Marzo 12th, 2011 Riccardo Fucile
GIUSEPPE SCOPELLITI E’ SOTTO INCHIESTA PER IL PERIODO IN CUI ERA SINDACO DI REGGIO CALABRIA: L’INDAGINE RIGUARDA GLI INCARICHI AFFIDATI ALLA DIRIGENTE DEL SETTORE BILANCIO, ORSOLA FALLARA, CHE SI E’ TOLTA LA VITA A DICEMBRE, E AI RELATIVI COMPENSI STRATOSFERICI
Il Presidente della Regione Calabria, Giuseppe Scopelliti, è indagato nella qualità di ex sindaco di Reggio Calabria, dalla Procura della città dello stretto, per abuso d’ufficio.
L’avviso di garanzia gli è stato notificato, nell’ambito di un’inchiesta sugli incarichi affidati alla dirigente comunale del settore Bilancio Orsola Fallara, che si è tolta la vita ingerendo dell’acido muriatico nel dicembre scorso.
La notizia diffusa dal Quotidiano della Calabria è stata confermata dal Procuratore Giuseppe Pignatone.
Scopelliti, accompagnato dal suo legale, Nico D’Ascola, giovedì pomeriggio è stato interrogato per tre ore dal dallo stesso Pignatone, dall’aggiunto Ottavio Sferlazza, che dirige le indagini sul caso Fallara, e dai pm Francesco Tripodi e Sara Ombra.
Al centro dell’inchiesta ci sono le somme che Orsola Fallara si sarebbe autoliquidata come rappresentante del Comune nella Commissione Tributaria Provinciale.
Dalla documentazione acquisita dalla Procura quegli incarichi non gli potevano essere affidati.
O meglio la dirigente non poteva essere retribuita per svolgerli da professionista esterno, essendo alla guida di uno degli uffici di Palazzo San Giorgio.
Incarichi, tra l’altro, ben retribuiti.
Una storia complessa, costata a Scopelliti l’accusa di “abuso d’ufficio”, in concorso con la stessa Fallara.
Agli atti figurano alcuni mandati di pagamento, che la manager dell’amministrazione comunale incassò nel 2009 e nel 2010.
Compensi non dovuti, come accennato, oltre che stratosferici.
Le cifre ammonterebbero infatti a diverse centinaia di migliaia di euro.
Nel fascicolo compaiono anche alcune consulenze a professionisti esterni e interni all’amministrazione comunale su cui la magistratura ha espresso più di qualche perplessità .
Il governatore Scopelliti dal canto suo si è detto “molto sereno e fiducioso”, spiegando che sulla vicenda “non intende aggiungere altro”.
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Marzo 12th, 2011 Riccardo Fucile
IL MONDO DELLA CULTURA IN RIVOLTA: AGGIUNTI AI 27 MILIONI GIA’ CONGELATI, FANNO IN TOTALE 77 MILIONI…A RISCHIO ANCHE LA TUTELA DEL PATRIMONIO ARCHELOGICO E I MUSEI… ADDETTI SUL PIEDI DI GUERRA: “E’ UN MASSACRO”… BONDI SCONCERTATO
Sandro Bondi è ancora in carica, ma parla ormai da ex ministro dei Beni culturali. 
All’indomani della notizia del congelamento di ulteriori 27 milioni dal Fondo unico dello spettacolo. “Comprendo la preoccupazione e la delusione del mondo della cultura in seguito alle ultime notizie riguardanti una ulteriore previsione di riduzione degli investimenti – ha detto – a questo punto posso solo confidare che chi mi succederà a breve abbia l’autorevolezza e la forza di porre rimedio e invertire l’attuale situazione”.
Peraltro, piove sul bagnato: i tagli – o le risorse “congelate”, per usare il termine tecnico – per il complesso della cultura assommano in totale a 77 milioni di euro.
Ai 27 di ieri se ne sono aggiunti oggi, nuova “amara sorpresa” (così Bondi l’aveva definita ieri), altri 50 che riguardano l’intero comparto gestito dal ministero dei Beni culturali.
Il mondo dello spettacolo è in rivolta e punta alla manifestazione di oggi come momento principale per rovesciare la situazione.
Il motivo del nuovo “taglio” è sempre lo stesso: gli effetti della norma sui risultati dell’asta per le frequenze per le tlc contenuta in Finanziaria.
Nel caso in cui si verifichino o siano in procinto di verificarsi scostamenti rispetto alla previsione, il ministro dell’Economia e delle finanze provvede, con proprio decreto – dice la norma – alla riduzione lineare, fino alla concorrenza dello scostamento finanziario riscontrato, “delle missioni di spesa di ciascun ministero”.
