Giugno 16th, 2017 Riccardo Fucile
“PER NOI POCHE E SEMPLICI REGOLE: QUANDO RICEVI UNA NOTIZIA, CERCA LA CONFERMA”
Esiste il metodo Repubblica e, ormai è chiaro, esiste il metodo 5 Stelle. Il primo, il nostro, prevede poche semplici regole: quando ricevi una notizia, cerca una conferma. Solo dopo averla trovata potrai pubblicare. Questo abbiamo fatto l’altro ieri quando una fonte di cui ci fidiamo ci ha raccontato di un incontro riservato tra Salvini e Casaleggio. Grazie a un’altra persona a conoscenza del faccia a faccia la notizia è diventata un articolo di prima pagina. Tutto qui.
Esiste poi il metodo 5 Stelle che prevede innanzitutto una doppia morale.
Quando una notizia riguarda i tuoi avversari politici (va benissimo anche se è pubblicata su Repubblica) allora questi si devono dimettere immediatamente, senza ulteriori verifiche su fonti e dettagli.
Quando invece riguarda te, allora a dimettersi dovrebbero essere i giornalisti, i quali dovrebbero esibire prove e smascherare fonti.
Se nel primo caso, quando parla dei tuoi nemici, il giornalismo è virtuoso, nel secondo invece è descritto come al servizio di oscuri interessi o dei partiti nemici.
E ogni volta la violenza della smentita e la campagna orchestrata sui social è da manuale.
Peccato che poi la verità emerga: ricordate quando Di Maio negava che esistessero inchieste o avvisi di garanzia per la giunta Raggi
Nell’ultimo caso che ci riguarda siamo arrivati in serata alla promessa di querele e alla solita minaccia di fare leggi contro la stampa una volta che saranno al potere. Noi siamo sereni ma ci chiediamo il motivo di tanto livore.
La risposta probabilmente è semplice e ce la consegna la cronaca degli ultimi giorni: la svolta anti-immigrati del movimento di Grillo.
Nessuna voglia di mostrare che il feeling e la convergenza con la Lega non sono casuali ma indicano una strada e una strategia.
Mario Calabresi
(da “La Repubblica”)
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Giugno 15th, 2017 Riccardo Fucile
E LA TERZA VA LETTA CON ATTENZIONE
La prima ipotesi è la più semplice: Davide Casaleggio e Matteo Salvini si sono effettivamente incontrati a Milano una decina di giorni fa e non vogliono farlo sapere. Per questo si sono accordati per smentire e far smentire la vicenda e in questa ottica si capirebbe perchè l’ufficio stampa della Lega Nord ha detto che “non si esclude che in futuro i due possano vedersi”, un’apertura che dalla parte dei 5 Stelle non è stata fatta.
La seconda è che due fonti della Lega Nord hanno raccontato di un incontro che non c’è mai stato; magari la storia è stata fatta circolare per mettere in cattiva luce Salvini presso Berlusconi o all’interno del partito, specie tra quelli che reputano i 5 Stelle come “comunisti” e non vorrebbero mai accordarsi con loro.
La terza ipotesi : il problema non è che ci sia stato l’incontro, ma che sia andato Casaleggio a discutere con Salvini mentre ufficialmente lui «è solo un informatico», come ebbe a dire una volta Di Maio.
Di qui la reazione così rabbiosa dei 5 Stelle e la necessità di una doppia smentita da parte di Casalino e di Casaleggio, con tanto di attacco frontale di Di Maio al quotidiano.
Comprensibile, visto che a Roma non ne sapevano nulla.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 15th, 2017 Riccardo Fucile
SE QUALCUNO DEVE QUERELARE CALABRESI E’ CHI E’ PARTE IN CAUSA, OVVERO CASALEGGIO (CHE NON LO FA) O SALVINI… DI MAIO POVERETTO SOFFRE DI PROTAGONISMO, MA NELLA VICENDA E’ PERSONA ESTRANEA AI FATTI… E DOVE STAREBBE LA DIFFAMAZIONE POI E’ TUTTA DA RIDERE
Luigi Di Maio ha annunciato poco fa di aver dato mandato per querelare Mario Calabresi,
direttore di Repubblica, per la notizia per la notizia dell’incontro tra Matteo Salvini e Davide Casaleggio.
