INCHIESTA SUL PONTE, SALVINI TRABALLA E ZAIA SORRIDE: INIZIA IL PROCESSO DEI NORDISTI
I MALUMORI DEL FRONTE DEL NORD, GIA’ OSTILE AI MILIARDI DELLA GRANDE OPERA CRESCONO ANCORA… E AL SUD I LEGHISTI SI SFALDANO
Il Ponte sullo Stretto è diventato un ponte tibetano per Matteo Salvini. Il segretario della
Lega è sempre più costretto a esercizi di equilibrismo per tenere in piedi la propria leadership.
Il consiglio federale in programma oggi era già complicato, il primo vero processo alla segreteria dopo una serie di battute d’arresto. E con il sondaggio di Swg che conferma il trend di calo, dal 5,8 al 5,6 per cento, mentre Futuro Nazionale di Roberto Vannacci continua a crescere ed è segnalato a meno di un punto di distacco. Con il sogno di compiere prima possibile l’operazione sorpasso.
Sono numeri “virtuali” ma con un effetto trascinamento tangibile. La notizia dell’inchiesta sul Ponte, insomma, rende il consiglio federale una strettoia ulteriormente pericolosa. Il vicepremier vede traballare il pilastro della svolta nazionale della Lega, il Ponte che dovrebbe unire Calabria e Sicilia.
Nord contro Sud
L’infrastruttura resta indigesta all’elettorato del Nord, quello legato alle origini, attento alla questione settentrionale, all’autonomia differenziata, non certo all’investimento per il Ponte. È la tesi di Luca Zaia, il presidente del Consiglio regionale veneto, pronto a scendere in campo con un ruolo nazionale. Il Doge ha chiesto un mandato forte di vicesegretario per il rilancio sui territori d’origine. Il suo Veneto, appunto, ma anche Lombardia, Piemonte e Friuli-Venezia Giulia.
La tempistica dell’inchiesta non giova al ministro delle Infrastrutture per una questione anche di nomi. Tra gli indagati c’è anche Giacomo Francesco Saccomanno, che professa la propria estraneità dai fatti, braccio operativo del leader leghista sulla grande opera. È stato il volto centrale del partito in Calabria per anni: è lui che ha messo insieme la classe dirigente in regione.
Un uomo-immagine della Lega salviniana, interessata a espandere il proprio consenso ovunque. Dopo l’addio di Domenico Furgiuele, altra “icona” della Lega salviniana, per l’approdo a Futuro nazionale, un altro colpo calabrese arriva con l’inchiesta che riguarda Saccomanno.
A mettere nero su bianco il disagio proveniente dal Settentrione, è stato Patto per il Nord, il partito guidato dall’ex segretario della Lega in Lombardia, Paolo Grimoldi: «Basta parlare del ponte di Messina, Se ne prenda definitivamente atto e si destinino quei 14 miliardi a sostegno di famiglie e imprese, a partire da un abbassamento definitivo delle accise sui carburanti».
Non c’è solo il fronte Nord ad agitare i sonni di Salvini. Dalle opposizioni è arrivata una richiesta di passo indietro del ministro. Hanno provato a mettere su un progetto che non ha mai avuto i piedi per terra, e alla fine si sono ridotti a tentare di truccare la partita. A Salvini non resta che dimettersi», ha detto l’eurodeputato del Movimento 5 stelle Pasquale Tridico.
Il Pd ha chiesto invece al vicepremier di riferire in aula: «I cittadini meritano risposte, trasparenza e investimenti nelle vere priorità del paese, non una corsa a qualsiasi costo verso un’opera che continua a sollevare dubbi, interrogativi e ora anche inchieste», ha detto la capogruppo dem alla Camera, Chiara Braga.
Oltre il Ponte, c’è il partito che ribolle. L’unica buona notizia è stata la sospensione dello sciopero dei treni previsto per domani. Il vicepremier, per il resto, è consapevole di dover trovare una soluzione: «Ci sono lavori in corso da mesi, non da tre giorni, evidentemente è un percorso lungo. Il nostro obiettivo è vincere le politiche dell’anno prossimo», ha ammesso.
Certo, ha poi cercato di minimizzare, sminuendo le ricostruzioni che lo danno a un passo dall’addio alla leadership: «Leggo molte fantasie», ha detto. Ma la “doppia Lega”, con Zaia capo al Nord, e il vicesegretario Claudio Durigon come coordinatore del Centro-sud, è l’unico sbocco possibile per Salvini.
Lega dimezzata
La soluzione di mediazione per restare in sella, almeno per un altro po’. Altrimenti il partito rischia di collassare e per il segretario l’uscita di scena sarebbe più traumatica. Zaia non vuole fare da salvagente, ma lanciarsi come uomo del futuro per il partito. Durigon, da parte sua, non vuole sentirsi il curatore fallimentare della Lega al Centro-sud. Una Lega dimezzata più che raddoppiata.
Salvini ha incassato la solidarietà di tutti per la sua foto bruciata in piazza durante una manifestazione. Ma non è un mistero il clima da «tutti contro tutti» nei gruppi parlamentari. Il capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari, è sotto pressione per la fuoriuscita di deputati. La colpa non è direttamente sua, la calamita di Vannacci ha funzionato. Ma gli viene addossata una responsabilità oggettiva. Il clima a Montecitorio è pessimo. Si guarda avanti con preoccupazione.
I parlamentari del Nord temono ulteriori contraccolpi, quelli del Centro e del Sud valutano la possibile migrazione verso altri lidi perché le elezioni sono vicine. I sovranisti hanno il partito di Vannacci come approdo naturale. Altri, anche i più moderati, sfogliano la margherita tra Forza Italia e Fratelli d’Italia. Salvini, nel mezzo, cerca di tenersi in piedi sul ponte traballante.
(da editorialedomani.it)
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