Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile
MOLTE COMPETENZE SARANNO CENTRALIZZATE PER RISPARMIARE… PREVISTO UN TAGLIO DEL 20%, MOLTE SEDI SARANNO ACCORPATE
Uno spettro si aggira per i corridoi ministeriali. Si chiama Enrico Bondi.
La sua indicazione, prontamente recepita dal premier, che ha già dato l’esempio alla presidenza del Consiglio e al ministero dell’Economia, di sfoltire del 20% i ranghi dei dirigenti e del 10% quella dei funzionari, fa tremare molti.
I duecento prefetti del ministero dell’Interno, ad esempio, classico esempio di ossequenti alti dirigenti dello Stato, colonna dorsale del Viminale, osservano sgomenti le mosse del governo e attendono trepidanti l’appuntamento di lunedì quando il governo incontrerà i sindacati per illustrare le sue decisioni in merito alla «spending review».
Un taglio del 20% sulla pianta organica dei prefetti significherebbe fare a meno di quaranta di loro.
Il che non significherà un brutale licenziamento, anche perchè la pianta organica non è proprio al completo, ma una qualche forma di esodo «dolce».
E poi va considerato che ci sono un’altra quarantina di poltrone che ballano in quanto le prefetture minori potrebbero fare una brutta fine subito dopo gli accorpamenti tra province.
Certo è che le dichiarazioni della vigilia non sono le più incoraggianti. «I sindacati – dice infatti il ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi – li vedremo lunedì e bisogna vedere anche quali saranno le misure che andremo ad adottare; ora siamo veramente in una fase finale in cui stiamo mettendo a punto gli strumenti. Nell’agenda del governo c’è l’obiettivo di razionalizzare il settore pubblico: questo comporta la migliore allocazione delle risorse, se poi ci saranno eccedenze di personale, ci sono già gli strumenti per gestirle e non in maniera traumatica».
Lo strumento a cui il ministro fa riferimento è la «mobilità » territoriale, che significa doversi trasferire da una sede all’altra.
Da una città all’altra.
La paura maggiore dei sindacati, però, si chiama «Aspi», è un assegno pari all’80% dello stipendio previsto dalla riforma Fornero, vale due anni, e finisce con un licenziamento se il pubblico dipendente nel frattempo non trova un’altra ricollocazione nell’ambito della Pubblica amministrazione.
«Ma è inutile fare discorsi prima di vedere cosa succede», conclude Patroni Griffi.
Inutile? I sindacati che tutelano i dipendenti pubblici stanno con il fiato sospeso.
Per restare al ministero dell’Interno, le diverse sigle hanno deciso concordemente di rinviare un’assemblea pubblica che si sarebbe dovuta tenere al cinema Capranichetta di Roma proprio aspettando gli eventi di lunedì.
Nel frattempo girano voci di corridoio sempre più preoccupate. Si parla di gravi problemi di cassa dello Stato.
Di un «tesoretto» da 7 miliardi che invece è disponibile nelle casse dell’Inps e che il governo vorrebbe utilizzare per risparmiarsi qualche uscita.
La partita del taglio al vertice s’incrocia però con una razionalizzazione generale del ministero dell’Interno.
C’è un piano di risparmi da 200 milioni.
Prevede una distinzione tra prefetture-madri e prefetture-figlie.
Nelle prime, circa trenta, ovviamente quelle che si trovano nei capoluoghi di regione più qualcuna altra particolarmente significativa, si vorrebbero accorpare e verticalizzare molte funzioni (ufficio personale, cittadinanza, amministrazione, ufficio acquisti) che ora sono sparpagliate orizzontalmente tra tutte.
Le restanti settantacinque prefetture-figlie sarebbero snellite vigorosamente e orientate al ruolo di coordinamento per la sicurezza pubblica, le calamità naturali, e la vigilanza sugli enti locali.
Va da sè che questo terremoto comporterà un taglio netto anche di scrivanie.
Ne scompariranno molte dalle 75 prefetture-figlie, solo in parte compensate dall’accrescimento delle 30 prefetture-madri.
Francesco Grignetti
(da “La Repubblica”)
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Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile
IL 17% DEGLI ITALIANI DICE DI AVER RICEVUTO UN’OFFERTA O UNA RICHIESTA DI MAZZETTE… LA LEGGE PER CONTRASTARLE ARRANCA
Se la legge contro i corrotti arranca da ventotto mesi in Parlamento fra distinguo e mal di
pancia travestiti da ansie garantiste, la corruzione avanza invece senza flessioni. Non lo dicono soltanto gli organismi internazionali, che nelle classifiche della vergogna ci hanno relegati dietro Paesi del Terzo mondo.
Lo ricorda a ogni occasione anche la Corte dei conti.
Ieri, per bocca del procuratore generale Salvatore Nottola, ci ha sbattuto in faccia questo dato: 40%. È la «lievitazione straordinaria che colpisce i costi delle grandi opere» a causa della corruzione.
Tradotto, per un lavoro pubblico che dovrebbe costare 50 milioni ne paghiamo in realtà 70.
Venti milioni se ne vanno mediamente in mazzette.
Un dato impressionante, che fa ben capire perchè, ormai da anni, la Corte dei conti indica in 60 miliardi di euro il peso che ogni anno il malaffare fa gravare sui contribuenti.