Secondo la legge a querelare per diffamazione dev’essere l’eventuale danneggiato o diffamato; non si capisce quindi a che titolo Di Maio dica di voler querelare Calabresi per un articolo che nemmeno lo nominava.
Forse si potrebbe immaginare una querela da parte del MoVimento 5 Stelle per una lesione dell’immagine del M5S; ma anche in questo caso non deve essere Di Maio a querelare — perchè formalmente lui è il responsabile enti locali del M5S — ma semmai il capo politico, ovvero Beppe Grillo.
Davide Casaleggio invece ha pubblicato sulla sua pagina Facebook un video in cui chiede a Calabresi di essere più preciso riguardo data, ora e luogo dell’incontro per poterlo eventualmente smentire.
Il direttore Calabresi non ha accettato la mia smentita e mi ha accusato di aver dichiarato il falso, dandomi pubblicamente del bugiardo. Io ho una parola sola e la ribadisco. Non ho mai parlato con Matteo Salvini. Ed è intollerabile che la mia onorabilità venga messa in discussione in prima pagina su un quotidiano nazionale senza portare uno straccio di prova. Io non voglio sapere le fonti di Repubblica e nessuno glielo ha chiesto. Io voglio che Repubblica pubblichi tutti i dettagli su questo fantomatico incontro, visto che Calabresi afferma di avere delle “ottime fonti”.
Finora hanno scritto che “l’incontro si è svolto a Milano una decina di giorni fa prima che la trattativa sulla legge elettorale fallisse”. E’ un po’ pochino. Ci dica invece quando è stato fatto l’incontro e dove si è svolto: due “ottime fonti” dovrebbero saperlo. Venga pubblicato il luogo preciso, il giorno preciso e l’ora precisa. Io pubblicherò la mia agenda personale e dimostrerò a tutti dove mi trovavo e cosa facevo quel giorno, se necessario con l’ausilio di testimoni. Se sarà dimostrato, e sarà dimostrato, che io il giorno indicato ho fatto altro, allora credo che coerentemente il direttore Calabresi dovrà immediatamente dimettersi.
In realtà anche una pubblicazione postuma dell’agenda e il reperimento di testimoni non proverebbe alcunchè riguardo l’incontro tra Salvini e Casaleggio.
Casaleggio può invece querelare Calabresi e poi nell’istruttoria del processo sarà Repubblica a dover scegliere se rivelare la fonte o no.
Prima però un giudice deciderà se è giusto rinviare giornalista e direttore a giudizio per diffamazione, e lo farà soltanto se quanto riportato da Repubblica, a prescindere dal fatto che sia vero o falso, sia diffamatorio.
Il giudice potrebbe decidere che non lo è e chiudere la pratica prosciogliendo Calabresi e Pucciarelli.
Infine, può darsi che al giornalista di Repubblica sia stato effettivamente detto da due fonti affidabili (Calabresi ha parlato di fonti autorevoli della Lega) di un incontro tra Salvini e Casaleggio anche se questo non fosse realmente avvenuto.
A quel punto il giudice potrebbe decidere che Repubblica ha fatto il suo dovere, lasciando Casaleggio senza soddisfazione in giudizio.
Casaleggio poi continua a chiedere le dimissioni di Calabresi in maniera alquanto incomprensibile, visto che non spetta a lui pretendere cose del genere.
E allora la domanda sorge spontanea: se un giudice dovesse decidere di prosciogliere o giudicare innocenti il giornalista e il direttore, si dimetterebbe Casaleggio?
E da cosa, di preciso?
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 15th, 2017 Riccardo Fucile
LA GIUNTA M5S PERDE L’ASSESSORA ALLA CULTURA E IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO COMUNALE SI SFOGA ANONIMAMENTE CONTRO LE “LAVANDAIE” MA VIENE IDENTIFICATO
Il MoVimento 5 Stelle di Carbonia è nel caos. Il motivo sono le dimissioni dell’assessora alla Cultura Emanuela Rubiu ma soprattutto alcuni post sessisti pubblicati sulla pagina Facebook dell’Associazione Carbonia 5 Stelle.
