Giugno 10th, 2017 Riccardo Fucile
ERA STATA SCELTA CON UN BANDO PUBBLICO PRIMA DELLE ELEZIONI, MA ORA LA MERITOCRAZIA NON SERVE PIU’… E PAOLO GIORDANO FINISCE SULLA GRATICOLA PER WESTINGHOUSE
Stefania Giannuzzi è stata vista uscire in lacrime ieri dall’ufficio di Chiara Appendino al Comune di Torino. Perchè, scrive oggi La Stampa, a quanto pare la sindaca ha comunicato all’assessora scelta alla vigilia delle elezioni con “bando” di volerla sostituire con un “politico”, ovvero con un consigliere comunale.
L’assessora gestisce ambiente e rifiuti e, a differenza di quanto riporta il quotidiano, sembra proprio difficile immaginare un legame di responsabilità tra le deleghe della Giannuzzi e quanto accaduto a Piazza San Carlo.
Anche se le bottiglie di vetro in piazza San Carlo sono in effetti rifiuti, il punto non è che siano finite in strada ma come siano arrivate in piazza.
La Stampa in ogni caso spiega che la mossa serve a tutelare Paolo Giordana, capo di gabinetto della Appendino piuttosto chiacchierato:
«Per tutto il giorno i funzionari hanno chiesto all’Amiat di ripulire le aree perimetrali dalle bottiglie, ma i mezzi non si sono visti», aveva spiegato Eugenio Bravo, segretario provinciale del Siulp, uno dei sindacati di polizia.
In questi mesi i consiglieri grillini hanno sempre supportato il lavoro degli assessori tecnici scelti da Appendino prima di essere eletta ma adesso hanno deciso di contare di più.
Non tanto e non solo per rivendicare il ruolo di chi ci ha messo la faccia in campagna elettorale ma anche per bilanciare con la capacità politica — si parla del capogruppo Alberto Unia o del presidente della Commissione Ambiente, Federico Mensio — quello che molti ritengono un inevitabile ridimensionamento del ruolo del capo di gabinetto.
Paolo Giordana, comunque, resterebbe al fianco della Appendino. Si vedrà .
Quel che è certo è che i consiglieri grillini non si sono messi di traverso nell’approvare la costituzione di una commissione d’indagine così come richiesto da una mozione di tutte le minoranze che ha come obbiettivo dichiarato vedi la presa di posizione del capogruppo Pd, Stefano Lo Russo — proprio Giordana.
Intanto proprio Giordana finisce sulla graticola per il caso Westinghouse.
Il pm Marco Gianoglio ha aperto un fascicolo senza indagati dopo l’esposto del collegio dei revisori di Palazzo Civico (Herri Fenoglio e Maria Maddalena De Finis) che hanno ricevuto dalle mani dell’opposizione la corrispondenza rimasta nascosta nei giorni della compilazione del bilancio sul debito da 5 milioni scomparso dal bilancio della Città , a quanto pare su richiesta del capo di gabinetto:
Serrati scambi di messaggi che hanno definito, all’insaputa dei revisori, la partita dei debiti verso la società Ream. «Ti pregherei di rifare la nota evidenziando solo le poste per le quali possono essere usati i 19,6 milioni di Westinghouse — scriveva il capo di gabinetto, Paolo Giordana, alla dirigente del settore Finanza, Paola Tornoni, il 22 novembre 2016 — Per quanto riguarda il debito con Ream lo escluderei al momento dal ragionamento, in quanto con quel soggetto sono aperti altri tavoli di confronto». Il messaggio dalla posta di Giordana è inviato per conoscenza all’assessore Sergio Rolando e all’indirizzo email personale di Chiara Appendino.
Il giorno dopo, alle 11.03, il direttore risponde: «Non essendo a conoscenza del fatto che l’amministrazione ha aperto tavoli di confronto con Ream, avevo ritenuto opportuno ricordare a tutti quali fossero gli impegni assunti dall’amministrazione precedente, al fine di non generare elementi di criticità per questa giunta».
