Luglio 13th, 2012 Riccardo Fucile
I FRANCESI DEVONO FARE I CONTI CON I BILANCI IN ROSSO, L’ITALIA PERENNEMENTE IN RITARDO NELLE DECISIONI…ORA I TEMPI SI ALLUNGANO E NULLA E’ PIU’ CERTO
Ancora 20 giorni fa, durante la sua visita a Roma per il vertice con Monti, Merkel e Rajoy, il presidente francese Franà§ois Hollande parlando della Torino-Lione era stato netto: «Si dovrà fare».
Ma ora che il nuovo governo francese ha iniziato a sua volta a fare i conti coi bilanci in rosso, tutti i piani di spesa sono rimessi in discussione a cominciare dal faraonico «Schema nazionale delle infrastrutture di trasporto» varato nemmeno due anni fa: troppi 260 miliardi di investimenti nell’alta velocità , quando solo per arginare il deficit entro il 2013 occorre varare manovre per 40 miliardi e quando il debito pubblico (al 90% del Pil) drena ogni anno 50 miliardi di spesa per interessi.
Per questo il governo di Parigi ha deciso di mettere sotto osservazione 10 progetti su 14. Compresa la Torino-Lione, che da sola di miliardi alle casse francesi ne costa in tutto ben 12. «Troppo cara» per il bilancio della Rèpublique, secondo la Corte dei conti d’Oltralpe, che pochi giorni fa ha esplicitamente invitato il governo a fare scelte precise e ad individuare delle priorità . In cima alla lista dei progetti da cassare c’è la Nizza-Marsiglia, perchè non è stato ancora trovato un accordo sul tracciato e perchè costa addirittura 15 miliardi di euro, subito dopo però viene la Torino-Lione.
Da Parigi spiegano che nulla è deciso, ma il rischio che il progetto del collegamento tra Piemonte e Rhà’ne-Alpes venga congelato è grande.
Ancora più grande se si considera che mentre sul versante francese una parte significativa delle opere, come le discenderie, è stata già realizzata, noi – per i mille noti motivi – non abbiamo combinato praticamente nulla.
A questo punto di che cosa ci potremmo lamentare coi francesi? Di nulla.
Dopo anni di tentennamenti, inerzie e ritardi non possiamo dire niente.
Ci possiamo solamente attaccare agli accordi, che certamente un loro peso ce l’hanno, ma che possono sempre essere messi in discussione.
Al contrario degli altri progetti, che si sviluppano tutti all’interno del territorio francese, la linea con la Francia non solo fa parte dei corridoi ferroviari previsti dall’Unione europea, ma è pure oggetto di un trattato internazionale.
Che certamente non può essere stracciato. Ma certamente può essere ridiscusso.
Ad esempio si può immaginare una diversa tempistica dell’opera che potrebbe essere rinviata a dopo il 2017, anno in cui tra l’altro la Francia pensa di raggiungere il pareggio di bilancio.
Il paradosso di questa vicenda, che la dice lunga sulla nostra capacità di progettare il futuro del Paese, è che comunque sia andiamo al rimorchio dei francesi.
O ci muoviamo solo per effetto di pressioni esterne.
Abbiamo detto sì al progetto dietro la spinta di Parigi, e poi ogni scelta nell’infinito iter di questa tormentatissima infrastruttura, dalla scelta del primo tracciato alla sua modifica, è stata dettata dal rischio di perdere i fondi europei oppure dal pericolo di dover pagare delle penali.
Non siamo stati in grado – governi, enti locali, forze politiche di esprimere una visione, di scegliere il progetto della Torino-Lione come vero progetto, non di Torino o del Piemonte, ma del Paese.
E di conseguenza non ci siamo minimamente preoccupati di costruire per tempo il consenso attorno a questa opera, a cominciare dalle sempre dovute compensazioni per le popolazioni più direttamente esposte all’impatto di una infrastruttura di questa portata come quelle della Val Susa.
E’ probabile che i francesi ci ripensino e decidano di salvare la Torino-Lione, ma se dovesse andare male per noi non sarebbe una semplice sconfitta.
Sarebbe una sconfitta doppia.
