Giugno 15th, 2019 Riccardo Fucile
SALVINI FIRMA CARTA STRACCIA, LA ONG NON MOLLA, L’EUROPA “VIETATO RIPORTARLI IN LIBIA, E’ UN CRIMINE” … I RACCONTI ORRIBILI DI CHI E’ STATO SALVATO: “MI HANNO COSTRETTO A SEPPELLIRE DEI CADAVERI NEL CENTRO DI DETENZIONE PERCHE’ ARRIVAVANO DEGLI OSSERVATORI INTERNAZIONALI”
“Ho appena firmato il divieto di ingresso, transito e sosta alla nave Sea Watch 3 nelle acque italiane, come previsto dal nuovo Decreto Sicurezza. Ora il documento sarà alla firma dei colleghi ai Trasporti e alla Difesa“. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha annunciato così di aver subito attivato nei confronti della nave dell’ong tedesca con a bordo 52 migranti soccorsi dopo un naufragio al largo della Libia la procedura prevista dal Decreto Sicurezza bis. L
a legge firmata ieri dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella integra il Decreto Sicurezza già in vigore prevedendo multe da 10mila a 50mila euro per il comandante della nave che non rispetta il divieto di ingresso nelle acque territoriali.
“Riportando indietro queste persone commetterebbe un crimine per cui l’Italia è già stata condannata, ovvero quello del respingimento collettivo”, gli ha subito replicato l’ong.
La Sea Watch 3 si trova da due giorni in acque internazionali a 15 miglia dall’isola di Lampedusa dopo che mercoledì è intervenuta in soccorso di alcuni migranti le, tramite la portavoce dell’ong Giorgia Linardi, ha fatto sapere di non essere intenzionata a riportare i migranti in Libia perchè sarebbe un crimine come sancito dalle norme internazionali.
Intanto “il centro nazionale di coordinamento del soccorso in mare di Roma ha annunciato un controllo sanitario a bordo. Ci stiamo avvicinando alla posizione dell’incontro, in acque internazionali davanti a Lampedusa”, come ha annunciato la stessa ong in un tweet.
“Uno dei naufraghi ha raccontato di essere stato costretto a seppellire cadaveri per preparare il centro di detenzione alla visita di operatori esterni cercando di renderlo più presentabile. Questa è la Libia, il Paese in cui ci viene indicato di portare le persone soccorse: non lo faremo mai“, ha raccontato Giorgia Linardi spiegando che i naufraghi hanno subito “vessazioni inenarrabili durante i lunghi periodo di detenzione”.
“Anche il più piccolo dei minori non accompagnati, che ha solo 12 anni, è stato imprigionato senza un valido motivo. Un’altra persona — continua Linardi — ha raccontato di essere stata venduta, pare, peraltro, a un ufficiale del governo e di essere stato costretto a prestare manodopera gratuita: ha lavorato come servo per potersi comprare la libertà ed essere messo su un gommone”.
“Molte persone — aggiunge la portavoce di Sea Watch — raccontano di aver tentato di lasciare la Libia via mare più volte. Una persona addirittura ha riconosciuto nella motovedetta che è sopraggiunta dopo il soccorso la stessa che lo aveva già riportato indietro”.
Tutte le volte che i naufraghi sono ricondotti in Libia “vengono di nuovo imprigionati”. Alla vista della motovedetta libica “sono terrorizzati”.
“Un’altra persona — prosegue — ha raccontato che il familiare gli è stato ucciso davanti agli occhi con un colpo di kalashnikov, sempre in detenzione. Noi non riporteremo mai nessuno in un Paese dove alle persone è riservato questo trattamento — ammonisce Linardi -. Ci aspetteremmo che i nostri governi si impegnassero perchè questo non avvenga invece di alimentare la spirale del traffico permettendo che queste persone che tentano di scappare dalla Libia siano riportate indietro, torturate, seviziate. E se sopravvivono… di nuovo ributtate in mare per essere poi riportate indietro. Finchè non periscono”.
La questione, per la portavoce della Commissione Ue, Natasha Bertaud, si risolve in partenza: “Tutte le navi con bandiera europea devono seguire le regole internazionali e sulla ricerca e salvataggio in mare, che significa che devono portare le persone in un porto che sia sicuro. La Commissione ha sempre detto che queste condizioni non ci sono attualmente in Libia“.
