Marzo 11th, 2011 Riccardo Fucile
UN RICCO SOTTOBOSCO, TROPPE POCHE POLTRONE..E RAZZI SI LAMENTA: “VOLEVO SOLO UN POSTICINO”… I RESPONSABILI SI CONTROLLANO A VICENDA E PARLANO AL PLURALE…MA LE POLTRONE NON ARRIVANO E IL NERVOSISMO SALE
Aspettano. Ma soprattutto: si aspettano. 
«Qua sono tutti a chiedere qualcosa, io mica avevo chiesto un ministero o un sottosegretariato», piagnucola Antonio Razzi, il dipietrista che giurò «non cambierò mai casacca» – l’uomo che rivelò che gli avevano proposto di pagargli il mutuo – e poi alla fine, com’è come non è, la cambiò.
Povero Razzi, si accontentava del posto di segretario d’aula e invece no, l’hanno dato a Michele Pisacane.
Questi ir-Responsabili, «un kindergarten», lamenta, un asilo.
Dove tutti aspirano a tutto e nessuno difende più nessuno, in attesa di un problematico rimpasto.
Non parliamo, ovvio, di quelli che comunque vada avranno un posto di spicco, i Galan (che si sposterebbe alla Cultura, o alla presidenza dell’Enel), i Bonaiuti (ora lo vorrebbero alle Politiche comunitarie), le Santanchè; cerchiamo quello che s’agita sotto, un gradino più in basso.
Trattasi di universo fantasmagorico, metafisico, uomini che vivono in una dimensione che ancora non esiste, ma presto potrebbe.
Sono pure possibilità : la potenza contro l’atto.
Saverio Romano (dato ministro dell’Agricoltura, «io al governo non entro dalla finestra, entro dalla porta») l’aveva detto con sintomatiche parole: «Per i Responsabili voglio , oltre a un ministero, che siano individuati diversi posti da sottosegretario». Anche cinque.
Romano, antico democristiano palermitano, allievo di Calogero Mannino, indagato e poi archiviato dal gip per concorso esterno in associazione mafiosa, casiniano un tempo ma poi in rotta con Casini, lombardiano (nel senso di Raffaele) ma poi in rotta con Lombardo, infine fondatore del movimento «Noi sud», è uomo d’ingegno.
Alla Camera, nel dibattito del 13 dicembre sulla fiducia al premier, Fini lo spronava a concludere, e lui: «Presidente, mi dia trenta secondi dell’onorevole Iannaccone, il collega del mio partito è d’accordo».
Fini glieli dà , Romano conclude e solo allora il presidente della Camera s’accorge: «Ma onorevole, qui non c’è nessuno Iannaccone iscritto a parlare…».
Non è colpa loro: è che devono saper fare il gioco delle tre carte, e il Cavaliere lo sa e ci gioca a sua volta, gatto col topo, rinviando e rinviando (stavolta alla prossima settimana) per tenerli sulle spine.
Così son costretti a ingannare: anche l’Attesa.
Bossi prende in giro Romano, «per l’Agricoltura c’è già Bricolo, che ha la faccia da contadino».
C’è Bruno Cesario che venendo dal Pd sostiene di aver fatto un salto più arduo, e dunque di meritare più di Aurelio Misiti, e oltretutto di poter portare altri tre democratici a Silvio: invece Misiti rischia di papparsi più di lui.
C’è Catia Polidori che – per citare le antipatiche parole risuonate contro di lei a Montecitorio – tradì i finiani, e aspetta.
C’è Nello Musumeci che, dice il suo leader Francesco Storace, «fa politica da una vita e aspetta ciò che è giusto», forse qualcosa alla Protezione civile.
C’è Elio Belcastro, da sindaco di Rizziconi a Palazzo Chigi, forse.
Udite il democristiano calabro: «Altro che tre, siamo di più. Ma non è la poltroncina che ci serve, quanto un’idea travolgente di sviluppo».
Nel deserto della politica agognano l’arrivo dei tartari, per l’ultima battaglia berlusconiana.
Mario Pepe, deputato eletto nel Pdl unitosi ai Responsabili per fare numero per il gruppo alla Camera, elenca dal foglietto: «Misiti viceministro alle Infrastrutture, per l’Agricoltura c’è già Romano, Galan trasloca ai Beni culturali».
Solo che gli aspiranti a volte negano, mentre aspettano.
Misiti giura: «Vediamo quello che arriva».
Già presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, dipietrista finito al Mpa di Lombardo, a settembre metteva la mano sul fuoco: «L’Mpa ha già dato con la scissione dei quattro di Noi Sud».
S’è visto.
Quasi sempre, prendete Arturo Iannaccone – chirurgo avellinese, democristiano avìto, poi Ccd, quindi assessore di Rastrelli in Campania, poi Udc, infine (per poco) Mpa -, l’aspirante «si rimette a», in sublime burocratese: «La copertura degli incarichi resisi vacanti spetta unicamente al presidente Berlusconi. Siamo certi che valorizzerà il nostro apporto».
Parlano al plurale, non aspirano in proprio, non sia mai.
Anna Maria Bernini, ultima fiamma mediatica di Silvio, che di lei ha detto in giro «questa qui è un genio», solo un anno fa a Bologna si portava addosso l’etichetta: «deputata finiana». Hai voglia.
