Luglio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
EMERGENZA STREAP: SFONDATI I 525 PUNTI… ALTA TENSIONE SUI TITOLI DI STATO… DA FMI E GERMANIA NO A NUOVI AIUTI O PROROGHE PER LA GRECIA
Sui mercati è un lunedì nero. Le Borse europee crollano e gli spread di Italia e Spagna schizzano a livelli record.
Ma dopo una mattinata da incubo Milano e Madrid arginano le perdetite che si attestano ora attorno ai due-tre punti.
Piazza Affari era arrivata a perdere oltre il 5%, con le banche in picchiata. Viaggiano in rosso anche Londra, Parigi e Francoforte.
A spaventare i governi è anche la tensione sempre altissima sui titoli di Stato: il differenziale tra il Btp e il Bund tedesco ha sfiorato questa mattina i 530 punti facendo salire ancora il rendimento dei titoli decennali italiani.
Male anche i Bonos spagnoli: lo spread viaggia attorno ai 630 punti con il rendimento dei titoli di Stato che tocca un nuovo record del 7,5% .
A fine mattinata è scesa in campo la Consob , che ha vietato le vendite allo scoperto nel tentativo di arginare la slavina. «Tenuto conto degli andamenti più recenti dei mercati azionari – si legge nel comunicato -, Consob ha deciso oggi di reintrodurre il divieto delle vendite allo scoperto sui titoli del settore bancario e assicurativo, indicati in allegato». Il provvedimento ha efficacia da oggi (ore 13:30) e resta in vigore fino alle ore 18:00 di venerdì.
Il divieto riguarda sia le vendite allo scoperto assistite dal prestito titoli sia quelle ‘nudè, già vietate dalla precedente delibera dell’11 novembre 2011.
Le piazze asiatiche hanno chiuso in profondo rosso.
L’euro è sceso sotto la soglia psicologica di 1,21 dollari, per la prima volta dal giugno 2010, e sotto i 95 yen, come non succedeva da 11 anni.
La moneta unica viene scambiata a 1,2099 dollari contro gli 1,2200 dollari delle quotazioni Bce di venerdì.
Sulla riapertura dei mercati pesa l’uno-due Spagna-Grecia.
Mentre a Madrid, infatti, si allunga la lista delle regioni a rischio default e proseguono le proteste, dal settimanale tedesco “Der Spiegel” arriva la notizia, da fonti «ufficiali» non meglio identificate dell’Ue, che il Fondo Monetario sarebbe intenzionato a bloccare gli aiuti alla Grecia con un probabile default del Paese a settembre.
Atene non ce la farebbe infatti a ridurre il debito al 120% del Pil entro il 2020 e mantenere i propri impegni sulle riforme.
Questo vorrebbe dire per i Paesi dell’Eurozona un ulteriore esborso in aiuti di 10-50 miliardi.
E nessuno sarebbe intenzionato a spendere ancora di più.
L’Ue non commenta: il portavoce del commissario agli Affari monetari Olli Rehn si limita a dire che «non sappiamo da dove vengano queste informazioni dello “Spiegel” su cui non facciamo commenti» ricordando inoltre che la nuova missione della troika incaricata di valutare la situazione di Atene non si è ancora messa in marcia e, ha ricordato Simon O’Connor, «deve partire martedì 24».
Ma da Berlino il ministro dell’Economia, Philipp Roesler, rilancia, dicendosi «più che scettico» sulla possibilità che Atene rispetti gli impegni: e «se la Grecia non soddisfa i requisiti chiesti, non ci potranno essere più risorse verso il Paese», spiega.
«Per me un’uscita della Grecia non rappresenta più da tempo uno spauracchio», aggiunge il ministro, secondo il quale bisogna tuttavia attendere la prossima missione ad Atene della troika composta dai rappresentanti di Ue, Bce e Fmi.
Gli esperti della troika sono attesi ad Atene questa settimana per un esame approfondito del programma economico del nuovo governo greco.
Il loro rapporto sarà determinante per la concessione del nuovo prestito da 31,5 miliardi di euro previsto per settembre.
Tutti guardano ora anche alla Bce.
Il presidente, Mario Draghi, cerca di tenere le fila: «L’euro è irreversibile» – spiegava ieri – e non c’è un pericolo «esplosione» dell’unione monetaria. Ma l’Eurotower – sottolineava anche – non ha il mandato di risolvere i problemi finanziari degli Stati, ricordando anche il recente taglio del costo del denaro.
Mentre in Italia il direttore generale del Tesoro, Annamaria Cannata, rassicurava sul buon andamento delle ultime aste. In attesa che il 12 settembre la Corte costituzionale tedesca si pronunci sul meccanismo di difesa europeo iniziando così il percorso per innescarlo in caso di attacchi speculativi, il premier Mario Monti agisce su due fronti: estero e interno.
Il Professore ha già iniziato il suo “road show” da Mosca dove incontrerà le massime cariche ma anche gli imprenditori. Poi volerà in Finlandia, per cercare di superare le «resistenze» del Paese, spiegava Monti, infine in Spagna.
In Italia, in mancanza della rete di protezione europea, molti sperano comunque in un intervento in caso di attacchi, il governo si preparerebbe a fronteggiare l’agosto bollente con un’ulteriore sforbiciata alla spesa tra i 6 e gli 8 miliardi.
Il menù del terzo step della spending review sarebbe pronto: taglio ai trasferimenti ai partiti e ai sindacati, revisione degli sconti fiscali, taglio e razionalizzazione degli aiuti alle imprese, ulteriore intervento sul pubblico impiego e un dettagliato pacchetto di dismissioni.
Il Parlamento è già preallertato.
Ma se i Palazzi dovranno aprire a metà agosto si saprà solo a partire da domani e molto dipenderà appunto dall’andamento dei mercati.
La situazione è ‘esplosivà anche se il Tesoro, grazie al buon andamento delle entrate, ha cancellato l’asta di titoli di agosto prendendo così un pò di tempo in più.
Gli spread di Spagna e Italia venerdì si sono impennati fino a toccare i 610 e i 500 con rendimenti altissimi del 7,2% e del 6,1% e le borse hanno chiuso a picco.
(da “La Stampa“)
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Luglio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
LE MOSSE DI PDL, PD, UDC NEL TIMORE DI NON ESSERE PIU’ MAGGIORANZA A PRIMAVERA… I TRE PARTITI INSIEME SONO SCESI DALL’ 85% al 55% DEI CONSENSI
La partita per il voto a novembre è iniziata e verrà giocata in Parlamento, con il capo
dello Stato e il presidente del Consiglio nelle vesti di spettatori interessati.