Una pagina — ora oscurata — che secondo alcuni non ha nulla a che fare con il M5S di Carbonia ma che era amministrata dal Presidente del Consiglio Comunale Massimiliano Zonza e che faceva riferimento al sito ufficiale del MoVimento di Carbonia.
Prima delle dimissioni della Rubio avevano lasciato la giunta anche Arianna Vinci (Politiche sociali), Riccardo Cireddu (Lavori pubblici).
Qualche giorno fa la pagina Facebook ha pubblicato una “comunicazione di servizio” nella quale la dimissionaria Rubiu veniva definita “Robin Hoodda”.
Successivamente in un altro post le aspiranti sostitute alla carica di assessore venivano definite “lavandaie” e inserite nella lista delle categorie escluse a prescindere per sostituire gli assessori dimessi.
Epiteti sessisti che denotano il nervosismo e la tensione all’interno della compagine di governo.
Durante la seduta del consiglio comunale di lunedì la sindaca Paola Massida (eletta nel 2016) ha cercato di minimizzare la vicenda dando la colpa — come al solito — alle strumentalizzazioni dei giornali.
La Massida ha detto che il M5S è “parte lesa nella vicenda” e ha parlato di “uso improprio della pagina”.
Nei giorni precedenti il M5S aveva ribadito che la pagina non è la pagina ufficiale. La seduta però è stata interrotta dopo pochi minuti a causa delle veementi proteste di un gruppo di donne indignate dagli insulti sessisti.
La pagina Facebook era stata fatta scomparire alla chetichella da Massimiliano Zonza, Presidente del Consiglio Comunale, che era uno degli amministratori.
La settimana scorsa la pagina Facebook Movimento 5 Stelle Carbonia aveva preso le distanze dal post sessista sulle “lavandaie”. Ridimensionando la vicenda scrivendo che che si trattava di “prese di posizione isolate, estemporanee e non firmate”
Zonza in un primo momento aveva dichiarato di non poter essere in grado di risalire all’identità dell’autore del post.
Naturalmente è falso perchè gli amministratori — a differenza degli utenti — vedono gli autori dei post delle pagine.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 15th, 2017 Riccardo Fucile
ORA CHIEDE “BASTA MIGRANTI” PERCHE’ GLIELO HANNO SUGGERITO ALL’ AURICOLARE I VERTICI AZIENDALI
Virginia Raggi chiede di bloccare l’arrivo dei migranti nella Capitale denunciando
un'”evidente pressione” con “devastanti conseguenze”.
Eppure il primo dicembre scorso, la sindaca pentastellata su twitter scriveva: “I rifugiati sono nostri fratelli e sorelle. Roma città accogliente farà la sua parte”.
A influenzare questa rotta forse la mezza batosta elettorale del M5s alle ultime amministrative.
Cambia l’imput aziendale.
Il 9 dicembre Raggi, durante l’incontro tenuto a Roma con i sindaci europei “Europa, i rifugiati sono nostri fratelli e sorelle”, definì la capitale dell’accoglienza in questi termini: “Roma è una città aperta all’accoglienza, disponibile al dialogo, al centro di migrazioni e scambi sociali ed economici tra diversi popoli”.
Nel giro di sei mesi qualcosa è cambiato: “Trovo impossibile, oltre che rischioso, ipotizzare ulteriori strutture di accoglienza, peraltro di rilevante impatto e consistenza numerica sul territorio comunale”, scrive il sindaco di Roma al Prefetto, Paola Basilone.
Addirittura le conseguenze di un numero consistente di immigrati (da notare il linguaggio ripulito dalla parola “rifugiati”) sarebbero “devastanti conseguenze in termini di costi sociali”.
Peccato che il Viminale le abbia ricordato che in base alla percentuale nazionale la Capitale è sotto-quota e dovrebbe ospitare altri 2.000 rifugiati .