Ora questo brillante avvocato, che difende tra l’altro la Nicoletta Pavarotti, e a Ballarò ha rifolgorato il Cavaliere con coda di cavallo, giacca bianca, calze scure e stivali neri, potrebbe fare il viceministro alle Attività produttive.
Ma lei va assicurando: «Non cerco posti».
Cercano semmai serenità interiore. Pace.
Realtà , oltre la mera possibilità .
E hanno una sola parola.
A ottobre 2009 diceva «mi sono innamorata del lavoro di parlamentare».
Tre mesi dopo tentò, perdendo, di fare il governatore in Emilia.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa“)
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Marzo 11th, 2011 Riccardo Fucile
VANNO IN ONDA LE PROVE GENERALI PER SALVARE BERLUSCONI E INIZIA LO SCAMBIO DI FAVORI…ANCHE LUNARDI E SGARBI MIRACOLATI DALLA CAMERA… IL TRUCCO DEL TRIBUNALE DEI MINISTRI E LE PROPRIETA’ DI PECORARO SCANIO
Leader dell’ambientalismo italiano dal dicembre 2001 al luglio 2008, ministro delle Politiche agricole nel governo Amato e dell’Ambiente nell’ultimo governo Prodi.
Candidato alle primarie come leader del centrosinistra nel 2006, Pecoraro Scanio non era un politico qualsiasi.
Lunedì scorso la Camera lo ha salvato negando al tribunale dei ministri la possibilità di usare le intercettazioni telefoniche del pm Henry John Woodcock per processarlo.
Eppure la politica ha rimosso il problema.
In suo favore hanno votato il Pdl e i radicali più – con il trucchetto dell’astensione – Udc, Lega, Fli.
Contro l’ex ministro del centrosinistra si son ritrovati solo i partiti del centrosinistra: Pd e Idv.
Il dibattito successivo è stato lo specchio di questo ribaltamento.
Come se il caso dell’ex ministro fosse una prova generale del salvataggio del premier nel caso Agcom-Trani oggi e magari domani nel caso Ruby.
Nessuno si è curato del merito della richiesta del Tribunale dei ministri. Eppure quelle carte, che imbarazzano destra e sinistra, meritano di essere lette.
A partire dalla motivazione della richiesta del Tribunale dei ministri: “Dalle intercettazioni emerge che l’imprenditore Mattia Fella si è interessato al reperimento di una sede (nel centro di Roma) per una fondazione che sarebbe stata intitolata al ministro nonchè all’acquisto per conto del ministro, di un terreno nei pressi di Bolsena dove quest’ultimo avrebbe dovuto realizzare un complesso agrituristico dotato di piscina ed eliporto.
lnfine, dalle predette telefonate risulta che il ministro ha sempre manifestato disponibilità a esaudire le richieste del Fella”.
Ecco perchè i giudici chiedevano al Parlamento di usare le intercettazioni: “le conversazioni telefoniche cui ha preso parte Alfonso Pecoraro Scanio costituiscono la prova dell’esistenza di sistematici accordi illeciti di natura corruttiva fra l’ex ministro e Fella in base ai quali il primo poneva in essere, in favore del secondo, atti e prestazioni relative alla pubblica funzione da lui esercitata ricevendo in cambio da quest’ultimo i più disparati favori e utilità . In particolare, dalle telefonate fra Fella e Pecoraro Scanio si evince chiaramente, tra le altre cose, che il primo ha sostenuto le spese per vari soggiorni turistici e spostamenti del ministro, interessandosi a volte anche della scelta della destinazione, occupandosi dei minimi dettagli dei viaggi (dalla scelta delle stanze d’albergo al soggiorno dei collaboratori del ministro, ecc.) ed accontentandolo in tutte le richieste relative al comfort nelle strutture alberghiere”.
Fella ambiva a stipulare convenzioni con il ministero e con l’Apat e alla nomina del fratello gemello Stanislao Fella come membro di una commissione ministeriale (incarico retribuito con circa 40mila euro), il ministro in cambio del suo interessamento avrebbe ottenuto “numerosi trasferimenti e spostamenti con un elicottero interamente pagato da Fella per un importo pari a 120 mila euro; numerosi viaggi-soggiorno in Italia e all’estero (Stati Uniti, Parigi, Saturnia, Milano, Perugia) per un valore pari a diverse decine di migliaia di euro; l’acquisto di un terreno — pagato 265 mila euro interamente da Fella — da utilizzarsi per l’edificazione di un agriturismo biologico e di una villa con annessa piscina ed eliporto, destinata alla persona del Pecoraro Scanio” tra l’altro in zona destinata a verde agricolo, aggiungono i magistrati con sorpresa, visto l’incarico dell’indagato.
Ora il Tribunale dei ministri dovrà decidere se procedere senza intercettazioni.
Le telefonate erano fondamentali ma il previdente Woodcock — prima di spedire tutto a Roma per ragioni di competenza — aveva sentito a verbale decine di testimoni.
Tra questi l’ex segretario particolare del ministro Pecoraro, Renato Mazzocchi, che ha raccontato così la storia del terreno sul lago di Bolsena: “Fella propose al Ministro che lo avrebbe portato a vedere questo posto. Andarono lì, un fine settimana, e mi ricordo che in quell’occasione, il lunedì avevamo un incontro istituzionale, io raggiunsi il Ministro con la macchina di servizio lunedì mattina, in questo agriturismo (…) al Ministro interessava il posto, perchè gli era piaciuto e quindi propose a Mattia Fella di acquistare un terreno lì per poi costruire una casa o eventualmente un agriturismo (…) Fella mi ha detto che ha acquistato questi terreni e mi ha anche detto che lo stesso Ministro aveva ingaggiato anche un ragazzo per la progettazione di questo agriturismo, che all’inizio doveva essere solamente la casa del Ministro, poi da casa si è trasformò in agriturismo e appartamento sopra per il Ministro”. Chi avrebbe pagato?
