconi si è espresso da leader del Partito popolare europeo. Ha usato cioè le stesse parole che avrebbe potuto spendere una Merkel, oppure Juncker, a proposito dei rischi che corre l’Europa all’indomani di Brexit.
Con grande delusione per quanto sarebbe potuto essere (e non è stato), ma nella speranza che l’Unione risorga e non precipiti ancora più in basso.
Discorsi che fanno a pugni con quanto va sostenendo Salvini. Il quale due giorni fa ha teorizzato che, se lui arrivasse al governo, uscirebbe nottetempo dalla moneta unica senza nemmeno passare da un referendum come nel Regno Unito.
Populisti contro popolari
Salvini non è affatto isolato in Europa; come lui la pensano Marine Le Pen, l’olandese xenofobo Wilders e il candidato alla presidenza austriaca Hofer, tutti quanti riuniti con la Lega nella formazione politica dell’Enf.
È una prospettiva euroscettica radicalmente diversa da quella del Cav, la cui collocazione europea è popolare ma non populista.
Anzi, i populisti sono i peggiori avversari del popolarismo. In particolare, poi, da una prospettiva alla Brexit un tycoon come Berlusconi avrebbe tutto da perdere, laddove Salvini potrebbe rimetterci al massimo la ruspa.
Come possano convivere due visioni così diverse, nessuno lo sa.
Il sedicente Partito del Nord
Poi, certo, siamo in un fantastico paese in cui niente viene preso sul serio. Per cui quasi nessuno si scandalizza se molti esponenti di berlusconiani (il fantomatico «partito del Nord») per paura di non essere rieletti continuano a ripetere, come in un mantra, che il centrodestra deve marciare unito, Forza Italia e la Lega insieme possono battere Renzi e Grillo.
Insieme, okay: ma per fare cosa? Per uscire dall’euro o per rimanerci? Per avere più Europa o per demolire ciò che ne resta?
Silvio e il Consultellum
Alla luce di queste differenze, si capisce come mai Berlusconi non si scaldi particolarmente alla prospettiva di cambiare la legge elettorale, introducendo nell’Italicum il premio per la coalizione.
Perchè Silvio, reso forse più distaccato dalla malattia, si domanda: coalizione con chi? Con questo Salvini che insulta il Papa, il Presidente della Repubblica, e per giunta ci vuole legare al carro della Le Pen? Meglio soli, piuttosto.
Nella speranza che al referendum costituzionale vincano i «no», e perlomeno al Senato si continui a votare con il proporzionalissimo «Consultellum», dove ognuno corre per sè e si allea con chi gli pare.
Ugo Magri
(da “La Stampa“)
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