Quanto allo sbarco, “in generale la Commissione non ha le competenze per decidere se e dove” può avvenire, rimarca Bertaud, “è una questione sotto la responsabilità del Centro nazionale di coordinamento di soccorso marittimo (Mrcc), che ha in carico le operazioni”.
(da agenzie)
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Giugno 14th, 2019 Riccardo Fucile
ALTRO SCHIAFFO ALLE BALLE DEL SEQUESTRATORE DI PERSONE CHE SCAPPA DAI PROCESSI E VIOLA LE LEGGI
Dopo che la nave Sea Watch 3 si è opposta alla richiesta di riportare indietro e quindi respingere in Libia i 52 naufraghi salvati in mare, la Commissione Europea ha ribadito che la Libia non ha porti sicuri, di fatto smentendo la richiesta del ministro dell’Interno.
“Tutte le navi con bandiera europea devono seguire le regole internazionali e sulla ricerca e salvataggio in mare, che significa che devono portare le persone in un porto che sia sicuro. La Commissione ha sempre detto che queste condizioni non ci sono attualmente in Libia” ha spiegato la portavoce della Commissione Ue Natasha Bertaud.
Il ministro dell’Interno Matteo Salvini – a colpi di Tweet – aveva affermato giovedì di aver chiesto alla nave Sea Watch 3, che mercoledì aveva soccorso 52 migranti in mare, di riportare tutte le persone a bordo della loro nave in Libia.
«Se la nave illegale Ong disubbidirà , mettendo a rischio la vita degli immigrati, ne risponderà pienamente», aveva scritto Salvini su Twitter.
Ma l’attività della Sea Watch 3 non è “illegale” come dichiarato dal ministro: lo scorso primo giugno la nave stessa è stata dissequestrata dalla Procura di Agrigento e dunque ha potuto riprendere il mare. Inoltre i migranti a bordo della nave, secondo quanto riportato dal personale medico della Sea Watch, non sarebbero in pericolo di vita come affermato da Salvini.
E nel momento che lo fossero a essere incriminate saranno le autorità italiane che stanno violando la legge.
Nel primo pomeriggio la ong Sea Watch, che controlla la nave Sea Watch 3, ha mostrato prova di una mail, intercorsa con la cosiddetta Guardia costiera di Tripoli.
Nella mail si legge l’offerta di Tripoli per un porto libico di approdo che continua a non essere e non avere le caratteristiche di un pos, place of safety come richiesto dalla Convenzione di Amburgo che regola i soccorsi in mare.
Per questa ragione, nel comunicato, la Sea Watch ha fatto sapere che non intende: «riportare coattivamente le persone soccorse in un Paese in guerra, farle imprigionare e torturare» poichè si tratterebbe di «un crimine».
«Tripoli non è un porto sicuro» come documentato da numerose inchieste giornalistiche di Avvenire e di altre testate internazionali sugli abusi, le torture e le violenze commesse nei centri di detenzione libici dove vengono riportati i naufraghi, gli stessi da cui scappano.
Secondo un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato alla fine del 2018 e già acquisito dagli investigatori della Corte penale internazionale dell’Aja, le persone presenti nei centri di detenzione libici — a tutti gli effetti delle carceri di stato in cui vengono rinchiusi i migranti privi di documenti — sono ancora oggi sottoposti a “orrori inimmaginabili”.
Va ricordato che l’Italia era già stata condannato nel 2012 dalla Corte europea per i diritti umani per un caso di respingimento avvenuto nel 2009 quando a sud di Lampedusa, delle navi militari italiane intercettarono delle imbarcazioni con a bordo circa 200 migranti di origine eritrea e somala, tra cui bambini e donne in gravidanza, e, senza ricorrere ad alcuna procedura di riconoscimento, le reindirizzarono verso il porto di Tripoli, consegnandole alle autorità libiche.
L’avvenimento è la prova che la Libia non ha porti sicuri poichè è un Paese che non possiede una normativa in materia di diritto d’asilo, non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra e le cui condizioni carcerarie sono pessime e rischiose da più punti di vista per i detenuti.
Nelle prossime ore resterà da vedere dove potranno approdare i 52 naufraghi soccorsi.
(da “Avvenire”)
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Giugno 13th, 2019 Riccardo Fucile
AVVOLTI IN TELI TERMICI, INIZIA LA CAMPAGNA “IO ACCOLGO” PER UN’ITALIA SOLIDALE E CIVILE
Un nutrito gruppo di migranti avvolti nelle coperte termiche dorate sulla scalinata di Piazza di
Spagna, tre barchette nella fontana della Barcaccia.