Paolo Baroni
(da “la Stampa“)
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Luglio 13th, 2012 Riccardo Fucile
ISTAT: GRANDE APERTURA NEI CONFRONTI DELLE SECONDE GENERAZIONI, DELLA SOCIETA’ MULTICULTURALE E DEL RICONOSCIMENTO DELLA CITTADINANZA… L’81% E’ D’ACCORDO CON I RICONGIUNGIMENTI FAMILIARI… SOLO UNA MINORANZA DAREBBE IL VOTO AGLI IMMIGRATI RESIDENTI
Gli italiani mostrano grande apertura verso la società multiculturale, le seconde
generazioni e il riconoscimento della cittadinanza.
Il 72% degli intervistati dall’Istat per la rilevazione “I migranti visti dagli italiani” è favorevole all’acquisizione della cittadinanza italiana per i figli di stranieri nati nel Paese.
La quasi totalità delle risposte è che sia giusto dare la cittadinanza agli immigrati che ne fanno richiesta dopo un certo numero di anni di residenza regolare in Italia.
Sono sufficienti 5 anni per il 38% dei rispondenti, 10 per il 42%, 15 anni per il 10% degli intervistati.
Un residuale 8 % ritiene che non debba essere mai concessa la cittadinanza.
Ma si ferma al 42,6% la quota di quanti si dichiarano molto o abbastanza d’accordo a riconoscere il diritto di voto nelle elezioni comunali agli immigrati che risiedono da alcuni anni in Italia, anche se non hanno la cittadinanza italiana.
La maggioranza (57%), invece, è poco (18%) o per niente d’accordo (39%).
Riguardo agli immigrati irregolari che non hanno commesso reati, il 54% degli intervistati risponde che non devono essere espulsi, “seppure un numero comunque elevato (46%) ritiene che, invece, ciò debba avvenire”.
Dalle risposte fornite emerge il riconoscimento di un ruolo positivo della società multiculturale.
Oltre il 60%, infatti, ritiene che “la presenza degli immigrati sia positiva perchè permette il confronto con altre culture”.
L’affermazione per cui “ogni persona dovrebbe avere il diritto di vivere in qualsiasi paese del mondo abbia scelto” trova d’accordo (molto 54%, abbastanza 33%) la quasi totalità dei rispondenti.
L’apertura verso il multiculturalismo, emerge in particolare da alcune risposte.
La maggior parte degli intervistati (82%), infatti, si dichiara poco (24%) o per niente d’accordo (58%) con l’affermazione che “è meglio che italiani e immigrati stiano ognuno per conto proprio”, manifestando chiaramente di apprezzare la convivenza tra culture diverse.
Una quota simile (81%) si dichiara poco (27%) o per niente d’accordo (54%) con chi ritiene che “l’Italia è degli italiani e non c’è posto per gli immigrati”.
(da “Redattore Sociale”)
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Luglio 13th, 2012 Riccardo Fucile
IL LABIRINTO ELETTORALE: PARTITI DIVISI PERSINO AL LORO INTERNO E LA RIFORMA NON MUOVE UN PASSO
Se pensi alla legge elettorale, t’assale un moto di disperazione.
Ne è rimasto vittima perfino Napolitano, tanto da scrivere una lettera ai presidenti delle Camere per sollecitarne la riforma.
Risultato? I leader di partito si sono dichiarati pronti a votarla l’indomani; ma i giorni passano, senza che il Parlamento cavi un ragno dal buco.
D’altronde sono già scadute invano le tre settimane entro cui Bersani e Alfano (l’8 giugno) avevano promesso di raggiungere l’accordo.
Nel frattempo ogni forza politica cavalca almeno un paio di soluzioni contrapposte, sicchè il primo problema è di capire da che parte sta il partito.
Valga per tutti l’esempio del Pd: la linea ufficiale è per il doppio turno, la bozza Violante punta al proporzionale, i veltroniani spingono per il modello spagnolo, i prodiani vorrebbero riesumare il Mattarellum. Da qui lo stallo.
La Camera sta ferma, perchè in prima battuta deve occuparsene il Senato.
I senatori giacciono a loro volta immobili, perchè la riforma costituzionale (fissata il 17 luglio) ha la precedenza su quella elettorale.
Nel complesso ricordano quei due signori troppo cerimoniosi: prego s’accomodi, no dopo di lei, e intanto nessuno varca l’uscio del portone.
Davanti a questa scena, hai voglia a dire che la peggiore decisione è non decidere. È vano osservare che una buona legge elettorale va scritta dietro un velo d’ignoranza, senza l’abbaglio del tornaconto di partito.
