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VIVISEZIONE: SIGILLI A GREEN HILL E TRE INDAGATI

Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile

CONTESTATO IL MALTRATTAMENTO DEI BEAGLE E L’UTILIZZO DEGLI ANIMALI PER RICERCHE CONNESSE CON LA COSMESI

Ora sui cancelli dell’allevamento Green Hill a Montichiari, nel Bresciano, meta di numerosi cortei di protesta e anche teatro di arresti di animalisti che avevano effettuato un blitz per liberare i cani beagle, c’è un cartello: ‘Area sottoposta a sequestro probatorio’.
Alla struttura, in cui sono allevati 2.500 cani destinati alla sperimentazione, gli agenti del Corpo forestale dello Stato e della Digos della questura di Brescia hanno posto i sigilli su ordine del pm Ambrogio Cassiani, che ipotizza il reato di maltrattamento di animali nei confronti di tre persone ai vertici della stessa Green Hill.
Sono soprattutto due i problemi sollevati nel decreto di sequestro: si ipotizza che i beagle siano utilizzati non solo a fini scientifici ma anche per ricerche connesse alla cosmesi, e questo non sarebbe in linea con la legislazione italiana (un’accusa che Green Hill respinge con forza definendola “infondata”).
Poi ci sono le condizioni in cui sono custoditi i cani: il beagle è un segugio che ha bisogno di vivere all’aria aperta e non in gabbie come nella struttura bresciana.
Per capire la destinazione degli animali e le condizioni in cui vivevano sono al lavoro gli agenti della Digos, che hanno già  sentito i dipendenti di Green Hill.
Ancora non è certo il numero dei cani che si trovano nell’allevamento.
I beagle non potranno essere portati fuori, omunque, e gli stessi rappresentanti della Green Hill sono stati nominati custodi giudiziari assieme al sindaco della cittadina lombarda e all’Asl: avranno l’obbligo di cura e alimentazione degli animali.
Il sequestro dell’azienda che fa capo alla danese Great Divide Aps è stata salutato con gioia dalle associazioni animaliste che da mesi si battono per la sua chiusura definitiva.
Il 28 aprile davanti all’allevamento ci furono anche tafferugli con le forze dell’ordine: finirono in carcere per un paio di giorni in 13 che avevano fatto irruzione nella Green Hill e avevano liberato alcuni cuccioli.
L’8 maggio scorso ci furono proteste in una settantina di città , molte delle quali estere. Lega antivivisezione e Legambiente cantano vittoria (anche se parziale): “Ci auguriamo che gli accertamenti in corso, disposti dalla Procura, possano fare luce definitivamente sulle reali condizioni di vita degli animali rinchiusi nei padiglioni della struttura, in attesa della spedizione verso gli acquirenti, e sull’impossibilità  di Green Hill di garantire il rispetto delle necessità  fisiche e comportamentali dei cani, visti i numeri enormi di cui si parla”.
Poi reiterano la richiesta che si approvi la legge che vieta l’uso di animali a fini scientifici: “Alla luce di questi sviluppi giudiziari rivolgiamo un nuovo appello ai senatori affinchè l’articolo 14 della legge comunitaria sia finalmente approvato e possa essere di incentivo per la ricerca pulita, scientifica ed eticamente accettabile”.       Entusiasta anche Brigitte Bardot, convinta animalista: “E’ la prima buona notizia dell’anno e sono contenta che arrivi dall’Italia, il mio Paese del cuore.
Questo allevamento vergognoso deve chiudere definitivamente i battenti perchè non abbiamo il diritto di abbandonare migliaia di cani all’inferno, povere cavie sacrificate per una scienza senza coscienza”.
Alla soddisfazione degli animalisti risponde l’azienda: “Siamo sconcertati dal clima di persecuzione a cui stiamo assistendo, arrivato al punto di bloccare un’attività  che dà  lavoro a decine di dipendenti per cercare di dimostrare la validità  di accuse pretestuose respinte nei fatti da innumerevoli ispezioni”.

(da “La Repubblica”)