Una somma che potrebbe quasi bastare a coprire gli interessi sul nostro mostruoso debito pubblico, e che rappresenta la metà dell’intero fatturato della corruzione nell’Unione Europea.
La relazione della Commissione di Bruxelles al Parlamento europeo ha stimato giusto un anno fa in 120 miliardi di euro le dimensioni continentali della piaga.
Si tratta dell’1% del Prodotto interno lordo dell’Ue, contro poco meno del 4% in Italia.
Ma a preoccupare maggiormente la Corte dei conti, che nella memoria del procuratore al giudizio sul rendiconto generale dello Stato dedica un lungo capitolo curato da Alessandra Pomponio, è il fatto che questo andazzo indecente non accenna ad attenuarsi.
Da brivido sono le conclusioni a cui giunge, parlando dell’Italia, il rapporto stilato dal Greco (Group of states against corruption) lo scorso anno: «La corruzione è profondamente radicata in diverse aree della pubblica amministrazione, nella società civile, così come nel settore privato. Il pagamento di tangenti sembra pratica comune per ottenere licenze e permessi, contratti pubblici, finanziamenti, per superare gli esami universitari, esercitare la professione medica, stringere accordi nel settore calcistico».
Conclusione: «La corruzione in Italia è un fenomeno pervasivo e sistemico che influenza la società nel suo complesso».
Quanto alle forme che assume, sono le più varie. Anche le consulenze della pubblica amministrazione.
Un fenomeno, dice la Corte dei conti, «sempre rilevante e inquietante nonostante gli interventi normativi tesi a ridurlo» che «spesso nasconde fattispecie di elusione delle norme di riduzione del personale» quando non «ipotesi più gravi e inaccettabili quali la concessione di favori o addirittura illecite dazioni»
In una delibera del settembre 2011 sul disegno di legge anticorruzione che era appena passato dal Senato alla Camera, i giudici contabili presieduti da Luigi Giampaolino rimarcavano come nel 2010 le quattro sezioni d’appello della Corte dei conti avessero confermato 47 sentenze per danno erariale condannando 90 dipendenti pubblici a risarcire l’Erario per 32,2 milioni.
Precisando che ventisei di tali sentenze, oltre metà del totale, hanno riguardato reati di corruzione e concussione: il doppio rispetto al peculato e alla appropriazione indebita.
Il tutto, nella più completa indifferenza.
Il primo rapporto del Greco sull’Italia, nel 2009, rivolgeva ben 22 raccomandazioni al nostro governo, cominciando proprio da una normativa per prevenire e colpire con durezza corruzione e concussione.
Salvo rilevare, in un successivo rapporto del maggio 2011, che quelle «raccomandazioni» erano cadute pressochè nel vuoto.
Il disegno di legge contro la corruzione, presentato dal governo di Silvio Berlusconi il primo marzo del 2010, non aveva ancora superato il primo passaggio parlamentare.
Il rapporto della Corte dei conti ricorda i risultati micidiali di un sondaggio dell’Eurobarometro risalente al 2009, secondo cui «i cittadini italiani che avevano ricevuto la richiesta o l’offerta di una tangente negli ultimi mesi di riferimento erano pari al 17 per cento, quasi il doppio di una media europea del 9 per cento».
Per non parlare, insiste Alessandra Pomponio, di una rilevazione del Global corruption barometer che ha rivelato come fra il 2009 e il 2010 il 13 per cento degli italiani avesse ammesso il pagamento di tangenti per avere accesso a servizi pubblici. Ma anche per risolvere guai con il fisco, evitare problemi con le autorità , accelerare le procedure oppure ottenere da un ufficio pubblico una prestazione a cui aveva diritto. La media dei Paesi europei era del 5 per cento.
Non ci può dunque stupire se una organizzazione autorevole come Transparency International colloca l’Italia al posto numero 69, su 182 nazioni, nella classifica della corruzione percepita.
E che la posizione peggiori anno dopo anno.
Nel 2010 occupavamo la casella numero 67, mentre nel 2001 eravamo appena ventinovesimi: bei tempi.
Nottola rammenta che in base alle stime di Transparency International Italia, «ogni punto di discesa nella classifica di percezione della corruzione provoca la perdita del 16 per cento degli investimenti dall’estero».
Sarà un caso che il nostro Paese è in fondo anche a questa classifica europea?
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)
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Luglio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
PARTITO SULL’ORLO DEL SUICIDIO, ORMAI LA LEGA DIVENTA FILIALE DEL BERLUSCONISMO… MARONI PUNTA ALLA REGIONE LOMBARDIA PER ASSICURARSI UN DECENNIO DI POTERE… E BOSSI POTREBBE PUNTARE A UNA SCISSIONE
Muoia Bossi con tutti i filistei del nuovo corso leghista.
L’affascinante suicidio della Lega Nord, in corso ormai da mesi, è precipitato in uno psicodramma collettivo, con tanto di scena madre.
Proprio nel giorno dell’atteso congresso che doveva segnare la rinascita dal fango degli scandali.
Si doveva celebrare l’incoronazione di Bobo Maroni, con la benedizione di Bossi. Ma in tre minuti il Senatur ha fatto il presepe allestito dai maroniani e ha trasformato il Maroni day in un personale “Vaffa-day” ai successori, un addio amaro e polemico.