Il botta e risposta resta per diversi giorni tra Giordana e Tornoni, la quale, nonostante le sollecitazioni del capo di gabinetto, non rinuncia a ribadire quel che secondo lei è giusto fare: indicare nel bilancio di previsione i 5 milioni di debito verso Ream.
Sarà un’estate calda per la Giunta.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 9th, 2017 Riccardo Fucile
I DUE AVEVANO RISPETTATO L’ACCORDONE, POI IL ROSSO E’ DIVENTATO VERDE PER NON PASSARE TRA QUELLI NON ALLINEATI ALLE DIRETTIVE
Se così fosse, si tratterebbe di franchi tiratori al contrario, cioè di grillini che votano in maniera
diversa rispetto al Movimento 5 Stelle e alle indicazioni di voto, ma nel rispetto dell’accordo con il Pd, Forza Italia e Lega Nord.
Secondo le immagine del tabellone della Camera, quelle trasmesse per errore poichè lo scrutinio era segreto e non palese, si vede che Danilo Toninelli – che nei fatti insieme a Luigi Di Maio chiuso l’accordo con il Pd e Forza Italia – e Andrea Cecconi – che fa parte della commissione che ha licenziato il testo – hanno votato contro l’emendamento sul Trentino.
L’emendamento era stato presentato dai 5 Stelle e ha sconfitto il fronte del Sì a causa dei franchi tiratori dem e azzurri.
L’ex M5s Walter Rizzetto che ha denunciato su Facebook, attraverso le immagini i due franchi tiratori pentastellati, si domanda: “Siamo proprio sicuri che i franchi tiratori siano solo da una parte?”. Il senso è che, al netto di un errore materiale nel votare, anche i 5 Stelle hanno i loro problemi interni.
L’emendamento era stato presentato dal grillino Riccardo Fraccaro e, come è ovvio, ai pentastellati è stata data indicazione di voto favorevole.
Tuttavia sul tabellone, che nei casi di scrutinio segreto come in questo caso dovrebbe essere spento, sono apparse invece le luci rosse e verdi.
E infatti tra le tante luci verdi dei pentastellati appare per pochi secondi prima la rossa di Andrea Cecconi (al 21esimo secondo del video) e subito dopo, accanto, quella di Danilo Toninelli (al 23esimo secondo del video), colui che da sempre ha in mano il dossier sulla legge elettorale e che ha seguito la trattativa spendendosi con tutte le sue energie e tecniche di mediazione.
Quando i due si accorgono che per errore il tabellone era acceso, correggono e la luce diventa verde.
Poco dopo il tabellone è stato spento e il voto è davvero diventato segreto. E nel segreto dell’urna non è possibile sapere come i deputati hanno votato, di certo l’intenzione di Toninelli e Cecconi sembrava quella di votare per l’accordone.
I due contattati telefonicamente non rispondono.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 9th, 2017 Riccardo Fucile
LA CONS. COMUNALE CRISTINA GRANCIO IN COMMISSIONE: “O AVETE LE IDEE CONFUSE O SIETE IN MALAFEDE, CI SONO PROFILI DI ILLEGITTIMITA’ NELLA VICENDA STADIO”
“Sono stata sospesa dal M5S per aver espresso in commissione perplessità finanziario-giuridiche e sollecitato chiarimenti sullo stadio della Roma”: lo scrive su Facebook la consigliera capitolina Cristina Grancio, che oggi ha lasciato la seduta della commissione congiunta Urbanistica e Mobilità in polemica con i dettagli tecnici dell’operazione e con la linea della maggioranza.
“Il mio non voto non è contro lo stadio, e neppure dissenso politico. Il mio non voto è la difesa degli interessi dei cittadini. Ho chiesto in commissione e continuerò a chiedere che si faccia subito chiarezza su alcune questioni. Fin qui è quanto debbo agli elettori nel rispetto del mandato”.
