Luglio 18th, 2012 Riccardo Fucile
LE CONDIZIONI DI NICOLE: UN CONTRATTO VITALIZIO CON MEDIASET E LA BUONUSCITA… SOLO SU QUESTE BASI DISPOSTA A TRATTARE
“Per il bene di tutti non parlo”. Nicole Minetti arriva puntuale al Pirellone per la seduta del Consiglio regionale.
Delle sue dimissioni, anche ieri, neanche l’ombra . Decine di giornalisti, fotografi, cameramen si presentano solo per chiedere alla consigliera cosa intende fare.
Dopo un assedio durato circa un’ora lei cede, esce da una stanza dove era stata costretta a nascondersi e scandisce poche parole: “Per il bene di tutti non ho intenzione di rilasciare dichiarazioni, per favore finiamola qua”.
Un messaggio fin troppo chiaro.
Che la consigliera stia trattando la sua buonuscita con Silvio Berlusconi è ormai un fatto acclarato.
Sul piatto, stando a quanto riferito da persone molto vicine al Cavaliere in questi giorni, c’è la richiesta di un contratto vitalizio con Mediaset e un milione di euro da incassare subito, una sorta di trattamento di fine rapporto con Arcore calcolato sui mancati introiti che l’igienista perderebbe dimettendosi quasi tre anni prima dalla scadenza naturale del mandato regionale.
Chiudere in cassaforte i segreti della Minetti, del resto, può valere molto di più per Berlusconi.
“Sei brava, mi parlano tutti bene di te: continua così e la prossima volta ti porto in Parlamento”, le disse nell’agosto 2010 in una telefonata intercettata e finita negli atti del processo Ruby.
Promessa che di certo non potrà mantenere.
Minetti vuole quindi quantificare le perdite. E temporeggia.
Ieri verso sera è stata convocata ad Arcore.
Dei deputati del Pdl, ieri a Roma, si sono lasciati sfuggire un sospiro di sollievo: “Stasera si chiude l’accordo”.
Dopo le 21 la consigliera ha varcato i cancelli della residenza dell’ex premier, questa volta sì per una cena elegante. Prima di andare però, rintracciata telefonicamente, ha tentato di smentire la notizia, già rimbalzata sul sito Dagospia e sulle agenzie di stampa. Inutilmente.
Perchè anche dal quartier generale milanese del partito, l’incontro è stato confermato. Per il Pdl, allontanare Minetti dalla Regione è la priorità . Anche per mostrare che quando Berlusconi parla tutti eseguono.
Invece la 27enne valletta di Rimini, eletta ad appena 25 anni per volere del Cavaliere, in appena due giorni ha già sbugiardato e messo in difficoltà i vertici: da Angelino Alfano a Mario Mantovani.
Il coordinatore regionale, che lunedì annunciava le dimissioni come certe e imminenti, ieri ha dovuto fare marcia indietro.
“C’è stato qualche ripensamento, aveva manifestato lei l’intenzione di lasciare”, ha detto Mantovani aprendo addirittura all’eventualità che Minetti non se ne vada: “L’importante è che faccia bene il consigliere regionale”.
Quindi, ha aggiunto, non solo le sue dimissioni “sono una cosa su cui si sta riflettendo, ma non c’è urgenza” e ha anche garantito che il partito “assolutamente non sta pensando” di espellerla dal gruppo.
Anche perchè tra le altre possibilità lasciate trapelare in queste ore da Minetti c’era l’ipotesi di lasciare il Pdl e iscriversi però al Gruppo Misto, oggi composto da un unico componente: Filippo Penati.
La partita dunque è tutta ancora da giocare e Minetti sembra sedere al tavolo con estrema disinvoltura. E non ha alcuna voglia di perdere.
Anche ieri ha sfruttato al massimo il momento.
Fuori dall’aula del consiglio regionale, sin dalle nove del mattino ad attenderla c’erano decine di fotografi, operatori, giornalisti. Il timore era che la consigliera non si facesse vedere. Poi, all’improvviso, appagliono i tacchi altissimi in cima alle scale della buvette.
Le voci si tacciono e partono i flash. Eccola. Abbronzata, dopo un fine settimana trascorso a Porto Cervo.
In pantaloni e camicia beige, straccia in pochi istanti gli annunci dei vertici del Pdl, che fino all’ultimo avevano scommesso sull’opportunità di un suo passo indietro. E ci avevano sperato. Niente da fare.
Nicole incede sicura, concedendo un indifferente sorriso ai giornalisti stretti dietro un cordone. Poi tira dritto, senza confermare nè smentire alcunchè. In aula trova il tempo e la voglia di scherzare, leggere i giornali, consultare l’iPad. Si parla di Expo, c’è anche Roberto Formigoni. Ma gli obiettivi sono solo su di lei.