E’ il flash mob di protesta andato in scena questa mattina tra centinaia di turisti nel cuore di Roma.
Una iniziativa non autorizzata dalla questura organizzata, in segno di protesta contro l’appena approvato decreto sicurezza bis, da ben 42 associazioni promotrici della Campagna “Io accolgo”.
Tra loro Arci, Acli, Caritas, A buon diritto e tantissime altre sigle che intendono dare visibilita’ alle tantissime esperienze diffuse di solidarieta”: dalle famiglie che ospitano stranieri che non hanno più un ricovero alle associazioni che organizzano corridoi umanitari per entrare nel nostro Paese, dai tanti sportelli legali e associazioni di giuristi che forniscono gratuitamente informazioni e assistenza ai migranti, a chi apre ambulatori in cui ricevere assistenza sanitaria gratuita, a chi coopera a livello internazionale per accompagnare le migrazioni forzate e ridurre l’insicurezza umana nei paesi di origine e transito.
“È quella parte grande del nostro Paese — dicono le 42 associazioni che non si arrende alla barbarie di un mondo fondato sull’odio e sulla paura, che crede nei principi della Costituzione, dei diritti uguali per tutti, della solidarietà . Soggetti che quotidianamente lavorano per mitigare i danni di una legislazione, di politiche e di comportamenti istituzionali che condannano i migranti a morire in mare, che chiudono i porti, che cancellano esperienze di accoglienza, come gli Sprar, gettando per strada migliaia di richiedenti asilo e rifugiati, anche vulnerabili, privati così della loro dignità e del diritto ad accedere ai servizi sociali.
Fanno parte del Comitato promotore della Campagna: A Buon Diritto, ACLI, ActionAid, AOI, ARCI, ASGI, Casa della Carità , CEFA, Centro Astalli, CGIL, CIAC, CIAI, CIR, CNCA, Comunità di S.Egidio, CONGGI, Ero Straniero, EuropAsilo, Federazione Chiese Evangeliche in Italia – FCEI, FOCSIV, Fondazione Finanza Etica, Fondazione Migrantes, Forum del Terzo Settore, Gruppo Abele, ICS Trieste, INTERSOS, Legambiente, LINK-coordinamento universitario, Lunaria, Medici Senza Frontiere, NAIM (National Association Intercultural Mediators), Oxfam, Rainbow4Africa, ReCoSol, Refugees Welcome Italia, Rete della Conoscenza, Rete Studenti Medi, SaltaMuri, Save the Children Italia, UIL, Unione degli studenti, Unione degli universitari, UNIRE
(da agenzie)
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Giugno 13th, 2019 Riccardo Fucile
“IL DECRETO PENALIZZA I SOCCORSI IN MARE, LA LIBIA NON E’ UN PORTO SICURO, IL RUOLO DELLE ONG E’ FONDAMENTALE”
Norme liberticide e da stato di polizia. E a poco servono le risposte maleducate del’Italia, perchè
il la sostanza non cambia: si tratta di una forma di autoritarismo reazionario che comprime le libertà individuali e i diritti umani.
L’Unhcr, l`Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, chiede all’Italia di “riconsiderare” il decreto sicurezza bis, un “decreto che penalizzerebbe i soccorsi in mare nel Mediterraneo centrale”.
L’Unhcr, infatti, ha espresso “preoccupazione per l’approvazione da parte del governo italiano di un nuovo decreto contenente anche diverse disposizioni che potrebbero penalizzare i soccorsi in mare di rifugiati e migranti nel Mediterraneo centrale, compresa l’introduzione di sanzioni finanziarie per le navi delle Ong ed altre navi private impegnate nel soccorso in mare”.
Perchè – ricorda l’Agenzia delle Nazioni Unite – “salvare vite umane costituisce un imperativo umanitario consolidato ed è anche un obbligo derivante dal diritto internazionale” e “nessuna nave o nessun comandante dovrebbe essere esposto a sanzioni per aver soccorso imbarcazioni in difficoltà e laddove esista il rischio imminente di perdita di vite umane”.
“In una fase in cui gli Stati europei si sono per lo più ritirati dalle operazioni di soccorso nel Mediterraneo centrale, le navi delle Ong sono più cruciali che mai”, ha dichiarato Roland Schilling, rappresentante per il Sud Europa, avvertendo: “Senza di loro, altre vite saranno inevitabilmente perse”.