“Invece- prosegue Grancio- al M5S invio due righe di risposta sul provvedimento disciplinare, che poggia tutto sui verbi condizionali (‘avrei tenuto un comportamento’, ‘si sarebbe estrinsecato’, ‘sembra presentare caratteri di particolare gravità ‘, ‘conseguenze potenziali’). Agli amici pentastellati che mi sospendono per aver cercato di andare oltre i dubbi, dico: o avete le idee confuse, oppure siete in malafede”.
“Io non me la sento di dare un voto qui ed ora, spero i miei colleghi capiscano è una questione non politica ma di legittimità quindi io lascio la Commissione, la mia posizione non è politica e non è contro lo stadio”, ha detto stamattina la Grancio prima di abbandonare la seduta.
La consigliera è da sempre la più critica del gruppo capitolino pentastellato sull’opera ma era scesa a patti con la questione che al livello politico la maggioranza M5S in Campidoglio nei mesi scorsi ha optato per il sì al progetto.
A chi le ha chiesto se intende uscire dal gruppo M5S la Grancio replica: “No, mica sono contraria alla questione politica, lo stadio va fatto ma nel rispetto delle norme”. Mentre sulla possibilità che anche nel voto in Assemblea Capitolina lasci l’aula o si esprima in modo contrario ha risposto: “Se non mi mettono per iscritto le mie perplessità vedremo, c’è tempo. Ci sono profili di illegittimità che vanno chiariti. Perchè i miei colleghi non mi ascoltano? Chiedete a loro non a me”.
In precedenza in commissione la consigliera aveva sottolineato: “Pallotta spinge? Secondo me non è una questione che si può accettare. Anche perchè lo stadio non va bocciato, però non si può star dietro alla scadenza del 15 giugno. Non succede niente se noi ci mettiamo a studiare e a affrontiamo le questioni”.
Parole che erano state stigmatizzate dal capogruppo Paolo Ferrara: “Io credo che siano cose inesatte ed approssimative, sicuramente la parola di tutti viene presa in considerazione . Sono sicuro, che probabilmente non sa quello che dice, se approfondisce vede la bontà di questo progetto”.
Sulla pagina Facebook della Grancio sono tutti solidali con la consigliera
(da “NextQuotidiano“)
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Giugno 9th, 2017 Riccardo Fucile
I COMIZI IN PIEMONTE E A TARANTO
Siamo tornati punto e a capo.
Al Grillo delle invettive dello Tsunami tour, quando ancora non esistevano i Di Maio e i Toninelli, ma senza nessuna ironia.
Tra Sicilia e Piemonte il capocomico prova a mascherare una cupa rabbia col repertorio, ma mai come ieri ad Asti è parso misurare l’inadeguatezza dello spettacolo che ha messo su, e delle tante spalle selezionate.
Non ne nomina mai una. Luigi Di Maio, che a Roma è uscito dall’aula rabbuiato, ha mangiato da solo in mensa, ed è lui lo sconfitto nella disfida interna con l’ala ortodossa, ma prova a dettare condizioni persino al capo dello Stato: «Ora Mattarella ascolti noi».
Anche Davide Casaleggio riceve una lezione di ingovernabilità del M5S.
Roberto Fico, che alla Camera faticava a trattenere la gioia, «io non posso essere la balia del Pd». Non sanno che Grillo li sta scavalcando sulle barricate. E che alla Casaleggio sono arrabbiati.
Grillo sta dicendo, qui, che «la legge elettorale è affossata, ormai. Noi chiedevamo una legge per tutto il paese, pensate un po’, che crimine». È un Grillo che trascina di nuovo, di peso, il Movimento nel grillismo senza sbocco dell’esasperazione e della rabbia, attaccando a testa bassa, comiziando per un’ora e mezzo e dunque perdendo i tempi, divagando. Ce l’ha con tutti.
