Destra di Popolo.net

“ONOREVOLI REDDITI” PUBBLICATI IN RETE: BERLUSCONI, ALFANO E BOSSI DICONO NO

Luglio 9th, 2012 Riccardo Fucile

IN AUMENTO IL NUMERO DEI PARLAMENTARI CHE HANNO ACCONSENTITO A RENDERE NOTO IL PROPRIO 740 ON LINE… META’ DEL VECCHIO GOVERNO SI E’ RIFIUTATO: OLTRE ALL’EX PREMIER SCONOSCIUTI I GUADAGNI DI LA RUSSA, TREMONTI E COLONNELLI VARI

Berlusconi e Alfano hanno detto no. Bersani, Casini, Di Pietro e Fini, invece, hanno fatto il contrario.
Mancano solo i leader del Popolo della Libertà  (il Cavaliere è da sempre il più ricco di tutti, con un ‘tesoro’ annuale di 48 milioni di euro) tra i big dei partiti che hanno dato il loro assenso alla pubblicazione, sui siti di Camera e Senato, della propria dichiarazione dei redditi.
Le dichiarazioni (su supporto cartaceo), pur consultabili da tutti presso il Servizio delle prerogative, delle immunità  parlamentari e del contenzioso (a Palazzo della Sapienza, in Corso Rinascimento a Roma) sono state pubblicate online in nome di una maggior trasparenza, dopo il pressing dei deputati radicali eletti nel Pd.
All’iniziativa, naturalmente su base volontaria, hanno aderito il presidente dell’Assemblea di Montecitorio e leader di Fli Gianfranco Fini, il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini e quello dell’Idv Antonio Di Pietro, oltre al neo segretario leghista Roberto Maroni.
Oltre a Berlusconi e Alfano, inoltre, manca all’appello anche l’ex leader del Carroccio Umberto Bossi.
Presenti, al contrario, tutti i sei deputati radicali del Pd che avevano condotto una battaglia parlamentare perchè i redditi dei parlamentari fossero consultabili in rete: trattasi di Rita Bernardini, Marco Beltrandi, Maria Antonietta Farina Coscioni, Matteo Mecacci, Maurizio Turco ed Elisabetta Zamparutti.
A Montecitorio, tra i presidenti dei gruppi, ci sono più sì che no: online, infatti, sono i redditi di Benedetto Della Vedova (Fli), Massimo Donadi (Idv), Dario Franceschini (Pd), Silvano Moffa (Popolo e territorio) e di Gian Luca Galletti (Udc).
Non hanno dato l’assenso, almeno per ora, il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto, il presidente dei deputati della Lega Gianpaolo Dozzo e il presidente del gruppo Misto Siegfried Brugger, della Svp.
Tra i big, hanno detto di sì alla pubblicazione in rete dei redditi anche Massimo D’Alema e la vice presidente della Camera Rosy Bindi.
Risultato simile al Senato, dove sono cinque quelli che hanno acconsentito alla pubblicazione e 3 quelli che hanno detto no.
Rispetto alla Camera, però, diversa la provenienza politica degli assensi: presenti in Rete i redditi del capogruppo di Coesione nazionale Pasquale Viespoli, del presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro e quello dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri, il presidente dei senatori dipietristi Felice Belisario, il capogruppo Udc Gianpiero D’Alia.
Non disponibili sul sito di Palazzo Madama, invece, i redditi del capogruppo del Carroccio Federico Bricolo, quelli di Giovanni Pistorio, presidente del gruppo Misto, e quelli del presidente dei senatori del Terzo Polo e leader di Alleanza per l’Italia Francesco Rutelli, che però ogni tre mesi pubblica la propria situazione patrimoniale e il saldo dell’estratto conto sul suo profilo Facebook.
Fra quanti, alla Camera, hanno dato l’ok per la pubblicazione in rete dei redditi anche alcuni ex ministri del governo Berlusconi, come Franco Frattini e Renato Brunetta, mentre, almeno per ora, non compare la dichiarazione dei redditi dell’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti e dell’ex titolare della Difesa Ignazio La Russa.
Il numero dei deputati che ha dato il via libera alla pubblicazione dei dati patrimoniali on line è comunque in aumento, dai 205 di febbraio, infatti, gli ‘onorevoli redditi’ in rete sono passati ai 253 di giugno.
Quanto al governo, Monti ha imposto per tutti, se stesso compreso, la pubblicazione on line dei redditi.
E così è stato.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA STRANA GUERRA DEI LE PEN: “MARINE? UNA PICCOLO BORGHESE”

Luglio 9th, 2012 Riccardo Fucile

BUFERA PER UN’INTERVISTA AL TIMES DEL VECCHIO LEADER DEL FRONT NATIONAL CHE POI RETTIFICA: “TRADUZIONE DALL’INGLESE SBAGLIATA”… UNA RISPOSTA ALLA “DEDIABOLISATION” DEL PARTITO DA PARTE DELLA FIGLIA O SOLO UN GIOCO PER OTTENERE PIU’ CONSENSI?