Sarà una partita rapidissima, perchè la finestra temporale per il voto in autunno si chiuderà nei primi giorni di agosto.
Perciò, se questa settimana verrà depositato alle Camere un testo per la riforma del Porcellum, vorrà dire che Pdl Pd e Udc avranno raggiunto un’intesa sul nuovo meccanismo di voto.
E un accordo sulla legge elettorale porterà con sè un accordo sull’apertura della campagna elettorale.
Tocca alle Camere l’ultima parola. Dopo che Monti ha lasciato ai partiti la valutazione sulla gestione dell’ultimo tratto di legislatura, dopo che Napolitano ha posto precise condizioni rispetto all’ipotesi di anticipare di qualche mese il ritorno alle urne, le forze della «strana maggioranza» sono chiamate ora al passo decisivo.
È un passo complicato, e non certo per le divergenze sui meccanismi di voto. Non è un problema tecnico, il nodo è politico, ruota attorno ai futuri assetti di potere.
Decidere di smontare il governo di oggi, significa sapere già come montare il governo di domani. Ecco dove si è incagliata fin dall’inizio la trattativa.
Da una parte c’è Casini, che insiste perchè l’esperienza Monti abbia un seguito, dall’altra c’è Bersani che – pur non escludendo la Grande Coalizione se il voto la determinasse – mira comunque in quel caso a una soluzione «tedesca», con il leader del primo partito che forma una maggioranza e assume l’incarico di guidare l’esecutivo.
Tra i due litiganti c’è poi Berlusconi, pronto a ogni mediazione pur di stare «nel ring», anche se proprio il ritorno in campo del Cavaliere crea un’ulteriore difficoltà nelle trattative, perchè Pd e Udc non sono disposti ad averlo come interlocutore.
Il resto è tattica. Le varianti ai modelli elettorali sono state tutte esaminate, l’ultima mediazione ruoterebbe attorno a un sistema proporzionale fissato su collegi più piccoli che imporrebbero un aumento delle circoscrizioni, tre preferenze, un listino bloccato per il 25% degli eletti e una legge sui tetti di spesa per la campagna elettorale.
Ma finchè non si scioglie il nodo politico non si va avanti. Il punto è che i protagonisti della partita hanno fretta di fare in fretta.
E sono i numeri a spiegarne il motivo: Pdl, Pd e Terzo polo occupano attualmente l’85% dei seggi parlamentari, prima delle Amministrative vantavano il 70% dei consensi, mentre oggi nei sondaggi arrivano appena al 55%.
Il rischio insomma è che «la strana maggioranza» non sia più maggioranza la prossima primavera, ecco perchè si è aperta la finestra elettorale di novembre, ecco cosa ha indotto Monti al gesto, ecco perchè Napolitano ha posto delle condizioni ma non si è opposto.
È vero che la stabilità politica non è condizione sufficiente per bloccare la speculazione dei mercati, ma è senza dubbio una condizione necessaria per rispondere agli eventuali attacchi.
E i partiti che oggi reggono il governo hanno bisogno di rafforzarsi con una legittimazione popolare per poter fare – se necessario – ulteriori scelte difficili in politica economica.
Il leader dei centristi, il più solidale alleato di Monti, l’ha detto: «Un’altra manovra prima del voto nessuno può reggerla».
Più chiaro di così.
Il clima nel Paese per chi si è sobbarcato l’onere di appoggiare in Parlamento le riforme dei tecnici è pessimo.
La scorsa settimana ne hanno avuto un’ulteriore prova Alfano, Casini ed Enrico Letta, che erano stati invitati dai giovani industriali per discutere a porte chiuse di legge elettorale.
In quella sede avevano iniziato a spiegare l’importanza della riforma e la loro determinazione nel volerla portare a compimento.
Ma l’incontro si è trasformato ben presto in un rodeo, dalla platea un gruppo di imprenditori ha iniziato ad apostrofare gli ospiti, con critiche sui provvedimenti del governo e un messaggio finale inequivocabile: «Fatela ‘sta legge elettorale. E metteteci le preferenze, così potremo licenziarvi tutti».
Ecco perchè certe sortite di Monti non sono ben accette dalla «strana maggioranza», stretta tra l’approvazione di provvedimenti impopolari e le reazioni degli elettori. Non è piaciuta, per esempio, la citazione di De Gasperi fatta ieri dal premier: «Un politico guarda alle elezioni, uno statista alle future generazioni». «La retorica è cattiva consigliera», è stato il commento di Cicchitto.
Ed è uno stato d’animo bipartisan. Anche Bersani non manca di raccontare come «ogni giorno mi ritrovo sotto la sede del partito esodati, disoccupati. E mica sto a palazzo Grazioli, io.
La mia porta dà sulla strada». Insomma, se è vero quanto sostiene il Professore, e cioè che «servirà del tempo per raccogliere i frutti delle riforme», è altrettanto vero che più tempo passa, più i partiti di governo si stanno logorando.
E allora, come spiega Quagliariello, l’opzione del voto a novembre si va concretizzando «non per volontà degli attori ma per necessità , impellenza, mancanza di alternativa».
Serve però una nuova legge elettorale, serve un’intesa sugli assetti futuri del sistema. Intanto tutti si preparano al solito lunedì di paura sui mercati, dopo un venerdì nero a cui – secondo Monti – ha contribuito per la sua parte quella dichiarazione «improvvida» del ministro spagnolo Montoro: «In cassa non abbiamo più un soldo».
Come accendere un fiammifero in una polveriera: l’onda d’urto è arrivata in Italia via Londra.
Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera“)
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Luglio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
LA BOCCIATURA NON RIGUARDA SOLO LO STATO: POCHE LE REGIONI VIRTUOSE, LA MAGGIORANZA DEGLI ENTI AFFONDA
Bocciato il Paese, bocciate quasi tutte le sue regioni: Moody’s ci va giù pesante con l’Italia, ma non è tenera nemmeno con le sue amministrazioni locali.
Dopo lo scossone assestato al nostro debito sovrano a metà luglio (fatto scivolare di due gradini in un solo colpo, dalla classe A3 a Baa2), l’agenzia di rating è rapidamente approdata
all’esame delle giunte regionali, passandone al setaccio bilanci e decisioni.
Ne è uscito, anche in questo caso, un quadro poco lusinghiero: da Torino a Palermo il giudizio cambia di poco.
Il Paese, secondo Moody’s, si sta omogeneamente incartando.
Quasi tutti i «voti» assegnati dalla sempre più discussa agenzia di rating (dal governatore Draghi al premier Monti sono piovute critiche e dubbi sui suoi giudizi) rispecchiano la media nazionale, le eccellenze si contano sulle dita di una mano.