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PAOLO BORSELLINO, VENTI ANNI DOPO UNA FERITA ANCORA APERTA

Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile

ROBERTO SAVIANO E IL LIBRO DI ENRICO DEAGLIO SULLA STRAGE DI VIA D’AMELIO… I MISTERI CHE DA SEMPRE LA CIRCONDANO

Vent’anni fa, nello stesso condominio di via D’Amelio, entra Paolo Borsellino: deve portare sua madre dal medico, ma non ne avrà  il tempo.
Rivediamo la terribile sequenza di immagini: una tranquilla strada in uno dei quartieri cresciuti come erbacce alle pendici del monte Pellegrino, su cui sta appollaiato il Castel Utveggio, sede forse dei servizi segreti e forse luogo da cui sarebbe stato azionato il telecomando della bomba.
Un boato tremendo, auto scaraventate in aria, una stradina devastata. Sulla scena accorre subito una moltitudine di persone, che rende difficile il lavoro di chi dovrebbe fare i rilievi.
Così il 19 luglio del 1992 muoiono Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Uno solo si salva: è Antonino Vullo, ferito mentre parcheggiava uno dei veicoli della scorta.
Così comincia un mistero che non è stato ancora chiarito
In questi momenti mi manca Peppe D’Avanzo. Oggi, a vent’anni dalla morte di Paolo Borsellino, credo che nessuno come lui sarebbe stato in grado di ricostruire la storia della nostra Repubblica con altrettanta lucidità .
Nessuno come lui sarebbe stato in grado di mettere insieme vent’anni di storia giudiziaria, di inchieste, di false piste, di errori, di successi e collegare tutto al dramma che stiamo vivendo in queste ore.
Il dramma di una crisi economica devastante, che non è causata solo da fattori esterni, ma da una cattiva gestione della cosa pubblica divenuta endemica e quasi “incurabile”, mentre sul Paese continua ad aggirarsi il fantasma di Berlusconi tentato da una ricandidatura.
Ecco, Peppe avrebbe forse messo insieme tutto questo, restituendoci la complessità  in un quadro d’insieme con cui qualcuno avrebbe dissentito, ma che sarebbe comunque stato un modo coraggioso di spiegare il presente attraverso la lente del passato.
In quegli anni, negli anni delle stragi, era fin troppo evidente che si stava combattendo una guerra, ma noi che osserviamo e interpretiamo oggi facciamo una fatica immensa a individuare le parti in campo, a capire esattamente quali interessi erano stati lesi e quale ordine precostituito si volesse mantenere con quel terrore.
Le stragi del ’92 e del ’93 in Italia sono tutt’altro che storia superata, metabolizzata, chiarificata.
Se le stragi del ’93 erano un tentativo da parte della mafia di contrattare con lo Stato condizioni di vita meno dure nelle carceri, gli effetti sono stati di breve durata.
Io ho sempre ritenuto che gli attentati fossero gli ultimi rantoli di una bestia morente, di una bestia che era stata colpita al cuore come mai era accaduto prima.
Di una bestia che aveva sempre agito indisturbata e che invece, con il lavoro di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, era stata finalmente smascherata.
Nel 1978 era morto Peppino Impastato, nel 1984 Pippo Fava, nel 1990 Rosario Livatino, senza che la società  civile italiana, tutta, si fosse sentita davvero colpita al cuore. Falcone e Borsellino avevano compiuto quella rivoluzione civile, anzi, come dicevano loro “culturale” che il nostro paese aspettava, avevano toccato i tasti giusti e l’avevano fatto in un momento in cui le persone, da Milano a Palermo, erano pronte a seguirli.
Oggi, in questo dibattito, si inserisce un libro “Il vile agguato”. Chi ha ucciso Paolo Borsellino. Una storia di orrore e menzogna – Feltrinelli) di Enrico Deaglio.
L’ho letto cercando di rimanere calmo. Di non lasciarmi aggredire dalla rabbia che ti sale leggendo per quanti anni depistaggi, menzogne, falsità , bugie, corruzioni, sono colate come irrefrenabile lava sulla tragedia di Paolo Borsellino.
Ma poi mi sono chiesto se in un certo senso non fossimo tutti colpevoli di aver permesso che verità  rassicuranti coprissero con un velo di comoda ignoranza la sua morte, mentre gli intitolavamo piazze e scuole.
Ecco cosa si prova a leggere queste pagine: l’assurdità .
Non aver raggiunto una verità  sui colpevoli della morte di Paolo Borsellino e dei suoi uomini corrode la democrazia italiana, corrode la fiducia, corrode l’empatia sociale, alimenta lo sconforto, la diffidenza che mai come ora è un sentimento dannatamente predominante nel nostro Paese.
Quando è morto Falcone avevo 12 anni.
Ero a Paestum, dove forse mi avevano già  spedito in vacanza. Oppure semplicemente ero lì con tutta la famiglia per il fine settimana. Un fine settimana di maggio.
Ricordo solo che stavo in cucina, che la televisione era accesa e che mia zia d’improvviso si mise davanti alla tv. La coprì tutta con la sua schiena.
Noi bambini non capivamo perchè non volesse vedere, non capivamo perchè volesse oscurare tutto. Giocavamo con una palla di gommapiuma in casa, non stavamo nemmeno guardando la tv, eppure lei si mise davanti, col suo corpo minuto, a coprire lo schermo quadrato di una piccola e vecchia Sony.
Aveva le lacrime agli occhi, ci guardava come se non ci vedesse, agitava la testa e ripeteva «No, no, no». Nessuno di noi faceva domande.
I bambini del Sud cresciuti negli anni ’80-’90 con faide di mafia, tensioni continue in strada e in casa, polizia e posti di blocco, sanno contenere le domande. Sarebbe stato naturale puntare il ditino verso lo schermo e chiedere spiegazioni. Noi no.
Non chiedevamo, sentivamo che era accaduta la solita cosa, quella che quando accadeva se chiedevi qualcosa ti guardavano storto e chiudevano con «Niente, niente». Ricordo di essermi seduto a terra, gambe incrociate all’indiana, come faccio ancora oggi, e mi guardavo intorno.
Fuori sentivo che tutte le case dei vicini avevano la tv accesa. Qualcuno la radio. C’era un silenzio irreale. Solo le voci dei bambini. Il Tg3 confermò l’attentato.
C’era una donna con i capelli corti che ne parlava da Palermo e ogni tanto si vedevano immagini incredibili: cemento e terra divelta. Lamiere e tante persone che si aggiravano come in trance tra le macerie.
Capii che avevano ucciso un giudice e dei poliziotti. Mi feci coraggio e infransi la regola del bimbo di paese che non deve mai fare domande sul sangue e sui morti ammazzati.
Riuscii finalmente ad alzarmi e chiesi: perchè?
Il 19 luglio dello stesso anno si è ripetuta una scena simile. Sempre a Paestum. Ricordo caldo afa sudore e lacrime. Lacrime per una morte che anche un dodicenne sentiva come annunciata.
E oggi siamo ancora qui a chiederci: Perchè? Come? Chi?
«Ora che sono passati vent’anni — scrive Deaglio nel suo libro — non solo non sappiamo chi l’ha ucciso, ma innumerevoli versioni, continue verità , continuano ad ucciderlo. Borsellino viene continuamente riesumato in uno spettacolo macabro che insulta la sua memoria e noi spettatori. È stato Scarantino. No Spatuzza. È stato Riina; no, i fratelli Graviano. La polizia ha imbeccato Scarantino per proteggere i veri colpevoli. È come piazza Fontana. È stato lo Stato, lo Stato Mafia, la Mafia Stato; il Doppio Stato. È stato Berlusconi, o perlomeno Dell’Utri. Sono stati i servizi. Deviati. No, quelli ufficiali. Sono stati Ciancimino e Provenzano. Sono stati gli industriali del Nord. È stato il ministro Mancino… La sua morte era necessaria alla trattativa. Anzi, era l’essenza della trattativa. (A proposito — cos’è che stavano trattando?) È stato un volontario, lucido sacrificio di Borsellino che si è offerto come vittima per salvare la sua famiglia. È stata la prova della potenza infinita di Cosa Nostra a cui nessuno può sfuggire. È stato il Fato, del quale era in balia… ».