L’Unhcr è inoltre “preoccupata per il fatto che il decreto possa avere l’effetto di penalizzare i comandanti che rifiutano di far sbarcare le persone soccorse in Libia”.
L’Unhcr infatti ribadisce ancora una volta che la Libia non è un porto sicuro: “Alla luce della situazione di sicurezza estremamente volatile, delle numerose segnalazioni di violazioni di diritti umani e dell`uso generalizzato della detenzione nei confronti delle persone soccorse o intercettate in mare, nessuno dovrebbe essere riportato in Libia”.
Infine l’appello: “L`Unhcr chiede al governo italiano di rivedere il decreto e al parlamento di modificarlo, mettendo al centro la protezione dei rifugiati ed il salvataggio di vite umane”.
(da agenzie)
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Giugno 13th, 2019 Riccardo Fucile
I CRIMINALI DELLA GUARDIA COSTIERA LIBICA, D’INTESA CON IL SEQUESTRATORE DI PERSONE, DICONO CHE TRIPOLI E’ UN PORTO SICURO, SMENTITI DA TUTTO IL MONDO CIVILE (QUINDI A PARTE L’ITALIA)
Per la prima volta la guardia costiera di Tripoli assegna ad una nave umanitaria un porto di
sbarco in Libia, coprendosi di ridicolo.
Alla Sea Watch, che ieri ha soccorso 53 migranti in zona Sar libica, le autorità hanno indicato poco fa il porto di Tripoli, ma è escluso che la Ong accetti di portare i migranti indietro in un porto ovviamente non ritenuto sicuro da tutto il mondo civile (esclusa quindi l’Italia)
Di concerto con l’Italia dopo l’approvazione del decreto sicurezza bis, per la prima volta la Libia offre ad una Ong un porto di sbarco sapendo già che l’indicazione non verrà seguita.
E non a caso e’ proprio il Viminale a darne notizia annunciando che se la Sea Watch non dovesse obbedire si metterebbe nelle condizioni di dover essere sanzionata secondo le nuove norme previste dal decreto sicurezza bis (sanzione inesistente in ogni caso perchè la norma incostituzionale deve ancora passare al vaglio del Parlamento)
“Le autorità libiche hanno assegnato ufficialmente Tripoli come porto più vicino per lo sbarco. Se la nave illegale Ong disubbidirà , mettendo a rischio la vita degli immigrati, ne risponderà pienamente”, dice il ministro dell’Interno Matteo Salvini.
Intanto i legali di Sea Watch annunciano una querela per diffamazione nei confronti di Salvini per le dichiarazioni diffuse ieri dopo il soccorso.
“Dichiarazioni diffamatorie a mezzo stampa insultando la Ong e l’operato della sua nave; operato che si sostanzia, sempre, in legittima attività di soccorso e salvataggio – dicono – Occorre precisare che le autorità libiche non hanno dato alcuna indicazione alla nave della Ong da noi rappresentata la quale ha rispettato la vigente normativa internazionale che, come oramai noto, vieta il trasbordo e lo sbarco in territorio libico. Il Ministro sa bene che fare rientrare chi fugge da guerre, violenze e soprusi in un paese che non è qualificato come “porto sicuro”, in costante guerra civile, costituisce una gravissima violazione dei diritti umani, del diritto del mare e del diritto dei rifugiati.
(da agenzie)
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Giugno 12th, 2019 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI MEDICI SENZA FRONTIERE E SOS MEDITERRANEE
Sono almeno 1.151 le persone, uomini, donne e bambini, morte in mare in un anno: lo scrivono Medici senza frontiere e Sos Mediterranee.
E un anno è proprio il periodo passato dall’annuncio del governo italiano di chiudere i propri porti alle navi umanitarie.
Per le due organizzazioni, che ricordano anche che oltre 10.000 persone sono state riportate forzatamente in Libia ed esposte ad ulteriori ed inutili sofferenze, bisogna garantire con urgenza un sistema di ricerca e soccorso in mare adeguato, “compreso un coordinamento delle autorità competenti nel Mar Mediterraneo, per evitare morti inutili”.
Per Annemarie Loof, responsabile per le operazioni di Msf, “a risposta dei governi europei alla crisi umanitaria nel Mar Mediterraneo e in Libia è stata una corsa al ribasso”.