Mescola Giorgio Napolitano con Carlo De Benedetti. Immagina trame. Fiuta complotti.
«Questo signore di novant’anni che è tornato a monitare», dice. «Lui monita. Il mondo sta cambiando alla velocita della luce e noi abbiamo ancora Napolitano che monita. Anch’io sono un anziano, col delirio dell’immortalità come tutti gli anziani, non ce l’ho con gli anziani. Ma metà mondo ha meno di 24 anni. I novantenni avrebbero il diritto e il dovere di starsene a casa, e i nipoti di andare a votare, anche per il Senato». Poi, politologico: «Ormai voteremo col Consultellum, ma chissenefrega».
Quando Grillo cede a tale disfattismo è perchè, psicologicamente, cerca una totale fuga dalle responsabilità .
Si rifugia nel mestiere: «I vostri franchi, genuini, liberi tiratori, Prodi se li ricorda ancora, ce ne ha ancora cinque o sei in casa. Fatevela voi allora questa legge qua, questa è neurologia, è psicologia, è paranoia».
Dal balcone in piazza San Secondo s’affaccia un pizzaiolo che vive lì, Beppe Francese, papillon e bandiera dell’Italia alla finestra. Grillo fa la solita gag «scendi qua, subito!». Mestiere. Ma poi si rabbuia di brutto, vede uno poco sotto al palco, è un giornalista, e gli scaglia addosso parole di una violenza fredda da mettere a disagio: «Voi siete giornalisti. Venite e dite “è il mio lavoro. Sono un giornalista, mi devi rispondere”. Avete un potere immenso, potete danneggiarmi, ma poi tu sei immune. Non si capisce perchè. Io ti auguro di cominciare a trovarti un altro lavoro, perchè la prima cosa che faremo è toglierti i finanziamenti. Devi dimagrire, non riesci neanche a battere le mani, c’hai delle ascelle grasse».
La gente ride, spensieratamente, alla satira sui difetti fisici del nemico. La violenza verbale viene anche evocata, non solo esercitata: «La gente ha tutto il diritto di essere violenta quando gli porti via i diritti, la salute, tutto (parla dell’Ilva, ndr)».
Sempre risate. L’attacco a Renzi senza nominarlo è il meno: «Io posso essere immorale, ma questa è gente amorale».
Quando, alla fine, lo si sente dire «San Francesco se lo guardate bene era un po’ com’ero io, e Casaleggio», forse è il momento di calare il sipario.
(da “La Stampa”)
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Giugno 8th, 2017 Riccardo Fucile
DI MAIO IMPIETRITO, GRILLO FURIBONDO, E’ SALTATO TUTTO… GLI EMENDAMENTI M5S, PRESENTATI PER FAR CONTENTI GLI ORTODOSSI, AVREBBERO DOVUTO ESSERE BOCCIATI, NEL GIOCO DELLE PARTI… MA DA FORZA ITALIA E PD E’ ARRIVATO L’AIUTINO PER FAR SALTARE IL BANCO
La debacle. Quella di Luigi Di Maio, il tessitore. 
Passa in Transatlantico e sembra di colpo diventato pallido. In privato lo raccontano prima impietrito, poi furioso. Vede il voto anticipato sfumare. E insieme alle urne, si allontana e si complica il percorso della sua incoronazione.
“Adesso si deve andare votare e basta, io non perderei altro tempo – sibila a denti stretti – impensabile riprovare a fare la legge elettorale”.
Gli fa eco Beppe Grillo, che liquida il Pd: “Ma fatevela da voi”.
Fosse stato per Di Maio – raccontano i ben informati – gli emendamenti della discordia sarebbero stati ritirati pur di andare avanti con l’accordo, ma ormai è troppo tardi e i duri e puri non glielo avrebbero permesso.