Roberto Saviano
(da “La Repubblica“)

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VENTI ANNI DALLA STRAGE E LE TROPPE DOMANDE SENZA RISPOSTA

Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile

VIA D’AMELIO, IL PUNTO SULLE INDAGINI: FU SOLO MAFIA? PERCHE’ VENNE DATO CREDITO AL FALSO PENTITO SCARANTINO?

Il lavoro cominciato a Capaci, sulla strada che portava dall’aeroporto alla città , fu completato a Palermo, cinquantasette giorni dopo, in via Mariano d’Amelio.
Dopo Giovanni Falcone toccò a Paolo Borsellino, anche stavolta con il carico aggiuntivo degli agenti di scorta, saltati in aria insieme all’obiettivo che avrebbero dovuto proteggere.
Era scritto, e Borsellino lo sapeva bene. Per questo aveva fretta. Voleva arrivare a qualche risultato prima che gli assassini arrivassero a lui.
Si capì allora, e c’è la conferma oggi, dopo le nuove indagini che hanno in parte riscritto la storia di quell’attentato.
Una storia di mafia, ma non solo.
Ormai sembra un modo di dire, una frase fatta, un luogo comune. Ma è così. Non è importante che siano o meno inquisiti o imputati estranei a Cosa nostra, per sostenere che con ogni probabilità  qualche altro elemento entrò in gioco nella morte di Borsellino.
FERMI A BOSS E PICCIOTTI?
Come presunti colpevoli siamo fermi a boss e picciotti, ricorda il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, titolare dell’ultima inchiesta, peraltro non ancora conclusa. Ha ragione, lui deve attenersi a ciò che risulta agli atti.
Dentro quegli stessi atti, però, emergono frammenti di verità , schegge di avvenimenti che se pure non portano a individuare responsabilità  penali fanno capire che intorno alla fine di Paolo Borsellino — prima, durante e dopo — c’è qualcosa che non riguarda solo Cosa nostra.
Il procuratore aggiunto di Palermo dilaniato il 19 luglio 1992 dal tritolo mafioso doveva morire perchè era l’unico che poteva prendere il posto di Falcone nella comprensione delle dinamiche interne alle cosche, e quindi nel contrasto ad esse.
E forse era tra i pochi che avrebbero potuto avvicinarsi alla verità  sulla strage di Capaci, al di là  del movente della vendetta. Anche se formalmente non era suo compito, e di questo lui si rammaricava.
Fu forse il cruccio più grande dei suoi ultimi due mesi di vita.
VOLEVA ESSERE INTERROGATO
Titolare delle indagini era una Procura diversa dalla sua, ma lui avrebbe voluto testimoniare di fronte ai colleghi di Caltanissetta, per rivelare qualcosa che sapeva e poteva essere utile per risalire agli assassini di Falcone, e magari a qualche diverso centro di potere che poteva aver avuto interesse alla sua eliminazione.
Lo ripeteva in ogni occasione, anche in pubblico, parlando del suo amico Giovanni: c’erano delle cose su cui era costretto a tacere perchè doveva riferirle all’autorità  giudiziaria, nel segreto dell’inchiesta.
Ma nell’arco di due mesi non ci fu alcuna autorità  giudiziaria che trovò il tempo per raccoglierne la testimonianza.
E’ uno dei misteri di quei cinquantasette giorni.
Che può avere pure una spiegazione banale, ma mai sufficiente a giustificare l’assenza di quella deposizione tra le carte dell’inchiesta.
Così come la scomparsa dell’agenda rossa sulla quale il giudice annotava le proprie considerazioni sul lavoro che andava svolgendo nella sua corsa contro il tempo, su quello che era venuto a sapere, sugli spunti d’indagine da coltivare.
Un elemento prezioso per tentare di scoprire le responsabilità  nascoste su Capaci e — dopo —su via D’Amelio. Che non è mai stata ritrovato.
L’agenda rossa era nella borsa che il giudice portò con sè dalla casa del mare a quella della madre, prima dell’esplosione.
E’ sparita, e le indagini non hanno chiaro perchè, nè per mano di chi. E’ un altro mistero che non ha a che fare con la mafia.
OLTRE LA MAFIA
Non ce’è bisogno di individuare “mandanti esterni” o agenti segreti infedeli che abbiano partecipato all’attentato, per capire che non è solo una storia di mafia.
Basta risalire a qualche omissione o pezzo mancante per poter sostenere che nell’intreccio c’è qualche altra cosa, oltre la mafia. Capita quasi sempre, nelle storie dove il potere s’intreccia col crimine.
Colpevoli sono i criminali, ma sulla sponda del potere si scopre puntualmente che qualcosa non ha funzionato come avrebbe dovuto.
Nella migliore delle ipotesi.
Vale anche per la presunta trattativa avviata tra lo Stato e la mafia dopo Capaci (o forse addirittura prima, secondo l’ultima ipotesi della Procura di Palermo), di cui Borsellino era venuto a conoscenza.
Almeno per un frammento, che magari era solo un’iniziativa investigativa un po’ audace: i colloqui tra i carabinieri e l’ex sindaco corleonese di Palermo Vito Ciancimino.
Non glielo dissero i carabinieri, con i quali pure aveva contatti e stava programmando attività  d’indagine: che ne avrà  pensato il giudice?
E chi era l’amico che l’aveva tradito, come hanno testimoniato sue suoi giovani “allievi” che l’incontrarono piangente e piegato da avvenimenti e preoccupazioni poche settimane prima che morisse?
Perchè, il giorno prima dell’attentato, disse alla moglie che ad ucciderlo non sarebbe stata soltanto la mafia?
DOMANDE SENZA RISPOSTA
Sono tutte domande rimaste senza risposta, che suscitano inquietudini.
In cui la mafia non c’entra.
Così come non c’entra nelle indagini che dopo la strage di via D’Amelio imboccarono quasi subito una falsa pista, smascherata solo dopo sedici anni da un nuovo pentito. Perchè si volle chiudere tutto così in fretta, con le false confessioni di qualche falso collaboratore di giustizia?
Fu solo un errore investigativo e poi giudiziario — com’è costretto a ipotizzare il procuratore di Caltanissetta, in assenza di prova che dimostrino altro — o c’era qualche diverso motivo?
Comunque sia andata, dietro la morte di Paolo Borsellino e quello che s’è mosso intorno a lui prima e dopo la bomba di vent’anni fa, non ci furono solo i padrini e i loro gregari.
E anche quell’eccidio è diventato uno dei grandi misteri d’Italia che hanno deviato e inquinato il corso della storia.
Rimanendo misteri, purtroppo.