Che riferisca ai suoi datori di lavoro.
(da agenzie)
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Giugno 15th, 2017 Riccardo Fucile
PERPLESSITA’, MALUMORE E SMARRIMENTO NEL M5S DOPO LA SCONFITTA ALLE AMMINISTRATIVE… ORMAI LA “DC DEI POPULISTI” VIRA A DESTRA, COME NELLO SPIRITO DEI FONDATORI
A margine dell’incontro, più di un ambasciatore, acuto osservatore della realtà politica
italiana, ha domandato a Luigi Di Maio notizie sui 5 Stelle: “Come pensate di superare questa crisi che si è manifestata nelle urne”, “quale sarà il ruolo di Grillo?”, “è sempre lui il leader?”.
Con poche parole e misurate, il vicepresidente della Camera ha spiegato che da settembre cambieranno molte cose ed emergerà un profilo più definito e meno confuso del movimento. A settembre, quando cioè sarà ufficializzata la sua candidatura a premier.
L’Investitura.
Il suo timing, dato per acquisito quando l’accordo tedesco era a un passo e con esso il voto anticipato, è una notizia dopo la doppia frana, legge elettorale e amministrative che ha mandato in confusione il movimento.
La notizia è il pugno di ferro della Casaleggio Associati: “Luigi non è in discussione”. Per necessità più che per amore.
Perchè, in queste settimane, sono stati lanciati segnali, attraverso ambasciatori affidabili, a Piercamillo Davigo, nell’ambito di quell’operazione di “aggancio” dei magistrati iniziata a Ivrea. Ma l’ex presidente dell’Anm ha declinato l’offerta, da sempre scettico sull’impegno dei giudici in politica.
La necessità è, al tempo stesso, quella di mettere un po’ d’ordine nel Movimento.
La crisi va ben oltre la faida tra le due mini caste interne, saltellanti da un salotto televisivo all’altro. In parecchi parlamentari condividono l’analisi fatta da Aldo Giannuli ad Omnibus sulla perdita dello spirito rivoluzionario iniziale: “La verità — dice uno di loro — è che siamo in una crisi strutturale e si sente che non c’è la testa di Casaleggio. L’unico schema che abbiamo è quella di cercare l’autorevolezza nella giacca e cravatta, mostrarci credibili con l’establishment. Abbiamo rinunciato allo spirito rivoluzionario”.
Perplessità , malumore, senso di smarrimento toccano la pancia dei gruppi. In parecchi notano che una star, Di Battista, si è rivisto alla Camera oggi, abbronzatissimo e dopo tre giorni di assenza.
L’altra star, Di Maio, invece di analizzare la sconfitta nei salotti tv sempre pronti ad accoglierlo, ha preferito farsi fotografare con Pippo Baudo, nel corso di un’iniziativa alla Camera per ricordare Armando Trovajoli.
Grillo c’è e non c’è, con l’umore disfattista maturato nelle piazze semivuote a Genova e ad Asti e maturato per come sono andate le cose sulla legge elettorale.
Quando c’è, è contraddittorio. A Taranto, quando era con Morra, l’ultima settimana ha parlato di una legge elettorale che non capisce nessuno, poi il giorno dopo ha pubblicato sul suo blog un minaccioso diktat scritto direttamente dalla Casaleggio per blindare la medesima legge.
Gli ortodossi invocano “più presenza”, “Beppe pensaci tu, qua è uno schifo”, gli altri lo chiamano per rimettere ordine in nome della tutela della sua creatura ma, in definitiva, assecondano l’assenza perchè, in fondo, è anche normale che l’Investitura, anche se dall’alto, abbia il parricidio incorporato.
Marco Revelli, in un’intervista al Fatto, per descrivere la dinamica in atto nei Cinque stelle ha utilizzato un’espressione suggestiva: la Dc del populismo.
Una suggestione, appunto, che coglie l’aspetto tradizionale della reazione. Il ripristino dell’ordine, che equivale a dire più poteri a uno solo. Non è un caso che, proprio nella sartoria milanese, sono già state prese le misure per Di Maio e la sua lunga campagna in vista delle politiche.