“Da quello che diceva il Fella”, spiega sempre Mazzocchi, “il ministro non aveva mai cacciato dei soldi per l’acquisto di questi terreni, anche perchè da quello che mi risulta, erano stati solo acquistati da Fella”.
Il pm si sorprende ma Mazzocchi spiega serafico: “Pecoraro Scanio ha un cattivo rapporto con il denaro… almeno per quello che è stato il mio mandato, è più quello che ci ho rimesso che quello che mi è stato dato. Cioè con Alfonso Pecoraro Scanio si inizia la mattina con il caffè e si finisce la sera con il pranzo, paghiamo tutto noi, nel senso che: si è in dieci al bar, il segretario particolare paga; si va a cena, il segretario particolare paga; si prendono cento caffè al giorno…guardi, non ha mai pagato, cioè io… non mi ha mai offerto un caffè, l’ho sempre pagato io”.
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 11th, 2011 Riccardo Fucile
LA STORIA DEGLI ALPINI E LE BALLE DI COTA, I MERIDIONALI TUTTI MARINAI O FANTI, I LEGHISTI IN CORTO CIRCUITO STORIOGRAFICO… E SE LEGGESSERO QUALCHE LIBRO PRIMA DI PROFERIR PAROLA?
I simpaticissimi ramarri legaioli non perdono occasione per dimostrare la loro diversa
intelligenza.
Se i pezzentoni padani sapessero che esistono delle cose chiamate “libri di storia” potrebbero rendersi edotti del fatto che il corpo d’armata alpino in Russia (si, coloro che secondo la stessa propaganda staliniana erano i soli a doversi ritenere “invitti sul sacro suolo della patria sovietica”, parole lette da Jurij Levithan nel celebre proclama della vittoria di Stalingrado) era composto non solo da montanari friulani, veneti, piemontesi e lombardi, ma anche da alpini abruzzesi, calabresi, laziali, siciliani e lucani.
Se le belle teste legaiole fossero in grado di recepire nelle loro belle teche craniche in fibrocemento massiccio precompresso il fatto che gli alpini hanno sempre avuto una forte componente meridionale eviterebbero di sparare cazzate.
Se i legaioli si fossero letti quel capolavoro della letteratura italiana che è “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern troverebbero la figura di un coraggioso tenente catanese della Julia, morto accanto ai suoi soldati quando l’armata rossa attaccò le postazioni del corpo d’armata alpino sul Don.
Ma capire qualcosa non è certo nelle corde di gente che ha fatto dell’ottusità assoluta verbo e credo indeflettibile ed indiscutibile.
Ieri sera in televisione c’era il prode Cota, intento a coprirsi di ridicolo…
Il “diversamente capace” governatore del Piemonte (forse a sua insaputa) blaterava cose sulla “specificità ” del ruolo degli alpini che devono essere arruolati sulle terre alpine, in quanto alpini… al sud c’è il mare e quindi i meridionali possono essere solo fanti o marinai, sosteneva quel caso umano di verde ammantato.
Se fossi stato al posto del suo interlocutore lo avrei prima invitato a rileggersi un pò la storia, prima di mandarlo a quel paese e di mettergli le mani addosso, a nome di tutti coloro che a destra e a sinistra amano ancora questo nostro derelitto paese o ciò che ne rimane!
Alpen
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Marzo 11th, 2011 Riccardo Fucile
DAL CONTO BUNGA BUNGA N° 129 DEL MONTE DEI PASCHI GESTITO DAL RAG. SPINELLI, IL PREMIER FORAGGIAVA UNA CORTE DI MIRACOLATE DAL SISTEMA BUNGA BUNGA… UN TOTALE DI 11,5 MILIONI DI EURO PER PREMIARE LA “MERITOCRAZIA” DEI GIOVANI
La grande mangiatoia delle arcorine ha il numero 129. Quello del conto corrente presso il Monte dei Paschi di Siena, materialmente gestito dal ragionier Spinelli e attraverso il quale Silvio Berlusconi foraggia il sistema Bunga bunga. Un flusso continuo di contanti in busta, ma anche assegni e bonifici. I numeri derivano dalle indagini della Guardia di Finanza, depositate in vista del processo al premier, in un periodo compreso tra gennaio 2010 e gennaio 2011, per un totale di 11,5 milioni di euro.
Bastava telefonare al rag. Spinelli, dirgli che se non sganciava si sarebbero rivolte direttamente al capo e i soldi puntualmente arrivavano.
Tra le fortunate, una scuderia affollata di starlette.
Vediamo qualche dettaglio.
Alessandra Sorcinelli
L’ex meteorina, nonchè ex madrina di “Affari tuoi”, ha ricevuto 115 mila euro in accrediti mensili da 10 mila euro.
Angela Sozio
Il suo volto divenne noto nel 2007, quando venne immortalata seduta sulle ginocchia di B. a Villa Certosa. Ha ricevuto 100 mila euro.