Jean-Marie Le Pen, padre fondatore del Front National, il partito di estrema destra francese, ha definito, apparentemente con un certo disprezzo, la figlia Marine, che ha ora in mano le redini dell’Fn, «una piccolo borghese» in un’intervista pubblicata venerdì sul quotidiano inglese The Times.
Dopo ha cercato di giustificarsi, puntando il dito sulla cattiva traduzione delle sue parole da parte dell’Afp, l’agenzia di stampa francese.
Ma quella definizione ha scatenato diverse polemiche nel campo dei Le Pen.
E alla fine non è chiaro se l’anziano padre, classe 1928, sia davvero geloso del successo della figlia e guardi con diffidenza alla svolta da lei voluta, lo sdoganamento dell’Fn, prendendo le distanze dagli eccessi di Jean-Marie.
O se ci troviamo dinanzi a uno di quegli abili giochini di cui i Le Pen sono capaci per ottenere più consensi possibile.
Marine Le Pen si è imposta alla testa del partito nel gennaio 2011, prendendo il posto del padre, che ha seguito passo passo fin da ragazzina.
Ha portato avanti una politica di dèdiabolisation del Front, abbandonando ad esempio l’antisemitismo di Jean-Marie.
E cercando di presentarsi come un’alternativa di destra ai neogollisti: insomma, una destra moderna come le altre.
Ci è riuscita: alle ultime presidenziali Marine Le Pen ha conquistato il terzo posto, con il 18% dei consensi.
Quel successo è stato ottenuto grazie all’appoggio di un elettorato per lo più popolare, talvolta ex elettori della sinistra.
Ebbene, in questo contesto arriva l’intervista del padre a The Times.
“Io sono un uomo del popolo — ha sottolineato — Sono originario di una famiglia di contadini e di pescatori. Poi sono diventato ufficiale in un reggimento di paracadutisti. Ho avuto una vita, diciamo, virile. Mia figlia, invece, malgrado quello che possa dire, è una piccolo borghese”.
Da sottolineare: quello che ha detto su di sè è vero. Le Pen è di origini modeste. Anche se non ha specificato di vivere in una sorta di castello alle porte di Parigi, dove, appunto, è cresciuta la “borghese” Marine, dagli anni Settanta, grazie alla fortuna colossale ereditata da Hubert Lambert, misterioso uomo d’affari, di cui era diventato amico.
Proprio quell’eredità  è stata sempre contestata dai familiari di Lambert.
Ma ritorniamo al padre e alla figlia. In seguito Jean-Marie ha dichiarato che l’Agence France Presse non ha tradotto correttamente la sua intervista: “Ho detto a little bourgeoise girl“. Sì, una ragazza borghese.
Ma il giornalista Adam Sage ha specificato che Jean-Marie Le Pen ha utilizzato l’espressione in francese.
Per l’anziano politico “non c’è niente di insultante in quello che ho detto. Volevo solo spiegare che io sono nato in un ambiente popolare e lei in uno borghese. Ma mica quello della borghesia dei Dassault o di Laurent Fabius“.
Cioè, nè in una delle famiglie più ricche di Francia, amici e finanziatori di Nicolas Sarkozy, nè in quella dell’attuale ministro degli Esteri, socialista ma originario di una ricca famiglia parigina.
“La strategia di Marine — ha aggiunto — è evitare di concedere ai suoi avversari il meno possibile di angoli di attacco . Ad esempio, tutti quei militanti, coraggiosi e dinamici, che si sono fatti notare semplicemente perchè avevano la testa rasata, sono stati messi da parte”.
Nessuna reazione diretta di Marine.
Ma un esponente del suo entourage, rtmasto anonimo e intervistato dal quotidiano Libèration, ha definito la vicenda “una villania in più dell’anziano Le Pen”.
“Ma tanto le sue parole — ha aggiunto la fonte — non hanno più un impatto all’interno del partito. Più invecchia, comunque, più diventa cattivo”.
Quanto a Florian Philippot, giovane collaboratore di Marine Le Pen, rappresentante della nuova generazione dell’Fn, ha sottolineato che “le parole di Jean-Marie Le Pen non sono state molto simpatiche, ma c’è di peggio”.
Sul fatto che i giovani con la testa rasata siano stati esclusi dai raduni, ha detto di “esserne felice. E’ tutta lì l’azione positiva di Marine”.
Qualcuno, però, a Parigi interpreta tutta la storia come il tentativo dei Le Pen di non perdere la fedeltà  dei “vecchi” militanti del Front, proprio con interventi periodici e ad hoc, all’apparenza imbarazzanti, di Jean-Marie.
Creando polemiche inutili.

Leonardo Martinelli
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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CROLLANO DEL 47% LE EROGAZIONI PER L’ACQUISTO DI CASE ATTRAVERSO UN MUTUO NEL PRIMO TRIMESTRE 2012

Luglio 9th, 2012 Riccardo Fucile

L’ANALISI DI ASSOFIN, CRIF E PROMETEIA SEGNALANO UN MENO 9,1% GIA’ NEL 2011 RISPETTO ALL’ANNO PRECEDENTE

Una sensazione che ora trova conferma con i numeri: nel primo trimestre 2012, le erogazioni dei mutui immobiliari per l’acquisto di nuove abitazioni sono crollate del 47%.
Così secondo la trentaduesima edizione dell’Osservatorio sul credito al dettaglio realizzato da Assofin, CRIF e Prometeia.
Un’analisi che registra una decisa flessione del credito alle famiglie, e non solo per l’acquisto di case.
I FINANZIAMENTI

Succede la stessa cosa anche per altri settori come l’arredamento, l’elettronica, gli elettrodomestici, per cui i finanziamenti sono diminuiti sia nel 2011 (-5,8%) che nel primo trimestre 2012 (-11%).
«In un contesto caratterizzato dalla perdurante incertezza derivante dalla crisi economica e finanziaria ancora irrisolta e da un clima di fiducia che resta su valori minimi – si legge nel rapporto dell’Osservatorio – le famiglie italiane hanno limitato i consumi e si sono dimostrate molto prudenti nell’accensione di nuovi finanziamenti. In particolare i consumi di beni durevoli, per l’acquisto dei quali più frequentemente si ricorre ad un finanziamento, hanno registrato una netta contrazione, mostrando una flessione in linea con quella rilevata per i flussi di credito al consumo».
I MUTUI
Per quanto riguarda i mutui, nel 2011 le erogazioni hanno subito una contrazione del 9,1% rispetto all’anno precedente.
Calo che è diventato un vero e proprio crollo (-47%) nei primi tre mesi del 2012.
A scoraggiare la richiesta di finanziamenti per la casa, l’aumento dei tassi di interesse applicati ai nuovi contratti, ma, ovviamente, anche l’irrigidimento dei criteri di concessione.
Il calo più deciso è però riservato agli altri mutui (per ristrutturazione, liquidità , consolidamento del debito, surroga e sostituzione): dopo il -24,9% del 2011, nei primi tre mesi del 2012 sono scesi dell’80% rispetto allo stesso periodo del 2011.