E infatti, tre metri più in là , ecco Roberto Fico che è l’icona della felicità . La legge elettorale è saltata sulla mina del Trentino, che guarda caso è stato il teatro principale della Prima guerra mondiale, e i grillini ortodossi gongolano come se avessero vinto il primo congresso interno.
Il promesso candidato premier grillino guarda nervosamente il cellulare. Mano sulla bocca, quasi pietrificato adesso Di Maio è seduto tra i banchi della Camera.
Ogni tanto qualcuno si avvicina a lui, ma si capisce che il vicepresidente della Camera parla controvoglia. Non può però non sentire quello che gli ortodossi del Movimento dicono sottovoce: “Abbiamo piazzato una mina sul percorso della legge elettorale e il Pd è scoppiato sopra”. E con il Pd tutto l’accordo sulla legge elettorale.*
Alla fine il Movimento non ha retto l’abbraccio con il Pd e Forza Italia.
E infatti, per sedare il dissenso interno, i pentastellati hanno depositato sei emendamenti, uno sull’estensione della legge elettorale al Trentino, ma altri tre particolarmente rilevanti: voto disgiunto, preferenze e premio di maggioranza.
Tutto questo per dire alla base: “Guardate che non siamo cambiati”.
E per far contenti gli ortodossi, convinti — così almeno pensavano i vertici — che sarebbero stati respinti e quindi l’accordo siglato da Di Maio non avrebbe avuto conseguenze.
Ma i franchi tiratori di Pd e Forza Italia questa mattina sono entrati in azione, dando un segnale politico e votando con il Movimento la proposta di modifica sul Trentino. Il Pd ha visto il pericolo dietro l’angolo, cioè che lo stesso schema si potesse ripetere sul voto disgiunto e ha chiesto agli M5s di ritirare gli emendamenti. Ma nulla di fatto. Il testo torna in commissione.
Di nuovo Roberto Fico, il vincitore della partita: “Ritirare gli emendamenti? Impossibile. Quindi ci chiedono di non intervenire in Aula su una legge di interesse nazionale?”.
Sta tutta qui la presa di posizione dell’ala anti Di Maio. E mentre in Aula i grillini che fanno capo al candidato in pectore si agitano tra i banchi, spaesati e stanchi (“In fondo questa legge ci conveniva”, dice un deputato molto vicino al vicepresidente della Camera), Fico li richiama all’ordine.
È il suo giorno ed è anche quello dei senatori, alcuni sono a Montecitorio a godersi lo spettacolo, che esultano: “Con il voto del blog volevano mandarci in galera e non permettere a noi del Senato di presentare emendamenti”.
Era questa infatti la strategia. Presentare emendamenti alla Camera per far contenti gli ortodossi, farli respingere da una maggioranza, che sarebbe dovuta essere compatta, e far votare il blog sul testo approvato dalla Camera.
In questo modo i senatori, molti dissidenti, avrebbero avuto le mani legate.
Adesso è cambiato lo scenario, anche dentro M5s.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 8th, 2017 Riccardo Fucile
LE SALE BINGO E IL LEGAME CON IL FIGLIO DELLA PM ACCUSATA DI CORRUZIONE… GLI AVVERSARI INTERNI AL M5S
Ugo Salvatore Forello, candidato sindaco del MoVimento 5 Stelle a Palermo, è oggi oggetto di un gustoso ritratto di famiglia sulla Stampa a firma di Ilario Lombardo. Forello, avvocato e leader di Addiopizzo, è la pietra dello scandalo che ha colpito il MoVimento 5 Stelle siciliano per la storia delle firme false, prima finendo indagato (e archiviato) per un’assurda teoria del complotto nata da un esposto dei parlamentari indagati.
Ma è anche un avvocato e un imprenditore. E qui nascono alcuni sospetti sulle sue attività , racconta il quotidiano:*
Alcuni sospetti sulle sue attività hanno portato i suoi avversari a verificare la rete societaria di Forello e a fare visure alla camera di commercio di cui La Stampa è venuta in possesso. I Forello sono tanti e tutti in affari insieme.