Nicole Minetti
L’igienista dentale e consigliera regionale lombarda (madrelingua e laureata col massimo dei voti, secondo B.) ha ricevuto “solo” 31 mila euro.
Anna Palumbo (mamma di Noemi Letizia)
Una donna che ha cresciuto sua figlia nel culto del premier: dedizione che le è valsa 20 mila euro.
Eleonora Gaggioli
Volto di numerose fiction tra il 2000 e il 2010, fu a un passo dalla candidatura alle Europee per il Pdl. Ha ricevuto 17 mila euro.
Valentina Costanzo
Concorrente italo-tunisina del “GF 11”: “Bellezza appariscente e carattere molto determinato”, ha ricevuto 40 mila euro.
Albertina Carraro
30 mila euro per la figlia di Franco, ex presidente della Figc, oggi fidanzata col numero uno di Farmindustria, Sergio Dompè.
Barbara Guerra
Alla 30enne ex concorrente della “Fattoria 4”, ex starlette della “Domenica sportiva”, sono stati trovati 18mila euro nel cuscino.
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Marzo 10th, 2011 Riccardo Fucile
DA BERLUSCONI A MATTEOLI, DA CASTELLI A LUNARDI, DA SGARBI A COSENTINO, DA PECORARO SCANIO AD ANGELUCCI, DA DE LUCA A MARGIOTTA… ECCO I REATI CONTESTATI E CHI HA SALVATO GLI INQUISITI
Due politici di opposizione e tutti gli altri di maggioranza: sono i parlamentari salvati nel
corso di questa legislatura.
Facciamo un elenco dei casi più noti, evitando quelli relativi a reati minori
Altero Matteoli
Favoreggiamento nell’ambito dell’inchiesta per abusi edilizi sull’isola d’Elba
Luglio 2009: salvato da Pdl e Lega
Roberto Castelli
Diffamazione ai danni di Oliviero Diliberto accusato di essere “amico dei terroristi”
luglio 2009: salvato da Pdl e Lega
Nicola Di Girolamo
Associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio di capitali illeciti, violazione della legge elettorale con l’aggravante mafiosa
settembre 2008: salvato da Pdl e Lega
Si dimette il 1marzo 2010
Francesco De Luca
Aver tentato di aggiustare un processo di camorra su richiesta del clan Guida
luglio 2008: salvato da Pdl, Lega e Pd
Pietro Lunardi
Accusato di corruzione relativa agli appalti del G8 in Abruzzo
8 marzo 2011: salvato da Pdl e Lega
Nicola Cosentino
Concorso esterno in associazione camorristica
settembre 2010: salvato da Pdl, Lega e Udc
Salvatore Margiotta
Tangenti legate agli appalti per l’estrazione petrolifera in Basilicata
dicembre 2008: salvato da tutti, esclusa Idv
Alfonso Pecoraro Scanio
Corruzione
8 marzo 2011: salvato da Pdl e astensione di Lega e altri
Antonio Angelucci
Associazione a delinquere, concorso in truffa aggravata e continuata
aprile 2009: salvato da Pdl, Lega e Pd
Vittorio Sgarbi
Diffamazione dei pm di MIlano
8 marzo: salvato da Pdl e Lega
Silvio Berlusconi
Concussione e prostituzione minorile
febbraio 2011: salvato da Pdl, Lega e responsabili
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Marzo 10th, 2011 Riccardo Fucile
UN ARSENALE PER IL CRIMINALE: L’AFFARE MESSO A PUNTO NEL GIUGNO 2009 DURANTE LA VISITA DI GHEDDAFI IN ITALIA…7.500 PISTOLE, 1.900 CARABINE, 1.800 FUCILI, UNA FORNITURA DA 8 MILIONI DI EURO…L’EUROPA TENUTA ALL’OSCURO DELL’AFFARE TRA SILVIO E IL RAIS, LA SCOPERTA A MALTA
Altro che limette per le unghie di cui ha continuato a parlare per giorni il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, per buttarla in ridicolo e sviare il forte sospetto che l’Italia avesse fornito negli ultimi tempi tante armi micidiali a Gheddafi.
Buona parte di quegli ordigni con cui il raìs fa massacrare gli insorti in realtà sono italiani, venduti a Tripoli alla fine del 2009 e fabbricati dalla Beretta di Gardone Val Trompia.
Si tratta di un vero e proprio arsenale: 7.500 pistole, 1.900 carabine e 1.800 fucili consegnati nelle mani del capo del Settore di pubblica sicurezza del Comitato popolare del dittatore nordafricano.
Cioè, in pratica, i giannizzeri del raìs. Valore della fornitura, circa 8 milioni di euro.
Quelle esportazioni negli atti ufficiali vengono qualificate come armi di “non specifico uso militare”, poco più che fuciletti da caccia, insomma, una dicitura forse usata per poter sfruttare al meglio le incongruenze della legislazione italiana sulle esportazioni di armi, rigorosa per quelle militari, molto più blanda per le altre.
Tra gli oltre 11 mila pezzi inviati alla Libia, però, ci sono perfino centinaia e centinaia di fucili di un particolare modello da 13 anni in dotazione ai marines americani, l’M4 Super 80 ad anima liscia, un’arma progettata per uso bellico e prodotta dalla Benelli, antica fabbrica di Urbino controllata dal gruppo Beretta.
Anche gli altri oggetti consegnati a Gheddafi presentano caratteristiche che con la caccia a lepri e fagiani hanno poco a che vedere.