Le sorprese però non mancano: Moody’s non ha mai creduto al default della Sicilia, vede più a rischio, semmai, l’insospettabile Piemonte.
Volendo semplificare, l’agenzia divide l’Italia in tre fasce: gli enti cui assegnare un voto superiore a quello «medio» del Paese, quelli che stanno sullo stesso piano dell’Italia e le amministrazioni da mandare dietro alla lavagna.
Fra le prime della classe, aggrappate all’A3, ci sono le province di Trento e Bolzano e, uniche fra le regioni certificate, la Toscana e le Marche.
Si salva la Lombardia, cui Moody’s assegna il voto Baa1 (ridotto rispetto al precedente A2), grazie al sistema entrate/uscite sotto controllo e al fatto che la Regione genera il 20 per cento del Pil nazionale.
Anche per questo gruppetto di testa, comunque, l’outlook, le previsioni per il futuro, sono negative.
PARADOSSO SICILIA
Molto affollata la classe «media», quella in linea con l’affidabilità e i rischi riconosciuti al sistema Italia.
Nella casella del Baa2 si trovano infatti la maggioranza delle regioni italiane: dalla Basilicata alla Sardegna, dal Veneto (declassato) alla Puglia.
Ciò che sorprende è la presenza della Sicilia, regione che è stata considerata a rischio default, ma che Moody’s non vede poi così male.
«Il debito cresce, ma non è a livello preoccupante» assicurano i suoi tecnici, convinti che la condizione di autonomia e il miglioramento del bilancio sanitario salvino, in fondo, le prospettive finali.
Un giudizio con il quale non concorda la Cgia di Mestre: nell’isola, fa notare, i costi della politica e quelli per l’acquisto di beni e servizi sono doppi rispetto a quelli medi di tutte le regioni italiane. Più che tripli se si guarda al solo costo del personale.
PIEMONTE IN CODA
Qualche stupore arriva però anche dal fondo classifica.
D’accordo, le cose vanno male particolarmente al Sud: lo dice anche Moody’s che confina nel misero Baa3 la Calabria, la Campania e il Molise.
Piove sul bagnato, si potrebbe dire, visto che il Tesoro – «alla luce dei mancati obiettivi per i piani di rientro dei debiti sanitari» – ha appena confermato, per il 2012, la maggiorazione nelle tre regioni dello 0,15 per cento dell’Irap e del 0,30 dell’Irpef.
A far loro compagnia c’è l’Abruzzo, il Lazio (declassato dal precedente Baa2) e, a sorpresa, il Piemonte.
Torino e dintorni, sentenzia quindi Moody’s, presentano rischi maggiori a quelli della Sicilia: «il rapporto debito/Pil assicura – è cresciuto molto negli ultimi anni e le entrate sono in calo».
Pagelle che, criticabili o meno, esercitano comunque il loro potere su investitori e mercato. C’è chi sceglie di farne a meno: l’Emilia Romagna da quest’anno non si fa più certificare il rating.
Le Marche invece accettano i voti, ma un mese fa hanno deciso di dimezzare i giudici: fino allo scorso anno si erano avvalse sia di Moody’s che di Standard&Poor’s, ora hanno tagliato la prima, risparmiando 97 mila euro.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
IL PROVVEDIMENTO STABILISCE L’AFFIDAMENTO PROVVISORIO DEI 2.700 BEAGLE POSTI SOTTO SEQUESTRO
La Procura di Brescia ha firmato il decreto con il quale si autorizza l’affidamento
provvisorio dei 2.700 beagle dell’azienda Green Hill di Montichiari, in provincia di Brescia, posta sotto sequestro mercoledì scorso nell’ambito di un’inchiesta per maltrattamento di animali.
Il provvedimento cambia così il custode giudiziario dei cani (prima erano la stessa azienda, il Comune di Montichiari e la Asl): saranno affidati a Legambiente e Lav.
“In queste ore le associazioni cui è stata affidata la custodia giudiziaria dei beagle di Green Hill si stanno muovendo per trovare strutture alternative idonee a ospitare i cani”, conferma il commissario capo del Corpo forestale di Brescia, Giuseppe Tedeschi.
“Green Hill a breve non potrà più ospitare altri cani – ha spiegato – Fra qualche giorno potremo consegnare materialmente i cani nelle mani delle associazioni, nuove custodi giudiziarie degli animali”.
I beagle, dunque, restano sotto sequestro probatorio: non potranno essere nè affidati nè adottati.
Si tratta di una volta “storica” nella battaglia che le associazioni animaliste hanno condotto per anni contro il lager di Montichiari, mobilitando centinaia di migliaia di italiani.
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Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
LA RELAZIONE DELLA FINANZA… L’INDAGINE PER APPURARE SE IL SENATORE SI SIA TRASFORMATO IN MEDIATORE CON I CLAN
Sono stati distribuiti su decine di conti i soldi che Silvio Berlusconi ha versato negli ultimi dieci anni a Marcello Dell’Utri.
Si tratta di almeno settanta depositi che gli specialisti del nucleo valutario della Guardia di Finanza stanno adesso analizzando per stabilire se queste operazioni possano nascondere anche il passaggio di denaro a prestanome di boss mafiosi.
E dunque verificare l’ipotesi dell’accusa secondo la quale il senatore non sarebbe l’unico terminale delle elargizioni dell’ex presidente del Consiglio, ma in alcuni casi possa essersi trasformato in una sorta di mediatore con le cosche dopo la morte di Vittorio Mangano e Gaetano Cinà .
Anche tenendo conto che soltanto una parte dei fondi sono stati girati alla moglie, ai figli e ad altri familiari del politico.
E non escludendo la possibilità che la scelta di trasferire undici milioni di euro a Santo Domingo servisse proprio a far perdere le tracce di una somma destinata pure ad altre persone.
La prima relazione consegnata dagli investigatori ai pubblici ministeri ricostruisce nel dettaglio le «entrate» ed evidenzia come le elargizioni di Berlusconi comprendano, oltre ai circa 40 milioni in contanti, anche circa 7 miliardi di lire in titoli ceduti tra 1989 e il 1995.
Un ulteriore tassello che lo stesso ex premier e sua figlia Marina sono stati chiamati a chiarire, anche se appare difficile che la prossima settimana si presenteranno per essere interrogati dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dal sostituto Nino Di Matteo, titolari dell’inchiesta.
I bonifici in entrata
Secondo il rapporto della Finanza, il primo versamento risale al 1989: titoli per 700 milioni di lire.
L’anno dopo la cessione di obbligazioni ha un valore ben più alto, pari a due miliardi di lire. Altri 760 milioni arrivano nel 1991 e 302 nel 1993.