Giovanni Bianconi
(da “Il Corriere della Sera”)

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ROSARNO: IN NERO IL 90% DEI BRACCIANTI, IRREGOLARE IL 72%

Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile

NELL’ULTIMA STAGIONE DI RACCOLTA SONO STATI OLTRE 2.000 I MIGRANTI IMPIEGATI COME BRACCIANTI… IL 30% VIVE CON MENO DI 50 EURO AL MESE E IL 60% IN ATTESA DI PROTEZIONE INTERNAZIONALE

Nell’ultima stagione di raccolta degli agrumi sono stati oltre 2000 (dati della Prefettura con altre fonti ufficiali) i migranti impiegati come braccianti nella Piana di Rosarno.
Tutti uomini principalmente provenienti dall’Africa subsahariana (il 22% dal Mali, seguono il Senegal con il 15%,Guinea con il 13%, e la Costa d’Avorio con quasi il 12%), con un’età  media di 29anni (la fascia d’età  degli over 31 è preponderante con il 46% dei lavoratori).
E senza permesso di soggiorno: il 72%, infatti è irregolare contro il 28% dei regolari. Inoltre la quasi totalità  degli intervistati ha lavorato in nero (90,7%).
Lo dice il Dossier Radici/Rosarno, un monitoraggio effettuato nel periodo autunno-inverno 2011/12, da Fondazione IntegrA/Azione e Rete Radici.
Il volume, che ha indagato le condizioni lavorative, abitative e sanitarie e il livello di integrazione dei migranti, è stato presentato oggi a Roma.
Status giuridico.
Secondo il rapporto l’80% della popolazione immigrata a Rosarno e dintorni ha avanzato domanda di protezione internazionale.
Tra quelli che sono riusciti a ottenere il riconoscimento, e dunque hanno concluso il loro iter burocratico, però, la maggior parte resta incastrato in un limbo giuridico che compromette la qualità  della vita, fatto di attese (3,3%), dinieghi (54,2%) e ricorsi (3,3%).
“È provata la difficoltà  degli stranieri a comprendere il complesso coacervo di leggi che li riguarda. Addirittura risulta incomprensibile la logica stessa del sistema che li obbliga in una zona grigia più che rischiosa — si legge nel testo -.
Inutile dire infatti, quanto una condizione del genere renda fragile un individuo, soprattutto se richiedente asilo o in attesa del ricorso, rispetto a casi di sfruttamento lavorativo e capacità  personali di pianificare alternative.”
Il documento in loro possesso, infatti, non è spendibile per l’ottenimento del lavoro: in sostanza, non possono lavorare e dunque essere assunti regolarmente, non hanno diritti e, di conseguenza, diventano ricattabili, merce a basso costo sul mercato del caporalato, manodopera d’occasione.
“È proprio la burocrazia lenta e farraginosa a imprigionarli in un girone infernale dal quale non sempre è facile uscire — continua – Senza documenti, i migranti semplicemente non esistono, spesso però il migrante partito e arrivato in Italia è l’unico che possa provvedere al sostentamento della famiglia nel Paese d’origine”.
Lavoro.
Ben il 90,7% degli intervistati lavora in nero (contro il 75% dello scorso anno): dalle ispezioni effettuate dalla direzione provinciale del Lavoro di Reggio Calabria in tutta la Piana di Gioia Tauro, infatti, su un totale di 1082 posizioni lavorative verificate, solo il 9% riguarda cittadini extracomunitari.
I salari del 55,6% dei campesinos si aggirano tra i 20-25 euro per 8-10 ore lavorative al giorno (contro il 76,37% dello scorso anno) e aumentano i lavoratori pagati “a cassetta” (37,4% contro il 10,44% dello scorso anno), con un prezzo standard di 1 euro a cassetta per i mandarini e 0,50 euro per le arance.
Mediamente il 60% di loro riesce al lavorare dai 3 ai 4 giorni a settimana, ma una percentuale consistente di braccianti, e cioè il 24,7%, lavora meno di 2 giornate a settimana.
Secondo l’indagine l’87% degli stagionali svolgeva lavori manuali nel paese d’origine, ma con una grande varietà  professionale: a raccogliere le arance di Rosarno sono sarti, meccanici, saldatori e elettricisti.
Ma anche ragazzi che nel loro paese erano studenti, poliziotti, agenti assicurativi, politici locali e soldati dell’esercito.
Arrivare a Rosarno ha significato livellarsi all’unica domanda di lavoro possibile e perdere la propria specificità .
Caporalato.
Il caporalato resta un’abusata modalità  d’ingaggio.
Sebbene infatti la metà  degli intervistati ha dichiarato di trovare lavoro in piazza, ben il 20% dichiara di trovare lavoro tramite un “kapò migrante” (quasi il 5% tramite un kapò bianco), ovvero una figura di intermediario tra il gruppo degli africani e i datori di lavoro.
“La figura del caporale, va detto, è cambiata nel corso degli anni per via anche del ruolo fondamentale di mediazione culturale che figure interne alle comunità  straniere possono assumere per via della conoscenza della lingua italiana — sottolinea il rapporto – . I kapò provvedono a fornire l’ingaggio e spesso trattengono una percentuale della paga giornaliera che si attesta tra i 2,5 e i 4 euro a lavoratore”.
La figura del kapò è cruciale anche quando si analizzano le modalità  di spostamento per raggiungere il posto di lavoro: il 26% ricorre ai loro mezzi, naturalmente a pagamento.
Qualità  della vita.
Un migrante su due spedisce parte dei guadagni alle famiglie lasciate nei paesi d’origine.
Il 37,6% dichiara di vivere con nulla o molto poco (da 0 a 50 euro a settimana), con alloggi di fortuna, come i casolari abbandonati senza acqua nè luce nè gas e mangiando alle mense della Caritas.
Sono pochi quelli che riescono a vivere con più di 100 euro a settimana (2,7%) e pochissimi coloro che vivono con 200/300 euro al mese (il 17,4%).
Ne consegue, inevitabilmente, soluzioni di alloggi di fortuna in condizioni igienico sanitarie spaventose, una dieta alimentare insufficiente e squilibrata e la mancanza di prevenzione, che aggiunte a un’attività  lavorativa sfiancante, determina un precario stato di salute.
Infezioni alle vie respiratorie (dovute in molti casi all’uso di sostanze chimiche nei campi), aggravate dal freddo e dal fumo dei fuochi accesi per riscaldarsi, disturbi dell’apparato gastrointestinale per via di diete povere e dall’utilizzo di acqua non potabile e malattie infettive rendono questi lavoratori affetti da un numero elevato di patologie professionali.