Per il ministero dei Beni culturali la previsione ha comportato a far data da oggi il congelamento di 70 milioni: una mazzata che, per il sindacato, significa “la paralisi operativa di tutta l’attività istituzionale del ministero Beni culturali”.
A riconoscerlo è lo stesso sottosegretario Francesco Giro: con i tagli è in crisi l’intero settore.
Per il Fus poi scende nel dettaglio ricordando che, rispetto alle vecchie risorse, la musica è scesa da 56 a 35 milioni, la lirica da 196 a 122, la danza da 9 a 5, il teatro da 67 a 42, il cinema da 76 a 47.
Uno sfacelo, senza appunto parlare dei 50 milioni per tutto il resto che significa – sempre per Giro – mettere in difficoltà la sopravvivenza dei beni, la tutela del patrimonio archeologico, i musei.
Il mondo del cinema è in prima fila: da Paolo Virzì a Silvio Orlando ai Centoautori, tutti chiedono una reazione forte, consci tra l’altro anche del rischio chiusura per Cinecittà Luce.
Il maestro Pappano bolla il taglio come frutto di “ignoranza totale” e il direttore di S. Cecilia Bruno Cagli, dopo aver detto che tutto il tagliabile è stato tagliato, annuncia le sue dimissioni per il prossimo 14 marzo.
L’Agis annuncia che non parteciperà più alle attività consultive del ministero dei Beni culturali toccando così un punto decisivo: dovrebbe infatti essere la Commissione spettacolo (organo consultivo) a indicare la ripartizione tra i vari settori del Fus.
Ma la settimana scorsa la Commissione non si è riunita per protesta contro l’inadeguatezza del vecchio Fus.
Figurarsi ora.
E questo sarebbe un governo di destra, cosi attento alla formazione culturale e alla cultura, all’arte e alla musica?
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Marzo 12th, 2011 Riccardo Fucile
AL “WOMEN IN THE WORLD” 2011 SIAMO L’UNICA DEMOCRAZIA OCCIDENTALE PRESA IN ESAME… GLI ORGANIZZATORI COLPITI DAGLI SCANDALI SESSUALI E DALLA PROTESTA DEL 13 FEBBRAIO…IL PREVISTO INTERVENTO DELLA BONINO
L’occasione è solenne: “Women in the World 2011”, una grande conferenza internazionale sulla condizione femminile nel mondo, con particolare attenzione ai paesi dove le donne sono più oppresse.
L’Onu e la Casa Bianca hanno dato il loro patrocinio, ad aprire l’evento a New York ci saranno Bill Clinton e il sindaco Michael Bloomberg.
E’ attesa anche la First Lady, Michelle Obama, con un intervento “a sorpresa”. Ma di sorpresa ce n’è anche un’altra.
Insieme all’Iran, all’Arabia saudita, alla Cambogia, l’Italia figura tra i “casi” da analizzare e discutere.
Gli organizzatori di “Women in the World 2011” hanno voluto invitare la vicepresidente del Senato Emma Bonino a spiegare perchè in un paese occidentale, membro del G8 e dell’Unione europea, la condizione femminile è così arretrata.
E’ un segnale di come viene percepito negli Stati Uniti lo status della donna italiana, l’aver messo questo tema all’ordine del giorno, a fianco a un dibattito moderato da Christiane Amanpour con tre donne di paesi islamici: un’egiziana, un’iraniana e una saudita.
«E’ vero — osserva la Bonino — al summit di New York non ci sarà un dibattito sulla Francia nè su altre liberaldemocrazie occidentali. Gli organizzatori hanno voluto occuparsi dell’Italia anche per l’eco che ha avuto nel mondo intero la manifestazione di protesta del 13 febbraio, quel milione di donne in piazza. Un seguito, naturalmente, dell’eco avuta nel mondo intero dalle prodezze del nostro presidente del Consiglio».
Una delle organizzatrici di “Women in the World” è Tina Brown, grande firma del giornalismo americano, fondatrice del blog The Daily Beast e oggi direttrice della nuova edizione di Newsweek.
Proprio il celebre settimanale all’esordio della sua nuova formula ha dedicato la copertina alle “150 donne che hanno scosso il mondo”.
Nel caso dei paesi occidentali si tratta di donne ai posti di comando: in copertina c’è Hillary Clinton.
Per i paesi del Terzo mondo invece la scelta di Newsweek è caduta su “donne combattenti” in situazioni di oppressione.
La scelta della Bonino rientra piuttosto nella seconda categoria.