Toccherà alla presidenza interrompere la seduta per redarguire i fotografi.
Quando Formigoni sta ancora parlando, Nicole esce dall’aula. Ed è subito bagarre.
La buvette è presa d’assedio: non si passa. A fatica, il personale presente tenta di aprire un varco tra flash e telecamere.
Nicole, nel mezzo, procede a testa bassa, senza farsi provocare, senza dire nulla. Come ha sempre fatto da quando è scoppiato il caso Ruby.
Fredda e controllata come è difficile a quell’età , raggiunge la toilette delle donne, per poi riparare in una sala conferenze.
La stampa tratta per una “dichiarazione spontanea”. Niente domande, promesso.
Lei accetta, bontà sua. “Non rispondo a nessuna domanda, non ho niente da dire ”, afferma.
Anche alla richiesta di un commento alle parole di Daniela Santanchè che l’ha definita inadatta alla politica ribadisce: “Non raccolgo nessuna provocazione”.
Poi quella frase, forse studiata. Punto.
Con qualche difficoltà torna in aula, seguita fino all’ingresso dal suo responsabile per la comunicazione, il coetaneo riminese Luca Pedrini, amico fin dai tempi della scuola. Quando esce dall’aula, verso mezzogiorno, a rincorrerla sono solo i fotografi.
Uno la raggiunge e l’avvicina con lo scooter verso le tre del pomeriggio.
Lei, gentile come sempre, lo invita a non insistere. Poi chiama la polizia che lo identifica.
Va via da sola, Nicole. In serata, dopo un aperitivo in corso Como, la visita ad Arcore. Forse l’ultima.
Franz Baraggino e Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 18th, 2012 Riccardo Fucile
IN CORSO CONTATTI CON GLI EX DI FUTURO E LIBERTA’ PER VERIFICARE LA POSSIBILITA’ DI UN RITORNO A UNA DESTRA SENZA CAVALIERE
Che si chiami Forza Italia o meno, il nuovo partito prospettato da Silvio Berlusconi piace davvero
poco alla componente proveniente da An.
E se l’”indietro non si torna” di finiana memoria, non è pronunciato esplicitamente, di certo è il pensiero che accomuna gli ex aennini.
L’unico che ha messo in chiaro che resterà al fianco del Cavaliere sempre e comunque, è l’ex ministro Altero Matteoli.
E con lui, ovviamente, Maurizio Bianconi, uno dei tesorieri che tiene la cassa del Pdl.
Per il resto dell’area destra del partito, l’annuncio dell’amarcord forzitaliota, che segna chiaramente l’intenzione di Berlusconi di tornare allo spirito del ’94, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso del dissenso serpeggiato abbastanza apertamente in questi mesi tra le file degli ex An, soprattutto in riferimento all’appoggio al governo Monti.
Ad aggravare questo disagio, adesso, c’è anche l’evidenza che nel nuovo progetto berlusconiano non ci sarà spazio per tutti.
Così, tra mille distinguo, ognuno prova a giocarsi la propria partita.
A cominciare dal sindaco di Roma Gianni Alemanno, che sembra più preoccupato della propria ricandidatura alla prima poltrona del Campidoglio che al futuro del proprio partito. “Rifare Forza Italia sarebbe un errore madornale.
Sarebbe come riavvolgere il nastro della storia del centrodestra, rimandandolo indietro di 20 anni”, twittava in mattinata, preparando l’incontro previsto per domani pomeriggio con il Cavaliere.
Sul suo tavolo porrà la questione dei congressi e delle primarie, che vorrebbe già a ottobre per la scelta del candidato, convinto di essere l’unico in pista.
E, nel frattempo, organizza le sue truppe, visto che la prossima settimana sarà lanciata una lista civica che, di fatto, è una sua creazione.
Si chiama rete Attiva, e dovrebbe essere composta da professionisti e non da politici, nomi di spicco scelti dall’Ordine degli Ingegneri come dalla Confcommercio capitolina, che sostengano Alemanno nel primo turno, contro il candidato di centrosinistra, ma anche quello del Movimento 5 stelle e forse anche un quarto del Terzo polo.
La partita di Alemanno, dunque, è tutta locale e mira a gestire in qualche modo il sostegno del Pdl che, in queste condizioni, alle amministrative potrebbe pure penalizzare la sua corsa. E le primarie dovrebbero essere al centro della manifestazione che dovrebbe svolgersi sempre la prossima settimana.
Andrea Augello, senatore pidiellino e uomo di peso in termini di tessere nella capitale, nega che sia una reazione degli ex An all’annuncio di Berlusconi:
“L’appuntamento nasce su iniziativa di parlamentari che invece condividono l’impossibilità di proporre riedizioni tanto di An quanto di Fi e ritengono ancora attuale lo strumento delle primarie per individuare a tutti i livelli le candidature che il centrodestra dovrà esprimere alle prossime elezioni”.