Ci sono, per esempio, le pistole PX4 calibro 9 semiautomatiche, con un peso ridotto di soli 800 grammi e un caricatore di 10 colpi che con un elemento supplementare può arrivare a 15.
E poi le carabine CX4, anche queste calibro 9, su cui possono essere montati sistemi di puntamento ottico e laser.
L’affare delle armi fu affrontato il 10 giugno 2009, in un’occasione considerata a suo modo storica dal governo italiano per quanto riguarda i rapporti con la Libia, il giorno in cui il raìs arrivò a Roma, accolto con tutti gli onori da Silvio Berlusconi, accompagnato da un codazzo di auto e furgoni blindati, decine e decine di guardie del corpo e gli fu consentito di piantare la sua tenda berbera nel giardino di villa Pamphili.
La consegna di fucili e pistole avvenne a tambur battente pochi mesi dopo. Quattro container di armi furono sistemati a bordo di una nave che dal porto di La Spezia fece scalo a Malta per dirigersi infine verso le coste libiche.
La fornitura fu effettuata con modalità che, per una serie di circostanze fortuite emerse nel tempo, hanno ingenerato una sfilza di sospetti, fino all’emersione di una verità che le autorità italiane di governo fino all’ultimo hanno sostanzialmente negato.
La ricostruzione di tutte le tappe dell’affare delle armi alla Libia è stata effettuata con precisione da un ricercatore della Rete italiana per il disarmo e redattore di Altreconomia, Francesco Vignarca.
Il 24 febbraio Vignarca si è accorto insieme ad un collega che in un rapporto del 13 gennaio della Gazzetta dell’Unione europea era riportata una fornitura di armi alla Libia da parte di Malta per un importo veramente considerevole: 79 milioni di euro.
La gigantesca partita era catalogata sotto la colonna ML 1, cioè armi leggere ad anima liscia di calibro inferiore a 20 millimetri, automatiche di calibro 12,7 millimetri e accessori e componenti vari.
Le autorità maltesi interrogate a proposito, non avevano negato la toccata nel porto della Valletta di una nave con container pieni di armi, anzi avevano fornito una serie di particolari, specificando che quel materiale non era roba loro, ma proveniva dall’Italia e come destinazione finale aveva la Libia.
Immediatamente alcuni avevano pensato a fucili e pistole prodotte dalla Beretta, ma il gruppo bresciano aveva smentito nettamente l’invio a Tripoli di un carico per un importo simile.
Le autorità maltesi avevano aggiunto, inoltre, che la consegna era stata regolarmente effettuata dopo una telefonata di verifica con l’ambasciata italiana in Libia.
Di quella fornitura, però, non c’era traccia nè nelle comunicazioni italiane all’Unione europea nè nel rapporto ufficiale del Servizio di coordinamento della produzione di materiali di armamento della presidenza del Consiglio. Solo nelle tabelle dell’Istat, l’istituto di statistica, era registrata un’esportazione complessiva verso la Libia del valore di 8 milioni di euro di armi italiane definite per uso civile.
Sembrava un giallo in piena regola che nel frattempo è stato risolto.
Le autorità portuali maltesi hanno confermato la loro versione, ammettendo, però, di essere incorse in un grossolano errore di “trascrizione”, cioè di aver registrato il carico con uno zero in più, 79 milioni di euro mentre invece l’importo esatto sarebbe 7,9.
Sul versante italiano si è appurato che dietro la dicitura statistica di esportazioni verso la Libia di armi per uso civile, si celavano forniture di pistole, carabine e fucili di tipo bellico.
Daniele Martini
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 10th, 2011 Riccardo Fucile
COI TEMPI PREVISTI NON SARA’ MAI APPROVATA, E’ SOLO UNO SPOT PER I GONZI E SERVE DA CARTELLINO GIALLO PER I MAGISTRATI… ASSURDO IL VENIR MENO DELL’OBBLIGO DI INDAGARE DI FRONTE A UNA NOTIZIA DI REATO E CHE SIA IL GOVERNO A INDICARE SU QUALI REATI SI POSSA INDAGARE E SU QUALI NO… ASSURDO CHE LA POLIZIA GIUDIZIARIA SIA SOTTRATTA AI PM E RISPONDA SOLO AL MINISTRO DEGLI INTERNI…NO AL POTERE GIUDIZIARIO ASSERVITO ALLA POLITICA E NO ALLA MAGGIORANZA DI MEMBRI LAICI NEL CSM
La “epocale” riforma della giustizia si riassume in una semplice frase: quando sarà legge
(ovvero mai) i magistrati che indagano sui reati, cioè i pubblici ministeri, faranno quel che dice il governo e solo quello.
E’ questa la verità della “grande riforma”, come da copyright berlusconiano.
Sarà il ministro della giustizia, cioè il governo che ogni anno indicherà al Parlamento e ai pubblici ministeri su quali reati indagare.
Questo e non altro vuol dire che “l’azione penale” resta “obbligatoria” ma nelle “forme indicate dalla legge”.
Se il governo affaristico-razzista deciderà che i giudici devono fissare come priorità la lotta all’immigrazione clandestina, tutti si dovranno dedicare a perseguire i venditori abusivi di asciugamani e non alla lotta alla corruzione nella pubblica amministrazione.
L’ordine cronologico della trattazione dei fascicoli non deriveranno dall’ora solare in cui sono stati commessi i potenziali reati, ma saranno decisi dal ministro di turno e dal relativo governo.