«Io a New York — anticipa la vicepresidente del Senato — dirò che la protesta del 13 febbraio è stata un’esplosione, frutto di un’accumulazione di fattori. La situazione arretrata della donna in Italia, il familismo ipocrita, viene esasperato dal ricorso costante agli stereotipi e alla volgarità . In America e in tutto l’Occidente c’è sconcerto, tra chi ricorda la grande stagione delle nostre conquiste degli anni Settanta: il divorzio, l’aborto, il nuovo diritto di famiglia: tutto in un decennio. Poi il lungo sonno degli anni Ottanta e Novanta. Che altri hanno riempito, fino all’esplosione di volgarità . Ricacciata in casa, privata delle infrastrutture sociali più elementari, la donna italiana è l’ultima dell’Unione europea sotto tutti i criteri, in tutte le classifiche».
Nel lanciare il summit di domani, Newsweek pubblica una foto della manifestazione del 13 febbraio con la didascalia: «L’affluenza ha superato le attese, le italiane sono scese in piazza contro il premier Silvio Berlusconi e la cultura sessista creata dal suo impero mediatico. Dopo mesi di scandali sulle avventure sessuali di Berlusconi, e anni di stallo in una nazione dove il 90% degli uomini non ha mai usato una lavatrice, le italiane dicono Basta».
Federico Rampini
(da “La Repubblica“)
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Marzo 12th, 2011 Riccardo Fucile
MA SE E’ TUTTO REGOLARE PERCHE’ REGALARLA?….LE GAFFE DEL RAMPOLLO DANNEGGIANO LA CAMPAGNA ELETTORALE DEL SINDACO DI MILANO…LA STRANA SOCIETA’ DI GABRIELE
Letizia Moratti ringrazia pubblicamente il figlio Gabriele che ha deciso di dare in
beneficenza la casa dello scandalo.
Ma le gaffe del rampollo stanno danneggiando la campagna elettorale del sindaco di Milano
“Mi ha fatto un grande piacere sapere che mio figlio ha deciso, quando questa vicenda sarà chiusa, di regalare l’immobile di via Airaghi ad una associazione. Mi ha fatto molto, molto piacere apprendere questo”.
La contentezza ostentata dal sindaco di Milano Letizia Moratti dopo un’imbarazzante intervista del figlio Gabriele al Corriere della Sera non è servita a sgomberare il terreno dall’imbarazzo.
La contraddittoria autodifesa del giovane manager, accusato dall’architetto Gian Matteo Pavanello di aver chiesto una riproduzione in chiave di lusso pacchiano della casa di Batman, ha accresciuto gli interrogativi sulla sua condotta, come vedremo più avanti.
E i propositi benefici non sono bastati a cancellare l’argomento dalla campagna elettorale con cui la Moratti cerca un nuovo mandato alla guida di palazzo Marino.
Infatti l’abuso edilizio per il quale Gabriele Moratti è indagato dalla procura della Repubblica di Milano non chiama in causa la signora Letizia in quanto madre, ma in quanto sindaco.
Accusa il capogruppo del Pd al Comune, Pierfrancesco Majorino: “Sapeva, ha visto e non ha evitato le irregolarità ”.
Proprio ieri il sindaco ha detto, secondo l’agenzia Ansa, di essere stata “a casa di mio figlio parecchio tempo fa per un paio di volte”.
A casa?
O si tratta di un malinteso o di una gaffe mostruosa.
Tutta la polemica infatti gira intorno a quella parola.
Gabriele Moratti è accusato di aver trasformato un immobile a uso industriale di 447 metri quadrati in un’abitazione di lusso senza permesso e senza pagare gli oneri connessi.
Proprio in questi giorni la Guardia di Finanza è andata negli uffici urbanistici del comune di Milano a farsi consegnare una serie di documenti riferiti alla travagliata pratica urbanistica.
Rimane l’impressione che il sindaco di Milano sia stata vivamente consigliata di separare la sua immagine da quella del figlio.
Nei giorni scorsi aveva fatto notare che di Gabriele si occupava quando era più piccolo, non più ora che ha 32 anni.
Ieri ha manifestato piacere per la decisione del figlio di regalare un oggetto del valore di qualche milione di euro.
Perchè, se è tutto regolare?
Il giovane manager-imprenditore ieri ha detto al Corriere di essere al centro di “una colossale montatura usata contro mia mamma”.
E ha spiegato che in quell’immobile milanese di via Airaghi 30 i lavori in corso da due anni e mezzo non sono per fare la casa di Batman (con tanto di ponte levatoio, piscina salata, bunker e poligono di tiro), ma la struttura per le attività imprenditoriali che conduce con i suoi amici di sempre, quelli di San Patrignano.