Di diverso avviso le figure di vertice come Maurizio Gasparri: “Le primarie del Pdl? Erano state indette, la candidatura di Berlusconi ne ridimensiona la rilevanza. C’è qualcuno che ancora le invoca ma ha poco senso, a questo punto. Piuttosto si potrebbe fare una consultazione popolare su alcuni elementi di programma”.
Ma se gli si parla di un ritorno a Forza Italia, la musica cambia: “Ritornare al passato non è accettabile, non sarebbe una scelta condivisa. Berlusconi rischierebbe solo di disperdere forze. Se poi vuole fare Forza Italia, auguri!”.
Come lui, Ignazio La Russa, Massimo Corsaro e Giorgia Meloni finora hanno mantenuto un atteggiamento attendista, per verificare a settembre l’esito della possibile riforma elettorale in base alla quale elaborare una strategia per il futuro, e non solamente per le politiche.
Tramontato il Pdl, non avrebbe più ragione d’essere nemmeno quella prudenza che, in un modo o nell’altro, ha contenuto l’irritazione verso il segretario Angelino Alfano per non aver mai picchiato i pugni sul tavolo del Cavaliere, a sostegno del partito.
Non a caso, da tempo sono in corso contatti con i vecchi compagni di strada di Futuro e libertà , per verificare l’ipotesi di un ritorno alle origine, in una veste rivisitata, però, che possa essere appetibile anche per ex forzisti come Renato Brunetta, Guido Crosetto o Maurizio Sacconi, che non digeriranno mai l’appoggio al governo di Mario Monti e tanto meno una santa alleanza in nome del bene nazionale che unisca l’attuale maggioranza di Pd, Pdl e Udc. Non a caso, oggi sulla pagina twitter del Fli Carmelo Briguglio si legge: “Rinasce Forza Italia ? E se per l’Italia rifacessimo tutti con Gianfranco Fini una nuova An, una grande destra politica senza Berlusconi?”. Il problema, però, sembra essere proprio Fini. Difficile che gli ex An possano convivere con lui, come è impensabile un ritorno all’ovile dei futuristi.
Sempre che, a facilitare la scelta di una reunion, non siano i soldi che dovrebbero ritornare nelle casse della vecchia An.
E che potrebbero garantire una fantastica campagna elettorale.
Sonia Oranges
( da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 18th, 2012 Riccardo Fucile
LA CONSIGLIERA STA GIOCANDO SECONDO LE REGOLE DEL CIRCO DEL CAVALIERE: DO UT DES…”E’ MEGLIO PER TUTTI SE STO ZITTA”
Altro che capretta espiatoria.
La Minetti è una iena per niente incline a farsi sacrificare sull’altare del Berlusconi Redivivo.
Ieri in Consiglio regionale li ha stesi: “Non parlo per il bene di tutti”.
Non solo non si è dimessa, ma ha alzato la posta.
In quella semplice frasetta c’è la sintesi ultima e suprema di 20 anni di berlusconismo. “Non parlo per il bene di tutti” non è una novità .
È la regola della casa e la ragazza non fa altro che stare al gioco.
Bisogna riconoscere alla Minetti di aver capito il meccanismo alla perfezione e di condurre la sua partita in modo strategicamente perfetto.
L’insieme di intricate vicende personali e di affari e di amicizie che ha tenuto insieme il sistema di potere alla corte di Arcore è basato su un implicito ricatto: io ti sfrutto, tu paghi.
C’era sempre uno che vendeva e Lui che comprava.
Le olgettine sono state una parentesi finale, se volete la più dissennata ma anche la più ludica. Ma dai tempi dello stalliere di Marcello Dell’Ultri c’è sempre stato qualcuno che non parlava per il bene di tutti.
Ognuno degli attori di questo racconto aveva qualcosa da vendere in cambio di un pezzettino di potere, di un privilegio, di una poltrona.
Se li guardiamo a ritroso, questi anni, vediamo una serie di grandi profittatori scaltri e avventurieri, ma anche tanti più ingenui peones che si sono venduti per un tozzo di pane, squallidi comprimari che si sono accontentati di pranzare con le briciole del banchetto.
La Minetti non vuole fare questa fine.
Bisogna riconoscerle una grandiosità nell’uscita di scena.
Ha qualcosa di disperato e al tempo stesso di grandioso, come una eroina di un romanzo ottocentesco.
Con le sue magliette attillate, le sue scritte provocatrici, le sue labbra gonfiate e tutto il silicone che si porta addosso, agisce da grande sciantosa ed è fredda come una giocatrice di carte professionista.
Alza la posta e si capisce che ha in mano un poker d’assi, per tirare così la corda.