Da quando è stato bloccato l’ingresso nei porti italiani alla nave di ricerca e soccorso Aquarius, gestita da Sos Mediterranee in collaborazione con Msf, esattamente un anno fa, “lo stallo è diventato la nuova regola nel Mar Mediterraneo centrale, con oltre 18 incidenti documentati”. “L’assenza di navi umanitarie nel Mediterraneo centrale in questo periodo mostra l’infondatezza dell’esistenza di un fattore di attrazione – dichiara Frèdèric Penard, direttore delle operazioni di Sos Mediterranee – la realtà è che anche con un numero sempre minore di navi umanitarie in mare, le persone con poche alternative continueranno a provare questa attraversata mortale a prescindere dai rischi. L’unica differenza, ora, è che queste persone corrono un rischio quattro volte maggiore di morire rispetto all’anno scorso, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni”.
Le organizzazioni ricordano che ormai “le navi commerciali, e addirittura quelle militari, sono sempre più riluttanti nel soccorrere le persone in pericolo a causa dell’alto rischio di essere bloccate in mare e di vedersi negato lo sbarco in un porto sicuro. Per le navi mercantili che effettuano un salvataggio, in particolare, diventa estremamente complicato rimanere bloccati o essere costretti a dover riportare le persone in Libia, in contrasto con il diritto internazionale”.
(da agenzie)
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Giugno 10th, 2019 Riccardo Fucile
FINANZIAMENTI ALLA LEGA, SENATORI LEGHISTI CON RUOLI DIRIGENZIALI NELLE SOCIETA’, UNA MUNICIPALIZZATA CON UN GIRO DI AFFARI DI 90 MILIONI DI EURO FONDATA DA UN IMPRENDITORE VENETO ARRESTATO PER ‘NDRANGHETA… E L’OFFERTA DI 300.000 EURO PER UNA CAMPAGNA PUBBLICITARIA SU FANPAGE PER “VEDERE IN ANTEPRIMA I RISULTATI” DELLA NOSTRA INCHIESTA
Il nostro viaggio nella terra del compost parte da Este, una cittadina veneta a pochi chilometri da Padova. È qui che sorge la Società Estense Servizi Ambientali, più conosciuta con l’acronimo S.e.s.a., un’azienda di rifiuti che ogni anno fa utili per otto milioni di euro.
Cifre importanti per una municipalizzata di un paese con poco più di 16 mila anime. La fortuna di questa società è stata lanciarsi più di 20 anni fa in un business che prometteva lauti dividendi: il compostaggio industriale, ovvero la trasformazione in terriccio della frazione umida dei rifiuti solidi urbani.
Questo processo permette di guadagnare due volte dagli stessi rifiuti, non solo smaltendo ingenti quantità di umido, ma anche dalla produzione di energia tramite il biometano.
“Il processo di formazione del compost noi lo dobbiamo immaginare — ci spiega il professore universitario Gianni Tamino, esperto in biologia — come la digestione che avviene nel nostro intestino, solo che al posto dello stomaco qui vengono utilizzati degli enormi digestori anaerobici”.
Il business è semplice: più rifiuti raccogli, più compost produci e più guadagni.
Non è un caso che dalle 386 mila tonnellate del 2011, i rifiuti in ingresso in Sesa sono saliti a 473 mila in cinque anni, con una produzione nel 2018 di 68 mila tonnellate di compost per un fatturato di più di 96 milioni di euro.
Per produrre tutto questo materiale non bastano i rifiuti della bassa padovana, per questo Sesa ha chiuso accordi per importare rifiuti urbani da mezza Italia: in particolare con le aziende della Campania dove la mancanza di impianti di compostaggio fa sì che il 95% della raccolta differenziata debba emigrare fuori regione con un inevitabile levitamento dei costi.
Quando si nomina Sesa non diciamo solo comune di Este, che ne detiene il 51% delle quote, ma anche un privato, Angelo Mandato, veneziano, classe 1966, che, tramite la holding Finam, ne detiene il 49%.
Mandato arriva nella società estense nel 1995 insieme ad uno dei fondatori, un personaggio molto conosciuto negli ambienti malavitosi dei rifiuti: Sandro Rossato, soprannominato “il Calabrese” per via dei suoi contatti con la ‘ndrangheta, nonostante fosse purosangue veneto.