E uno dei loro core business sono le Sale Bingo. Un settore che dovrebbe creare un certo imbarazzo a un grillino, esponente di un Movimento che da sempre si batte contro il gioco d’azzardo.
Il cugino e lo zio, Giuseppe e Lorenzo Forello, gestiscono il Millionaire Bingo, a Moncalieri, provincia di Torino, una delle più grandi sale d’Europa.
E a Palermo il Las Vegas Big Bingo, riaperto due anni fa dopo essere stato confiscato al clan mafioso di Nino Rotolo.
Per evitare la chiusura e la perdita dei posti di lavoro scese in piazza la Cgil. Proprio in quei giorni un magistrato denunciò: «Cosa nostra ha tentato di riprendersi la sala Bingo. Solo un imprenditore è risultato avere i requisiti necessari. E con lui stiamo chiudendo la trattativa». Quell’imprenditore era Giuseppe Forello, cugino di Ugo.
Ma qui è interessante soprattutto il nome del magistrato: Silvana Saguto, ex presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo rinviata a giudizio il 25 maggio dalla procura di Caltanissetta.
Saguto è accusata di vari reati, tra cui la corruzione, per la gestione dei beni confiscati. Il suo nome torna in questa storia che riguarda Ugo Forello perchè a lei porta lo studio del candidato grillino, Palermo Legal, un crocevia fondamentale per riprendere la strada che ritorna alle imprese di famiglia.
A Palermo Legal ha lavorato Francesco Caramma, figlio di Saguto. E a fargli il colloquio è stato proprio Forello, che alla Stampa dà la sua versione dei fatti. «Ha collaborato a titolo gratuito, realizzando articoli giuridici, senza mai una cointeressenza economica».
Forello è avvocato e pesa molto bene le parole. Dice che la collaborazione del figlio di Saguto è successiva ai guai della madre e di non avere «mai avuto rapporti diretti con lei sui beni confiscati».
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 8th, 2017 Riccardo Fucile
IL CRONOGRAFO “FRANCESCANO” DI BEPPE GRILLO IN UN LIBRO FOTOGRAFICO DI ITALO FONTANA, TITOLARE DELLA FAMOSA MAISON TOSCANA DI OROLOGI DI PREGIO (DA 2.000 A 4.000 EURO)
Nel libro fotografico dell’imprenditore Italo Fontana c’è anche un’immagine che ritrae
Beppe Grillo mentre indossa l’orologio U-Boat.
Gli esperti dicono che Grillo è un grande estimatore degli U-BOAT di Italo Fontana. La U-BOAT è una maison toscana che si fa fregio di avere progettato prodotti e con materiali esclusivamente “made in Italy” (mentre Renzi, racconta la stessa fonte, preferisce i Rolex).
L’immagine risale all’epoca dell’ultima campagna elettorale in Sicilia e alla traversata dello Stretto che portò poi alla grande affermazione dei grillini di Giancarlo Cancelleri nell’isola.
Di marchio U-Boat era anche il famoso piumino a copertura integrale che sfoggiò sulla spiaggia di Marina di Bibbona nel 2013, subito dopo le elezioni politiche.
Il giubbotto, scrive il Tirreno, gli venne regalato dallo stesso Fontana.
Ma, a parte tutto ciò, a questo punto la domanda sorge spontanea: è più francescano l’orologio o la villa di Marina di Bibbona, quella che, tramite agenzia, Grillo affitta a 15.000 euro la settimana?
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 8th, 2017 Riccardo Fucile
IL PARLAMENTO E’ UNA SUCCURSALE DEL BLOG DI GRILLO… VA IN SCENA UNA GUERRIGLIA TRA SEGUACI DI DI MAIO E ORTODOSSI: IN PALIO C’E’ MOLTO DI PIU’ DELLA LEGGE ELETTORALE
Cosa c’è dietro il voto-bis che Beppe Grillo ieri ha annunciato per domenica sul blog riguardo la legge elettorale?