Corinna De Cesare
(da “Il Corriere della Sera“)

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ORA SCILIPOTI SCRIVE A MOFFA: “CHIAREZZA O ME NE VADO”

Luglio 9th, 2012 Riccardo Fucile

IL SUO GRUPPO VOTA PRO-FORNERO, LUI VUOLE LE DIMISSIONI DEL MINISTRO E SCOPPIA LA GUERRA ALL’INTERNO DI “POPOLO E TERRITORIO”

Il suo gruppo ha votato contro la mozione di sfiducia al ministro Fornero e lui ha minacciato di andar via.
E’ tornato sugli scudi Domenico Scilipoti, che ha confermato di esser pronto a lasciare Popolo e Territorio dopo la scelta del partito, a suo avviso “inaccettabile”, di schierarsi al fianco della titolare del Welfare al momento di esprimere un parere sulla sfiducia individuale.
Un dissenso che Scilipoti ha messo nero su bianco in una lettere indirizzata al capogruppo Silvano Moffa: “Un ministro — ha scritto Scilipoti — che si è macchiato di gravi errori, come quello che riguarda la vicenda degli esodati, e che, tra l’altro, ha firmato una delle riforme del lavoro più devastanti, degli ultimi vent’anni”.
Scilipoti ha rimproverato a Moffa di aver deciso “senza convocare prima il Gruppo” e ora chiede chiarezza.
“Ti prego di voler convocare, con urgenza, una riunione dove spiegare le ragioni di una scelta così singolare e difficilmente comprensibile al fine di fare chiarezza e confrontarci” ha chiesto l’onorevole ex ‘Responsabile’.
Poi la minaccia: “Non ti sarà  difficile — ha detto Scilipoti — comprendere che in mancanza di motivazioni più che valide, per mantenere la mia coerenza, dimostrata fin da quando ho deciso di sostenere il governo Berlusconi, mi vedrò costretto ad abbandonare il Gruppo di Popolo e Territorio”.