La situazione, per uno spettatore esterno, è uno spasso.
È il tormentone più divertente dell’estate e sarebbe ancora più spassoso conoscere in diretta le reazioni del cerchio magico del Cavaliere di fronte alla sfrontatezza della ragazza.
Ma chi si crede di essere? Non è altro che una miracolata, una ex igienista dentale, una soubrettina di Colorado Cafè, una tettona siliconata.
Come osa sfidarci? Pensate la faccia di Angelino Alfano quando ha capito che le dimissioni se le poteva scordare.
E la Santanchè? La mascella freme, ma dovrà aspettare per vedere rotolare la testa della odiata Nicole.
“Il tempo delle Minetti è fi-ni-to” aveva detto. Per il momento è solo so-spe-so.
Adesso si stupiscono che non obbedisce.
Eppure la Minetti ha sempre giocato secondo le regole della casa.
Do ut des, una cosa a te e una a me. Non c’era incantamento, infatuazione o altro nei suoi comportamenti.
Pensate che facesse beneficenza quando si vestiva da suorina o infermiera alle feste di Arcore? Era una boy scout quella sera in Questura a Milano per tirare fuori dai guai quella sciagurata di Ruby?
Nelle intercettazioni dimostra di avere già le idee chiarissime su tutto quando diceva di Berlusconi: “Si sta comportando come un pezzo di merda per salvare il suo culo flaccido”.
Se qualcosa salverà il culo sodo della Minetti sarà solo il suo cinismo.
Caterina Soffici
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 18th, 2012 Riccardo Fucile
ORA I FARISEI PARLANO DI MERITOCRAZIA E SPAZIO AI GIOVANI, MA DUE ANNI FA CACCIARONO CHI AVEVA TALENTO E FACEVA REALE MILITANZA SOLO PERCHE’ SI ERA OPPOSTA ALLA MINETTI IN REGIONE
Adesso, parlando della Minetti, i farisei del Pdl, da Alfano alla Santanchè, si riempiono la
bocca sulla necessità di dare spazio ai giovani meritevoli, ai talenti del vivaio, “ai ragazzi della militanza”, come ha detto ieri Maria Stella Gelmini.
Beh, ce l’avevano in casa, il talento, e l’hanno cacciata via a calci nel sedere: Sara Giudice, 25 anni, consigliere circoscrizionale del Pdl a Milano.
Fu lei la prima a dire che Nicole Minetti non poteva stare in Consiglio regionale.
Si sgolò inascoltata già nel 2010.
Raccolse 12 mila firme online e quando, a febbraio 2011, Giuliano Ferrara organizzò al Teatro del Verme la sua convention di smutandati “contro il moralismo bacchettone della sinistra”: il direttore del Foglio si rifiutò di riceverla, la Santanchè la liquidò sprezzante “ma pensi ai milanesi”, il presidente della Provincia Podestà disse “i processi non si fanno sulla stampa”.
Eppure Sara educatamente ripeteva: “Vogliamo che vadano avanti i giovani in gamba con percorsi puliti e meritocratici”, lei lo aveva capito subito (non ci voleva poi molto) e quei ciniconi del Pdl ci sono arrivati con qualche anno di ritardo, e solo perchè ora Silvio deve scendere in campo e ha bisogno di presentarsi purificato, come se il passato si cancellasse con un decreto di espulsione.
La Gelmini arrivò a supplicarla di non andare da Santoro, Sara raccontò che le offrirono persino un posto in Mondadori per farla tacere, alla fine fu messa alla porta, trasmigrando in Futuro e Libertà .
Con amarezza aveva inutilmente cercato un contatto con Berlusconi, per spiegarsi, per confrontarsi, anche telefonicamente, ma lui si negò sempre, mentre al telefono diceva “Nicole, amore mio, ti porto in Parlamento!”.
Il delfino spiaggiato Alfano, se vuole essere credibile, dovrebbe chiedere pubblicamente scusa a una così.
Concetto Vecchio
(da “Ritagli“)
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Luglio 17th, 2012 Riccardo Fucile
LA SOGLIA DI POVERTA’ RELATIVA PER UNA FAMIGLIA DI DUE COMPONENTI E’ PARI A 1.011,03 EURO… LA SITUAZIONE PEGGIORA TRA LE FAMIGLIE DI OPERAI… AL SUD POVERA UNA FAMIGLIA SU QUATTRO
Nel 2011 l’11,1% delle famiglie è relativamente povero (per un totale di 8.173mila persone) e il 5,2% lo è in termini assoluti (3.415 mila).
La soglia di povertà relativa, per una famiglia di due componenti, è pari a 1.011,03 euro.
Lo rileva l’Istat nel rapporto sulla povertà in Italia.