Nel 2005 la stessa modalità viene utilizzata per far transitare ulteriori obbligazioni in due tranche da un miliardo e mezzo di lire.
Nel 2000 si passa ai contanti. Berlusconi ordina due bonifici in favore di Dell’Utri da 3 milioni e mezzo di euro e da 2 milioni e 700 mila euro.
Nel 2003 ci sono due versamenti effettuati lo stesso giorno rispettivamente da 362 mila euro e da 755 mila euro che partono da un conto sul quale possono operare lo stesso Berlusconi e la figlia Marina.
Sono state le indagini condotte dalla Procura di Roma sulla cosiddetta «P3» a rivelare altri passaggi di soldi.
E il risultato di quelle verifiche è stato poi trasmesso ai colleghi siciliani.
Nel 2008 il senatore riceve dal leader del Popolo della libertà un milione e mezzo di euro.
Tre anni dopo c’è un’ulteriore impennata nelle elargizioni: prima un milione di euro bonificato nel febbraio 2011 e poi sette milioni di euro fatti arrivare sullo stesso deposito nel marzo 2011.
In entrambi i casi è l’Uif, l’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia, a segnalare le operazioni sospette.
E un «avviso» arriva anche qualche mese fa, quando Berlusconi versa 15 milioni di euro a saldo per l’acquisto della villa sul lago di Como valutata 21 milioni di euro.
Un affare che Dell’Utri perfeziona trasferendo circa undici milioni di euro nella Repubblica Dominicana.
E – questo dicono gli accertamenti già effettuati – recandosi personalmente oltreoceano.
Un viaggio che adesso finisce al centro delle indagini per scoprire se servisse a incontrare qualcuno che doveva poi ottenere una parte di quei soldi.
I movimenti in uscita
Secondo le prime verifiche, Dell’Utri riceve il denaro nella maggior parte dei casi e si adopera per trasferirlo al più presto dai suoi conti.
E lo fa seguendo modalità che nella stessa relazione della Guardia di Finanza vengono definite «sospette».
Nel 2010 dallo stesso conto corrente dove sono arrivati gli otto milioni di euro di Berlusconi «vengono effettuati 474 movimenti per un totale di un milione e 829 mila euro».
Uscite frazionate anche l’anno dopo con «190 movimentazioni per un totale di 10 milioni e 718 mila euro».
Chi sono i beneficiari di queste somme?
Una parte la ricevono i familiari, il resto arriva invece a persone e società sulle quali sono tuttora in corso le verifiche.
I controlli hanno già consentito di scoprire che «10 mila euro li riceve Chiara Dell’Utri, 60 mila Marco Dell’Utri e 80 mila Alberto Dell’Utri».
Si tratta però di una goccia nel mare.
Il problema riguarda il resto delle elargizioni, quel fiume di soldi che viene diviso in mille rivoli e che, come sottolinea uno degli investigatori, «si disperde in una maniera solitamente utilizzata per il riciclaggio di fondi illeciti».
Un sospetto alimentato dalla scelta del senatore di emettere tra il 2005 e il 2010 157 assegni, tutti di importi non superiori a 10 mila euro, per un totale che supera il milione e mezzo di euro e per la maggior parte dei quali non è stato possibile identificare il beneficiario.
Nella sua relazione la Finanza evidenzia «l’operatività particolarmente significativa» e la necessità di svolgere ulteriori controlli.
Il rifiuto dei testi
Su tutto questo dovranno fornire spiegazioni Berlusconi e la figlia, ma al momento appare improbabile che decidano di rispondere alla convocazione.
La data per l’interrogatorio era stata fissata al 16 luglio però l’avvocato Niccolò Ghedini ha fatto sapere che l’ex premier era impegnato in una riunione in materia di economia a villa Gernetto e che Marina Berlusconi si trovava all’estero.
Aveva chiesto di poter rinviare l’appuntamento precisando comunque che Berlusconi avrebbe accettato soltanto un incontro fissato a Roma.
La stessa strategia era stata utilizzata lo scorso anno quando il leader del Pdl era ancora capo del governo e fu chiamato a testimoniare dai magistrati napoletani che indagavano sul presunto ricatto di Gianpaolo Tarantini e Walter Lavitola.
Anche in quel caso chiese un incontro nella capitale, ma dopo numerosi rinvii comunicò che non avrebbe accettato di rispondere alle domande dei pubblici ministeri.
Ora però non è più a Palazzo Chigi e il rischio è che venga disposto il suo accompagnamento coatto.
Qui a Palermo si attende che cosa accadrà mercoledì prossimo.
Quel giorno è fissato l’interrogatorio di Marina Berlusconi: la sua mossa servirà a far comprendere quale linea si è deciso di seguire.
Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
L’ESPULSIONE DAL CARROCCIO E ORA IL NUOVO PARTITO… IN BRIANZA TRA I PADANI DELUSI E FAN DI BOSSI
È la piccola repubblica di Vugiòn. Non in Cina, ma in Brianza. 
Oggiono. Ottomila anime fra i monti di Lecco.
È qui che gli ex leghisti orfani di Bossi hanno impiantato la loro Pontida. Niente prati e niente palchi, il tempio dei ribelli contro Bobo Maroni è un bar.
Si chiama “Bodega Art Cafè”, l’ha aperto l’omonimo senatore Bodega Lorenzo, classe ’58, già sindaco di Lecco, Cavaliere della Repubblica e trombettista «con tanto di diploma», ci tiene a dire mentre intona il Va’ Pensiero: «Ma con Maroni alle tastiere non ci suonerei mai». Benvenuti nel quartier generale degli ex padani.
Si chiama “SGC — Siamo gente comune” e, come la gente comune, si riunisce al bar.
Il simbolo è un girasole, Bodega è il braccio, poi c’è la mente: Rosa Angela Mauro detta Rosi. Proprio lei. La Rosi di Bossi, la Rosi che per anni è stata il volto più noto, e temuto, del cerchio magico del Senatùr.
Rosi la strega, Rosi la badante. E Rosi l’espulsa, nell’infamia: «E perchè dovevo dimettermi? Con il consiglio federale della Lega pieno di indagati? Non ho nemmeno un avviso di garanzia, solo bugie», scandisce al nuovo popolo.
Delle lauree comprate in Svizzera e dei diamanti di Belsito non vuole sentir parlare.
E neppure Piero Moscagiuro, in arte Pier Mosca, caposcorta e musicista pure lui, finito nella bufera per un presunto flirt con la vicepresidente del Senato, che accompagna anche stavolta fin quassù. «Balle», fa lei.