(da “Redattore Sociale“)

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TAVOLAZZI ROMPE IL SILENZIO: “GRILLO STA SBAGLIANDO TUTTO”

Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile

IL CONTESTATO ED ESPULSO CONSIGLIERE COM. DI FERRARA: “TRA UN ANNO IN PARLAMENTO COSA PORTIAMO? I POST DEI TUOI BLOG SU ECONOMIA E DIRITTI CIVILI?”…. “C’E’ UN DEFICIT DI DEMOCRAZIA INTERNA NEI CINQUESTELLE”

Più di 4 mesi fa la sua espulsione arrivata via blog con poche righe firmate da Beppe Grillo.
Poi la chiamata di Federico Pizzarotti a Parma, per il posto di direttore generale, e lo stop   imposto da Gian Roberto Casaleggio.
Oggi, Valentino Tavolazzi, primo epurato dal Movimento 5 stelle, scrive un appello direttamente al blogger genovese, chiedendo una svolta: “Centinaia di migliaia di cittadini   — scrive il consigliere di Ferrara — non vogliono che il progetto politico Movimento sia a scadenza come il latte (nel lungo periodo sì), nè che sia un esperimento di marketing politico. Se anche Grillo e Casaleggio non lo vogliono, si diano una mossa per farlo camminare con le sue gambe”.
Insomma una lettera aperta che ha il sapore dell’aut aut: o si cambia o non si arriva in Parlamento.
Già , perchè dopo il trionfo di Parma, il prossimo traguardo ora sono le elezioni politiche dell’anno prossimo.
Da settimane i sondaggi danno il Movimento in ascesa, con percentuali da secondo partito.
Un potenziale che, secondo Tavolazzi, potrebbe andare perduto se non si risolvono i nodi emersi negli ultimi mesi.
A partire dai problemi di democrazia interna. “Da mesi — accusa Tavolazzi — si aggiunge danno a danno, con perseveranza non comune. I riflettori dei media sono sul Movimento, ne hanno favorito l’ascesa nel consenso popolare (condizione necessaria ma non sufficiente per farlo maturare), ma ne hanno anche messo a nudo fragilità  e deficit di democrazia interna”.
Dunque la scalata verso Montecitorio potrebbe essere a rischio: “Mancano pochi mesi alle elezioni politiche e non sono ancora noti criteri e modalità  per completare il programma nazionale del m5s e per la scelta dei candidati. Il portale è inadeguato e il governo del movimento nelle mani degli utenti della rete’ resta una frase vuota, scritta nel non statuto. Cosa andremo a fare in parlamento? sono i post sul blog di Beppe le nostre scelte politiche su economia, lavoro, affari esteri, diritti civili, welfare, bilancio dello stato, Europa? Quando si comincia a produrre la politica nazionale del m5s in rete?”.
Tavolazzi prosegue snocciolando uno per uno i diktat arrivati in questi mesi.
“La frittata è ancora sul fuoco — prosegue — i miasmi nel movimento aumentano e sono sempre più insopportabili. Dopo la cantonata presa da grillo su Ferrara e Cento, dopo l’intervento a gamba tesa di Casaleggio su Pizzarotti, per impedirgli di esercitare le sue prerogative di sindaco, ora c’è la scomunica non spiegata di poppi a Modena”.
Secondo il consigliere di Progetto per Ferrara “centinaia di migliaia di cittadini non vogliono che il progetto politico m5s sia a scadenza come il latte (nel lungo periodo sì), nè un esperimento di marketing politico. Se anche Grillo e Casaleggio non lo vogliono, si diano una mossa per farlo camminare con le sue gambe. Prima o poi (spero tardi) loro non ci saranno più. Gli appuntamenti con la storia politica del paese incombono. Bisogna far crescere i cittadini che, in servizio civile e a tempo, andranno a fare i sindaci, i deputati, i consiglieri regionali ed i presidenti di regione. Pensate a tutto voi, grillo e Casaleggio? o volete farvi aiutare — conclude   — dai cittadini cinque stelle?

Giulia Zaccariello
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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FORZA ITALIA RITORNA PER TUTELARE LE FIDEJUSSIONI DI BERLUSCONI

Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile

BECHIS SPIEGA LE REALI RAGIONI CHE GIUSTIFICANO LA SOSTITUZIONE DEL MARCHIO DEL PDL… IL CAVALIERE HA GARANTITO CON 177 MILIONI L’EX PARTITO CON BANCHE E CREDITORI… MA I CONTI SONO IN ROSSO E NON SONO PIU’ ALIMENTATI DAI RIMBORSI ELETTORALI