Dopo aver fatto inorridire i veri appassionati di Batman definendolo “eroe volante” (ma il signor Bruce Wayne è un ricchissimo, quasi quanto Gabriele Moratti, uomo in carne ed ossa, che indossa in caso di necessità un mantello e non le ali) il giovanotto spiega che quella non è la sua casa perchè la sua destinazione era uno show-room: “Insieme a due amici abbiamo fondato la società Redemption Choppers, una srl che partiva dalla passione di un mio socio per le moto, che lui stesso costruisce. Volevamo creare un laboratorio per questo, poi ci siamo resi conto che non avrebbe reso e, come fanno molte marche, abbiamo ampliato la mission aziendale a una linea di abbigliamento casual. Abbiamo pagato più di 100 mila euro al Comune”.
Strano.
I lavori in via Ajraghi 30 sono iniziati nel 2008, mentre la Redemption Choppers è stata costituita il 26 maggio 2010, e risulta ancora inattiva.
Chi ha pagato i 100 mila euro?
Probabilmente lo stesso Gabriele, che non solo è ricco di famiglia, ma ha anche un solido e ben retribuito posto di lavoro fisso, come assistente di Dario Scaffardi, direttore generale della Saras, l’azienda di suo padre.
In ogni caso “stiamo disegnando le linee del campionario”, ha dichiarato il presidente della Redemption, “e gran parte del ricavato, come fanno alcune srl di questo tipo, andrà in beneficenza”.
Per adesso la Redemption avrebbe bisogno di ricevere beneficenza, più che di farne.
Infatti, per essere una fabbrica di motociclette che decide di ampliare il business sfruttando la forza del suo marchio per lanciare una linea di abbigliamento casual, appare quantomeno gracile.
Oltre a essere inattiva, ha un capitale sociale versato dai tre soci di 2.500 euro (duemilacinquecento euro), di cui 850 versati dal presidente Gabriele Moratti, e 825 a testa dagli altri due soci, Vanni Laghi, domiciliato a Coriano (Rimini) in via San Patrignano 53, e Daniele Sirtori, domiciliato anche lui in via San Patrignano 53 a Coriano.
L’indirizzo è lo stesso della Comunità di San Patrignano, che da molti anni riceve dai genitori di Gabriele Moratti un forte e meritorio sostegno.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 11th, 2011 Riccardo Fucile
LIAM TASKER AVEVA PERSO LA VITA IN UNO SCONTRO A FUOCO E POCHE ORE DOPO ERA DECEDUTO ANCHE THEO….
Giovedì è stata rimpatriata in Gran Bretagna la salma del caporale Liam Tasker, ucciso in Afghanistan, e con lui sono giunte anche le ceneri del cane con il quale lavorava, Theo.
Ad accoglierli un corteo di persone in lacrime, tante rose e tantissimi cani.
La loro storia ha fatto il giro del mondo, suscitando commozione e tenerezza: Tasker, originario di Kirkcaldy in Scozia, è stato ucciso in uno scontro a fuoco nel primo giorno di marzo di quest’anno, mentre stava compiendo un pattugliamento nella regione afghana di Helmand, roccaforte dei talebani.
Il ventiseienne militare dell’unità veterinaria dell’Esercito britannico era accompagnato dal suo cane Theo, uno springer spaniel di 22 mesi specializzato nella ricerca di esplosivi.
Il cane, rimasto illeso nella sparatoria che è costata la vita al suo conduttore, è morto tre ore dopo a causa di un attacco cardiaco.
I due, descritti da colleghi e parenti del militare come inseparabili, erano in Afghanistan da cinque mesi e la loro sintonia li aveva resi una coppia di successo: durante la loro permanenza nelle zone di guerra avevano scoperto 14 ordigni esplosivi IED (Improvised Explosive Device, bombe costruite artigianalmente) e numerosi depositi di armi.
Forse la loro abilità ha infastidito i talebani o forse entrambi hanno avuto la sola colpa di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Fatto sta che la mattina dell’1 marzo, nel corso di una perlustrazione nel distretto di Nahr-e Saraj, il convoglio del quale facevano parte è stato attaccato dai ribelli afghani.
Nel corso del conflitto a fuoco il caporale Tasker è stato gravemente ferito ed è deceduto ancora prima di essere trasportato a Camp Banion, la base nella quale era di stanza.
Tasker era stato per sei anni un meccanico dell’esercito, prima di entrare a far parte dell’unità cinofila nel 2007.
«Amo il mio lavoro e mi piace farlo con Theo», dichiarava il soldato al sito del Ministero della Difesa britannico, che li aveva segnalati per il numero di vite salvate grazie al loro record di ordigni ritrovati e che ne aveva lodato le preziose doti: «Ha uno splendido carattere e non si stanca mai. Non vede l’ora di uscire in missione e non si ferma davanti a nulla».
E proprio in conseguenza dell’efficienza del duo, il loro soggiorno in Afghanistan era stato prolungato di un mese.