«Quel giorno ho aperto i giornali e ho pensato: oddio, ditemi che è uno scherzo». Non lo era, ma poco importa. P
er i fan plaudenti di Rosi (qualche decina) conta un altro flirt: «L ‘Umberto è con noi?», si chiedono in molti.
Lei nicchia, accende una Marlboro e li guarda dritti in faccia: «Io fumo sigarette e non il Toscano, perchè non voglio essere confusa con lui», taglia corto.
Lui, l’Umberto, il convitato di pietra.
Il fantasma in canottiera che aleggia, piaccia o no, in testa a tutti.
Ufficialmente i due non si vedono da tempo, nè si telefonano più: «Basta. Chiuso. La vita va avanti», giura lei.
Dopo l’espulsione si erano parlati, questo sì. Qualche contatto c’era stato. Diretto o via donna Manuela, moglie di lui e amica di lei. «Ma ora basta. Non è vero che dove c’è Rosi c’è Umberto. E non era vero neanche prima. Non mi ascoltava. Magari l’avesse fatto, dio lo sa…».
I tempi cambiano, insomma, e se anche Bossi s’è pentito delle dimissioni («lo credo bene»), il cerchio magico è morto e sepolto.
«Fra trombati alla Reguzzoni e voltagabbana alla Calderoli», sussurrano i fan di Rosi.
Per lei conta quel nastro arancione tagliato fra spumante e pasta fredda.
Un cordone ombelicale ormai reciso: «Non rinneghiamo la Lega, ma si volta pagina», declina. Sarà , ma intanto il partitino conta due senatori e, nel caos romano, c’è chi parla di new entry. «Niente finanziamento pubblico», confermano a palazzo Madama.
Quello va tutto alla Lega.
Ma ai due ribelli andranno i rimborsi di segreteria. «Sono pochi euro, 2.090 al mese per ogni membro», si impunta Bodega. «E soprattutto non parlatele di soldi».
Non a Rosi: «Mi hanno dipinta come una ladra, io che ho versato 253 mila euro alla Lega, senza riavere indietro un euro, nemmeno per il Sinpa, il sindacato padano che è la mia vita». I padani di oggi, in verità , la tengono a distanza come la peste e a lei è rispuntato un certo orgoglio di meridionale.
«Sono del Salento e non lo rinnegherò mai, non sono ipocrita come i leghisti. Anzi, il nostro partito non ha confini geografici».
Si partirà dai comuni della Brianza, dunque, già alle amministrative. E poi chissà .
Piemonte. Forse Veneto. «E, perchè no, fuori dalla Padania: anche al Sud c’è gente comune».
In verità il movimento partiva con un nome più altisonante: “Gruppo d’azione per la rinascita”. Poi ci si è messo quel geniaccio di Alfredo Chiappori, vignettista e scrittore piuttosto famoso in queste vallate.
L ‘idea del nome è sua. E pensare che quando Bodega fu eletto al municipio di Lecco, lui era il suo più acerrimo nemico: «Disse che mi avrebbe spaccato la testa sul basamento della statua di Garibaldi, e c’era da credergli», sospira il senatore.
«Poi, dopo un po’, siamo diventati amici». Bel nome, sì, ma inutile nascondere che qui Bossi manca a tutti. E la nostalgia pare reciproca.
Umberto, qualche giorno fa, ha voluto lumi sul baretto del Bodega: «E ‘sto locale? L’ha aperto sul lago?», ha chiesto a un amico. «No capo, ma ci fanno la piadina alla brianzola. Prosciutto cotto e formaggio fuso».
Tutta roba interdetta ai “barbari sognanti”, fedelissimi di Maroni, perchè il Bodega bar ha una sola regola: porte sbarrate a chi ha tradito Umberto.
E così, all’inaugurazione, i maroniani si sono piazzati sulla statale con tanto di tazebao. «Traditori!», intonavano.
«Che coraggio», sbottava Sonia, la compagna di Bodega, da dietro il bancone. «Fino all’altro giorno tutti sull’attenti quando passava il capo e adesso in ginocchio da Maroni. Uno schifo». Per lei la questione Lega è matematica, due più due: «Se Bossi mi dice di andare a piedi sul Po, io ci vado. Se me lo chiede Maroni sto a casa. È come votare Casini».
E come lei la pensano gli avventori del Bodega bar. Il popolo di Rosi.
Poveri in canna e ricchi in Lamborghini gialla («Era il dentista, e dopo la festa è arrivata subito la Finanza»), miti signore e birraioli rissosi.
Anche se per ora a pagare il conto della guerra qui in Brianza, è stato Armando Valli. C
lasse ’51, bossiano dall’85, senatore. Fedina pulita, ma qualche multa gli scappa: «Siamo un po’ terroni, qui sul lago, non si mette mai la cintura. Rischi i vigili, ma se finisci con la macchina nell’acqua, almeno salti fuori», si giustifica.
Ogni anno Bossi si presenta a Lecceno, a casa sua, a discutere di Lega. E lo farà anche quest’anno. Non lo chiama Armando, lui per tutti è il “Mandell”.
E se ne accorse alle provinciali, eletto per un soffio. «Strano», pensò.
Poi, le birre celtiche dell’isola comacina chiarirono il mistero: «Mandell, non ho trovato il tuo nome sulla scheda», gli ripetevano i leghisti. «Il nostro è un paese di contrabbandieri, qui abbiamo zero nomi e un soprannome».
Da quel giorno lo infilò dappertutto. Mandell sui manifesti, sui volantini e perfino sul sito del Senato. I voti si moltiplicarono, fino a quella maledetta inaugurazione del bar del Bodega.
S’è presentato là ed è stato immortalato al fianco di Rosi l’innominabile.
In poche ore la foto ha fatto il giro della Lega, fino ai commissari piazzati da Maroni nelle valli di Lecco. «Mandell traditore», ripetevano. E lui zitto.
In attesa del verbo di Bossi.
E se gli slogan di Rosi Mauro puzzano un po’ di muffa, litanie di una Lega dei tempi andati fra territorio, popoli e legalità , c’è chi spera ancora nel miracolo.
Il ritorno del capo, l’unico — ripetono — che può dare del filo da torcere a Maroni. Quel Bossi un po’ abbacchiato, che molti qui sperano varchi la soglia del bar di Vugiòn.
Tanto che, mentre Berlusconi annuncia il rientro, qui si favoleggia di misteriose telefonate fra Rosi e Umberto.
E fra Umberto e il Cavaliere.
Prova ne sarebbe un’ospite d’eccezione all’ormai famosa inaugurazione del Bodega Art Cafè: la rossa Michela Brambilla, l’ex ministro animalista vicinissima a Silvio.
Falso allarme, ribattono i “barbari sognanti” di Maroni. Tutta scena.