Niente da fare, ciascuno pensa al proprio utile immediato; perfino Grillo ha scoperto le virtù del Porcellum, da quando i sondaggi lo danno in forte ascesa.
Anche se spesso i calcoli si rivelano sbagliati. Vale per le riforme della Costituzione approvate alla vigilia d’un turno elettorale, all’unico scopo di guadagnare voti: come quella del governo Amato nel marzo 2001 (due mesi dopo vinse il centrodestra); o come la devolution di Bossi nel 2005 (ma nel 2006 vinse il centrosinistra). E vale per la legge elettorale. D’altronde, anche il Porcellum nacque dall’intenzione – fallita – di tirare uno sgambetto all’avversario.
C’è allora modo di venirne a capo?
Forse sì, ma a una doppia condizione: di merito e di metodo. Innanzitutto rammentando che i congegni elettorali non sono fedi, ma strumenti.
La loro qualità dipende dalle stagioni della storia, tuttavia non esiste uno strumento perfetto, non c’è una superiorità assoluta del maggioritario o del proporzionale. Esistono però strumenti imperfetti, e noi italiani ne sappiamo qualcosa.
Cominciamo dunque a sbarazzarci dalle tentazioni più peccaminose: un premio di maggioranza troppo alto, tale da distorcere il risultato elettorale; l’idea di trasmigrare dalle liste bloccate a un sistema tutto imperniato sulle preferenze (cadremmo dalla padella alla brace); una soglia di sbarramento impervia, o al contrario ridicolmente bassa.
Quanto al metodo, non c’è che da seguire il suggerimento di Napolitano: si voti a maggioranza, al limite con maggioranze alterne sui singoli capitoli.
Ma per non generare un Ippocervo, sarebbe bene votare in primo luogo sugli indirizzi generali, dalla scelta dei collegi (sì o no all’uninominale), fino al vincolo di coalizione e a tutto il resto.
Poi toccherà agli sherpa tradurre i principi in regole. Sapendo tuttavia che il tempo stringe, ormai è come una corda al collo dei partiti.
Michele Ainis
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 13th, 2012 Riccardo Fucile
NEL 2010 LE SEPARAZIONI SONO STATE 88.191, I DIVORZI 54.160 CON UN AUMENTO DEL 2,6%…SALTA PER ARIA IL 30% DEI MATRIMONI
Una fotografia che raffigura il cambiamento radicale della base della società del nostro
Paese. E’ quella fatta dall’Istat sulla situazione della famiglia italiana, che secondo i rilevamenti è sempre più in crisi.
A leggere lo studio della società di statistica, infatti, continua il trend di crescita di separazioni e divorzi anche se, nell’85,5%, ci si divide consensualmente.
In media, secondo l’Istat, un matrimonio dura 15 anni, mentre restano alti i tassi di separazione che riguardano, in media, il 30% dei matrimoni.
Se nel 1995 per ogni mille matrimoni erano 158 le separazioni e 80 i divorzi, nel 2010 si è arrivati a 307 separazioni e 182 divorzi.
Gli ultimi dati, riferiti al 2010, segnalano che le separazioni sono state 88.191 e i divorzi 54.160, con un aumento delle prime, rispetto all’anno precedente, del 2,6% e un leggero decremento dei divorzi dello 0,5%.
L’età media di chi si separa è 45 anni per i mariti e 42 per le mogli, che in caso di divorzio raggiunge, rispettivamente 47 e 44 anni. Inoltre il 68,7% delle separazioni e il 58,5% dei divorzi ha riguardato coppie con figli, il cui affido, nell’89,8% dei casi, è stato condiviso.
La litigiosità tra i coniugi risulta più alta al Sud, dove le separazioni giudiziali (in media 14,5%) raggiungono il 21,5%.
E’ invece del 20,7% nel caso in cui entrambi i coniugi abbiano un basso livello di istruzione.
Nel 20,6% delle separazioni è previsto un assegno mensile per il coniuge che nel 98% dei casi è corrisposto dal marito alla moglie.
L’importo medio è più elevato al nord (520 euro) che nel resto del Paese (447,4).
Nel 56,2% dei casi la casa è assegnata alla moglie, nel 21,5% al marito mentre nel 19,8% dei casi gli ex coniugi vanno ad abitare in case autonome e distinte diverse da quella coniugale.
Entrando nello specifico dei dati, invece, è boom di separazioni tra gli ultrasessantenni.