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ULTIMA CHIAMATA: IL VENTENNIO PERDUTO DELL’ITALIA

Luglio 9th, 2012 Riccardo Fucile

DEBITO PUBBLICO, PIL E REDDITI: IL PAESE DELLE OCCASIONI SPRECATE

Dagli all’Europa, che inchioda i cittadini a pagare per scelte su cui non possono decidere.
In questi mesi non si sente altro: se la crisi è diventata una camicia di forza è colpa di Bruxelles e della Bce; se i governi sono costretti all’austerity di bilancio è colpa della moneta unica.
Nel gran ballo mediatico l’Europa è sempre tirata per la giacca: c’è chi la critica perchè avrebbe avallato alla guida dei paesi membri tecnocrati graditi ai mercati internazionali, sospendendo il gioco democratico.
E chi ne vorrebbe di più per imporre alla Germania di Angela Merkel maggiore solidarietà  verso la casa comune europea.
In tutti i casi è diventata l’alibi comodo dei nostri fallimenti, anche se la sua sovranità  è sempre ciò che gli stati nazionali lasciano che sia.
Se ci sono leader coraggiosi progredisce verso gli Stati Uniti d’Europa, dando fondamento alla moneta unica, altrimenti rincula miseramente come in questi anni.
L’impressione è che con il baratro italiano l’Europa matrigna, lo spread, la Bce e l’euro c’entrano nella misura in cui una moneta comune senza istituzioni condivise resta appesa ad ogni vento.
E’ questa l’ambiguità  di Maastricht.
Ma la bassa crescita e le non riforme che ci espongono alla speculazione sono un problema che ci trasciniamo da 20 anni, il riflesso del fallimento della Seconda Repubblica, morta delle troppe promesse mancate di chi (destra e sinistra ognuno pro quota per gli anni di governo) ha preso in mano un paese uscito dall’abisso del 92-93, doveva riformarlo per tenerlo al passo della globalizzazione, invece lo ha ricacciato nel baratro, costringendo i tecnici a tornare in campo. Un’altra volta.
Lo dicono i numeri.
Se compariamo 20 anni dopo i principali indicatori del sistema paese (debito, spesa pubblica, Pil, redditi, evasione, pressione fiscale, produttività , Borsa, dualismo nordsud e commercio mondiale) scopriamo infatti che l’Italia del 2011 ereditata dal governo Monti è messa uguale, se non peggio, al terribile 1993, quando nasce in emergenza la Seconda Repubblica e, da Maastricht, comincia il lungo viaggio verso la moneta unica.
Debito pubblico
Un buco più grande nonostante 800 miliardi di euro di minori tasse.
La crisi mondiale ci restituisce un paese con un debito pubblico che a fine 2011 ha toccato il 122% del Pil, 6,5 punti sopra il livello del 1993, quando il salvataggio della lira varato dai governi Amato e Ciampi avvia la ritirata dello stato imprenditore.
In 15 anni (1993-2007) l’Italia ha fatto meglio di qualsiasi altro paese europeo, privatizzando 186 società  e incamerando 146 miliardi di euro (il 24% di tutte le dismissioni Ue).
Sono gli anni dello yacht Britannia, la leggenda delle privatizzazioni all’italiana, quando i finanzieri anglosassoni avrebbero deciso la spartizione del patrimonio industriale tricolore.
Peccato che, ex post, si sia trattato di una rivoluzione mutilata: il patrimonio netto dello Stato non è praticamente diminuito e la maxi vendita si è ridotta ad una grande operazione di cassa a parziale e temporanea riduzione del debito pubblico (sceso al 103% del 2004 ma poi riesploso oltre il 120%).
Soprattutto, il paese ha gettato al vento la grande occasione dei bassi tassi di interesse. «Per quasi 15 anni, fino alla prima metà  del 2011 — calcola l’economista Giovanni Ferri, ex Banca Mondiale oggi membro del Banking Stakeholder Group dell’Eba — grazie all’euro abbiamo pagato tassi ‘tedeschi’. Contando un calo prudenziale dello spread di 400 punti sul periodo pre euro, si arriva a 60 miliardi di minori interessi l’anno. Ottocento miliardi nei 15 anni di bonus tedesco. Se li avessimo usati per ridurre il debito pubblico oggi avremmo un rapporto debito/Pil del 70% invece che del 120, e non saremmo nel mirino della speculazione. Per questo, un giorno, qualcuno dovrà  chiedere conto ai nostri politici, di destra e di sinistra, che cosa ci avete fatto col bonus tedesco?»
Pil e redditi
Il Paese non sa più crescere: giù ricchezza e produttività 
L’Italia, nord produttivo compreso, nell’ultimo ventennio ha perso per strada un punto e mezzo medio di crescita strutturale, passando dall’1,5% allo «0 virgola» degli anni duemila.
La distanza accumulata rispetto agli altri paesi dell’eurozona vale circa 300 miliardi di minor ricchezza prodotta ogni anno.
Se accorciamo il focus, nel 2010 il Pil tricolore era appena il 3,8% sopra il livello del 2000.
Significa che in rapporto alla popolazione, nel frattempo salita del 6,2% grazie all’immigrazione, è sceso in termini reali del 2,3%.
Si tratta della peggior performance tra i paesi avanzati: ha fatto +7,6% il Giappone (in deflazione da 20 anni), +9,5 la Germania, +11,8 la Francia, +16,7 gli Usa, +18,1 la Gran Bretagna.
Se dunque la crisi mondiale, la speculazione e la dittatura dello spread cominciano dal 2008, la stagnazione italiana è precedente.
Lo dimostra anche la serie storica del Pil pro capite: nel 1990 era del 2% inferiore a quello dei tedeschi, nel 2010 il solco si è allargato al 15%, nonostante i pesanti oneri dell’unificazione tedesca.
Quello con la Francia si è ampliato dal -3 al -7%.
Con Londra si è addirittura passati da un vantaggio del 6% a un delta negativo di 12 punti. Il risultato è che nel 1990 il nostro Pil per abitante valeva il 107% della media Ue, nel 2011 è sceso al 94%.
«Il reddito medio annuo delle famiglie italiane nel 2010, al netto delle imposte e dei contributi sociali, risulta pari a 32.714 euro, cioè 2.726 euro al mese, una cifra inferiore in termini reali del 2,4% rispetto a quello riscontrato nel 1991», conferma Bankitalia. E ancora.
Fatta cento la produttività  (Pil per ora lavorata) degli Usa, nel 1990 l’Italia misurava 87. Nel 2010 è crollata a 75, 12 punti meno.
Dov’è la colpa dell’euro?
Nord-Sud: 20 anni sprecati aumenta il divario tra le due Italie
In termini di reddito prodotto, quello meridionale resta inchiodato al 59-60% di quello del nord Italia.
Un divario cresciuto nell’ultimo ventennio (nel 1993 si attestava intorno al 63%), quando in Italia si afferma il paradigma leghista del Paese duale alla cui base c’è un dogma: il Sud è la palla al piede del Nord.
Il Meridione è solo spreco e il Nord deve liberarsene altrimenti sprofonda. Una lettura dei «territori separati» che ha egemonizzato il discorso pubblico, trasformando il sud nella panacea di tutti i mali del Nord, anch’esso in crisi.
Persino la stagione dei Patti per lo sviluppo promossa da Carlo Azeglio Ciampi, e la strategia di far passare le risorse finanziarie direttamente attraverso le regioni, hanno risentito di questa impostazione localista.
Quel che invece non si è interrotta è la spirale spesa pubblica buona/ spesa pubblica cattiva.
Quella cosiddetta discrezionale, cioè per sussidi e servizi, fatta 100 la quota a disposizione di un cittadino del nord, è schizzata a 106 per ogni abitante del sud; quella in conto capitale, cioè per gli investimenti, fatta sempre 100 la quota girata al nord, al sud è crollata a 87. In sostanza nell’ultimo ventennio (dopo che nel trentennio 1950-1970 si era ridotto di 20 punti) non solo si è riallargato il gap Nord-Sud nelle risorse prodotte, ma si sono perpetuati i vizi nei trasferimenti dallo stato centrale al mezzogiorno: più risorse per consumi e clientele, meno per strade, scuole e infrastrutture.
Economia sommersa
Evasione fiscale invincibile anche dopo Mani Pulite
L’Italia del Dopoguerra è un paese che fonda il proprio accumulo di benessere su una costituzione materiale distorta: un settore pubblico sterminato e inefficiente usato da ammortizzatore sociale; un settore privato e di piccola industria spina dorsale del paese a cui si concede, quasi a compensazione, il vizietto dell’evasione.
Col tempo la prassi degenera: il piccolo «nero» si fa grande evasione, coinvolgendo fette sempre più larghe di popolazione.
Dai «giovani» pensionati ai doppiolavoristi del pubblico impiego e delle grandi aziende private, dalle casalinghe che fanno i mestieri agli insegnanti che danno lezioni private.
Finchè il patto improprio ha funzionato ha prodotto ricchezza per tutti, ma da fine anni 90, con l’ingresso in Europa e la concorrenza globale, il Bengodi è finito. Secondo stime recenti dell’Istat, il valore aggiunto dell’economia sommersa vale tra il 16 e il 17,5% dell’intero Pil.
Vuol dire che nel nostro paese ogni anno circolano abusivamente tra i 255 e i 275 miliardi non dichiarati. In termini di gettito, si tratta di almeno 7 punti di prodotto interno lordo, grosso modo 100 miliardi l’anno di mancati incassi per l’erario.
Una cifra mostre, simile a quella di 20 anni fa, quando il sommerso oscillava tra il 15 e il 18% del Pil.
Se poi guardiamo i redditi dichiarati da imprenditori e liberi professionisti, si scopre che in Italia il peso delle loro tasse sul totale delle imposte riscosse è sceso dal 13,2% del 1993 al 5% del 2010 per i primi, dal 7,6% al 4,2% per i secondi.
Economia sommersa
Borsa e made in Italy
Piazza Affari in caduta libera. Export in frenata
La globalizzazione ha stravolto la mappa economica planetaria, trasferendo a Oriente ricchezza, potere e commerci.
Nella classifica del commercio globale l’Italia è scesa dal 4,8% del 1993 al 3,1% del 2011, dal quinto al settimo posto.
Certo la nostra forza rimane l’export. Ma secondo l’Ocse stiamo rallentando. Nell’ultimo ventennio quello italiano è cresciuto del 113% contro il 260% della Germania e il 152% della Francia.
Nel 1990 le nostre esportazioni valevano il 54% di quelle di Berlino e il 96% di quello di Parigi; l’anno scorso siamo scesi rispettivamente al 32 e all’81%.
Se poi guardiamo alla Borsa, la foresta rimane pietrificata: il 40% delle aziende di Piazza Affari mantiene un’azionista di riferimento pubblico. Lo stesso numero di società  quotate al 2011 (271) è fermo da un decennio.
Nel 1993 erano poco meno: 222. Non basta. Tra le cosiddette multinazionali tascabili del «Quarto capitalismo», meno di 20 sono quotate.
La Borsa nell’ultimo ventennio è dunque servita a fare cassa in vista dell’euro, non a creare un moderno mercato dei capitali.
Il risultato è che a fine 2011 Piazza Affari, con una capitalizzazione pari al 20,7% del Pil, si colloca al 20esimo posto al mondo, preceduta anche dai listini dei mercati emergenti: Brasile (64,9% del Pil), Russia (72,8%) e Sudafrica (207%). E dire che ancora nel 2001 la piazza milanese era ottava al mondo, con una capitalizzazione pari al 50% del Pil.
Tasse
«Flat tax», il sogno tradito della Seconda Repubblica
La progressione delle tasse in Italia comincia negli anni 80, quando la pressione fiscale era del 30%, per salire al 35 a metà  decennio, in parallelo all’esplosione del debito pubblico.
Nel ’92, sull’orlo della bancarotta, sfonda la soglia del 40% per non tornare più indietro, anzi. Il record del 43,9% del 1997 verrà  infranto alla fine di quest’anno quando le tasse saliranno all’astronomico 45,1% (+2,1% sul 2011).
E ancora di più nel 2013, quando la proiezione è di un insostenibile 45,4% nominale, perchè depurato dall’evasione schizza al 55% per chi le imposte è costretto a pagarle fino all’ultimo centesimo.
Solo negli ultimi 7 anni, tra il 2005 e il 2012, la pressione fiscale è salita di 4,7 punti di Pil. In media un punto di tasse in più ogni 532 giorni.
Altro che aliquota unica Irpef al 33%, la mitica «flat tax» annunciata dal Berlusconi del 1994, scritta a chiare lettere nel programma economico firmato Antonio Martino che tanto fece sognare gli italiani.
Se analizziamo la speciale classifica del salasso, calcolata sull’arco temporale 1995-2011, le rispettive coalizioni che si sono alternate al governo ,si sono praticamente equivalse: una media pressione fiscale del 42,6% per i governi di centrosinistra, una media pressione fiscale del 42% per i governi di centrodestra. Entrambi, liberisti immaginari!
Spesa pubblica
Il trionfo del partito unico della spesa (corrente)
Nell’ultimo decennio la spesa pubblica primaria, al netto degli interessi sul debito, è aumentata di 141,7 miliardi di euro (+24,4%).
Toccando, nel 2010, quota 723,3 miliardi (46,7% del Pil), pari a 11.931 euro spesi per ciascun cittadino (1.875 in più rispetto al 2000). Nel 2011 lo stato ha invece speso il 45,5% del Pil, superando il livello del 1993 (43,5%).
La cruda verità  è che nella Seconda Repubblica si è fatto pochissimo per intervenire sui flussi di spesa pubblica.
Tranne il governo Ciampi (-0,54% nel biennio 93-94) e il primo Berlusconi (-1,20% nel 94-95), tutti gli esecutivi l’hanno aumentata: +6% il Prodi 96-98, addirittura +16,9% il Berlusconi 2001-2006, intaccando l’avanzo primario, fondamentale nei paesi ad alto debito per garantire la sostenibilità  dei conti.
Non solo.
In questo ventennio la forte riduzione della spesa per interessi si è accompagnata ad un’esplosione delle uscite correnti, per quasi 2/3 fatte da stipendi della Pa e prestazioni sociali. In un raffronto impietoso 1995-2012 fatto dall’Eurostat, l’Italia è il paese che ha registrato la maggior crescita cumulata di spesa corrente primaria: +5,9% contro il 3,6% della Francia, il 3,3% della Spagna, il -0,8% della Germania e una media dell’Eurozona pari al 2,2%.
Troppe cicale al governo e troppo poche formiche.
Marco Alfieri