La rossa del Pdl da queste parti circola dal 1998. Da quando al sindaco Bodega scoppiò il bubbone del canile comunale. «Avevamo un sacco di cani, un casino, e lei si prese in carico le bestie. Ha una marcia in più… Devo spiegarvi io che rogna è per un sindaco il canile?». Meno male che Michela c’è.
Tommaso Cerno
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Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
NON FACCIAMO SISTEMA E I FONDI NON CI SCELGONO… TROPPI VINCOLI DA BUROCRAZIA, GIUSTIZIA CIVILE E INFRASTRUTTURE: NELLA UE CI PREFERISCONO FRANCIA E GERMANIA… L’ESEMPIO DELLA VENDITA DELLA MAISON VALENTINO
Sos fondi sovrani. Mario Monti e Vittorio Grilli sono a caccia di investitori stranieri “di lungo periodo”, azionisti stabili del nostro sistema Paese.
Il loro arrivo potrebbe compensare la fuoriuscita di capitali speculativi.
Quei capitali che abbandonano i nostri Btp per rovesciarsi sui Bund tedeschi, e sono perfino disposti a pagare (interesse negativo) pur di rifugiarsi nella “cassetta di sicurezza” del Tesoro di Berlino.
“Cento, mille Valentino!” sembra il nuovo slogan del governo italiano: fa sognare l’operazione da 700 milioni con cui il Qatar ha assunto il controllo della celebre casa di moda.
Monti si è spinto sulle montagne dell’Idaho, pur di corteggiare i big del capitalismo hi-tech, sperando che vogliano investire in casa nostra.
Ma quali sono le possibilità concrete di attirare questi capitali produttivi?
E chi sono i Signori dell’investimento estero corteggiati da tutti i governi?
Il club dei fondi sovrani vede nei primi 10 posti asiatici e arabi.
Unica eccezione la Norvegia.
Domina la Cina che tra la State Administration of Foreign Exchange (Safe) e la China Investment Corporation (Cic) amministra oltre mille miliardi di dollari, a cui si aggiungono 300 miliardi di Hong Kong.
Seguono gli Emirati arabi uniti che da Abu Dhabi gestiscono 627 miliardi. Poi la Norvegia 593 miliardi, l’Arabia saudita 533, Singapore 400, il Kuwait 296, il Qatar 100 miliardi.
Australia e Brasile figurano tra gli inseguitori. La loro liquidità cresce a vista d’occhio, in parallelo con l’attivo commerciale della Cina o i surplus petroliferi dei paesi arabi.
Da un anno all’altro gli investimenti dei fondi sovrani nel mondo intero sono cresciuti del 42%. Spesso sono interessati a diventare azionisti stabili (vedi il caso Valentino), non a fare operazioni mordi-e-fuggi.
Attenzione però a non farsi illusioni: ci siamo già cascati.
Quasi un anno fa, nel settembre 2011, sembrò che i cinesi della Cic fossero attirati dall’Italia, sia per comprare Btp che partecipazioni nelle nostre aziende.
Ci fu all’epoca una grande eccitazione, protagonista l’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti: proprio colui che aveva indicato nella Cina “la causa di tutti i nostri mali”.
Tremonti accolse a braccia aperte il presidente della Cic, Lou Jiwei. Il suo braccio destro, Grilli, si recò a Pechino per corteggiare l’altro fondo sovrano, Safe.
I più esperti di “sovranologia” ci ammonirono già allora: non scambiate le manifestazioni d’interesse per un voto di fiducia verso l’Italia. Avevano ragione.
Le speranze si sono rivelate eccessive. Gli investimenti cinesi o arabi in casa nostra restano un rigagnolo rispetto ai flussi che si dirigono altrove.
Per un caso Valentino che fa notizia in Italia, in Francia il Qatar ha fatto ben di più: è entrato nel capitale delle società di servizi urbani e utilities Suez Environment, Veolia, Vivendi. Sempre il Qatar è primo azionista del gruppo Lagardère (media e tecnologie militari).
E’ in trattativa con Starwood per comprare una catena di hotel di lusso francesi. In altri paesi europei il Qatar è azionista di Volkswagen, Harrod’s, Credit Suisse, Shell.
Perchè l’Italia resta una Cenerentola, rispetto alle nazioni europee?
La ragione è svelata in uno studio del Sovereign Investment Lab della Bocconi, un’autorità in materia che viene citata dal Financial Times.
«I fondi sovrani – si legge nel rapporto – privilegiano i grandi gruppi, e quelli che hanno una presenza significativa sui mercati emergenti di Asia e America latina».
Ecco spiegate le nostre delusioni.
Paghiamo le fragilità strutturali del capitalismo italiano: abbiamo pochissime grandi aziende; e abbiamo accumulato ritardi nell’espanderci sui mercati emergenti.
Non a caso una delle poche aziende che attirano i fondi sovrani è la Snam, corteggiata da Abu Dhabi e Qatar grazie alla sua presenza internazionale; così come la Fincantieri per la sua notorietà nel mercato degli yacht.
Il bilancio è deprimente: anche se il 36% delle società quotate alla Borsa di Milano ha un fondo sovrano tra gli azionisti, per ora sono briciole, l’investimento totale arriva appena al 2% della capitalizzazione di Borsa italiana.
Se le nostre aziende sono in maggioranza nane e provinciali, non altrettanto può dirsi del Tesoro: abbiamo il quarto debito pubblico del pianeta.
A febbraio ci fu una fugace attenzione dell’Asia verso i nostri Btp, mostrarono un interesse inedito la terza banca giapponese, il primo gruppo finanziario coreano, la prima compagnia assicurativa di Taiwan, attratti da rendimenti cinque volte superiori a quelli asiatici.
Ma il fascino dei Btp è durato poco. Perchè?
Ogni volta che lo spread torna a salire, quegli investitori istituzionali subiscono perdite pesanti in conto capitale.
A differenza del singolo risparmiatore, che può tenersi i Btp fino a scadenza incassando le cedole, i grossi investitori devono segnare sui propri bilanci ogni variazione nel valore corrente dei Btp.
E quando il rendimento di mercato sale, rispetto ai vecchi Btp, questi ultimi perdono valore.
Restano le multinazionali.
Benchè i fondi sovrani siano il fenomeno più recente, il maggior volume di investimenti esteri diretti viene ancora dalle grandi imprese globali.
Sono quelle che Monti è andato a corteggiare a Sun Valley: Apple, Google.
Più i colossi tradizionali, da Nestlè a Coca-Cola a Sony.
L’Italia non appare neppure tra le prime 20 destinazioni dei loro investimenti.