Due schiaffoni del fondatore hanno preceduto e seguito il discorso d’insediamento di Maroni, molto programmatico, piuttosto lungo, un po’ noioso.
Il vecchio leone invece ha dato spettacolo.
Nel primo intervento Bossi ha distribuito una serie di pesanti messaggi alla nuova reggenza leghista.
Un misto di accuse dirette e allusive, ironie sui moralizzatori con la scopa in mano, sospetti feroci di complotto ordito all’interno della Lega, perfino minacce di scissione («se non ci fosse più questa Lega, ci sarebbe un altro movimento»), i cui bersagli mai nominati ma evidentissimi erano Maroni e i suoi grandi elettori veneti, Zaia e Tosi. Tanto che Zaia è intervenuto per fermarlo, ricordando che il nuovo statuto è stato approvato all’unanimità .
E qui Bossi ha tirato il primo schiaffo: «Vado a vedere se mi avete imbrogliato».
Gli ha voltato le spalle e se n’è andato.
Dopo l’arringa di Maroni, il Senatur è tornato sul palco per prendersi l’ultima parola e raccontare la famosa storia delle due madri davanti al re Salomone.
Metafora chiarissima, dove la madre buona (Bossi), pur di salvare la vita del bambino conteso (la Lega), lo cede alla madre usurpatrice (Maroni).
Due belle mazzate, non c’è che dire.
Ora, il passaggio di consegne fra Bossi e Maroni sarebbe stato arduo anche con alle spalle un partito unito e solidale, ma così diventa un suicidio politico.
Perchè la Lega è stato il più personale dei partiti, il più dipendente dalla figura del capo e fondatore, dal quale discendeva la stessa identità del movimento.
Più delle idee, dei progetti e dei sogni, più del federalismo e della secessione, del mito Padania e di «Roma ladrona», la Lega è stata per vent’anni l’immagine riflessa di Umberto Bossi.
Un uomo delle valli con una canottiera azzurra, il sigaro appeso al sorriso strafottente, e sullo sfondo le villone di Berlusconi e i palazzi del potere.
Prima di ieri, era problematico sostituire questa immagine rozza e potente con quella di un avvocato della Varese bene, simpaticamente innocuo, con l’hobby del sax e una collezione di vezzosi occhialini colorati.
Ma dopo la maledizione del fondatore, diventa impossibile
Nella migliore delle ipotesi, la Lega di Maroni può provare a blindarsi nelle roccaforti locali, diventando una filiale provinciale del berlusconismo.
Sembra più o meno questo il progetto del nuovo direttorio composto da Maroni, Zaia, Tosi e Salvini. Se Berlusconi accetta di mollare Formigoni, nella primavera prossima Bobo Maroni si candiderà alla successione del governatore in Lombardia per il centrodestra.
L’elezione non è affatto scontata, ma la Lega punta sul solito masochismo del centrosinistra e sull’aiuto esterno di Grillo, che potrebbe abbassare di molto la quota necessaria per vincere.
Con il governo delle regioni dove si producono due terzi del Pil nazionale, la Lega di Maroni potrebbe quindi garantirsi un altro decennio di potere.
Niente più sogni di gloria e miraggi rivoluzionari, s’intende, ma ancora posti, soldi, poltrone importanti, sia pure nella ridotta, ma comoda dimensione di un partito «catalano».
Stare al governo in Lombardia e in Veneto, ma all’opposizione a Roma, sarebbe la condizione ideale per proseguire anche nella stagione maroniana il gioco fortunato della Lega di lotta e di governo, un piede dentro e uno fuori le istituzioni. Il punto debole di questo progetto è che si fonda sull’alleanza con Berlusconi, al quale della sopravvivenza della Lega e perfino del Pdl, non frega nulla.
A Berlusconi interessa non far fallire le proprie aziende e quindi stare al governo, con chiunque
Nella peggiore delle ipotesi, la nuova Lega rischia di implodere in una guerra per bande locali e di consegnare altre quote di voti a Beppe Grillo, fino alla completa estinzione.
I segnali ci sono già . La minaccia di Bossi di fondare un nuovo movimento non è affatto campata in aria.
Il Senatur tiene famiglia, com’è noto, e controlla ancora un pezzo del movimento.
Se i successori non gli daranno una quota di nomine, lui ha chiesto il 20 per cento, è pronto a chiamare le truppe alla rivolta.
Nel caos dei prossimi mesi, è difficile prevedere come e dove andrà a finire la Lega. Conta anche la sorte e Maroni finora non è stato un principe fortunato.
Ha lanciato la candidatura alla vigilia di una tremenda batosta elettorale, si insedia nel fuoco delle polemiche.
Perfino il giorno del congresso, deciso da mesi, coincide con una giornata storta per la Lega, quella della finale di calcio, col Paese imbandierato di tricolori.
Curzio Maltese
(da “La Repubblica”)
Commento del ns. direttore
PROMEMORIA PER GLI ONOREVOLI DI FUTURO E LIBERTA’: E’ INTOLLERABILE CHE UNO STRISCIONE COME QUESTO NON VENGA RIMOSSO DALL’AUTORITA’ DI POLIZIA, COSTITUENDO VILIPENDIO ALLA NAZIONE… O CI PENSA MANGANELLI O QUALCHE FUNZIONARIO SI BECCA UNA DENUNCIA PER OMISSIONE DI ATTI D’UFFICIO
In quasiasi manifestazione pubblica se qualcuno srotolasse uno striscione con l’indicazione di uno Stato straniero accompagnato dalla parola “Merda”, gli autori verrebbero immediatamente fermati, identificati e denunciati per vilipendio di Stato estero.