In pratica, oggi un pubblico ministero è obbligato ad indagare sempre e comunque quando ha una “notizia di reato”, da chiunque gli venga fornita.
Domani sarà obbligato ad indagare se la “notizia” riguarda reati che il governo ha deciso di indicare come meritevoli di indagine.
I pubblici ministeri diventeranno dunque un’articolazione della volontà di governo.
E, anche volendo, non potrebbero fare altrimenti una volta che la grande riforma sarà legge: la polizia che oggi infatti si muove su indicazione dei magistrati, domani sarà dai magistrati autonoma e svincolata, si muoverà quindi su indicazione e controllo del ministro degli Interni, della Difesa o del Tesoro, a seconda che siano poliziotti, carabinieri o guardia di finanza.
Quindi indagheranno magari su un parlamentare delo stesso partito del ministro degli Interni solo se costui ne darà autorizzazione.
Insomma i tutori dell’ordine partiranno per indagare sotto la supervisione del governo a cui eventualmente renderanno conto.
I pubblici ministeri, quelli che indagano, avranno poi un loro Consiglio Superiore, distinto da quello per la parte della magistratura che giudica e non indaga, in modo che non ci siano “alleanze” e che il giudice che indaga e accusa vada dal giudice che giudica “con il cappello in mano” (anche qui il copyright è ufficialmente berlusconiano che fa già capire lo scopo della norma).
Separate così le carriere, la carriera del pubblico ministero sarà monitorata da questo suo Csm .
Dunque i pubblici ministeri potranno indagare su quel che il governo indica, la polizia per indagare verrà loro “prestata” dal governo e la loro carriera sarà controllata, incentivata o stoppata dal governo.
Sono moltissime infatti le pagine del testo da sfogliare, ma in fondo si riassumono in una sola riga, appunto quella del pubblico ministero che fa quel che il governo indica.
Per non parlare della maggioranza di membri laici (ovvero scelti dai partiti) che finirebbe per far diventare il Csm una dependance di Palazzo Chigi.
Con alcuni accorgimenti, l’unica cosa fattibile potrebbe essere la separazione delle carriere, il resto risponde solla alla logica di ostacolare l’attività della magistratura e limitarne gli interventi.
Altro che riforma epocale, andrebbe accompagnata dal corteo delle pompe funebri.
Destinazione: cimitero di regime, dove vige il sotterramento dei reati non graditi alla Casta.
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Marzo 10th, 2011 Riccardo Fucile
IL 7 FEBBRAIO DUE ITALIANI HANNO TENTATO DI CORROMPERE UNA IMPIEGATA DELL’ANAGRAFE DI FKIH IN MAROCCO, MA LEI RIFIUTA…DI CHI ERANO GLI EMISSARI? COME MAI IL GIORNALE TITOLAVA “IL PREMIER CALA L’ASSO: RUBY ERA MAGGIORENNE”? COME MAI BERLUSCONI SOSTENEVA IN QUEI GIORNI CHE AVREBBE AVUTO LA PROVA CHE RUBY AVEVA DUE ANNI IN PIU’?
Una donna a disposizione? No. Questa volta no.
Questa volta potere, denaro, forza non sono serviti a niente.
Una signora quarantenne, funzionario pubblico di una sperduta cittadina del Marocco, ha scelto di fare il suo dovere, di non barattare la sua dignità con quella che per lei era una montagna di denaro.
Dietro garanzia dell’anonimato Fatima (il nome è di fantasia) ha accettato di raccontare al Fatto Quotidiano quello che è successo.
Un mese fa due italiani,
accompagnati da un interprete marocchino, sono venuti qui, a Fkih Ben Salah, ai piedi delle montagne dell’Atlante.
Si sono presentati in municipio e le hanno chiesto di cambiare i dati anagrafici di una certa Karima El Marough.
Già , proprio lei, Ruby, la ragazza che ancora minorenne avrebbe avuto rapporti sessuali a pagamento con Berlusconi.
Quella coppia di stranieri aveva in mente un piano preciso. E per questo hanno chiesto a Fatima, dirigente dell’amministrazione comunale, di diventare loro complice.
Eccolo, il piano: si sostituisce un documento con un altro, si fa scomparire per qualche tempo un pubblico registro e il gioco è fatto. Ruby, che è nata a Fkih il primo novembre del 1992, di colpo sarebbe invecchiata di un paio d’anni. Quanto basta per farne almeno una diciottenne all’epoca della sua frequentazione con il premier.
Problema risolto, quindi, perchè pagare una prostituta maggiorenne non è reato.
A questo, allora, serviva la missione in Marocco di quei due italiani.
Serviva a truccare le carte, a cambiare i connotati della storia che da cinque mesi tiene in ostaggio Berlusconi e l’intero governo del nostro Paese.
A prima vista poteva sembrare una truffa ben congegnata e neppure troppo costosa.
Fkih, 90 mila abitanti, è una cittadina povera nel mezzo di una regione depressa, spopolata da un’emigrazione massiccia verso l’Italia, la Francia, la Spagna.
Non c’è famiglia qui, che non abbia qualche parente in Europa. In Sicilia è sbarcato più di vent’anni fa anche il padre di Ruby, Mohammed El Marough, che vive a Letojanni, in provincia di Messina.
E allora, devono aver ragionato i due misteriosi italiani, una mancia sostanziosa, qualche migliaio di euro, avrebbe messo in moto la burocrazia del posto.