Le misure consistono in un messaggio politico che parla all’elettorato moderato e perchè “Luigi ha un profilo di destra, mica si può mettere a fare il terzomondista scamiciato”.
Ecco la Raggi che scrive al prefetto e agita il corno securitario della propaganda, Di Maio che attacca Minniti, Grillo che ci mette il carico (“via i campi e i mendicanti”). Arriva un blog del Fondatore contro lo ius soli.
Più che di una “svolta”, si tratta di una ripresa in grande stile di posizioni tradizionali, anzi a dirla tutta altre volte Grillo, come alla fine dello scorso anno, era stato ancora più rude e violento sugli stessi temi.
E lo era stato anche di Maio, con la sua polemica contro le Ong apostrofate come taxi del mare, citando il rapporto Frontex (con gaffe annessa perchè nel rapporto quell’espressione non c’era).
La novità interessante è l’analisi “scientifica” che sta a monte, a cui si è molto dedicato Casaleggio jr, uno che ha con i numeri un approccio pitagorico, nel senso che li userebbe per spiegare il mondo.
Gli ultimi report studiati parlano di un mercato politico saturo a sinistra, soprattutto dopo la scissione del Pd, e più mobile a destra, dove c’è un bacino elettorale possibile. A destra c’è anche un alleato possibile, la Lega nord.
Carlo Sibilia, in un’intervista, ha parlato di “convergenze” proprio col partito di Salvini, facendo scoppiare un putiferio tanto che poi ha smentito l’intervista.
L’uscita rivela comunque un ragionamento che c’è: col sistema tedesco ci sarebbero state due maggioranze possibili — Pd-Forza Italia e Lega-M5s — ora c’è sul tavolo la legge attuale e i tempi si allungano.
Ma soprattutto la legge attuale dà a Salvini la possibilità di utilizzare i classici due forni per cuocere le alleanze possibili, quello di Berlusconi e quello pentastellato.
Ma questo è un altro discorso.
(da “la Repubblica”)
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Giugno 15th, 2017 Riccardo Fucile
LA SUA IDEA BALORDA DELL’ITALIA, AMPUTATA IN ALTO DELLE COMPETENZE E LIBERATA IN BASSO DALLA SCOMODA PRESENZA DEI POVERI
Non è automaticamente di certa destra il tema dell’immigrazione, perchè qualunque democrazia deve rispondere alle inquietudini dei suoi cittadini, soprattutto i più fragili e impauriti. È sicuramente di una certa destra il modo, il tono, la postura politica con cui il tema è stato estratto da qualche alambicco della Casaleggio e associati, collegato automaticamente alla sicurezza e trasformato da Grillo nel nuovo manifesto identitario dei Cinquestelle, con la firma gregaria della sindaca di Roma Virginia Raggi.
Quando chiede al prefetto, nell’intervallo tra i due turni elettorali, di bloccare l’arrivo dei migranti nella Capitale denunciando un”evidente pressione’ con ‘devastanti conseguenze’, Raggi ingigantisce un fantasma sociale che non trova corpo nè nei numeri (8600 richiedenti asilo tra Roma e provincia, contro gli 11mila programmati) nè nella coscienza della comunità cittadina, nè nella vita concreta e reale della capitale.
Si tratta dunque del calcolo preciso di un investimento politico sulla paura, evocata strumentalmente per poterla combattere, regalando al movimento un profilo artificiale di governo che compensi il vuoto amministrativo di questi mesi.
Quando Grillo rilancia nel vangelo del blog la svolta romana, e la arricchisce aggiungendo agli immigrati i rom, le tendopoli, i mendicanti, disegna un paesaggio spaventato che evoca una politica d’ordine, allineando – forse inconsapevolmente – tutte le figure simboliche della devianza sociale che una politica autoritaria ha sempre e dovunque scelto come bersagli, trasformandoli in colpevoli, e additandoli come avversari ai ceti sociali garantiti, scelti come base di riferimento, e dunque rassicurati. Gruppi sociali marginali, scarti umani, soggetti esclusi, corpi che chiedono di sopravvivere: ridotti tutti insieme a pura quantità da respingere – i moderni ‘banditi’ – , annullando storie, biografie, geografie, come se il valore di una civiltà contasse esclusivamente per gli inclusi, e soltanto a danno degli altri.