Innanzitutto c’è un’interessante e nuova concezione della democrazia rappresentativa, visto che gli altri partiti, tra cui il Partito Democratico, hanno acconsentito a rimandare a martedì il voto finale in parlamento sul Tedeschellum per consentire ai grillini iscritti al blog (e non agli elettori del MoVimento 5 Stelle) di decidere cosa dovranno votare i parlamentari mandati in parlamento dal popolo italiano.
E già questo da solo dimostra che come al solito in Italia la situazione è disperata, ma non seria.
Ma, come se non bastasse, dietro la decisione di Beppe c’è una guerra interna al M5S tra le due ali principali del partito di Grillo: i moderati, che vogliono l’accordo con Partito Democratico, Forza Italia e Lega perchè questo avvicinerebbe le urne in maniera significativa; e i talebani, che invece pretendono il rispetto delle lotte grilline sulle preferenze che verrebbero oggi vanificate dall’accordo in discussione.
Tommaso Ciriaco su Repubblica di oggi racconta le paturnie dei grillini mossi da ideali di alta democrazia: «Beppe — scandisce Di Maio al cellulare con Grillo — noi questa legge dobbiamo portarla a casa. Abbiamo fatto i conti, eleggeremo almeno 220 deputati, se va bene anche 250. Ce ne mancherebbero meno di 70 per governare».
E ancora: «tranquillo, una soluzione si trova», dicono Di Maio e Toninelli a Ettore Rosato, che oggi ha aperto all’alleanza con D’Alema dopo il voto.
Sull’altro fronte si descrive il clima tra gli ortodossi, tra i quali si racconta di un Carlo Sibilia che applaude persino l’alfaniano Lupi:
L’insofferenza per la linea di Di Maio, intanto, fatica a restare sottotraccia.
Oltre a Fico, remano contro l’accordo big del primo grillismo come Paolo Taverna e Nicola Morra.
E anche i dettagli fotografano uno scontro interno violentissimo. Un esempio? In Aula, a un certo punto, prende la parola l’alfaniano Maurizo Lupi. Spara a zero contro la riforma elettorale targata Renzi e cinquestelle. Carlo Sibilia non resiste alla tentazione e inizia ad applaudire. Soltanto, lo fa nascondendo le mani sotto il banchetto.
Il voto sul blog sarà decisivo non solo per conoscere i destini della legge elettorale e sapere quando il paese andrà alle urne.
Servirà anche a tacitare con il metodo della democrazia diretta da Grillo — che, come sempre, indicherà una “preferenza” nel post che accompagnerà il voto — i non fedeli alla linea Di Maio.
Anche in vista di un appuntamento che si avvicina sempre di più anche per oro: quello della conferma (o no…) della candidatura dei parlamentari eletti in questa legislatura. Non si va molto lontani dal vero a dire che, se questi manifestassero un aperto dissenso nei confronti del compromesso raggiunto da Di Maio e Toninelli, una sconfitta nel voto di domenica servirebbe a metterli in difficoltà .
Se invece rimanessero zitti non ci sarebbe alcuna possibilità di vincere nelle urne del blog.
Oggi intanto Monica Guerzoni sul Corriere fa i conti in tasca al MoVimento 5 Stelle sui cento franchi tiratori che hanno messo nel mirino l’accordo sul Tedeschellum:
Ogni contraente del patto a quattro ha le sue aree di sofferenza.
Danilo Toninelli parla in Aula e prova a sviare l’attenzione dal Movimento: «Tutti quelli che hanno chiesto il voto segreto lo hanno fatto al solo scopo di affossare la legge». Ma i numeri parlano e dicono che i Cinque Stelle hanno perso per strada 12 deputati, i quali non risultano in missione e però non hanno votato.