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MONTI GUARDA LONTANO : “IO NEL 2013? STO VALUTANDO”

Luglio 9th, 2012 Riccardo Fucile

“C’E’ CHI VUOLE COLPIRE L’EURO”… “RISPETTARE I PATTI DI GIUGNO”

Così, per la prima volta, e fuori dai confini nazionali, il Professore lascia trapelare una velata disponibilità  a proseguire la sua opera anche dopo il 2013.
Se gli sarà  chiesto, se le forze politiche che lo sostengono anche dopo le politiche lo riterranno necessario.
Lui resta a guardare
Al tavolo del ristorante dell’hotel «Le Pigonnet» di Aix en Provence, sabato sera, con il premier Monti siedono il procuratore Antimafia Piero Grasso e l’ex ministro Franco Frattini, anche loro invitati a intervenire alla tre giorni del prestigioso «Circle des economistes».
I diplomatici del Consolato italiano a Marsiglia e pezzi dello staff di Palazzo Chigi.
A un certo punto si avvicina per un saluto anche l’anziano ex presidente francese Valerie Giscard D’Estaing.
Al capo del governo italiano viene chiesto dai commensali se non sia il caso di annunciare una disponibilità  di massima a restare al suo posto anche dopo il voto.
I mercati continuano a navigare in pessime acque, i partiti di maggioranza sembrano proiettati verso le larghe intese.
Monti, sotto i tendoni bianchi dell’elegante albergo, si schermisce. Ma la sua suona come una parziale apertura.
Sostiene di non essere «del tutto convinto che sia arrivato il momento di dare una disponibilità  a proseguire questa esperienza di governo ».
Se lo facesse adesso, prosegue, forse non farebbe «il bene del governo» che si trova a guidare.
«Presidente, se non adesso, verrà  un momento in cui sarà  necessario, forse a settembre, ottobre, quando l’ipotesi di elezioni anticipate sarà  definitivamente tramontata» gli fanno notare. Il premier non dà  un assenso, ma non si oppone nemmeno all’ipotesi.
Sospira, lascia cadere lì l’argomento.
Il fatto è che anche a Roma se ne inizia a parlare con maggiore schiettezza.
A Monti, raccontano, non sono sfuggite le aperture di questi giorni di un falco berlusconiano come Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl.
E adesso anche ministri del suo governo alludono.
L’ultimo ieri Piero Gnudi: «Monti è una risorsa per il Paese su cui si dovrà  far conto».
Già , ma è una questione, quella del futuro politico del Paese, che intreccia i destini economici e che dunque inizia a pesare anche su scala internazionale.
Lo ammette in un certo senso lo stesso premier quando, parlando coi giornalisti a margine del suo intervento al simposio economico sulla «Ricerca di un nuovo equilibrio mondiale», sostiene per la prima volta in pubblico che sull’innalzamento dello spread influisce anche l’incertezza su quel che accadrà  in Italia dopo il 2013.
E’ stato tempestato di domande su che ne sarà  del Paese dopo Monti anche l’ex ministro Franco Frattini, quando due giorni fa si è ritrovato sotto un fuoco di fila di amministratori delegati di società  francesi e non, invitati a un seminario del Credit agricole nella stessa Aix
Il presidente del Consiglio di questo è consapevole, ma è un nodo politico che andrà  affrontato, se altri lo riterranno, dopo l’estate.
Intanto c’è da difendere l’intesa siglata al Consiglio europeo il 29 giugno e il meccanismo antispread ideato da Palazzo Chigi e avversato adesso da Olanda e Finlandia. Monti ha raggiunto Bruxelles già  ieri sera per preparare il delicato Eurogruppo di oggi. La preoccupazione è tanta, a Palazzo Chigi.
«Ma quello di giugno è un accordo siglato e scritto – si fa notare – . Nessuno lo può mettere in discussione. Se qualcuno lo vorrà  fare, significherebbe compromettere la stabilizzazione dei mercati della Ue».
Il sospetto è che, se dovessero insistere nel frenare, Olanda e Finlandia puntino in realtà  a creare le condizioni per uscire loro dall’eurozona. Ma ovviamente si tratta di una pura ipotesi.
Sullo sfondo di queste inquietudini, è stato lungo e fruttuoso il faccia a faccia avuto ieri mattina da Monti, nei giardini dell’hotel di Aix, con il ministro delle Finanze francese Serge Moscovici.
I due «ministri» economici hanno concordato – come avvenuto al Consiglio europeo nel gioco di sponda con Hollande – una strategia comune per affrontare l’offensiva dei paesi «ostili» del Nord Europa.
Con Moscovici l’intesa è piena sulla necessità  di contenere il debito ma anche di costruire meccanismi efficaci per difendere l’euro nel breve periodo.
Ancora una volta, oggi pomeriggio, sarà  decisivo superare le perplessità  tornate ad affiorare
nella cancelleria tedesca.
Monti una stoccata l’ha lanciata anche sotto i riflettori del Circolo degli economisti che lo hanno applaudito e ricevuto con tutti gli onori in Francia. Sarà  importante che «la Germania non si leghi a un senso dell’immediato, ma che lavori sul lungo termine».
Che ragioni in grande, insomma.
C’è un’Europa da costruire, al di là  dei timori del momento, una governance da rendere più credibile.
«Ce lo chiede l’Asia, l’America: l’alternativa è trasformare l’Unione in una creditocracy».
Non c’è tempo da perdere, ripeterà  oggi a Bruxelles il Professore.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)