Negli ultimi dieci anni, secondo l’Istat, gli uomini che decidono di vivere una seconda giovinezza affettiva sono raddoppiati: le separazioni che riguardano ultrasessantenni sono passate da 4.247 a 8.726.
Dunque nel 2010 quasi il 10% degli uomini oltre i sessanta anni si è separato a fronte di un 6,4% di donne della stessa età . In generale l’Istat rileva un forte aumento dell’instabilità della coppia che ha portato, dal 1975 ad oggi, a una triplicazione dei matrimoni falliti.
E la tendenza è che la vita di un’unione dura sempre di meno.
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Luglio 13th, 2012 Riccardo Fucile
DATI EUROSTAT: 49 MILIONI DI PERSONE “NATE ALLL’ESTERO” VIVONO OGGI IN UN PAESE UE… DI QUESTE, 16,5 MILIONI SONO NATE IN ALTRO PAESE UE, 32,4 FUORI DALLA UE
Nell’Unione europea vivono 33,3 milioni di “stranieri”.
Più del 60% di questi, ossia 20,5 milioni, provengono dai paesi europei extra-Ue.
Gli altri, ossia 12,8 milioni, vengono da un paese Ue.
Questi, in sintesi, i dati principali resi noti stamattina da Eurostat, l’istituto di statistica della Commissione europea, relativi all’anno 2011.
In totale, gli “stranieri” rappresentano il 6,6% della popolazione totale residente nell’Unione europea. In media, ogni anno la popolazione straniera aumenta di un milione di persone, e il fenomeno assume ormai una dimensione importante anche in Italia, che appare per la prima volta tra i primi tre paesi con la più alta presenza di cittadini stranieri.
In numeri assoluti, il maggior numero di cittadini stranieri risiede infatti in Germania (7,2 milioni), Spagna (5,7 milioni) e Italia (4,6 milioni), seguiti da Regno Unito (4,5 milioni), e Francia (3,8 milioni).
Oltre il 75% degli stranieri vivono in uno di questi cinque Stati membri.
In valori relativi, la più alta percentuale di stranieri si riscontra invece in Lussemburgo (43% della popolazione totale), Cipro (20%), Lettonia (17%) e Estonia (16%). Le percentuali più basse (meno del 2%) in Polonia, Bulgaria, Lituania e Slovacchia. In Italia la percventuale di stranieri è del 7,5%.
I cambiamenti che avvengono nel tempo nella composizione delle popolazioni straniere dipendono a vari fattori, ad esempio dalla natalità e dalla mortalità , dai movimenti migratori, ma anche dal numero di persone che acquisiscono la cittadinanza del paese di residenza.
I dati sui cittadini stranieri nascondono infatti una parte del fenomeno migratorio, riguardante proprio coloro che provengono sì da un altro paese, ma hanno nel frattempo acquisito la cittadinanza del paese ospite.
In totale, 49 milioni di persone “nate all’estero” vivono oggi in un paese dell’Ue. Di queste, 16,5 milioni sono nate in un altro paese Ue (3,3% della popolazione Ue) e 32,4 milioni sono nate fuori dell’Ue (6,4% della popolazione Ue).
In quasi tutti gli Stati membri dell’Ue il numero di persone nate all’estero è superiore al numero totale di stranieri, il che indica l’alta percentuale di mobilità e il dinamismo di un fenomeno ancora tutto sommato giovane e in fase di continuo cambiamento.
In valori relativi, le più alte percentuali di “nati all’estero” si riscontrano in Lussemburgo (32,5%), Cipro (23,1%), Estonia (16,1%), Austria (15,5%), Belgio (14,8%). In Italia i nati all’estero rappresentano per ora soltanto l’8,8% della popolazione.
(da “il Redattore Sociale“)
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Luglio 13th, 2012 Riccardo Fucile
L’ACCUSA: HA DIFFAMATO I RADICALI…LA VICENDA E’ QUELLA DELLE FIRME FALSE PER LA PRESENTAZIONE DELLA SUA LISTA PER LE REGIONALI
Il pm milanese Mauro Clerici ha chiesto la condanna a 1 anno di reclusione del
presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, senza attenuanti generiche, per aver diffamato in conferenze stampa i Radicali della lista Bonino-Pannella, nelle persone del candidato alle elezioni regionali 2010 Marco Cappato e di Lorenzo Lipparini, attribuendo loro di aver partecipato, con manipolazioni in Tribunale, a una macchinazione finalizzata a escludere il centrodestra dalle elezioni regionali lombarde 2010.