I fedelissimi di Luigi Di Maio scrutano le mosse degli ortodossi vicini a Roberto Fico, ed ecco che dai tabulati spunta il nome di Roberta Lombardi: «Avevo il saggio di musica di mio figlio e non ce l’ho fatta ad arrivare in tempo».
Insomma, domenica si vota.
E in palio c’è molto di più di una legge.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 7th, 2017 Riccardo Fucile
4 ANNI, SEI MESI E UN GIORNO TRA I BANCHI DELL’ARS E A 65 ANNI SI PERCEPIRA’ L’ASSEGNO MENSILE… I GRILLINI FANNO FINTA DI RINUNCIARVI, MA HANNO MATURATO I REQUISITI, SE FOSSE UNA COSA SERIA AVREBBERO DOVUTO DIMETTERSI IL GIORNO PRIMA
Era probabilmente cerchiata in rosso sul calendario, evidenziata nei promemoria, segnata forse persino nelle sveglie dei telefoni cellulari.
E non poteva essere altrimenti visto che quella di ieri era una giornata fondamentale per la Regione Siciliana, una data importantissima, un giorno da ricordare negli anni a venire.
Uno pensa: che cosa potrà mai accadere di così rilevante nell’isola del Gattopardo, nella Regione dei corsi e ricorsi storici, delle alchimie politiche che anticipano epoche nazionali e segnano destini di governi e governanti?
Il varo di una legge rivoluzionaria? La riforma dell’agrodolce statuto Autonomo? L’inaugurazione di una linea ferroviaria da Paese occidentale o — chissà — persino di un’opera simbolica tipo il ponte sullo Stretto?
Nossignore. Niente di così banale.
Al contrario in Sicilia ieri era la giornata del V-Day, non il Vaffa Day di Beppe Grillo ma più semplicemente il giorno del vitalizio, importante solo per poche decine di cittadini.
Dalla scorsa mezzanotte i consiglieri regionali dell’isola — che qui per la verità si fanno chiamare “onorevoli“, cioè deputati, come fanno i loro colleghi di Montecitorio — hanno maturato il diritto a percepire la pensione.
Sissignore: ai 51 consiglieri eletti per la prima volta nel 2012 sono bastati quattro anni, sei mesi e un giorno tra i banchi dell’Assemblea regionale siciliana per garantirsi un assegno mensile che cominceranno a percepire a partire dal loro sessantacinquesimo compleanno.
I 14 consiglieri del Movimento 5 Stelle IN TEORIA avrebbero rifiutato l’assegno inviando una lettera di rinuncia all’Ars (che vale come carta straccia) e oggi hanno organizzato un corteo di protesta contro il privilegio.
“I politici hanno fatto la legge Fornero per i cittadini che però non si applica ai politici stessi: è un grande paradosso”, dice Giancarlo Cancelleri, che studia da governatore. Al pentastellato risponde Davide Faraone del Pd. “Per rinunciare ai privilegi i deputati M5s all’Ars avrebbero dovuto dimettersi ieri e non l’hanno fatto. Hanno spedito una settimana fa una lettera che è carta straccia e oggi marciano urlando vergogna, avendo maturato, da qualche ora, anche loro i requisiti pensionistici”, attacca il sottosegretario alla Salute.
Ed in effetti è così: i diritti maturati verranno liquidati per legge, non basta certo una lettera scritta magari venti anni prima per fare testo. Chi ha oggi 40-45 anni solo al compimento del 65° dovrà nel caso scrivere una vera e propria lettera di rinuncia all’ente previdenziale, non certo ora.
E tra 20-25 avrà tempo di cambiare idea, state tranquilli…
Altra cosa sarebbe stata dimettersi un giorno prima che scattasse il diritto, ma tutti i rivoluzionari grillini si sono guardati bene dal farlo.
(da agenzie)
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