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SU RAI, CORRUZIONE E LEGGE ELETTORALE IL PDL SI METTE DI TRAVERSO PER GLI INTERESSI DEL CAVALIERE

Luglio 9th, 2012 Riccardo Fucile

SETTIMANA CALDA PER IL PDL: SUL VOTO A TARANTOLA PESA IL TIMORE CHE UNA RAI PIU’ EFFICIENTE DANNEGGI MEDIASET… SULLA LEGGE ELETTORALE BERLUSCONI PUNTA SUL PROPORZIONALE

Prima la Rai. Poi, a metà  settimana, la legge elettorale. Ma contemporaneamente si riapriranno anche le partite del ddl corruzione in commissione Giustizia al Senato e quella sulla responsabilità  civile dei magistrati.
Tante questioni, in apparenza lontane sideralmente l’una dall’altra, che hanno, invece, un comune denominatore: il Pdl che si mette di traverso.
Ostacolando tutto quello che, in questo momento, non conviene in alcun modo smovere.
In attesa di tempi migliori? Macchè.
Sono tutti punti “sensibili” per Silvio Berlusconi. E l’ordine di scuderia, per quanto in un partito che è ormai “polvere di stelle”, è quello di difendere le roccaforti di potere. Fino a quando sarà  possibile farlo.
La prima è senza dubbio la Rai.
Martedì mattina, la Vigilanza è chiamata a nominare Anna Maria Tarantola nuovo presidente della tv pubblica con i due terzi dei voti. Ma la necessità  di cambiare i poteri di governance del presidente, come già  annunciato dal consigliere del Tesoro, Marco Pinto, in modo da rendere il resto del cda un organismo di pura consultazione, ha fatto infuriare il Pdl.
Che medita uno strappo molto forte, quello di non dare i voti alla Tarantola in modo da far nominare il consigliere anziano Guglielmo Rositani presidente.
E continuare a gestire lo status quo.
Una minaccia a cui il Pd ha risposto in modo netto con Paolo Gentiloni: “Nel caso si verificasse una pazzia del genere, noi chiederemo l’immediato commissariamento dell’azienda”.
Uno scenario da scontro all’ultimo sangue tra Pdl e governo — tutt’altro che remoto — che trova radici su un unico punto, la difesa ad oltranza di Mediaset da parte delle truppe cammellate di Silvio. Già .
Perchè se la Rai, paradossalmente, ricominciasse a funzionare, insomma tornasse sul mercato, per la tv berlusconiana, già  gravata da debiti per mille e seicento milioni di euro, sarebbe il tramonto definitivo.
Figurarsi, dunque, se Berlusconi non tenterà  il tutto per tutto per impedire che la Rai torni a comportarsi da azienda contendendo in modo diretto gli introiti del mercato pubblicitario che oggi, com’è noto, sono tutti a favore di Mediset.
Lo scontro si annuncia acceso. Mentre cresce in parlamento il dibattito sulla legge elettorale.
Il Pd ieri ha ulteriormente accelerato.”Il tempo è scaduto — ha detto il presidente del senatori democratici Anna Finocchiaro — basta chiacchiere, subito si vada in Parlamento. Non si può fallire sulla legge elettorale come è avvenuto con le riforme costituzionali. Se non si arriverà  ad una bozza di massima accordo entro metà  settimana, i democratici chiederanno alle Camere di mettere in calendario per la discussione in aula la loro proposta, ovvero il doppio turno”.
E l’Assemblea nazionale del Pd, convocata per sabato 14, potrebbe essere un’occasione per discutere anche di questo.
Nel Pdl si dicono “pronti al confronto”, come ha detto Maurizio Gasparri, ma come sempre nel partito berlusconiano quello che viene detto è il contrario della realtà .
L’obiettivo del Cavaliere è tornare in Parlamento con un suo — seppur ridotto — ma fedelissimo gruppo di parlamentari.
Fino a dirsi disponibile a sostenere un nuovo governo di unità  nazionale. Anche se guidato da un esponente del Pd.
E’ vero, ha ammesso il Cavaliere nell’ultima riunione a palazzo Grazioli, che c’è “una certa stanchezza del nostro elettorato, ma è normale e alla fine, in mancanza di leadership alternative, io posso sempre dare un contributo”.
Sondaggi alla mano, nei recentissimi test fatti fare dall’ex premier, il suo personalissimo contributo viene quotato sopra il dieci per cento.
Una percentuale bassa se si considerano le fortune del Pdl nelle ultime tre consultazioni elettorali, ma che rappresenta una quota rilevantissima.
Soprattutto perchè, da solo, Berlusconi è in grado rendere impossibile qualunque ricomposizione al centro.
Per questo resta alla finestra aspettando che la legislatura arrivi ad un punto di non ritorno che salvi non tanto il governo Monti, ma che riduca le possibilità  di nuove aggregazioni che, partendo magari dal Pdl, tentino di escluderlo.
Il disegno del Cavaliere, a sentire le voci che arrivano da via dell’Umiltà , è abbastanza chiaro; aspettare l’autunno e le elezioni in Sicilia di ottobre dove verrà  proposta l’intesa Pd-Udc.
Se l’esperimento di Bersani e Casini non dovesse avere un chiaro successo, Berlusconi è convinto di poterla spuntare per una legge elettorale proporzionale con sbarramento e senza premi rilevanti.
In pratica, una legge elettorale che può produrre un unico risultato: la grande coalizione, casomai guidata ancora da Monti, come ieri ha auspicato persino Gianfranco Fini in una lunga intervista.
Insomma, anche la legge elettorale infiamma il dibattito, ma non sembra vicina al traguardo. Anzi.
Mentre, a partire proprio da questa mattina, cominceranno ad essere incardinati alla Camera e al Senato i voti per la conversione in legge di ben 23 decreti (13 alla Camera e 10 al Senato, destinati comunque a fare staffetta), si riaprirà  martedì in commissione giustizia del Senato la discussione sul ddl corruzione.
La Severino è fiduciosa di poter portare a casa la legge prima della pausa estiva, ma questo sarà  possibile solo attraverso un voto di fiducia. Che nel governo, in questo momento, nessuno auspica.
La spending rewiev accende i toni dello scontro e il consiglio dei ministri dovrà  fare il punto, sempre in settimana, su un ddl Sviluppo pieno di incognite.
In pratica, un percorso davvero difficile per il governo da qui alla fine del mese. E dove si innesterà  anche un’altra — ennesima — spina nel fianco; la responsabilità  civile dei magistrati.
L’impietoso calendario del Senato potrebbe metterla in votazione nelle prossime due settimane o, addirittura, la prima di agosto, su pressione sempre del Pdl.
Che farà  di tutto per portare a casa almeno un risultato prima della pausa estiva.
A meno che sulla Rai non tracimi tutto molto prima. Il Pdl in trincea non sembra intenzionato a fare prigionieri

Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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CAOS GRECIA, AMMALATI SENZA CIBO IN OSPEDALE AD ATENE

Luglio 9th, 2012 Riccardo Fucile

DA MARZO NEL NOSOCOMIO ELPIS NON VENGONO PIU’ FORNITI COLAZIONE, PRANZO E CENA AI RICOVERATI… I FORNITORI ASPETTANO GLI ARRETRATI DA ALMENO UN ANNO

Emergenza umanitaria in Grecia? Poco ci manca.
Insieme con l’ospedale Elpis inizia a svanire la speranza per il salvataggio di un comparto delicatissimo come la salute.
Dopo il caso dei malati di cancro costretti a pagare le cure chemioterapiche di tasca propria, per via delle casse dello stato drammaticamente vuote e dopo le lunghissime file di pazienti a cui le farmacie non potevano dare medicinali (in quanto in credito con lo stato per svariati milioni di euro) nella Grecia tecnicamente fallita il nosocomio Elpis non può più garantire i pasti ai propri ricoverati: le ditte fornitrici devono ancora ricevere i pagamenti relativi al 2011.
Un dato sconcertante che si aggiunge ad una criticità  oggettiva sostanziale come quella dei materiali sanitari stessi che scarseggiano nelle strutture del paese.
Alcune hanno chiesto in prestito addirittura le lenzuola ad altri ospedali.
Nello specifico, l’Elpis dallo scorso mese di marzo non provvede a colazioni, pranzi e cene per i propri pazienti.
E a questo punto rischia di non poter disporre neanche di alimenti basilari come l’olio d’oliva, la pasta e il semplice pane tostato.
Dal Dipartimento di Nutrizione fanno sapere che le ditte fornitrici hanno lanciato un vero e proprio ultimatum: nessun nuovo ordine di alimenti se prima non verranno onorate le fatture dello scorso anno.
Inoltre non sarà  neanche possibile provvedere a soddisfare quei pazienti che devono seguire diete specifiche, per particolari patologie o perchè in regime post operatorio, a cui neanche i parenti potrebbero far fronte, vista la peculiarità  dei soggetti e delle relative esigenze.
Un panorama che non potrà  che aggravarsi, considerata da un lato la non disponibilità  della troika ad andare oltre uno sconto temporale (la ventilata concessione di spalmare l’impegno greco nel prossimo biennio, osteggiata dalla Finlandia) e l’allarmante crollo delle entrate per lo Stato.
Infatti, a seguito delle misure proposte da Fmi, Ue e Bce, tra nuove tasse, (i cosiddetti karadzi), controlli anti evasione e lotta agli sprechi, il flop è stato nell’ordine del 70%. Ovvero su cento euro preventivati che l’erario ellenico avrebbe dovuto ricavare da queste prime iniziative legate al memorandum, ne sono entrati solo trenta.
Significa che andrebbero riformati soprattutto quei dipartimenti fiscali che semplicemente non hanno accertato quante e quali tasse si sarebbero dovute pagare, specialmente nel settore privato.
Mentre invece dipendenti pubblici, pensionati e salariati hanno subito senza se e senza ma un taglio verticale delle proprie buste paga nell’ordine del 25%, con l’iva schizzata al 23% e la benzina verde a due euro al litro.
La stessa sanità , che sta offrendo esempi della levatura del nosocomio Elpis, è uno dei settori con le più grosse deficienze strutturali e materiali, dal momento che già  si tratta di un settore che da sempre è stato in crisi nel paese.
E che oggi, a maggior ragione dopo il memorandum, soffre tremendamente i minori trasferimenti economici da parte dello Stato.
Con un intero indotto, quello dei fornitori, che accusa un 50% di flessione; i pazienti che subiscono un servizio non adeguato, e il personale medico e paramedico in agitazione.
Inoltre fonti del ministero dell’Economia ellenico riferiscono che secondo la troika il “buco nero” delle mancate entrate ammonterebbe a due miliardi di euro, ragion per cui i rappresentanti europei in pianta stabile ad Atene avrebbero avanzato forti preoccupazioni su questi risultati negativi oltre che sulle mancate privatizzazioni. Ormai le urne sono chiuse e l’attuale premier Samaras, dopo il forfait a Bruxelles, suo e del ministro Rapanos sostituito da Stournaras (componente della speciale commissione che curò il passaggio dalla dracma all’euro) dovrebbe dar seguito alle promesse elettorali.
Ritardi ci sono nell’abolizione del Codice di libri e dischi (una specie di Siae), nella fusione o soppressione della autorità  doganali e fiscali annunciate ormai da tempo.
Il governo replica che verrà  istituita una task force per eliminare le esenzioni fiscali e i regimi speciali.
Ma serve fare presto e farlo bene. E soprattutto portare risultati accettabile al prossimo Eurogruppo.
Sempre sperando che premier e ministro preposto riescano ad essere presenti.
Mentre per settembre già  si prepara una nuova ventata di scioperi e manifestazioni anti memorandum e antigoverno.