Ci superano non solo gli Stati Uniti e i Brics, non solo Germania e Francia, ma perfino il Belgio.
no studio della Columbia University ci ammonisce: manca a Roma un approccio sistemico, olistico, che intervenga su tutti i fattori di appetibilità dell’Italia inclusa la politica delle infrastrutture, la burocrazia, la giustizia civile.
Federico Rampini
(da “La Repubblica”)
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Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
PARLA IL MAGISTRATO AL CENTRO DELLE POLEMICHE… CON UNA CONSTATAZIONE AMARA: “ALL’ESTERO SI E’ PIU’ APPREZZATI”
Il ricordo di Falcone e Borsellino. Il nuovo incarico all’Onu. Il governo
tecnico e la lotta alla criminalità .
Antonio Ingroia, in questi giorni al centro delle polemiche sulle intercettazioni nell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, ha incontrato i ragazzi di Pdci e Prc che a Otranto hanno organizzato la loro festa-campeggio.
Per parlare di lotta alla mafia, naturalmente. E anche di politica.
Insieme a Orazio Licandro, ex deputato siciliano del Pdci e componente della commissione Antimafia.
Ingroia ha ricordato il proprio passato nel centro Peppino Impastato, da giovane studente “impegnato” e poi gli esordi da magistrato con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Mentre Licandro ha raccontato le peripezie dell’ultimo incontro col magistrato: “Qualche settimana fa ci incontrammo mezz’ora a Roma davanti a Montecitorio. La piazza era blindata, si approvava la riforma Fornero. Appena rientrai nella camera d’albergo proprio lì davanti scoprii che mi avevano rubato il pc e le chiavette, che strano…”.
Procuratore, la scelta di accettare l’offerta Onu per un anno di lavoro in Guatemala è una scelta legata alle polemiche sulla trattativa Stato-mafia? Perchè solo poco tempo fa aveva negato la notizia di un suo eventuale e momentaneo abbandono della procura di Palermo.
“Da diversi mesi curo rapporti di lavoro con il centro America. La proposta mi era stata fatta qualche mese fa, ma avevo chiesto tempo per concludere le indagini sulla trattativa tra Stato e mafia. L’antimafia si può e si deve sviluppare sempre più a livello globale e un incarico del genere può aiutarmi a sviluppare maggiori competenze e a coordinare meglio le indagini tra diversi paesi. Non nego ci sia una componente personale in questa scelta, nel senso che cambiare ogni tanto fa bene ed è stimolante. E sono cosciente che forse lasciare l’Italia per un po’ possa allentare la pressione su Palermo, vista la campagna di stampa che ci ha investito soprattutto negli ultimi tempi e che rischia di mettere in cattiva luce le indagini finora svolte dal mio ufficio. Poi devo fare una constatazione amara: all’estero si è più apprezzati”.
Due giorni fa Pierferdinando Casini ha detto che non si farebbe giudicare da lei. Si sente delegittimato da queste valutazioni?
“Mi sono sentito offeso, questo sì. Anche se sono abituato ormai. Casini ripete a pappagallo le frasi dei Cicchitto e dei Gasparri e in passato ha detto anche di peggio sulle nostre indagini. Tra l’altro non sa di cosa parla, perchè sono un pm e non un giudice. Siamo a un livello di imbarbarimento altissimo: in altre democrazie i politici non si permettono di esprimere giudizi di questo genere su chi fa solo il proprio lavoro cercando la verità su vicende oscure della nostra storia”.
Gian Carlo Caselli ha parlato di una guerra in atto contro la procura di Palermo. Ha spiegato che attaccano lei per puntare al lavoro di tutto il pool. L’iniziativa del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con il ricorso alla Consulta sulle intercettazioni indirette che lo riguardano e che voi avete fatto, rientra in questa guerra?
“No, Napolitano ha agito secondo le prerogative che gli spettano. Allo stesso tempo sono convinto di aver agito secondo le norme. Qualche commentatore ha spiegato che c’erano delle ragione di opportunità che dovevamo considerare, ma nel nostro lavoro non può esistere un criterio discrezionale su ciò che è opportuno o meno, così facendo entreremmo in un campo pericoloso: il principio di uguaglianza davanti alla legge comporta il fatto che un magistrato agisca secondo la legge, senza fare altre valutazioni e senza favorire nessuno. Sono rammaricato per lo scontro istituzionale. Però le parole di Napolitano sulla trattativa Stato-mafia e sulla necessità di scoprire la verità mi hanno fatto molto piacere e le sottoscrivo in pieno”.
Ma c’è qualche possibilità che queste intercettazioni diventino mai di dominio pubblico? Cioè che finiscano sui giornali?
“Mi dispiace deluderla (sorride) ma no, sono irrilevanti e verranno distrutte”.
Berlusconi ha annunciato la sua candidatura a presidente del Consiglio, per la sesta volta. L’ex premier ripete spesso che il lavoro svolto dal suo governo contro la mafia non ha eguali. È così?
“Per prima cosa dobbiamo ricordare che la mafia non è in ginocchio come si vorrebbe far credere. Anzi. L’epicentro della criminalità organizzata adesso è la Lombardia e gli intrecci col mondo economico sono quanto mai forti e intricati. Rilevo comunque che durante gli anni del centrodestra la legislazione antimafia è stata smantellata passo dopo passo. Ci sono stati dei risultati dal punto di vista repressivo, ma il merito è stato delle forze dell’ordine: non si capisce perchè l’arresto di un latitante debba essere un trofeo da esporre per un governo. Vorrei aggiungere: doppio merito per le forze dell’ordine, perchè in questi anni le risorse sono state tagliate a più riprese. Certe uscite sono assai propagandistiche”.
Da quando si è instaurato il governo tecnico si sono fatti dei passi avanti nella lotta alla mafia?
“Sì. Si è rasserenato il clima, si è rinunciato alle controriforme più ostili verso la magistratura. E anche la riforma delle circoscrizioni giuridiche mi pare un ottimo provvedimento. Poi non mi aspetto certamente grandi rivoluzioni, questo governo è pur sempre sostenuto da chi c’era prima. Per il futuro, il grande lavoro da fare è accorciare i tempi del processo e allungare la prescrizione, visto che finora per non essere giudicati si punta sempre a far saltare i procedimenti”.
E per quanto riguarda le intercettazioni?
“Se ne può certamente parlare, soprattutto per quanto riguarda la privacy, cioè l’uscita sui giornali di trascrizioni che c’entrano poco con le indagini. A patto che il dialogo sia costruttivo e che non si cavalchino strumentalmente casi come quello legato al presidente della Repubblica”.