La sostanziale stabilità della povertà relativa rispetto all’anno precedente deriva dal peggioramento del fenomeno per le famiglie in cui non vi sono redditi da lavoro o vi sono operai, compensato dalla diminuzione della povertà tra le famiglie di dirigenti/impiegati.
Segnali di peggioramento si osservano, tuttavia, tra le famiglie senza occupati nè ritirati dal lavoro, famiglie cioè senza alcun reddito proveniente da attività lavorative presenti o pregresse, per le quali l’incidenza della povertà , pari al 40,2% nel 2010, sale al 50,7% nel 2011.
I tre quarti di queste famiglie risiedono nel Mezzogiorno, dove la relativa incidenza passa dal 44,7% al 60,7%.
Un aumento della povertà si osserva anche per le famiglie con tutti i componenti ritirati dal lavoro (dall’8,3% al 9,6%), che, in oltre il 90% per cento dei casi, sono anziani soli e coppie di anziani; un leggero miglioramento, tra le famiglie in cui vi sono esclusivamente redditi da pensione, si osserva solo laddove la pensione percepita riesce ancora a sostenere il peso economico dei componenti che non lavorano, tanto da non indurli a cercare lavoro (dal 17,1% al 13,5%).
Una dinamica negativa si osserva anche tra le famiglie con un figlio minore, in particolare coppie con un figlio (a seguito della diminuzione di quelle in cui entrambi i coniugi sono occupati e dell’aumento di quelle con uno solo e con nessun occupato), dove l’incidenza di povertà relativa dall’11,6% sale al 13,5%; la dinamica è particolarmente evidente nel Centro, dove l’incidenza tra le coppie con un figlio passa dal 4,6% al 7,3%.
Sud povera una famiglia su quattro.
Quasi una famiglia su quattro pari al 23,3% risultata povera al Sud nel 2011.
Tra queste l’8% è stata colpita da povertà assoluta vale a dire con un tenore di vita che non permette di conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.
L’istituto nazionale di statistica evidenzia inoltre come a fronte della stabilità della povertà relativa al Nord e al Centro, nel Mezzogiorno si osserva un aumento dell’intensità della povertà relativa: dal 21,5% al 22,3%.
In questa ripartizione la spesa media equivalente delle famiglie povere si attesta a 785,94 euro (contro gli 827,43 e 808,72 euro del Nord e del Centro.
Ad eccezione dell’Abruzzo, dove il valore dell’incidenza di povertà non è statisticamente diverso dalla media nazionale, in tutte le altre regioni del Mezzogiorno la povertà è più diffusa rispetto al resto del Paese.
Le situazioni più gravi si osservano tra le famiglie residenti in Sicilia (27,3%) e Calabria (26,2%), dove sono povere oltre un quarto delle famiglie.
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Luglio 17th, 2012 Riccardo Fucile
IL DATORE DI LAVORO DOVRA’ PAGARE UN CONTRIBUTO DI 1.000 EURO
A settembre via alla nuova sanatoria un mese per regolarizzare i clandestini
Il datore di lavoro dovrà pagare un contributo di mille euro
Lavora per voi una colf irregolare? Occupate in nero un muratore clandestino?
La data è fissata. Comincia il conto alla rovescia.
Il primo settembre scatta il “ravvedimento operoso” per chi dà lavoro a immigrati senza documenti.
È la regolarizzazione 2012: per un mese i datori di lavoro “opachi” potranno uscire dall’illegalità e migliaia di invisibili potranno quindi lavorare alla luce del sole.
Una rivoluzione per il pianeta immigrazione, popolato in Italia da mezzo milione di irregolari.
La sanatoria è contenuta nella norma transitoria approvata il 6 luglio scorso con la “legge Rosarno”: il decreto legislativo che introduce pene più severe per chi impiega stranieri irregolari e un permesso di soggiorno per l’immigrato che denuncia uno sfruttamento grave.
La norma transitoria prevede invece il “ravvedimento operoso”: i datori di lavoro che occupano alle proprie dipendenze extracomunitari irregolari potranno dichiarare la sussistenza del rapporto di lavoro allo Sportello unico per l’immigrazione.
Tradotto: potranno regolarizzarli.
Per operai, muratori, colf e badanti un’occasione di uscire dal “nero”: è dalla sanatoria del 2009 (per altro limitata a colf e badanti) che non si apriva una tale finestra.
Allora le domande arrivarono a quota 295.112. In un incontro della scorsa settimana, i tecnici dei ministeri dell’Interno, del Lavoro e della Cooperazione hanno cominciato a stabilire i dettagli della procedura di emersione.
Secondo le prime indiscrezioni, la regolarizzazione si aprirà a fine estate.
Per l’esattezza le domande dei datori di lavoro dovranno essere presentate, con modalità informatiche, dall’1 al 30 settembre 2012.