Il ritorno allo “spirito del ’94″ e al marchio di Forza Italia non è motivato da una scelta stilistica e di immagine.
E non si tratta solo di operazione nostalgia.
Il vecchio logo torna alla ribalta per mettere il freno a un rosso di bilancio che potrebbe rimanere scoperto in caso di approvazione da parte del Parlamento del taglio dei rimborsi elettorali.
Silvio Berlusconi infatti, dovrebbe risanare il “buco” del vecchio partito che non riceve più finanziamenti elettorali dal 2010 (quando ha incassato l’ultima tranche dei rimborsi relativi alle elezioni del 2006) e che era stato garantito per oltre 177milioni di euro di fidejussioni firmate dallo stesso Cavaliere, per garantire il movimento davanti alle banche e ai creditori.
Per l’esattezza l’importo ammonta a 177.040.964.
Un dato che emerge dal bilancio di Forza Italia del 2011, analizzato da Franco Bechis su Libero e accompagnato dalla relazione del tesoriere Rocco Crimi, che a giugno avrebbe anche registrato il marchio di “Italia pulita” come contenitore alternativo del Pdl.
Nei conti compaiono “un’entrata straordinaria per 4,6 milioni di euro e crediti complessivi iscritti per 21,6 milioni di euro”.
L’origine delle somme è relativa a un accordo stipulato sotto forma di scrittura privata tra Forza Italia e il Popolo della Libertà  alla vigilia delle politiche del 2008.
Cifre che dovrebbero essere versate dal Pdl al partito nato nel 1994 in tre rate dal 2013 al 2015, ma che rischiano di essere compromesse dal taglio dei rimborsi elettorali.
A specificarlo è lo stesso Crimi nella relazione al bilancio. Parla di evoluzioni gestionali per il 2012 che si presentano “sfavorevoli” e sono appese alla decisione delle Camere. In ballo c’è l’ultima tranche delle spese relative al 2008 che corrispondono a 20 milioni di euro ceduti pro-soluto (con la sola garanzia dell’esistenza del credito senza l’obbligo di rispondere dell’inadempienza del del debitore, ndr) a una banca.
In tutto il Pdl deve alla banca oltre 20 milioni di euro. Un importo che, come scrive Crimi nella relazione “dovrà  gravare in misura pari al 75% su Forza Italia”.
E il 75% era la quota che, nel nuovo contenitore del Pdl, spettava agli azzurri, tra poltrone e questioni economiche.
Il resto era per l’ex partito di Gianfranco Fini.
Alle elezioni 2008, Forza Italia decise di incassare subito la somma prevista per la legislatura, soprattutto per riassestare i conti del 2007.
E oggi, scrive Bechis “grazie a quel precedente, tocca a Forza Italia pagare alle banche quei 18 milioni circa che non saranno incassati contrariamente a quanto previsto”. Fatti i conti, Forza Italia dovrebbe tenere aperto almeno fino al 2015 e sperare così di incassare i rimborsi dal Pdl.
Anche se inferiori rispetto agli anni precedenti.
Guardando i conti anche degli anni scorsi infatti, si giustifica ancor più la previsione gestionale “sfavorevole” evidenziata da Crimi: 61 debiti a bilancio nel 2011 con oltre 42 milioni di euro di patrimonio netto negativo (che includono quasi 4 milioni di euro di costi del personale) e 8 milioni di rosso.
Insomma, il ritorno al vecchio è fatto anche per saldare i conti e salvare il patrimonio personale di Berlusconi.
Ovvero le fidejussioni che ha firmato per garantire Forza Italia davanti a banche e creditori.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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SICILIA, UN ESERCITO DI DIPENDENTI E 5 MILIARDI DI BUCO

Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile

L’ALLARME DELLA CORTE DEI CONTI: ECCO TUTTE LE SPESE FOLLI… L’ISOLA SULL’ORLO DEL DEFAULT

Che finisse così, con la Regione siciliana a un passo dal fallimento, lo si poteva profetizzare quasi trent’anni fa, nel 1984, quando i papaveri di Palazzo decisero di acquistare due orche marine in Islanda.
Costo: duecento milioni di lire e spiccioli. Destinazione: un parco acquatico da realizzare sulla costa di Sciacca, speculazione edilizia maldestramente spacciata come valorizzazione ambientale.
E pazienza se il progetto non partì mai e le orche sono rimaste per decenni a fare i salti in una piscina islandese, come pensionanti di lusso, alla modica cifra di sei milioni di lire al mese.
A carico dei contribuenti siciliani, s’intende.
Adesso, adesso che Monti tuona, adesso che si agita il fantasma del commissariamento e anche il più cinico dei funzionari ha perso la certezza che tanto la barca non affonderà  mai, l’elenco degli sprechi della Regione è un viaggio dentro un’idea di autonomia brandita come scudo corporativo.
Qui, solo qui, tra le auguste sale di Palazzo dei Normanni dove un tempo Federico II — lo Stupor Mundi – aveva portato la sua reggia e la sua corte di poeti, i 90 consiglieri regionali dell’assemblea si chiamano onorevoli e hanno le stesse prerogative dei senatori, a partire dai 19.685 euro lordi al mese.
Tra i benefit, sono riusciti a dotarsi anche di un contributo per il passaggio a miglior vita: cinquemila euro per le spese funerarie, alla faccia della scaramanzia.
Qui e solo qui, fino a pochi mesi fa, qualsiasi dipendente dell’amministrazione che avesse un parente da assistere poteva andare in pensione dopo soli 25 anni di servizio, una via di fuga che nel 2011 hanno imboccato in 500.
E ancora: qui e solo qui, è successo che mentre l’isola era sepolta dal pattume, due anni fa, l’ex dirigente dell’Agenzia dei rifiuti e delle acque Felice Crosta si sia avviato alla quiescenza con un assegno di 41.600 euro al mese, cioè 1.369 euro al giorno.
Difficile, in questa situazione, gridare al tradimento dello Statuto autonomo mai del tutto applicato, disseppellire l’ascia di battaglia sul prezzo della benzina (alle stelle come in tutta Italia nonostante l’Isola ne produca la maggior parte).
Ma difficile pure difendere il lavoro dei 20 mila regionali, che ormai — nell’opinione collettiva — sono le icone del privilegio e dell’improduttività .
E ha un bel dire il presidente della Regione Raffaele Lombardo, anche lui azzoppato da un’inchiesta per mafia, che difenderà  la dignità  dei siciliani fino alla morte.
Hanno un bell’agitarsi i paladini dell’antimafia che hanno accettato di diventare suoi assessori, a cominciare dal responsabile della Salute Massimo Russo, il quale sostiene di avere ridotto i costi della sanità , nonostante l’ultima severissima relazione della Corte dei Conti, pochi giorni fa, abbia registrato una spesa in costante ascesa: più 519 milioni nel 2011.
Un comparto dove il solo servizio del 118 costa 110 milioni l’anno e conta 3.200 addetti, il doppio della Regione Piemonte.
Ha un bel difendere l’azione di governo il Pd, alleato del presidente tra le lacerazioni della base e della dirigenza, che si è accontentato delle briciole senza riuscire a interferire sul controllo militare del governo di ogni posto di potere, poltrona, sedia, strapuntino.
Mettendo anche la sua faccia su un bilancio che vede un indebitamento di 5 miliardi di euro e 15 miliardi di entrate probabilmente mai esigibili.
Non è tutta colpa dell’attuale classe politica, il default della Regione.
La formazione professionale è una voragine da 240 milioni l’anno che da sempre serve soltanto a foraggiare le migliaia di formatori. Ventuno delle 34 società  partecipate sono in rosso.
L’esercito di 20 mila dipendenti (17.218 a tempo indeterminato e 3.070 a tempo determinato, con un dirigente ogni 8,4 soldati semplici) si è costituito nel tempo. Anche se l’anno scorso è stato irrobustito di quasi un terzo, con la stabilizzazione di 4.857 precari.
È fallito invece il colpo di mano con cui il Parlamento siciliano ha tentato di dare uno stipendio stabile ai 19 mila precari dei Comuni, in scadenza tra pochi mesi. Avevano approvato una leggina ad hoc, che autorizzava la grande infornata senza lo straccio di un concorso.
Gliel’ha bloccata il commissario dello Stato.
Quell’impiccione.