Giovedì mattina un Hercules dell’aviazione britannica ha riportato in patria la salma del ventiseienne militare e le ceneri di Theo.
Dalla base della Royal Air Force di Lyneham, situata nel sud-ovest del Paese, dove è atterrato il velivolo, è partito il corteo funebre, salutato lungo il percorso da centinaia di militari e civili accompagnati dai propri cani.
I genitori, la fidanzata e i parenti del giovane soldato hanno deposto una rosa rossa sulla bara.
«La mia opinione è che quando Liam è stato ucciso – ha dichiarato il padre di Liam Tasker, Ian – a Theo è venuto a mancare il sostegno di mio figlio. Credo davvero che per il cane il rientro alla base senza Liam che lo tranquillizzasse abbia avuto un effetto devastante».
Le ceneri dell’animale sono state consegnate alla famiglia da funzionari del ministero della Difesa durante una cerimonia privata.
Ora Theo è stato candidato a ricevere la Dickin medal, l’onorificenza militare inglese destinata agli animali che si sono particolarmente distinti nel corso di azioni di guerra.
Emanuela Di Pasqua
(da “Il Corriere della Sera“)
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Marzo 11th, 2011 Riccardo Fucile
BERLUSCONI LO ODIA, I SUOI GIORNALI KILLER OGNI GIORNO SPARANO CONTRO DI LUI E LA SUA FAMIGLIA ACCUSANDOLO DI OGNI NEFANDEZZA… E LUI RIBATTE: “SALLUSTI, DIMMI QUANTO TI PAGA BERLUSCONI PER FARE IL SERVO”…LA CACCIATA DALL’EDEN PERCHE’ SOSPETTATO DI AVER INFORMATO LA STAMPA DELLA PRESENZA DI SILVIO ALLA FESTA DI NOEMI: FORSE CHE AL PREMIER GLIELO AVEVA ORDINATO IL MEDICO DI ANDARCI?
Se per due giorni di seguito sia Libero che Il Giornale ti dedicano la prima pagina (e una
intera dentro il quotidiano) qualcosa vuol dire.
Se per mesi finisci nel titolone come un bersaglio fisso, un motivo ci deve pur essere.
C’è qualcosa di interessante nell’epifania mediatica rovesciata e nell’assurgere di Italo Bocchino a nemico pubblico del centrodestra italiano, in un corollario di polemiche giornalistiche, denunce per stalking (dell’interessato) e nell’appendice collaterale di una disputa d’onore al coltello con (l’ex) amico di un tempo Roberto D’Agostino.
Lo stereotipo a cui Bocchino viene crocifisso dalla stampa di ispirazione berlusconiana (la contesa con il sito del re del gossip ha implicazioni diverse e più complesse) è quello del “Giuda”, del “rinnegato”, del “traditore infame” (se non del corrotto arricchito con pubbliche commesse).
Un politico che, in questa iconografia dilatata, diventa addirittura artefice del peccato originale, se è vero che Il Giornale lo imputa persino per essere stato l’uomo che ha “soffiato” a Dagospia (nientemeno!) la notizia delle notizie, quella della festa a Casoria in cui Berlusconi andò a visitare Noemi Letizia.
Per Il Giornale quella soffiata è come la cacciata dall’Eden, lo sfregio inemendabile al berlusconismo, che già in sè giustifica il calvario successivo. Allo stesso tempo va detto che la denuncia di Bocchino per stalking giornalistico non ha precedenti giuridici, e che se la campagna contro di lui non avesse dei contorni di accanimento quasi grottesco, potrebbe persino suggerire domande sulla liceità di una risposta giudiziaria a una campagna di stampa.
Ieri Vittorio Macioce scriveva: “Non nominare il suo nome invano”, con il corredo di 36 foto dei cronisti martiri vittima della denuncia.
Ma Il Giornale ha pubblicato anche la nota minuziosa dei rimborsi a cui aveva diritto da capogruppo, lo ha accusato di voler fare le scarpe a Fini, lo ha ritratto come un ras violento e arrogante, scavando nei dissidi interni al partito con metodo.
Maurizio Belpietro ha sparato in prima pagina il titolo più surreale probabilmente più scioccante della sua gestione (“Bocchino amaro”), ed entrambi i giornali (a partire dal Giornale quando era diretto da Vittorio Feltri) hanno trasferito ed esteso la battaglia “anti-italica” (nel senso di Italo) all’intera famiglia.
Per non essere da meno Chi pubblicò in piena estate una foto di Bocchino in t-shirt che parla sulla piazzetta di Capri con Paolo Mieli nemmeno fossero le prove di un complotto giudaico massonico (“Ecco i consiglieri segreti di Fini!”), il che doveva far presagire che o Mieli o Bocchino erano cortesemente tallonati (o “attenzionati”) da paparazzi volenterosi, il gossip sulla presunta relazione con Mara Carfagna diventa una clava contudente (da cui persino la ministra viene sollecitata a emanciparsi con intervista “riparatrice” ).