Di più: come se si fosse spezzato il concetto di società , lasciando precipitare nella deriva finale la parte sconfitta, i perdenti della globalizzazione, per i quali si sancisce l’impossibilità di salvezza e di emancipazione, tanto da decretare il loro bando definitivo, che li escluda dalla comunità , comunque dalla vista, certamente dalla tutela politica, persino dallo spazio marginale che oggi pretendono di occupare.
Liberando così simmetricamente la parte vincente del mondo in cui viviamo da ogni vincolo con la parte sommersa, sgravandola di qualsiasi legame, e soprattutto sciogliendola da ogni responsabilità politica nei confronti di quella comunità di destino che fino a ieri avevamo chiamato società : ma a cui dovremo inventare un nuovo nome, visto che vale soltanto per noi e si configura per esclusione, credendo di trovare nella differenza l’unica garanzia di sopravvivenza.
Verrebbe da chiedere a Grillo e alla sua sindaca se davvero il paesaggio sociale che hanno in mente nell’Italia 2017 è fatto di città assediate da migranti, popolate da mendicanti con minorenni al seguito o da falsi nullatenenti con auto di lusso, una specie di gigantesca tendopoli che confina con un campo rom.
È la costruzione meccanica di un presepio politico, che trasfigura la realtà in un iper-realismo grottesco, evocando tutti i personaggi di comodo del grande disordine fantasmatico che visita le fragilità del nostro Paese e abita le solitudini sociali esposte dalla crisi.
Una proiezione di comodo, a fini politici, come la geografia immaginaria di Di Maio, la fantascienza delle scie chimiche, la medicina pràªt-à -porter del no ai vaccini.
È ben chiaro che l’Italia minuta, dei piccoli Paesi e delle lunghe periferie, sotto i colpi della crisi riscopre antiche paure, un inedito egoismo del welfare, una nuovissima gelosia del lavoro, uno smarrimento identitario sconosciuto.
A tutto questo bisogna rispondere ma dentro un sentimento di comunità , su una scala europea, nella fiducia in una tradizione occidentale di inclusione responsabile e di apertura culturale.
Tutto questo si chiama politica, senso dello Stato e del Paese.
Mentre invece è una ben scarsa rivoluzione, quella che rinuncia a cambiare il mondo per rinchiuderlo su se stesso come un pacchetto fragile, cercando così di comprare governo al mercato della paura, a un prezzo stracciato.
Vien fuori un’idea balorda dell’Italia, amputata in alto delle competenze delle èlite, colpevoli di tutto: e liberata in basso dalla scomoda presenza dei disperati.
Un Paese di singoli, arrabbiati con chi ha vinto e con chi ha perso, per l’invidia del successo, la noncuranza del sapere, il fastidio della responsabilità generale.
L’immagine non è nemmeno quella del muro di Trump.
In quel muro Grillo infatti si limita ad alzare il ponte levatoio, come in un Medioevo impaurito.
Fuori, c’è il mondo.
(da “La Repubblica“)
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Giugno 15th, 2017 Riccardo Fucile
“REPUBBLICA” RACCONTA L’ABBOCCAMENTO AVVENUTO DIECI GIORNI FA A MILANO… CASALEGGIO SMENTISCE, LA BASE ORMAI HA CAPITO DOVE I VERTICI VOGLIONO ANDARE A PARARE… E META’ ELETTORATO NON GRADISCE
Un incontro segreto per un accordo futuro? 
Matteo Pucciarelli su Repubblica racconta di un abboccamento tra Matteo Salvini e Davide Casaleggio a Milano avvenuto una decina di giorni fa, quando in campo c’era ancora l’accordo sulla legge elettorale poi naufragato sullo scoglio del Trentino Alto Adige.
Allo scopo, a quanto pare, di aprire un’interlocuzione in vista del dopo urne.