Solo in Italia, al congresso di un partito rappresentato in Parlamento e che usufruisce del contributo pubblico degli Italiani, viene permesso di veicolare il messaggio “Italia merda” senza che nessun funzionario dello Stato intervenga per sequestrare l’oggetto di un reato e denunciare i responsabili.
Siamo all’assurdo che lo stesso neo-segretario della Lega, ex ministro degli Interni dello Stato italiano, lo veda e non ne ordini la rimozione, diventando correo morale nel reato.
E’ tempo che si ponga fine a queste manifestazioni di cialtronismo: o ci pensa Manganelli sussurrando il consiglio all’orecchio vellutato della Votino in fase preventiva o i funzionari di Stato presenti vengano denunciati per omissione di atti d’ufficio e il questore rimosso.
Questo chiediamo ai parlamentari di Futuro è Libertà , prima che qualcuno alla prossima occasione si incazzi e provveda da solo.
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Luglio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
IN TRE ANNI SALTERANNO 100.000 DIPENDENTI, 10.000 ENTRO IL 2012… I PROVVEDIMENTI ALLO STUDIO PER IL PUBBLICO IMPIEGO
Saranno qualcosa meno di diecimila entro l’anno e 80-90 mila entro il 2014. 
In totale, nell’arco di tre anni, la cura dimagrante per il popolo del pubblico impiego (circa tre milioni e mezzo di lavoratori) sarà di 100 mila dipendenti.
In parte accompagnati verso la pensione con il ricorso alla mobilità o con una proroga della riforma Fornero (ancora da decidere) e la gran massa dovuta al riassetto organizzativo e al contestuale blocco del turn over.
Per i dirigenti di prima e seconda fascia il taglio sarà più forte, del 20%.
Nessuna abolizione anche parziale della tredicesima e per quanto riguarda i buoni pasto verranno tutti ricondotti alla cifra «storica» di 7 euro.
Questo è lo schema a cui fino a tarda sera di ieri, eccetto la pausa per la partita Italia-Spagna, stavano lavorando i tecnici di Palazzo Vidoni sede del ministero della Funzione Pubblica.
Oggi le varie soluzioni escogitate dagli uomini del ministro Filippo Patroni Griffi verranno analizzate dagli economisti del Tesoro e della Ragioneria generale dello Stato.
Poi domani l’incontro con i sindacati e nei giorni successivi la messa a punto del decreto sulla spending review che conterrà anche altre innovazioni.
Come la riduzione del 50% delle auto blu, il tetto di tre persone nei consigli di amministrazione nelle società controllate da Stato ed enti locali ma non quotate, l’obbligatorietà della fruizione delle ferie per i dipendenti pubblici (dirigenti compresi) senza la possibilità di compensi sostitutivi, la stretta sulle consulenze introducendo la proibizione di assegnazione di incarichi ad ex dipendenti.
La cifra magica è quella della riduzione del 10% per i dipendenti ministeriali (circa 180 mila) in virtù di quanto deliberato dal governo come esempio da seguire lo scorso 15 di giugno quando ha stabilito lo snellimento della pianta organica della presidenza del Consiglio e del ministero dell’Economia.
«Noi dobbiamo essere come la moglie di Cesare – ebbe a dire il viceministro del Tesoro Vittorio Grilli – al di sopra di ogni sospetto».
Insomma se vuoi che gli altri seguano, devi dare il buon esempio. Vedremo tra oggi e domani in che modo gli altri ministeri hanno seguito in base al loro impegno di presentare entro il mese un progetto di snellimento.
Lo schema di accompagnamento verso l’uscita per i dipendenti anziani dovrebbe essere il seguente: due anni di mobilità all’80% dello stipendio con alcune procedure che scattano qualora si verifichi la situazione da «esodato».
Per esempio, chi matura i requisiti entro il 2014 dovrebbe far valere le regole più favorevoli antecedenti la riforma Fornero.
Per lo Stato si tratterebbe di un anticipo di alcuni anni compensato però dal rinvio della liquidazione che verrebbe erogata solo al compimento dei 66 anni
Dopo la pubblicazione del rapporto Irpa (l’Istituto di ricerche sulla pubblica amministrazione fondato nel 2004 da Sabino Cassese) in cui venivano evidenziati tutti gli sprechi e gli extra costi derivanti dal cosiddetto «capitalismo municipale», cioè quelle migliaia di società controllate dagli enti locali e serbatoi di poltrone per politici trombati, anche l’Upi ha fatto la sua proposta. L’Unione delle province italiane (per altro in odore di tagli e forti accorpamenti) ha segnalato al governo una sorta di «autoriforma» che «garantirà allo Stato 5 miliardi di risparmi» derivanti dalla riduzione delle Province, l’istituzione delle città metropolitane e la riorganizzazione degli uffici territoriali dello Stato».
L’Upi ha calcolato che sono ben 3.127 le società , i consorzi ed enti vari – «buona parte delle quali create dal nulla solo per spartire poltrone e gestire potere» – che costano 7 miliardi di euro l’anno 2 dei quali per i consigli di amministrazione.