Si sbagliavano. Fatima non si è fatta corrompere. Si è rifiutata di metter mano ai documenti che riguardano quella sua concittadina colpita da improvvisa notorietà dall’altra parte del Mediterraneo.
Fatima, a dire il vero, non sapeva neppure chi fosse questa Karima. Gliel’hanno spiegato qualche giorno dopo i suoi parenti che abitano in Italia. Le hanno raccontato di un presidente del Consiglio che riempie la casa di ragazze con cui trascorre allegre nottate. Le hanno detto del bunga bunga.
E chissà che cosa aver pensato lei, donna musulmana, ad ascoltare le avventure erotiche di Silvio il sultano di Arcore.
Di questo con noi ha preferito non parlare. Pudore, forse.
Ma la storia dei due viaggiatori italiani in trasferta a Fkih, quella no, quella non poteva proprio tenersela per sè.
A metà febbraio, tramite un parente, Fatima ha contattato il Fatto Quotidiano. Due settimane di verifiche. Poi il viaggio sul posto, in Marocco, per raccogliere la sua testimonianza e nuovi elementi utili a chiarire la vicenda.
Ecco, allora, il racconto di Fatima agli inviati del Fatto Quotidiano.
“La mattina del 7 febbraio mi hanno chiamata fuori dal mio ufficio”, dice. “Erano in tre. Due parlavano italiano”. Ne è sicura. Conosce il suono di quella lingua grazie ai suoi famigliari emigrati. Poi c’era un interprete, un marocchino, un tipo distinto.
“Mi è sembrato di capire – ricorda Fatima – che anche lui venisse dall’Italia, forse da Milano”.
Prima le hanno spiegato che volevano dare un’occhiata ai documenti d’anagrafe di questa tale Karima.
Poi hanno fatto capire che la data di nascita annotata sul pubblico registro non è quella giusta. E allora potrebbe essere necessario correggere l’errore con un nuovo atto in cui inserire l’anno giusto, il 1990, al posto del 1992.
Per capire fino in fondo questa strana storia bisogna sapere che nei centri minori del Marocco l’anagrafe non è informatizzata.
I nuovi nati vengono registrati in libroni scritti a mano e compilati in ordine cronologico. Un sistema arcaico, certo.
Paradossalmente, però, truccare i numeri in un computer può rivelarsi più semplice che falsificare uno di questi registri.
Per fare un lavoro perfetto bisognerebbe riscrivere tutto il volume, omettendo la pagina che si vuole cambiare.
Poi si fa lo stesso lavoro sul registro di due anni prima, ma qui invece di cancellare si aggiunge un foglio, quello della persona di cui si vuole spostare la data di nascita.
Volendo c’è una scorciatoia.
Con l’aiuto di un funzionario compiacente si può compilare un estratto di nascita falso e questo inizialmente sarà sufficiente a ingannare il pubblico.
I libroni possono essere sistemati in seguito, con calma. Così, se qualcuno, magari dopo qualche mese, si spingerà fino in Marocco per confrontare la data dell’estratto con quella del registro, tutto coinciderà .
Ovviamente quei tizi venuti dall’Italia erano disposti a pagare per il disturbo.
“Mi hanno offerto una somma importante”, rivela Fatima senza specificare la cifra.
Certo, confessa, quei soldi le avrebbero fatto comodo. Ci ha pensato un po’, ingolosita.
Che fare? Alla fine ha preferito lasciar perdere perchè, ci spiega, non voleva “passare dei guai”.
E poi ha pensato anche a Karima. “Se avessi accettato l’offerta – racconta – avrei potuto creare dei problemi anche a questa mia concittadina”.
Problemi per Ruby? Non proprio. Di certo se quella data di nascita fosse stata davvero anticipata di due anni, buona parte dei guai di Berlusconi si sarebbero risolti d’incanto.
Caduta l’accusa di prostituzione minorile, il premier avrebbe dovuto rispondere della sola concussione.
Niente da fare.
“Non posso accettare”, ha risposto Fatima ai suoi interlocutori, quasi scusandosi. Era il 7 febbraio, un lunedì. In Italia, a quell’epoca nessuno aveva sollevato pubblicamente la questione dell’età di Ruby.
Giravano molti pettegolezzi, questo sì, a proposito di una ragazza dal fisico appariscente, che sembrava più vecchia della sua età . Solo voci, però.
Fino a quando, giovedì 3 marzo, il Giornale annuncia: “Il premier cala l’asso: Ruby era maggiorenne”.
È questo il titolo a tutta pagina di un articolo in cui si racconta che Berlusconi, in alcuni colloqui privati, avrebbe confidato di “avere la prova che Ruby è stata registrata all’anagrafe due anni dopo la sua nascita”.
Nello stesso articolo si parla di indagini difensive che sarebbero sbarcate “dall’altra parte del Mediterraneo”.
Indagini qui, a Fkih Ben Salah, la città natale di Ruby? Fatima non ne sa nulla.
Si ricorda bene però di quei due italiani.
Due italiani che volevano corromperla.