E’ nel nord est che Rossato aveva costruito un impero tramite società di rifiuti, dove lo stesso Mandato inizia la sua carriera che lo porta alla nomina di amministratore delegato di quella che sarebbe diventata una delle più grandi aziende d’Europa attive nel mercato della raccolta differenziata e delle bioenergie.
Nel 1995, infatti, quando Rossato diventa il vicepresidente della Sesa, Mandato viene chiamato come consigliere, per poi diventare qualche anno dopo amministratore delegato. Sandro Rossato per nove anni condivide con Mandato la pianificazione degli affari della società estense prima di lasciare l’incarico di vicepresidente nel 2004, pochi anni prima dell’inizio dei guai con la giustizia.
Nel 2006, “il Calabrese” viene arrestato per la prima volta insieme ad alcuni membri delle famiglie ‘ndranghetiste.
Rossato si salva con un proscioglimento, ma nel 2014 viene arrestato di nuovo all’interno della stessa indagine con l’accusa di essersi aggiudicato con le cosche degli Alampi-Libri appalti illeciti a Reggio Calabria.
Secondo gli inquirenti calabresi che hanno indagato sugli affari del fondatore della Sesa, “Rossato in qualità di proprietario della Rossato Fortunato Srl (e di altre aziende) si poneva al costante servizio dell’associazione mafiosa per la realizzazione dei suoi fini illeciti ricevendo disposizioni”.
L’indagine calabrese gli costa l’eliminazione delle sue aziende dalla “White list”, per decisione del prefetto di Venezia . Una delle sue società viene dunque eliminata dalla lista dei fornitori di servizi perchè non considerata immune dal tentativo di infiltrazione mafiosa.
Sandro Rossato muore nel 2015 prima della conclusione del processo. La Sesa rimase esclusa dalle vicende giudiziarie, anche perchè “il Calabrese” non aveva più nessun ruolo nella società , mentre la Finam di Mandato si sostituisce nel 49% delle quote di Sesa che prima erano riconducibili a Rossato.
L’holding di Mandato è la capostipite di un castello di società che hanno un comune denominatore, l’indirizzo di Mirano, via Stazione, 80. È in questo anonimo civico situato nell’area industriale in provincia di Venezia che trovano sede legale tutte le aziende legate in qualche modo al patron del compost.
La Finam che possiede il 49% di Sesa e che è posseduta al 45% da Mandato. La Biogreen con proprietà per l’80% di Vallette, società al 45% di Mandato, oltre ad altre quattro aziende tutte legate alle biomasse e al compostaggio: la Bioman, di cui oltre il 50% è di Finam, la Agriman, controllata sempre da Finam, la Agrival, al 100% di Agriman e la già citata Vallette.
È scartabellando nella mole gigantesca di documenti raccolti intorno a queste società che prende forma l’intreccio tra il maleodorante mondo dei rifiuti e quello della politica.
Mentre lavoriamo sulla Sesa scopriamo che un assistente personale di Mandato, Fabrizio Ghedin, classe 1971, oltre ad essere il responsabile delle relazioni esterne della Sesa, è anche consulente del governo gialloverde di Giuseppe Conte.
Nel dicembre 2018, infatti, ha firmato un contratto di collaborazione con la sottosegretaria del Ministro per l’ambiente e la tutela del territorio, la leghista Vannia Gava.
Per questo incarico, come si può leggere dal sito del Ministero delle politiche ambientali, oggi Ghedin gode di uno stipendio di 40 mila euro di soldi pubblici in qualità di suo assistente per la comunicazione.
In un video istituzionale pubblicato dalla stessa sottosegretaria si sente il suo spin doctor Ghedin ringraziarla per il suo operato a nome dell’intera categoria: “Lei sta svolgendo un’opera di cui tutto il comparto le è riconoscente per aiutare la messa in atto del decreto sul biometano”
Chissà se il Ministro dell’ambiente, il generale Sergio Costa (vicinissimo al Movimento 5 Stelle), è a conoscenza che a consigliare la sua sottosegretaria sulle politiche ambientali è un consulente che nei video istituzionali parla non nell’interesse pubblico, ma a nome delle aziende private per cui lavora.
Ghedin quando non è nelle aule ministeriali, infatti, è responsabile delle relazioni esterne non solo della Sesa, una delle più grandi aziende europee che investono risorse proprio nel biometano, ma anche della Bioman.