Roberto Bagnoli
(da “il Corriere della Sera“)
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Luglio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
BERSANI INVITA A TRATTARE CON LE PARTI SOCIALI… GIOVEDI IL CONSIGLIO DEI MINISTRI PER APPROVARE I RISPARMI… MA LE MISURE DIPENDERANNO ANCHE DALL’ANDAMENTO DELLO SPREAD
Pier Luigi Bersani, la scorsa settimana, lo ha detto chiaro e tondo a Monti.
In colloquio riservato a palazzo Chigi Bersani ha piantato un paletto sulla spending review: «Presidente, ti sconsiglio di fare il Consiglio dei ministri lunedì. Non daresti il tempo ai sindacati di approfondire la materia. E se hai in mente tagli lineari, non concordati con le parti sociali, noi stavolta non ti possiamo coprire».
Un analogo altolà è arrivato dal Pdl. Tanto che Fabrizio Cicchitto, premesso che «non sappiano nulla oltre quello che leggiamo sui giornali», mette in guardia il governo dal procedere con un colpo di mano: «Se pensano di arrivare in Parlamento con un pacchetto blindato e poi cavarsela con la fiducia, stavolta ballano davvero».
Il problema è che i partiti ormai sono in campagna elettorale.
E la scure del governo sul Welfare, la Sanità e il pubblico impiego rischia di essere un costo troppo grande da pagare in vista del voto.
Specie se sono vere le anticipazioni della vigilia.
Oggi “Mr. Forbici”, il consulente Enrico Bondi, consegnerà a Monti un pacchetto di tagli compreso tra i 9 e gli 11 miliardi.
E l’obiettivo del premier, per coprire le spese del terremoto, gli esodati e, soprattutto, evitare l’aumento dell’Iva a ottobre, è di arrivare almeno a 9.
Anche per costituire un margine di sicurezza nel caso i partiti e i sindacati si facessero troppo aggressivi nel percorso parlamentare dopo l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri.
Nel governo c’è consapevolezza che «sarà dura», i partiti sono in tensione.
E c’è anche fibrillazione nell’esecutivo con i ministri più colpiti – Salute, Esteri, Difesa, Giustizia – pronti ad alzare le barricate. Tanto che ieri, scherzando, a palazzo Chigi speravano nello stellone di Prandelli: «Se vince l’Italia per una settimana possiamo fare passare qualsiasi cosa».
Quello che a molti nel governo non va giù è il fatto che la stretta finale venga decisa, come al solito, nelle chiuse stanze di via XX Settembre.
Dal viceministro Vittorio Grilli e dal capo gabinetto dell’Economia, Vincenzo Fortunato.
Lo ha confessato lo stesso Piero Giarda, autore di un corposo rapporto sulla spending review, a un capogruppo di maggioranza che nei giorni scorsi gli chiedeva qualche dettaglio sui tagli: «E lo chiedi a me?
Noi ministri siamo ancora all’oscuro come voi».
Per superare le resistenze interne alla squadra di governo, oggi Monti ha convocato a palazzo Chigi una sorta di Consiglio dei ministri informale.
Mentre domani ci sarà l’incontro decisivo, quello con i sindacati e gli imprenditori. Il premier ha deciso di tirare dritto, come sulla riforma delle pensioni: «Le parti sociali le informiamo, con loro non si tratta».
Quanto ai partiti, se sarà necessario Monti procederà a colloqui separati con i tre segretari di maggioranza.
Un vertice “ABC” non è stato ancora fissato in agenda, ma giocoforza dall’entourage del premier ammettono che sarà necessario quantomeno informare i leader delle misure in arrivo.
L’unico a sconsigliare Monti di procedere con queste consultazioni è stato Pier Ferdinando Casini.
«Se ci convochi – è stato il “suggerimento” del leader centrista al premier – ciascuno di noi sarà obbligato a chiederti qualcosa. E non potremo uscirne a mani vuote. Meglio se il governo si prende la responsabilità di decidere».
E comunque l’eventuale vertice di maggioranza verrebbe formalmente convocato per parlare del Consiglio europeo e della situazione economica alla luce dei risultati di Bruxelles.
Poi ovviamente ci sarebbe il confronto sulla spending review.
Il Consiglio dei ministri per l’approvazione del decreto probabilmente sarà convocato giovedì, dopo che Monti avrà riferito in Parlamento sul summit Ue.
Sempre che non slitti tutto alla prossima settimana. Il premier infatti ha fatto sapere di voler monitorare l’andamento dello spread che venerdì, sulla scia delle buone notizie arrivate da Bruxelles, si è abbassato di 50 punti.
È chiaro che se dovesse confermarsi il trend positivo ci sarebbe un forte riverbero sugli interessi che l’Italia paga sul debito pubblico.
Consentendo al governo di rivedere al ribasso l’importo dei tagli.