Un po’ quello che ha prefigurato Carlo Sibilia nell’intervista alla Stampa che ieri ha fatto chiacchierare tutto il MoVimento:
Un proporzionale che, nell’ottica del segretario federale del Carroccio, faceva prevedere lo scenario di una alleanza post-voto tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Che Salvini non si fidi del Cavaliere, del resto, è cosa nota, così come il suo timore delle larghe intese Pd-Forza Italia, «il grande inciucio» nel lessico leghista. Da qui la richiesta fatta recapitare al capo della “Casaleggio associati”: un faccia a faccia, per aprire una interlocuzione.
Da anni, a intervalli regolari, Salvini tentava un approccio con Beppe Grillo, ricevendo sempre un diniego.
È andata diversamente con Casaleggio junior, sempre attentissimo a restare defilato e allo stesso tempo decisamente più pragmatico del fondatore del Movimento.
Una disponibilità al confronto che, di per sè, ha già un significato politico.
Tra i due mondi — Lega e 5 Stelle — l’interlocuzione non è comunque iniziata ieri ed è fatta di incontri casuali e fugaci, ma con un obiettivo preciso:
Nulla sembra deciso, naturalmente. E Salvini è tutt’altro che entusiasta all’idea di fare il socio di minoranza di un governo a 5Stelle. Ma il dato politico è chiaro: Lega e M5S sanno di potersi facilmente trovare ad aver presto bisogno l’una dell’altro e l’incontro al vertice lo ha certificato.
Un fugace contatto tra Casaleggio e mondo lumbard c’era stato in gennaio, propiziato da Arturo Artom, uomo del mondo imprenditoriale da sempre vicinissimo a Gianroberto e dopo a Davide.
Lo scorso gennaio, al ricevimento del console americano Philip Reeker, insieme a Casaleggio jr c’era anche Roberto Maroni. Allora – si racconta – il presidente della Regione Lombardia ebbe una conversazione con Casaleggio sulle analogie tra la prima Lega Nord e il Movimento.
Passati dei mesi, quelle analogie sembrano essere aumentate.
Gli elettori 5 Stelle sono spaccati a metà tra chi , in caso di aleanze, preferirebbero avere come interlocutore il Pd e chi preferirebbe la Lega.
Il patto di Neanderthal è alle porte?
A stretto gito Casalino, coordinatore della Comunicazione del Movimento, ha smentito l’incontro tra Salvini e Casaleggio, ma questo fa parte della prassi .
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 14th, 2017 Riccardo Fucile
TROPPE RISSE SUI TERRITORI, COSI’ SI POTRANNO CONTROLLARE LE INIZIATIVE LOCALI
Un argine al caos e ai capi-bastone, ma pure una normalizzazione. In bilico tra
pragmatismo e ansia da accentramento, ecco Call to Action, una nuova sezione di Rousseau, la piattaforma web dei Cinque Stelle.
Ideata per riorganizzare i territori e mettere ordine nell’oceano incontrollato dei meet up, la dorsale non ufficiale ma concreta del Movimento.
Ma anche per controllare meglio gli iscritti, offrendo loro uno spazio (o un recinto) dove condividere le iniziative. °
Proprio mentre si torna a parlare del divieto di doppio mandato, regola che i vertici non vogliono neppure sfiorare, ma che ha spinto decine di eletti locali a rimanere fermi un giro pur di approdare in Parlamento.
Nodi diversi per il M5S reduce dalla batosta nelle Comunali, su cui guerre interne tra meet up e gruppi vari hanno inciso parecchio.
E allora ecco Call to Action: una sezione operativa da circa un mese ma di cui si è appreso solo ieri, dove gli iscritti a Rousseau (e quindi al Movimento) potranno lanciare iniziative sui territori.
Con varie “azioni”, ripartite per voci: da “mobilitazione” a “socializzazione” fino a “formazione”. E paletti chiari, perchè tutti gli incontri (localizzati tramite una mappa interattiva) “devono rispettare quanto stabilito da Non Statuto e dal regolamento del Movimento”.