Lorenzo Galeazzi Vittorio Malagutti e Massimo Paradiso
inviati a Fkih Ben Salah
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Berlusconi, criminalità, denuncia, emergenza, Giustizia, governo, mafia, PdL, Politica, radici e valori | 1 Commento »
Marzo 10th, 2011 Riccardo Fucile
BONAIUTI IN CADUTA LIBERA, MANDATO A MANGIARE IN CUCINA, I RESPONSABILI SGOMITANO PER PRENDERE IL SUO POSTO…PIONATI IN POLE POSITION, SE NON LO ACCOLTELLANO IN NOTTATA…E AUMENTANO I PRETENDENTI ALLE POLTRONE
Se non l’ha detto a nessuno che andava ad operarsi è perchè — ufficialmente
— non voleva che le telecamere potessero riprenderlo con il volto livido da pugile suonato.
Ma c’è anche un altro perchè legato a questa ricerca di privacy scelta da Berlusconi riguardo la nuova emergenza di salute che lo ha tenuto sotto i ferri ben 4 ore.
E si chiama Paolo Bonaiuti.
Da settimane, il portavoce del Cavaliere non è più nelle sue grazie.
Non ha più accesso alle segrete stanze.
Non viene più coinvolto nelle riunioni che contano.
Ogni messaggio comunicativo considerato cruciale viene affidato agli avvocati o, piuttosto, al La Russa o al Quagliariello di turno. Ma Bonaiuti no.
Figurarsi, quindi, il gestire una notizia delicata come un intervento chirurgico; l’ultima volta, per un semplice tunnel carpale, combinò un mezzo disastro e dovette intervenire Zangrillo, il medico di corte, a smentire che ci fosse “dell’altro”.
Il tramonto di Bonaiuti, insomma, pare arrivato.
Il segnale che il Caimano gli ha strappato i galloni lo si è avuto quando, nelle conferenze stampa a Palazzo Chigi, lui non siede più alla destra del capo, ma sempre in platea.
“Solo per affetto antico — sussurra una fonte bene informata dell’entourage di Palazzo Grazioli — e dopo aver dimenticato il suo peccato d’origine, l’essere stato presentato da Vittorio Dotti, il Cavaliere non lo ha depennato dall’organigramma, dopo l’ennesimo ritardo…”.
Si narra che “Paolino” Bonaiuti abbia problemi anche con l’orologio.
E che tutti sappiano — Berlusconi compreso — che lui ogni tanto fa finta di esserci in ufficio, ma in realtà sta dall’altra parte di Roma, all’Eur, a farsi fare poderosi massaggi alla schiena.
Per questo non c’è quando lo si cerca.
Dicono che qualche tempo fa arrivò trafelato a un pranzo a Palazzo Grazioli e che Berlusconi, vedendolo sgattaiolare veloce dalla porta d’ingresso, l’abbia gelato con una battura feroce: “Onorevole, per lei Michele (il cuoco) ha apparecchiato in un’altra stanza”.
Ma è stato sul Ruby-gate che Berlusconi ha avuto la conferma che Bonaiuti non ha nessun controllo sulla stampa e men che meno nessuna influenza.
“Parla solo con quattro, cinque giornalisti di testate amiche — ecco altro veleno da chi, dentro il partito, non lo ama per niente e non sono pochi — e il Cavaliere si lagna che non riesce neanche a gestire le ospitate in Rai; su Ruby, poi, è venuto fuori che proprio non ci sa fare”.
Addio Bonaiuti, allora?
Di certo, le ultime notizie sulle questioni forti, come la giustizia o la Libia, Berlusconi le ha affidate a Ghedini o a Valentino Valentini, ma in realtà c’è già qualcuno che è pronto a prendere il posto di portavoce, anche per “rimettere un po’ d’ordine nello studio di Palazzo Grazioli — dice sempre la stessa fonte Pdl — da dove si fa il Mattinale, che non serve più a niente”.
In pole position c’è Francesco Pionati, che il Cavaliere “pagherebbe” così invece che con un sottosegretariato nell’ambito del prossimo, imminente rimpasto.
Ma in lista ci sono anche Laura Ravetto, Daniela Santanchè e Beatrice Lorenzin che nelle ultime ospitate tv, nonostante l’apparecchio ai denti, ha dato prova di grande grinta.
L’ultima parola, comunque, sarà del Cavaliere.
Mario Pepe, l’Attalì del Pdl, ha spifferato le ultime sulle prossime nomine. Massimo Calearo, dal Pd al governo come viceministro dello Sviluppo economico e delega per il Commercio estero, Aurelio Misiti dell’Mpa a sottosegretario per le Infrastrutture, Saverio Romano all’Agricoltura e Galan ai Beni culturali.
Dove sarebbe voluto andare proprio Paolo Bonaiuti, ma pare che per lui — nonostante quanto ha lui stesso suggerito ai giornali amici — non ci sarà proprio nessuna promozione governativa, anzi.
Persino il ministero delle Politiche comunitarie, che qualcuno aveva ventilato potesse essergli assegnato in subordine, il Cavaliere lo terrebbe caldo addirittura per Andrea Ronchi, qualora decidesse di lasciare Fini.
Eppoi, ancora, toccherà un sottosegretariato sicuro a Domenico Scilipoti, a Catia Polidori e a Mariagrazia Siliquini, che punta alla Giustizia.
Il tutto, ovviamente, gestito dal Cavaliere in prima persona con pochi, pochissimi fedelissimi, al punto da far dire a D’Alema di vederlo “arroccato a Palazzo Chigi con i suoi mercenari che da noi, Paese fantasioso, sono chiamati ‘responsabili’”. In questo stretto inner circle, però, Paolo Bonaiuti non è più il primo degli ospiti graditi.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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