Ad ogni modo i ministri che lavorano sul dossier hanno già pronta la tattica per far approvare la manovra in tempi rapidi: «Minacceremo i parlamentari di lavorare tutto agosto, come si faceva ai tempi della Finanziaria. Alla fine il 22 dicembre veniva sempre chiusa per lo spauracchio degli onorevoli di perdersi le vacanze di Natale»
Francesco Bei e Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica”)
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Luglio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
SI AVVALEVANO DI DIPENDENTI ASSUNTI DA SOCIETA’ COMPIACENTI PER OTTENERE COMMESSE A PREZZI RIBASSATI… SOTTRATTI AL FISCO 23 MILIONI NELLA TERRA DEL SASSOFONISTA, POI DICONO DEL SUD
Utilizzavano centinaia di lavoratori, formalmente assunti da altre società compiacenti che non
pagavano nè contributi nè imposte, per adempiere alle commesse che si aggiudicavano in tutto il Nord Italia a prezzi molto competitivi.
Una maxi frode contributiva e fiscale è stata scoperta dagli uomini della guardia di finanza di Gallarate (Varese).
A seguito di una complessa indagine coordinata dalla Procura di Busto Arsizio (Varese), hanno denunciato 11 imprenditori, individuato oltre 1.400 lavoratori irregolari, scoperta un’evasione per 23 milioni di euro e sequestrato agli imprenditori responsabili della frode beni per oltre 4 milioni di euro, tra cui ville e yacht.
E questo non accade nel profondo Sud, ma nella patria di Maroni e Reguzzoni, per dare un colpo al cerchio (magico) e uno alla scopa.
Forse qualcuno farebbe bene a guardare a casa propria.
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Luglio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
DOPO LE FORTI PROTESTE, MATTEO RENZI RENDE OMAGGIO ANCHE A FRA’ CIONFOLI E “UCCELLI DI ROVO”, PILASTRI DELLA CULTURA RIFORMISTA… ACCORATA DIFESA DI RENZI: “NON E’ VERO CHE VOGLIO ROTTAMARE TUTTO, TERREI LA PUPA E IL SECCHIONE E CENTOVETRINE”
Grossi guai per Matteo Renzi, il simpatico rottamatore del Pd che si prepara a correre alle primarie del partito.
Dopo l’ultimo spettacolo tenuto alla stazione Leopolda di Firenze (tutto esaurito, ma molti biglietti omaggio), si è alzato dalla società civile un nutrito coro di critiche.
Ha cominciato il Sandra Mondaini Fan Club, con un attacco frontale pubblicato in rete.
“Renzi — si legge nel testo — ha citato come pilastri della sua formazione politica i Righeira e Mary Poppins, dimenticando colpevolmente uno dei suoi più importanti ispiratori. Sappia Renzi che svecchiare un partito come il Pd senza citare Sbirulino è molto grave e mina alle basi la sua credibilità ”.
Una nota di protesta è stata inviata al sindaco di Firenze anche dai Jalisse e da Cristina D’Avena: “Quale presunta modernità si tenta di incarnare se non si parte da Licia dolce Licia?”, scrive la songwriter emiliana.
Ma i colpi più duri all’impostazione culturale di Matteo Renzi arrivano senza dubbio dal mondo del cinema “Aò, voi rottamà er partito e nun me chiami?”, ha mandato a dire Alvaro Vitali, dicendo di parlare anche a nome degli eredi di Bombolo.
Lo staff di Matteo Renzi è subito corso ai ripari: “Esprimiamo grande stima — si legge in una nota — per tutto il meglio della cultura italiana che si è sentito escluso, ma avremo altri spettacoli del Matteo Renzi Demolition Tour e sicuramente tutti avranno il loro spazio”. Giorgio Gori, da molti considerato il guru di Renzi, si sta dannando l’anima per procurarsi i diritti di vecchi telefilm: “Presentandosi alle primarie con Mork e Mindy — dice — Renzi avrà sicuramente una marcia in più, mentre Rin Tin Tin aggiungerà peso politico”.
Già , è anche sulla proposta politica di Renzi che si addensa una bufera di polemiche.
“Dopo le dichiarazioni di grande stima per Marchionne e Fornero, Renzi rompa gli indugi e rivaluti la figura di Mario Scelba”, scrive l’Unione Monarchica.
Protesta di segno opposto da parte di alcuni intellettuali: “Con tutta ‘sta paccottiglia pop anni Ottanta, Renzi si accredita come il nuovo Veltroni, ma più scemo”.
Telegrafico come sempre Massimo D’Alema: “No, questo non è possibile”.
Alessandro Robecchi
(da “Il MisFatto”)
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Luglio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
PRONTA LA STANGATA SUGLI STATALI, MA E’ VIETATO TOCCARE I RICCHI ASSEGNI DELLA PREVIDENZA DEI SOLITI NOTI: MINISTRI, GENERALI E PAPAVERI DI STATO
Il governo, lo stesso che si appresta a sforbiciare la spesa pubblica con la
spending review e che ha varato la riforma della previdenza, ha detto no all’inserimento di un tetto alle pensioni d’oro.
Perchè? Di pensioni a 5 stelle tra i banchi dell’esecutivo ce ne sono diverse, basta leggere le indennità di diversi ministri e sottosegretari.
Un pacchetto di alti redditi che in parte aiutano a spiegare la reticenza con cui l’esecutivo ha affrontato finora il tema dei tetti agli assegni della previdenza pubblica.
La lista, del resto, chiama in causa addirittura il super-commissario ai risparmi, Enrico Bondi. Ma spicca anche un sottosegretario, Gianfranco Polillo, il sospettato numero uno del rinvio della norma.