Si dovrà auto-certificare la presenza del migrante irregolare sul territorio italiano prima del 31 dicembre 2011.
Questo è il punto più delicato e sul quale si sta ancora discutendo: bisogna infatti evitare che la notizia della regolarizzazione scateni ingiustificati arrivi di nuovi irregolari.
Il datore di lavoro dovrà pagare un contributo forfettario di 1.000 euro, «previa regolarizzazione delle somme dovute a titolo retributivo, contributivo o fiscale».
Ma non tutti rientreranno nella sanatoria.
Gli esclusi? I datori di lavoro che risultino condannati negli ultimi 5 anni con sentenza anche non definitiva per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, così come i lavoratori colpiti da provvedimenti di espulsione, condannati o segnalati, anche in base ad accordi o convenzioni internazionali, ai fini della non ammissione nel territorio dello Stato italiano.
Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica“)
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Luglio 17th, 2012 Riccardo Fucile
DIVISI ALLA META… IL PARTITO DELLE BEGHE
Sono bastati pochi minuti per trascinare il “Partito che ancora non c’è”, il Pd, in una guerra civile con effetti disorientanti e dilaceranti anche sull’opinione pubblica (con un’inutile postilla di volgarità berlusconiana made in Grillo).
Colpa del vecchio vizio Pci di immaginare una “sintesi” prevalente sul confronto negli organi assembleari, colpa dell’antico vizio democristiano di pensare alle leggi eticamente sensibili sotto la costante preoccupazione di non dispiacere alla gerarchia ecclesiastica.
Non è questo il partito che voleva l’opinione progressista, quando si profilò l’unione delle forze di tradizione socialista con i cattolici democratici e i liberaldemocratici riformisti.
Quello che tanti si aspettavano (e si aspettano — ed è perciò che il Pd non compie quel balzo in avanti nei sondaggi possibile dopo il fallimento del berlusconismo) è un partito laico e progressista.
Dove sui diritti civili si decide alla luce del sole, lasciando che le opzioni presenti nell’opinione pubblica si esprimano e vengano pesate in piena libertà .
Ha ragione Rosy Bindi a ritenere che la sua mozione rappresenti un notevole passo in avanti rispetto al pasticcio dei Dico.
Ma è il punto di partenza a essere basso: l’aver ceduto a suo tempo al ricatto di Rutelli e di Paola Binetti, che impedirono all’Ulivo di battersi con convinzione per l’affermazione di una legge sulle unioni civili, battendo in ritirata dinanzi all’offensiva del cardinale Ruini.
È comprensibile che vi siano nel Pd, come nel Paese, quanti ritengono che culturalmente e storicamente il concetto del “matrimonio” si sia forgiato nella visione di un nucleo familiare formato da genitori e figli.
Ma proprio per questo bisogna lasciare che le diverse proposte si confrontino nel voto assembleare. Paola Concia, nell’esigerlo, ha dietro di sè tutta l’opinione democratica. Non a caso, sabato scorso, un vecchio lupo di assemblee, come l’ex segretario della Cisl Franco Marini, mormorava irritato durante la bagarre in casa Pd che era infantile non mettere al voto le diverse mozioni.
La Costituzione, sia detto per inciso, non c’entra niente.
Tutte le costituzioni dell’Ottocento (quelle americane risalgono addirittura al Settecento) sono state scritte nel solco del matrimonio tradizionale, ma questo non blocca l’evoluzione del sentire comune.
Semmai la Costituzione impegna giustamente a favorire con ogni mezzo la cellula sociale costituita intorno alle giovani generazioni.
Ma soprattutto, il Pd deve uscire dal guado e rendersi conto fino in fondo che la società italiana ha maturato in questi anni una serie di convincimenti non ideologici, ma molto precisi, sul nascere, il vivere insieme, il fine vita, che sono sideralmente lontani dai diktat vaticani.
Non aver colto al balzo le integrazioni della mozione di Ignazio Marino sulla chiara equiparazione di trattamento giuridico delle coppie etero e omosessuali, sulla necessità di rielaborare la legge sulla fecondazione artificiale e sul pieno diritto del paziente di decidere lui — e solo lui — l’interruzione dei trattamenti di nutrizione e idratazione artificiali, è stato un grave errore.
Laici e cattolici hanno un enorme campo di collaborazione dinanzi a sè.
Da una seria politica per gli immigrati alla salvaguardia del lavoro e dei suoi diritti, alla visione di un’economia globalizzata dal volto umano, alla tutela della famiglia fino alla non commerciabilità degli embrioni e del corpo umano.
Sulle questioni dei diritti e sui temi della vita e della morte e delle relazioni personali gli italiani e gli stessi cattolici del quotidiano, gelosi della loro libertà di coscienza, chiedono chiarezza.