(da “La Stampa“)

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TRATTATIVA STATO MAFIA: DELL’UTRI INDAGATO PER ESTORSIONE A BERLUSCONI

Luglio 18th, 2012 Riccardo Fucile

L’ACCUSA SI BASA SUL GIRO DI DENARO PASSATO DAI CONTI DELL’EX PREMIER A QUELLI DEL SENATORE AZZURRO, COMPRESA LA VILLA PAGATA 20 MILIONI DI EURO E CON UN VALORE DI MERCATO DI 9 MILIONI… BERLUSCONI IN VESTE DI TESTIMONE

Marcello Dell’Utri è indagato con l’accusa di estorsione nei confronti dell’ex premier Silvio Berlusconi.
La notizia, rilanciata dall’Ansa, si lega alla convocazione da parte dei pm di Palermo che indagano sulla trattativa Stato-mafia a carico del cavaliere di Arcore e riguarda, in particolare, una “estorsione politica” , portata nel 1994 dallo stesso senatore al capo della Fininvest.
L’ex premier doveva presentarsi lunedì 16 luglio ma ha opposto un legittimo impedimento.
Nel frattempo, oggi riparte il processo bis in Appello contro il senatore, dopo che in marzo la Cassazione ha annullato la sentenza di Appello e disposto un nuovo dibattimento.
Il procuratore generale che rappresenta l’accusa, Luigi Patronaggio chiederà  che venga sentito come testimone proprio l’ex presidente del Consiglio.
Sul piatto della futura audizione i rapporti con il senatore di Forza Italia e il ruolo svolto dallo stesso Dell’Utri con gli uomini di Cosa nostra.
Per chiarire ulteriormente il quadro tra le varie richieste istruttorie il pg dovrebbe chiedere di sentire diversi pentiti. Tra questi Stefano Lo verso. In questo procedimento il Cavaliere viene chiamato con la formula di “testimone assistito”.
Significa che potrà  presentarsi con l’avvocato e potrà  avvalersi della facoltà  di non rispondere.
Nell’ambito dell’inchiesta palermitana sulla presunta trattativa tra Stato e mafia, invece, Berlusconi sarà  ascoltato come semplice testimone con l’obbligo, in questo caso, di rispondere.
Questa la comunicazione arrivata ai suoi avvocati. Prima data fissata: due giorni fa, lunedì 16 luglio.
L’ex premier però ha opposto una questione di legittimo impedimento per “impegni già  presi in precedenza”.
E proprio in queste ore sono in corso contatti tra la procura e i suoi legali per fissare al più presto una seconda data.
Alla base del colloquio programmato dalla procura di Palermo alcune spese effettuate dal Cavaliere a favore dei Circoli della Libertà , Marcello Dell’Utri. Nel mirino anche diversi prestiti infruttiferi fatti sempre a favore del senatore di Forza Italia.
Il filone per il quale è stato chiamato il Cavaliere resta il più riservato di tutta l’indagine sulla trattativa.
In particolare i pm vorranno chiedere conto a Berlusconi di quei venti milioni di euro pagati all’amico Marcello per l’acquisto di una villa che, conti alla mano, ne valeva la metà . Denaro, questa è l’ipotesi dell’accusa, che potrebbero essere il conto di un’estorsione. Vittima il Cavaliere.
C’è di più: da quanto si apprende lo stesso Berlusconi potrebbe essere stato vittima di un ‘altra estorsione, questa volta politica, all’epoca in cui, nel 1994, era presidente del Consiglio.
Al centro sempre la trattativa Stato-mafia.
In questa indagine, lo stesso Dell’Utri è già  indagato insieme a Nicola Mancino, al senatore Calogero Mannino e ai generali dei carabinieri Mario Mori e Antonio Subranni.
Secondo le ipotesi investigative della procura, Dell’Utri sarebbe subentrato a Salvo Lima come mediatore nei confronti dei padrini siciliani.
A portare la citazione della procura ad Arcore è stata la Guardia di Finanza di Palermo.
La stessa che nel marzo scorso si è presentata nello studio milanese del notaio Arrigo Roveda per sequestrare l’atto di compravendita della villa sul lago di Como. Atto firmato, guarda le coincidenze, alla vigilia della sentenza di Cassazione nei confronti di Dell’Utri.
Sentenza, che, bocciando la condanna in Appello ha riaperto i giochi del processo. Perchè tali coincidenze?
Una di queste, ipotizzano i pm, è che in caso di condanna al senatore di Forza italia sarebbero stati sequestrati tutti i beni.
Appresa la notizia dai banchi del tribunale di palermo, Dell’Utri ha voluto precisare cifre e valore della casa sul lago di Como.
“La villa? — ha detto ai giornalisti — . Io l’avevo messa in vendita due anni fa per 30 milioni e il valore è questo”.
E ancora: “L’occasione di concretizzare c’è stata solo in quel periodo”.
Dopodichè “ci ho perso perchè l’ho venduta 20 e vale 30″.
Mentre a chi gli ricorda che una perizia del ’94 aveva valutato la villa attorno ai 9 milioni di euro, Dell’Utri ha ribattuto: “In quel periodo, 8 anni fa, la casa era ancora in costruzione e quindi il valore era sulla carta. Vale molto di piu’, lo ripeto”.
Ma sul tavolo del futuro colloquio ci sono tanti passaggi di denaro, circa dieci milioni di euro, che tra il 2008 e il 2011, sono transitati dai conti del Cavaliere a quelli di Dell’Utri.
Lo scorso novembre lo stesso pm Ingroia ha acquisito diverse scoperte agli atti dell’indagine P3. Queste vengono messe alla voce “prestiti infruttiferi”.
Dal canto suo Berlusconi, attraverso una nota rilasciata da palazzo Grazioli smentisce su ogni fronte: “Tutte le dichiarazioni — si legge — attribuite stamani dal quotidiano ‘La Repubblica al Presidente Berlusconi, in merito alla vicenda di Palermo, sono destituite di ogni fondamento”.
E sul caso pesa anche un’intercettazione.
E’ quella di Ezio Cartotto, uno dei fondatori di Forza Italia. Anche Cartotto è stato convocato. Lui, però, prima pensa di chiamare Silvio.
Lo fa attraverso la segretaria che lo chiama al telefono: “Sono Claudia — si ascolta — da palazzo Grazioli. L’appuntamento è per domani”. Cartotto così va ad Arcore.
Con lui alcuni convitati di pietra: gli investigatori della Dia.
“Questa procura di Palermo è un colabrodo”. Cosi’ l’avvocato e senatore del Pdl, Piero Longo, risponde a chi gli chiede un’opinione sulle polemiche legate alla convocazione di Berlusconi.
“Nulla di quello che si fa in maniera fisiologicamente naturale e riservata resta tale, ma tutto viene fuori”.
Anche la questione che ha riguardato il Capo dello Stato “non sarebbe nota se le vicende non fossero state esposte alla conoscenza del pubblico, ma solo a quella dei pubblici ministeri della difesa e del gip”.
Alla domanda sul perchè l’ex premier potrebbe essere convocato lo storico difensore del Cavaliere replica in punto di diritto: “Non conosciamo l’oggetto della testimonianza perchè così prevede il nostro ordinamento e questo, a mio giudizio, è un errore perchè il testimone potrebbe diversamente essere messo nelle condizioni di presentarsi con memoria rinfrescata sull’oggetto della richiesta.
“Leggo ora sulle agenzie che ci sarebbe un’inchiesta in cui Marcello Dell’Utri sarebbe indagato per estorsione nei confronti del presidente Berlusconi”, chiosa il senatore per fare comprendere che il motivo per cui la procura di Palermo ha convocato Berlusconi come teste non si conosce.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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VIVISEZIONE: UN’ORA FA SEQUESTRATA GREEN HILL