I legami con la Lega di Matteo Salvini
La sottosegretaria Gava e il suo spin doctor non hanno nascosto il loro interesse nel business dei rifiuti, lo si evince anche da un video pubblicato sui social in cui Fabrizio Ghedin accompagna l’esponente leghista allo stabilimento Bioman di Maniago: “Ho visitato un impianto meraviglioso all’avanguardia. Io credo che questo sia un fiore all’occhiello in Friuli Venezia Giulia e in tutto il territorio nazionale. Dobbiamo guardare in questa direzione se vogliamo considerare il rifiuto non più un problema ma una risorsa”.
La Bioman di Pordenone, con sede sempre nella famosa via di Mirano, produce energia pulita tramite il recupero dei rifiuti che arrivano dalla raccolta differenziata e ha tra i suoi più importanti azionisti la Finam di Angelo Mandato.
Leggendo i nomi del board del gruppo non ci si meraviglierà a questo punto che un esponente di spicco della Lega vi abbia ricoperto la carica di vice presidente fino a qualche settimana prima delle elezioni europee: il trevigiano Gianpaolo Vallardi, oggi presidente della Commissione agricoltura e produzione agroalimentare in Senato.
Vallardi non è nuovo nel settore green visto che già nel 2012 dagli scranni dell’aula aveva spinto per incentivare gli investimenti nel settore del compost e della produzione elettrica ottenuta utilizzando il biogas
I legami tra la Lega del vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini e il sistema dello smaltimento dei rifiuti nel Nord Est non si fermano solo alle poltrone di Roma. Perchè oltre agli incarichi istituzionali ci sono anche i soldi che si muovono dal Veneto
La Biogreen, un’azienda agricola che produce biomasse in Veneto, con sede in via Stazione 80 a Mirano, nell’inverno del 2018 ha donato alla Lega 30 mila euro.
Anche dietro questa società spunta l’ingegner Angelo Mandato che tramite “Vallette” detiene l’80% di Biogreen. Quando abbiamo chiesto se l’ingegner Mandato fosse a conoscenza del finanziamento alla Lega, il suo amministratore unico, Leonardo Tresoldi, si è rifiutato di rispondere, adducendo come motivazione quella di essere un “sostenitore dell’indipendentismo”.
E infine il nome della Lega ritorna nelle elezioni della sindaca di Este, Roberta Gallana, che nel 2016 fu sostenuta nella corsa a uno dei municipi più floridi d’Italia da Lega e Forza Italia e che oggi nel ruolo di primo cittadino si ritrova a possedere il 51% della Sesa, motivo per il quale sarebbe la persona più titolata a parlarne.
A lei avremmo voluto portare le istanze che i suoi concittadini le hanno mosso in questi anni, ma si è tirata indietro di fronte ad una nostra richiesta d’intervista, così come gli altri vertici della società .
La Sesa prova a “controllare” la nostra inchiesta
Ghedin, però, proprio mentre chiedevamo interviste ai responsabili della Sesa, organizza un incontro con la direzione di Fanpage per avanzare un’offerta commerciale con l’obiettivo di controllare la pubblicazione della nostra inchiesta.
Un’offerta commerciale intavolata alla presenza di Angelo Mandato, che conclude il suo discorso passando il testimone al suo sottoposto: “Spero che siamo stati abbastanza chiari, per tutto il resto segue Fabrizio (Ghedin, ndr)”, sono le parole esatte con cui viene lasciata carta bianca a Ghedin per continuare la trattativa.
E, infatti, ecco Ghedin ritornare qualche giorno dopo, liberatosi dai suoi impegni istituzionali, per proporre a Fanpage una campagna da 300 mila euro, in cambio — ci tiene a precisare — “vogliamo solo vedere l’inchiesta prima della pubblicazione, l’importante è che non pensiate che vogliamo comprarvi”.
(da “Fanpage”)
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Giugno 10th, 2019 Riccardo Fucile
C’E’ CHI VUOLE CHE SIA “MANDATO AL CONFINE”, TALMENTE COGLIONE DA NON SAPERE CHE SI DICE “AL CONFINO”… POI QUANDO LI IDENTIFICANO PIAGNUCOLANO
Non piace a sovranisti e patridioti il PM di Agrigento Luigi Patronaggio. Non piace da quando
hanno scoperto che è stato lui ad avviare l’inchiesta su Matteo Salvini per il caso Diciotti. Non piace perchè ha aperto un’altra indagine su Salvini e sulla Sea Watch 3. Non piace insomma perchè è un magistrato che indaga sul Capitano. E sappiamo quanto sono suscettibili i fan di Salvini in questi casi.