Non è ancora chiaro, infatti, come sarà il provvedimento che il Consiglio dei ministri è chiamato a varare la spending review (10 miliardi di tagli quest’anno, il doppio nel 2013, per disinnescare la bomba dell’aumento dell’Iva previsto da Berlusconi).
E soprattutto non è chiaro se ci sarà o no un tetto massimo per le pensioni pagate dall’amministrazione pubblica che l’emendamento presentato dal deputato Pdl, Guido Crosetto, indicava in 6mila euro netti mensili.
Quell’emendamento è stato ritirato dopo le insistenti “pressioni” da parte del governo e degli stessi colleghi di Crosetto.
“Smuovi un campo troppo ampio” gli aveva detto in Commissione proprio Polillo.
Il sottosegretario sa bene di cosa parla perchè è titolare di una pensione di 9.541,13 euro netti al mese percepita dall’ottobre del 2006 dopo oltre 40 anni di servizio come funzionario della Camera.
A pensar male, ovviamente, si dovrebbe ritenere che è la propria pensione a indurre a smussare un provvedimento tutt’altro che simbolico (consentirebbe un risparmio di 2,3 miliardi solo per il pubblico, di 15 estendendolo anche al privato).
Ma questo presupporrebbe un’azione retroattiva del taglio che, a eccezione dei pensionati comuni (ai quali hanno bloccato l’adeguamento all’inflazione per gli assegni superiori ai 1.400 euro), come gli esodati, non si dà mai nella legislazione italiana.
Forse si tratta invece di una mera rappresentanza di un interesse “di casta”.
Se però si volesse capire chi potrebbe effettivamente essere beneficiato dal mancato tetto, ecco il nome di Elsa Fornero.
Il ministro del Lavoro che in pensione ancora non ci è andata ma che gode di una lunga carriera a cui aggiunge importanti consulenze e incarichi prestigiosi.
Nel 2010 ha dichiarato un reddito di 402mila euro lordi annui, per cui non è difficile prevedere per lei una pensione al limite della soglia-Crosetto.
Ma quanti altri “cloni” di queste figure potrebbero essere salvati?
Ancora altri esempi, magari proprio considerando l’estensione al privato: il ministro della Giustizia, Paola Severino, ha dichiarato nel 2011 oltre 7 milioni di euro.
Il suo collega allo Sviluppo Corrado Passera, oltre 3,5 milioni.
Per non parlare di Piero Gnudi, con una dichiarazione dei redditi da 1,7 milioni.
Legittimo attendersi che, quando andranno in pensione, saranno ben oltre il tetto.
Diamo ancora un’occhiata alle pensioni di chi è al governo.
Il ministro Anna Maria Cancellieri dal novembre 2009 è titolare di una pensione di 6.688,70 euro netti al mese.
È il frutto di una lunga carriera nell’amministrazione statale, con l’ingresso al ministero degli Interni nel 1972.
Il ministro della Difesa, Ammiraglio Giampaolo Di Paola, percepisce 314.522,64 euro di “pensione provvisoria”pari a circa 20mila euro mensili.
È pubblicata, inoltre, sul sito del governo quella del sottosegretario allo Sviluppo economico, Massimo Vari che percepisce 10.253,17 euro netti al mese, frutto di una lunga attività di magistrato fino a ricoprire la carica di vice-presidente emerito della Corte costituzionale.
Vari è in attesa di un’altra indennità per gli anni trascorsi alla Corte dei conti europea. C
osì come è pubblicata la pensione di Andrea Riccardi, 81.154 euro lordo annui (circa 4mila euro al mese) frutto del lavoro di docente universitario.
Impossibile da rintracciare nella dettagliatissima documentazione reddituale del presidente del Consiglio, invece, la pensione di cui è beneficiario dal novembre del 2003 pari a 3.330,11 euro netti mensili frutto dell’attività di docente universitario.
Poca cosa in confronto alle vere pensioni d’oro e poca cosa, soprattutto, rispetto al reddito superiore al milione di euro dichiarato da Mario Monti nel 2011.
Vale la pena di considerare, però, che quella pensione che è comunque tre volte una buona pensione di un lavoratore medio, è stata conseguita all’età di 60 anni, nonostante i tanti proclami sulla necessità di aumentare l’età pensionistica.
Ma il caso che forse è destinato a brillare di più è quello del responsabile massimo della spending review, Enrico Bondi.
Il “commissario tecnico”, il fustigatore degli sprechi gode di una pensione di 5.827,07 euro netti mensili.
Bondi ha lavorato molto, la pensione è certamente meritata ma anche lui ne gode dal 1993 e quindi all’età di 59 anni.
I casi citati rappresentano adeguatamente le categorie beneficiarie di “pensioni d’oro”: alti dirigenti pubblici (Polillo, Cancellieri), super-magistrati (Vari), alti ufficiali delle Forze armate (Di Paola), docenti universitari (Riccardi e Fornero).
Si tratta di una èlite del pubblico impiego riscontrabile anche dall’importo medio annuo delle pensioni Inpdap: si va dai 40 mila euro annui delle Forze Armate, ai 47 mila dei docenti universitari ai 64mila dei medici Asl, fino ai 134mila euro annui dei magistrati.
Nella fascia di pensioni superiori ai 4mila euro lordi mensili ci sono 104.793 persone che si riducono all’aumento del tetto individuato (non ci sono dati per fasce superiori ai 4mila euro).