«È una cosa scandalosa e ridicola nello stesso tempo». Lo ha dichiarato il presidente della regione Lombardia Roberto Formigoni.
«Ma i radicali – ha aggiunto – non sono un partito? Non fanno politica? Bene! Le polemiche tra politici sono sempre state giudicate insindacabili».
«Negli anni – ha proseguito Formigoni – ho richiesto più volte alla Procura di procedere contro diversi colleghi politici o partiti, da Umberto Bossi, ai Radicali stessi, all’Italia dei Valori, etc. Non hanno mai dato seguito alle mie richieste (neppure nel caso di accuse offese gravissime a me rivolte), ma mi hanno detto che le polemiche tra politici si devono risolvere tra politici».
«Ora – ha concluso il presidente lombardo – c’è un Pm che cambia idea e decide che è la procura a poter sindacare nelle polemiche tra politici. Ma sono fiducioso che anche in questo caso alla fine ci sarà un giudice a Berlino
La pena è quella minima una volta che — come in questo caso — il pm ritenga l’imputato non meritevole delle attenuanti generiche.
I radicali, costituitisi parte civile con l’avvocato Giuseppe Rossodivita, si sono associati e hanno chiesto che il Tribunale condanni Formigoni anche a risarcirli con 250.000 euro di danni. Il processo in corso, nel quale arringa difensiva e sentenza sono previste in ottobre, è la conseguenza del boomerang per Formigoni della reazione un anno fa all’emergere di firme false nella presentazione della sua lista alle elezioni regionali 2010, irregolarità fatte rilevare all’epoca proprio dai Radicali.
In dichiarazioni a quattro quotidiani, il 5 marzo 2010 Formigoni non solo si difese ma si azzardò a ribaltare le accuse, addebitando ai Radicali d’aver «potuto compiere qualsiasi atto manipolativo, compresa la sottrazione di documenti» in Tribunale; in particolare avanzò il sospetto che, essendo «rimasti 12 ore da soli con in mano penne e borse» a controllare i registri, avessero «potuto manipolare le liste, correggerle, spostare i documenti come volevano», al punto che «51 certificati, a una prima verifica segnalati come presenti, dopo la visita dei Radicali non c’erano più».
Questa ricostruzione per il pm si è rivelata falsa.
Come le 926 firme effettivamente false senza le quali le sue liste nel 2010 non avrebbero potuto presentarsi al voto e raccogliere 2 milioni e 700.000 suffragi contro il candidato pd Filippo Penati: per questa vicenda il procuratore aggiunto Alfredo Robledo ha chiesto una settimana fa il rinvio a giudizio di un nugolo di consiglieri provinciali pdl, dell’allora responsabile elettorale pdl Clotilde Strada, e (come istigatore) dell’allora coordinatore del Pdl e attuale presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà .
Una troupe del telegiornale de La7 ha chiesto ma non ha ottenuto di riprendere la requisitoria a carico di Formigoni: nel processo, infatti, il Tribunale non ha ammesso tv e radio perchè la difesa di Formigoni ha dichiarato alla giudice Carmen D’Elia di non voler prestare il proprio consenso, così impedendo anche la sola registrazione delle udienze richiesta da Radio Radicale
Luigi Ferrarella
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 13th, 2012 Riccardo Fucile
SANDRA POPPI ERA SUBENTRATA A UN DIMISSIONARIO MA E’ STATA SUBITO ALLONTANATA PERCHE’ DA UN ANNO E MEZZO NON SI INTERESSAVA PIU’ DELL’ORGANIZZAZIONE…DIFFIDATA DALL’USO DEL LOGO
“Sandra Poppi non ha titolo a rappresentare il Movimento 5 Stelle nè all’uso del logo ed è diffidata dal farlo”.
Con una comunicazione asciutta e sintetica, scritta come da consuetudine sul blog personale, Beppe Grillo ha messo alla porta un’esponente del Movimento 5 stelle emiliano romagnolo. Così finisce l’avventura appena iniziata di Sandra Poppi, consigliere della lista civica Modena5stelle del comune di Modena.
Poco amata dal gruppo locale del Movimento, Poppi era entrata in Comune pochi giorni fa col simbolo a 5 stelle, nonostante, secondo quanto riferito da diversi militanti, non frequentasse abitualmente incontri e assemblee.