Giovedì si commemorava la strage di via D’Amelio. La sorella di Maria Falcone ha pronunciato queste parole: “Ingroia non sa cosa si prova ad essere Falcone. Ingroia deve capire che ha alle spalle tutta una società che lo appoggia. Mio fratello non l’aveva”. Cosa ne pensa di queste parole?
“È vero che Falcone subì un isolamento peggiore, in generale. Però le difficoltà che incontriamo nei rapporti con le istituzioni politiche sono simili a quelle che trovò Falcone. Ed è vero che l’antimafia oggi sia molto più forte di allora, ma non bisogna scordare la presenza forte e diffuso dell’altra Italia, quella delle convivenze, connivenze e contiguità con il mondo criminale”.
Prima il congresso, poi qui con i giovani. Quando Fantozzi fece questa domanda al capo supremo della ditta tremò la terra: ma non sarà mica che lei è comunista?
“La formula “mi avvalgo della facoltà di non rispondere” si può utilizzare? Sento di avere il diritto e il dovere di intervenire anche pubblicamente in difesa della Costituzione. Chi lo fa in Italia viene automaticamente bollato come “comunista”. Io mi reputo semplicemente consapevole. Se poi pensare con la propria testa significa dirsi comunista, allora sì, in questo senso sono comunista”.
(Licandro è lì, alla domanda sul come vedrebbe un futuro in politica del magistrato scherza: “Ma qui o in Guatemala?”. Poi risponde seriamente: “Di sicuro una persona come Ingroia la voterei volentieri, ma è una scelta che eventualmente farà lui. Se poi in futuro facesse questo passo e magari nel partito che dico io ne sarei molto felice”).
Matteo Pucciarelli
(da “La Stampa”)
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Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
LA RICHIESTA VIENE IMPLICITAMENTE DAI MERCATI E L’IPOTESI POTREBBE DIVENTARE L’UNICA VIA D’USCITA DALLA CRISI
Nessuna manovra, nessun provvedimento straordinario, nessuno scudo anti-spread, nessun soccorso dalla Bce.
L’Italia di Mario Monti si appresta ad affrontare senza difese la settimana che potrebbe vedere il fallimento della Spagna.
A Palazzo Chigi ostentano sicurezza, in queste ore, si procede con il business as usual.
La frase di Monti sul “contagio che è in atto”, ci tengono a precisare, era riferita alla dinamica complessiva della crisi, non agli eventi di questi giorni.
Tanta calma non è dovuta a una sottovalutazione del momento — basta vedere con che frequenza la dirigente del Tesoro responsabile del debito pubblico, Maria Cannata, deve rassicurare sul fatto che abbiamo ancora credito — ma a una strategia precisa.
Forse l’unica possibile in questo momento: lasciare intendere ai mercati che Monti è disposto a farsi carico del governo e a garantire l’attuazione delle riforme anche dopo il 2013.
Lo ha fatto capire nel modo più esplicito possibile venerdì quando ha spiegato che lo spread a 500 non rispecchia i fondamentali dell’economia italiana, ma il costo extra del nostro debito è dovuto in parte al rischio del crac dell’euro e in parte all’“incertezza del quadro politico, avvicinandosi il termine di un’esperienza nota mentre il futuro è ignoto”.
Questa analisi non è solo di Monti, ma anche dei mercati, basta leggere la nota con cui Moody ‘s ha declassato l’Italia: “L’outlook negativo riflette la nostra visione che il rischio di applicare le riforme resta sostanziale […] Il clima politico, particolarmente all’avvicinarsi delle elezioni di primavera è una fonte ulteriore di rischi all’applicazione delle riforme”.
Una cosietà indipendente, specializzata nel misurare i rischi-Paese come la londinese Spiro Sovreign Strategy, scrive in un report: “Anche se Mister Berlusconi decidesse di non correre per la premiership, c’è comunque un ‘fattore-Berlusconi’ che può pesare sull’atteggiamento verso l’Italia nell’avvicinarsi delle elezioni”.
E ancora: “Le cose si faranno da ora sempre più politicizzate”.
Il Corriere della Sera, con un retroscena di Francesco Verderami, ha ipotizzato ieri che il modo in cui Monti potrebbe mettere fine al “rischio politico” temuto dai mercati è andando alle elezioni anticipate subito.
Palazzo Chigi ha smentito: nessuno scenario di questo tipo. Anzi.
Proprio il tracollo accelerato della Spagna dimostra che andare al voto serve a poco, il passaggio dai socialisti di Josè Luis Rodriguez Zapatero ai popolari di Mariano Rajoy ha semplicemente accelerato la crisi.
C’è poco da fare, i programmi elettorali in questa fase li scrivono i mercati, non i politici che possono promettere quello che vogliono, ma poi hanno un copione già scritto.
Rajoy deve fare una riforma del settore bancario scritta dalla Commissione europea e sta applicando tagli imposti da Bruxelles e Berlino.
Se nei prossimi giorni chiederà aiuto — e sembra inevitabile — poi a Madrid arriverà la troika (Ue, Bce, Fondo monetario) e la capitolazione sarà completa.
La Spagna come una enorme Grecia. Portare in Italia lo schema spagnolo, quindi, non pare una soluzione.
Il messaggio che Monti sta mandando ai mercati, evitando di essere troppo esplicito per non irritare i partiti, è l’opposto: i conti vanno bene, le riforme funzionano ma vanno applicate, sul rischio euro-peo più di tanto non si può fare, se il problema è soltanto il rischio politico, voi avete visto qual è la soluzione.
Un governo affidato a Monti.
Ma davvero il premier potrebbe fermare la crisi dello spread dicendo già ora di essere pronto, qualora il “rischio politico” lo richieda, a fare ancora il premier?
“Il tema non si è posto, per ora, il professore ha sempre detto di voler portare a termine il suo compito”, rispondono i collaboratori del premier. E visto che il compito è salvare l’Italia dal default (o meglio, evitare l’arrivo della troika), per assolverlo potrebbe essere necessario un supplemento.
“Passo dopo passo si sta arrivando lì, Monti non farà campagna elettorale con un partito o uno schieramento. Ma prima o poi dirà che è ancora a disposizione, se serve al Paese”, sostiene Sandro Gozi, parlamentare (montiano) del Pd che ben conosce le dinamiche europee per aver lavorato a lungo a Bruxelles.
Certo, i partiti (Udc a parte), non possono essere felici di questo scenario.
Ma proprio le vicende spagnole indicano loro le alternative possibili: un governo politico che si sottomette al tallone della troika o un nuovo governo di Monti.
Ma per superare questa nuova, terribile, estate dello spread potrebbe rivelarsi necessario chiarire l’investitura potenziale al professore già nelle prossime settimane.
Rendendo così le elezioni un semplice passaggio burocratico.
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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