Quel “Sì, sì (o) no, no” che risuona nelle pagine del Vangelo.
Marco Politi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 17th, 2012 Riccardo Fucile
IL VIMINALE: DA NOI AVRANNO SOLO IL PERSONALE ARMATO, AL RESTO PENSINO CAMERA E SENATO
I parlamentari con la scorta si procurino auto e autista, il Viminale metterà a
disposizione solo il personale armato addetto alla sicurezza.
La spending review non risparmia la “casta”.
E ora il ministero dell’Interno dà un taglio ai costi della politica, in particolare a quelli per la tutela di senatori e parlamentari.
Va detto che i senatori scortati, a oggi, sono 26, i deputati 44.
Tra tutti questi settanta, 20 tutele sono dedicate ancora a ex ministri e sottosegretari del dimissionario governo Berlusconi che avevano beneficiato delle misure di protezione per gli incarichi istituzionali che avevano ricoperto.
Fra questi, ad esempio, l’ex ministro dell’Interno Maroni e l’ex Guardasigilli Alfano.
Ma settanta parlamentari da scortare sono davvero troppo onerosi per il bilancio dello Stato, oltretutto nel momento in cui il ministro dell’Interno Cancellieri ha in programma una riduzione entro il 2015 di 7 mila agenti.
Taglio che, sommato all’attuale carenza di personale, farà crescere il vuoto di organico della Polizia – stando ai dati dell’Associazione Funzionari – a meno 22 mila uomini. E così, per far fronte alla doppia emergenza (scarsezza di risorse finanziarie e umane) il titolare del Viminale ha deciso di estendere anche a Camera e Senato una circolare che prevede che auto e autista siano messi a disposizione o dall’interessato, oppure dall’amministrazione di appartenenza dello “scortato”.
Nel caso dei parlamentari, dunque, l’onere dovrebbe spettare a Montecitorio e a Palazzo Madama.
Il presidente Fini ha fatto sapere, tuttavia, che la Camera può mettere a disposizione solo cinque vetture con relativi autisti, tra queste, in particolare, per la stessa Presidenza, per l’Antimafia e per il Copasir.
Per i restanti 39 deputati, i costi rimbalzano alla competenza dei rispettivi Gruppi politici di appartenenza.
Ma qui la spending review s’è imbattuta in un improvviso quanto imprevisto ostacolo: le casse vuote dei partiti.
«È sacrosanto – dichiara Emanuele Fiano, responsabile sicurezza per il Pd, uno dei deputati sotto scorta – che in tempi di razionalizzazione della spesa pubblica, il Viminale, che ha sopportato negli ultimi anni ingenti riduzioni di risorse (tagli per 2 miliardi e 400 milioni,ndr), chieda un aiuto ad altre amministrazioni ».
«Nel caso delle scorte – ha aggiunto – mi auguro che, a partire dal sottoscritto, i prefetti e il ministro rivedano tutti i casi degli scortati nel dettaglio, per verificare se sussistano ancora per tutti i parlamentari le condizioni per essere scortati».
Per quanto riguarda il contributo dei Gruppi, tuttavia, Fiano precisa, almeno per quanto riguarda il Pd, che «non ci sono più risorse per finanziare auto blindate e autisti. Tutti i soldi infatti vengono spesi per il personale del Gruppo, pubblicazioni e ricerche».
Stessa situazione, per gli altri partiti.
Come uscire da questa impasse? Il Viminale, sul punto, ha una posizione politica di fermezza.
Ove venga acclarata da parte dei Prefetti l’impossibilità di Camera e Senato di provvedere, il servizio di scorta continuerà ad essere assicurato dal Viminale.
Sempre, ovviamente, a spese del contribuente.
Alberto Custodero
(da “La Repubblica”)
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Luglio 17th, 2012 Riccardo Fucile
TERAMO E SULMONA LE CARCERI DEI SUICIDI: 25 CASI IN SETTE ANNI
Si è suicidato impiccandosi con i lacci delle scarpe nella Casa di reclusione di Carinola, nel casertano, il “pentito” di camorra Angelo Ferrara, di 41 anni.
Alle 11 di ieri mattina gli agenti della Polizia penitenziaria lo hanno trovato riverso a terra, senza vita, coi lacci stretti intorno al collo.
Sul corpo, secondo i primi rilievi, nessun segno di colluttazione.
La salma è stata trasferita presso il dipartimento di medicina legale dell’ospedale di Caserta, dove sarà effettuata l’autopsia disposta dal magistrato di turno.
Le dichiarazioni di Ferrara, nel 2008, avevano portato alla condanna di numerosi esponenti della camorra napoletana afferenti al clan Moccia di Afragola (Na).
Posto in “programma di protezione” dalla apposita Commissione del ministero degli Interni si stabilisce con una nuova identità a Ronchi dei Legionari (Gorizia).