La notizia di oggi è che a Patronaggio è stata recapitata (un’altra) busta di minacce con dentro un proiettile. Il magistrato vive già sotto scorta, la protezione gli è stata assegnata negli anni Novanta quando era in servizio a Palermo e faceva parte del pool antimafia.
Eppure ai piccoli commentatori dell’Internet la cosa suona lo stesso incredibile.
Perchè per i sovranari Patronaggio è un nemico del Paese, uno che “aiuta i muslim”. Probabile quindi che la busta se la sia spedita da solo. Una tattica tipica di quelli del PD, e ovviamente Patronaggio viene definito un magistrato “del PD”.
«Vorrà la scorta rinforzata fa molto radical chic» scrive un arguto e attento esperto di questioni di criminalità organizzata.
Questo Pm è proprio uno che non si accontenta insomma. E del resto, spiega un altro «dato che si è schierato politicamente perchè ci dobbiamo preoccupare?».
In fondo non siamo mica più negli anni Settanta, scrive. Che sottinteso vuol dire che i tempi in cui alle minacce seguivano le azioni sono ormai passate. Come spiega un altro infatti « a Terranova e Livatino, i proiettili direttamente in corpo; a Chinnici , Falcone e Borsellino direttamente tritolo» a Patronaggio invece solo minacce in busta.
È evidente che siccome il Pm agrigentino non sta “simpatico” a chi sostiene l’attuale governo allora non merita nemmeno la solidarietà d’ufficio che si è soliti esternare in questi casi.
Anzi, proprio perchè è “un giudice del PD” c’è chi propone di mandarlo al confine (ovvero al confino) assieme alla sua famiglia così da consentirgli di “riflettere e meditare sul mondialismo”.
Per altri invece è tutta una farsa, una commedia una messinscena. Partronaggio vuole continuare a fare quello che fa? Allora si candidi e si faccia eleggere, scrive una commentatrice che non ha ben chiaro il concetto di separazione dei poteri in uno Stato come il nostro.
Inquietante il commento di una che suggerisce che “il proiettile in busta non serve a nulla, nelle gambe è più efficace“.
Altri sono dello stesso avviso e parlano di “vittima” tra virgolette perchè “chi fa sul serio non manda bossoli”. Tutta la solita “sceneggiatura” fatta in modo che i soliti buonisti accorrano a difendere l’operato del magistrato.
La frase poi si fa confusa ma sembra che l’autore intenda suggerire che Patronaggio non rispetta le leggi indagando su Salvini invece che aprendo inchieste sulle terribili Ong. E anche oggi si è riversato un po’ di odio su Facebook, un altro giorno ben speso a difesa della democrazia.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 10th, 2019 Riccardo Fucile
PURO STILE MAFIOSO: LA BUSTA CONTENEVA LA CARTUCCIA E MINACCE A PATRONAGGIO E AI SUOI TRE FIGLI
Un proiettile, di piccolo calibro, con minacce di morte per il procuratore capo di Agrigento, Luigi Patronaggio, e per i suoi tre figli sono arrivate in Procura ad Agrigento.
Sulla scrivania del procuratore capo è arrivata una busta regolarmente affrancata, all’interno della quale vi era il proiettile. Non vi sarebbero sigle e tutto sembrerebbe essere riconducibile – fatto in maniera “casareccia” – ad ambienti sovranisti eversivi.
Le indagini saranno coordinate dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta.
Non è la prima volta che accade. A metà dello scorso settembre, una lettera – con minacce di morte e un proiettile da guerra – era stata recapitata al quinto piano di via Mazzini, sede della Procura della Repubblica di Agrigento.
Il destinatario della lettera era il procuratore capo Patronaggio. In quella lettera si faceva riferimento al caso Diciotti e, dunque, all’inchiesta – partita da Agrigento – sul ministro dell’Interno Matteo Salvini.
Anche allora la Procura di Caltanissetta, competente per territorio, aprì un fascicolo d’inchiesta e delle indagini si occuparono carabinieri e polizia. Quella precedente lettera di minacce e il proiettile da guerra – nonostante non siano mai arrivate conferme istituzionali al riguardo – parve, allora, che potesse essere arrivata, ad Agrigento, da ambienti paramilitari.
(da “Agrigentonews”)
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