Così raccontava ieri il sito Formiche.net, che ha diffuso anche il video in cui Roberto Fico, deputato e responsabile per i meet up assieme ad Alessandro Di Battista, racconta la nuova funzione della piattaforma.
E proprio Fico, in un’intervista al Fatto del 3 aprile, aveva annunciato la novità : “Chiunque vorrà lanciare iniziative o buone pratiche nella sua zona potrà coordinarsi e fare gruppo con altri iscritti”.
Ma la nuova sezione di Rousseau ha anche altri scopi.
In primis, quello di depotenziare capi e capetti dei vari meet up locali. Una fonte di peso spiega: “In tante città non abbiamo neppure un vero attivista, ma solo meet up che aspettano le elezioni per accapigliarsi sulle liste, dentro i quali i cosiddetti organizer e assistant, in teoria semplici organizzatori, spesso fanno i capi-bastone”.
Una deriva annosa, di cui Grillo si è lamentato più volte, facendone anche il tema dell’edizione del 2015 di Italia 5 Stelle, la manifestazione annuale del Movimento. D’altronde proprio Fico e Di Battista nel luglio 2015 ricordarono i princìpi base in una lettera pubblica sul blog di Grillo: “I meet up non sono il Movimento, e non possono usarne il logo, neppure modificandolo”.
Da qui alle battaglie tra liste il passo non poteva essere lungo.
E la prima risposta è stata Call to Action. Che da un lato vuole svuotare di peso i meet up, e dall’altro serve anche per controllare da vicino gli iscritti e ogni loro passo sui territori. Sottoponendoli allo sguardo costante dei vertici.
Ma comunque la si voglia valutare, la nuova sezione di Rousseu da sola non può bastare. E allora si torna al tema del filtro sulle candidature. E a nuove, possibili regole. Come parametri che tengano conto del grado di attivismo di ogni potenziale candidato e della sua storia, come le esperienze lavorative o il tasso di istruzione.
Ma ci sono anche altri problemi, come ricorda un parlamentare: “Noi abbiamo centinai
di migliaia di potenziali iscritti ancora fermi, perchè non sono stati certificati. Ma non incassando finanziamento pubblico, per controllare i nomi noi abbiamo un solo volontario, che per giunta lavora part-time”. Quindi, “tanti iscritti che potrebbero allargare la platea dei candidati e farne salire il livello rimangono per forza parcheggiati”.
Parcheggiati, però, se ne stanno oggi anche tanti eletti, che dopo un “giro” in Comune o in Regione si sono volontariamente fermati, nella speranza di spuntare un posto per le prossime Politiche.
Su di loro, infatti, pesa il limite dei due mandati, che vieta una terza corsa a qualsiasi eletto del Movimento.
Due giorni fa Max Bugani, consigliere comunale a Bologna e uno dei tre membri dell’associazione Rousseau, ha invocato modifiche: “Questa regola è un freno, bisogna radicarsi nei territori altrimenti non ti votano”. Ma sul Fatto Di Maio ha fatto muro: “Il vincolo è un nostro punto di forza”. E a Bugani sono arrivati rimbrotti ufficiosi.
L’elenco degli eletti parcheggiati, però, colpisce.
Si parte da Alvise Maniero, sindaco uscente di Mira (Venezia), dove domenica il M5S ha perso nettamente. Per passare a Mattia Calise, candidato sindaco a Milano nel 2011, che l’anno scorso non si è ricandidato: in questi anni ha lavorato con molti deputati e senatori, che ne auspicano l’arrivo in Parlamento.
E a Roma spera di mettere piede anche Andrea Boccaccio, consigliere comunale a Genova, l’unico dei 5 eletti a non uscire dal M5S: neppure lui si è ricandidato.
Come Mirta Quagliaroli, Barbara Tarquini e Andrea Gabbiani, tre ex consiglieri a Piacenza: un’altra città dove il M5S si è spaccato come una mela.
E gli esempi potrebbero continuare, a decine. Il vincolo è un altro fronte aperto, nel Movimento alla ricerca di un centro di gravità .
(da “La Stampa”)
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