Ma il 27 maggio 2009, con dei complici, compie una rapina alla filiale del Monte dei Paschi di Siena di Portogruaro (Ve) e nel settembre 2010 rapina altre due banche di Rimini: scoperto grazie alle immagini riprese dalle telecamere istallate negli istituti di credito si vede revocare il “programma di protezione” e finisce detenuto a Carinola, dove ieri appunto si è tolto la vita.
Il precedente suicidio nell’Istituto di pena di Carinola risale al 28 novembre 2010, quando ad impiccarsi fu il 53enne Rocco D’Angelo.
Ma quello di Angelo Ferrara è solo l’ultimo in ordine di tempo tra i suicidi nelle carceri italiane. A fare un resoconto è l’Osservatorio permanente sulle morti in carcere, a cura di Radicali Italiani, Associazione “Il Detenuto Ignoto”, Associazione “Antigone”
Dall’inizio del 2012 sono 31 i detenuti suicidi.
Il più giovane dei detenuti che si sono uccisi aveva soltanto 21 anni (Alessandro Gallelli, morto il 14 febbraio nel carcere di Milano San Vittore), il più “anziano” 58 (Giuseppe Cobianchi, morto nel carcere di Milano Opera).
L’età media dei detenuti suicidi è di 37,7 anni, 10 erano stranieri e 21 italiani, 3 le donne (Tereke Lema Alefech, morta a Teramo; Claudia Zavattaro, a Firenze e Alina Diachuk, a Trieste).
L’enigma delle morti per “cause da accertare.
”I dati del Ministero della Giustizia sulle morti in carcere contemplano soltanto due “categorie”: i “suicidi” e le morti per “cause naturali” (oltre a quella degli “omicidi”, che fortunatamente sono eventi rari nell’attuale sistema penitenziario: 1 o 2 all’anno).
“Tra le morti per ‘cause naturali’ — spiega l’Osservatorio – sono classificati anche i decessi causati da overdose di farmaci e droghe, da scioperi della fame portati alle estreme conseguenze, da ‘lesioni’ di origine non chiara.
E su questo ultimo aspetto si concentra spesso l’attenzione della magistratura e dei media, basti pensare a nomi come Stefano Cucchi, Marcello Lonzi, Aldo Bianzino…
Quindi un tentativo di ‘sballarsi’ che si conclude male… e invero la pratica di inalare il gas delle bombolette da camping è diffusa tra i detenuti tossicodipendenti, ma negli ultimi mesi sono morte così persone che non avevano ‘problemi di droga’: da Giampiero Converso nel carcere di Busto Arsizio (ex appartenente alla ndrangheta, era collaboratore di giustizia), a Sandro Grillo nell’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto”.
Casi perlomeno “dubbi”, secondo l’Osservatorio, e spesso all’inchiesta della magistratura si aggiunge quella “interna” dell’amministrazione penitenziaria, ma in mancanza di prove certe dell’intenzione suicidaria (ad esempio un biglietto di addio scritto dal detenuto) si concludono nel solo modo possibile, con l’accertamento della morte ‘naturale’.
“Il dubbio che abbiamo — affermano i responsabili dell’Osservatorio sulle morti in carcere – è che in Italia il numero dei suicidi in carcere sia sottostimato da sempre; ‘prove certe’ non ne abbiamo, ma abbiamo individuale almeno un ‘indizio’ che meriterebbe un approfondimento: negli ultimi 12 anni nelle carceri italiane sono morte più di 2 mila persone (di cui circa 700 per suicidio) e la loro età media (38,5 anni) è di poco superiore a quella dei suicidi (37 anni). Perchè muoiono così tanti detenuti giovani e giovanissimi?
Tutti per ‘sballo da gas’?
Teramo e Sulmona, le “carceri dei suicidi”
Il carcere dove nel 2012 si è registrato il maggior numeri di suicidi è Teramo (3 casi: Tereke Lema Alefech, il 29 giugno, Mauro Pagliaro, il 28 giugno e Gianfranco Farina il 2 febbraio).
L’Istituto di pena teramano (270 posti e 430 detenuti presenti), assieme a quello Sulmona (250 posti e 450 detenuti presenti) detiene il triste record delle morti violente tra i detenuti: negli ultimi 7 anni a Teramo si sono verificati 11 suicidi e 2 decessi per “cause da accertare”, mentre a Sulmona 10 suicidi e 3 decessi per “cause da accertare”.
“Per avere un termine di paragone — conclude l’Osservatorio – nel carcere di Poggioreale, dove sono ristretti mediamente 2 mila detenuti, dal 2005 ad oggi sono avvenuti 7 suicidi e 3 decessi per ‘cause da accertare’”.
(da “il Redattore Sociale“)
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