E siccome nel sistema di comunicazione berlusconiano tutti i vasi sono comunicanti, persino su Canale 5, nel contenitore apparentemente svagato di Kalispèra, il vicepresidente di Fli è stato irriso — nientemeno! — per una comparsata cinematografica giovanile, quando (poco più che ventenne) accettò di recitare un ruolo da cameriere ne La bruttina stagionata: un cammeo in uno dei film prodotti dalla moglie, e faceva una certa impressione assistere alla spensierata gogna signoriniana che quella particina — a vent’anni di distanza — poteva produrre.
Ma siccome Bocchino non ha proprio il physique du rà’le della povera vittima, bisogna anche aggiungere che l’uomo macchina di Fini conosce bene questo meccanismo e in parte lo ha anche sfruttato, se è vero che adesso approfitta della sua nuova aura mediatica per fare il salto in serie A, e a giorni si prepara a provare la scalata alla classifica con la sua autobiografia politica (“Una storia di destra”) che la Longanesi ha deciso di mandare in Libreria con una tiratura-monstre (20 mila copie, quella da cui di solito parte un ottimo best-seller italiano ).
Vuole diventare primo in classifica e potrebbe persino riuscirci con la sua “Storia di destra”, prefatta dall’amico (oggi separato dall’antifinismo) Pietrangelo Buttafuoco.
Ma detto questo, la domanda rimane.
Perchè proprio lui, e perchè con tanta violenza?
La prima risposta è semplice: evidentemente perchè sta sulle palle a Silvio Berlusconi.
Il che non toglie la libertà di iniziativa dei direttori interessati, ma di sicuro spiega che c’è un mood, un comune sentire su cui riposa l’assalto.
La seconda risposta forse è più complessa.
È come se il possente apparato comunicativo del Cavaliere avesse un continuo bisogno di carne fresca.
Serve come il pane un nemico pubblico da additare agli elettori-tifosi, e Bocchino ha la massa critica e la presenza scenica per interpretare il ruolo. Era amico di Belpietro, per dire, ma questo non gli ha risparmiato gli strali.
In fondo, il meccanismo di generazione del nemico, nell’immaginario berlusconiano, segue degli stilemi molto comunisti e molto “sovietici”.
La necessità fisiologica nel nemico esterno per quadrare le proprie legioni, produce “il Kulako”, il traditore, il servo dei complottatori, esattamente come l’immaginario staliniano aveva bisogno di queste figure fino ad arrivare all’invenzione.
L’ultima risposta, invece, è di tipo per così dire “tecnico”.
Bocchino viene da dentro il sistema e quindi ne conosce i talloni d’Achille e i punti deboli.
Mentre gli uomini del centrosinistra cedono come ricotte ai guastatori del Cavaliere, Bocchino è sempre all’attacco.
Restò memorabile la sua battuta sulle povere vittimelle dell’Olgettina a Ballarò (“Ma fra queste beneficiate dalla generosità di Berlusconi non ce n’è nemmeno una che abbia sessant’anni).
Non meno ficcante è stato il duello a In Onda (finito ovunque su Youtube) in cui, ospite del mio programma, Bocchino per un’ora esatta ha continuato a bersagliare Sallusti con una domanda (rimasta senza risposta): “Perchè non dici quanto ti pagano per fare il killer?”.
La polemistica anti-italica (nel senso di Italo), dunque, è destinata a pareggiare quella anti-finiana.
Perchè nel duello senza tregua, gli highlander di B. non conoscono la tregua. Come suona bene, in bocca a Sallusti, la belligerante battuta di Cristopher Lambert: “Alla fine ne resterà uno solo”.
Luca Telese
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 11th, 2011 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE FRANCESE E IL PRIMO MINISTRO INGLESE CAMERON SI SCHIERANO PER AIUTARE GLI INSORTI PRIMA CHE I CIVILI SIANO TUTTI MASSACRATI DA GHEDDAFI…FRATTINI SI PRECIPITA A PRECISARE: “NOI NON PARTECIPEREMO”… IL GOVERNO DEGLI ACCATTONI ASPETTA DI VEDERE PRIMA CHI VINCE: SE VENGONO TRUCIDATI OGNI GIORNO DEI GIOVANI COMBATTENTI PER LA LIBERTA’ SE NE FOTTONO, ALTRO CHE POPOLO DELLA LIBERTA’
La Francia va avanti da sola, spacca il fronte dell’Ue riconoscendo il Consiglio degli oppositori di Gheddafi e fa balenare l’idea di andare in Libia per «raid aerei mirati».