Ambientalista specializzata in edilizia scolastica, nel 2009 è la prima dei non eletti alle comunali. L’anno successivo si ripresenta alle elezioni regionali, raccogliendo tante preferenze da piazzarsi seconda dopo l’enfant prodige del Movimento, Giovanni Favia.
Dopo una consultazione interna, però, il Movimento locale decide di far entrare al suo posto in viale Aldo Moro Andrea Defranceschi, attuale capogruppo in regione Emilia Romagna.
Un episodio che genera parecchi malumori interni, tanto da spingere alcuni ad abbandonare il Movimento.
Dopo la sua esclusione dall’assemblea regionale,anche i rapporti tra Poppi e il movimento di Grillo si fanno sempre più tesi.
Fino a dieci giorni fa, quando viene chiamata a sostituire il dimissionario Vittorio Ballestrazzi, ex-rappresentante del Movimento, anche lui allontanato da Grillo nel 2010.
La donna decide di usare il simbolo 5 stelle: “La settimana scorsa mi sono messa in contatto con lo staff di Grillo, per avere indicazioni e consultarmi sull’ingresso in consiglio comunale. Ma da loro non ho avuto nemmeno una parola di risposta. E ora mi trovo improvvisamente fuori”.
La presidente del Wwf di Modena sottolinea poi di avere tutte le carte in regola per far parte del Movimento: “Non sono iscritta a nessun partito, non ho condanne penali e non ho offeso nessuno”.
A differenza di Valentino Tavolazzi, primo e finora unico vero espulso dal Movimento, apprezzato da molti tra eletti e militanti dell’Emilia Romagna, da tempo Poppi non era in sintonia con la base locale.
Tanto che, nei giorni scorsi, alcuni attivisti modenesi avevano scritto allo staff di Grillo, chiedendo il suo allontanamento.
Lo conferma il militante Gabriele Grotti in commento scritto su Facebook: “Il post è rappresentativo della richiesta fatta da parte di tutti gli attivisti facenti parte del gruppo di Modena e provincia. Nel corso degli anni tanta gente si è avvicinata, di questa mai nessuno ha sentito o visto la Poppi, questo è indicativo del netto e irreversibile distacco”.
E poi aggiunge: “La signora fa la furba e sui quotidiani si è spacciata in stato di ‘riavvicinamento’ esibendo in consiglio comunale il nome di Beppe Grillo. Colpita da sindrome di Dr Jekill e Mr Hyde forse si è dimenticata di tutto il fango che ha sparso in passato ad indirizzo di tutto il Movimento 5 stelle. Persino di aver comunicato di esserne uscita”.
Giulia Zaccariello
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Luglio 13th, 2012 Riccardo Fucile
L’OMISSIONE DI SOCCORSO E’ UN REATO, MA NON SONO STATE APERTE INDAGINI
Il Mediterraneo è un mare affollato, è probabile che qualcuno abbia visto l’imbarcazione
in balia delle onde e non sia intervenuto. Ma l’omissione di soccorso è un reato”, denuncia Laura Boldrini portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.
Nessun radar li ha segnalati, nessun aereo li ha visti, nessuna nave li ha notati, nessun peschereccio li ha accostati, nessuno dei mezzi di pattugliamento Frontex si è accorto della loro presenza: 54 uomini e donne in fuga dalla violenza e dalla miseria arrivano su un gommone a ridosso delle coste italiane, vengono respinti dal vento verso il Nordafrica, e muoiono di sete.
Disidratati dopo 15 giorni di agonia, inghiottiti dal Canale di Sicilia: non hanno potuto portare a bordo neanche una bottiglia di acqua, per non appesantire l’imbarcazione, come ha rivelato l’unico eritreo sopravvissuto e ricoverato a Zarzis, in Tunisia.
L’omissione di soccorso è un reato, dice la Boldrini, eppure non sono state ancora aperte inchieste sulle due sponde del Mediterraneo, nè dalla Procura di Agrigento, nè dalla magistratura tunisina.
E, prima ancora, l’omissione di soccorso è una gravissima violazione della legge del mare; com’è possibile che ciò accada in un tratto di mare costantemente pattugliato da diversi Paesi?