I risparmi possono comunque essere molto alti.
Basti pensare che l’incidenza degli stipendi dei dirigenti pubblici arriva spesso al 20% dei costi sostenuti con punte del 40% nella Sanità (o, per fare un esempio più piccolo, all’interno della Presidenza del Consiglio).
Del resto, basta guardare la media degli stipendi dei dirigenti, 90.288 euro quelli di seconda fascia, 192mila euro quelli di prima fascia, per accorgersi che la loro incidenza è di almeno 5 volte lo stipendio medio dei dipendenti pubblici.
Acquistano così una certa concretezza le proiezioni dei Cobas dell’Inpdap che, sulla base della spesa pensionistica dell’Istituto, 60 miliardi nel 2011, stimano in almeno 2 miliardi e 300 milioni i risparmi annui ottenibili con un tetto pensionistico di 5mila euro al mese.
Risparmi che potrebbero arrivare a 15 miliardi nel settore privato.
A parziale conferma di quest’ultima stima basti prendere la pensione di uno dei più grandi dirigenti privati del settore bancario: Cesare Geronzi.
L’ex dominus della finanza italiana è titolare di tre pensioni: la prima, su base retribuitiva, è di 22.307 euro netti al mese (avete letto bene, ventiduemila euro al mese); la seconda, integrativa, è di 10.465 euro netti mensili.
Come se non bastasse ce n’è una terza, di “soli” 896,38 euro mensili frutto di una pensione “contributiva”.
Il totale è di 33.668 euro netti mensili.
Se fosse stabilito un tetto di 5 o 6mila euro, Geronzi dovrebbe rinunciare ad almeno 27mila euro.
Si pagherebbero almeno 30 esodati.
Un po’ meno se si ponesse a 10mila euro il tetto consentito per il cumulo degli assegni.
Ma comunque un bel risparmio.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: economia, Lavoro | Commenta »
Luglio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
ALDO BONOMI DEL CENTRO DI RICERCA AASTER: “OGGI GLI SPAESATI VOTANO GRILLO”
“No, non è solo colpa delle inchieste». Aldo Bonomi, direttore del Consorzio Aaster dal 1984, è uno che il territorio, totem caro ai leghisti, lo studia per professione.
Ne interpreta gli umori e i cambiamenti.
«È in atto una metamorfosi della politica e la Lega, se non cambia, farà fatica a trovare spazio».
E ancora: «È finita l’epoca in cui il movimento riusciva a intercettare lo spaesamento, l’onda neo populista e i rancori del Nord».
Poco c’entrano, secondo il sociologo Bonomi, l’ex tesoriere Belsito, la laurea albanese di Renzo e le perquisizioni in via Bellerio.
«C’è dell’altro…», dice.
Professore, la Lega avrà un nuovo segretario. Sono passati dieci anni dall’ultimo congresso, il ritrovo al Forum di Assago segna la rinascita del partito?
«Ci andrei piano. Restano dei temi irrisolti. E non penso solo agli scandali giudiziari. Quelli sono sopraggiunti quando già il movimento era debole».
Si riferisce alla divisione tra «barbari sognanti», l’anima maroniana del partito, e «cerchio magico»?
«Non è solo quella. Certo, le correnti sono sempre state importanti nella Lega, almeno da quando agli inizi degli anni ’90 si è strutturata come partito. E con quelle Maroni dovrà ancora fare i conti: il “lombardismo” non basta più, cresce l’importanza dell’ala veneta. Ma il mio è un ragionamento meno “politichese” e più antropologico».
Si spieghi…
«Lo scenario è cambiato. Pensiamo alle vallate alpine, i focolai del primo leghismo alla fine degli anni ’80. Quelli erano i luoghi attorno a cui le leghe costruivano il loro consenso sugli “spaesati”. Ma la periferia, per esempio la Val Susa, adesso è diventata centro dello scontro politico. E la Lega è arrivata tardi rispetto ai grillini o alle altre formazioni politiche. Lì, come sui beni pubblici, si pensi all’acqua. Temi che per chi ha in mente il “territorio” dovrebbero essere alla base dell’azione politica».
Tra gli striscioni presenti oggi ad Assago si legge la scritta «Prima il Nord». Come a dire: «Noi siamo ancora la voce del Settentrione». È così?
«Maroni ha sempre avuto in testa un’idea del partito nei termini di “sindacalismo territoriale”. Un movimento che interpreta bisogni e paure della gente. Ma la sua visione è stata azzoppata dalla Lega di lotta e di governo, quella che ha sempre avuto un rapporto ambivalente con Berlusconi. Però, se si guarda alle ultime elezioni è proprio la Lega dei sindaci, quella territoriale, che ha perso: nei sette comuni dove è andata al ballottaggio è stata sconfitta».
Perchè anche la Lega dei sindaci rischia di perdere?
«Anche la Lega ormai deve ripensarsi in un’ottica europea. Dove parole d’ordine come federalismo avranno senso solo in un contesto più allargato e non di scontro tra settentrionali e meridionali».
Bossi, da parte sua, ha portato a Milano la notizia della nascita della «Macroregione Alpina»…
«Non può bastare l’economia. L’Europa, anche da parte della Lega, deve essere concepita come una comunità politica».
Davide Lessi
(da “La Stampa”)
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