Nella serata di ieri anche il primo ministro inglese Cameron si è allineato alla posizione della Francia.
L’Europa si interroga sul da farsi, lo fa anche con gli Stati Uniti in seno al Patto Atlantico, e si risponde d’essere pronta a tutto, a proclamare una «no fly zone» come a mandare le navi davanti al Golfo della Sirte, purchè ciò sia legittimato dal Consiglio di Sicurezza Onu.
La politica del “prendere tempo” però non paga: tra pochi giorni Gheddafi riprenderà il controllo della Libia e continuerà a massacrare il proprio popolo, forte dell’aviazione e di migliori armamenti.
Sarkozy avrà modo di spiegarsi oggi ai colleghi leader dell’Unione, convocati in conclave straordinario a Bruxelles.
Ma già in serata, una lettera congiunta Francia e Gran Bretagna in cui si diceva che «Muammar Gheddafi e il suo clan devono andarsene per evitare ulteriori sofferenze al popolo libico», dava il senso di come l’asse si stia spostando sulla linea dell’Eliseo.
Stesso concetto espresso nella bozza del vertice.
Ma nella lettera Parigi e Londra fanno un passo in avanti: chiedono alla Ue di riconoscere subito l’opposizione e promettono impegno per la creazione di no fly zone a protezione dei ribelli.
La posizione italiana è diversa da quella francese, «certe decisioni è meglio discuterle nel quadro Ue».
E Frattini precisa che l’Italia “non parteciperà a eventuali bombardamenti mirati” contro le forze di Gheddafi.
Il coraggioso governo nostrano prima aspetta di vedere chi vince, come al solito.
Il governo, aggiunge Frattini, è stato il primo a inviare mandare una missione umanitaria a Bengasi, dove ora riaprirà il consolato: «Gli altri valutino cosa abbiamo fatto e seguano l’esempio».
Per Frattini in pratica il nostro compito non è quello di prendere decisioni da nazione sovrana, ma solo quello di adempiere al ruolo della Croce Rossa o dei becchini.
L’Italia ipotizza al massimo di mettere a disposizione i propri aeroporti.
«Ai bombardamenti non abbiamo mai pensato – precisa il ministro della Difesa Ignazio la Russa – è esclusa ogni operazione terrestre».
Che fare se Gheddafi dovesse prevalere?
L’Ue ha ancora la ricetta per l’emergenza e per questo guarda a Oriente.
Se capitasse il peggio, si fa capire, potrebbe essere la Lega Araba a fornire la scorciatoia per rompere gli indugi.
La sponda dell’Unione Africana – organizzazione presieduta da Gheddafi nel 2009 – invece è saltata.
Nessun appoggio a un intervento militare, dicono in serata dalla Ua che invece ha costituito un comitato di cinque capi di Stato che si recheranno in Libia per tentare di porre fine alle ostilità .
Tutti che si nascondono dietro mille giustificazioni e pretesti, onore a Sarkozy (e a Cameron) che almeno hanno fatto capire che un governo di destra, di fronte a un criminale internazionale, le palle deve mostrale, non solo raccontarle come è d’uso in Italia.
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Marzo 11th, 2011 Riccardo Fucile
L’ACCUSA PER GIORGIO MAGLIOCCO, SINDACO DI PIGNATARO MAGGIORE, E’ DI CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA… E’ NELLO STAFF DELLA SEGRETERIA DI ALEMANNO, ASSUNTO PER CHIAMATA DIRETTA CON LA QUALIFICA DI DIRIGENTE
Il sindaco di Pignataro Maggiore (Caserta), Giorgio Magliocca, del Pdl, è stato arrestato
mattina dalla polizia con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.
Magliocca, che ha 37 anni, è avvocato ed è stato consulente del ministero delle Telecomunicazioni quando era retto da Mario Landolfi; recentemente è stato nominato consulente anche dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno: dal 2010 è nello staff delle segreteria assunto per chiamata diretta con qualifica di dirigente.
Secondo l’accusa, avrebbe consentito al clan camorristico Ligato-Lubrano di continuare a gestire beni che erano stati confiscati e che erano stati dati in gestione proprio al sindaco.
In particolare, anzichè destinare una villa e alcuni appezzamenti di terreno a scopi sociali, avrebbe permesso che l’edificio fosse devastato, anche con l’asportazione degli infissi, e che i terreni fossero coltivati.
A Magliocca gli agenti della squadra mobile hanno notificato ordinanze emesse su richiesta del procuratore aggiunto Federico Cafiero de Raho e dei sostituti Giovanni Conzo, Alessandro Milita e Liana Esposito.
Giorgio Magliocca è entrato giovanissimo in politica.