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SPENDING REVIEW, SONDAGGIO MANNHEIMER: SETTE ITALIANI SU DIECI FAVOREVOLI, CONTRARIO SOLO IL 20%

Luglio 8th, 2012 Riccardo Fucile

IL 56% DEGLI ITALIANI RINUNCEREBBE A QUALCHE SERVIZIO PUR DI AVERE MENO TASSA…CONTRARIETA’ SOLO AI PREVISTI TAGLI NELLA SANITA’

La maggioranza degli italiani ritiene giusto effettuare i tagli alla spesa pubblica previsti in questi giorni dal governo e dichiara di condividerli.
Seppure con molti distinguo in relazione ai tempi di attuazione degli stessi e, specialmente, ai settori della pubblica amministrazione che vengono colpiti.
A un primo quesito di carattere generale sull’opportunità  dei tagli, il 34% dei cittadini si dichiara decisamente favorevole, a fronte di circa un italiano su cinque (20%) che si oppone nettamente.
La posizione della maggioranza relativa ( altra fetta del 42% di favorevoli con distinguo) mostra però che la pubblica opinione si è un po’ spaventata per la portata dei provvedimenti proposti: pur reputando opportuno diminuire la spesa pubblica, questa porzione di cittadini obietta infatti che gli interventi andrebbero fatti con «più gradualità ».
Appaiono generalmente più favorevoli alle misure proposte i liberi professionisti e i lavoratori autonomi, mentre, come era prevedibile, si rivelano più scettici gli insegnanti, anche perchè, forse, si sentono toccati più da vicino dalle misure in discussione, considerato che la maggior parte dei dipendenti pubblici appartiene al mondo della scuola.
Dal punto di vista dell’orientamento politico, risultano in linea di principio più convinti dell’opportunità  dei tagli gli elettori del Pd, mentre quelli del centrodestra appaiono più perplessi.
La più decisa contrarietà  si registra tra i votanti per i partiti dell’estrema sinistra.
Approfondendo l’analisi, emergono opinioni fortemente differenziate a seconda dell’ambito in cui vanno a cadere i tagli proposti.
Da un lato, la decurtazione delle spese ai ministeri risulta essere il provvedimento più condiviso: lo approvano senza riserve quasi due terzi degli italiani e solo meno del 10% esprime al riguardo un giudizio negativo.
Questo dipende dal fatto che i ministeri vengono visti come l’espressione del potere e della burocrazia «romana», spesso oggetto della critica e del risentimento dei cittadini.
Anche i tagli alle spese per la Difesa vengono visti con favore dalla maggioranza relativa degli elettori, in misura però decisamente più contenuta (45%): aumenta in questo caso la quota di chi suggerisce una maggiore gradualità  e anche quella di chi si oppone decisamente (17%). Un livello di consenso ancora inferiore viene manifestato riguardo alla diminuzione del numero dei tribunali e, specialmente, alla limitazione del numero dei dipendenti pubblici: in questo caso il tasso di approvazione scende al 34% e quello di contrarietà  sale al 24%. Riguardo alla razionalizzazione della spesa sanitaria, viceversa, si registra una netta opposizione della maggioranza (il 58% degli italiani, specialmente i più giovani) e un consenso di poco superiore a un decimo della popolazione (13%).
L’evocazione di un bene prioritario come la salute comporta un timore per la qualità  delle prestazioni.
Probabilmente la necessità  di interventi in questo settore – alcuni, come la chiusura degli ospedali più piccoli, spesso essenziali (lo ha spiegato anche il professor Umberto Veronesi sul Corriere di venerdì) – andrebbe quindi comunicata in modo più esteso e convincente.
Al di là  dello specifico – e delicato – settore della sanità , gli italiani appaiono comunque tendenzialmente persuasi della necessità  dei tagli, anche se, come sempre, gli intervistati esprimono maggiori perplessità  quando si parla del settore cui appartengono o cui sono vicini.
E sottolineano in ogni caso la necessità  di mantenere inalterato il livello dei servizi offerti dalla pubblica amministrazione.
Di fronte all’aggravarsi della crisi, però, si diffonde la disponibilità  a rinunciare anche a parte di questi ultimi, pur di non accrescere la pressione fiscale, rappresentata, ad esempio, dalla minaccia dell’aumento dell’Iva in autunno.
Alla classica (e, com’è talvolta necessario nei sondaggi, inevitabilmente semplificatoria e drastica) domanda se sia meglio pagare più tasse e ottenere più servizi o, viceversa, ridurre il carico fiscale anche a costo di una riduzione di questi ultimi, per la prima volta da molti anni la maggioranza degli italiani aderisce alla seconda ipotesi.
La pressione fiscale è diventata talmente elevata (e, per alcuni, non più sostenibile) da portare la gran parte dei cittadini a rinunciare a qualcosa, pur di non dovere subire ancora più tasse.

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