Questa è la domanda che ci poniamo tutti — risponde la Boldrini — certamente occorre un maggiore coordinamento tra gli Stati, in tema di soccorso a mare i rapporti sono spesso affidati a canali confidenziali”.
Archiviato il governo Berlusconi, morto Gheddafi, la politica dei respingimenti ha subito un forte rallentamento, ed è ovviamente positivo, ma ciò ha probabilmente provocato un progressivo disinteresse verso la sponda sud dell’Europa, anche e soprattutto sul versante del soccorso a mare.
“L’accordo Italia-Libia prevedeva che chi veniva intercettato in alto mare, anche se non libico, fosse portato a Tripoli — dice la Boldrini — nel 2011 questa politica non è stata messa in atto e negli ultimi mesi i respingimenti — per quello che sappiamo — sono stati molti di meno e solo verso la Tunisia. Questo è senz’altro un dato positivo”. Accordi bilateriali tra Italia e Libia che comunque “non sono sufficienti a garantire il rispetto dei diritti umani” come sostiene Rita Borsellino in un’interrogazione alla commissione europea in cui chiede di “attivare in tempi rapidi azioni di cooperazione internazionale da parte dell’UE per assicurare il rispetto dei diritti umani”.
Concetti che il vescovo di Mazara Domenico Mogavero ha ripetuto al ministro per l’Integrazione e la Cooperazione Andrea Riccardi, chiedendo al governo di “fare più attenzione e prestare più riguardo alla dignità delle persone”.
Ma la tragedia dei 54 morti disidratati in mare testimonia che oggi non c’è nè accoglienza, nè respingimento, ma solo indifferenza: il Mediterraneo dell’estate 2012 è un tratto di mare “fai da te”, in cui i clandestini che si avventurano in cerca di un futuro migliore muoiono assetati davanti agli occhi di chi avrebbe potuto salvarli.
Chi può aver visto senza intervenire?
“Non penso alle unità militari o civili dei governi rivieraschi — risponde la Boldrini — penso ai privati, alle navi cargo o ai pescherecci che solcano continuamente quel tratto di mare. In passato chi ha condotto azioni di salvataggio a mare ha subito parecchi problemi, a volte anche azioni giudiziarie, oppure ha atteso per giorni in rada l’autorizzazione allo sbarco. E per loro sono giorni di lavoro persi”.
Non si è scoraggiato, per fortuna, l’equipaggio della motovedetta della Guardia di Finanza che la notte scorsa ha intercettato a 60 miglia a sud di Porto-palo di Capo Passero, nel Siracusano, un gommone con a bordo 50 immigrati, provenienti probabilmente dalla Libia, trasferiti a bordo del natante militare e sbarcati a Pozzallo, nel Ragusano.
A essere salvati, questa volta, oltre a donne e uomini, c’era anche una bambina di tre anni.
Giuseppe Lo Bianco
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 12th, 2012 Riccardo Fucile
SECONDO IL QUOTIDIANO FRANCESE LA SCELTA SAREBBE LEGATA A QUESTIONE ECONOMICHE MA SOPRATTUTTO AL CALO NEL TRASPORTO MERCI… IN PRATICA QUELLO CHE SOSTENGONO DA ANNI I NO TAV
«Riesaminare ed eventualmente rinunciare a dieci progetti di linee ferroviarie ad alta velocità , tra cui la Torino-Lione».
È quanto penserebbe il governo francese stando a riporta il Le Figaro.
«Lo Stato ha previsto una serie di progetti senza averne fissato i finanziamenti.
Il governo non avrà altra scelta che rinunciare ad alcune opzioni», ha dichiarato il ministro del bilancio, Jerome Cahuzac.
Secondo il quotidiano, sotto esame anche la Torino Lione, a causa del costo elevato (12 miliardi) e del calo del traffico merci.
Nella hit-parade delle linee ad alta velocità minacciate dai tagli della crisi, ci sono – tra l’altro – la Nizza-Marsiglia e la Torino-Lione, scrive ancora Le Figaro , che sottolinea come dopo il tempo delle promesse è arrivato quella della realtà . In particolare, aggiunge il quotidiano, quest’ultima sarebbe «squalificata per il suo costo (12 miliardi di euro)».
Ma anche dal calo registrato nel «trasporto merci, sceso a quattro milioni di tonnellate su quella tratta, contro gli undici milioni di tonnellate vent’anni fa, non gioca a favore di quel progetto».
(da “Il Corriere della Sera“)
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