Nel 1998, a 23 anni, è stato eletto consigliere comunale di Pignataro Maggiore.
Nel 2000 è stato eletto consigliere provinciale di Caserta.
Nel 2002 la prima elezione a sindaco di Pignataro Maggiore con la lista «Alleanza Civica».
«In questa gestione – è scritto sul suo sito, Giorgiomagliocca.it – ha portato avanti le acquisizioni al patrimonio indisponibile dell’ente dei beni confiscati alla camorra».
Nel 2005 è stato riconfermato consigliere provinciale.
Nel 2006 è stato rieletto sindaco di Pignataro Maggiore con la lista «Alleanza Civica per le libertà » .
Ha ricoperto la carica di capogruppo di Alleanza Nazionale al Consiglio Provinciale di Caserta dal 8 maggio 2005 al 24 marzo 2009.
Sul sito del sindaco arrestato compare una fotografia dei pm Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sotto cui c’è la scritta «L’Italia impariamo ad amarla come loro».
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Marzo 11th, 2011 Riccardo Fucile
IL DOCUMENTO DEL MINISTERO DEL LAVORO DI SACCONI: “L’ITALIA DEL FUTURO SI REGGERA’ SUI LAVORATORI STRANIERI”… UN FABBISOGNO DI 100.000 PERSONE IN PIU’ L’ANNO NEL 2011-2015 E DI 260.000 FINO AL 2020
Il governo ora chiede più immigrati “Ne servono due milioni in dieci anni”
L’Italia ha bisogno di nuovi immigrati?
Certo: “Nel periodo 2011-2015 il fabbisogno medio annuo dovrebbe essere pari a circa 100mila, mentre nel periodo 2016-2020 dovrebbe portarsi a 260mila”.
Tradotto: nei prossimi dieci anni avremo bisogno di “importare” un milione e 800mila lavoratori.
A metterlo nero su bianco non è un sindacato, nè un’associazione di categoria. Bensì il ministero del Lavoro, diretto da Maurizio Sacconi.
E così mentre dal Viminale si lancia l’allarme contro “l’esodo biblico” pronto a scatenarsi dalle coste del Nord Africa, i tecnici incaricati dal ministero del Welfare lavorano concretamente alle “previsioni del fabbisogno di manodopera”.
In un dettagliato rapporto del 23 febbraio scorso, la Direzione generale dell’immigrazione ragiona, infatti, sul numero di lavoratori stranieri necessari a reggere il “sistema Italia”.
La stima è cauta e si basa su diverse variabili.
“Il fabbisogno di manodopera è legato contemporaneamente alla domanda e all’offerta di lavoro – si legge nel Rapporto “L’immigrazione per lavoro in Italia” – dal lato dell’offerta si prevede tra il 2010 e il 2020 una diminuzione della popolazione in età attiva (occupati più disoccupati) tra il 5,5% e il 7,9%: dai 24 milioni e 970mila del 2010 si scenderebbe a un valore compreso tra i 23 milioni e 593mila e i 23 milioni circa nel 2020. Dal lato della domanda, gli occupati crescerebbero in 10 anni a un tasso compreso tra lo 0,2% e lo 0,9%, arrivando nel 2020 a quota 23 milioni e 257mila nel primo caso e a 24 milioni e 902mila nel secondo”.
Ciò detto, qual è il numero di immigrati di cui l’Italia avrà bisogno?
“Nel periodo 2011-2015 il fabbisogno medio annuo dovrebbe essere pari a circa 100mila, mentre nel periodo 2016-2020 dovrebbe portarsi a circa 260mila”.
Insomma da qui a dieci anni il nostro Paese dovrà aprirsi a poco meno di due milioni di lavoratori stranieri.
“Questi dati smascherano la demagogia di chi continua a ripetere che gli immigrati sono una minaccia – commenta Andrea Olivero, presidente nazionale Acli – senza di loro il Paese imploderebbe e accoglierli civilmente non è solo atto umanitario, ma intelligente strategia per il futuro. Per questo è giusto chiedere che cambi la politica dei flussi, andando al più presto a prendere atto di chi già oggi lavora utilmente nel Paese e ancorando le cifre dei nuovi permessi alle reali necessità . Ci fa piacere che il ministero del Lavoro guardi ai dati con realismo, perchè soltanto in questo modo sarà possibile avviare finalmente quel governo del fenomeno immigrazione che è mancato in questi anni, dominati da un’ottusa logica di mero contenimento, che peraltro è fallita. Nessuno, la Lega si metta il cuore in pace, può fermare un flusso che ha ragioni così forti sia nei Paesi di provenienza, sia nel nostro, come ci dicono i dati. Perciò l’integrazione è la scelta insieme più civile e più realistica”.
Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica”)
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