Luglio 18th, 2012 Riccardo Fucile

BLITZ DELLA FORESTALE: DOPO LE DENUNCE ANIMALISTE CONTRO L’ALLEVAMENTO DI BEAGLE, SEQUESTRATI TUTTI I CANI E L’INTERA STRUTTURA SU UNA SUPERFICIE DI 5 ETTARI… TRA I REATI CONTESTATI ANCHE IL MALTRATTAMENTO DI ANIMALI

Il Corpo forestale dello Stato sta eseguendo il sequestro di Green Hill, l’azienda situata a Montichiari, in provincia di Brescia, che alleva cani beagle per i laboratori di vivisezione.
Alle operazioni di ispezione e sequestro della struttura, disposte dalla Procura della Repubblica presso il tribunale ordinario di Brescia, partecipano   30 forestali appartenenti ai comandi provinciali di Brescia, Bergamo e al nucleo investigativo per i reati in danno agli animali.
E’ presente anche personale della Questura di Brescia.
L’operazione sta portando al sequestro di cani di razza beagle, sia cuccioli sia adulti, e dell’intera struttura costituita da quattro capannoni, uffici e relative pertinenze per un totale di circa 5 ettari.
Fra i reati contestati c’è anche quello quello di maltrattamento di animali.
Sulla vicenda intervengono Lega antivivisezione e Legambiente auspicando che gli accertamenti facciano luce sulle reali condizioni cui versano gli animali e chiedendo che il Senato approvi la legge che vieta l’allevamento di animali per la sperimentazione.
“Grazie agli atti presentati dalle due associazioni è stata finalmente riaperta l’inchiesta giudiziaria sulle modalità  di detenzione degli animali nella megastruttura. – ha dichiarato Gianluca Felicetti, presidente della Lav – Ci auguriamo che gli accertamenti in corso, disposti dalla Procura, possano fare luce definitivamente sulle reali condizioni di vita degli animali rinchiusi nei padiglioni della struttura, in attesa della spedizione verso gli acquirenti, e sull’impossibilità  di Green Hill di garantire il rispetto delle necessità  fisiche e comportamentali dei cani, visti i numeri enormi di cui si parla”.
“In questi mesi – spiegano le due associazioni – è all’esame del Senato la norma, già  approvata dalla Camera dei deputati, che vieterebbe l’allevamento di cani, gatti e primati non umani per la sperimentazione, imporrebbe l’obbligo di anestesia e analgesia per i test e, vietando le esercitazioni belliche e didattiche con animali, sosterrebbe concretamente il ricorso ai metodi sostituivi della vivisezione. Alla luce di questi sviluppi giudiziari rivolgiamo un nuovo appello ai senatori affinchè l’articolo 14 della legge comunitaria sia finalmente approvato e possa essere di incentivo per la ricerca pulita, scientifica ed eticamente accettabile”.
Una grande vittoria oggi di tutto il mondo animalista.

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